‘L’urlo’ di Allen Ginsberg: ribellione al conformismo e rinnovamento della poesia americana

Allen Ginsberg è nato a Paterson, nel New Jersey, nel 1926. Frequentò la Columbia University ma ne venne presto espulso per indisciplina. Entrato in contatto con Kerouac, Borroughs e Corso, divenne insieme a loro uno dei maggiori esponenti della beat generation. Iniziò verso la metà degli anni Cinquanta la diffusione dei suoi messaggi di protesta contro la civiltà consumistica e partecipò a diverse manifestazioni contro la guerra e a difesa dei diritti civili. La sua opera più significativa, il poemetto L’urlo del 1956, fece enorme scalpore e fu censurata per oscenità; in seguito però divenne, insieme al romanzo di Kerouac Sulla strada, un best seller e uno dei manifesti della beat generation, Nell’opera il poeta critica la società materialistica contemporanea che disumanizza l’individuo, a cui non resta altro che la fuga, nella pazzia o nell’anarchia.

Altre raccolte poetiche di Ginsberg sono Kaddish, Sandwich di realtà, La caduta dell’America (America ti ho dato tutto e ora non sono nulla. America due dollari e ventisette centesimi 17 gennaio 1956. Non posso sopportare la mia mente.
America quando finiremo la guerra umana? Va’ a farti fottere dalla tua bomba atomica. Non sto bene non mi seccare.
Non scriverò la poesia finche’ non avrò la mente a posto. America quando sarai angelica? Quando ti toglierai i vestiti?
Quando ti guarderai attraverso la tomba? Quando sarai degna del tuo milione di Trotzkisti? America perché le tue biblioteche sono piene di lacrime? America quando manderai le tue uova in India?…
. Negli ultimi anni si dedicò alla scrittura di canzoni, di ballate, tenendo letture pubbliche dei propri versi presso gallerie d’arte, caffè, università e continuando le sue battaglie in favore della non violenza e di nuove etiche di comportamento ispirate al Buddismo.

Ginsberg si ribella al conformismo e tenta un rinnovamento della letteratura americana con opere trasgressive e provocatorie (celebre è il suo manifesto-incipit dell’Urlo: «Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche, trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa, | hipsters dal capo d’angelo ardenti per l’antico contatto celeste con la dinamo stellata nel macchinario della notte, | che in miseria e stracci e occhi infossati stavano su partiti a fumare nel buio soprannaturale di soffitte a acqua fredda fluttuando sulle cime delle città contemplando jazz».

La poesia di Allen Ginsberg esplode in uno dei periodi più controversi della storia statunitense. La seconda guerra mondiale è appena terminata e la popolazione appare, nel medesimo tempo, euforica per il significato di quella vittoria, ma terrorizzata da un ipotetico sopravvento del pensiero comunista che avrebbe potuto travolgere le fondamenta democratiche di quel paese recante con sé tutti gli onori e gli oneri del porsi come modello di libertà e di uguaglianza per tutti i popoli. L’ombra del Maccartismo opprime silenziosamente la tanta declamata libertà di pensiero ambita dal popolo americano e, in quel clima di sospetto e persecuzione, cresce Allen Ginsberg.

Il termine “Beats” viene usato con disprezzo dai benpensanti di quel periodo che lo traducono con falliti, battuti e sconfitti a causa dell’uso uso, e talvolta abuso, di alcool e marijuana, della tormentata inquietudine e il dichiarato disprezzo nei confronti del sistema da parte di quel movimento giovanile. Tuttavia i beats non vengono mai sconfitti e affrontano l’opposizione dei conservatori a testa alta, fiduciosi della loro forza e sostenendosi a vicenda. Beat non significa sconfitta, sostiene Kerouac, beat si traduce con quel senso di beatitudine che accompagna coloro che dichiarano una guerra pacifica al sistema americano che segrega i neri, subordina le donne e opera discriminazioni basate sull’orientamento sessuale.
E quel movimento scuote l’America borghese e consumista che non si avvede del lento strangolamento delle spire del Maccartismo del senatore Mc Carthy volto a perseguitare qualsiasi americano sospettato di avere idee progressiste.

