Sinatra, Elvis, Dylan, Springsteen: macroscopia di una storia leggendaria

Con Frank Sinatra si racconta una storia dei due mondi, di due epoche, quasi, del novecento; e c’è di fatti con lui un pre e un post guerra mondiale, e una visione d’insieme che va all’inseguimento del futuro da costruire consonante a nuove canzoni e melodie per nuovi altari popolari – il pop appunto, il sinonimo più trascurato di cultura di massa, dal quarto d’ora celebre per chiunque a the medium is the message, la macchina è il messaggio, la produzione, il progresso, e in questo caso la ricostruzione anche di una musica nuova; e il pop è anche un sottogenere della cultura di massa e un genere musicale con linee di confine assolutamente precise.

Il primo punto è che comunque il punto di vista è squisitamente maschilista, ma non poteva essere diversamente, perché oltre alla Monroe, Patty Smith, Madonna, Tori Amos, Cat Power qualcuna del periodo beat, o degli anni trenta/cinquanta, qui non si riesce ad andare. E allora sotto con Frank Sinatra e le bobby soxers, alle quali farà poi seguito l’hop sock dell’era del rock and roll; ma è questo un discorso, seppur interessantissimo e di costume, le calze, le calze rosse, il baseball, la nascita delle cheerleaders, non volendo entrare nello specifico di traduzioni e tradizioni d’oltreoceano, dal quale in ogni caso si sta alla larga per non dare a tutto il lavoro il tono di un’improvvisazione sul tema american music (oh, I like american music, Violent Femmes, Why do birds sing… Do androids dream of electric ships?, racconti da universi distopici).

Subito dopo gli esordi prebellici, dunque, Frank Sinatra oltre che per la sua voce, e il formidabile controllo in grado di esercitare su di essa, è conosciuto come il pack master del Rat Pack, approssimativamente Las Vegas, anni cinquanta, (Only The Lonly, 1958 e seconda metà del 2018, deluxe edition per il 60mo) in cui a volerli ricordare in blocco si raccoglievano: Errol Flynn, Ava Gardner, Nat King Cole, Robert Mitchum, Elizabeth Taylor, Janet Leigh, Tony Curtis, Mickey Rooney, Lena Horne, Jerry Lewis, Cesar Romero e i membri originali del Holmby Hills Rat Pack, la casa di Humphrey Bogart, erano Frank Sinatra, Judy Garland, Sid Luft, Humphrey Bogart, Swifty Lazar, Nathaniel Benchley, David Niven, Katharine Hepburn, Spencer Tracy, George Cukor, Cary Grant, Rex Harrison, Jimmy Van Heusen; e con questa denominazione si arriva fino agli anni sessanta con la seguente formazione: Sinatra, ancora, sempre leader con Bogart, Dean Martin, Sammy Davis Jr., Peter Lawford, Joey Bishop, Marilyn Monroe, Angie Dickinson, Juliet Prowse, Buddy Greco, Shirley MacLaine; arrivando poi a the Jack Pack con JF Kennedy (al momento di scrivere, molti di questi sono solo dei nomi, ma nell’ultimo disco in uscita a momenti, Dylan dedicherà proprio una canzone a JFK; e i tre precedenti compreso il penultimo triplo sono praticamente delle raccolte di tunes già suonati e cantati dallo stesso Frank Sinatra).

In tutti i casi è evidente che anche nel caso di Frank Sinatra, come nel caso già osservato dei Velvet Underground, il cinema abbia fatto da catalizzatore di un vero e proprio movimento culturale, di una scuola di pensiero, di un’avanguardia come si direbbe in Europa, e questo lo si può constatare da Gershwin in avanti; e da Fitzgerald a scendere la storia che si propone sembra essere più o meno sempre la stessa, cinema e musica raccontano le due facce della stessa medaglia in una vera e propria e splendida configurazione multimediale – e il discorso Frank Sinatra potrebbe finire in questo istante senza nominare nemmeno una sola sua canzone.

Di fatto nessuno potrebbe negare che la carriera di Frank Sinatra sia strettamente e intimamente legata al cinema, se consideriamo che ha vinto un Oscar e un Golden Globe con From Here To Eternity e per miglior supporting actor, soprattutto.

The Song Is You, allora, è un box set di cinque CDs che raccoglie tutte le prime registrazioni di Sinatra con la Tommy Dorsey Orchestra, i suoi primi tentativi solisti come band leader, registrazioni radiofoniche varie degli esordi, il tutto proprio a partire dal 1942.

