Carl Schmitt, filosofo politico e giurista imprescindibile, perennemente attuale

Nonostante le note vicende sulla totale o parziale compromissione di Schmitt col regime nazista i suoi volumi sono sempre oggetto di approfondimento da parte delle università, anche americane dove, come racconta Andrea Mossa ne Il nemico ritrovato. Carl Schmitt e gli Stati Uniti (Accademia University Press, p.295), fecero per esempio carriera tanti ebrei tedeschi costretti all’esilio ma che con il suo pensiero e le opere avevano contratto consistenti debiti teorici. Impossibile quindi non confrontarsi, qualunque fosse il campo d’azione, filosofico, giuridico o politologico, con uno studioso che ha influenzato di molto la riflessione anche oltreoceano, sebbene le accademie di ogni ordine e grado scoraggino pur solo a menzionarne il nome.

Vi sono state, come prevedibile, anche delle distorsioni evidenti, come l’aver amplificato a dismisura le critiche che pur egli fece agli Usa, fino a farle convogliare in un antiamericanismo viscerale che gronderebbe, a dire dei critici, da ogni singolo rigo. Andrea Mossa dimostra invece che lo studio critico della politica estera degli Stati Uniti, impero con la pretesa di costruire la nuova e vera Europa, e la fine della grande epoca dello jus pubblicum europeum, sono giudizi motivati da una meticolosa stratificazione di ricerca che si poggia su una visione critica ma non pregiudizialmente manichea. Così come l’idea, anche questa ‘smontata’ da Mossa, che la riflessione schmittiana sia tra le principali fonti teoriche del neoconservatorismo statunitense. In verità, i temi del dibattito portato avanti da Schmitt sono vari e articolati, tali da poter prestarsi a diverse letture e quindi potrebbe esservi anche del vero nella confutazione capziosa. Ma questo libro di Mossa si fonda essenzialmente su letteratura primaria e circoscrive i contorni delle tematiche più intricate senza rischiare di far esondare i giudizi oltre le stesse intenzioni di Schmitt.

I motivi di questo reiterato interesse è anche quantitativo. Oltre le intuizioni e la qualità dell’opera, spiega Stefano Pietropaoli nella introduzione al volume, Carl Schmitt è autore di oltre cinquanta monografie e di circa trecento tra saggi, recensioni e scritti minori che abbracciano un arco temporale di ben settant’anni durante i quali, in Germania, si sono avvicendati ben quattro ordinamenti politici. In più, egli legge il proprio tempo attraverso le lenti indagatrici del giurista, del filosofo politico, dell’esperto di relazioni internazionali, dello studioso di teologia, del consigliere politico e financo del critico letterario e musicale. Dunque, quantità, durata e qualità giocano a suo favore per disegnare un quadro complessivo neutrale e avulso da piccine partigianerie.

Oltretutto, in varie occasioni, è egli stesso a suggerire le connessioni non visibili ai più, citando sue opere molto distanti nel tempo e suggerendo una continuità e una relazione tra scritti che obbligano qualunque serio studioso a ritornare su vecchi saggi grazie ai quali è poi possibile reinterpretare con correttezza quelli più recenti. In realtà, spiega sempre Pietropaoli, la damnatio memoriae si fonda essenzialmente sul rifiuto di una eredità. Ma rifiutare una eredità significa implicitamente presupporre di essere allievi; perché solo dei legittimi eredi possono rifiutare un legame (ed un’eredità). E pur tuttavia, questo ripudio diventa per molti quasi ossessivo, come per Waldemar Gurian, quando propone uno smantellamento ed un dissenso integrale, punto per punto, tesi per tesi.
Protagonisti, a volte, di dialoghi interrotti, vale a dire dialoghi mancati oppure mai diretti ed espliciti, come Otto Kirchheimer (collaboratore della Scuola di Francoforte), Franz Neumann (il quale scrisse Behemoth. Struttura e pratica del nazionalsocialismo) e Carl Joachim Friedrich (docente ad Harvard). Loro e molti altri scrissero su Schmitt senza incrociarsi in maniera diretta. La stessa Hannah Arendt la quale, in larga misura, ripropone ma in maniera contraria e speculare gli stessi temi schmittiani, scrivendo nei suoi quaderni e diari ma soprattutto attraverso interessanti glosse, e quindi appunti a margine del testo, che appone sulla propria copia di Der Nomos der Erde. Schmitt è dunque imprescindibile, da qualunque parte e in qualunque modo lo si voglia leggere e sono i temi, i concetti, le definizioni ad indicarci l’irrinunciabilità di un pensiero.

Schmitt e il moderno concetto di politico

Ragioniamo allora, per un attimo, sul moderno concetto di politico, formula che lui esplorò in tutte le possibili modalità. La connessione, a volte perversa, tra teologia e politica, la distinzione tra Amico (Freund) e Nemico (Feind), sono solo alcuni parametri penetrati, lungo alcuni decenni, con esauriente capacità analitica da uno studioso del diritto che, come detto, scriverà moltissimo e, in Germania, a tutt’oggi, risulta il giurista più citato. Nel tempo, la deriva esegetica ha in non pochi casi assunto caratteristiche troppo rigide e capziose tanto che, già nel 1963, nella premessa a Il concetto del politico (1932), lo stesso Schmitt spiegherà che

in tal modo, la delimitazione, prudente e iniziale, di un preciso ambito concettuale è stata trasformata in uno slogan primitivo, in una così detta teoria dell’amico-nemico, nota solo per sentito dire e buona da affibbiare alla controparte (Le categorie del Politico).

Vale la pena ribadirlo: egli dispiega la sua opera non in maniera sistematica anche se punti di connessione sono sempre rintracciabili. In particolare, una miniera di elementi ripresi in vario modo, riferiscono della attenzione verso i pensatori della controrivoluzione, e in special modo alla triade composta da Donoso Cortés, de Bonald e de Maistre. Senza di essi, e quindi grazie allo sviluppo del tema della rappresentazione (di cui parla in Cattolicesimo rimano e forma politica, che Carlo Galli definirà:

Un libretto quasi d’occasione (…), ma che è anche una chiave d’accesso privilegiata alla sua formazione intellettuale), chiunque voglia incamminarsi nella comprensione del concetto di Politico e quindi di Teologia politica non potrà giungere ad alcuna conclusione. E proprio il fatto che questo concetto sia scivoloso e poco incline alla rigidità di un unico modello interpretativo, coerente nei secoli, ha fatto sì che Schmitt sentisse la necessità di scavare nel passato per ripercorrerne i molteplici sviluppi e gli inabissamenti carsici.

