Claudio Lolli, poeta malinconico prestato alla canzone d’autore italiana

Molti cantautori italiani sono scomparsi prematuramente. Si pensi solo a Fred Buscaglione, Luigi Tenco, Rino Gaetano, Lucio Battisti. Claudio Lolli, uno dei padri della canzone d’autore italiana, è morto a 68 anni nel 2018.

È scomparso anzitempo se consideriamo l’aspettativa di vita in Italia, seppur non giovanissimo. Soltanto con la pubblicazione del suo ultimo album è riuscito a vincere la targa Tenco, nonostante avesse frequentato per anni quel palco. Ciò è il segno che la qualità del cantautorato fosse elevata, ma dimostra anche una certa incomprensione, una certa miopia nel giudicare l’arte di Lolli.

Qualcuno negli anni settanta diceva molto malignamente che Lolli istigasse al suicidio, ma era totalmente errato. Invece amava la vita. È del tutto naturale talvolta guardarsi indietro, volgersi dietro, soffermarsi a pensare al tempo trascorso. La malinconia è un sentimento universale, una costante umana e assumono una posa coloro che non ne parlano o fingono di non provarla in nome di una presunta oggettività o in nome di un posticcio stoicismo.

Lolli non era per autodistruzione ma per piacere, peraltro moderato, che amava le sigarette ed il vino. Lolli era un poeta malinconico prestato alla canzone ed ispirato da una autentica passione civile. Eppure non si riteneva un poeta. Pensava che la canzone d’autore fosse una supplente della poesia contemporanea. Era da sempre schierato contro la retorica ma anche contro la puerilità delle canzonette.

Non cercava mai formule facili né slogan politici, pur essendo dichiaratamente di sinistra. Certe sue canzoni sono dei ritratti memorabili di una Italia che non esiste più. Lolli è stato cervello acuto e cuore pulsante del movimento studentesco bolognese; mai sdolcinato, mai mellifluo, è rimasto negli anni sempre fedele a sé stesso; ha sempre saputo suscitare emozioni e sentimenti senza mai voler persuadere nessuno.

Per dirla con una delle sue ultime canzoni non è stato un uomo senza amore. I suoi testi sono sempre stati incisivi, letterari e pregnanti. Lolli ha cantato il tormento, la disillusione, l’estraneità, l’inadeguatezza della sua generazione, alternandoli a momenti di intimismo. Nonostante il riflusso ed il disastro degli anni ottanta ha continuato a descrivere i vizi e le virtù della nostra penisola. Anche musicalmente è sempre stato originale, sapendo fondere elementi di jazz con il rock progressive.

Per dirla alla Vittorini ci sono due tipi di opere creative: quelle che ci confermano il mondo come noi lo conosciamo e quelle che ci fanno vedere in modo nuovo il mondo. Ebbene Lolli aveva un suo stile unico, inconfondibile e personale. Spicca per il lirismo con cui ha cantato i giovani del ’77 e con cui ha cantato la sua Bologna.

Era per quanto possibile contro il sistema. Infatti dopo il successo chiuse i rapporti con la EMI, una multinazionale, per approdare ad una casa discografica indipendente. Insomma nessuno poteva dargli del venduto in quanto era di specchiata moralità, lontano  da ogni tipo di compromesso. Ritornando al discorso della nostalgia, tutto al più si sarebbe potuto considerare depresso ma non deprimente. Lolli aveva molto da dire e le sue canzoni lo hanno sempre testimoniato.

Lolli è stato il poeta della generazione bolognese del 1977. Ha cantato le inquietudini, le contraddizioni, le speranze, i sogni di quella generazione. Come ha detto il professor Franco Berardi, detto Bifo, quella generazione, difficilmente inquadrabile ed etichettabile, e con essa Claudio Lolli aveva il merito fondamentale di chiedersi cosa fosse la felicità. Il nostro ha frequentato ed influenzato altri cantautori impegnati.