Nelle sue poesie, Ginsberg sottolinea la rovina delle menti più eccelse della sua generazione a causa del materialismo americano (“Moloch“, un hotel a forma di mostro che prende vita in una delle sue visioni) e utilizza come punto di riferimento una di quelle che considera vittime del sistema, il suo caro amico Carl Solomon, rinchiuso in manicomio.
Il poeta usa lo stile dei versetti biblici e la sua visione, del tutto innovativa, rappresenta una fusione tra l’immaginario religioso e quello tecnologico: la passione della sua generazione per la droga, per esempio, è «hipsters dal capo d’angelo ardenti per l’antico contatto celeste con la dinamo stellata nel macchinario della notte…»

L’hipster è un neologismo creato negli anni ’40 per descrivere i giovani di razza bianca appassionati di jazz e bebop che cercano di imitare lo stile di vita dei musicisti jazz afroamericani.
Il poeta usa un linguaggio colloquiale e non pochi sono i riferimenti alle droghe e ad atti sessuali sia etero che omo. Paura, follia, diversità e alienazione sono i temi predominanti di questo poema, ma il messaggio fondamentale lanciato da Ginsberg è che, nonostante i vizi, il becero consumismo e l’annientamento del pensiero creativo, la vita è sacra e vale la pena di essere vissuta proprio per intraprendere un cammino che ostacoli la guerra contro l’amore, l’amicizia e l’altruismo attuata da Moloch. Ginsberg desidera che la sua generazione prenda coscienza di quel lavaggio del cervello operato da quei pochi che vogliono disumanizzare la società, ma senza ricorrere a droghe o altre sostanze che riducono la capacità di discernimento, bensì diventando parte attiva di quella stessa società, portando nel mondo esempi di quell’amore e solidarietà che Moloch vuole scoraggiare.

Nonostante il poema di Ginsberg venga inizialmente ritirato, il processo si conclude a favore dell’editore e la sentenza che ne deriva rimarca la libertà di espressione e di stampa fondamentali elementi dei principi della costituzione americana.
Negli anni ’50, in un’America ancora sconvolta dalla recente guerra, una sentenza storica di questo genere rappresenta una rottura di grande rilievo nella benpensante e ottusa società conservatrice.

I versi del poeta americano esaltano appunto i vagabondaggi, l’abuso delle droghe, le esperienze mistiche in Oriente, gli atteggiamenti anarchici e pacifisti. Lo scrittore polemizza con i miti e i costumi della società materialistica e tecnologica, schiava del denaro che stravolge i rapporti di solidarietà e amore. In un brano molto significativo dell‘Urlo ad esempio, Ginsberg immagina di camminare in un supermarket in compagnia del poeta Walt Whitman, il padre spirituale della poesia americana, e cantare la libertà e le tradizioni democratiche del suo paese, e tra le file luccicanti di scatolame, sognare di viaggiare attraverso un’America che non esiste più e che forse non è mai esistita: quella mitica dell’amore. Il supermarket è il simbolo dell’opulenza e del consumismo che uccide la poesia, il sogno, la fantasia; proprio in questo luogo il poeta cerca nuove immagini, spinto dal desiderio di vedere e conoscere, ma trova solo cibo e confuse aberranti mogli negli avocados, bambini nei pomodori, che si confondono con i volti cari del suo itinerario poetico, come Lorca. Incerte sono quindi le scelte da compiere: continuare per strade solitarie o sognare con nostalgia la perduta America dell’amore.

Il linguaggio, libero da schemi letterari, aderisce alla materia trattata con particolare evidenza espressiva; il metro è originale: lunghi versi liberi, ritmati dalle parole o dalla ripresa delle stesse strutture sintattiche:

 

Come ti penso stasera, Walt Whitman, perché camminavo per piccole strade sotto gli alberi col mal di testa guardando consapevole la luna piena. Nella mia fatica affamata, e per comprare immagini, entrai nel supermarket di frutta al neon, sognando le tue enumerazioni.

Che pesche e che penombre! Intere famiglie a far provviste la sera! Corridoi pieni di mariti!

 

Senza dubbio Ginsberg ha contribuito a tagliare i ponti con i tradizionali modelli europei di versificazione, creando una nuova poesia americana con forme e ritmi propri, vicinissimi al dettato della prosa. La sua è una poesia sperimentale, nuovo è il linguaggio poetico, nuove le cadenze e la divisione dei sintagmi. Il poeta americano intende la poesia come messaggio orale, in cui le immagini si accostano legate solo attraverso la continuità ossessiva della visione. Con ricche e colorite metafore, Ginsberg popola la sua poesia di immagini dissacranti come le mogli negli avocados, i bambini nei pomodori, ecc…

Le interrogative sono presenti in tutta la poesia e sottolineano la condizione di dubbio e di incertezza, l’impossibilità di poter aderire o accettare la realtà consumistica, dove non c’è posto per la poesia. Il giro nel supermercato è un’odissea, un viaggio assurdo, il poeta vuole evadere insieme all’amico Whitman da quella realtà, per sognare un’America diversa.

