The Complete Studio Recordings: i 29 comandamenti di Robert Johnson

The Complete Recordings- Columbia-1990

Non si può comprendere ed amare il rock senza un tuffo nel passato, splendido ed inquietante, che faccia comprendere quale sia la vera natura della musica che ha profondamente scosso l’ultimo mezzo secolo. Come tutti i viaggi a ritroso può spesso apparire confuso, nebuloso, leggendario, ricco di omissioni ed eccessi di fantasia ma senza dubbio imprescindibile e con una buona dose di verità alle spalle. Per capire dove tutto comincia bisogna tornare alla fine degli anni ’30 e precisamente nei sei mesi che vanno dal novembre 1936 al giugno 1937, in Texas quando un oscuro chitarrista di nome Robert Johnson per la prima volta in vita sua decide di cantare davanti ad un microfono cambiando per sempre e definitivamente il corso degli eventi.  Ventinove brani immortalati su cera, unica testimonianza di una vita artistica passata tra bettole e angoli di strada, che restituiscono una voce in grado di riflettere i tormenti dell’anima ed una tecnica chitarristica scaturita direttamente dalle viscere dell’inferno. Gocce di splendore che narrano l’incredibile vicenda umana e professionale di un uomo la cui vita ha assunto sempre risvolti mitici in bilico tra sogno e realtà, dannazione e redenzione. Perfino quando era ancora in vita Robert Johnson da Hezelhurst, Mississippi, era circondato da un alone di mistero. La vita dissoluta, l’alcolismo, la povertà, il talento mostruoso, la capacità di ipnotizzare con la musica le platee ne hanno accresciuto la fama di artista maledetto. Le scarse notizie biografiche, unitamente ad una morte prematura e “misteriosa” lo hanno elevato al ruolo di leggenda.

   «Per me Robert Johnson è il più importante musicista blues mai vissuto. […] Non ho mai trovato nulla di più profondamente intenso. La sua musica rimane il pianto più straziante che penso si possa riscontrare nella voce umana». (Eric Clapton)

Il Patto Col Diavolo

E’ arcinoto l’episodio del “patto col Diavolo” attraverso il quale, secondo i racconti, avrebbe ottenuto in cambio dell’anima l’incredibile tecnica chitarristica e la capacità di cantare come un angelo ferito. Sono noti altresì il carattere ribelle ed irascibile del musicista come pure la sua forte passione per le donne e per l’alcol che gli hanno procurato non pochi guai nel corso degli anni. E’ ovvio che c’è una spiegazione molto meno romantica per questa sua perizia strumentale (pare fosse stato un certo Ike Zinnemann ad insegnargli tutti i segreti della sei corde) come pure c’è una motivazione meno fantasiosa in merito alla sua misteriosa dipartita (pare sia stato un barista geloso ad avvelenarlo) ma senza dubbio è molto più affascinante pensare ad uno squattrinato musicista che, a notte fonda, incontra ad un quadrivio Satana in persona il quale gli concede, al prezzo dell’eterna dannazione, fama e gloria imperiture. Anche lo stesso Johnson la pensava così, tanto che nelle sue canzoni, non ha fatto altro che confermare ed alimentare questa diceria, autoproclamandosi, di fatto, “chitarrista del Diavolo”.

Le liriche ed i titoli dei suoi pezzi parlano chiaro: Me And The Devil Blues, Hellhound On My Trail, Crossroad Blues, If I Had Possession Over Judgement Day, contengono evidenti riferimenti al demonio, alla possessione, all’apocalisse con chiari indizi e rimandi al famoso patto. Ma in Johnson non c’è solo questo: c’è l’amore tormentato (Love In Vain Blues, Little Queen Of Spades, Kind Hearted Woman Blues), la durezza di una vita errabonda (Ramblin’ On My Mind, Sweet Home Chicago, I’m A Steady Rollin’ Man), espliciti riferimenti sessuali (Come On In My Kitchen, Dead Shrimp Blues, I Believe I’ll Dust My Broom), sentiti omaggi ai maestri (Malted Milk, 32-20 Blues, Walkin Blues) e standard di grande successo (From Four Til Late, Traveling Riverside Blues, Stop Breaking Down Blues, Stones In My Passway). Una poliedricità tematica mai vista fino ad allora che rende questo pugno di canzoni il “manuale del Blues”, in cui vengono toccate un po’ tutte le tematiche principali tipiche della musica dell’anima. Su tutto chiaramente giganteggia la chitarra suonata con uno stile insuperato ed insuperabile.

