Georges de La Tour in mostra a Milano fino al 27 settembre: la natura noir del Seicento francese

È la luce che vuole far la protagonista, vuole diventare un fantasma di scena, vuole parlarci: è la luce che si rivela. I colpi di luce staccano dalla composizione, si ergono in rilievo, strappano un pezzo di verità alla scena e lo rendono immortale, ma è solo un dettaglio, la punta di un diamante. Come i gioielli preziosi, alla fine, le tele di Georges de La Tour , si offrono prismatiche, caleidoscopiche, con gerarchie di luci al dettaglio nel mappare categorie sociali corrispondenti.

La luce ruba la natura del gesto e la svela al mondo; e il pittore francese illumina ogni dettaglio da gran detective dell’anima, della meschinità umana in scene di una cattiveria raccapricciante. I temi di fatto gotici dell’esposizione delle emozioni umane, sottolineano l’inevitabile tenebrosità scabra delle scene; e nel dare questa impostazione, l’artista mostra una compiaciuta soddisfazione nell’esporli di fronte a una luce viva, tridimensionale, e giudice.

Il percorso espositivo della mostra si snoda sui flashes del noir francese classico. È un’umanità giudicata dalla luce. Noi non possiamo farci più niente.

Quello che colpisce dell’allestimento è la provenienza dei prestiti: National Gallery of Art Washington D.C.; J. Paul Getty Museum, Los Angeles; Frick Collection, New York; San Francisco Fine Art Museum; Chrysler Museum, Norfolk e la National Art Gallery, Lviv. E la realtà museale che va in scena è quindi prettamente di ricerca; come di ricerca e indagine è l’impostazione del catalogo col colossale apparato di testi.

Quello di cui stiamo parlando è a conti fatti una mostra, una mostra di opere prevalentemente del de La Tour; una mostra che si tiene a Milano fino al 27 settembre 2020 – ma questa è una mostra particolare.

St. Joseph, the Carpenter

Doveva di fatto terminare il 7 giugno, ma il disastro COVID19 ne ha impedito il normale e regolare svolgimento e le date sono slittate tutte in avanti. Questa per cui è una mostra post lockdown che come tanti eventi altri nel mondo si svolge con determinate regole aggiuntive. E queste sono le norme del distanziamento sociale.

Innanzitutto, quindi, sono spariti tutti i servizi di biglietteria e tutto si svolge online non più on site. Per cui per prenotare l’ingresso, per prendere un biglietto, come nei più consumati musei per evitare la coda, ci si deve registrare su un sito, in questo caso su VivaTicket, e selezionare uno slot di tempo per l’ingresso, impostare un orario di entrata.

Fatto questo ci verrà consegnato o un biglietto elettronico con QR Code da far validare con lettura ottica tramite il telefono o un file da stampare e far validare sempre all’ingresso – ma in ogni caso la procedura è tutta online.

Poi si entra uno alla volta e si sta larghi. La sala contiene meno persone. Ma nel complesso la rappresentazione della streetlife del seicento francese, la stridente bagarre di sensazioni forti dovute al noir quotidiano che impazza su queste tele francesi, rimane un universo di emozioni borderline che non ha trovato ancora pace; e come profughi, ancora maledetti dalle stesse storie, i personaggi delle tele del de La Tour ancora si animano e vagano per le sale di Palazzo Reale in cerca della tridimensionalità di un piccolo raggio di luce per l’eternità.

Ci si deve arrendere a de La Tour. Primo mese di riapertura dell’era covid19 per la mostra a Milano, Palazzo Reale, dal titolo L’Europa della luce, sul pittore francese Georges de La Tour, in linea con Goya e Caravaggio, se non altro, ma con intuizioni e lampi già postmoderni.

‘Caravaggio. Oltre la tela’. La mostra immersiva-multimediale il 6 ottobre a Milano

Aprirà il 6 ottobre presso il Museo della Permanente di Milano Caravaggio. Oltre la tela, la mostra immersiva, una nuova esperienza multimediale di altissima tecnologia e spettacolarità in cui si potrà ripercorrere, in 45 minuti con l’ausilio di 16 video proiettori, filmati originali e speciali cuffie binaurali, la vicenda artistica ed umana del grande maestro lombardo.

Questi i punti chiave di questa iniziativa ideata da Mondo Mostre Skira, prodotta da NSPRD per Experience Exhibitions con la consulenza scientifica di Rossella Vodret e il Patrocinio del Ministero dei Beni e le Attività Culturali come ideale proseguimento della grande mostra Dentro Caravaggio (Palazzo Reale ottobre 207 – febbraio 2018).

Si tratta di una mostra fatta di opere invisibili al pubblico, custodite in luoghi privati (il Gabinetto Alchemico nel Casino dell’Aurora, Palazzo Odescalchi), inamovibili dalla sede (Cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi, Cappella Cerasi in S. Maria del Popolo, Cattedrale di Malta), troppo fragili per viaggiare (i quadri del Louvre e del Kunsthistorisches Museum), distrutte (Ritratto di Filide Melandroni) o infine rifiutate perché fuori dal contesto in cui erano state pensate (Deposizione, Morte della Vergine, Madonna dei Palafrenieri).

Nel percorso di mostra ben 40 opere di Caravaggio, di cui solo 9 nella mostra di Palazzo Reale, fotografate ad altissima definizione per catturare ogni dettaglio, ogni pennellata, ogni intuizione creativa. E non solo per presentare le opere, ma inserirle ricostruendo il contesto nel quale Caravaggio le aveva pensate: la Morte della Vergine del Louvre che Caravaggio dipinse per l’altare della chiesa di Santa Maria della Scala o la Deposizione dei Musei Vaticani commissionata però per Santa Maria in Vallicella.

Martirio di San Matteo

Una mostra per andare oltre le opere e raccontare l’uomo: i luoghi della sua vita (Caravaggio, Milano, Roma, Napoli, Malta, la Sicilia), i successi e gli eccessi (l’assassinio di Ranuccio Tommasoni), le tragedie (la peste che decima la famiglia), gli amici potenti (il Cardinal Giustiniani, il Cardinal del Monte), la vocazione al precipizio (il vizio del gioco, le prostitute, i postriboli, l’alcool).