Musicalmente parlando, sperando che non sia la solita coincidenza si segnalano: Sinatra At The Sand con Count Basie e Quincy Jones (quello di Soul Bossa, uno dei produttori più importanti del music business americano), ma in questo disco si perde la metà del senso se non si capisce la lingua perfettamente: Frank Sinatra è un performer, un entertainer prevalentemente, lo stereotipo degli artisti di genere a seguire, si potrebbe dire, musica da club in qualche misura, dove la scena è prevalentemente quella di Las Vegas (è del maggio 2018 l’uscita tripla deluxe su cd e in digitale dal titolo Standing Room Only, con tre concerti: Las Vegas ’66, Philadelphia ’74, Dallas ’87); il successivo con Duke Ellington; My Way, ovviamente, 1969; eh, già…That’s Life, di tre anni prima, e della title track il testo è quasi lo stesso di Helter Skelter – ed evitiamo di commuoverci: si va avanti – ; Strangers In The Night, che risulta essere anche questo del 1966; e, siamo in tempi di fusion, non solo con Miles Davis e Bob Dylan, tempi di globalizzazione dei generi (Masoko Tanga, The Police, una delle conclusioni più di pregio), il disco di bossa nova appunto con Antonio Carlos Jobim del ‘67, complementare alla registrazione di Gilberto/Getz.

Arrivati a questo punto, in attesa di sapere qual è la “Best Band You Never Heard In Your Life”, tra quella di Imaginari Diseases, The Petit Wazoo del 1972; The Mothers 1970, cd quadruplo che esce adesso; The Mothers 1971 al Fillmore east; Live In NY 78; Roxy And Elsewhere, 1974; You Can’t Do That On Stage Anymore (volumi vari); Joe’s Camuflage, addirittura sui rehearsals e basta del 75, con lo scheletro di Any Dawners? che verrà pronto per You Are What You Is; Broadway the hard way, 1988, The Best Band You Never Heard, appunto, sul 1988 anche questo, band di dodici pezzi che durò meno delle Mothers 1970, in cui se stupisce la perfetta resa musicologica di Stairway to heaven, con la sua Purple Haze in medley con Sunshine of your live sembra già di sentire qualcosa di Pork Soda….con modi già sperimentati con The Torture Never Stops, versione Thing-Fish, pezzo con cui stava vincendo un Grammy alla prima cerimonia degli stessi… favoloso Frank Zappa, petit wazoo, Grand Wazoo, Waca Jawaca, Chunga’s Revenge, Drawing Witch, Them Or Us, Apostrophe…..Zoot Allure…..Overnite Sensation, You Are What You Is, e possiamo andare avanti all’infinito, e chissà quale altro miracoloso live di Zappa con l’ennesimo fantassolo esiste da far uscire; e poi c’è Joe’s Garage – e quando lo si ascolta per intero Joe’s Garage? – che oltre che ricordarci che un ragionamento sul music business Zappa lo aveva già fatto subito agli esordi con We’re Only In It For The Money, è da ascoltare assieme a The Wall di cui è a conti fatti la versione allegra… per cui Frank Zappa….che tra tutti è sempre un po’ quello più difficile da mettere da parte…e in attesa di una risposta o di uno studio chiarificatore, si diceva, poi ti casca l’occhio su John McLaughlin che pubblica con la sua Mahavishnu Orchestra The Inner Mounting.

Cioè McLaughling non ha colpi pop tipo Camarillo Brillo, Sharleena, Be In My Video, Disco Boy, ma alla fine chi è meglio McLaughlin o Frank Zappa?, ascoltiamo Noonword Race, ascoltiamo i Deep Purple,  McLaughlin è poi il chitarrista della svolta elettrica di Miles Davis con cui Zappa compete alla grande, e con McLaughlin Miles Davis pubblica Bitches Brew (Tomago Rat?) che fa cinquant’anni quest’anno – ma il discorso di fusione è “gioco vecchio oramai”, e comunque, attenzione, sono ben cinque in meno di Subterranean Home Sick Blues di Bob Dylan e dell’esplosiva propulsione elettrica con la quale si apre Bringing It All Back Home (1965), l’album della svolta elettrica o della confutazione folk dello stesso Dylan, che traghettando in direzione rock a partire da ambienti affatto folk e tradizionali, precorre anche Hot Rats e di ben quattro anni e il video è una gran bella botta – strepitoso Dylan – e tutto questo per dire solo che tre sono i grandi discorsi di fusion o di integrazione di genere che si possono fare, quindi: uno con Zappa, uno con Dylan e uno con Miles Davis; e il primo in battuta è proprio Bob Dylan con la doppia uscita del 1965: Bringing It All Back Home e Higway 61 Revisited. E il discorso, cioè, a voler solo sottolineare la portata colossale di Bob Dylan, questo lo si può proprio finire qui.

