‘Maradona, l’albatros che danza’, dello scrittore Ivano Mugnaini

Questo pezzo non parla di Maradona. Parla del sogno e parla della realtà, della bellezza del calcio generato da lui. 

Dopo il memorabile goal all’Inghilterra ai Mondiali del 1986 un commentatore argentino definì Maradona “aquilone cósmico”. Un altro cronista esclamò una mezza dozzina di volte “un poema de goal!”

Se si accosta Maradona alla poesia, mi viene in mente l’Albatros di Baudelaire: “Il Poeta principe delle nubi / sta con l’uragano e ride degli arcieri/ esule in terra […] con le sue ali di gigante”.

Maradona è stato un albatros che rideva e sorrideva. Dissimile, in questo, da un altro albatros, Fausto Coppi. Anch’egli atleta fuori dall’ordinario, per doti fisiche e talento. Il ciclista piemontese era malinconico e possente come una salita da compiere da solo, là, davanti a tutti, con una maglietta bianca e azzurra, un cielo che guarda muto, un destino che chiama a sé, anzitempo.

Maradona era un albatros che sorride. Di gioia, di esuberanza di vita. Quando era nel suo elemento naturale, il campo di calcio, con un pallone tra i piedi danzava, sorrideva, cadeva, si rialzava e danzava ancora.

Volava, sul campo, Maradona. I suoi compagni di squadra e gli avversari dicevano che quando ti correva accanto sentivi un fruscio, un alito di vento, un pensiero felice. Entrambi imprendibili.

In varie interviste Maradona ha affermato che dentro il campo c’è la felicità.

“Los dolores se van. La vida se va”. Se ne va quella parte della vita che è frustrazione, pena, pesantezza. Resta il privilegio, la leggerezza del gioco.

Maradona voleva dare la felicità. Lo ha ripetuto decine di volte. Lo ha detto riferendosi ai tifosi dell’Argentina. Lo ha detto ai tifosi del Napoli. Voleva farli felici. Voleva realizzare quello che neppure gli dei sono mai riusciti a fare: rendere felici gli uomini. 

E lui rispondeva ai giornalisti che gli chiedevano come si sentisse a essere considerato un dio, con un sorriso agrodolce che nascondeva chissà quali pensieri: “Io credo che sono cose differenti”. 

Maradona ha voluto rendere felice una città che ha subito e vissuto umiliazioni per secoli.

Napoli era la città perfetta per Maradona. Lo specchio della sua vera identità, il luogo del mondo in cui la passione ha la sincerità di uno scugnizzo, la sua stessa sete di vita, di gioco, di passione.

Napoli era la città più sbagliata al mondo per Maradona. La perfezione assoluta di quell’amore eccessivo, sconfinato, lo avrebbe presto o tardi soffocato di egoismo, di idolatrie, di bocche di sanguisughe della privacy e dello spazio individuale. 

Voleva fuggire. Non glielo hanno consentito. E lui, in quel clima, con il corpo e la mente già minati dalle dipendenze, con un presidente che gli parlava a stento, è riuscito a regalare alla gente il secondo scudetto. 

Maradona era il ragazzo nato povero, nella periferia della periferia. Pensavano di poterlo comprare con i Rolex d’oro e le Ferrari. Per eccesso di amore o semplicemente per cercare di controllarlo, legandone le ali, come una preda. La camorra lo ha corteggiato per poter esibire il trofeo dei trofei. Per lanciare un messaggio: se controlliamo lui possiamo controllare tutto e tutti.

Maradona era forte ed era bambino. Entrambe le cose alla massima potenza. Il contrasto tra questi due estremi ha avuto un effetto lacerante. Nello spezzone di un documentario a lui dedicato si vede Maradona che gioca con la figlia. Ad un certo momento il suo riso è identico a quello di lei. Ha la stessa voce e gli stessi occhi del bambino che giocava a pallone sul campo polveroso di Villa Fiorito.

L’albatros vola e cammina. Ferisce le sua stessa carne nella sproporzione, nel dissidio tra il volo e la realtà. 

Come Ayrton Senna. Entrambi felici e disperatamente persi dentro una passione unica, assoluta, divorante. Per Senna era la velocità, per Maradona il pallone. Quello da cui da ragazzo non si staccava mai. Neppure a letto, neppure quando dormiva.