Sono stati per questo ritrovati e filmati i luoghi dell’anima di Caravaggio: la campagna di Caravaggio in Lombardia, lo studio d’artista di una Milano flagellata dalla peste, la Roma dei vicoli di Piazza Navona, del Palazzo nobiliare dove viene accolto dal suo mecenate Cardinal Del Monte, dei postriboli che frequentava, fino alla fuga verso Napoli, sempre protetto dai Marchesi Colonna e al viaggio a Malta, poi alla nuova fuga in Sicilia dove lascia tracce indelebili di capolavori per ritornare a Napoli, diretto a Roma, dove non arriverà mai.

Una mostra per entrare dentro le opere e capire la genesi creativa dei suoi capolavori fondamentali e spesso poco visibili, i pentimenti (che arrivano nel Martirio di San Matteo della Cappella Contarelli fino a dipingere un secondo quadro sopra al primo), la tecnica di un artista che letteralmente dipingeva la luce su preparazioni scure, che andava oltre le convenzioni dell’epoca, imponendo una propria visione realistica. Con il progetto nato nel 2009 alla Soprintendenza Speciale per il Polo Museale di Roma vengono analizzate nel dettaglio con le ultime tecnologie disponibili le 22 opere di Caravaggio presenti a Roma, e successivamente, grazie alla mostra di Palazzo Reale, sono altre 36 le opere di cui sappiamo quasi tutto, coprendo oltre i due terzi della produzione di Caravaggio, un lavoro che viene portato avanti anche negli archivi storici e ha permesso di capire sempre meglio la tecnica, la vita, la poesia di un grande artista.

La mostra non si limita alla semplice presentazione delle opere in alta risoluzione e dei loro dettagli, ma sfrutta al massimo le più sofisticate tecnologie per una divulgazione scientifica di ultima generazione, per proporre un racconto spettacolare, una lezione avvincente di storia dell’arte, davvero un nuovo modo di accostarsi a una icona della storia dell’arte mondiale.

Valentina Certo, autrice del saggio ‘Caravaggio a Messina’: La Sicilia per Caravaggio ha rappresentato importanti commissioni pubbliche e private

Caravaggio a Messina edito da Giambra editore è il primo scritto della giovane storica dell’arte siciliana Valentina Certo. Grazie ad un fortuita ma galeotta occasione Valentina ha la possibilità di conoscere e apprezzare Caravaggio. Quell’incontro artistico ben presto si è tramutato in passione per l’arte diventando il fulcro dei suoi studi accademici: nel 2011 Valentina si laurea in Beni culturali. Ma, come si suol dire, il primo amore non si scorda mai: l’autrice sceglie come argomento della sua tesi specialistica proprio Caravaggio con la quale si laurea in Storia dell’arte nel 2014. Nel 2016 con la stessa tesi partecipa al concorso letterario “Terra nostra” indetto proprio dalla casa editrice Giambra classificandosi prima e vincendone la pubblicazione. Questa vittoria consacra il successo della giovane e promettente storica dell’arte e consente a tutti gli appassionati d’arte e del grande pittore lombardo in particolare di conoscere un Caravaggio inedito e la Sicilia sociale, urbanistica e artistica del 1600 attraverso il suo libro avvincente che supera la cifra accademica per accarezzare il romanzesco, rivolto non solo ai grandi conoscitori d’arte ma anche a tutte quelle persone curiose che vorrebbero saperne di più sul rapporto tra uno dei più grandi pittori di sempre con la meravigliosa terra sicula.

 

Quando e come è nato il Suo interesse per Caravaggio?

Il mio interesse per Caravaggio è innato, così come quello per l’arte. Ricordo ancora la mia prima volta in nel Museo regionale di Messina, all’età di otto anni durante una gita scolastica quando sono rimasta “folgorata” dalla Resurrezione di Lazzaro del Caravaggio, tanto da scrivere il mio primo articolo. Da allora mi sono sempre dedicata all’arte in ogni sua forma e sfaccettatura. Il mio amore per Caravaggio non si è mai affievolito anzi si è alimentato sempre di più grazie alla partecipazione a convegni, conferenze ed eventi come quelli organizzati nel 2010, in occasione dei 400 anni dalla morte del pittore. Ho avuto anche il privilegio di assistere al restauro della tela di Lazzaro da vicino ed ammirare mostre a Roma e a Firenze.

Perché ha scritto il saggio Caravaggio a Messina?

Caravaggio a Messina è il frutto della mia tesi di laurea specialistica in storia dell’arte. Ho intrapreso la stesura di questa tesi con il Prof. Militello di Storia Moderna, per studiare ed approfondire le dinamiche storiche e artistiche della città di Messina all’inizio del 1600, un periodo che mi ha sempre affascinato. Ma le ragioni di questa scelta non sono soltanto sentimentali ma etiche: nei miei tre anni catanesi ho avuto modo di guardare Messina con altri occhi e notare, a malincuore, che, ancora oggi, in molti non hanno la consapevolezza del proprio passato, delle proprie radici. Per questo con l’editore abbiamo lavorato assiduamente per “trasformare” il saggio da ricerca accademica in un libro per tutti.

Nel sottotitolo si legge “un pittore dal cervello stravolto”, come mai Caravaggio viene definito così?

Caravaggio è stato definito “pittore dal cervello stravolto” in un documento privato da uno dei suoi committenti di Messina, Nicolò Di Giacomo. Ho voluto utilizzarlo per sottolineare come il suo temperamento in città fosse inquieto, da uomo tormentato ed in fuga. La sua personalità non è passata inosservata e sono tanti gli aneddoti tramandati soprattutto dalle fonti biografiche.

Per quale motivo ha posto la Sua attenzione proprio sul periodo “siciliano” del pittore?

