Foibe, giornata della memoria. “El Spin” e la satira contro Tito, gli slavi, i grandi della terra di Andrea Giannasi

Foibe, per non dimenticare. Contro la cancel culture. Esce in occasione del Giorno del Ricordo, oggi 10 febbraio, il saggio di Andrea GiannasiEl spin. La satira contro Tito. L’esperienza dell’inserto della Gazzetta di Pola contro l’egemonia jugoslava 1945-1947″ (Tralerighe libri editore).

Sabato 20 ottobre 1945 i polesi trovarono in edicola insieme a “La Gazzetta di Pola”, un inserto satirico di quattro pagine, al prezzo di sette lire, dal titolo in istro-veneto “El Spin”, la spina, con vignette di Gigi Vidris.

Il giornale intendeva mostrare «gli imbonitori ben pagati che urlano e offrono in cambio della rinuncia alla Patria, l’onore d’una cittadinanza titina che desta invidia al mondo; o chi crede o fa credere agli altri che la storia dell’Istria comincia dal regno dei Karageorgevic e finisce con la calata della IV Armata slobodnja. E nel trambusto, rimettono fuori le corna gli sparuti superstiti della sgominata legione neo-fascista, vantandosi novelli salvatori della Patria in pericolo, dopo averla stuprata e rovinata. È uno spettacolo che merita d’essere registrato».

Lo storico Andrea Giannasi è riuscito a ritrovare una collezione completa dei giornali originali di “El spin” analizzandone i contenuti.

Attraverso la lettura degli articoli, delle vignette, delle spigolature, delle lettere in redazione, è possibile ricostruire la tragica vicenda della comunità italiana tra l’incombente esodo, gli arresti, le vigliaccherie, i numerosi gesti antitaliani, la Strage di Vergarolla nella quale morirono 65 polesi. Di fronte alla stanchezza, la paura, l’orrore, i titini, gli “s’ciavi”, i drusi, i nuovi “gerarchi” e il consesso internazionale sempre più distante dalle questioni istriane.

Al centro delle “punzecchiature” Tito e gli slavi, insieme alla minoranza italiana filo-titina di Pola, ma anche i Quattro Grandi che a Parigi aveva segnato le sorti della Venezia Giulia dimenticando gli ideali di giustizia e di autodeterminazione dei popoli contenuti nella Carta Atlantica.

Il lungo lavoro di ricerca è introdotto da un saggio storico che affronta la complessa vicenda del confine orientale italiano, dalla caduta della Repubblica di Venezia; la dominazione dell’Impero Austro-Ungarico; i processi di germanizzazione; la nascita delle idee nazionali; la netta separazione tra italiani nelle città costiere e gli slavi nel contado; la Prima guerra mondiale; il fascismo di frontiera e la “bonifica etnica”; il Tribunale Speciale del fascismo; la Seconda guerra mondiale.

Andrea Giannasi, laureato in Storia contemporanea (tecnica militare) presso l’Università di Pisa è autore di numerosi studi sulla formazione di contingenti militari impiegati in scenari di guerra. Tra questi Il Brasile in guerra, La Força Expediçionaria Brasileria 1944-1945, Carocci, Roma, 2014; I Nisei in guerra. I soldati nippoamericani in Italia 1944-1945, Tralerighe, Lucca, 2016.

Ha pubblicato anche La guerra a Lucca. 8 settembre 1943-5 settembre 1944, Tralerighe, Lucca, 2014; e I militari italiani nei campi di prigionia francesi, Nord Africa 1943-1946, Tralerighe, Lucca, 2019. Ha ricostruito la storia del massacro del Generale Enrico Tellini e della sua delegazione, avvenuto nel 1923 sul confine greco-albanese.

Il saggio è stata tradotto e pubblicato da LBN editor di Tirana con il tirolo Vrasja Tellini: Nga Janina deri né pushtimin e Korfuzit (Tirana, Albania, 2007). Il 6 marzo 2010 è stato relatore al convegno sul Generale Enrico Tellini a Borgo a Buggiano (l’intervento è stato pubblicato sugli Atti del convegno).

Per i suoi studi in ambito militare ha vinto nel 2017 il Premio “Cerruglio”. Ha ricoperto il ruolo di direttore scientifico del Museo della Liberazione di Lucca e tenuto conferenze presso il Ce.Si.Va. Esercito Italiano già Scuola di Guerra di Civitavecchia.