 

Fonte:

http://lacapannadelsilenzio.it/lurlo-poetico-di-allen-ginsberg-e-ancora-attuale/

Lawrence Ferlinghetti: l’ultimo sopravvissuto della Beat Generation

Mezzo secolo ci separa da fatti del ’68 e l’eco della loro epica è forse ben fioca per le giovani generazioni. Parrebbe infatti che i nati nel 2000 non riescano ad immaginare un mondo, una civiltà, differente da quella ereditata. Stupirebbe veramente una loro rivolta generazionale. Forse il dirlo è indice di paternalismo, affine a quello dei critici del ‘68, proprio di quell’epica che a parer loro è stata incubatrice di ogni pressappochismo, di ogni disordine e superficialità. Se i conservatori di destra guardano al mondo delle vecchie zie longanesiane o ad astratte aristocrazie tradizionaliste, esiste un conservatorismo di sinistra, come a smentire definitivamente uno dei significati della dicotomia politica. A cinquant’anni di distanza, dunque, è lecito voler conservare, tramandare qualcosa dello spirito che animò il ‘68? Ed è ovvio che in quello spirito dobbiamo metterci Marcuse e i Beatles in cielo con Lucy e diamanti, il Che e l’Esistenzialismo. Una voglia di migliorare il mondo, di godersi la vita, anche di meditarci su, permessa alla prima generazione non troppo coinvolta in guerre e con più denaro in tasca, libri in scaffale e tempo libero rispetto ai genitori. Sarà comunque fruttuoso interrogare i padri più o meno legittimi di quella rivolta giovanile, studiare le mosse di chi aprì la strada poi percorsa dai cortei e da erranti solitari. Fra questi forse meno noto ma assai influente vi è Lawrence Ferlinghetti, classe 1919, l’ultimo sopravvissuto della prima generazione beat, anche se lui stesso non si definisce tale, essendo ben più esteso il suo orizzonte.

Non tanto come poeta o romanziere Felinghetti fu seminale per i sessantottini statunitensi e poi, per conseguenza coloniale, europei, ma soprattutto come editore. Il marchio City Lights, dalla libreria omonima di San Francisco, ha pubblicato Howl di Allen Ginsberg nel 1956 condannato per oscenità, poi Gregory Corso, Kerouac e Burroghs e fuori dal giro beat Bukowski, Bataille, Pasolini, Breton, Artaud, Chomsky. Letture, insomma, che hanno contribuito a nascita e sviluppo della controcultura Usa. Il tutto parrebbe bene ordito se non si ha un’immagine di Felinghetti reale. Si tratta di un uomo, di un artista, di un osservatore più spregiudicato ed entusiasta e meno calcolatore di quanto potrebbero pensare i suoi avversari, o almeno così appare in Scrivendo sulla strada, un “diario di viaggio e di letteratura” tradotto da Giada Diano per Il Saggiatore. Il sottotitolo non rende piena dignità all’opera, che non è solo un diario di viaggio nello stile di Goethe e di D. H. Lawrence. È un’autobiografia in frammenti, scritta proprio on the road, talvolta tornando negli stessi posti dopo anni: dal 1944 che lo vede soldato ad Omaha Beach al 2010 in Belize dove novantunenne ancora scrive poesie accompagnato dal ritmo del mare.

Nel maggio del ‘68 è guarda caso a Parigi e copia i graffiti surrealisti che parlano dai muri. Vede la speranza in “una libertà totale dalle catene dello status quo”, ma saggio e serafico come un Buddha non si entusiasma troppo, conscio del potere repressivo dello “Stato solido”. L’estate prima, quella del ‘67, the Summer of Love, non lo trova in California ma fra le steppe della Siberia. Amico di Evtušenko e di altri dissidenti, viaggia per la Russia e ben prima di buona parte della sinistra europea capisce che da quelle parti c’è poco di buono. Anche durante il suo viaggio a Cuba nel 1960, con tanto di stretta di mano a Fidel, pare meno entusiasta di quanto ci si aspetterebbe. Da buon anarchico, Ferlinghetti sa che la rivoluzione è trasformazione continua, roba personale che si realizza nel rapporto col paesaggio intorno. Non è mai stasi, è movimento, lo stesso movimento che lo porta fra le povertà e le ancestralità del Messico, in Oceania con Ginsberg e col figlio neanche adolescente, nelle immersioni negli Usa profondi, nella provincia che è il vero centro di ciò che Henry Miller chiamava “l’incubo ad aria condizionata”.

Ferlinghetti vede brutture ovunque ma non è un idealista in cerca del modello perfetto, sa far tesoro di paesaggio e di persone intorno. Vede anche il bello ovunque. E alla fine si commuove più per le suggestioni letterarie, nel ripercorrere le orme dei suoi idoli, che per le uniformi dei Sandinisti. Si commuove veramente mentre Ezra Pound legge al festival di Spoleto del 1965 o a Lisbona sedendosi nel caffè preferito di Pessoa e sentendosi “uno dei suoi eteronimi”.