Ha insegnato a Vecchioni a strafregarsene dei ritornelli. Si è dedicato con passione all’insegnamento ed ha lasciato una traccia indelebile nei suoi studenti. È stato un docente umano, mai fazioso o settario, sempre pronto a formare culturalmente invece che a deformare giovani menti a propria immagine e somiglianza. Era un uomo di parte ma mai fazioso e sempre aperto al confronto, al dialogo. Era perfettamente consapevole che nessuno ha la verità in tasca e che chiunque ha la facoltà di fare la propria scelta di campo.

L’insegnamento, peraltro mestiere  sempre svolto ottimamente, è stata anche una scelta obbligata per garantirsi uno stipendio fisso e per avere più libertà come cantautore.

Claudio Lolli ha raccontato di aver preso la decisione di insegnare dopo aver cantato un pomeriggio in una discoteca di Salerno. Prima ha fatto un lungo viaggio da Bologna a Salerno. Poi ha cantato davanti ad un pubblico disinteressato, impaziente di scendere in pista a fare quattro salti. Capì allora che per garantirsi un futuro doveva insegnare.

Lolli raggiunse il culmine del successo con l’album “Ho visto anche degli zingari felici”. È nella prima canzone dell’album che tratta delle conflittualità e delle incomprensioni della sua generazione e di quella dei suoi genitori, mentre propone i rom come un mondo altro, che può proporre altri valori e una altra vita.

I rom quindi come realtà alternativa da valutare seriamente e a cui guardare con interesse. Ma in quell’album c’era anche “Anna di Francia” in cui scriveva che l’alternativa non era “solo ideologia ma organizzazione”. Aveva naturalmente ragione. Si pensi a quante astruserie e quanti discorsi fumosi la classe operaia era destinata a sorbirsi quando nessun ex operaio sedeva tra gli scranni del parlamento e la vera cultura operaia era un’utopia.

Non parliamo poi di una organizzazione umana e scientifica nelle fabbriche italiane, dove si guardava ancora a Taylor e Ford negli anni settanta, negli anni ottanta si considerava solo alla produzione di massa, e le scoperte più recenti della psicologia del lavoro non venivano minimamente considerate.

Un’altra canzone che fece epoca è Michel, storia di una amicizia dalla fanciullezza alla giovinezza tra due ragazzi in cui venivano amalgamate invidia, affetto, rivalità, piccoli bisticci. È vero che gli amici di infanzia non ce  li scegliamo un poco come i parenti, ma allo stesso tempo sono figure fondamentali che hanno plasmato la nostra personalità di base e fanno parte della nostra esperienza atavica e primordiale.

Spesso sono ricordi lontanissimi, che talvolta scacciamo dalla mente, però poi ritornano quando meno ce lo aspettiamo nei nostri sogni. Michel è una storia triste con l’amico che se ne va, la sua madre che muore, l’addio alla stazione. Michel come dichiarò in una intervista Lolli era finito malandato, trasandato, povero in Francia, dalle notizie che aveva avuto.

Ma ogni volta che la cantava in un concerto era una pagina memorabile della memoria, era la rievocazione di una amicizia. In “Venti anni” Lolli testimonia la grandezza e la miseria di quell’età, la condizione esistenziale di chi era giovane allora. In “Borghesia” il cantautore bolognese aveva denunciato la piccolezza e la grettezza di quella classe sociale da cui proveniva.

In Lolli troveremo più volte nelle sue canzoni la conflittualità edipica della sua estrazione borghese e della sua formazione intellettuale progressista. Chiunque sia solo e diremmo oggi sfortunato con le donne si riconosce benissimo in “Quelli come noi”. In “Piazza bella piazza” viene trattato il tema delle stragi di stato, nel caso specifico dell’Italicus.

La rabbia di chi vive in periferia è descritta magistralmente in “Io ti racconto”. Ma il cantautore ha saputo scrivere anche delle belle poesie d’amore come “Donna di fiume” e “Vorrei farti vedere la mia vita”. Più recentemente con “Il grande freddo” ha fatto una metafora e allo stesso tempo un  resoconto di quella generazione di contestatori.

Da notare che il titolo dell’album è un riferimento al film omonimo di Kasdan, in cui degli ex liceali sessantottini si ritrovano quindici anni dopo al funerale di un loro compagno e fanno un bilancio complessivo. Ma in Lolli il discorso poi alla fine si estende a tutta l’umanità e non riguarda solo la sua generazione.

