I peccati dell’innovazione tecnologica, la New Economy con il suoi web e robot

La nostra epoca è caratterizzata da una crescente innovazione tecnologica presente in tutti gli ambiti della nostra vita. Accanto a questa spinta allo sviluppo, s’instaura una nuova struttura economica: la cosiddetta New Economy, che si contraddistingue dalle forme economiche del passato per il fatto di essere caratterizzata da elementi inediti: opera in un mercato globale; riesce ad abbattere egregiamente i costi di lavoro ed è localizzata in uno spazio indefinito: la rete. Nel libro Al posto tuo: così web e robot ci stanno rubando il lavoro, Riccardo Staglianò spiega bene il modo in cui le nuove tecnologie incarnano lo spirito della New Economy. La crescita esponenziale dello sviluppo tecnologico è diretta verso l’automazione dei metodi di produzione e la digitalizzazione dei servizi.

Si possono citare tre esempi plastici in grado di riassumere al meglio la portata di queste innovazioni: il primo è l’invenzione di Baxter e Sawyer, due robot in grado di svolgere rispettivamente compiti industriali semplici e operazioni più precise solo attraverso una semplice programmazione eseguita da un lavoratore privo di competenze tecniche; il secondo è il software NarrativeScience, capace persino di scrivere, attraverso un sistema algoritmico, articoli giornalistici impostati secondo un determinato stile o taglio editoriale; il terzo è Amazon, negozio globale online divoratore della concorrenza locale, che sfrutta i propri dipendenti e i negozi che vendono attraverso la sua piattaforma per poter essere iper-funzionale e iper-competitivo.

Sono due i fenomeni problematici determinati dalle tendenze innovatrici rappresentati in questi esempi. Il primo fenomeno è relativo alla sostituzione dei lavoratori con le macchine: uno studio di Frey e Osborne, ricercatori all’Università di Oxford, sostiene che il 47% dei mestieri ricade nella categoria ad alto rischio di sostituzione nel prossimo futuro. Da una parte, la minaccia fa riferimento alla sostituzione dei lavori manuali attraverso l’automazione dei metodi di produzione; dall’altra invece, l’invasione di sistemi algoritmici e informatici comporta la sostituzione dei lavoratori negli ambiti lavorativi di natura intellettuale. Sono due gli ordini di problemi determinati da questo rimpiazzo di manodopera per mezzo di queste metodologie. Il primo è strettamente economico e occorre affrontarlo partendo da un presupposto relativo al funzionamento del capitalismo: la teoria del plus-valore di Marx. Il modello marxiano descrive il modo in cui il datore di lavoro si approprierebbe della differenza economica tra il costo della manodopera del lavoratore e il prezzo finale della merce.

Questa teoria spiega anche il motivo per cui il sistema capitalistico selvaggio ha una tendenza verso cicli di crisi economiche: il datore di lavoro subisce le spinte al ribasso dei prezzi delle merci dalla concorrenza presente sul mercato, che conseguentemente lo condiziona all’abbassamento del costo della manodopera. Per aggirare questa tendenza, il datore di lavoro ricorre all’utilizzo di macchine per rendere più produttivi i lavoratori. Ma l’aumento di produttività non è un bene: la maggior produttività per mezzo delle macchine non solo comporta un minor numero di lavoratori, ma porta a produrre un surplus di beni, a cui consegue la distruzione del valore della merce e, a sua volta, al crollo del mercato.