Si occupa di questo particolare aspetto, l’ottimo libro di Fabrizio Grasso (Archeologia del concetto di politico in Carl Schmitt, prefazione di Luciano Albanese Mimesis, p.80) che partendo dalle vicende personali del giurista il quale riceve alla fine della Seconda guerra mondiale imputazioni infamanti e dalle sue memorie difensive raccolte nel libretto Ex Captivitate Salus in cui dice di sentirsi un autentico Epimeteo cristiano, ripercorre l’archeologia di tale idea partendo dalla centralità della concezione cristiana della storia perché

è singolare che nella massa sterminata degli avvenimenti e delle epoche storiche sia proprio l’epoca del primo cristianesimo a diventare per noi così significativa. E singolare è anche la regolarità con cui, a partire dalla Rivoluzione francese, questo parallelismo continui a comparire in autori opposti e con opposte conclusioni, là dove il parallelismo come tale rimane ininterrogato.

Soltanto nella filosofia cristiana della storia si intenderebbe quel processo definito come secolarizzazione e, in particolar modo, solo nella versione della confessione cattolica sarebbe concepibile la comprensione della figura del katechon. Su quest’ultimo concetto ne confermerà le argomentazioni anche ne Il nomos della terra quando spiegherà:

Non credo che la fede cristiana originaria possa avere in generale un’immagine della storia diversa da quella del katechon. La fede in una forza frenante in grado di trattenere la fine del mondo getta gli unici ponti che dalla paralisi escatologica di ogni accadere umano conducono a una grandiosa potenza storica.

La secolarizzazione della vita e la venuta meno della sacralità della rappresentazione secondo Schmitt

La sua analisi si muove dunque da una posizione di irrecuperabilità per cui tutta l’Europa, Germania inclusa, soffriva della secolarizzazione della vita e la deriva inizierebbe nel momento in cui è venuta meno la sacralità della rappresentazione. La scienza giuridica, dichiara, è fenomeno europeo coinvolto nel razionalismo occidentale ed ha come padre il diritto romano e come madre la Chiesa di Roma. La separazione da quest’ultima, all’epoca delle guerre di religioni, ha portato conseguenze in chiave politica.

Come si vede, se da una parte paiono evidenti i legami e i richiami alla filosofia controrivoluzionaria, dall’altra proprio attraverso di essi trova la congiuntura giusta per connettere religione e diritto, politica e teologia; vale a dire proprio tutti quei parametri di cui parlavamo prima. Li riplasma con il suo acume di filosofo del diritto e tutti i temi e i concetti (sovranità, liberalismo, ateismo, democrazia, eccetera) li fa discendere dalla lettura meticolosa degli autori controrivoluzionari le cui tesi sono per Schmitt molto più che delle semplici suggestioni. Il punto d’appoggio dove tutto si mantiene saldo consiste nel fatto che la Chiesa muti nel tempo senza cadere mai in contraddizione: ad ogni mutamento della situazione politica cambiano, a quanto pare, tutti i princìpi, meno uno: la potenza del cattolicesimo (Cattolicesimo romano e forma politica).
Non ci sarebbe relativismo nel pensare che la Chiesa, consapevole di non essere un regno eterno (eppur agendo con l’ottica dell’eternità), sia però capace di esercitare il proprio potere storico con una idea politica che si fonda sull’imperium e nel sacerdotium. In ciò ravvisando tutta la cognizione per l’idea originaria di forza frenante in grado di trattenere la fine del mondo, quella appunto del katechon. E proprio nella frattura tra imperium e sacerdotium c’è infatti l’inizio della degenerazione e della caduta. Il mondo nuovo che divide Chiesa e Stato, che si pianifica alla fine del Medioevo e poi si struttura con la Rivoluzione francese, è il mondo nuovo che concepisce il concetto di politico così come noi lo conosciamo, e che si rivela in special modo nella opposizione permanente Amico/Nemico.

La Chiesa rappresentava invece una complexio oppositorum (ed è lì che si ritrovano le ragioni del politico). Come spiega Carlo Galli, nella capacità di aderire agli aspetti contradditori della realtà, senza esserne subalterna sta, per Schmitt, la superiorità della Chiesa. Ecco perché si distingue dal modello delle forme secolari basate sulla dualità-connessione imprenditore e Lenin, forme del pensiero moderno strutturatosi sull’apparato tecnico-economico. La Chiesa, invece, non ha bisogno né dei mezzi dell’economia né di quelli della tecnica per affermare il concetto di politico perché detiene quel pathos dell’autorità nella sua piena purezza (Cattolicesimo romano e forma politica). E fino ad una certa fase del medioevo l’unità complessiva è stata rappresentata dalla respublica christiana che teneva connessi (complexio oppositorum) il Papa e l’Imperatore. In quel contesto ritorna il concetto di rappresentazione di cui avevamo parlato prima, e che non potrebbe essere – secondo Schmitt – accostato all’apparato moderno fondato appunto su economia e tecnica perché inadatto ad essere rappresentato: che la Chiesa rappresenti – scrive Carlo Galli – significa in primo luogo che non deduce forme dalla Verità come da una teoria e inoltre capace di dar vita alla triplice grande forma: la forma estetica della dimensione artistica, la forma giuridica del diritto e infine il glorioso splendore di una forma di potere storico-mondiale (Cattolicesimo romano e forma politica). La Chiesa è dunque per Schmitt il punto più alto della rappresentazione della forma politica. Il nostro, tuttavia, è un mondo nuovo, non più sottomesso al dominio della Chiesa e che il filosofo tedesco inquadra in un generale e completo stato di degenerazione che non regredisce mai in caos, tant’è che parlerà di polizia mondiale pronta a sostituire in futuro la politica. Polizia mondiale che diverrebbe – secondo Schmitt – essa stessa politica. Da questa analisi discenderà poi la questione della sovranità, il concetto di stato d’eccezione, le due forme di dittatura (commissaria e sovrana) e insomma tutta la teoria politica.

Da questo punto in poi demolirà la teoria positivista del diritto motivando lungo brillanti pagine l’idea che il diritto poggi la sua forza su una brutalità fattuale, sul fatto che esso sia il risultato di un atto sovrano. Gli uomini moderni hanno sostituito la finzione giuridica di un legislatore onnipervadente e lo hanno declinato attraverso l’intuizione dello Stato moderno quasi come fosse principio metafisico, applicando le categorie teologiche al pensiero giuridico politico. Questo è il transfert che dà forma concreta ai moderni modelli, siano essi liberali (che si perdono nella discussione continua dei parlamenti che vogliono protrarre sempre i tempi di discussione) che nel socialismo. La discussione eterna dei modelli liberali è sintomatica di una stasi che permette alla potenza tecnica-economica di agire indisturbata:

Quando l’unità della Chiesa si spezzò nel XVI secolo e la politica fu distrutta dalle guerre civili di religione, in Francia si chiamarono politiques proprio quei giuristi che, nella guerra fratricida fra i partiti religiosi, avevano optato per lo Stato, come unità superiore e neutrale (Le categorie del Politico).