È indicativo a riguardo che il cantautore pensi all’amore perduto e sprecato sugli autobus. Oggi Lolli viene riscoperto e giustamente valorizzato però più dagli intellettuali che dai mass media. D’altronde non poteva essere altrimenti per uno che aveva come maestri Dylan, Cohen, Brel, Brassens. Recentemente Luca Carboni ha fatto una cover di “Ho visto anche degli zingari felici”.

È consigliabile però ascoltare tutte le canzoni di Lolli e  non fermarsi alle più celebri. Leggete in rete per farvi una idea della grande qualità i suoi testi. Ascoltate su YouTube le sue canzoni. Comprate i suoi CD. Si rimane stupiti della sua precocità artistica. Poco più che ventenne dimostrava già una grande maturità e una grande umanità.

Così come ha sempre impressionato la sua prolificità (più di venti album, delle raccolte di racconti, una silloge poetica, un romanzo) e il fatto che non avesse cadute di tono. Allo stesso tempo nelle sue opere troviamo un fil rouge, ma in ognuna di esse si può verificare quanto il cantautore sapesse rinnovarsi e sperimentare artisticamente.

Ogni canzone era diversa, ma aveva lo stesso imprinting e lo stesso imprimatur. Il cantautore è stato fratello maggiore, compagno, professore, amico di molti ragazzi. Recentemente hanno preparato un evento intitolato “Da Lolli e dintorni. La poesia civile di Claudio Lolli”.

 

Davide Morelli

“Aida”: Il sorriso dolceamaro di Rino Gaetano

Un ragazzo in frac, cilindro ed ukulele che in televisione canta un brano leggero ed apparentemente senza senso. Il brano s’intitola Gianna, il palco è quello del Festival di Sanremo  1978 ed il ragazzo in questione si chiama Rino Gaetano. In un periodo storico ben preciso, la seconda metà degli anni ’70, ed in un panorama musicale dominato da cantautori politicamente e socialmente “impegnati” ( i vari Guccini, De Andrè, Venditti, Vecchioni, De Gregori) Rino Gaetano sa imporsi all’attenzione del grande pubblico attraverso una dote molto rara e decisamente fuori moda: l’ironia. I suoi testi, caratterizzati da iperboli, giochi di parole e nonsense, riuscivano a svelare il marcio della società con la semplice forza di un sorriso. L’intuizione di abbinare queste liriche così “sopra le righe” a melodie semplici ed immediate ha dato vita ad una miscela esplosiva ed allo stesso tempo innovativa. Tuttavia Rino non è stato capito subito (il primo disco Ingresso Libero andò malissimo, meglio il secondo Mio fratello è figlio unico). Ben presto viene  definito “giullare” ed i suoi brani  sono etichettati come semplici “canzonette” da quei critici che non sapevano leggere oltre le parole. La storia ha ampiamente dimostrato che non era cosi.

L’album Aida, forse è  il suo lavoro più completo e maturo, che funge da descrizione del mondo, nascosto dietro la fantasia di questo artista per molti aspetti unico.

“Ultimamente, qualche mese fa, io ho visto un film molto importante, che è Novecento di Bertolucci. Questo film era un po’ la storia dell’Italia, raccontata proprio in due parti. Io ho cercato di scrivere… di portare in canzonetta, la storia dell’Italia, degli ultimi 70 anni italiani, partendo un po’ dalle guerre coloniali fino ad oggi. E allora mi sono servito, per fare questa canzone qui, di una donna, che ha vissuto attraverso i suoi amori e i suoi umori, e la sua cultura, la politica italiana. Questa donna si chiama Aida”.(R. Gaetano)

L’apertura è affidata alla splendida title-track che, a dispetto del maestoso titolo di verdiana memoria, è ricca di riferimenti storici abilmente mescolati in un caleidoscopio di vocaboli e metafore degno di un prestigiatore della parola (ad esempio “Aida le tue battaglie, i compromessi, la povertà/ i salari bassi, la fame bussa / il terrore russo/ Cristo e Stalin”). Aida è chiaramente una trasfigurazione dell’Italia che, dopo aver acquisito le fattezze di una bella donna, racconta, ripercorrendo i suoi ricordi, la sua storia lunga quasi un secolo. L’intenzione dell’autore è proprio questa, ripercorrere attraverso dei simboli il novecento italiano.