Negli anni Settanta, questa tendenza alla crisi viene affrontata attraverso la pratica della delocalizzazione in Paesi emergenti come l’India o la Cina, luoghi in cui il costo della manodopera era bassissimo. Oggi invece, sembra che l’ideale da perseguire per affrontare questa tendenza sia il lavoratore robot: una manodopera automatizzata i cui costi di manutenzione sono infinitamente più bassi rispetto agli stipendi dei lavoratori da impiegare per lo stesso livello di produttività. Risulta ovvio però che se la soluzione del capitalismo rimane “maggior produttività al minor costo possibile” il continuo abbassamento dei costi della manodopera comporterà la distruzione della classe media, nonché l’annullamento della sua forza d’acquisto: sacrificio richiesto per il piacere di poter produrre a poco, e non più al prezzo giusto. Il secondo ordine di problemi relativo alla sostituzione dei lavoratori è prettamente etico, e fa riferimento al tema della deresponsabilizzazione. L’effetto più eclatante del progresso tecnologico è l’emancipazione progressiva delle nostre azioni dai vincoli morali. Gli strumenti tecnologici non vengono più creati per raggiungere un particolare fine, bensì sono loro a stabilire, grazie alle possibilità che offrono, ciò che si può o si deve fare: a vincolare le nostre azioni c’è solamente il limite tecnologico che non siamo riusciti ancora ad oltrepassare.

Nel momento in cui il principio che determina le scelte politiche, economiche e sociali non tiene più conto delle conseguenze etiche di una determinata innovazione, si giunge al punto in cui non vi è più possibilità di applicazione della responsabilità morale agli effetti delle azioni umane. Gli effetti collaterali dannosi o indesiderati devono essere considerati alla luce dell’azione che li produce. Oggi invece, questo discorso sugli effettivi rischi delle tecnologie sembra essere sostituito dall’idea di “danno collaterale”; idea che suggerisce come effetti positivi e negativi non concorrano sullo stesso piano, anzi: le conseguenze negative prodotte dalla tecnica ma ignote fino a quel momento, sembrano accadere fatalmente e casualmente, senza consequenzialità tra l’applicazione e i suoi effetti. Occorre invece calcolare i rischi dell’innovazione tecnologica; chiedersi che cosa possa pesare maggiormente per la società; e una volta trovata la risposta, scegliere se proseguire con quel tipo d’innovazione oppure arrestarla. Ad esempio, in termini di responsabilità morale, è meglio un uomo o un sistema tecnologico alla guida di un’automobile?

Il secondo fenomeno problematico di questa spinta innovatrice della New Economy è la precarizzazione del lavoro; tendenza particolarmente riscontrabile in due punti. In primo luogo, la New Economy produce sistemi di monetizzazione alternativi come il crowdsourcing (modello di business incentrato sulla collaborazione esterna di persone a progetti aziendali) e la sharing economy (“economia della condivisione”): concezioni economiche che all’apparenza possono risultare positive, rivoluzionarie e richiamanti modalità di condivisione eco-sostenibili; ma se contestualizzate e analizzate, rivelano tutta la loro portata precarizzante. Il 2007 è l’anno in cui scoppia la peggior crisi economica dalla Grande Depressione, la quale non fa altro che impoverire la classe media. È in questo momento che subentra la soluzione: “la sharing economy vi tende una mano d’aiuto! La sharing economy può aiutarvi ad arrotondare lo stipendio o a permettere di pagare l’affitto!”. Ma la verità la si può trovare provando a rispondere ad una domanda molto semplice: perché abbiamo bisogno di guadagnare più di prima? La sharing economy rappresenta veramente un’evoluzione dell’economia? Risulta evidente che la sua nascita è collegata alla crisi economica e alle sue drammatiche conseguenze.