Cosa sia un “mito” non si sa. Non si sa definire, non se ne conoscono le cause e le manifestazioni. Ma una cosa è certa: essere un mito non è facile. Lo ha scoperto a sua spese Marilyn Monroe, se ne è reso conto suo malgrado James Dean, ed Elvis, e con loro tutti gli altri. Quelli chiamati a sperimentare sullo propria pelle e sulla propria carne il divario tra l’amore assoluto per il loro “demone”, quello che hanno reso perfetto, e la vita, quella fuori del set, dello stadio, dello studio televisivo, del teatro dove si recita e dove si vive il sogno. La vita, come ogni donna che si sente tradita, non te lo perdona, ti avvelena. Ti strappa anzitempo dal tuo amatissimo demone e da tutti coloro che amando la tua stessa ossessione hanno amato te.

Essere un uomo, e sentire nella testa e sulle ossa la pressione di migliaia di occhi e menti. Reclamano e pretendono la tua attenzione, vogliono che realizzi il loro sogno, vogliono che tu sia quello che loro vogliono. A tutto questo, nessuno può reggere a lungo.

Maradona ad un certo momento ha sbagliato. Certo. Per l’eccesso della pressione sulle pareti del cervello e dei pensieri. O semplicemente ha sbagliato per un errore, umanissimo. Ha sbagliato. Ma chi voleva trovare un santo o un dio su un campo di calcio ha cercato in un luogo inadeguato. Maradona, visto in alcune foto da bambino, avevo un sguardo da indio. Forse qualche goccia di sangue indio scorreva nelle sue vene. Così come in quelle di Carlos Monzon. 

Monzon sfogava il marchio di un’atavica emarginazione con pugni assestati con una forza gelida, chirurgicamente feroci. Benvenuti lo sa bene. Ne ha un ricordo indelebile.

Maradona ha avuto il dono e il privilegio di sfogare e riscattare quel marchio danzando.  Sul terreno di gioco la rabbia diventava sorriso.

Life is life. Una canzone degli Opus del 1985. Il 19 aprile del 1989 sul campo di Monaco di Baviera, Maradona, con gli scarpini slacciati, danza, assieme al compagno di squadra Antonio Careca, al ritmo di quelle note. Ed è un’esuberanza spontanea che diventa simbolica in modo assolutamente naturale. Life is life, la vita è la vita. Come a dire la vita non si comprende. Non c’è niente da capire. Basta rispondere con le scarpe slacciate alla voglia di giocare e di stare bene, e di vincere, magari assieme ad un amico brasiliano.

Monzon si è riscattato a suon di pugni. Maradona a suon di sorrisi.

Perfino nell’intervista concessa negli anni più bui ad un noto giornalista argentino, quella in cui piange, grasso, irriconoscibile, reduce dalla clinica psichiatrica, con la commozione che gli riga la faccia di lacrime, trovo il modo di sorridere. Il giornalista gli dice “Hai sempre lottato, ce la farai anche stavolta”. E lui risponde “Stavolta sono KO”. Ma perfino lì sorride. 

Magari pensava al campo. A tutto quello che gli aveva dato e che aveva avuto.

Perché il campo di calcio è uno dei rarissimi luoghi al mondo dove sussiste la possibilità del merito e della giustizia.  Immaginiamo un potentissimo presidente padre-padrone che voglia imporre a tutti i costi il proprio figlio, o il nipote o il cognato. Ordina all’allenatore di farlo giocare e l’allenatore cede. Il raccomandato scende in campo. Al primo liscio una risata collettiva. Al primo passaggio sbagliato una salva di fischi. Al terzo errore marchiano viene giù lo stadio. Su un campo di calcio non si può barare. Gioca chi sa e quasi sempre vince il migliore. Sì, almeno su un campo di calcio gioca e vince il migliore. Per questo motivo amo ancora l’idea del calcio. Non amo il calcio di oggi, i prospetti e i profili, la freddezza del cambio di maglia. Non amo la trasformazione in azienda. Mi manca la passione e la rabbia di rivalsa: Riva, Boninsegna, Domenghini e mille altri.