La tecnica d’incisione di Robert Johnson

Le dita di Johnson volano sulla tastiera segnando il ritmo e, nel contempo, la melodia del brano andando quindi ad incastrarsi col lamento lancinante della voce. I riff sono resi o con l’ausilio del bottleneck che contribuisce a rendere il suono ancora più fluido e dolente accentuando così il pathos dell’esecuzione o con il fingerpicking per aumentarne efficacia e precisione. Esecuzioni incredibili sulle quali si sono scervellati teorici e critici musicali pur di fornire una spiegazione plausibile a tanto splendore. Si è detto che i brani sono stati accelerati in post produzione, che i chitarristi erano due e del secondo non è stato tramandato il nome, insomma una vero e proprio brainstorming che però non è servito a chiarire completamente il segreto di tale sovrumana abilità. Una cosa è sicura, miriadi di musicisti si sono spaccati le dita cercando di riprodurre almeno un decimo del suono qui intrappolato. Gente come Eric Clapton, Keith Richards, Cream, Led Zeppelin, White Stripes, Blues, Blues Brothers, hanno inserito nel loro repertorio uno o più di questi brani rivisitandoli e riarrangiandoli sia per adattarli ai mutati gusti del pubblico sia per l’impossibilità di restituirne la forza e la bellezza originaria. Tutto ciò ha contribuito a rendere questi 29 pezzi immortali e decisamente popolari anche a distanza di tantissimi anni ma prova anche un’altra cosa: nessuno suona o ha mai suonato come Robert Johnson da Hezelhurst, Mississipi, il “chitarrista del Diavolo”, il Re del Delta Blues.

“Layla & “Other Assorted Love Songs”: il disperato blues dei Derek & The Dominos

Layla & Other Assorted Love Songs-Polydor-1970

Nel 1970 Eric Clapton, stanco della fama e dell’aura leggendaria creatasi intorno alla sua figura dopo le trionfali esperienze con Yardbirds, Cream e Blind Faith, decide di formare un gruppo nel quale poter essere solamente un semplice musicista. Sulla falsariga dell’esperienza già fatta precedentemente da altri gruppi, uno su tutti i Beatles che “per guardare il mondo con altri occhi” ed allentare la pressione diedero vita all’immortale alter ego Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, adotta lo pseudonimo di Derek (soprannome nato dalla crasi tra Del, suo vecchio nickname, ed Eric) e con altri tre colleghi, Carl Radle al basso, Bobby Withlock alle tastiere, Jim Gordon alla batteria, forma il gruppo dei Derek & The Dominos. Abbandona il suono grosso e gonfio della Gibson, con cui aveva “sporcato” il blues infarcendolo di psichedelia e si converte alla Fender Stratocaster con cui medita un drastico ritorno alle origini. Il momento creativo, d’altronde, è ottimo anche grazie ad una tormentatissima storia d’amore entrata di diritto negli annali del rock. Sul finire degli anni ’60, “Manolenta” stringe una profonda amicizia con George Harrison, che darà vita ad un’assidua frequentazione ed a collaborazioni di lusso. In quel periodo l’ex baronetto è sposato con la bellissima modella Pattie Boyd. In breve tempo Eric si accorge di essere perdutamente innamorato della moglie del suo migliore amico e ne fa la sua musa ispiratrice.

Tutti sapevano (in merito all’infatuazione di Clapton per Pattie Boyd) che George non ha dato niente, ma Eric questo non lo sapeva” – Bobby Withlock 1970

Layla & Other Assorted Love Songs riflette questo tormento. Gronda di desiderio e passione per Pattie ma nel contempo trasuda rabbia e dolore per la delicatissima situazione che si è creata con George. A dare una forma precisa a questo vortice di sentimenti contrastanti è, ancora una volta, il blues, che con la sua malleabilità permette di distillare emozioni così diverse in gocce di splendore. A dar manforte al chitarrista innamorato si aggiunge, in qualità di guest star, il principe della slide guitar  Duane Allman.

Eric Clapton e Duane Allman nel 1970

Il feeling immediato, la stima reciproca ed il profondo affetto tra i due signori della sei corde si riflette in epici intrecci chitarristici che vanno ad impreziosire quattordici brani di strepitosa bellezza ed incredibile intensità. Le delicate I Looked Away, Bell Bottom Blues, I’m Yours le rabbiose Keep On Growing, Nobody Knows When You’re Down And Out, Anyday, le potenti Tell The Truth, Key To The Highway, Why Does Love Got To Be So Sad, Have You Ever Loved A Woman, la liquida Little Wing (inserita come tributo ad Hendrix morto durante le registrazioni), il riff fulminante di Layla, lo struggimento di It’s Too Late e Thorn Tree In The Garden, contengono tutte un messaggio d’amore che difficilmente può essere equivocato. La voce si fa rauca ed a tratti disperata, le parole colpiscono per la carica di pathos che contengono. Dal punto di vista tecnico l’album è semplicemente strabiliante. Le chitarre si saturano, si distorcono, s’intrecciano quasi a voler seguire lo strazio dell’autore.