Ho posto l’attenzione sul soggiorno siciliano del pittore perché mi interessava raccontare Caravaggio attraverso gli occhi della Sicilia e dei siciliani, ricostruendo le dinamiche storiche e sociali di quel periodo puntando l’attenzione sull’arte ed i cambiamenti stilistici del tempo. I fatti storici si intrecciano con le vicende demografiche delle città, con gli avvenimenti importanti, le biografie artistiche ed i documenti ma anche con gli aneddoti, le persone che il Merisi ha incontrato, i paesaggi che ha visto, per narrare le vicende di un uomo che ha rivoluzionato la storia dell’arte.

Cosa ha rappresentato la Sicilia per Caravaggio?

La Sicilia per Caravaggio ha rappresentato importanti commissioni pubbliche e private, protezione da uomini importanti e soprattutto scoperta di paesaggi e luoghi diversi.

La permanenza siciliana ha fatto eco nella produzione e nello stile dell’artista?

Certo, lo stile pittorico dei quadri siciliani di Caravaggio è diverso. È ancora più drammatico, la pennellata si fa violenta, febbrile, il divino scompare totalmente e compaiono spazi neri, bui, vuoti al di sopra dei personaggi come se stanno per essere schiacciati. Il pittore imprime nelle tele il suo dramma, la sua voglia di salvezza, tramutata in un continuo contrasto tra la vita e la morte, il nero e la luce. Caravaggio portò in Sicilia un linguaggio nuovo, oserei dire travolgente. Molti giovani pittori rimasero affascinati tanto da prenderlo a modello, altri lo criticarono aspramente ma le porte della modernità erano già state spalancate.

Che effetto Le ha fatto scoprire che c’è un legame così profondo tra la sua città e un pittore così importante nel panorama della storia dell’arte?

Smisurato orgoglio. Quando passeggio per le vie della mia città mi piace sempre pensare ed immaginare com’era in passato. Sogno ad occhi aperti e vedo davanti a me chiese, strade, uomini illustri. Penso com’era e cos’era Messina e cosa potrebbe diventare.

A Siracusa e a Messina sono conservate tre tele del Caravaggio dipinte durante il suo soggiorno in Sicilia, cosa ha significato per Lei poter ammirare queste opere d’arte da vicino?

E’ stato bello poterle ammirare ma soprattutto poterle studiare, osservare da vicino la luce, le ombre, i colori ed emozionarsi ogni volta come la prima. In Sicilia abbiamo sicuramente tre grandissimi capolavori: Il Seppellimento di Santa Lucia a Siracusa, la Resurrezione di Lazzaro e l’Adorazione dei pastori di Messina. Dispiace tantissimo ed è una ferita che non guarirà mai, non poter menzionare in questo elenco anche la Natività palermitana che si conservava presso l’oratorio di San Lorenzo e che è stata trafugata dalla mafia nel 1969.

Chi deve di più: Caravaggio a Messina o Messina a Caravaggio?

Nel 1608, quando Messina accolse Caravaggio, uomo in fuga, condannato a morte ed espulso dai cavalieri di Malta, sicuramente fu il pittore ad avere dei doveri verso la città. Ha vissuto da uomo libero, protetto, non gli mancavano le commissioni come la Resurrezione di Lazzaro per la chiesa di San Pietro e Paolo dei Pisani, l’Adorazione dei Pastori, tramite l’intercessione del Senato, per Santa Maria la Concezione, il ritratto di Cavaliere di Malta, adesso a Palazzo Pitti e altri quadri per i nobili, di cui si ha testimonianza negli inventari. Le fonti ci dicono anche che fu proprio a Messina che Caravaggio ricevette la somma più alta per un suo quadro. La città del porto viveva un periodo florido a livello economico e quindi artistico. Adesso siamo noi ad avere un debito grandissimo verso Caravaggio.

Cosa si auspica dopo la pubblicazione di questo saggio?

Auspico, soprattutto, che tutti possano conoscere l’operato di Caravaggio a Messina e cosa ha rappresentato la città per il pittore. Un punto cruciale nella biografia del Caravaggio. Nell’ultimo film Caravaggio l’anima e il sangue, il soggiorno messinese è stato tralasciato, ed io, attraverso la continua ricerca e divulgazione, spero che anche il mio libro contribuisca ad accendere i riflettori su questo periodo storico. Ho voluto raccontare il passato di Messina e della Sicilia affinché attraverso la consapevolezza di quello che è stato, si possano ideare e costruire progetti di rigenerazione e valorizzazione. Auspico che non sia una pubblicazione fine a se stessa e che sia un supporto valido, dal punto di vista didattico, per le nuove generazioni; che possa interessare non solo agli appassionati ma anche a curiosi e turisti affinché la città riscopra la sua naturale vocazione. Spero possa dare tanto ed arricchire l’animo di chi legge.

 

 

 

Il 21 luglio prossimo siete pronti a vivere un’esperienza unica? Solo a Caltagirone!

A chi cerca emozioni uniche e suggestioni intense, consigliamo di partecipare il prossimo 21 luglio, all’evento Angeli a Calatagèron, un’esposizione d’arte che coniuga arte figurativa contemporanea, poesia, musica, intrattenimento, critica, buon cibo locale. Un omaggio alla Sicilia, ai suoi colori, odori, sapori racchiusi nelle magiche installazioni #LaSiciliainunbarattolo che contengono anche l’anima stessa del protagonista di questo evento: il maestro Lorenzo Chinnici le cui opere a vocazione popolare, contadina, riflettono il suo modo di essere e di pensare, di guardare al passato, richiamano i dipinti calatini “francescani” del grande Caravaggio, che fu in questo gioiello barocco nel 1608 dove realizzò opere come San Francesco penitente e la Natività con i Santi Lorenzo e Francesco che hanno in comune con i quadri di Chinnici il profondo senso dell’umiltà, la concezione dimessa del sacro, della santità, della superiorità spirituale e morale.