Ecco perché l’autonomia da discipline come l’estetica o la morale, la politica può ricavarla solo attraverso la contrapposizione Amico/Nemico che si colloca in un ambito tipicamente politico. Ma che sta subendo anch’esso una degenerazione. L’Europa lo aveva contenuto attraverso lo jus pubblicum fornendo una riconoscibilità ed uno status anche al nemico. La modernità non ammette altro da sé. L’idea di essere detentori di una verità planetaria e umanitaria fa sì che il nemico sia fuori da ogni logica di riconoscibilità e venga considerato nulla più che un delinquente. Nella nascita stessa del concetto politico moderno trova dunque l’assenza di ogni fondamento di potere e all’uomo, privo di valori e dell’antica metafisica, non resta che tornare all’essenziale, ad un agire politico dove l’atto di decidere abbia ancora un ruolo. Dove l’uomo fondi la politica su un atto di decisione che è sempre preventivo rispetto ad ogni strutturazione normativa e tuttavia sveli, ancora una volta, la sua irrisolvibile solitudine.

Non si può dunque fare a meno di Carl Schmitt come dimostra la serie impressionante di libri pubblicati tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016 e la sua perenne attualità basti pensare al giudizio che aveva il filosofo politico e giurista dell’ONU, struttura, a suo dire, funzionale alla visione egemonica di alcuni protagonisti internazionali e, in particolar modo, all’universalismo anglo-americano. A riprova di ciò, mostra la distorsione semantica di concetti come “intervento umanitario” oppure “operazioni di pace” che, ancora una volta, vanno inquadrati in un nuovo e moderno imperialismo che si nasconde dietro la morale.

 

Fonte: L’intellettuale dissidente

‘Lettere dal fronte alla famiglia’,1915-1918 di Ernst Jünger: pagine d’acciaio che fotografano senza paura e con una poesia che cancella la poesia, la trincea, la morte, l’orrore

Lettere dal fronte alla famiglia, 1915-1918 è una raccolta di epistole spedite durante la Grande guerra dal giovane soldato di fanteria Ernst Jünger ai suoi familiari. Il carteggio contiene inoltre alcune lettere di risposta, tra le quali spiccano quelle del fratello e del padre di Jünger. Il testo, presentato da Heimo Schwilk e tradotto da Francesca Sassi, è uscito in Italia nel 2017 per i tipi della LEG e contribuisce, più di altri documenti del tempo, a fornire una descrizione realistica della situazione vissuta dai militi allorquando il conflitto si trasformava, a causa della tecnica e della connessa volontà di potenza, in un’immensa e titanica guerra di materiali.

Prima del conflitto il giovane Jünger aveva mostrato tutta la sua insofferenza verso la comprimente società borghese: era un cattivo e indomabile studente che aveva aderito al gruppo del Wandervogel e che, attratto dall’avventura, era fuggito da casa per entrare in Algeria nella Legione Straniera francese, dalla quale avrebbe poi disertato con l’intenzione di raggiungere l’Africa centrale. Sarebbe poi riuscito a rientrare in Germania senza conseguenze per sé e per la sua futura carriera militare soltanto grazie all’influente padre.

Ernst Jünger: un eroe di guerra pluridecorato, vezzeggiato anche da Hitler

Quando scoppia il conflitto il ribelle decide di arruolarsi come volontario presso la caserma di Hannover. Nel mentre, prima di partire col 73° reggimento dei fucilieri della stessa città, consegue la maturità straordinaria che gli consente di non frequentare per intero l’ultimo anno scolastico. Come osserva Schwilk nella suggestiva introduzione, a questo punto il giovane Jünger appare come uno studentello fallito – ma, di lì a poco, sarebbe diventato, per la felicità dell’ambizioso padre e di tutta la famiglia, un eroe di guerra pluridecorato, un idolo vezzeggiato dai vari circoli della destra radicale e, a dispetto della sua proverbiale indipendenza intellettuale e politica, anche dal nazionalsocialismo e dal suo carismatico leader Adolf Hitler.

Sin dalle prime lettere Jünger evita ogni forma di autocommiserazione e si concentra su aspetti essenziali chiedendo ricorrentemente tabacco, calze, camicie, sigarette, alcol, cioccolata, salumi, libri e riviste. L’aspetto che contribuisce a edificare il mito di un individuo differenziato in piedi sulle macerie è però certamente l’integra freddezza con la quale un giovanissimo uomo esperisce la guerra. Descrivendo i primi episodi di combattimento annota: anche le urla dei colpiti, il sangue e il cervello della guardia appiccicato al portone del castello, li ho osservati a lungo e con calma, per poi asserire: il fuoco delle granate è davvero molto interessante. E forse solo a chi non conosce il futuro Jünger può risultare strano che dopo simili cronache lo scrittore riporti – senza alcuno stacco – l’affresco del paesaggio: c’è bel tempo, i ciliegi sono tutti in fiore.

Nel 1917, quando è già diventato un combattente esperto e apprezzato, scrive del colpo da maestro col quale ha freddato un soldato inglese da una distanza di almeno 600 m:

ho mirato, ho fatto una correzione di un cm (non mi è mai capitato di avere così nitidamente un uomo nel mirino) e ho premuto il grilletto.

Il primo grado di istruzione è un ammaestramento al vedere le cose punto per punto

Jünger non si cura delle sorti del soldato ucciso che, a causa della sua divisa color kaki, spirando si fonde con la terra. Il giovane si esercita già da queste lettere nella difficile arte della descrizione. E talvolta si ha l’impressione che non importi cosa si osservi, ma come si osservi: dall’osservazione avalutativa all’improvviso – come fosse un’illuminazione – la penna scolpisce nel foglio la paradossale, pre-umana, verità. Difatti, asserirà il filosofo anni dopo Il cuore avventuroso, il primo grado di istruzione è un ammaestramento al vedere le cose punto per punto nonché un ripetuto ritornare dall’astratto al concreto stando attenti a non arenarsi in oggetti di puro pensiero e di mero sentimento. D’altra parte, a descrivere con precisione le cose Jünger impara sin da bambino col suo fratello minore Friedrich Georg col quale condivide lo studio accurato degli insetti, passione che la guerra, lungi dall’attenuare, sembra invece alimentare. Sono quindi vari gli accenni alla entomologia, allo studio dei coleotteri e in generale alle scienze – per esempio alla zoologia. Il ragazzo, interessato anche ai fossili incastonati nella pietra calcarea delle trincee, ama passeggiare sul fondale di mari scomparsi rimanendone affascinato come davanti a un rebus.

Oltre a questi impercettibili ma fondanti rimandi, l’epistolario è ricco di informazioni circa le letture del primissimo Jünger: riviste specialistiche come Hann e Anzeiger, L’Orlando furioso di Ariosto, L’altra parte di Kubin, Il circolo Pickwick di Dickens, il De bello gallico e, notizia ricca di significato, i tre libri che la Föster-Nietzsche ha scritto sul fratello. Dalle lettere di Friedrich George Jünger – colme di sincero affetto e dense di osservazioni sulle poesie che Ernst scriveva in quel tempo – apprendiamo che la famiglia aveva una vastissima biblioteca all’interno della quale comparivano i classici della cultura e della poesia tedesca e varie opere di storia e di geografia. Non a caso Ernst Jünger ritiene che una raccolta di viaggi di esplorazione sia una delle cose più preziose che si possano possedere poiché la conoscenza del mondo che tramite queste riusciremmo a raggiungere è simile a un fiore che si schiude petalo dopo petalo.