La precondizione di questa sharing economy infatti è stato un mercato del lavoro depresso che, a partire dal 2008, si è caratterizzato per un abbassamento dei posti di lavoro fissi e parallelamente da una crescita impetuosa dei lavori part-time: chi ha perso un lavoro vero è costretto a ricorrere a numerosi microlavoretti, attraverso i quali si sperimenta nuovamente il lavoro a cottimo in versione 2.0. Mechanical Turk, il servizio internet di crowsourcing di Amazon Web Service, è solo uno degli esempi di sistemi a cottimo in cui la paga per ogni singolo lavoro non solo è bassissima (si parla di qualche centesimo di retribuzione a prestazione); ma dai guadagni ottenuti bisogna togliere un sacco di cose, come le cure mediche e le spese per la manutenzione della propria strumentazione; ma soprattutto non è previsto nessun contributo da versare per l’ottenimento della pensione. Si tratta quindi di sistemi economici del tutto insufficienti a risolvere le problematiche causate dallo sviluppo tecnologico: non contribuiscono minimamente a limitare le disuguaglianze economiche prodotte dalla concezione di sviluppo a loro affine, perché non pagano neanche le tasse utili al welfare.

In secondo luogo, Internet introduce varianti strutturali nella società e nell’economia rispetto al passato. Una delle idee più eversive del web 2.0 è stata quella della gratuità: un certo numero di merci si può trovare online gratuitamente. I contenuti vengono offerti gratis perché i professionisti remunerati (come i programmatori, i musicisti o i giornalisti) vengono sostituiti con gli utenti, che condividono in maniera totalmente volontaria e gratuità i contenuti da loro creati. L’utente produce e l’utente consuma: nasce una nuova figura: il prosumer. L’unico a guadagnarci in questo schema però non è questa nuova figura, bensì chi gestisce la piattaforma.

Ma il motivo della gratuità delle merci online non è relativa solo alla sostituzione del professionista con l’utente. Google, Facebook e Instagram sono servizi completamente gratuiti soprattutto perché cediamo loro volontariamente una quantità di informazioni digitali incredibili: informazioni raccolte nei database aziendali con lo scopo di classificare categorie di consumatori diverse e di individuare così le tendenze di consumo, per mezzo delle quali si può determinare a quali fasce di persone e in quale momento un dato prodotto può essere venduto più facilmente. In questo modo, il prosumer non produce solamente contenuti, ma anche i dati utili a scoprire le tendenze: la necessità di creare domanda per un certo tipo di bene viene annullata addossando questo ruolo al consumatore, che diventa autonomamente il sorvegliante di se stesso.

La sostituzione dei lavoratori e la precarizzazione del lavoro sono i due fenomeni della New Economy che comportano un’evidente crescita di disuguaglianza e disparità economico-sociale tra due “classi”: da una parte, l’élite proprietaria di robot o piattaforme informatiche; dall’altra la massa di lavoratori precari, utenti peraltro di quelle stesse piattaforme. Come affrontare queste disuguaglianze crescenti, frutto della New Economy e di un’innovazione tecnologica sempre in crescita e sempre più imprevedibile? Quali sono i modi per affrontare quest’epoca? In Tesi sulla filosofia della storia, Walter Benjamin delinea sostanzialmente due possibilità. La prima è negare che l’innovazione tecnologica sia progresso, rifiutandola come fecero i luddisti nel 1813, le cui battaglie certamente non comportarono l’arresto dello sviluppo, ma non furono in ogni caso vane: grazie alle loro lotte, il tema dei problemi derivati dall’automazione venne sdoganato e l’avvio di contrattazioni nei mercati di lavoro consentirono di migliorare le condizioni in fabbrica.

La seconda possibilità è accettare lo sviluppo tecnologico e piegarlo a proprio vantaggio. Nel libro La nuova rivoluzione delle macchine, Andrew McAfee elabora delle misure politiche finalizzate a ridurre le disuguaglianze economiche: migliorare le prospettive dei lavoratori alla luce di una crescita economica e produttiva complessiva. Le più importanti sono: il miglioramento dei metodi d’istruzione e d’insegnamento per mezzo delle nuove tecnologie; incentivare l’imprenditoria ed in particolare le start-up, ritenute vettori fondamentali per creare posti di lavoro e inventarne di nuovi; investire sulla ricerca scientifica e sulle infrastrutture, mettendo in moto una politica keynesiana; mettendo in pratica modalità di tassazione pigouviana, ovvero mirata a scoraggiare determinate attività come l’inquinamento, o sulla rendita, come la proprietà di terreni, la quale non subirebbe la riduzione dell’offerta sul mercato. Queste proposte politiche sono accompagnate da raccomandazioni a lungo termine, come l’idea di un’imposta negativa, che consiste nell’ottenere una frazione di tassazione pagata dal governo nel momento in cui il reddito risulta essere al di sotto di una determinata soglia.