Di origini italiane e studi francesi, amante della spiritualità liberale e della natura, oltreché della socialdemocrazia scandinava, Ferlinghetti è il più europeo dei beat o il più statunitense dei poeti europei. Rappresenta una felice unione di contrari, compresa quella fra imprenditore e poeta. È però anche oltre la destra e la sinistra, il conservatorismo e l’innovazione acritica e in un certo senso oltre l’ideale e il reale, in una sana sintesi. Testimone della cenere di Nagasaki, della percezione della fine del mondo nella notte del deserto messicano e della resistenza della borghesia “uguale in tutto il mondo”, ci dona anche una capacità di vedere altro, di pensare altro, altri mondi, altri paesaggi e poesie da scrivere. Se quella capacità è stata un poco coltivata nel ‘68, andrebbe sì trasmessa ai giovani, ai nati nel 2000. Risulterà indispensabile per i viaggi nel tempo e nello spazio del futuro.

 

Fonte: L’intellettuale dissidente-letteratura

Letteratura statunitense degli anni ’90 e David Wallace

La letteratura statunitense degli anni Novanta sono all’insegna di un vuoto, o meglio dell’assenza di un prospettiva globale da cui partire per interpretare una nuova serie di opere. Non vi è infatti un canone, un’etichetta che consentono di leggere in modo coerente e corretto i cambiamenti di quel periodo.

Ripercorrendo per sommi capi quanto è avvenuto nei decenni precedenti, all’avvento di opere non inquadrabili entro un canone prestabilito, è sempre corrisposta, dal punto di vista critico, la fondazione di categorie in grado di fare una mappatura dei mutamenti della moderna narrativa americana. Ad esempio gli anni Ottanta sono stati salutati come il periodo dell’ascesa e del declino della scuola minimalista, in realtà ultima propaggine del postmoderno. Tutta una serie di giovanissimi autori, rinverdendo i fasti della stagione beat, venne riunita frettolosamente sotto l’etichetta di brat-pack (banda di monelli), prendendo in prestito un termine usato nell’ambito cinematografico. Due nomi su tutti: Easton Ellis con l’opera Meno di zero e McInerney con Le mille luci di New York, divenuto manifesto generazionale. Nel 1984, anno in cui Gibson pubblica Neuromante, si comincia a parlare di letteratura cyberpunk, con riferimento a quel tipo di fantascienza che mescola surrealismo e immagini della cultura pop con informazioni di carattere storico ed esoterico; genere che ben presto annovererà tra le sue fila autori cinematografici come Ridley Scott con Blade runner e David Cronenberg con Scanners e Videodrome, con l’approvazione del guru del postmoderno Fredric Jameson, in cui si vedrà il massimo esempio di una pratica letteraria in cui coesistono capacità di lettura del contemporaneo e spinta verso un approccio più radicale. Persino ai fenomeni all’apparenza più ambigui fu trovata una collocazione: si pensi ad esempio al conio ad hoc del termine avant-pop, per indicare quella schiera di autori che faceva del muoversi su un territorio stilistico e mediatico la propria cifra. Neppure un allora giovane Wallace, reduce dall’opera La scopa del sistema, venne risparmiato da questa tendenza nomenclatoria, essendo il suo nome incluso all’interno del canone avant-pop. E invece solo pochi anni dopo, con l’esaurirsi di questi fenomeni , ogni prospettiva d’insieme atta a decifrare l’avvento di una nuova geografia letteraria. Tuttavia tale operazione, che non rappresenta nemmeno chissà quale problema, diventa ancora più difficile quando, come nel caso della generazione letteraria emersa negli anni Novanta, si ha che fare con una serie di opere e autori non solo molto distanti tra loro, ma che si contraddistinguono per un controverso rapporto con la tradizione; un paradosso che negli stessi anni coglie non solo la letteratura statunitense ma anche il cinema, basti pensare a pellicole come Fargo dei fratelli Cohen, Sydney di Anderson, Dead Man di Jarmusch sino ad arrivare al celeberrimo Pulp Fiction, film caratterizzati da strutture discorsive anomale, giocando con la forma.