Per l’occasione Caravaggio tornerà dal passato, dalla sua epoca barocca, per approdare in un’epoca artistica più confusionaria, magmatica, concettuale, astratta, inquietante, ma che comunque offre un posto importante all’arte figurativa ben rappresentata da Lorenzo Chinnici. E’ la magia dell’arte che consente questo ritorno straordinario, suggestionando ed emozionando tutti gli appassionato di arte e i sognatori. La magia come ha affermato lo scrittore Paulo Coelho è un ponte che ti permette di passare dal mondo visibile in quello invisibile. E imparare le lezioni di entrambi i mondi. Angeli a Calatagèron racconterà proprio questo: la bellezza del passato, della tradizione che si unisce al presente, osservando la realtà con occhi diversi. Una vera e propria immersione in una dimensione eterna, atemporale che abbraccia un percorso culturale, conoscitivo e degustativo che senza dubbio appagherà tutti i partecipanti.

 

 

 

Evento ‘Angeli a Calatagèron’, Caravaggio incontra Lorenzo Chinnici: la meta-arte è servita

Il presente si arricchirà di passato il 21 luglio prossimo nelle sale del Palazzo Comunale di Caltagirone. In occasione della personale del maestro Lorenzo Chinnici, “Angeli a Calatagèron”, una delle più nobili attività umane, ovvero l’arte, non si presenterà solo come tecnica (la téchne greca), ma diverrà filosofia al suo grado più alto per rendere visibile ciò che è invisibile, facendo sì che tutti si chiedano: ma è l’arte che imita la vita o viceversa? L’invisibile in questo caso è rappresentato da un celebre artista del Seicento che soggiornò a Caltagirone e in altre città siciliane per un anno.

Si tratta di Caravaggio, uno degli artisti più tormentati ed iconici dell’arte, che tra il 1608 ed il 1609 fu nella città calatina, invitato dal potere e dalla magia propria dell’Arte, a lambire questa terra e i suoi cittadini, ospiti e turisti, e a creare un connubio con l’arte del maestro Chinnici. Un avvenimento unico nel panorama della cultura e dell’intrattenimento italiano, che non ha la pretesa di promettere un miracolo, piuttosto ci piacerebbe raccontare una bella fiaba di Sicilia dove i sogni si trasformano in realtà, facendo vivere ai partecipanti un’esperienza eccezionale. L’esposizione rende possibile ritorni importanti, facendo sì che Caltagirone prenda nuova vita come l’anima di Caravaggio, come un’arte rivoluzionaria e diversa, come fu quella dell’artista lombardo, che diventata tradizione, si illumina nuovamente e si unisce idealmente e concettualmente a quella di Chinnici. Perché solo ciò che è antico può apparire sempre nuovo. E’ il sublime dell’Arte.

Un’esposizione imperdibile dunque, che annoda l’arte verista e allo stesso tempo espressionista del maestro Chinnici, legato a figure come pescatori e lavandaie e al paesaggio assolato della sua amata Sicilia, a quella barocca di un pittore entrato ormai nel mito anche per le sue vicissitudini personali: Caravaggio. Qualcuno si domanderà cosa c’entra Caravaggio con Lorenzo Chinnici? Ebbene come Caravaggio, che ha trascorso un anno a Caltagirone, in fuga da Roma per omicidio, e realizzato su commissione privata, il dipinto Natività con i Santi Lorenzo e Francesco, trafugato a Palermo nel 1969, anche Chinnici mostra la luce e le ombre nelle sue opere, la luce è presente nella natura, entità superiore e nobile, le ombre tra i suoi personaggi, il cui stato d’animo è inquieto, affaticato (per il duro lavoro quotidiano) e travagliato come quello dei protagonisti dei capolavori di Caravaggio, sebbene quest’ultimo sia ovviamente più realista, teatrale e drammatico. Entrambi legati alla meravigliosa cittadina barocca di Caltagirone, celebre nel mondo per le sue ceramiche, i due artisti vanno oltre la moda, e intessono la loro pittura di simboli: quelli di Caravaggio molto oscuri ed intriganti, mentre i simboli di Chinnici sono intrisi di una religiosità nostalgica, di una moralità educativa da trasmettere ai più giovani.

San Francesco in meditazione, di Caravaggio

Entrambi impassibili alle convenzioni del mercato dell’arte, fedeli a loro stessi, immersi in un accanimento creativo per Caravaggio tutto tensivo, per Chinnici spirituale e memoriale, i due artisti speculari di questo evento particolare che per qualcuno non attento può risultare fuorviante, sono connessi tra loro anche per il modo di vivere l’arte: pensano e vivono quello che sentono, pensano e vivono il soggetto dell’Arte.

Andando più nello specifico, ovvero nelle similitudini tra il Caravaggio smarrito, inedito, di Caltagirone e il Lorenzo Chinnici che ritrae lavoratori, si può notare sia nel Caravaggio creatore di un ciclo francescano (Annunciazione, Seppellimento di Lucia, Madonna del parto, San Francesco in meditazione, San Francesco penitente, Resurrezione di Lazzaro, Natività con i Santi Lorenzo e Francesco) che in Chinnici, sebbene trattino soggetti diversi e usino in maniera differente il colore, una concezione di sacro dimessa, umile non solenne, a vocazione popolare, esaltando i tratti più salienti in un figurativo proporzionato.

E’ ipotizzabile che Caravaggio, dovunque si trovi, sia tormentato per il furto del suo dipinto realizzato a Caltagirone? Perché no, d’altronde come diceva Einstein la logica ci porta da A a B, l’immaginazione dappertutto e lo stesso artista non sarebbe tale senza immaginazione. L’evento di Caltagirone ruota intorno all’immaginazione, al racconto di una favola siciliana, alla rievocazione del passato che dà luce al presente, al desiderio di entrare nella mente di un celebre artista, carpendone lo stato d’animo e mettendolo in relazione a quello di un artista del presente che vorrebbe uno dei suoi modelli quale è Caravaggio, presente all’esposizione. Avverrà davvero? Solo chi crede nell’invisibile potrà assistere all’impossibile! Imbottigliamo per un attimo il buonsenso e affidiamoci alla nostra voglia di sognare e di fare noi stessi arte che da sempre è terreno di libertà ed inventiva, precisando a chi legge che non ci sarà una mostra con le opere “francescane” di Caravaggio insieme a quelle di Chinnici, ma la sensazione e l’immaginazione di una corrispondenza ideale tra l’arte e l’animo di Caravaggio e quello di Lorenzo Chinnici.

