La dimensione civile di Carlo Michelstaedter

Carlo Raimondo Michelstaedter nasce a Gorizia il 3 Giugno del 1887 da una famiglia di origine ebraica. Viene educato presso un convento religioso e dopo essersi iscritto alla facoltà di matematica presso l’università di Vienna,  frequenta l’accademia di belle arti e si avvia agli studi di filosofia nella città di Firenze. Michelstaedter legge D’Annunzio, Leopardi, Tolstoj, Ibsen, Parmenide, Sofocle, Eschilo, Schopenhauer, senza ombra di dubbio per lui determinanti. Ritenuto un esistenzialista ante-litteram, nelle sue opere Dialogo della salute e Poesie vengono analizzati i temi già studiati durante la sua gioventù, ossia la tragicità della morte così temuta ma vista anche come traguardo dell’esistenza e affermazione di sé. L’uomo, secondo Michelstaedter, risulta diviso tra realtà e mistificazione di essa, tra vita e morte in antitesi.

La corrente letteraria che meglio può aiutarci a comprendere la sua formazione di tipo tardo-romantico è il decadentismo, dentro cui egli segnò una netta divisione tra il trionfo della storia dell’uomo e la consapevolezza della sua miseria e vanità. Ancora una volta abisso, inquietudine e dualismo. Considerato uno dei più grandi pensatori del primo novecento, la sua filosofia esistenzialista condanna la società in cui ai reali valori si sono sostituiti ormai i timori e l’angoscia che pervade l’uomo fino a svuotarlo;  Michelstaedter si dichiara infatti contrario all’organizzazione sociale in quanto corromperebbe l’uomo al quale invece spetta la ‘persuasione’ e la libertà da ogni tipo di vincolo.

Ne La Persuasione e la Rettorica (anche sua tesi di laurea) l’uomo infatti è paragonato ad un peso legato ad un gancio che pende ed il suo desiderio è quello di scendere sempre più in basso, in un conflitto dove la rettorica è non-essere e la persuasione è essere, l’unica strada da seguire con un grande atto di volontà e di amore esclusivo verso se stessi. La dannazione umana, il non bastare a se stessi, la rassegnazione a tutto questo, trovano, potremmo dire, una giustificazione filosofica che non è certamente nuova ma che ci permette di collocare l’autore al fianco di Pirandello e in contrapposizione al Croce e alla sua teoria della ”sistemazione”.

Nell’opera All’Isonzo l’autore è sempre più schiavo delle sue nevrosi e questo lo si evince dal simbolismo di cui si serve quando sceglie il mare o il vento per rappresentare la sua profonda crisi interiore, quindi la natura, privato però, in quanto umano, del privilegio dell’alternanza tra luce e buio. Esemplari sono i versi contenuti nel testo Nostalgia : “Che mi giova, o natura luminosa, l’armonia del tuo gioco senza cure?”.  Noi attendiamo il momento della luce, pur vivendo nell’oscurità ed essendone abituati.

Michelstaedter compie un vero e proprio viaggio nella psiche dell’uomo, probabilmente ascetico ed individualista. Certo è chiara l’influenza del pensiero leopardiano in alcuni stilemi adottati, nel suo procedere oltre il lamento, nel suo bisogno estremo di andare a fondo. Gli autori ai quali si ispira vengono chiamati da Michelstaedter stesso ”veri pessimisti” e al primo posto c’è sicuramente Petrarca, tra i pochi in grado di scandagliare tra i dolori dell’esistenza. Chi non chiede la vita e non teme la morte dev’essere disposto a dare tutto, senza chiedere niente. Questa la sua etica, anche quando sarà costretto ad accettare il suicidio di persone care come rinuncia.

Autore, filosofo, ”poeta civile”, Michelstaedter, scrivendo, racconta il malessere ed i tumulti dell’animo, lo fa costantemente, finquando l’insoddisfazione, il dolore o, pare, la consapevolezza di essere gravemente ammalato non lo spingono a reagire con la rivoltella, si suicida infatti in un caldo pomeriggio di ottobre del 1910. Le sue opere ci sono giunte postume, perché prive fino alla fine della forma alla quale ambiva.

 

Se camminando vado solitario

Se camminando vado solitario
per campagne deserte e abbandonate
se parlo con gli amici, di risate
ebbri, e di vita,

se studio, o sogno, se lavoro o rido
o se uno slancio d’arte mi trasporta
se miro la natura ora risorta
a vita nuova,

Te sola, del mio cor dominatrice
te sola penso, a te freme ogni fibra
a te il pensiero unicamente vibra
a te adorata.

A te mi spinge con crescente furia
una forza che pria non m’era nota,
senza di te la vita mi par vuota
triste ed oscura.

Ogni energia latente in me si sveglia
all’appello possente dell’amore,
vorrei che tu vedessi entro al mio cuore
la fiamma ardente.

Vorrei levarmi verso l’infinito
etere e a lui gridar la mia passione,
vorrei comunicar la ribellione
all’universo.