In qualche lettera il soldato si lamenta del fatto che a ricevere le promozioni siano soprattutto quelli che in battaglia si tengono in disparte e critica i figli degli ufficiali con una gran faccia tosta, poco denaro e una cultura minima. L’ambiente negativo sarebbe frutto del nepotismo mentre il cameratismo di queste teste di rapa si ridurrebbe al bere del vino insieme, starsene seduti vicino in mensa e a spararle grosse. Agli imboscati da retrovie – camerieri personali e pecoroni consenzienti – Jünger contrappone se stesso augurandosi di avere uno scontro aperto prima che la guerra finisca o, una volta divenuto esperto, di tornare a combattere poiché stare lontano dal fronte non è onorevole.

La consapevolezza del proprio ruolo

Il milite – che è cosciente come in guerra si possa emergere veramente soltanto facendo la guerra e che giudica quale aspetto più odioso del conflitto i reumatismi derivati dal freddo – per essere felice ha bisogno di sentire di nuovo l’odore della polvere da sparo. L’indole per la guerra va di pari passo con la consapevolezza del proprio ruolo: egli è fatto per impartire ordini e, già nel 1915, scrive che tutti saprebbero di avere davanti un militare con una certa anzianità, uno che può anche comandare. E se quando si passa davanti a cadaveri senza sepoltura o ci si ritrova a fare la guardia accanto a una gamba che sbuca dalla terra si spera nella pace, si preferisce di gran lunga un nuovo assalto alla guerra da talpe con le sue faticacce.

Nonostante le medaglie e gli onori, Jünger vorrebbe sperimentare anche un’altra avventura entrando in aviazione, ma il pragmatico padre lo ostacolerà – non si coglie se soltanto a parole – scrivendo che con gli aerei si corrono più rischi e che, soprattutto, in guerra non si deve correggere troppo il proprio destino, altrimenti di solito si finisce male. D’altro canto, prosegue Georg Ernst Jünger appalesando la sua volontà di vedere il figlio avanzare nell’esercito, come pilota di aerei si possono abbattere 20 persone senza ricevere l’Ordine di Hohenzollern che, nella posizione in cui si trova il giovane Jünger nel 1917, per il padre non può sfuggirgli. A mio parere – conclude il capofamiglia – fai meglio a restare nella tua attuale truppa, dove ora ti conoscono bene e puoi fare carriera più facilmente che non dovendo creare nuovi rapporti da zero.

Il futuro sismografo, che trascorre il tempo con l’amato cane da pastore Luxie, è già sintonizzato sul piano in cui la storia trapassa nella metastoria:

Luxie resta con me nel rifugio. Durante i bombardamenti striscia nell’angolo più lontano e profondo. Forse anche noi qui nelle nostre tane viviamo in modo più istintivo di quanto immaginiamo, un po’ come le formiche.

Un istinto innato che precede quello animalesco permette a Jünger di rappresentare la forma del tempo e di intuire, partendo dal particolare, il suo invisibile spirito, la forma di vita prevalente. Si tratta di quei rari momenti in cui l’Anarca ha modo di coltivare la solitudine, momenti in cui è colto da una strana sensazione che forse – scrive – si potrebbe definire persino nostalgia. Sono ore di totale abbandono alle quali segue di nuovo l’infernale traffico di transito che regna nelle stazioni delle retrovie, mulini in cui l’umano che è in noi finisce macinato. Così, dal centro della battaglia sino alle retrovie si propaga una nuova Gestalt che già in quegli anni e sempre di più fagocita l’intera società inquadrandola in metallici termitai e polverizzando la oramai flebile linea tra soldato e Operaio – come se si fosse nella macina di un mulino automatico e l’umano, distillandosi, desse luogo al sovraumano o, come osserverà Evola, talvolta al sotto-umano.

Sconfessando ogni buonismo e ogni facile pacifismo il futuro scrittore del discusso libro La pace (1945), da un lato nel 1916 ammette che la guerra si stia facendo sempre più irragionevole, dall’altra è certo che l’essenziale sia che alla fine la Germania ostenti la sua superiorità con la vittoria. E in occasione del tentativo di pace presentato da Germania e Austria agli avversari il 2 dicembre 1916, commenta:

Per quanto mi riguarda, non credo a nessuna pace che non sia stata decisa dalla fame o dalla forza delle armi.

Riportando il suo desiderio di passare all’aviazione, Jünger esplicita la sua inclinazione alla libertà e alla indipendenza di pensiero e di azione: l’aviazione da caccia ha i suoi vantaggi, in particolare quando, come me, non si ha affatto intenzione di rinunciare alla libertà né al proprio dovere militare. Una libertà che, spiegherà egregiamente in Der Arbeiter, non è dunque una vacua e romantica fuga dalla durezza della realtà quanto piuttosto una volontà di accettare il proprio fato coniugando la stessa libertà con la necessità, con una marziale forma di autodisciplina. D’altronde – continua – una delle mie massime è che la libertà si mostra sempre bendisposta nei nostri confronti finché accettiamo che la morte sia il terzo della compagnia. Una volontà di libertà che contempla come suo esito estremo – e caro agli dèi – la prematura perdita dell’individualità o, addirittura, come verga Oscar Wilde, il suicidio – il migliore addio che si possa dare alla società.

Anche quando si felicita dell’acquisto da parte del padre di alcune ampie terre nei pressi di Rehburg, Jünger preconizza in modo sibillino alcune tematiche sviscerate nella successiva produzione: la terra va oltre le fiamme e la guerra. Difficile non percepire l’assonanza con i temi trattati anni dopo dall’amico Carl Schmitt e dallo stesso Jünger che, in opere come Al muro del tempo o Maxima-minima, sarà appassionato studioso dei Titani e che con Mircea Eliade dirigerà la rivisita Antaios – dedicata non a caso ad Anteo, il potente dio tellurico. Riflessioni simili le troviamo nella lettera a Friedrich Georg del luglio 1918. Jünger racconta come la calma del riposo sia spesso violata dalle esplosioni:

la terra comincia a sgretolarsi e le travi a ondeggiare. Poi mi sveglio e avverto una sensazione di avvolgimento con un retrogusto di calore, come un tempo, quando durante un temporale si stava rannicchiati nel letto. Tra l’altro non avrebbe alcun senso restare svegli, perché finché di quegli aggeggi si sente il rumore, vuol dire che non sono pericolosi e non si percepisce più il colpo andato a segno. La paura è nell’illusione.