L’ermetica Fontana chiara, che ruota tutt’intorno al criptico verso “Fontana chiara/Un poco dolce un poco amara”, apre la strada ad un altro capolavoro Spendi, Spandi, Effendi che affronta il tema della crisi petrolifera e del caro benzina. Il tono scherzoso e irriverente nasconde tutta la drammaticità dell’argomento trattato senza tuttavia sminuirlo. Le meravigliose Sei Ottavi (in duetto con Marina Arcangeli della Schola Cantorum) ed Escluso il cane possono essere considerate il vertice della produzione di Rino Gaetano grazie alla carica fortemente evocativa delle liriche usate e l’indiscutibile bellezza delle note che le accompagnano. Una canzone sulla masturbazione femminile (si avete capito bene) la prima, una vera e propria invettiva contro tutto e tutti la seconda, lasciano spazio a pochissimi dubbi sul reale talento di questo artista troppo spesso sottovalutato. Il ritmo latino di La Festa di Maria, la vorticosa (sia dal punto di vista lirico che musicale) Rare Tracce, il divertissement satirico Standard (in cui l’autore storpia i nomi di Andreotti, Moro, Fanfani, Papa Montini), l’eclettico rock di Ok papà completano un disco in netto anticipo con i tempi. Nessuna paura, nessuna pietà, nessun timore reverenziale. Rino Gaetano affronta a modo suo la realtà e vince esorcizzando le brutture della vita scherzandoci su.

Proprio questa capacità di sdrammatizzare è stata la sua croce e la sua delizia. Non è stato mai preso troppo sul serio. Il grande pubblico lo apprezzava e ricordava soprattutto per le “filastrocche” (Gianna e Berta Filava) mentre Rino voleva e poteva essere anche altro. I lavori successivi Nuntereggae Più, Resta Vile Maschio Dove Vai, Io Ci Sto, mostravano un netto cambiamento di stile, molto più standard e professionale ma molto meno anarchico e dissacrante. Il successo riscosso al Festival di Sanremo (ottenuto a suo dire con una canzone assolutamente inutile) evidentemente lo aveva spiazzato, facendogli nascere la paura di rimanere ingabbiato nel clichè di Gianna. Per liberarsi da questo fardello decide di virare verso sonorità diverse quali la disco ed il rock mentre i suoi testi si fanno di colpo più seri e pacati . Il numero delle vendite diminuisce notevolmente a dimostrazione anche di un chiaro calo d’ispirazione.

Se solo si fosse accettato quale cantore apolide e ribelle di un’Italia in chiaroscuro, Rino Gaetano avrebbe prodotto ancora ottimi album. Ma sono solo supposizioni, Rino Gaetano muore in un drammatico incidente stradale a Roma il 2 giugno 1981 a soli trent’anni. L’improvvisa dipartita spiazza fans e colleghi ma non serve a proiettare l’artista nel gotha della musica italiana. Per tutti gli anni ’80 e ’90 la sua produzione viene pressoché dimenticata e la sua reputazione rimane sempre quella di autore “minore” rispetto ai “mostri sacri” del cantautorato nostrano.

Solo con l’avvento del nuovo millennio il nome e l’opera di Rino Gaetano sono stati ampiamente rivalutati e apprezzati. Musicisti quali Elio E Le Storie Tese, Daniele Silvestri, Alex Britti, Simone Cristicchi, Articolo 31, ne hanno a più riprese riconosciuto l’influenza cerando in numerosi brani di ricalcarne lo stile. Miriadi di tribute band sparse per tutto il paese ne ripropongono costantemente l’intero repertorio mentre alcuni suoi cavalli di battaglia sono diventati titoli di film (Mio fratello è figlio unico) o di programmi televisivi (Ma il cielo è sempre più blu) e sono, oramai, una presenza fissa dell’ airplay radiofonico a dimostrazione che Rino Gaetano non è stato una meteora della musica italiana ma, semmai, un precursore; uno in grado di guardare al passato per capire il futuro.

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