Gli esiti di ciò che John Barth aveva predetto venti anni prima, sembrano davvero avverarsi alla soglia dell’ultimo decennio del ventesimo secolo. Nel saggio del 1967 La letteratura dell’esaurimento, lo scrittore statunitense ipotizzava, guardandosi bene dall’utilizzare toni apocalittici, la fine di quell’idea di letteratura con cui il lettore occidentalizzato aveva imparato a familiarizzare da due secoli sino ad allora. Dunque è dagli anni Ottanta che intorno alla letteratura statunitense c’è un vuoto, assenza di scuole e di correnti immediatamente indentificabili, sebbene tale vuoto si “palesi” solo negli anni Novanta. Fatto sta che al suo apparire nel 1996, stesso anno di un film come Strade perdute di Lynch, Infinite jest di David Wallace pare concentrare tutti i paradossi della letteratura statunitense. Prima di tutto per la sua lunga gestazione e quando dal sottobosco letterario statunitense, inizia ad emergere un gruppo di voci fuori dal coro che salgono alla ribalta proprio per l’impossibilità di essere ricomprese entro uno dei tanti compartimenti messi in piedi dall’establishment critico. In questo clima Wallace si dedica alla stesura del suo secondo romanzo, introiettando spunti polemici e considerazioni maturate durante il suo paradossale apprendistato. Già nel 1988 tra l’altro, Wallace in un saggio, metteva a fuoco almeno tre caratteristiche inerenti al comune background degli scrittori a stelle e strisce a lui coevi: l’immane impatto della TV, la cui presenza pervasiva nella dieta mediale contemporanea avrebbe a tal punto influenzato gli scrittori da modificare “il modo in cui essi comprendono e rappresentano la vita vissuta”; in secondo luogo il diffondersi della scuole di scrittura creativa, per cui “nessun scrittore si è formato senza un apprendistato in un dipartimento di scrittura creativa”; e infine la rivoluzione nel modo in cui le persone erudite “concepiscono la funzione e le possibilità della letteratura”.

Secondo Wallace l’artista contemporaneo non può accontentarsi di vedere il lavoro di critici o filosofi come separato dai propri interessi. In questo senso ha ragione Mary K. Holland, studiosa di Wallace, quando sostiene che che lui “è quel tipo di scrittore che scrive non solo fiction, ma anche manifesti per la fiction” e che Infinite jest è un “romanzo concepito sulla scia di un manifesto”.

Difatti Infinite jest non solo ha saputo assorbire le tensioni storico-sociali, culturali e letterarie della propria epoca, ma è riuscita anche a proporre un nuovo modello di romanzo: un modo inedito di pensare e rivolgersi al dominio della fiction.

Bibliografia- F. Pennaccio-What fun life was.

Sulla strada, il “testo sacro” di Jack Kerouac e della Beat Generation

«Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati»
«Dove andiamo?»
«Non lo so, ma dobbiamo andare». 
(Jack Kerouac, Sulla strada)

Sulla strada (1951), il più famoso e discusso lavoro dello scrittore statunitense Jack Kerouac, è considerato un cult intramontabile, un mito da generazioni e assurto quasi a testo sacro, una vera e propria “Bibbia” di quello che è stato il movimento generazionale degli anni ’50: la Beat Generation.
Tale movimento artistico, poetico e letterario, sviluppatosi soprattutto nel secondo dopoguerra, propugnava uno stile di vita basato sul nomadismo, il rifiuto dell’opulenza americana e la ricerca di nuove dimensioni visionarie nella droga. Temi certamente cari a Kerouac che, dopo aver vagabondato per gli Stati Uniti, per essere “purificato” dalla strada, non solo ha praticato personalmente questo stile di vita (soprattutto a New York e a San Francisco con i suoi cari amici W.S. Burroughs e A. Ginsberg), ma ha deciso di esporlo direttamente nel suo capolavoro On the road, Sulla strada.

Il romanzo è fortemente autobiografico. Pur presentando sostanzialmente una trama molto semplice è stato suddiviso in cinque parti, scritto sotto forma di episodi e ambientato negli anni ’40.
I protagonisti  Sal Paradise (sotto le cui spoglie si cela l’autore stesso), un ragazzo squattrinato spinto da ambizioni letterarie a viaggiare verso l’Ovest, e l’amico Dean Moriarty che, uscito dal riformatorio, è animato dalla voglia di vivere esperienze intense, affrontano insieme un “viaggio”, viaggio inteso come abbandono e alienazione dalla società di massa, abbracciando quella che è la vita “sulla strada” e che si concretizza poi materialmente quando i due affrontano una serie di esperienze insieme, sperimentando cose nuove e proibite portandoli a realizzare successivamente la loro insofferenza e incapacità di adattarsi alla società.

I due ragazzi non sanno cosa li spinga, ma sanno che devono andare, devono procedere nel loro cammino, quasi come se la strada fosse un richiamo; il viaggio è dunque il filo conduttore dell’opera. Sal e Dean vivono alla giornata, sono “costretti” a confrontarsi con nuove realtà, a mettersi in gioco, la noia per loro non esiste. il problema ridondante nel libro è sicuramente la fede, arrivando poi a sostenere l’esistenza di una forza maggiore che si identifica con la vita stessa e che si manifesta con la libera espressione della personalità umana. I mezzi  più efficaci per raggiungere tale stile di vita sono la droga, il sesso promiscuo, l’esaltazione musicale (nello specifico il jazz).