Per un soldato – e per un uomo di un certo tipo – la paura è solo un’ombra, una parvenza irreale. Se un tempo l’autore sentiva il dolore causato da un luogo in cui non si può rimanere a lungo, alla fine della guerra sembra avvezzo a cambiare posto essendo il luogo definitivo, il luogo dei luoghi, solo la morte – quasi cercata, agognata e sfidata in battaglia. Sin da ora lo stile dell’autore si ramifica in un paradosso: il cuore è come cristallizzato e da un segreto territorio dello spirito emerge al di fuori una siderale freddezza: di recente ho trovato nella latrina le ossa di una mano e ho avuto l’elegante idea di usare un dito per costruirmi un bocchino per sigaro

Lettere dal fronte: pagine d’acciaio che fotografano senza paura e con una poesia che cancella la poesia, la trincea, la morte, l’orrore

Uno degli episodi raccontati nelle lettere – che poi avrà un riscontro letterario nel romanzo di guerra Le tempeste d’acciaio – è il salvataggio del fratello rimasto ferito nella battaglia delle Fiandre del 1917 e fatto trasportare dal comandante di compagnia Ernst Jünger in un rifugio della sanità. Lo scrittore, anche in questo caso, riporta l’accaduto senza cedere in modo eccessivo all’autotrionfalismo. D’altra parte, per un soldato che sarà ferito 14 volte e che riceverà sia la Croce di ferro che la prestigiosa croix Pour le Mérite, l’eroismo e l’abnegazione appaiono come una consuetudinaria forma di azione, come un abito che scolpisce la volontà e forgia integralmente l’individuo.

Non solo lo scrittore evita il tipico – e spesso giustificato – vittimismo che si è soliti registrare nelle lettere dei soldati alla famiglia, ma in alcuni casi si lascia andare anche all’ironia come in occasione dell’incontro col suo poco amato professore di liceo, anch’egli divenuto soldato e costretto a stringere la mano al giovane da pari a pari (tempora mutantur!) o quando, nel 1918, domanda al fratello di scegliergli una fidanzata adatta munita di stanza visto che – scrive dall’ospedale militare – con questo buco nei polmoni, devo fare attenzione alle attività che richiedono un certo consumo di fiato.

Lettere dal fronte si avvicina più all’uomo Ernst Jünger che allo scrittore, più all’avventuriero che al pensatore nonché, via via, più al guerriero che al futuro morfologo e veggente. Eppure, tra le righe si sviluppa con elegante discrezione la cifra dell’aristocratico stile che esploderà nella sua algida grazia già nei Diari e nei romanzi di guerra. Queste pagine d’acciaio – come quelle di Ernst von Salomon sugli irriducibili combattenti dei Freikorps – fotografano senza paura e con una poesia che cancella la poesia, la trincea, la morte, l’orrore, l’ebbrezza e il ferro e rendono conto dello spirito di uomini senza vincoli, i quali, tagliando ogni ponte con l’affettato mondo della buona società, hanno lottato per far trionfare – sentenzia il proscritto – il rango sulla felicità, la sostanza sulle falsificazioni. Così, quando il libro finisce e un manto di solare freddezza cala sul lettore, ritorna, come dinamite che frantuma le rassicurazioni di ogni tempo, il motto dell’Arbeiter:

meglio essere un delinquente che un borghese.

 

L’intellettuale dissidente

Gerusalemme e il sionismo: una lettura geopolitica, teologica e geografia

Rileggere lo scontro in Palestina e più in generale nel Vicino e Medio Oriente attraverso le lenti della geopolitica e della geografia è l’unico sistema per sganciarlo da una narrazione pre-costruita ad uso e consumo dell’Occidente. Il giurista tedesco Carl Schmitt nel suo studio sul concetto di politico affermò che tutti i concetti più pregnanti della moderna dottrina dello Stato sono concetti teologici secolarizzati poiché sono passati alla dottrina dello Stato dalla teologia. Secondo il prof. Claudio Mutti la stessa geopolitica, pur essendo una scienza del tutto profana, non è estranea a questa dinamica evolutiva. E, di fatto, esiste una segreta influenza, per lo più sconosciuta o ignorata dagli odierni analisti geopolitici e geo-economici, esercitata dalle scienze tradizionali sull’immaginario collettivo. Esiste dunque un profondo impatto residuale degli archetipi della geografia sacra sedimentato nell’immaginario collettivo che determina la struttura stessa del pensiero geopolitico. La geopolitica ha dunque una discendenza diretta dalla geografia sacra. E questa relazione si esprime in modo determinante e visibile a tutti in primo luogo nella contesa attorno ai centri spirituali. Gerusalemme, e più in generale l’intera Palestina, rappresentano la più evidente dimostrazione di questa relazione segreta ed ignorata tra geopolitica e geografia sacra. La Palestina, inoltre, è terreno di scontro tra due visioni antitetiche del mondo che si esprimono in una delle dicotomie classiche del pensiero geopolitico: la dicotomia Occidente/Oriente. Il padre della geopolitica, il geografo svedese Rudolf Kjellen, descriveva questa dicotomia come opposizione tra una visione del mondo (quella occidentale) tutta votata all’idea del progresso senza limiti, ed una visione del mondo “orientale” indirizzata verso il rispetto della tradizione ed uno stile di vita votato alla contemplazione. Un’idea che non si scosta da quella prettamente guenoniana che vedeva il prevalere nell’Occidente di un sistema filosofico e di una cosmovisione assolutamente materialista (soprattutto a seguito della Riforma protestante, del trionfo del mercantilismo, dell’individualismo e la riduzione della religione alla sola sfera della morale) e nell’Oriente il prevalere di una visione in cui ordine fisico e metafisico rimangono strettamente interconnessi. Scriveva Renè Guènon: l’Occidente cambia mentre l’Oriente permane nella sua immutabilità.

Non si può, inoltre, non considerare il fatto che in molte tradizioni culturali prettamente eurasiatiche l’Occidente (landa della sera e terra dell’occaso) veniva percepito come un luogo di perdizione, una terra dei morti dalla quale non vi fosse via d’uscita per i semplici mortali. Da qui deriva l’idea heideggeriana che il processo di occidentalizzazione del mondo intero vada di pari passo con il processo di de-potenziamento dello spirito e delle verità religiose tradizionali. Lo Shaykh al-Ishraq Sohrawardi parlava espressamente della condizione di “esilio occidentale” (un mondo delle tenebre dominato dal male a causa dell’assenza, del distacco e della lontananza da Dio) dalla quale l’uomo deve fuggire per raggiungere l’Oriente delle luci e dunque la sua completa realizzazione spirituale. Non è un caso se il grande iranista Henry Corbin ha parlato di evidenti corrispondenze tra la teosofia islamica e l’analitica heideggeriana.