La sessione ritmica batte incessantemente il tempo per dare ancora più forza alle parole. L’organo ululante e tastiere martellanti forniscono il necessario accompagnamento alle visioni chitarristiche della premiata ditta Clapton & Allman. Uscito in un periodo ancora dominato dai sentori della controcultura hippie, quest’album all’inizio non viene capito ed apprezzato ma non appena i fumi lisergici della psichedelia si dissolvono, trova finalmente la sua giusta collocazione tra le pietre miliari del rock. E’ tutt’ora uno dei migliori esempi di blues bianco ed elettrico mai incisi. I suoni e le partiture in esso contenuti vengono presi a modello da decine di gruppi più o meno famosi. Nonostante la vita con le sue bellezze e le sue tragedie (Clapton sposerà la Boyd nel 1974, Duane Allman morirà tragicamente nel 1971) abbia edulcorato il clima mitico della sua gestazione ed incisione, le tematiche universali in esso contenute sono in grado di colpire ed accomunare ogni essere umano che non può non immedesimarsi di fronte ad un amore contrastato o alla fine di una bella amicizia.

“The Dictionary Of Soul”: la grammatica di Mr.Redding

Che cos’è il soul?

The Dictionary Of Soul- Atlantic Records-1967

La risposta a questa semplice domanda può essere molto complessa. Il termine stesso implica un “sentire” di difficile definizione. Si può scegliere di darne una descrizione molto standardizzata, ossia: sottogenere musicale scaturito dal Rhythm And Blues in cui si fondono influenze gospel, jazz, blues e doo woop; oppure si può ascoltare “Complete & Unbelievable: The Otis Redding Dictionary of Soul”, che già nel titolo contiene l’atto di nascita e la definitiva consacrazione della “musica dell’anima”. In questo caso la risposta non si ottiene tramite le parole, ma attraverso l’ascolto e le sensazioni che questo stile è in grado di suscitare. E’ il modo forse più semplice di approcciare e capire cosa sia la “soul music”. Lo sa bene Otis Redding che riesce ad infondere, in tutto il suo repertorio ma soprattutto in quest’album, tanto pathos, tanto fascino e tanta suggestione da divenire, in breve tempo, il più famoso e celebrato artista soul di tutti i tempi. Basti pensare che nel giugno del 1967 è l’unico rappresentante del genere ad essere invitato sul palco del Monterey Pop Festival a fianco di artisti quali Jimi Hendrix, Janis Joplin, The Animals e Simon & Garfunkel.

 “Il cantato di Redding ricorda una fervente preghiera nera” (Michael Campbell and James Brody- Rock and Roll: An Introduction)

The Dictionary Of Soul rappresenta Redding al suo apice. La voce grezza ed implorante, gli ottoni infuocati, il ritmo pulsante fanno dei brani contenuti in quest’album dei classici immediati sia che si tratti di cover, sia che si tratti di pezzi originali. Basta ascoltare i fiati sinuosi di Fa Fa Fa Fa Fa (Sad Song), storico brano di apertura, per capire immediatamente l’atmosfera che permea il disco.

Otis Redding At Monterey Pop Festival-1967

A dispetto del titolo e del testo malinconico, il ritmo è travolgente e accattivante caratterizzato, nel ritornello, da un originale duetto in forma di “domanda/risposta” tra la band ed il cantante. Si prosegue con la torrida I’m Sick Y’All, la malinconica Tennesse Waltz, la torrenziale Sweet Lorene, per arrivare alla monumentale Try A Little Tenderness, forse il brano più rappresentativo del disco ed uno dei più significativi di Redding in assoluto. La voce passa da un cantato confidenziale fino ad esplodere in una disperata richiesta d’amore, sostenuta dall’incredibile lavoro strumentale dei Booker T. & M.G.’s e dei Bar-Kays. La beatlesiana Day Tripper passa dalle squillanti tonalità tipiche del Liverpool Sound, alle sonorità ruvide e scure del Mississippi. Il lato B è quasi interamente composto da brani originali tra i quali spicca My Lover’s Prayer mirabile distillato di puro Memphis Soul. Continuando il viaggio attraverso gemme quali She Put The Hurt On Me, Ton Of Joy, You’re Still My Baby, Hawg For You e Love Have Mercy, si può arrivare a capire il vero significato della parola soul e la grandezza di Otis Redding quale personaggio chiave della black music, Nella sua voce è racchiusa tutta l’evoluzione della musica nera americana dallo spiritual cristiano fino al moderno R’N’B, passando per il lamento blues di Robert Johnson, il gospel di Mahalia Jackson e le finissime incisioni di Sam Cooke. Pochi altri artisti hanno avuto la capacità di suscitare sensazioni così intense e profonde col semplice ausilio delle corde vocali proprio grazie a questa abilità di riassumere le caratteristiche principali di ognuno di questi generi incanalandole in uno stile innovativo e affascinante. L’influenza è, nemmeno a dirlo, enorme. Tutti gli artisti neri, dalla fine degli anni ’60 in poi, pagano pegno, in un modo o nell’altro, alla figura di Otis Redding. Basta ascoltare le incisioni di Aretha Franklin, Stevie Wonder, Marvin Gaye, Curtis Mayfield e Sly & The Family Stone per rendersene conto. Una gloria continua, un fascino innegabile ed inesauribile che neppure la morte è riuscita a scalfire.