Si segnala: degli anni ottanta l’uscita clamorosa Dylan & The Dead coi Grateful Dead, e loro poi sono tra i migliori a suonare Bob Dylan dal vivo (meglio anche dei Birds; si veda Postcards Of The Hanging); il documentario di Martin Scorsese sul tour Rolling Thunder Revue; e il Nobel vinto per la letteratura – e tutti i discorsi cominciano da qui, e qui si chiude il discorso sulla fusion con la giusta dignità, con una citazione sulla doppia dorsale dell’abiura di Syd Barrett in Jugband Blues e della confutazione di John Keats e di una delle sue odi: “Information is not knoweledge. Knoweledge is not wisdom. Truth is not beauty. Beauty is not love. Love is not music. Music s the best”, Packard Goose, Frank Zappa, Joe’s Garage – ma c’è un errore ancheadesso: tutti i discorsi iniziano qui: Elvis Presley, ed Elvis, si sa, è il numero uno. Ma anche qui è contesa tra Beatles e Presley su chi sia il numero uno: Elvis alla fine è un po’ un tipo alla Frank Sinatra perfettamente conteso e condiviso tra musica e cinema.

Invece la discografia del piccolo collezionista dopo 33 anni con Bruce Springsteen si è fermata alle Seeger Sessions: di Magic si apprezza l’immensa Radio Nowhere, ma mancano: Wrecking Ball, Working On A Dream, Magic, appunto, High Hopes, ma questo è un disco a parte, e si riprende con Western Stars, vero ritorno alla grandezza originaria del Boss – Bruce Springsteen è al colonna sonora di una vita intera, e Blinded By The Light è un film evidentemente tratto da una storia vera. Springsteen inoltre si è reso protagonista di un show&tell per alleggerire con Calvin&Hobbes, sold out per quasi due anni ininterrotti, a Broadway, ma il Boss è il Boss, ragazzi, non c’è niente da fare. Il 99 segna l’anno della rinascita con i concerti di reunion della E Street Band culminati nel bellissimo Live in NYC del 2001 soprattutto in DVD. Poi ci sarà lo strepitoso The Rising, e il resto non è nemmeno più storia ormai, ma si divide tra mito&leggenda dei giorni nostri.

Ad ogni modo il postulato di estetica abbracciato da Keats e confutato in Joe’s Garage – la bellezza è verità – era già stato messo in discussione dagli U2 in The Playboy Mansion, 1998. Springsteen invece si è allineato alle intenzioni filosofiche di Kant in qualche maniera, arrivando a dire in No Surrender: I wanna sleep beneath peaceful skies in my lover’s bed, with a wide open country in my eyes and these romantic dreams in my head…il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me.

While singin’ the blues, allora, a real Bob Dylan experience – e a scanso di equivoci, per non sbagliare, è meglio che ti fai una big babol: “the pump don’t work ‘cause the vandals took the handle” – Subterranean Homesick Blues, Bob Dylan, 1965.

 

Fonti: https://le-citazioni.it/frasi/176448-frank-zappa-informazione-non-e-conoscenza-conoscenza-non-e/

sinatra.com

elvis.com

zappa.com

bobdylan.com

brucespringsteen.net

“A Singer Must Die”: in ricordo di Leonard Cohen

Citando il titolo di una canzone contenuta nell’album New Skin for the Old Ceremony del 1974, A Singer Must Die, in cui dice “a singer must die for the lie in his voice”, Leonard Cohen se n’è andato lo scorso 7 novembre. Nell’anno in cui la canzone d’autore ha ottenuto il massimo riconoscimento, grazie al Premio Nobel per la letteratura conferito a Bob Dylan, si paga al contempo un prezzo altissimo, forse il più alto. A poche ore dalla scomparsa, la sua assenza pesa come un macigno.