Dunque il motivo del viaggio va inteso anche in modo virtuale: attraverso l’uso di sostanze stupefacenti i due ragazzi si ritenevano liberi di abbandonarsi ai piaceri, che però, anche se risulta difficile, non deve essere visto come simbolo di un degrado, ma come sinonimo di creatività e immaginazione ormai soffocate dagli ideali dell’uomo moderno. Tuttavia, tra le pagine traspare anche la voglia di “mettere la testa apposto”: Dean capisce che lo stile di vita giusto non è quello che porta avanti, tra scappatelle, alcool e droghe, ma non riesce a farne a meno, la voglia di trasgredire è troppo forte, o meglio il desiderio tutto umano di afferrare un pezzetto di eternità, di essere a modo nostro “divini”. In questo senso, la tematica della gioventù bruciata si presenta soprattutto come una ricerca (che coincide con la fuga) di ciò che si è perduto e che si sente il bisogno di ritrovare, fuggendo dalla società consumistica e da se stessi e dalle proprie certezze.

La quinta e ultima parte del romanzo che tratta del viaggio dei protagonisti da Città del Messico a New York, mette quasi un punto a queste numerose esperienze, ma che in realtà non hanno fine in quanto la loro è considerata una fuga dal conformismo e destinata a proseguire, seppur solo nella loro mente. I due protagonisti si ritrovano dunque alla fine di un percorso, questo lungo cercare una vita perfetta che termina purtroppo con l’accettazione della realtà.

Merita una notevole attenzione lo stile narrativo utilizzato da Kerouac, così ritmato e spontaneo, frenetico, spesso ripetitivo e meno coinvolgente nel finale, di grande potenza evocativa, tale da rendere ancora più vere le sensazioni e le emozioni dei protagonisti. Sembra quasi che l’autore americano registri quello che vede, le descrizioni di paesaggi, la natura, la gente. Nell’opera scorrono i paesaggi di tutti gli stati americani, la California, il Texas, l’Ohio e tanti altri, fino a raggiungere il Messico.

Bisogna ammettere quanto Kerouac col suo romanzo faccia davvero viaggiare la mente in un modo molto più forte e intenso rispetto ad un viaggio reale e per chi ama viaggiare e “perdere paesi”, come ha sottolineato Pessoa, “la lettura di On the road è davvero qualcosa di speciale”, facendoci riflettere anche sulla questione della fede e sulla differenza tra la società borghese e conformista americana e quella nascente. Ma davvero oggi il tema della ribellione è così attraente? Davvero la ricerca della felicità debba avvenire (e soprattutto con esiti positivi) fuori dai cliché dettati dalla malvagia società capitalista?. Certo all’epoca Sulla strada ha “stregato” l’America e poi l’Italia in cerca di scrittori “di sinistra” (che in realtà non lo erano) per la nostra imminente rivoluzione.

‘Chiedi alla polvere’, il viaggio esistenziale di John Fante

Così l’ho intitolato Chiedi alla polvere, perché in quelle strade c’è la polvere dell’Est e del Middle West, ed è una polvere da cui non cresce nulla, una cultura senza radici, una frenetica ricerca di un riparo, la furia cieca di un popolo perso e senza speranza alle prese con la ricerca affannosa di una pace che non potrà mai raggiungere. E c’è una ragazza ingannata dall’idea che felici fossero quelli che si affannavano, e voleva essere dei loro. (John Fante)

Chiedi alla polvere dello scrittore italo-statunitense John Fante, rappresenta uno dei successi letterari più trascurati e sottovalutati del Novecento. In realtà dalla sua uscita, nel 1939, fu quasi dimenticato fino all’inizio degli anni ’80, riportato alla luce da un suo grande estimatore, Charles Bukowski.

John Fante pur non essendo elencato fra gli autori della Beat Generation, ne ha saputo tracciare le linee guida principali, tra le quali la vita sulla strada, il sesso “liberato” e l’utilizzo di sostanze stupefacenti. La “polvere” del romanzo è quella delle strade di Los Angeles, proveniente dal deserto Mojave, ma è anche la polvere che seppellisce le speranze dei giovani d’America, sulle ruote di vecchi autobus che promettono la speranza di una nuova vita sulle coste californiane, ma ciò che trovano non è Pasadena o le spiagge di Santa Monica, bensì i marciapiedi polverosi dei sogni infranti di tutti gli immigrati del Middle West. A questo gruppo di giovani appartiene anche all’incoerente e narcisista, ma anche sensibile e generoso Arturo Bandini, alter ego dello stesso John Fante, aspirante scrittore di origini italiane natio del Colorado e alla ricerca del successo. Arturo vive nell’albergo “Alta Loma”, a Bunker Hill, alla ricerca dell’ispirazione per scrivere il grande romanzo americano. Afferma il protagonista:

“Ah, il grande scrittore! Come fa a parlare delle donne, se non ne hai mai avuta una? Ehi, tu, miserabile impostore, fasullo che non sei altro, per forza non riesci a scrivere! Non c’è da stupirsi se non c’è nemmeno una donna in Il cagnolino rise. Non c’è da stupirsi se non c’è una storia d’amore, povero scemo, scolaretto presuntuoso. Dovevo scrivere una storia d’amore, imparare cos’era la vita!”.