 

Il racconto completo qui LIFE IS LIFE – L’albatros che danza – Ivano Mugnaini

Mughini offende ancora Napoli: la saccenza dell’ignoranza di un meridionale rinnegato

L’intellettuale da bar Giampiero Mughini offende il popolo napoletano gratuitamente e nel contesto di una trasmissione calcistica. Gravi ed inopportune sono le sue affermazioni verso la città di Napoli.

Nonostante non sia la prima volta che Mughini esprime varie opinioni opinabili ed a volte non corrispondenti alla verità storica delle tematiche sulle quali viene chiesto un suo parere, Mughini viene sistematicamente invitato in trasmissioni radio e televisive che trattano vari argomenti: dalla politica, allo sport ed altro.

Mughininel corso di Tiki Taka,  aveva commentato il ritorno a Napoli di Maradona con queste parole:

”Pieno di rispetto per la passione popolare nei confronti di un campione [Maradona] e per un momento dell’identità calcistica di questa città [Napoli], che purtroppo, a parte quella calcistica, non ne ha talmente tante altre”.

Lo scrittore Angelo Forgione ha commentato attraverso il suo blog: “per l’intellettuale all’italiana che ha rinnegato pubblicamente le sue origini meridionali (catanesi), Napoli non avrebbe altre identità oltre quella calcistica.

Intellettuale da bar dello sport, appunto, che solo in un salotto sportivo, peraltro milanese, può consentirsi, senza contraddittorio alcuno, di cancellare almeno le identità napoletane della musica, del cibo e della bellezza paesaggistica, cioè quanto fa buona immagine dell’Italia all’estero, tanto per gradire.

Qualcuno dovrebbe insegnare a Mughini la storia di Napoli, così che possa rendersi conto che è dai tempi della Neapolis greco-romana la città più identitaria d’Italia per storia, cultura e tradizione, l’unica capace di imporre la sua identità greca a Romani e Longobardi, l’unica a resistere a romanizzazione e Invasioni barbariche del mondo antico, e oggi l’unica ad aver resistito a piemontesizzazione e americanizzazione.

Qualcuno spieghi a Mughini che è libero di rimpiangere pubblicamente di essere nato al mare siciliano invece che a Parigi, e di scegliere, come ha fatto, la Juventus per sentirsi uomo di gran lignaggio – perché i natali non li puoi scegliere ma la squadra di calcio sì, e se sei uomo con disturbi di identità e personalità è facile che, da siciliano insoddisfatto, scegli quella vincente – ma non per questo può consentirsi di distribuire cultura sociologica senza averne.

Qualcuno dica a Mughini che Napoli preserva la sua identità da più di due millenni, ed è sempre stata così diversa da perfezionare svariati filoni culturali, alcuni dei quali capaci di farsi universali e non solo nazionali. Ne ha passate tante, ma davvero tante, più di tutte, eppure è sempre sopravvissuta, imponendosi agli occhi del mondo.

Proprio come Maradona. Ecco perché Diego e Napoli si riconoscono per affinità, si scelgono e si attraggono. Ma questo, un intellettuale da bar dello sport non può arrivare a capirlo. Figurarsi il resto. Si rassegni però Mughini, perché il Calcio, nel mondo e nella leggenda, si dice «Maradona», e quando si dice «Maradona» si dice «Napoli», non «Juventus». Disgraziata boria”.

Maradona non è stato certamente un uomo impeccabile ed esemplare, è stato un uomo vittima di se stesso, ma ha pagato per i suoi errori, in prima persona, ma certamente lui sarà ricordato e apprezzato per sempre; di Mughini, quando passerà a miglior (o peggior) vita non si ricorderà nessuno. Nessuno avrà nostalgia di questo triste e patetico individuo, appartenente ad una generazione di falliti, di ribelli “pentiti” che non ha lasciato nulla, se non un deserto di ideologie e soldi rubati, pappati dagli attuali 60-70enni che mari prendono pure per il sedere i giovani idealisti e di buona volontà di oggi, che vogliono cambiare le cose. Maradona perlomeno ci ha divertiti sia dentro che fuori dal campo, sputtanando il potere calcistico rappresentato da Sir Blatter (condannato insieme al compago merende Platini a otto anni di squalifica per fondi illecita all’Uefa), parlando di mafia. Anche per questo è stato fatto fuori. Ma forse se El pibe de oro avesse militato nella Juventus (rifiutò una super offerta dell’avvocato Agnelli perché si sentiva legato al Napoli e a Napoli), l’abominevole Mughini non avrebbe avuto nulla da eccepire. Se poi c’è una tifoseria per la quale l’importante è vincere ad ogni costo e con ogni mezzo (ricordiamo li striscione di alcuni juventini ai tempi di calciopoli, “Il fine giustifica i mezzi”), è proprio quella juventina.