Ma a chi manca Leonard Cohen? A tutti coloro che amano la musica, la poesia, la letteratura e hanno ritrovato nei sui versi un briciolo di se stessi. Ma cosa manca di Leonard Cohen? Mancano i suoi silenzi, la sua voce roca e baritonale, le sue malinconie, il suo erotismo, la sua religiosità, il suo disagio, le sue imperfezioni, il suo mal d’amore e le sue grandi canzoni. Se proprio si vuole tracciare un paragone (ingeneroso) con Dylan si può dire che mentre “Mr Tambourine Man” cercava di cambiare il mondo con le sue canzoni attraverso un impegno sociale molto spiccato (basta ricordare Blowing In The Wind, Hurricane, A Hard Rain Is Gonna Fall, The Times They Are A Changin’ solo per citarne alcune), “Mr Suzanne” cercava solo di analizzare l’animo umano con uno sguardo critico sulle mille sfaccettature che lo compongono cercando di fare chiarezza sulle tensioni interne e sulle pulsioni che tutti noi abbiamo, sperando di renderci migliori.

“C’è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce” (Leonard Cohen)

In questa citazione è contenuto tutto l’universo poetico del maestro canadese: l’imperfezione come simbolo di rinascita, miglioramento e speranza. Anche lui era imperfetto e lo sapeva benissimo. Dotato di una voce non proprio cristallina e di una conoscenza musicale limitata, afflitto da depressioni e dubbi, ha avuto durante la sua quarantennale carriera numerosi detrattori che lo accusavano di essere poco commerciale, pesante, pessimista, depressivo, eppure non si poteva fare a meno di ascoltarlo. Il perché è semplice: era umano dannatamente umano. Parlava un linguaggio universale attraverso le sue emozioni e la sua influenza  tocca musicisti di ogni età e latitudini diverse. Da Lou Reed a Jeff Buckley (la cui splendida versione dell’Hallelujah è scolpita nella mente di tutti noi), da Nick Cave a Willie Nelson, dagli U2 ai REM, tutti ne hanno riconosciuto la grandezza proponendo sentite cover dei suoi brani più famosi. Perfino in Italia, solitamente ostica nei confronti della musica transoceanica, Leonard Cohen ha trovato illustri estimatori che lo hanno eletto come fonte d’ispirazione per lo stile poetico e tematico. De Andrè (che ha splendidamente tradotto e ricantato Suzanne, Jeanne D’Arc e Seems So Long Ago, Nancy), De Gregori (sua la cover di Tonight Will Be Fine resa come Un Letto Come Un Altro), Ornella Vanoni (The Famous Blue Raincoat divenuta La Famosa Volpe Azzurra), Mimmo Locasciulli (The Future trasformata in Il Futuro), hanno reso famoso il canzoniere coheniano anche  tra le nostre mura al pari solo di Dylan e Brassens. Ora che è scomparso, con lui se ne va un poeta oltre che un grande autore, capace di giocare con le parole come pochi altri al mondo, capace di tratteggiare in poche strofe concetti difficili da rendere come la malinconia, il dolore, la felicità e l’amore. Un poeta/cantante il cui ascolto è obbligato se si vuole capire qualcosa in più di se stessi (suggerisco il Gretaest Hits che raccoglie tutti i periodi attraversati dal musicista, da quello cantautoriale a quello rock a quello più sperimentale) o se comunque si vuole conoscere il percorso artistico e umano di un gigante della cultura occidentale, che è stato capace di andarsene con la classe che lo ha sempre contraddistinto, lasciando che siano le sue parole a ricordarlo in eterno.

Nobel per la letteratura a Bob Dylan, tra provocazione e contorsionismi logici

Nel giorno dell’addio a Dario Fo, arriva l’atteso verdetto sul nome del vincitore del Premio Nobel per la Letteratura. Si tratta di Robert Allen Zimmerman, nome completo di Bob Dylan, di professione cantautore.

“Per aver creato nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana”, la motivazione del prestigioso riconoscimento che nelle intenzioni di Alfred Nobel deve essere consegnato nelle mani dell’autore che “nel campo della letteratura mondiale si sia maggiormente distinto per le sue opere in una direzione ideale”.

Se la consegna del Nobel facesse giurisprudenza potremmo stabilire che:

  1. La musica rientra nelle forme letterarie;
  2. Non esiste alcuna crisi nel mondo della cultura in quanto la diffusione della musica con i nuovi mezzi è fruibile da chiunque;
  3. Il cantautorato ha più rilevanza della musica sinfonica;
  4. La forma (struttura musicale) non ha importanza, quello che conta è il contenuto;
  5. Chi ascolta un concerto compie una azione equivalente a leggere un libro.