Ora, Gerusalemme, non solo è il centro spirituale per eccellenza delle tre principali religioni monoteistiche, ma è anche un “centro del mondo”, un axis mundi (punto di congiunzione tra cielo e terra). A Gerusalemme il viaggio notturno del Profeta ha assunto la direttrice dell’esaltazione. E il tempio di Salomone, costruito sul monte Sion e distrutto da Nabucodonosor nel 595 a.C., era la residenza di Jahvè tra gli israeliti. Dunque, oltre alla chiave di lettura dicotomica classica oppressi/oppressori, tanto cara all’Imam Khomeini così come ad Ali Shariati, la lotta in Palestina e per Gerusalemme può essere interpretata anche nei termini di resistenza e opposizione alla volontà “occidentale” di appropriazione e possesso di questo centro a cui seguirebbe la sua totale desacralizzazione.
Un processo visibile anche ad occhio nudo se si considera l’oscenità post-moderna degli insediamenti sionisti cementificati e costruiti ad alveare che hanno distrutto il panorama storico di Gerusalemme. Un processo iniziato nel 1967 con la conquista della parte Est della città quando i sionisti, in totale spregio di secoli di storia, buttarono giù un intero quartiere della vecchia Gerusalemme per costruire uno spiazzo di fronte al Muro occidentale. Una lezione anti-storica fatta propria dagli attuali alleati wahhabiti capaci di distruggere il centro storico di Awamiyah nella regione a maggioranza sciita di al-Qatif con la pretesa di “riqualificazione dell’area e caccia a presunti terroristi”.

Una vera e propria usurpazione se consideriamo che il Muro occidentale è un luogo sacro tanto agli ebrei quanto ai musulmani. Nelle sue prossimità si ritiene che il cavallo del Profeta, Buraq, avesse la stalla nel momento in cui Egli compì il Mi’raj. Per secoli ebrei e musulmani hanno pregato insieme in questo luogo senza alcun problema particolare. E solo negli anni Venti con il crescere dell’arroganza sionista hanno iniziato a verificarsi i primi scontri. Questo terreno era di proprietà di una fondazione religiosa islamica appartenente ad una nobile famiglia palestinese. Il Gran Muftì Hajj Amin al-Husseini fece pervenire all’amministrazione mandataria britannica una tale quantità di documenti che provavano tale diritto che questa nei cosiddetti White Papers non poté far altro che riconoscere la proprietà del luogo alla comunità islamica. É dunque abbastanza chiaro che ad oggi lo scontro in Palestina sia un prodotto di questa concezione dicotomica del mondo e che possa essere oggetto di uno studio approfondito per la cosiddetta “geopolitica delle religioni”.

Il sionismo ha sì un’origine “occidentale” ma non è affatto un movimento laico nei suoi obiettivi. Il padre fondatore del sionismo moderno Theodor Herzl disegnò i confini del futuro Stato di Israele sulla base di quanto riportato nel libro della Genesi: ovvero, dal fiume d’Egitto – il Nilo – al grande fiume, l’Eufrate. Non solo. Nella sua opera Lo Stato ebraico (opera dallo scarsissimo valore letterario ma emblematica ed utile per comprendere come funzionasse sin dal principio la mentalità sionista) scrive:

la Palestina è la nostra patria storica, indimenticabile […] se sua Maestà il Sultano ci desse la Palestina ci potremmo impegnare a sistemare completamente le finanze dell’Impero Ottomano; per l’Europa che dovrà garantire la nostra esistenza, rappresenteremo colà un vallo contro l’Asia, copriremo l’ufficio di avamposto della civiltà contro la barbarie.

Ora, sappiamo tutti che il Sultano non accettò questa proposta. Cosa che gli valse una rivoluzione, quella dei Giovani Turchi del 1908 che di fatto sancì la distruzione definitiva delle rimanenti istituzioni che resero grande l’Impero. Una rivoluzione che nella prefazione ad un’edizione dei Protocolli dei savi di Sion veniva definita come la “rivoluzione ebraica in Turchia”. Non è dato sapere quanto questa affermazione possa essere veritiera e non è il caso di entrare nel merito sulla veridicità o meno dei Protocolli. Tuttavia, tale definizione nasce dalla constatazione che molti degli esponenti di questo movimento discendevano da famiglie israelite residenti nei Balcani legatesi al movimento messianico ebraico del XVII secolo noto come sabbatianesimo (nome che deriva dal suo fondatore Sabbati Zevi) e successivamente convertitesi in modo del tutto superficiale, per non dire falso, all’Islam per proseguire quella che era la missione del loro autoproclamato Messia: la distruzione dell’Islam dall’interno in modo da rendere possibile la restaurazione del Regno di Israele in Palestina.
Spesso il sabbatianesimo viene anche associato al wahhabismo. Nathan di Gaza, l’ispiratore di Sabbatai Zevi, scrisse a suo tempo dei rapporti a diverse comunità ebraiche dell’Europa e del Nordafrica in cui si parlava di un fantomatico esercito che, sorto dal deserto del Najd in Arabia, avrebbe conquistato Mecca e Medina e distrutto le tombe della famiglia del Profeta e dei suoi compagni. Esattamente ciò che fecero i wahhabiti quando si impossessarono dei luoghi santi dell’Islam. Per questo da una prospettiva prettamente islamica la liberazione di Gerusalemme non può prescindere dalla liberazione in primis di Mecca e Medina.

Inoltre, lungi dall’aver costituito un vallo contro la barbarie (cosa totalmente priva di senso visto che la Palestina era parte dell’Impero Ottomano, un’entità geopolitica perfettamente inserita nel sistema delle relazioni internazionali del periodo e rappresentante di una civiltà millenaria ben lontana dal poter essere definita come barbarica), è stato proprio il sionismo a portare la barbarie colonialista occidentale in Palestina. Si pensi alla violenza brutale dei gruppi armati sionisti: il Lehi, l’Irgun, agli attentati terroristici, alle stragi nei villaggi arabi (come quella di Deir Yassin in cui vennero trucidate oltre 250 persone) avvenute ben prima dello scoppio della guerra del 1948, o ai cecchini dell’Unità 101 guidata da Ariel Sharon che aprivano il fuoco su inermi contadini che cercavano di raccogliere i frutti della loro terra.
Il sionismo ha le sue radici ideologiche nel Talmud, nei testi della tradizione rabbinica (in una specifica interpretazione del Talmud, un’interpretazione a proprio uso e consumo) e nello stesso messianismo ebraico: nel movimento dei Cariati (i cosiddetti “scritturali” che addirittura rinnegarono il Talmud), nell’opera di Solomon Molcho, nel sabbatianesimo, o in quella di Jacob Frank (reincarnazione di Sabbatai Zevi). Tuttavia la religione talmudica, sviluppatasi tra gli ebrei della diaspora, risulta essere sostanzialmente differente dalla religione praticata al tempo dei Re e dei Profeti. La religiosità dei Re israeliti venne influenzata in modo determinante da quella cananea e mesopotamica in generale e nonostante fosse già presente il carattere esclusivista ed etno-nazionalista, rimaneva di carattere tradizionale, incentrata sul culto, sul sacrificio rituale e sul rapporto diretto con Dio. Il Re, secondo il Salmo 110, era “sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedec” e Salomone costruì il Tempio accanto al palazzo reale associando il culto alla monarchia stessa.