In ambito giornalistico è collaboratore del “Premio Arrigo Benedetti” dedicato allo storico fondatore dell’Espresso e dell’Europeo. Tra i vincitori del premio Ferruccio De Bortoli, Milena Gabanelli, Toni Capuzzo, Federica Angeli, Paolo Borrometi.

 

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La ludicità provocatoria di Luca Ricolfi e il delirio ipocrita di Michela Murgia

«In Italia, che io ricordi, solo Natalia Ginzburg ebbe il coraggio e la lucidità di notare, fin dai primi anni ’80, l’ipocrisia e la natura anti-popolare di questa svolta linguistica, che non solo preferiva cambiare il linguaggio piuttosto che la realtà, ma creava una frattura fra linguaggio pubblico e linguaggio privato, fra l’élite dei virtuosi utenti della neo-lingua e i barbari che continuavano a chiamare le cose come si era fatto per secoli e secoli senza che nessuno si offendesse». Questa è una delle considerazioni di carattere storico contenute nel primo editoriale che il sociologo Luca Ricolfi, fresco collaboratore del quotidiano “la Repubblica”, ha piazzato come una mina sotto i temi controversi della correttezza politica, delle lotte per i diritti di genere e delle minoranze, e di altre questioni che da sempre sono care alla tradizione del giornale romano.

Il subbuglio suscitato nelle aree intellettuali “sinistrorse”, a cominciare da quella interna, è stato notevole: fra le reazioni acide e scomposte all’editoriale si segnalano lo sprezzo velenoso di Gad Lerner (lo immaginiamo mentre agita i pugni, rischiando di perdere il Rolex) e il tweet da antologia di Michela Murgia, mentre l’articolo in risposta su Repubblica della “consociata” Chiara Valerio – tanto precipitoso quanto fumoso e inutile – ha cercato di razionalizzare la questione, mostrando il volto rassicurante di quella repressione di stampo neo-femminista che da qualche tempo si sta cercando di attuare.

Molto si è detto e ironizzato in questi giorni sul “piccolo terremoto” provocato da questo esordio, per cui preferiamo sorvolare sulle considerazioni spicce e analizzare la questione in modo più mirato, focalizzando le devianze che sono emerse. Così inizia l’editoriale di Luca Ricolfi:

«Quando, esattamente, sia nato il “politicamente corretto” nessuno lo sa. Sul dove, invece, siamo abbastanza sicuri della risposta: negli Stati Uniti. La sinistra americana, un tempo concentrata – come la nostra – sulla questione sociale, ossia sulle condizioni di lavoro e di vita dei ceti subalterni, a un certo punto, collocato tra le fine degli anni ’70 e i primi anni ’80, ha cominciato a occuparsi sempre più di altre faccende, come i diritti civili, la tutela delle minoranze, l’uso appropriato del linguaggio. Lo specifico del politicamente corretto delle origini era proprio questo: riformare il linguaggio».

Da qui si è creato «un fossato fra la sensibilità dei ceti istruiti, urbanizzati, e tendenzialmente benestanti, e la massa dei comuni cittadini, impegnati con problemi più terra terra, tipo trovare un lavoro e sbarcare il lunario. Fu così che venne bandita la parola “negro” (sostituita con nero), e per decine di altre parole relativamente innocenti (come spazzino, bidello, handicappato, donna di servizio), vennero creati doppioni più o meno ridicoli, ipocriti o semplicemente astrusi: operatore ecologico, collaboratore scolastico, diversamente abile, collaboratrice familiare». Col tempo, in evoluzioni successive, «il politicamente corretto si è trasformato in qualcosa di radicalmente diverso, e assai più pericoloso per la convivenza democratica». Di fatto ha subìto mutazioni progressive: Ricolfi ne individua cinque, che sintetizziamo.

La prima mutazione: l’arrivo di internet e la creazione dello spazio pubblico dei social, «dove imperversano volgarità e offese alla grammatica, (…) perfetto brodo di coltura delle suscettibilità individuali». La seconda: «l’espansione della dottrina del “misgendering”», ovvero «chiamare qualcuno con un genere che non gli va, ad esempio maschile se è o si sente una donna (o viceversa); o plurale maschile (cari colleghi) se ci si riferisce a un collettivo misto».