Se le deduzioni sono illogiche, come di fatto lo sono, dobbiamo ipotizzare che l’assegnazione di questo Premio Nobel per la Letteratura sia da ritenersi quanto meno fuori luogo, sebbene c’è chi pensa che la letteratura debba ampliare i propri confini. Ma allora perché non inserire in questo ambito anche il fumetto, tanto per fare un esempio? La letteratura non può essere confusa o assimilata al testo di una canzone. Tuttavia ogni anno il premio della letteratura viene assegnato e non è la prima volta che viene fuori il nome di Bob Dylan. Probabilmente l’Academy, non trovando nulla di meglio, e desiderosa di dimostrare che anche lei è capace di essere alternativa e aperta a nuovi orizzonti, avrà pensato: “Se non ora quando?”.

Spesso ci si interroga su quali siano le forme di narrazione credibili in grado di raccontare in maniera adeguata il contemporaneo. È un interrogativo legittimo, tutti i secoli si sono soffermati su questo punto, ma è la prima volta che l’istituzione più accreditata per la valutazione scelga di premiare una non-narrazione. Qui non si intende discutere la grandezza dell’artista Bob Dylan, né fare una disamina di chi avrebbe meritato il premio al suo posto. In queste ore molti intellettuali sono impegnati in esercizi di contorsionismo logico dichiarando di vedere nell’assegnazione di questo Premio Nobel per la Letteratura un chiaro segnale di come nei tempi moderni i linguaggi non abbiano più confini e steccati, ma siano aperti alle contaminazioni, agli stili e a fattori che sino a qualche tempo fa erano del tutto imponderabili.

Il problema è che qui non stiamo discutendo se, per fare un esempio in una materia affine, i writers abbiano o meno cittadinanza nel mondo dell’arte, ma semplicemente se ad un centometrista si possa consegnare la medaglia olimpica per il salto in alto senza che si sia mai misurato nella disciplina. L’abdicazione della letteratura è un segno preoccupante che testimonia ancora una volta la profonda crisi che sta devastando dall’interno la cultura globale. I libri sono una testimonianza insostituibile dello spirito del tempo e stabilire che nel 2016 la forma più elevata di produzione letteraria provenga dalla musica suona come una sconfitta per chi sceglie ogni giorno la difficile strada della scrittura.

In tutto questo frangente nessuno mette in discussione la grandezza monumentale di Bob Dylan che con le sue canzoni ha attraversato le vite di milioni di uomini e donne, si vuole solo precisare che il suo mestiere non è quello di scrittore.

“Highway 61 Revisited”: la rivoluzione di Bob Dylan

Highway 61 Revisited- Columbia Records-1965

Ci sono album capaci di modificare il corso degli eventi, di influenzare il pensiero e le coscienze di intere generazioni cambiandone per sempre l’identità ed addirittura la storia. Highway 61 Revisited di Bob Dylan è uno di questi. S’impone nell’immenso caleidoscopio musicale degli anni ’60 grazie ad una, fino ad allora, inedita miscela sonora e a delle liriche che, per la prima volta, assumono dignità letteraria. Robert Zimmermann, in arte Bob Dylan, da Duluth, Minnesota, non è nuovo a queste cose. Dapprima infarcisce di poesia la canzone di protesta, il folk di monumenti quali Woody Guthrie e Pete Seeger, componendo classici senza tempo quali Blowin In The Wind o The Times They Are A- Changin’, in cui riesce nell’impresa di coniugare acuta critica sociale con metafore e surrealismo. Poi frequenta personaggi chiave della beat generation quali il poeta Allen Ginsberg, che gli insegna un nuovo uso delle parole ed un nuovo metodo di scrittura. Quindi stanco della sua immagine di “menestrello” tutto armonica e chitarra decide di mettere su un dannatissimo gruppo rock e spazzare via per sempre il folk. Con l’aiuto di musicisti quali Robbie Robertson, Levon Helm, Garth Hudson (futuri componenti del gruppo The Band) compone ed incide Bringing It All Back Home, primo storico capitolo della cosiddetta “trilogia elettrica”. Pubblicato nel marzo del 1965 è uno shock terribile per i fan della prima ora che non apprezzano assolutamente il nuovo corso dylaniano arrivando, perfino, a bollarlo come traditore. Ma Dylan va dritto per la sua strada e, dopo aver reclutato gente del calibro di Mike Bloomfield, Al Kooper, Harvey Brooks e Charlie McCoy, registra il secondo atto del suo personalissimo trittico. Pubblicato a soli cinque mesi di distanza dal lavoro precedente, Highway 61 Revisited è un attacco frontale alla musica Americana. Intitolato significativamente col nome dell’autostrada che collega il Minnesota (stato natale dell’autore) con la Louisiana (patria della musica nera per eccellenza), quest’album stupisce immediatamente pubblico e critica per i testi di altissimo livello poetico/concettuale ed un sound tipicamente rock pieno di venature blues.