Gli stessi testi del Pentateuco si riferiscono a tradizioni orali arcaiche reinterpretate e corrette nel corso di molti secoli. Il racconto di Adamo ricorda da vicino il tema mesopotamico dell’immortalizzazione mancata di Gilgamesh. Eroe mitico che i curdi considerano come loro antenato ancestrale. Basti pensare al libro del leader del PKK “Eredi di Gilgamesh”. Una vicinanza che spiega sotto certi aspetti l’attuale assonanza geopolitica tra curdi e israeliani ed ancora una volta dimostra il legame fondamentale tra geopolitica e geografia sacra. Col Talmud e con l’evoluzione del “rabbinismo” si sviluppa una sorta di ideale messianico ed al contempo utopico retrospettivo che vede nella restaurazione del Regno di Israele lo schiudersi di una nuova era a seguito della quale il popolo eletto dominerà non solo la Palestina ma anche il mondo intero. Il Regno atteso è un regno alla lettera. Vale a dire un dominio effettivo su questa terra di un popolo eletto da Dio a tale scopo. L’idea di Shalom (pace) e di Sedeq (giustizia) sono direttamente collegate all’idea di supremazia sui nemici e sui popoli. Attraverso questa interpretazione delle scritture, la pace universale del Pentateuco diventa una pax giudaica (molto simile alla cosiddetta pax americana) ottenuta o tramite libera sottomissione (noachismo) o con la vittoria eclatante sui nemici. È scritto (Genesi 22, 17-18) che nella discendenza di Abramo saranno benedette tutte le nazioni. Nell’interpretazione rabbinica questa “benedizione” è strettamente legata alla sottomissione ad Israele ed al suo Messia.

Questo è il sostrato ideologico attraverso il quale si è fondato il sionismo. Asher Ginzberg, uno dei principali esponenti del cosiddetto sionismo spirituale o esoterico (che per certi versi si discosta dal sionismo “moderato”, per modo di dire, di Theodor Herzl) scrisse un piccolo saggio, scopiazzato da Nietzsche, dal titolo Inversione di tutti i valori, in cui il concetto nietzschiano di superuomo veniva sostituito dall’idea di supernazione da identificare ovviamente con Israele destinata a dominare sul mondo intero. E non è un caso se molti esegeti cristiani e musulmani del Talmud abbiano identificato il Messia ebraico non come persona singolare ma come popolo, e dunque come il ritorno degli ebrei numericamente aumentati in Palestina a cui seguirà la ricostruzione del Tempio come profetizzato da Ezechiele. Sappiamo bene che l’attuale popolazione palestinese è di etnia semitica e discende in buona parte anche da famiglie israelite convertitesi al cristianesimo o all’Islam. Il processo di arabizzazione e islamizzazione della popolazione autoctona della Palestina, dopo la conquista islamica di Gerusalemme nel 637, fu lungo e complesso. Questo è uno dei motivi per i quali lo Shaykh Imran Hosein (un deviato sufi per i wahhabiti), nel suo testo “Gerusalemme nel Corano” ha identificato gli attuali occupanti sionisti della città, di origine per lo più europea (ma vi sono anche etiopi, indiani, nordafricani) portatori di tratti fenotipici totalmente diversi rispetto alla popolazione indigena della Palestina (sia essa ebraica, cristiana e musulmana), nelle malvagie genti di Gog e Magog che hanno un ruolo centrale nell’escatologia sia cristiana che islamica. Ed è per questo motivo che lo Shaykh identifica Israele come espressione della compiuta oppressione e peccaminosità. E nell’Islam non c’è nessuna forma di tolleranza per l’oppressione.

A dimostrazione che questa sia una interpretazione a proprio uso e consumo sta il fatto che il Talmud babilonese, come sostenuto tra l’altro dai Neturei Karta, vieti esplicitamente il ritorno in armi nella “Terra Promessa”. Il successo del sionismo è dovuto proprio alla sua capacità di propagandare il suo credo. I sionisti hanno investito miliardi di dollari per fare in modo che la loro interpretazione dei testi sacri venisse a coincidere e ad essere identificata con l’ebraismo nella sua totalità. Oggi, di fatto, è difficile trovare un ebreo indifferente alle sorti di Israele o in netta opposizione con le sue scelte politiche. Tanto che gli stessi ebrei che vivono all’infuori dell’entità sionista, e che non hanno nessuna intenzione di trasferirvisi, comunque la finanziano economicamente e la sostengono politicamente. Il caso più emblematico è la lobby sionista statunitense: l’AIPAC (American Israeli Public Affairs Commitee).

Oggi al potere a Washington vi è l’ala più oltranzista di questa lobby. Ma negli ultimi settanta anni, Israele, con la sola eccezione dell’amministrazione Eisenhower che mai ha digerito le pesanti ingerenze dell’AIPAC nella politica statunitense, ha sempre rappresentato il pilastro della geopolitica nordamericana nella regione. Un ruolo condiviso per due decenni con il regime dello Shah Mohammed Reza Pahlavi in Iran che oggi qualcuno sembra rimpiangere. Senza andare troppo indietro nel tempo l’amministrazione Obama ha contribuito a finanziare il sistema di difesa anti-missilistico Iron Dome ed ha rafforzato il cosiddetto “qualitative military edge” fornendo ad Israele armamenti sempre più sofisticati e strutture atte al lotta contro la guerra cibernetica.

Ora, il successo di questa operazione di propaganda si è riflettuto anche nello sdoganamento di cui il sionismo ha goduto nella cristianità occidentale. È risaputo che l’Osservatore Romano nei primi del Novecento fosse carico di articoli che muovevano delle critiche feroci al neonato movimento ed ai suoi propositi. Una voce critica che si è via via affievolita fino alla totale acquiescenza dopo il Concilio Vaticano II. E questa operazione è la medesima attuata dal wahhabismo saudita che ha cercato, attraverso uno spregiudicato utilizzo della propria ricchezza, di assumere la leadership dell’Islam sunnita facendo in modo che la stessa identità sunnita venisse a coincidere la sua interpretazione a-culturale ed anti-tradizionale dell’Islam. Solo recentemente, con la Dichiarazione di Grozny sull’identità sunnita, importanti guide spirituali dell’Islam sunnita (tra cui il Grande Imam dell’Università di al-Azhar) hanno rigettato il wahhabismo come deviazione cercando di riappropriarsi di una identità per troppo tempo usurpata dalla questa setta eterodossa.
Attraverso questa ideologia messianica, connaturata al sionismo, si può intuire il motivo per il quale Israele non sia affatto interessato ad un negoziato che riconosca un qualsiasi diritto di esistenza ad uno Stato palestinese. Ogni tentativo di questo tipo è miseramente fallito: i negoziati di Oslo, il piano di pace arabo, l’iniziativa di Ginevra, la roadmap ed il processo di Annapolis sponsorizzati dall’amministrazione Bush. Ed è emblematico a tal proposito il recente voto interno al Likud sulla proposta di annessione degli insediamenti in Cisgiordania ed il voto della Knesset sull’unità di Gerusalemme. Il più grave errore della dirigenza palestinese è stato credere nella possibilità della propria autodeterminazione attraverso una soluzione negoziale. A chi si ostina a sostenere che gli arabi fecero male a non accettare il piano di spartizione stabilito dall’ONU, basterà ricordare che già prima del conflitto del 1948, i sionisti avevano approntato un piano (noto come Piano Dalet) che di fatto prevedeva già l’occupazione di territori che il progetto delle Nazioni Unite aveva assegnato alla componente araba.