L’Italia fa riscoprire l’arte al mondo, il senso del bello di pittori italiani di talento in un libro di Camillo Langone

L’arte contemporanea, estenuata dai continui balzi in avanti delle avanguardie novecentesche, sembra aver smarrito bellezza e genio, tecnica e costanza, stile ed originalità. Il paese di Michelangelo e Caravaggio, Leonardo e Raffaello può, ancora una volta, contribuire a salvare l’arte ed il bello, valorizzando gli epigoni di una tradizione secolare ed ineguagliata. V’è un artista italiano esperto nella pratica dell’encausto, tecnica nella quale fallì anche uno come Leonardo, avvezzo ad operare con la cera anziché con l’olio garantendo ai suoi capolavori una durata plurisecolare. Un altro, connazionale e pittore, dipinge maestose cadute oniriche, tra cui si ricorda una geniale precipitazione di Pasolini defunto che si ricongiunge a Petrarca, Pound ed alla madre. Lust, but not least, un trentenne del Belpaese che vanta tra le sue opere dodici pale d’altare. E’ in corso un nuovo Rinascimento? Il Vaticano è tornato all’arte di Raffaello e Michelangelo?

Forse, più prosaicamente, pensereste che ci si stia dilettando ad immaginare un’Italia di bellezza e di arte nell’odierno orizzonte di desolazione e sconforto economici, politici ma anche culturali. E invece questi pittori esistono, è vera la loro fama ed è vera la considerazione di cui godono nel mondo, ma soprattutto è vera la grandezza delle loro opere, in cui si coglie il senso più autentico del bello. Li ha descritti tutti Camillo Langone, giornalista del Foglio, in un agile saggio dall’eloquente e veritiero titolo Eccellenti Pittori, un canone di pittori di prim’ordine, tutti italiani e tutti viventi, da cui è sorto un sito internet per pubblicizzare e divulgare l’opera di questi artisti e da cui è nato anche un concorso, ove si stabilisce il miglior quadro italiano dipinto nel corso dell’anno presente.

Il libro destò clamore al momento della sua pubblicazione, due anni fa, e visto che è un diario della pittura italiana vivente, dunque fluida e sempre cangiante, può risultar datato, ma non è sterile leggerlo e parlarne visto che la retorica contro cui questo libro si batte è più che mai in auge. La retorica è quella nota, quella dell’Italia piagnona e vittimista, quella dell’Italia disfattista e distruttiva, quella degli italiani che cedono al passatismo e al pessimismo e deridono l’Italia presente confrontandola coi fasti artistici e letterari dell’Italia passata. Ma anche la retorica dell’Italia che vuole essere al passo coi tempi, con la globalizzazione e con la post-modernità, con l’Ovest e con il Nord del mondo, ma finisce per essere più provinciale dei provinciali, affetta da inspiegabili ed a volte patetiche esterofilie, le stesse che hanno portato ad infliggere alla marmorea e candida Piazza della Signoria l’improbabile scultura gialla sgargiante di Koons, dal testo discutibile e totalmente fuori contesto.

Langone vuole mostrare il carattere menzognero e risibile di questo discorso dominante: non è vero che l’Italia abbia smesso di essere la culla dell’arte, della pittura e dei grandi pittori; è vero invece che i pittori ci sono, brillanti e geniali, la differenza col passato è che non sono valorizzati ma disconosciuti, misconosciuti o condannati all’indifferenza. Avviene per l’arte un fenomeno che è ormai noto in politica e nella cultura in generale, messo in luce anche dall’ultimo numero del Bestiario: gli italiani, anziché pensare l’italianità come eccezionalità e risorsa, la vedono come un’anomalia da cui emanciparsi, un marchio d’infamia da lavarsi via. Così, anziché coltivare la propria specificità, anche pittorica, si adeguano al gusto dell’Occidente senescente e decadente, presentandone una replica spesso anche peggiore e caricaturale. Ma anziché essere periferia artistica dell’Occidente, l’Italia avrebbe i pittori per potersi mostrare come punto di svolta di un’arte post-moderna che ha ormai raggiunto un punto morto. Langone qui coglie nel segno quando denuncia la deriva dell’arte contemporanea, che da Duchamp in poi non è più riuscita a partorire nulla fuorché il nulla, che non è sacra, ma non è neppure più dissacrante; che non è bella ma è brutta, spesso orrida e inquietante; che non ha più originalità ma è una stanca replica di provocazioni ormai logore, che non provocano altro che noia. Se c’è un filo rosso che accomuna tutti gli eccellenti pittori, per il resto diversissimi in quanto a provenienza, biografia e poetica, è proprio questo contatto con la realtà, questa concezione della pittura come raffigurazione, non come astrazione.

Particolare dell’opera di Greta Bisandola

Qui Langone, tra le tantissime (è tanta l’erudizione necessaria a chi vuole stare sempre dalla parte del torto…) suggerisce una citazione fondamentale, di Jean Danieloù secondo cui “arte è percepire la profondità del reale”. Ci ricorda Simone Weil che dice che bene è dare all’altro più realtà, e Filippo La Porta, che in un suo libro sulla poesia (Poesia come Esperienza) sostiene che la grandezza poetica stia nel saper raccontare la propria realtà, il proprio vissuto, raccontando così la vita degli altri, di tutti.