“E’ inconcepibilmente buono….come può una mente umana fare questo?” (Phil Ochs– cantante e compositore-1965)

La geniale apertura di Like A Rolling Stone (che Bruce Springsteen definì “un colpo di rullante che suonava come se qualcuno ti avesse spalancato le porte della mente”) pianta un chiodo nel futuro. Bob Dylan snocciola la storia di una disadattata con uno stile che, pur richiamando il più tipico talking-blues, anticipa il futuro strizzando l’occhio al rap. Su tutto un ritornello ormai leggendario ed il memorabile riff organistico di Kooper.

Bob Dylan durante le session per Higway 61 Revisited

Le parole volano, si rincorrono, si trasformano nella voce di Dylan che persegue la sua lucida visione poetica in Tombstone Blues, in  It Takes a Lot to Laugh, It Takes a Train to Cry, nella tambureggiante From A Buick 6, nella dolente Ballad Of A Thin Man, nell’appassionata Queen Jane Approximately, nella divertente cavalcata Higway 61 Revisited, nella tenera Just Like Tom Thumb’s Blues, fino ad arrivare allo scarno ed apocalittico affresco di Desolation Row (unico brano interamente acustico presente nell’album) contenente uno dei testi più belli e significativi mai scritti nella storia della musica contemporanea. Si viene così a comporre uno straordinario mosaico fatto di citazioni colte, richiami biblici, solidità country, vertiginose iperboli, visioni estatiche, suoni insoliti, robustezza blues, rabbia folk, tormenti privati, pubbliche virtù, brillantezza pop che ha, per la cultura del ‘900, la stessa identica valenza di quadro di Picasso o di un romanzo di Hemingway.

Dylan è al culmine del suo genio e della sua sregolatezza (che lo porterà a pubblicare, meno di un anno dopo l’acclamatissimo capolavoro e primo doppio album del rock Blonde On Blonde) riuscendo a vedere quello che altri non vedono e a sentire cose che altri non sentono. Nessuna concessione al successo, alla critica ed al pubblico, solo la ferma intenzione di un artista a perseguire una sensazione, un sogno traslucido, una visione in barba a tutte le convenzioni socio-poetico-musicali. La consacrazione arriverà suo malgrado trasformando quest’album seminale e rivoluzionario in un autentico trionfo in grado di innalzare il suo autore a figura iconica del XX secolo.

“Brothers In Arms”: Il caldo abbraccio dei Dire Straits

Brothers In Arms-Warner Bros.-1985

Un suono, una tecnica impressionante, uno stile ed una verve pressoché unici. Il penultimo album, “Brothers In Arms” targato 1985, rappresenta la summa stilistica e poetica, il più grande successo commerciale nonché la fine del viaggio per i Dire Straits, una delle band più importanti e rappresentative di fine anni ’70 inizio anni ’80. Dominati dall’enorme personalità e dall’indubbia caratura artistica del loro leader Mark Knopfler, uno dei chitarristi più talentuosi e rivoluzionari di fine secolo, la band di Deptford è stata capace di padroneggiare le classifiche di mezzo mondo per circa un decennio grazie ad ottimi album come Dire Straits (1978), Making Movies (1980) e Love Over Gold (1982) ma è con Brothers In Arms che si guadagnano l’ambito status di “leggende viventi”. Quest’album, infatti, mette in mostra una maturità musicale ed una svolta creativa assente nei lavori precedenti. E’ senza dubbio un disco meno “chitarristico” e più immediato rispetto agli album antecedenti, ma anche molto più raffinato e “radiofonico”. Oltre ai tonanti riff di chitarra, vi si possono trovare la dolcezza di un sassofono, la versatilità di una tastiera o la ricchezza delle percussioni a caratterizzare indelebilmente la struttura dei brani. Il collante ideale a tanta ricchezza strumentale rimane la voce soffice e pacata da “Bob Dylan intonato”, di Mark Knopfler che racconta il suo personale punto di vista sulle vicissitudini del genere umano.