La terza mutazione porta alla cosiddetta cancel culture, di cui molto si sta parlando e che è superfluo spiegare. La quarta mutazione cambia marcia, e spinge alla «discriminazione nei confronti dei non allineati. Professori, scrittori, attori, dipendenti di aziende, comuni cittadini perdono il lavoro, o vengono sospesi, o vengono sanzionati, non perché abbiano commesso scorrettezze nell’esercizio della loro professione, ma perché in altri contesti, o in passato, hanno espresso idee non conformi al pensiero dell’élite dominante». E infine si arriva alla quinta mutazione: la cosiddetta identity politics:

«Un complesso di teorie, filosofie, rivendicazioni, secondo cui quel che conta veramente non è che persona sei ma a quale minoranza oppressa appartieni. Da qui derivano le idee più strampalate, ad esempio che per tradurre un romanzo di una autrice nera tu debba essere nera (è successo). Che per parlare di donne tu debba essere donna; per parlare di omosessualità essere omosessuale; per parlare dell’Islam essere islamico; per parlare dell’Africa essere africano. Se osi parlare di qualcosa senza essere la cosa stessa sei accusato di “appropriazione culturale”».

Ecco, fin qui possiamo dire che la ricostruzione di Ricolfi (che invitiamo a leggere integralmente) appare ineccepibile, salvo precisazioni o disaccordi di metodo, tutti da valutare. Sta di fatto che l’assalto più brutale al sociologo è arrivato subito da Michela Murgia, che con la solita aggressività tronfia e maleducata – tutta funzionale a ottenere risonanza sui media – ha sentenziato via twitter:

«Leggo Ricolfi e non posso fare a meno di pensare che il clitoride ha 8000 terminazioni nervose, ma ancora non è sensibile quanto un editorialista italiano maschio bianco eterosessuale quando sente minacciato il suo privilegio».

Un vero attacco da bulla della rete, fedele ai suoi metodi, che stavolta si è risolto – purtroppo per lei – in una doppia zappata sui piedi. La prima: tutti sanno, o dovrebbero sapere, che il sostantivo clitoride è femminile: la clitoride. È vero che, specialmente nell’ultimo secolo, nell’uso è andata prevalendo la declinazione al maschile, ma questo non significa che il termine sia diventato maschile: esso è rimasto e rimarrà femminile. Quindi, paradossalmente, la leader più ingombrante della lotta contro i dannati maschi-italiani-bianchi-eterosessuali, l’agitatrice che di questa lotta fa bandiera trasformandola in fonte di guadagno e di prestigio e strumento di prevaricazione, colei che pretende di neutralizzare i termini maschili con l’imposizione di una neo-lingua senza senso che favorisca la sfera femminile e transgender, ecco, questa persona cosa fa? Salita sul pulpito per colpire l’avversario, prende una parola femminile, che pertiene alla sessualità femminile, e la volge al maschile in maniera plateale, senza fare una piega. Uno svarione inaccettabile, che a qualunque attivista oltranzista costerebbe l’ignominia con messa in punizione, mentre a Michela Murgia fa un baffo, ovviamente, perché “il capo” non si può mettere in discussione.

La seconda zappata: se Luca Ricolfi ha una sensibilità superiore a quella della gloriosa clitoride, allora quanto può misurare la sensibilità di una “Maschia Italiana Bianca Eterosessuale” (il perché lo scopriamo dopo) come Michela Murgia? Di una leader che istruisce tribunali speciali nelle radio, che gode di ospitate televisive continue, che ha imperversato nella tv di Stato facendo addirittura stroncature letterarie, facoltà mai concessa ad alcuno e che mai verrà concessa perché è una materia ritenuta tabù; che lavora per il Gruppo Gedi (ovvero Fiat) con un ruolo primario, che gode del privilegio di avere i propri libri promossi in modo permanente dai giornali dello stesso Gruppo che le dà lo stipendio, e beneficia di una visibilità totale, assoluta e indiscutibile? In pratica, quanto può essere sensibile la scrittrice italiana più privilegiata di tutti i tempi se vede minacciata la sua montagna di privilegi che non ha eguali? Quante clitoridi bisognerebbe mettere insieme per misurarlo?

In coda, vogliamo concludere con una considerazione che il professor Simone Pollo dell’Università di Roma La Sapienza, ha espresso recentemente nel suo spazio social:

«Quando si esamina il dibattito su questioni come l’intersezionalità, lo schwa, la cancel culture ecc. (ma è solo un esempio e la nota vale per qualsiasi tema “caldo” nel dibattito pubblico) non bisogna mai dimenticare un fatto. Il fatto è che in quel dibattito, oltre alle grandi questioni di principio, si giocano sottotraccia anche carriere accademiche e/o politiche, visibilità nel sistema culturale, contratti per scrivere libri, collaborazioni con quotidiani, inviti a festival ed eventi culturali vari, interviste nei vari mezzi di informazione eccetera».