In questo orizzonte post-moderno sentiamo l’esigenza di un nuovo criterio che, dopo i cambiamenti incendiari del Novecento torni a farci capire cos’è buono, cos’è vero e cosa è bello: la realtà potrebbe essere un discrimine significativo. Chi si allontana dalla realtà s’incattivisce, perde gli altri e se stesso, perde la realtà e ciò che gli resta sono solo astrazioni, quando non proprio visioni ed elucubrazioni, che lo allontanano dall’etica ma anche dall’estetica; chi invece vive la realtà, ci si immerge, la coglie e da questa attinge, lui sa perseguire il bene ed il bello, cogliendone frammenti nella quotidianità e nella concretezza. Langone però non offre la realtà come solo criterio: l’introduzione fornisce una serie di criteri di autori illustri che possono aiutare a distinguere il bello anche ai profani dell’arte per metterli al riparo dalle derive soggettivistiche che hanno reso l’arte attuale incomprensibile perfino ai critici professionisti ed ai mecenati, che spesso comprano solo per investire, vendere e guadagnare. L’autore si appoggia sull’autorità di molti giganti, ma forse una sintesi che condensi il criterio ultimo che aiuti ad individuare il bello la offre Arthur Schnitzler, secondo cui le caratteristiche dell’arte devono essere “armonia, intensità, continuità”.

Facciamo allora qualche nome di pittore eccellente: Massimiliano Alioto, Nicola Verlato, Giovanni Gasparro, Paolo Annibali, Marco Arduini, Romano Bertuzzi, Greta Bisandola, Roberto Ferri, Paolo Fiorentino, Letizia Fornasieri, Giulio Frigo, Angelo Davoli, Valentina D’Amaro, ecc…sebbene Langone dimentichi artisti come Lorenzo Chinnici, Luigi Cervone e Pietro Simonelli, tanto per fare qualche altro nome.

Opera di Giovanni Gasparro

Un’opera d’arte deve avere una forma precisa, la tecnica è fondamentale, è assurdo sostenere, con l’arte concettuale, che saper dipingere sia secondario per un artista, ma la tecnica da sola non basta, altrimenti si è non artisti ma artigiani; occorrono anche intensità-forza, determinazione, costanza-; e continuità, cioè che la propria arte innovi ma si riallacci ad una tradizione, che definisca con esattezza una poetica, che si distingua dagli altri artisti, che abbia una propria inconfondibile originalità. Tecnica, costanza, forza, tradizione, originalità, stile, ecco una serie di canoni da richiedere e ricercare ad un quadro perché gli si riconosca bellezza e genio. Ne manca uno, forse il più importante, che viene indicato non a caso nel primo criterio del libro, ricavandolo da una frase di Marc Augè: “L’Opera d’arte deve dare speranza”. Ecco, contro l’arte dei paesi civili, progressisti e nichilisti, contro le opere d’arte meccaniche e disumanizzanti, contro le proiezioni digitali e le opere senza titolo, forse dovremmo esporre orgogliosi la nostra arte, un faro di speranza in un contesto di disperazione. Perché forse è solo a questo che dovrebbe spingerti un quadro: a credere a qualcosa.

 

Di Luca Gritti-L’intellettuale dissidente

13 meravigliose opere d’arte che raccontano la Natività

Concentriamoci sulla bellezza. Con cui, nella storia dell’arte è stata raccontata la nascita di Gesù. 1 Giotto ha rappresentato la Natività di Gesù fra il 1303 e il 1305, sulla parete dell’incantevole Cappella degli Scrovegni a Padova. L’opera fa parte delle Storie di Gesù del registro centrale superiore e commuove per la sua delicata semplicità. Maria è distesa su un declivio roccioso, coperto da una struttura lignea, e adagia Gesù nella mangiatoia con delicatezza materna. Giuseppe sta accovacciato in basso, dormiente, mentre un angelo istruisce due pastori sull’incredibile fatto di cui sono testimoni.

 

2. Il dipinto di Gentile da Fabriano, pur essendo tecnicamente una Adorazione dei Magi (perciò più legato all’Epifania) rappresenta un lavoro incredibile, sia per la ricchezza dei materiali, sia per la quantità di personaggi, sia per dettagli e ambienti coinvolti nel racconto. Fu commissionato nel 1420 da Palla Strozzi, l’uomo più facoltoso di Firenze, e la ricchezza è documentata, oltre che dal dipinto, anche dal conto pagato all’artista: 150 fiorini d’oro. In realtà le “bassezze” economiche nulla tolgono alla meraviglia che la pala di Gentile suscita in chi l’ammira. Un turbinio, una folla preziosa di persone e animali che si accalca dietro i magi mentre questi porgono i loro doni alla madonna e al nuovo Re.

3. Qualche decennio dopo, nel 1481, i monaci di San Donato a Scopeto commissionano a Leonardo da Vinci un’Adorazione dei Magi da completare nel giro di due anni. Quel quadro non viene mai terminato ma nell’incipit all’opera che il genio toscano lasciò ai posteri si possono scorgere tutti i tratti di una rivoluzione del tema, dall’iconografia all’impostazione compositiva. L’artista pone al centro la figura di Maria con il Bambino che, alzando la mano, benedice i magi e rivela la sua natura divina agli astanti quale portatore di Salvezza secondo il significato originario del termine “epifania” (“manifestazione”). A questo gesto risponde la reazione dei presenti, che si muovono stupiti e paiono mormorare e agitarsi, abbandonando il composto corteo che aveva caratterizzato le rappresentazioni del genere fino a quel momento.

 

4. Lorenzo Lotto dipinge nel 1523 una piccola tavola (appena 46×36 cm) raffigurante la Natività, conservata alla National Gallery di Washington. Un’immagine classica, che per la prima volta mostra Giuseppe non in disparte, né assonnato, ma realmente emozionato dal suo essere padre. La Sacra Famiglia a cui pensa Lotto è unita nella felicità del momento, seppur il crocefisso sulla parete a sinistra preannunci il doloroso futuro del Bambino.