Mark Knopfler

L’amore tormentato in So Far Away e Your Latest Trick, le trappole dello show-business in Money For Nothing (il cui assolo iniziale è paragonabile, per popolarità, solo a quello di Smoke On The Water dei Deep Purple), gli orrori della guerra in Ride Across The River, la dura vita del musicista in Walk Of Life fino alla struggente title-track, ispirata alla guerra delle Falkland, tutto in quest’album appare di una perfezione quasi strabiliante. I Dire Straits viaggiano a mille, miscelando abilmente rock’n’roll classico, con blues, pop ed atmosfere jazzate fino a sfiorare il country rock, il folk e la musica cajun. La grandezza sta nel coniugare tutte queste poliedriche fonti d’ispirazione con arrangiamenti estremamente orecchiabili e di facile presa, il che ha fatto storcere il naso a molti fan della prima ora che arrivarono a giudicare il disco come il meno rappresentativo della band. Tuttavia le trentacinque milioni di copie vendute, le settimane di permanenza in classifica, la miriade di premi ricevuti parlano chiaro: Brothers In Arms è uno dei dischi più importanti della storia della musica sia dal punto di vista commerciale che musicale.

«Ai tempi di Brothers in Arms tutti dicevano che eravamo il miglior gruppo del mondo e altre sciocchezze del genere, facendo riferimento non alla nostra musica, bensì alla nostra notorietà: ho pensato che un tale livello di popolarità e i commenti che circolavano fossero dei buoni motivi per abbandonare i Dire Straits per un po’». (Mark Knopfler)

Quest’album rappresenta nello stesso tempo il canto del cigno ed il testamento spirituale dei Dire Straits che dopo la sua pubblicazione cominciarono a disgregarsi di fronte ad una miriade di progetti solisti e collaborazioni di lusso. Pubblicarono un altro album On Every Street (1991) ma non è nemmeno lontanamente paragonabile a questa pietra miliare. Ormai stufi del mainstreem, fisicamente e mentalmente svuotati dai massacranti tour mondiali, i vari membri della band prendono strade diverse che però non poteranno agli stessi fantastici risultati ottenuti sotto l’egida dello storico marchio (Knopfler stesso ha navigato in questi anni oscillando tra alti e bassi); è come se Brothers In Arms avesse definitivamente catturato tutta la fantasia, l’ispirazione e l’alchimia del gruppo. Sembrava come se i Dire Straits sapessero che quello sarebbe stato uno degli ultimi album, anzi forse il loro ultimo “grande” album, ed avessero voluto infondere in esso tutta la magia di cui erano capaci. Una magia forte come il rock’n’roll e calda come un abbraccio.

Il secolo d’oro

Bob Dylan

Gli ultimi cento anni del millennio appena conclusosi sono stati, senza dubbio, i più prolifici per la storia dell’uomo (nel bene e nel male). Enormi balzi in avanti sono stati fatti in ogni campo. Lo sbarco sulla luna, le guerre mondiali, la bomba atomica, la penicillina, l’automobile, l’elettricità, cose oggi abbastanza scontate ma che erano pura fantascienza soli 150 anni fa. La cultura non ha potuto rimanere insensibile a cambiamenti di tale portata. La musica, in particolar modo, ha subito dei mutamenti epocali grazie all’avvento dei mezzi di comunicazione di massa (o mass media). Il nastro magnetico, il giradischi, le musicassette, la televisione ma soprattutto la radio, hanno ridisegnato confini e competenze dell’ ambito musicale. L’invenzione di Guglielmo Marconi ha sdoganato l’arte dei suoni dagli ambienti colti in cui era relegata nell’ 800 (teatri, salotti e quant’altro) portandola in tutte le case e rendendola popolare. Da passatempo per pochi, pochissimi eletti a fenomeno globale. La possibilità di raggiungere gli ascoltatori in ogni angolo del globo ha aperto degli scenari inimmaginabili fino a qualche anno prima. Milioni di persone hanno potuto conoscere il messaggio poetico e rivoluzionario di Bob Dylan, la magnificenza dei Beatles, la rabbia dei Nirvana, la depressione dei Cure, il blues dei Rolling Stones o le oniriche visioni dei Pink Floyd. E’ stato possibile scuotere coscienze e stimolare avvenimenti importanti come accadde per il Festival di Woodstock del 1969, i concerti sull’Isola di Wight del 1970, il Concerto per il Bangladesh del 1971 o, più recentemente, il Live Aid. L’avvento della radio ha fornito a tutto l’universo musicale la concreta possibilità di cambiare il mondo attraverso la creazione di miti, leggende, sogni e passioni, contribuendo, così, a forgiare l’identità collettiva del XX secolo.

 

Pino Ciccarelli: “Magari in un’altra vita”

L’autore Pino Ciccarelli

“Ogni musica che non dipinge nulla non è che rumore.” Jean Baptiste le Rond d’Alembert, “Enciclopedia”, 1751.

“Perchè è questo ciò che fa la musica, dipinge la nostra anima, la nostra vita, ...magari in un’altra vita.”