E sarà proprio l’incontro- scontro con Camilla Lopez, giovane cameriera messicana di un bar malfamato, della quale si innamorerà ma con la quale non riuscirà ad avere una vera storia d’amore, a dargli l’ispirazione per scrivere. In Chiedi alla polvere non c’è alcun romanticismo, c’è la cruda realtà delle insicurezze e delle contraddizioni dei primi contatti con l’altro:

“Mi baciò ancora una volta e fu come se avesse appoggiato le labbra su un pezzo di arrosto freddo. Ero disperato […]. Poi sentii che il suo disprezzo si stava trasformando in odio e fu allora che cominciai a desiderarla. Evviva, Arturo, gioia e forza, forza e gioia…”

Camilla Lopez è un altro personaggio autobiografico, è la Marie Baray di John Fante, con la quale l’autore ruppe in malo modo nel 1936, una giovane dal fascino latino che ha in comune con Camilla anche il destino amoroso. Lo stesso Fante suggerisce una lettura politica dell’incapacità di Arturo e Camilla a relazionarsi normalmente, come lo scontro razziale fra la cultura messicana e quella italiana.

La storia di Chiedi alla polvere è il più classico viaggio esistenziale di un ragazzo che diventa uomo, nello scenario dei bassifondi e delle strade deserte della West Coast. In altre parole non accade mai nulla nel romanzo. Dissacrante, ironico, scanzonato, struggente, disperato, racconta la storia di un ragazzo perso, perso dentro, che si affanna alla ricerca di qualcosa che alla fine non è neanche certo di aver trovato. La scrittura è spezzata, schizofrenica e trasuda realismo, tracciando con linee asciutte un paesaggio disincantato, forse fin troppo. Immediato il paragone con Salinger e Il Giovane Holden, sia per lo sperimentalismo linguistico sia per la rappresentazione dissacratoria dell’America dimenticata della prima metà del Novecento; sebbene dal confronto con Holden Caulfield, Arturo Bandini ne esca sconfitto.

Un capolavoro o un libro sopravvalutato? Chiedi alla polvere è uno di quei libri che dividono, di cui probabilmente non si afferra pienamente il significato pur essendo consapevoli di trovarci davanti ad un romanzo importante (si è detto che anticipa la scrittura beat), che ci sussurra di interrogare la polvere per avere delle risposte, per far riafforare ricordi e sentimenti.

Nel 2006 è stato anche realizzato un film con lo stesso titolo per la regia di Robert Towne con Colin Farrell e Salma Hayek.

Beat generation: la protesta contro la società e la tradizione idealistica

Il dopoguerra è un periodo fertilissimo per le correnti di pensiero antimilitari e pacifiste. La ferita lasciata dagli orrori della guerra era troppo grande e ancora fresca per tutte le società di quel tempo, una ferita che non si sarebbe rimarginata mai completamente. Tra tutte le correnti di pensiero nate subito dopo il dopoguerra, c’è ne è una, in particolare, che esprime in maniera magistrale il connubio tra educazione e letteratura e che si è resa capace di creare una vera rivoluzione culturale ed è stata la beat generation. La sua nascita è solitamente collegata alla Columbia University, e all’incontro di giovani studenti quali, Jack Kerouac, Allen Ginsberg, Lucien Carr. Essi si oppongono alla vecchia tradizione idealistica e letteraria che i loro professori tenevano in vita e volevano offrire al mondo un nuovo modo di pensare, una nuova “visione”.

Il gruppo negli anni cambia, si aggiungono successivamente Neal Cassady, che diverrà un importantissimo protagonista della cultura beat, Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti. La beat generation giunge anche in Italia attraverso le traduzioni di Fernanda Pivano a metà degli anni ’60.

Per capire il movimento beat molti critici e gli stessi scrittori appartenenti al modo di pensare beat si sono chiesti: cosa significa beat? Ma al contrario di quello che si può pensare, non è una semplice ricerca semantica quella che si rende necessaria per comprendere il termine, bensì una ricerca spirituale, che palesa nel suo significato l’intera espressione del movimento. Difficile stabilire se beat avesse un significato positivo, preso da “beatitudo”, quella dello spiritualismo zen o delle droghe più svariate, o beat come sconfitto in partenza. Il centro era stato New York, con Allen Ginsberg, Jack Kerouak e Neal Cassady, combattenti contro il capitalismo, la discriminazione sessuale e la crescita del potere dei media.