L’obiettivo sionista è ed è sempre stato la realizzazione compiuta della “Grande Israele”. Si pensi al ruolo cruciale giocato dal Gush Emunim (il blocco dei fedeli, il movimento messianico che ha sostenuto la campagna di colonizzazione della Cisgiordania), ai coloni di Kyriat Arba ad Hebron ed al massacro compiuto da uno di essi nella moschea di Ibrahim nel 1994. Va da sé che esistono due tipi di coloni: quelli che lo fanno nella convinzione “religiosa” che le terre della Giudea e della Samaria appartengano ad aeternum ad Israele, e coloro che la fanno per mera convenienza economica visto che la tassazione imposta dallo Stato israeliano ai coloni è praticamente inesistente. La politica israeliana nei territori occupanti è estremamente ambigua. Questa viola apertamente la Convenzione dell’Aia su leggi ed usi della guerra terrestre (1907) e la Convenzione di Ginevra (1949). Tuttavia, il sionismo non considera questi territori come “occupati” ma come parte integrante del territorio nazionale di Israele. Non a caso la guerra del 1967 cui seguì l’occupazione della Cisgiordania, del Sinai e della alture del Golan, venne descritta nei termini di “guerra di liberazione”.

Inoltre, durante l’invasione del Libano del 1982 (l’operazione “Pace in Galilea”) il rabbinato militare fornì ai soldati che occupavano il sud del paese dei cedri delle cartine in cui i nomi dei villaggi libanesi comparivano in ebraico ed in cui la stessa fascia meridionale del paese appariva come già annessa ad Israele. Un infausto destino che solo la forza di Hezbollah è stata capace di sovvertire. E sempre negli anni Ottanta, sulla rivista sionista Kivunin (Direzioni) apparve un contributo dal titolo Una strategia per Israele negli anni 80, ma meglio noto come Piano Yinon, che riletto alla luce dell’attuale panorama geopolitico del Vicino Oriente, rende bene l’idea tanto dei reali obiettivi sionisti (la disgregazione del mondo arabo) quanto del nefasto ruolo nordamericano nel tentativo della loro realizzazione. È scritto:

la dissoluzione dell’Iraq è importante per noi quanto e più di quella della Siria. L’Iraq, ricco di petrolio, è un candidato garantito per gli obiettivi di Israele […] In Iraq una divisione in province lungo linee etnico-religiose è possibile. Così tre o più Stati esisteranno attorno alle tre città più importanti.

Gli obiettivi del piano sono praticamente gli stessi del progetto Grande Medio Oriente propugnato dall’amministrazione Bush-Cheney nei primi anni duemila dopo l’11 settembre, compresa la costituzione del pivot geopolitico curdo di fondamentale importanza per ogni operazione di destabilizzazione dell’area.

Appare dunque evidente quanto né Israele (uno Stato militarizzato e poliziesco che si nutre di conflitto), né gli Stati Uniti siano interessati alla pace nella regione. La dimostrazione è sotto gli occhi di tutti: il sostegno al terrorismo; l’illegale presenza statunitense in Siria; la tempistica con la quale si è proceduto alle dichiarazioni su Gerusalemme capitale; l’inasprirsi dei bombardamenti della coalizione a guida saudita nello Yemen; le trame oscure che ora aleggiano sull’Iran. Il connubio USA-Israele ha di fatto imposto alla regione una situazione di perenne guerra ibrida attraverso la quale non sono più gli eserciti ad affrontarsi ma attori differenti coadiuvati da una profonda operazione di manipolazione mediatica. A questo proposito sarà utile ricordare che la decisione dell’amministrazione Trump su Gerusalemme è il prodotto di una scelta presa sotto la presidenza Clinton e successivamente ribadita da Obama. L’amministrazione Clinton, per ciò che concerne la Palestina, ha fatto più danni di qualsiasi altra amministrazione nordamericana. Clinton concesse 10 miliardi di dollari di finanziamento ad Israele per insediare quasi un milione di immigrati ebraici arrivati a seguito del crollo dell’URSS. Una cifra sicuramente ragguardevole che è andata a sommarsi ai circa tre miliardi di dollari annui di aiuto estero che Israele ottiene da circa trent’anni a questa parte.

Fare del complottismo retroattivo è sempre un’operazione rischiosa. Tuttavia, è quasi lampante che tutti e tre i principali eventi storici e geopolitici del Novecento, i due conflitti mondiali ed il crollo dell’URSS, si siano conclusi con una vittoria del sionismo su ogni fronte. È risaputo che Israele contribuì in modo determinante, con la CIA ed attraverso il regime islamista pakistano di Zia ul-Haq, ad armare il jihad in Afghanistan. Una guerra che fece sprofondare l’economia sovietica. Una vicenda abbastanza paradossale se si considera che fu proprio l’URSS ad essere il principale sostenitore della creazione di Israele nella seconda metà degli anni Quaranta proprio perché Stalin, ingannato dal carattere socialisteggiante del sionismo ed alle operazione terroristiche delle bande sioniste contro i britannici, si convinse di poterlo usare come strumento geopolitico in chiave anti-occidentale.

Nel momento in cui il conflitto del 1948 venne interrotto dalla prima tregua, i sionisti, in evidente difficoltà nonostante la superiorità numerica sul campo e la totale inattività di cinque dei sette eserciti arabi coinvolti, violando le regole stabilite dal mediatore ONU (il conte Folke Bernadotte, successivamente ucciso proprio dai sionisti), ingrossarono le proprie fila e ricevettero ingenti armamenti tramite la Cecoslovacchia. L’URSS fu tra le prima nazioni a riconoscere Israele. Un errore che costò molto caro a Stalin e più in generale alla stessa Unione Sovietica negli anni successivi se si considera che Israele ha mosso guerra ad ogni alleato sovietico nell’area già dal 1956 con l’aggressione all’Egitto a seguito dell’accordo segreto di Sevres con Francia e Gran Bretagna che addirittura imponeva un ultimatum ad un paese attaccato e non a quello attaccante. Una vicenda ancora una volta emblematica del nefasto ruolo occidentale nel conflitto arabo-israeliano.

Pensiamo anche ai 3000 miliardi di marchi tedeschi che la Germania Ovest versò nelle casse sioniste come “risarcimento” per l’olocausto e che di fatto consentirono all’entità sionista di sopravvivere nel momento più critico della sua neonata esistenza (anni Cinquanta e Sessanta) comprando armi da Francia e Stati Uniti. Una magnifica espressione di quella che Julius Evola chiamava ideologia di Norimberga e che Costanzo Preve definiva religione olocaustica. Ovvero quel senso di colpa “indotto” all’Europa che di fatto impedisce ogni processo di reale emancipazione dalla servitù nordatlantica.

 

L’intellettuale dissidente