 

Paolo Ferrucci

Sylvie Richterova, poetessa del romanzo: “La mia intenzione primaria era quella di affrontare il mistero del male”

Sylvie Richterova è una delle più importanti scrittrici sperimentali del nostro tempo, continuatrice ideale della prosa di Musil. L’autrice del capolavoro Che ogni cosa arrivi al suo posto, potrebbe essere definita un’alchimista, abile a creare sinergie tra persone, tempi e luoghi.

Sebbene in italiano oggi sia disponibile un solo romanzo, Topografia, Sylvie Richterová, che vive da molto tempo in Italia, è autrice di almeno altri quattro romanzi importanti: Návraty a jiné ztráty (Ritorni e altre perdite), uscito in francese con il titolo Retours et autres pertesRozptýlené podoby (Figure dissipate), apparso in samizdat nel 1979 e poi a Praga nel 1993, romanzo con il quale nel 1994 ha vinto il Premio del Fondo Letterario CecoSlabikár otcovského jazyka (Sillabario della lingua paterna), uscito in samizdat nel 1986, poi, in forma di trilogia comprendente anche Ritorni e altre perdite e Topografia, a Praga presso Mladá Fonta nel 1991; Second adieu (Druhé loučení, Mladá Fronta, Praga, 1994, Gallimard, 1999).

Richterová ha inoltre pubblicato in ceco due raccolte di poesie, Neviditelné jistoty (1994) e Čas věčnost (2003), e tre raccolte di saggi estremamente raffinati, Slova a ticho (Parole e silenzio) del 1986, apparso anche in lingua tedesca, Ticho a smích (Silenzio e riso) del 1997, con testi esemplari su Hasek, Nezval, Halas, Kundera, Linhartová e altri autori della letteratura ceca del XX secolo, e Místo domova del 2004. Importante le sue traduzioni in italiano de Il difetto delle pesche (Roma, 1981) di Jan Skácel e delle Opere postume del signor A. (Alfortville 1990) di J. Kolář.

È vincitrice del Premio annuale della Fondazione del Fondo letterario ceco per la prosa (1994) e del Premio Tom Stoppard (2017).

La scrittura di Richterova, nata nell’ex Cecoslovacchia e naturalizzata francese, scaturisce da profonde riflessioni ed elaborazioni di ricordi che a volte si presentano come se fossero visioni immediate, scritte di getto, altre come immagini “ritoccate” dalla propria mente e dalla propria esperienza che consentono all’autrice di guardare ad un fatto, un evento, un personaggio da diverse angolazioni.

Richterova illumina le sue memorie, le arricchisce. Le dà nuove prospettive, perché in fondo il romanzo è anche questo: reinventare la realtà, il passato, i ricordi, far venire a galla l’assurdo e al contempo questioni esistenziali.

Che ogni cosa arrivi al suo posto ad esempio, si estende su un ampio arco temporale, dalla seconda guerra mondiale fino all’inizio del terzo millennio, e ciò che emerge quasi violentemente da questo libro è la partecipazione sia cosciente che inconscia al male nella vita quotidiana, sulla quale l’autrice non esprime giudizi, ma presenta una fenomenologia espressiva di assurdità concrete e patologiche, spesso al confine tra riso e pianto.

La peculiarità di Richterova è riuscire a consegnare al lettore un collage di grandi inquadrature e di significativi particolari, rendendo la sua scrittura altamente cinematografica anche grazie alla combinazione di elementi magici e fiabeschi insieme a quelli realistici e storici. Il lettore partecipa con curiosità e commozione alla sorti dei personaggi i quali ci fanno scoprire terreni insondabili dell’esistenza umana.

Il romanzo di Richterova è una ramificazione poetica espressionista dove luoghi e personaggi di incrociano nel corso del tempo che tuttavia non significa romanzo disomogeneo anzi, questi aspetti stilistici lo rendono ancora di più unitario. D’altronde se i personaggi sono erranti, alla ricerca di qualcosa, lo diventa anche la forma che si identifica con il contenuto.