È evidente però che queste misure politiche non solo non tengono contro dei problemi ecologici conseguenti ad una continua crescita produttiva complessiva, ma non scalfiscono minimamente le fonti che producono la disuguaglianza: non esistono ancora proposte veramente efficaci che si fanno promotrici di una tassazione sui metodi di produzione automatizzati o sul web. Gli Stati infatti non sono in grado di agire fiscalmente perché le aziende e le imprese private non solo riescono ad aggirare la tassazione, ma sono anche in grado di minacciare i governi rispetto a determinate misure fiscali. Il potere dei grandi colossi economici riesce a soppiantare il potere politico attraverso il ricatto: possono legittimamente disattivare il funzionamento di servizi digitali, ormai diventati essenziali in questo sistema economico-sociale.

Nel 2014 ad esempio, Google riesce a ricattare il governo spagnolo di Rajoy: l’approvazione della legge che avrebbe obbligato l’azienda a pagare gli editori per l’utilizzo dei loro contenuti, evidentemente non piaceva. Così, il giorno prima dell’entrata in vigore, Google decide di disattivare il servizio News del suo motore di ricerca, con la perdita del 10-15% del traffico sulle pagine web delle testate giornalistiche. Ma d’altronde, s’incentiva questo sistema ogni volta che acquistiamo un prodotto a basso costo su Amazon. E lo si fa senza badare a tutte le ripercussioni che un atto semplice come questo produce: è la New Economy, bellezza! Ma la convenienza vale quanto ciò che si sta perdendo?

 

Fonte: L’intellettuale dissidente

 

Benjamin’s Crossing di Jay Parini diventa un film

Benjamin’s Crossing è un romanzo scritto nel 1996 dallo scrittore americano Jay Parini che ricostruisce la biografia del filosofo ebreo Walter Benjamin e la sua esperienza di  prigionia sotto il dominio nazista.

Chi è Walter Benjamin?

Nato a Berlino il 15 luglio 1892 da una famiglia borghese ebraica, Benjamin mostra sin da subito un’indole irrequieta. A partire dal 1905 egli aderisce al Jugendbewegung movimento giovanile guidato da Gustav Wyneken. Nel 1912 si iscrive alla facoltà di filosofia, e sfuggito all’arruolamento nel 1915 interrompe i legami con quest’ultimo. Due anni dopo incontra Dora Kellner che diventerà sua moglie. Nel 1918 si laurea con Herbertz discutendo sulla “Critica d’arte nel Romanticismo tedesco”. I suoi viaggi  lo portano in Svizzera dove stringe legami con Ernst Bloch e Franz Rosenzweig e infine a Capri luogo in cui incontra nel 1924 Asja Lacis, una donna marxista di cui si innamora. Il rifiuto dall’Università di Francoforte e la deportazione della cugina ad Auschwitz provocano in Benjamin un forte turbamento. Il filosofo decide di dedicarsi alla scrittura e grazie alle sue molteplici attività  riesce a condurre un buono stile di vita.

L’amicizia con Brecht e il distacco dalla Germania

Nel 1928 stringe una solida amicizia con Bertolt Brecht che lo ospitò più volte nella sua casa in Danimarca a causa delle persecuzioni naziste. I due, accomunati da un forte sentimento di disprezzo, instaurarono col tempo un legame indissolubile che si sciolse solo con la morte di Benjamin. Brecht in memoria dell’amico scrisse due poesie in cui emerge a gran voce la semplice quotidianità e il rapporto genuino che intercorreva tra i due intellettuali.