Il successo del libro di Kerouac, morto a soli 47 anni, On the road (Sulla strada) avrebbe dato vita al movimento dei figli dei fiori, alle lotte contro la guerra del Vietnam, al movimento studentesco.
Il viaggio intrapreso da rappresentanti della beat generation è verso il nulla, poiché l’importante non arrivare ma partire, muoversi nella speranza. Tale concezione che nasce da un desiderio di libertà di espressione, dinamismo vitale, spiritualità prorompente e una feroce contestazione alla società e ai suoi modi di imprigionare gli uomini nei suoi schemi spersonalizzanti, comprende l’universalità delle cose, una ricerca intima del tutto, ma attraverso tutti i mezzi, come l’alcol, la droga o l’ incontro carnale libero. Dice lo stesso Ginsberg:

“Ho visto le migliori menti della mia generazione /distrutte dalla pazzia, affamate, nude, isteriche/trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa…/ a fumare nel buio/soprannaturale di soffitte ad acqua/fredda fluttuando nelle cime delle città, contemplando jazz…/Ho visto le migliori menti della mia generazione che mangiavano fuoco in/hotel ridipinti…/che vagavano su e giù a mezzanotte per depositi ferroviari chiedendosi dove andare, e andavano, senza lasciare cuori spezzati.” (da Howl- Urlo di Allen Ginsberg).

I poeti e gli scrittori beat cercano un senso liberatorio e un rifugio contro la società che li opprime nei suoi costumi e nelle sue feroci imposizioni, sentono perciò il desiderio inconscio di scappare, di trovare un nuovo stile di vita ovunque si trovino, sono cosmopoliti universali, sono grandi sognatori e fedeli discepoli della strada, metafora del percorso vitale che ciascuno può intraprendere, oltre che talentuosi scopritori dell’animo umano.
Per il loro stile di vita è facile chiamarli “poeti maledetti” oltre che collegarli agli autori della distruttiva Lost Generation, da cui gli stessi autori beat ammettono di trarre ispirazione.
<<Sono bambini all’angolo della strada che parlano alla fine del mondo>> afferma Kerouac, e probabilmente questa è la definizione più giusta per gli autori beat, essi sono uomini, come tutti gli uomini, che professano libertà ed insofferenti alla guerra.
Solo dopo aver compreso tutto questo che la parola beat sembra acquisire un senso, beat come sconfitta, quella subita contro la società, contro i costumi sporchi di sangue ormai troppo radicati nella tradizione, beat come ritmo, come quel dinamismo che porta a non fermarsi mai e a continuare il viaggio liberatorio dell’ anima, beat come ascesi nella spiritualità più profonda del proprio io, una discesa nei meandri di se stessi e degli altri, attraverso viaggi mentali provocati dalle droghe, per scoprire, secondo gli esponenti della beat generation, il tutto universale.

Ma beat generation non è sinonimo di vandalismo e violenza, di tossico o di sbandato; gli scrittori beat sono in uno stato di beatitudine; provano  ad amare tutta la vita, ad essere pazienti e sinceri con tutti in questo pazzo e frenetico, ispirandosi al cattolicesimo, allo spiritualismo e al taoismo. Questo è il vero spirito della beat generation.

Per tutte queste “definizioni”, la cultura beat diventa popolare negli anni, acquistando sempre maggior riscontro nella generazione del dopoguerra, sfociando poi nei movimenti hippy, nelle manifestazioni pacifiche di massa contro la guerra del Vietnam, ma anche per la sua connotazione di gruppo ribelle, per gli attacchi che riceveva dai giornalisti, incapaci di operare quella rivoluzione che il movimento beat stava portando, per le contestazioni ricevute, per il bombardamento mediatico sotto cui vivevano. Come tutti i movimenti originali e influenzanti, anche la generazione beat ebbe la sua fine, il suo successo, che raggiunse l’apice negli anni 50′ e agli inizi degli anni 60′ andò poi lentamente perdendosi fino ad una conclusione che i critici datano intorno alla fine degli anni 60′ e agli inizi degli anni 70′.

Ancora oggi si possono trovare le influenze lasciate dalla cultura beat (spesso considerata e riproposta in maniera errata): dalla musica al cinema, dalla letteratura al modo di vestire. Quei viaggi fatti solo per il gusto di farlo, che ancora sono presenti in molti film, quella ricerca di un senso di pace universale che pervade ancora oggi molti romanzi, ma soprattutto l’immaginario di moltissimi autori.

E in definitiva possiamo raccogliere tutto quello finora detto con lo stesso titolo con cui John Clellon Holmes pubblicò il suo articolo,spesso definito manifesto della generazione beat, sul New York Times nel 1952, This is the beat generation!