 

5. Anche Caravaggio, sempre in fuga, dipinse una natività, che al suo tempo, diventò un mito. Si tratta dell’opera Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi che fu trafugata la notte tra il 17 e il 18 ottobre 1969 dall’Oratorio di San Lorenzo a Palermo e non fu mai più recuperato. Si pensa che il furto sia stato commissionato dalla Mafia siciliana, anche per le numerose e infruttuose testimonianze rese dai pentiti che, a ondate alterne, ne hanno dichiarato la distruzione per cause davvero poco realistiche. Così, rimane solo la fotografia di questo bellissimo dipinto, che è uno dei più ricercati al mondo, in cui ogni personaggio è colto in un atteggiamento spontaneo, mentre la scena è carica di una tensione luminosa. San Giuseppe è molto più giovane rispetto all’iconografia tradizionale, presentato di spalle e avvolto in uno strano manto verde. La Madonna ha le sembianze di una donna comune e un aspetto estremamente malinconico; sembra già consapevole che questo figlio dovrà presto allontanarsi da lei.

 

6. C’è tutta la poesia del giorno di Natale e della notte in cui si attende il Salvatore nell’opera dell’artista bolognese Guido Reni. La sua scena è letteralmente illuminata da questo Bambino, la cui luce calda e avvolgente rischiara tutti i coloro che si sono riuniti attorno alla piccola culla improvvisata per rendergli omaggio. L’incanto delicato dei colori, la serena gioia dei volti e la scelta compositiva che ci pone a osservare la scena leggermente dall’alto, come se fossimo noi uno degli angeli presenti, fa sì che quest’opera diventi un modello iconografico per le rappresentazioni più moderne.

 

7. La Natività è un’opera realizzata agli inizi del secolo scorso da Marc Chagall, un artista nato nel 1887 in Bielorussia (allora inclusa nell’Impero Russo), in una famiglia di cultura e religione ebraica. È a Parigi che Chagall scopre il repertorio di immagini cristiane, che vedeva in gran copia nei musei e nelle chiese. Ed è così che incontra l’“ebreo” Cristo e tutto quello che da lui è derivato. Le sue tele si riempiono, perciò, di simboli attinti con libertà dalla tradizione iconografica narrativa cristiana e da quella simbolista ebraica.

 

8. Forse l’opera più importante che omaggia la nascita di Gesù, e la nuova famiglia di Giuseppe e Maria, è il Tempio Espiatorio della Sacra Famiglia o più semplicemente Sagrada Família, a Barcellona. La Basilica è stata progettata dall’architetto catalano Antoni Gaudí e non è ancora terminata. Gaudí le dedicò interamente gli ultimi 15 anni della sua vita e, secondo gli auspici del comitato promotore, l’opera potrebbe essere completata, nella migliore delle ipotesi, per il 2026, a 144 anni dalla posa della prima pietra.

 

9. a Natività mistica è un’opera di difficile interpretazione, poiché esclude ogni elemento dell’iconografia tradizionale. Infatti, esso combina la nascita di Gesù, come narrato nel Nuovo Testamento con una visione della sua seconda venuta come promesso nell’Apocalisse: il ritorno di Gesù Cristo sulla terra, che avrebbe segnato la fine del mondo e la riconciliazione dei cristiani devoti con Dio.
La promessa di amore e pace incarnata nell’Avvento, è evocata dal pittore in evidente rapporto con i “torbidi” di cui parla la criptica iscrizione in greco sul bordo superiore del dipinto. Infatti, la Natività appare carica delle inquietudini del momento storico in cui fu eseguita, i “torbidi d’Italia” a cui allude l’artista nell’epigrafe:
la morte di Lorenzo il Magnifico, nel 1492, aveva scatenato a Firenze un’aspra lotta per il potere e l’ascesa di Girolamo Savonarola (1452 – 1498);
le campagne militari di Cesare Borgia (1475 – 1507), luogotenente del re di Francia, Luigi XII (1462 – 1515), contro Rimini, Ravenna, Cervia, Faenza e Pesaro (1500 – 1502), che assediando Faenza (1501), minacciava direttamente anche la Toscana;
l’espansione turca. (Da Wikipedia)

10. Il dipinto Natività con i santi Elisabetta e Giovannino risente fortemente dell’influenza di Leonardo da Vinci, dal quale il Correggio riprese non soltanto la tecnica dello sfumato, applicata soprattutto sui personaggi, ma anche la prospettiva aerea che qui si risolve in un’aria fresca e sottile che fa stormire le fronde degli alberi (le vediamo muoversi sullo sfondo) e riempie il cielo di nubi sottili, mentre in lontananza già si vedono i bagliori dell’alba. Il fatto che san Giuseppe stia dormendo appoggiato a una sella è un riferimento alla fuga in Egitto: secondo il racconto evangelico, infatti, sarebbe stato avvisato da un angelo in sogno, che gli avrebbe raccomandato di recarsi in Egitto per far sì che Gesù sfuggisse alla strage degli innocenti. Lo scorcio del Bambino invece potrebbe richiamare (anche a livello simbolico) il Cristo morto del Mantegna, principale punto di riferimento del Correggio in età giovanile.

 

11. Sull’opera Natività Allendale, o Adorazione Beaumont, o L’adorazione dei pastori, è un dipinto autografo del Giorgione, realizzato con tecnica ad olio su tavola, presumibilmente intorno al 1505, misura 89 x 111,5 cm. ed è custodito nella National Gallery di Washington.
Anche in questa tavola i personaggi della tradizione evangelica sono raffigurati all’esterno (qui, dinnanzi ad una grotta naturale) in una paesaggistica prettamente “veneta”, dove non mancano armoniosi effetti luministici del tipo crepuscolare. Alcune piccole figure si intravedono nel fondo, come quella assisa dinnanzi alla grande entrata di un edificio con un caratteristico tetto, o quella di un fanciullo che si diverte aggrappandosi al tronco dell’albero ubicato al centro, alle spalle del pastore in piedi.
Gli studiosi moderni di Storia dell’arte tendono ad identificare l’opera in esame nella “Notte” (“Nocte” di casa Beccare), citata da T. Albano in una missiva, del 7 novembre 1510, inviata ad Isabella Gonzaga, nella quale rispondeva alle richieste della marchesa circa la “Nocte” di un pittore morto da poco tempo, confermandone la morte.