Bob Dylan, Edith Piaf, Nicola Di Bari, Chicago, Bee Gees, Marcella, Elton John, Gabriella Ferri, Nuovi Angeli… Ogni pagina è musica, ogni parola è arte, pura poesia, un dipinto che segna l’anima.

Giovedì, 12 dicembre, Pino Ciccarelli, sassofonista napoletano, ha presentato presso la libreria Marotta&Calfiero store, il suo primo romanzo. Pagine e pagine che, vorresti, non finissero mai. Parole e musica.

Giuliano e Riccardo iniziano così la loro amicizia. Ciò che li lega è qualcosa che non puoi spiegare, perchè la musica, i ricordi, l’anima che vibra, non puoi spiegarla. Non puoi darle un senso reale. Lei vola, la musica e, con lei, anche le parole di questo splendido libro.

L’autore ripercorre così, attraverso un’amicizia che strappa e regala lacrime e sorrisi, la bellezza di un’epoca che, mai, potremo rivivere, non nel concreto almeno. La forza di quel mondo, di quegli anni, gli anni ’70, che rinascono nella memoria attraverso una canzone, una melodia, quella melodia mai dimenticata. Perchè quegli anni erano così. Ci batteva il cuore, allora. In quel tempo finito che lascia un segno indelebile nei cuori di chi li ha vissuti, amati, ancora una volta, mai dimenticati.

Amore, amicizia, odio, forza, coraggio, passione, desiderio di andare oltre, di strapparla con i morsi e con i denti questa vita, quella vita, che, molto spesso, non lascia scampo. Ma solo un breve ricordo. I ricordi di una vita.

La musica vive in ogni parola scritta dall’autore. Rende, ogni istante che vive nella mente, indistruttibile. La musica è anche questo. Indistruttibile. Una forza inaudita, inspiegabile, come un’onda che si infrange sugli scogli in una giornata di fine estate. La parole scorrono veloci, ci trascinano in un mondo che è stato ed è ancora il nostro. Ne abbiamo ancora di ricordi di estati passate alla ricerca di un sorriso, quello della ragazzina che ci fa battere il cuore, di scommesse fatte con gli amici dopo una partita di calcetto, di momenti e sguardi rubati al destino. Un destino beffardo, maligno. Un destino bastardo.

E poi ancora, i sogni proibiti, i desideri, la vita che scorre, la voglia di fermarla, o forse di correrle dietro, perchè il tempo va, inesorabile. Un’estate diventa una vita intera. Un ricordo, resta un macigno che non si alleggerisce mai, nemmeno dopo 32 anni. I ricordi, belli o brutti, restano dentro e la musica, la nostra musica, li riporta a galla e non lascia scampo.

Riccardo ama la musica, Riccardo ama la vita, e ama Tecla. Ma questa vita sembra troppo poco per lui, per quella chitarra che continua a suonare nonostante tutto, nonostante il tempo, il dolore, i brutti ricordi, il sangue che scorre.

Giuliano è li, guarda, osserva la vita che continua a muoversi, che vorrebbe rendere sua. In un corpo non ancora maturo e con la mete che aspetta un futuro che non tarda ad arrivare e a colpire, come quel pugno allo stomaco.

E i litigi, la fine di un’estate come la fine di un’amore. Le persone sbagliate, le decisioni da rimpiangere, da ricordare in eterno in quella Napoli anni ’70 che lascia un vuoto, una lacrima che bagna il viso.

In un linguaggio semplice e diretto, Pino Ciccarelli ci porta con lui. Non ha bisogno, però, di prenderci per mano, per accompagnarci in questo mondo, tra queste parole. La musica, la sua musica, lo farà per lui. Ci porterà accanto a Giuliano, alla sua voglia di imparare, di amare, di essere, di vivere, di non lasciare andare. E ancora, accanto a Riccardo, un “ragazzino” che resterà dentro di noi, alla fine di queste immense pagine, come un Jim Morrison, un Jimi Hendrix, a cui forse, questa vita, andava ancora troppo stretta. Non lo so, non lo sapremo mai.

E così, nella periferia cittadina, osserviamo, ascoltiamo, restiamo accanto a loro. Ai nostri protagonisti, quelli che diventano amici, che diventano compagni di giochi e scherzi, di una vita intera. Una vita che non aspetta, una vita che non torna indietro.

“Essere giovani vuol dire tenere aperto l’oblò della speranza, anche quando il mare è cattivo e il cielo si è stancato di essere azzurro.” Bob Dylan.

Ma tutto questo accadrà “Magari… magari in un’altra vita.”