L’intento della scrittrice ceca è quello di avvicinare per comprendere meglio il mistero del Male, nell’epoca della Cancel Culture, dove domina la fretta, non la meditazione dell’opera a differenza di quello che contraddistingue Sylvie Richterova, ovvero estrinsecare l’opera con con “lungo” amore- L’autrice ci dice che il mistero è la parte più consistente della realtà, come la grazie del resto, alla quale è difficile giungere se non percorrendo i sentieri del Male. Il mistero del Male è inesauribile e Richterova che ama Dante e la letteratura italiana, prova ad entrarci, narrando del caos di profuma di Provvidenza. Bisogna ancora e sempre denunciare lo scandalo del Male, come fece Manzoni con i Promessi Sposi e Storia della Colonna infame.

 

1 Cosa pensa della letteratura italiana?

Devo dire che è grande e bellissima, devo cominciare dalla scuola siciliana, da quella toscana, dal Dolce Stil Novo? Devo pensare alla Commedia dell’arte, a Goldoni a Pirandello? A Dante, a Leopardi, a Montale? A Gadda, a Pasolini o a Levi? Penso che non la conoscerò mai abbastanza e che non smetterò mai di scoprirla e di rileggere. Una cosa meravigliosa è la presenza costante e vivace degli autori del passato. Non sono in grado di pensare un “qualcosa” della letteratura italiana, sarebbe assurdo, ma sperimentare continuamente le infinite forme della sua presenza è straordinario. Ogni grande autore è un universo infinito e inoltre compenetrato da altri fantastici universi.

Mi sono commossa pochi giorni fa seguendo una lettura dantesca fatta da cinque bravissimi giovani attori nel parco di una cittadina laziale. Hanno vissuto in alcuni versi di Dante e Dante ha vissuto in loro, con energia, profondamente, attualmente. Nel piccolo anfiteatro non si trovava quello che si chiama il “grande pubblico”, vi si trovavano persone motivate, attente, concentrate, serene. Per me, così la cultura vive. A volte secondo principi omeopatici.

2 Si fa ancora letteratura in Italia secondo Lei? Ci sono degli autori che apprezza particolarmente?

Certamente. Apprezzo. Tuttavia, non cerco di seguire il flusso della produzione, tendo a non prendere coscienza dei libri troppo pubblicizzati, difficilmente mi interesso ai bestseller. Considero inutile, anzi deleteria la produzione di storie perfettamente confezionate e simpaticamente consumabili. Preferisco autori che rischiano, che sono un po’ folli e violenti, ma coinvolti nella realtà, sempre più dura e difficile a elaborare. Sì, che esistono autori che apprezzo. Ultimamente ho letto con grande interesse tre romanzi: “La consonante k” di Davide Morganti, “Il bambino intermittente” di Luca Ragagnin e “Fragile” di Elena Gottardello. Li ho letti perché conosco e amo gli autori.

3 Lei ha anche insegnato nelle nostre Università. Cosa pensa del mondo accademico italiano?

Negli anni Settanta, alla Sapienza di Roma, ho visto da vicino la collisione tra la tradizione letteraria, filosofica, umanistica italiana, che considero eccellente, magnifica, fondamentale per la nostra civiltà, e l’ondata delle contestazioni sfociata in azioni distruttive, solidamente basate su idiozie ideologiche. La Facoltà di Lettere, quando vi sono entrata per la prima volta, era brutalmente devastata. Ricordo spesso tre shock edificanti. Il primo: da sprovveduta, credendo di andare a un’assemblea di “precari” (ero borsista CNR), mi sono trovata alla Facoltà di chimica in mezzo a un laboratorio di esplosivi per bombe molotov. Pieno di gente indaffarata. Il secondo: mi sono trovata in mezzo a una grande, vera, assemblea di precari il 9 maggio 1978 nell’aula magna della Sapienza. Entrata in ritardo, ho sentito giusto un invito, da parte di un precario importante, di approvare o meno l’uccisione di Moro. Vorrei poter tornare indietro nel tempo e cambiare il risultato di quella votazione. Non ho visto nemmeno una mano levarsi contro. Nemmeno la mia si era levata, corsi via con la morte nel cuore. Non ne parlo mai, preferisco pensare che sia stata un’allucinazione. Il terzo: due anni dopo, facendo un salto in banca tra una lezione e l’altra, ho attraversato l’androne dove è stato ucciso pochi minuti dopo Vittorio Bachelet. Uscendo dalla banca, ho dovuto prendere atto che quel che vedevo era vero. La crisi culturale della nostra epoca usciva allo scoperto. Anzi, saliva sul podio.  Contemporaneamente, dal palcoscenico scompariva la verità.