Come ha acutamente scritto qualche commentatore di Youtube, “pensare che Mughini abbia rappresentato uno dei maestri della sinistra “alternativa” degli anni ’70 è quasi una cartina al tornasole del fallimento non di una generazione ma di un intero pensiero, così “radicale” e “altro” che si è squagliato al suono di qualche moneta tintinnante. E’ una storia squallida di miseri venduti che hanno mandato tanti ragazzi allo sbaraglio ideologico e non solo. E che ha steso un lenzuolo di decenni di conformismo. L’unica speranza è che il tempo se li porti via tutti, uno per uno. Pensare e affermare che la lotta di classe sia un concetto superato solo perché hai deciso di fare il lacchè del capitale-cialtrone (per di più ben pagato) meriterebbe una sanzione corporale. E anche su questo sarebbe da tornare ai fondamentali”. Addio Mughini a te e alla tua sfacciataggine e dialettica vuota adatta ai pollai televisivi, che ti permette ancora di restare a galla, in becere trasmissioni televisive dove difendi personaggetti come Luciano Moggi e dove, imperterrito, dimostri che il tuo obiettivo non sono la discussione ed il confronto, ma il creare una sorta di commedia dell’arte televisiva dove tu interpreti un personaggio  totalmente bidimensionale e senza alcun spessore. Una caricatura di te stesso.

 

Fonte:

http://www.europacalcio.it/forgione-su-mughini-intellettuale-da-bar-meridionale-rinnegato-qualcuno-gli-insegni-la-storia-132100

“Il posto giusto”, di Simona Garbarini

Per la sezione autori emergenti segnaliamo il romanzo d’esordio di Simona Garbarini, Il posto giusto è un libro che parla di calcio e di sogni da realizzare, di sogni infranti. Lo sport fa da sottoveste alla intera storia: Toni e Guido sono i due protagonisti che si incontrano con le loro vite e che fanno da trama a tutto il romanzo. L’autrice narrerà sapientemente i drammi familiari che si troveranno ad affrontare, le sfide e le lotte che incontreranno. Guido, un uomo di mezza età che, dopo aver visto naufragare il proprio matrimonio, si lascia abbindolare dall’alcol. Un tracollo che lo spinge ad abbandonare il mestiere di chirurgo e diventare medico sportivo per le giovanili del Torino Calcio. Toni è un ragazzino che ha un padre tossicodipente, ma che compare solo quando è ora di maltrattarlo, il ragazzino quasi non sa leggere e scrivere, sa solo correre dietro a un pallone. I due, entrambi con storie difficili alle spalle, si incontrano in un polveroso campetto alla Falchera, la periferia Nord di Torino, e Guido quando lo vede la prima volta sente che Toni ha davvero bisogno di aiuto, così pensa di prenderlo in affido.

Tossicodipenza, inconprensioni: il romanzo d’esordio della giovane autrice, che nella vita fa la pediatra, è il classico romanzo per adolescenti, dove passioni e contrasti si rincorrono senza giungere a una reale conclusione, ma anzi risultando solo sfiorati anche nella narrazione. I drammi e le problematiche vengono toccati con delicatezza, quasi abozzati e lasciati intendere. E’ un romanzo che merita di essere letto con la giusta leggerezza e un gusto tale che faccia apprezzare i non facili personaggi e le loro storie.

Il posto giusto non è un semplice romanzo che parla del Torino calcio e del sogno di un ragazzo difficile che vuole diventare un calciatore: è un romanzo fatto di persone e dei loro sentimenti che spesso faticano ad essere espressi e molte volte vengono mal interpretati, di quanto fatica si debba fare per trovare il nostro posto giusto nel mondo.

 

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