 

A Walter Benjamin, che si tolse la vita mentre fuggiva davanti a Hitler

Stancare l’avversario, la tattica che ti piaceva
quando sedevi al tavolo degli scacchi, all’ombra del pero.
Il nemico che ti cacciava via dai tuoi libri
non si lascia stancare da gente come noi.

 

Gli anni Trenta segnano il distacco definitivo con la Germania. Walter si stabilisce a Parigi e si dedica alla stesura di saggi letterari sulle opere filosofiche di Leskov, Kafka, e infine Baudelaire. Nel ’36 pubblica il saggio intitolato “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” ma le sue condizioni economiche si aggravano sempre di più e nel ’39 quando scoppia la guerra viene deportato in un campo di lavori forzati a Nevers . Pochi mesi dopo, perché cittadino tedesco, viene rilasciato e nel ’40 in procinto di concludere la sua ultima opera “Tesi sul concetto di storia” decide di abbandonare Parigi ma viene bloccato alla frontiera spagnola dalla polizia che gli revoca il visto. Catturato e ormai prigioniero nelle mani dell’esercito tedesco preferisce darsi la morte ingerendo una grande quantità di morfina.

La vita del filosofo diventa un film

Ad occuparsi della trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo sarà il regista Pat O’Connor . Secondo sua disposizione le riprese avranno inizio da questo autunno. Il film sarà distribuito dalla Fortitude International e modellato sulla sceneggiatura scritta da Jay Parini e Devon Jersild. Il 16 maggio di quest’anno dal Deadline è stato annunciato il protagonista; si tratterà del famosissimo attore britannico Colin Firth. Questa sarà la seconda collaborazione tra Firth e il regista O’Connor che lo aveva scelto già precedentemente come protagonista della pellicola “A month in the country”(1987). Il film in questione narrava le vicende di un veterano di guerra Tom Birken, chiamato in una piccola cittadina di campagna per restaurare un prezioso affresco sacro.

Ciò che emerge dalle pellicole di Pat O’Connor è il suo interesse storiografico e le sue numerose collaborazioni. Egli predilige di gran lunga le tematiche guerresche ravvisabili a partire da “Cal” (1984), film basato sull’omonimo romanzo di Bernard MacLaverty, che narra le vicende di un giovane cattolico irlandese coinvolto nell’IRA, o in Ballando a Lughnasa”(1998) tratto dall’opera teatrale di Brian Friel che espone le problematiche psicologiche sulla vita in famiglia di un soldato reduce dalla guerra e infine in“Private Peaceful” (2012) tratto dal romanzo di Michael Morpurgo, che richiama alla mente l’esperienza traumatica della guerra attraverso gli occhi del protagonista, un veterano soprannominato “Tommo”. Cosa aspettarsi dunque? La realizzazione di un film che ci faccia riflettere sugli eventi rappresentati e che sia un’altra collaborazione di successo.

Infanzia e redenzione. Walter Benjamin e Marcel Proust

Queste sono alcune pagine tratte dal primo capitolo del libro Il senso del segreto. Benjamin, Bataille, Blanchot, Deleuze e Derrida sulle tracce di Proust, uscito alcuni mesi fa per la casa editrice Mimesis.

Nel 1929, a soli due anni dalla pubblicazione dell’ultimo tomo della Recherche, Walter Benjamin si pone una serie di domande filosofiche intorno allo smisurato romanzo proustiano. Si tratta di un confronto filosofico senza precedenti, se consideriamo che sul finire degli anni venti la fortuna del romanzo è ancora molto lontana, soprattutto in campo filosofico. Proprio in questo periodo, e per più di dieci anni – gli “anni parigini”, anche gli ultimi della sua vita – Benjamin rivolgerà alla Recherche un’attenzione costante, testimoniata dalla frequenza con cui il nome Proust compare negli appunti del grande libro incompiuto del filosofo berlinese, I «Passages» di Parigi.