Oggi sono convinta che non ci sono mai stati da una parte i buoni e dall’altra i cattivi, è tutto molto più complesso. Purtroppo, invece di essere profondamente elaborato, questo capitolo ha finito per essere rimosso, ignorato. Sommerso da verità superficiali. Oggi, la cultura è malata, se non è morta.

Tuttavia, le università di Roma, Padova, Viterbo, e poi di nuovo Roma, mi hanno dato moltissimo. Penso che l’università italiana contenga ancora il genio della cultura classica, cristiana e moderna, penso che sia vivo, che apra le porte verso culture non europee. Che potrebbe nutrire le anime, che potrebbe rendere ricchi, creativi e forti. Se qualcuno ancora queste cose le cerca. Senza cultura l’anima si dissecca, la società materialistica sta morendo di carestia culturale e spirituale.

Non si contano le riforme dell’insegnamento e dei concorsi che si sono succedute nei quarant’anni della mia esperienza universitaria, ma so ormai che non esiste regolamento che potesse sostituire il carattere individuale e la forza etica. Penso che in questa epoca solo la coscienza e la responsabilità individuali contano. E che a volte è meglio perdere.  Stiamo passando, ognuno, attraverso la cruna dell’ago. La via comoda termina con la barbarie.

4 Come definirebbe la sua Repubblica Ceca oggi? Come è vista dai suoi connazionali?

Il paese è vivace, il lavoro non manca, si viaggia, I giovani usufruiscono dei vari Erasmus, la vita culturale è ricca, colorata e animata. Le città sono ben organizzate, il trasporto pubblico praticamente perfetto, non si ha paura di muoversi, nemmeno di notte.

L’obiettivo di istituire una democrazia è stato compromesso fin dall’inizio dal modo di “privatizzare” imprese e grandi proprietà dello stato, e da altre manipolazioni più o meno nascoste. Nelle strade pulitissime si rimane sorpresi vedendo quante persone, anziane, ma non solo, abbiano perso più o meno tutto, anche la dignità. Praga è diventata cara, c’è stato un notevole afflusso di stranieri. Da un lato ci sono ucraini o rumeni che si impegnano per lo più in lavori pesanti, dall’altro persone legate a imprese di vario genere, gente ricca e di solito chiusa in comunità nazionali. Grande e articolata è la comunità vietnamita che si è cominciata a creare fin dalla guerra del Vietnam. Di sicuro nel paese si sono infiltrate varie mafie, soprattutto per riciclare i soldi.

Andando dietro le quinte si capisce che tutto è molto più problematico di quanto sembra. Il regime totalitario aveva creato e coltivato interessi tutt’altro che etici, azioni tutt’altro che socialmente responsabili. Tutto dipende da come si evolverà la crisi che oggi condividiamo tutti, a livello europeo e a quello mondiale. Le iniziative che più apprezzo nel sociale vengono maggiormente da giovani.  La maggior parte delle persone che conosco è ferocemente critica nei confronti del primo ministro e del presidente, i danni prodotti all’ambiente – per esempio dall’agricoltura industriale – sono spaventosi. Come quasi dappertutto. Potrebbe essere peggio, come dappertutto. La maggior parte delle persone non vede la realtà, non la vuole vedere. Come dappertutto. Non so quanto possa durare questo relativo benessere e non so nemmeno dove rischia di approdare a lungo termine.

5 Il romanzo Che ogni cosa arrivi al suo posto è molto più di una storia sugli orrori del Comunismo. Può la nostra storia renderci ancora parzialmente o totalmente inconsapevoli nel partecipare agli eventi pubblici e privati? 

Il mio romanzo non parla degli orrori del comunismo, erano ben altri. Non ho scritto un romanzo storico, semmai un romanzo sull’assurdo quotidiano cui ci si abitua, con cui si convive, eseguendo contorsioni fisiche e morali. Senza rendersi conto di essere in quel modo complici dell’assurdo. E del potere che c’è dietro.

Il romanzo non è autobiografico, ma racconta fedelmente cose reali. Mi ci sono divertita un mondo. Per anni, ricordando e ripensando le cose, mi dicevo che non dovevano essere dimenticate. Le trovavo grottesche, pazzesche, da piangere e allo stesso tempo comiche, incredibili eppure vere. Infatti, più sembrano assurde, più potete essere certi che non sono inventate. Anche se alcuni amici russi si sono sentiti offesi per il racconto di una stramba conferenza segreta a Mosca. Invece si è svolta in quel modo, me l’ha raccontata un partecipante. D’altronde, possiamo essere sicuri che cose ben più strambe e folli hanno avuto luogo lì e altrove. E che continuano ad aver luogo e a svolgere una loro funzione.