 

12. L’Altare Paumgartner è un dipinto a olio su tavola di legno di tiglio di Albrecht Dürer, databile al 1496-1504 circa e conservato nell’Alte Pinakothek di Monaco di Baviera. È la più grande pala d’altare dell’artista. Il pannello centrale mostra l’Adorazione del Bambino, affiancata con due pannelli di santi cavalieri a tutta figura: a sinistra San Giorgio, col vessillo crociato e con il drago dalla testa mozza, a destra Sant’Eustachio, nella cui bandiera si vede la miracolosa apparizione a cui assistette durante una caccia, un crocifisso tra le corna di un cervo. Siccome le tavole laterali erano chiudibili, secondo la tradizione nordica, il pittore fece anche due rappresentazioni a monocromo sul resto degli sportelli laterali, di cui però resta oggi solo una Vergine annunciata; l’Angelo annunciante, che completava un’Annunciazione, è perduto. Esistevano inoltre altri scomparti fissi con le immagini di Santa Barbara e Santa Caterina, perduti. Il suggerimento dei committenti dovette contribuire in modo determinante a creare quel disequilibrio formale che l’altare ha quando le ali sono aperte, essendo le due figure di santi dipinte a grandezza quasi naturale e non proporzionate alle figure della tavola centrale che sono in scala più ridotta.

 

13. Adorazione dei pastori di Mantegna. La scena è ambientata all’aperto, con la Madonna al centro che adora il Bambino inginocchiata su un gradino di pietra, mentre a sinistra san Giuseppe dorme e a sinistra due pastori si inarcano in preghiera. Il sonno di san Giuseppe rappresentato in disparte, ricorda la sua funzione esclusivamente di custode della Vergine e del Bambino. Il colloquio tra Vergine e Bambino, circondati da angioletti che solennizzano l’evento, è caratterizzato da una notevole intimità. Gesù è sapientemente raffigurato di scorcio, un tipo di veduta virtuosistica che ricorre nella produzione di Mantegna.
All’estremità sinistra si trova un giardino recintato (riferimento all’hortus conclusus che simboleggia la verginità di Maria), da cui si affaccia il bue, e alcune assi che fanno immaginare la capanna dove è avvenuta la natività. A destra è protagonista l’ampio paesaggio, che si apre in profondità, incorniciato da due montagne fatte di rocce a picco. In lontananza, a destra, si vedono altri pastori (uno sta accorrendo a rendere omaggio al Bambino) e un grande albero che sembra ricordare la forma della Croce del Calvario, presagendo la Passione di Cristo.

 

 

 

Fonti:

http://www.bergamopost.it/da-vedere/quadri-raccontano-nascita-gesu-bambino/

Dal Metropolitan di New York a Palazzo Zevallos di Napoli: ‘I Musici’ di Caravaggio in mostra fino al 16 luglio

“I Musici” è un’opera del 1595, la prima delle tele dipinte da Caravaggio per il cardinale e mecenate Francesco Maria Bourbon Del Monte. Il dipinto non deve essere interpretato come la rappresentazione di un concerto contemporaneo, ma come un’allegoria di Musica e Amore (quest’ultimo simboleggiato dal Cupido che tiene in mano l’uva). Gli storici dell’arte concordano nel ritenere che il suonatore di cornetto sia l’autoritratto di Caravaggio.

Prosegue dunque l’attività di scambio di opere con i più prestigiosi musei mondiali che la Fondazione Intesa San Paolo ha instaurato, in virtù della rassegna L’Ospite illustre, per il Palazzo Zevallos Stigliano di Napoli, ospitando di volta in volta capolavori universali. Dal 6 maggio al 16 luglio 2017 è infatti la volta de “I Musici” di Caravaggio, in prestito dal Metropolitan Museum of Art di New York, al quale invece, è andato Il Martirio di Sant’Orsola, l’ultimo dipinto del maestro milanese, esposto nella mostra “Caravaggio’s Last Two Paintings”.

Il dipinto di Caravaggio in mostra a Napoli

L’opera in questione, un olio su tela raffigura un giovinetto nudo posto a sinistra che è senza dubbio una rappresentazione dell’amore: non solo ha le ali, ma anche una faretra: è una presenza significante ed è estraneo al gruppo, ma allo stesso tempo è indicativo del clima erotico e giovanile del gruppo espresso attraverso le tematiche musicali dei primi dipinti di Caravaggio cui si richiama anche Il suonatore di liuto dell’Ermitage di Leningrado. È possibile che i due quadri La Musica e Il suonatore si trovassero nella stessa stanza, un camerino da musica che utilizzava il Cardinale dove dovevano trovarsi gli stessi strumenti che dovevano essere gli stessi raffigurati dal pittore, un liuto, un violino ed un cornetto.

I bellissimi giovanetti rimandano ad una poetica giorgionesca e si apprestano a fare musica come era consuetudine durante le feste in casa di alti prelati e dello stesso cardinale Del Monte. Essi rappresentano giovinezza, musica, armonia e amore. L’illiutista dallo sguardo trasognato al centro sembra in atto di accordare lo strumento come rapito da una commossa emozione; il giovanetto in secondo piano, pronto a suonare il cornetto, è ritenuto un autoritratto al pari del Fruttaiolo, mentre non ha trovato molti consensi l’ipotesi che lo sia anche il vicino suonatore di liuto. Sulla destra, un altro giovane è intento a leggere lo spartito che tiene fra le mani.

I Musici di Caravaggio: prezzi, orari e date

Quando:  6 maggio – 16 luglio 2017
Dove:  Gallerie d’Italia – Palazzo Zevallos Stigliano Via Toledo 185 Napoli
Orari: Da martedì a venerdì dalle 10 alle 18 (ultimo ingresso alle 17:30)
Sabato e domenica dalle 10 alle 20 (ultimo ingresso alle 19:30)

Lunedì chiuso

Prezzo biglietto: intero 5€, ridotto 3€, gratuito clienti gruppo Intesa e minori di 18 anni.
Contatti e informazioni: Numero verde: 800.454229