Il confronto di Benjamin con il romanzo proustiano è segnato da una profonda affinità che riguarda in particolare la questione del tempo e della sua istantanea reversibilità. Nel saggio del 1939 “Di alcuni motivi in Baudelaire”– il cui perno centrale è la questione dell’esperienza estetica nelle condizioni sociali e storico-economiche del XIX secolo – Benjamin riprende i punti salienti di una teoria dell’esperienza basata sulla «memoria involontaria». Secondo il filosofo berlinese, alle condizioni dell’epoca, non poteva esservi più esperienza se non della perdita dell’esperienza stessa. La sua opposizione tra Erlebnis ed Erfahrung si gioca esattamente su questo punto: l’esperienza senza la quale l’arte non potrebbe esistere è sul punto di perdersi, di svanire senza lasciare tracce sulla coscienza soggettiva. Tale esperienza è denominata Erfahrung. La «memoria involontaria» fa parte di questa galassia, dal momento che il suo rapporto con la perdita – nello specifico, con l’oblio – è la sua stessa condizione di possibilità. L’Erlebnis, al contrario, è l’«esperienza vissuta» che la coscienza registra e può richiamare a sé in qualsiasi momento. Essa è l’espressione di un rapporto con il tempo senza punti di rottura, che potremmo simbolizzare come una freccia che si muove a velocità costante verso il futuro.

La pista benjaminiana in cui s’inserisce la questione del segreto è chiaramente quella dell’Erfahrung. In particolare, al centro di questa dimensione, in cui la memoria è inseparabile dall’oblio, troviamo la questione dell’infanzia. Per l’adulto è come se il bambino non avesse la percezione del tempo o, in altre parole, vivesse fuori dal tempo. Ma Proust fu un adulto del tutto particolare, poiché capace di ribaltare la prospettiva ordinaria della relazione al tempo, riconoscendo all’infanzia un primato esperienziale sull’età adulta: «non esistono forse giorni della nostra infanzia che abbiam vissuti tanto pienamente come quelli che abbiam creduto di aver trascorsi senza vivere, in compagnia d’un libro prediletto».

Benjamin riconosce immediatamente il carattere radicale dell’intuizione proustiana sull’infanzia, che sarà sviluppata a pieno regime nella Recherche: «Proust ha affrontato l’impresa con grandiosa coerenza. Egli si è imbattuto così, fin dall’inizio, nel compito elementare di riferire della propria infanzia; e ne ha misurato tutta la difficoltà nell’atto di presentare come effetto del caso se la sua soluzione sia anche solo possibile». Ora, se il compito del narratore della Recherche è elementare, ma al tempo stesso ed esposto al rischio di fallire, occorre compiere uno sforzo di precisione e tentare di definire cosa significhi «riferire della propria infanzia».

«Riferire» o «rendere conto» della propria infanzia significa ricucire una distanza che si presenta come incolmabile per l’adulto. Non si tratta soltanto di riconoscere l’infanzia, di richiamarla alla memoria. L’operazione rivoluzionaria della prosa proustiana è identificata con un tentativo di dare ragione dell’infanzia, senza forzarla sugli schemi della razionalità adulta. Non è un compito da poco e lo stesso Benjamin vi ritorna a più riprese anche nel fascicolo K del libro sui «Passages». È il segreto dell’infanzia ad attirare Proust, come una lampadina accesa farebbe con una falena. Rendere conto dell’infanzia significa allora, essenzialmente, misurare la distanza che separa l’adulto dal bambino che è stato e che adesso non è più. Come si può già immaginare, non esistono strumenti prefabbricati per portare a termine questo compito. Benjamin, in altre parole, riconosce a Proust il merito di aver inventato degli strumenti capaci di misurarsi con questa sfida, che consiste nel riportare alla luce «il passato nascosto fuori dal dominio dell’intelligenza in qualche oggetto materiale che non sospettiamo».