La mia intenzione primaria era quella di affrontare il mistero del male. Per diversi anni ho immaginato un personaggio apparentemente normale, mediamente marcio. Sempre schierato dalla parte che conviene, allegro traditore di amici, capace di uccidere per paura della verità della sua vita. Finalmente ho capito che deve essere uno che non si rende conto, che vive con l’aiuto opportuno di una severa cecità morale. Non è disumano, solo che la paura della verità è più forte di lui.

Francamente penso che il male prende forza giusto dall’incoscienza: morale, storica, culturale, spirituale, umana. Non è possibile tirarsi fuori dalla realtà sociale, non dimentichiamo che l’omissione può essere considerata il peccato più grande.

6 Quando si piange troppo spesso si arriva a ridere delle disgrazie? Ritiene che sia un deriva naturale o che l’essere umano si impone per soffrire meno?

Ridere e piangere non sono due reazioni opposte da alternare di fronte alle nostre disgrazie. Se ci si lamenta, si rischia addirittura di consolidare il dolore. Si piange per compassione e si piange egoisticamente, si ride per allegria, ma anche per sarcasmo. Tuttavia c’è un riso, o semplicemente un sorriso, anche segreto, che dà sollievo e può ridonare il buonumore. Sorge dal distacco dalle cose, dall‘osservazione oggettiva e spregiudicata del contesto che finisce con far apparire il lato comico della situazione. L’effetto è nettamente terapeutico. Il riso può avere persino un ruolo noetico che consiste giusto nello scoprire il lato comico (assurdo, risibile, idiota) di una cosa che finora ha fatto solo paura. Magari di una cosa di cui nessuno ha mai osato di ridere. Mettere a nudo un lato ridicolo di un potere, anche bieco, vuol dire togliergli l’autorità. Un potere risibile diventa debole. A impedirci di ridere non sono tanto le nostre disgrazie quanto la paura che proviamo.

7 Come definirebbe il rapporto tra tempo e parole?

Fondamentale. In un romanzo, grazie alla parola, il tempo si trasforma in spazio. Una narrazione non ha bisogno di essere cronologica. Omero fa raccontare a Ulisse cose del passato perché glielo chiedono i Feaci. Il passato si fonde con il presente, il presente illumina il passato, ma non solo. La parola rivela chi è Ulisse. Un libro può essere percorso in un’infinità di direzioni. Ogni percorso è diverso, uno l’abbiamo trovato alla prima lettura, altri se c’inoltriamo dentro di nuovo, ogni volta con un’altra coscienza. Per prendere coscienza dell’essere umano dobbiamo uscire dal tempo, le parole lo permettono.

Un buon libro contiene diverse dimensioni e costituisce un tutto. Un universo. Per capire se un libro è grande basta vedere che cosa succede quando si rilegge. Per scrivere i miei saggi, leggo e rileggo le opere di cui parlo e alla fine, quando il saggio è concluso, mi capita di concepire una lettura ancora più illuminante di quell’ultima.

Il mistero della parola vera è quello di essere viva in un romanzo, in una poesia, in un racconto. O in una situazione. Se invece usiamo le parole banalizzando, mentendo, abusando, parlando a vanvera e comunque senza una vera coscienza, stiamo corrodendo l’opera della creazione. Il Verbo all’inizio non è una metafora, ma ci vuole parecchio per cominciare a intuire di che si tratta.

8 Lei è nata a Brno, città natale anche di Milan Kundera e Hrabal, oltreché di altri scrittori. Cosa pensa di loro?

Brno è una città particolare, molto più concentrata di Praga, culturalmente parlando. Possiede un gergo particolare, per gli estranei incomprensibile. Ha dintorni bellissimi. Caffè, dove s’incontrano poeti e scrittori, per discutere e per litigare. Un’intensa tradizione teatrale, gallerie, parchi. Senso dello humor. Un’atmosfera gentile, a volte dolce, ma anche luoghi pericolosi, da evitare. E’ amatissima dai suoi abitanti.  Ma perché uno scrittore nasce in un determinato luogo, non lo sapremo mai. Hrabal ricorda i suoi nonni di Brno in uno degli ultimi libri di ricordi che ha scritto. Kundera a Parigi si rallegra quando sente l’accento e la melodia della parlata di Brno, sogna di trovarvisi, ma ormai è tardi. Penso che sia molto bello nascere a Brno, ma che sia ugualmente necessario andarsene, pur soffrendo.