Vorrei che la natura palpitasse
del palpito che l’animo mi scuote…
vorrei che nelle tue pupille immote
splendesse amore. –

Ma dimmi, perché sfuggi tu il mio sguardo
fanciulla? O tu non lo comprendi ancora
il fuoco che possente mi divora?…
e tu l’accendi…

Non trovo pace che se a te vicino:
io ti vorrei seguir per ogni dove
e bever l’aria che da te si muove
né mai lasciarti.

L’invasione dei brutti nel romanzo del ‘900 – parte seconda

LA BRUTTEZZA IN FEDERIGO TOZZI (“Il Podere”, “Ricordi”, “Con gli occhi chiusi”)

Nei romanzi di Federigo Tozzi, persino i personaggi che si presentano positivi, scoprono quasi subito un particolare sgradevole. Ed ecco che l’avvocato Neretti, a quale ricorre il protagonista del Podere Remigio Selmi: egli è un ex compagno di scuola di Remigio che dovrebbe cercare di risolvere i problemi relativi alla difficile successione nella proprietà del podere che Remigio ha ereditato dal padre. Neretti gli insegna però a manovrare in maniera astuta le cambiali e l’ingenuo Remigio non si rende conto che in quei consigli c’è nel losco. Ma, non appena il protagonista della vicenda esca dalla scena, Tozzi fornisce un ritratto dell’avvocato come se volesse smascherarlo:

“Aveva trentadue anni; piuttosto magro, con un ciuffetto nero e due anelli d’oro alle dita. Quando rifletteva, teneva la bocca chiusa e mandava a ogni momento il fiato giù per il naso, strizzando gli occhi rotondi; come se fossero stati troppo grossi per le loro palpebre”.

Non sentendosi osservanto, l’avvocato sa di non dover più recitare una parte e scopre i suoi connotati sgradevoli; è un ritratto che sfocia in una caricatura priva di intenzioni umoristiche, ma precisa testimonianza del vero, della realtà. I tratti fisici sembrano essere accentuati ancor di più dalla cattiveria e dal sadismo che Tozzi sceglie per caratterizzare quell’uomo.

Tozzi perseguita i suoi personaggi, singolare è l’uguaglianza che egli pone tra la vita e la gente che conosce: i personaggi sono le incarnazioni della vita, inquietanti e moleste; è evidente la crisi razionale e deterministica della persona, crisi che era stata indicata dal filosofo Carlo Michelstaedter in Persuasione e la rettorica, che presenta un apagina sul terrore che i bambini hanno dell’ignoto, quando finiti i giochi restano soli a guardare l’oscurità (“si trovano con la piccola mente a guardare l’oscurità”).

Le figure proposte dallo scrittore toscano non hanno un ordine, eppure il loro mostrarsi e sparire, narra davvero il bisogno stesso di narrare di Tozzi, rievocando e muovendo dei personaggi nel tempo, che fanno aspettare una storia nel tempo. Chiedono una storia, glielo si legge in volto, la storia di quel male inflitto all’autore. E quindi possiamo vedere nei Ricordi, l’uomo “con i piedi deformi e ripiegati in dentro che andava a sedersi, tutto il giorno, sotto le Logge dei Lanzi” e “il compagno di scuola, “un imbecille grasso, con gli occhi porcini e un braccio paralizzato al quale mancava il pollice”. Tozzi non si lascia impietosire nemmeno da una menomazione, anzi pare rincarare la dose nel provare ribrezzo per questo ragazzo che oltre ad essere sfortunato è anche un imbecille.

Non v’è dubbio che Tozzi, nelle sue descrizioni, nei suoi racconti, rasenti momenti surrealistici, si tratta ovviamente si un surrealismo ante-litteram, ma lo scrittore ha anticipato la scrittura automatica oer quel moto di associazione libera con cui si susseguono le mostruose immagini, organizzando persino una logica temporale plausibile. I questo senso Tozzi è un artista, in quanto il suo io interviene della sua totalità.

Naturalmente è presente il dato autobiografico, basti pensare a come Tozzi descrive lui stesso nel romanzo Con gli occhi chiusi con una “camminatura da epilettico”; ossessionato dalla malattia nervosa, Tozzi ricorda sua madre, ammalata di epilessia. Nel suo caso, l’atto volontario che organizza, rispettandone la dispersività e la discontinuità, la materia di Con gli occhi chiusi dall’atto che costruisce il successivo Tre croci, romanzo troppo decantato.

Ritornando al romanzo Con gli occhi chiusi, Tozzi sottolinea anche l’aspetto deformato della padrona della casa di appuntamenti che frequenta Ghisola, la ragazza di cui si innamora il protagonista Pietro:

“Anna lasciò la trina; e arrossendo mise una mano sopra la tavola, alla luce; facendola vedere da ambedue le parti: era piccola e grassoccia, con le unghie corte e gonfie”.