Come Combray per Proust, l’infanzia è per Walter Benjamin una combinazione inestricabile di tempo e di spazi. Si potrebbe abbozzare una definizione transitoria dell’infanzia come luogo in cui l’adulto sente di essere stato, ma a cui non sa tornare, perché ha dimenticato la strada.

Quel bambino sarei io?”: la domanda risuona nella mente dell’adulto, senza essere pronunciata apertamente, poiché nel ricordo nulla prova che si tratti di un passato effettivamente vissuto e non, per esempio, del materiale di un antico sogno. Il confine mobile fra realtà ed elaborazione onirica è, nel linguaggio di Benjamin, un segnale che qualcosa si sta muovendo al livello dell’Erfahrung. Nonostante l’inquietante familiarità che ha con essa, l’adulto quasi mai riesce a tracciare una mappa della propria infanzia: l’incapacità di orientarsi seguendo le coordinate dell’età adulta è la causa fondamentale dello spaesamento. Il segreto dell’infanzia sfugge al ricordo cosciente poiché la sua immagine è stata «sviluppata nella camera oscura dell’attimo vissuto». La stessa opposizione fra Erfahrung ed Erlebnis – esperienza accumulata ed esperienza vissuta – si innesta proprio sulla questione dello «sviluppo» dell’esperienza. Il vissuto che è stato sottoposto al vaglio della coscienza è riproducibile in qualsiasi momento. Dell’altra esperienza, invece, restano soltanto dei negativi accumulati in un cassetto, di cui molto spesso il soggetto ha perso la chiave. L’Erfahrung si accumula, in definitiva, all’insaputa del soggetto stesso.

In questo senso, l’infanzia è la situazione ideale per scrutare le pieghe di una relazione al tempo che non contempla la successione cronologica tipica dell’età adulta. Il tempo dell’infanzia è infatti scandito dal ritmo vivente delle scoperte e delle cose nascoste. Non è casuale che Benjamin, in una lettera inviata nel maggio 1940 a Theodor Adorno, scriva queste parole: «perché dovrei naconderLe che trovo la radice della mia “teoria dell’esperienza” in un ricordo della mia infanzia?». Questa radice si trova precisamente nella relazione del bambino allo spazio-tempo – relazione in cui la configurazione del segreto emerge in modo evidente. Come il giovane protagonista della Recherche, ogni bambino è affascinato dai contenitori, dalle scatole, dai nascondigli: basterebbe rileggere le pagine proustiane sui pomeriggi di lettura per ricostruire un paesaggio d’infanzia in cui l’alternanza tra il chiuso e l’aperto definisce lo spazio di un segreto che riguarda il tempo e che racchiude un mondo. Questo mondo resterebbe sconosciuto all’adulto se egli non trovasse, per caso, la chiave capace di schiudere il segreto e riportare in vita una scintilla dell’antica relazione al tempo.

Il più grande merito della Recherche consiste, in effetti, nel mostrare come siano soprattutto le circostanze casuali e quotidiane – in definitiva: non ricercate – a schiudere per il soggetto adulto quel “tempo prima del tempo”. I frammenti d’infanzia, residui di una “preistoria” soggettiva, si conservano meglio nei luoghi in cui meno li si cerca. Luoghi non per forza periferici né infrequentati. Talvolta, come ci ha insegnato Poe con La lettera rubata, il luogo migliore per nascondere qualcosa – al limite per nasconderla a se stessi – è di renderla invisibile esponendola sotto gli occhi di tutti. Ogni sforzo volontario per ricostruire questa “preistoria” è costretto a deporre le armi di fronte all’enigma rappresentato dall’infanzia.

Fonte:

http://www.leparoleelecose.it/?p=27800

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