9 La Storia è un grande laboratorio letterario per gli scrittori. Cosa pensa di quello che st accadendo in Afghanistan?

Sono sicura che un presidente degli Stati Uniti abbia consiglieri informati e importanti, non credo che si possano fare errori semplicemente stupidi. La domanda è se non ci siano dietro interessi spaventosi. La certezza è che non sappiamo tutte le cose. E che i fatti sono mostruosi.

La Storia ufficiale è una fiaba di convenzione o un falso da manipolazione. Lo scrittore deve avere esperienza concreta e coraggio. Ignorare che cosa ci succede intorno mi sembra osceno.

10 Perché, secondo lei il comunismo viene spesso nominato in Italia, come un modello da cui prendere esempio, un sogno ancora da realizzare, perché si crede ancora il vero comunismo non si sia mai concretizzato davvero, e che difficoltà ha dovuto affrontare nel far conoscere suoi libri qui, dove non si fa altro che parlare di fascismo, perché lo abbiamo conosciuto, a differenza del comunismo?

Ho vissuto l’invasione della Cecoslovacchia nell’agosto 1968 da parte degli eserciti del Patto di Varsavia. L’ha vista in televisione il mondo intero. Nell’autunno dello stesso anno ho fatto un viaggio in Italia e ho incontrato persone che mi dicevano: “Peccato che non siano venuti fino a Roma.” Credevano nella parola comunismo senza conoscere le realtà che denotava, la coltivavano come icona rappresentante una religione rivelata. La fede era assoluta, anche la convinzione di dover essere liberati. Una nuova forma di fede, fede atea. Uno shock ancora più grande l’ho avuto quando, già vivendo a Roma, uno degli amici con cui collaboravo si era messo ad apprezzare Stalin, perché “senza di lui gli operai della Fiat non avrebbero mai ottenuti i loro ottimi contratti di lavoro.” Non parlo di uscite eccezionali. Del resto, anche i miei studenti, negli anni settanta, mi dicevano abbastanza spesso che ero “oggettivamente reazionaria”. Diversi conoscenti, quando tentavo di raccontare loro fatti concreti del presente e del passato nei paesi comunisti, mi fermavano dicendo: “Bisognerebbe vedere.” Dicevo perplessa che, appunto, io avevo visto, ma non si fidavano. La loro fede era più forte del bisogno della verità.

Nel corso del tempo mi sono resa conto che la fede è una necessità dell’anima umana e che una fede astratta, assoluta, fondata solo su un bisogno di dividere il mondo in buoni e cattivi e coltivata con tanto di dottrine, rituali, tradizioni e programmi, può bastare per costruire una base per la vita. Lo trovo spaventoso e pericoloso. La fede basata su una parola del tutto astratta! E non parlo degli intellettuali della sinistra occidentale che si erano resi complici del totalitarismo sovietico propagando quella fede.

I totalitarismi si rassomigliano in molte cose, ma quello che ha aggiunto il totalitarismo comunista è l’istituzionalizzazione della menzogna. Credere senza conoscere, senza voler sapere, accogliendo e ubbidendo ciecamente è un fenomeno sociale. Nel corso del tempo ha cambiato oggetto, dilagando dappertutto.

11 Quanto è importante riconciliarsi con la Storia e quanto cambiarla tramite un romanzo?

Ho scritto il mio romanzo Che ogni cosa trovi il suo posto così come doveva essere scritto. La letteratura non cambia le cose, invece può aiutare a cambiare coscienze. Ma questo è un affare individuale del lettore.

12 Cosa si augura per se stessa e cosa augura a chi aspira a diventare scrittore?

Mi auguro di avere ancora le forze per scrivere quello che vorrei scrivere. E di poter pubblicare in italiano altri miei romanzi, saggi, versi già scritti. Che poi non sono tantissimi.

Non consiglierei a nessuno di diventare scrittore. A colui che sa di dover scrivere costi quel che costi e senza badare a eventuali successi o insuccessi, rivelerei un segreto: quello che si chiama poetica ha radici nella volontà unica e individuale dell’autore, in quella profonda, in gran parte inconscia. Nell’arte, l’estetica nasce dal modo di conoscere il mondo. Diventa quindi una noetica che può arricchire chi partecipa in modo creativo allo spirito creativo che vive nell’opera. La gioia della bellezza che ci dà l’arte viene dalla scoperta di una verità. La quale in un altro modo non si potrebbe esprimere.

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