‘Viaggio al termine della notte’, il capolavoro di Céline che ha meglio rappresentato il Novecento

Viaggio al termine della notte si è imposto come il romanzo che ha saputo meglio capire e rappresentare il Novecento, illuminandone con provocatoria originalità espressiva gli aspetti fondamentali. «Céline è stato creato da Dio per dare scandalo», scrisse Bernanos quando nel 1932 il romanzo diventò un successo mondiale, suscitando entusiasmi e contrasti feroci. Lo «scandalo Céline», che dura tuttora, è la profetica lucidità del suo delirio, uno sguardo che nulla perdona a sé e agli altri, che ha il coraggio di affrontare la notte dell’uomo così com’è. Questo libro sembra riassumere in sé la disperazione del Novecento: è in realtà un’opera potentemente comica, esilarante, in cui lo spettacolo dell’abiezione scatena un riso liberatorio, un divertimento grottesco più forte dell’incubo.

Il romanzo di Céline, pubblicato nel 1932, è suddiviso in episodi non numerati che rispettano l’ordine cronologico degli eventi narrati. Henri Godard ha osservato come l’andamento delle storie raccontate all’interno di ciascun episodio sia ciclico: incominciano con un errore, una gaffe, una sfida mal calcolata, uno scatto d’umore che precipitano Bardamu (il narratore e protagonista del Voyage) in un tragicomico balletto di situazioni difficili o disperate, da cui il protagonista esce sempre a fatica, sempre provvisoriamente. In mezzo l’accumularsi di ostacoli e delle minacce, i segni
nefasti che annunciano il precipitare del dramma, il suo accelerarsi; e lo sconforto lucido e amaro delle riflessioni che Bardamu ne ricava.

La Prima Guerra Mondiale è cominciata. Ferdinand Bardamu lascia la sua dimora in Place de Clichy e si arruola volontario nell’esercito francese. Attorno a lui vi sono uomini e luoghi disperati: colonnelli senza immaginazione, generali rabbiosi, villaggi e civili che galleggiano da qualche parte nella notte. La notte del Bardamu divenuto Brigadiere è un luogo prima fisico e poi simbolico che si mangia la strada e invade l’intimità. In una città del nord «tutta illuminata e sparsa come se l’avessero perduta» Bardamu incontra Léon Robinson, la voce che lungo tutta una vita accompagnerà Bardamu, manifestandosi in momenti e luoghi disparati, da un capo all’altro della terra, al punto che il lettore a lungo resterà in dubbio se definire le sue apparizioni reali o frutto della coscienza alterata del narratore.

“È che non conoscevo ancora gli uomini. Non crederò più a quello che dicono, a quello che pensano. È degli uomini e di loro soltanto che bisogna aver paura, sempre”.

Robinson è dunque il disertore, disarmato e pacifista, colui che si arrende e insieme ne approfitta, uno dei tanti prodotti della guerra. Alla fine dell’episodio di Robinson, i due uomini si salutano augurandosi buona fortuna.

Dopo un tempo indefinito, Bardamu rimane ferito e si guadagna una medaglia militare. Questo gli permette di affrancarsi e di fare della malattia uno degli obiettivi che perseguirà per tutta la durata della guerra. In ospedale, a Parigi, incontra Lola, un’infermiera
americana. Bardamu se ne innamora. I due fanno lunghe passeggiate ed è durante una di queste che Lola gli rivela lo sgomento di invecchiare, di ritrovarsi adulta a guerra finita, di aver sprecato, a causa di un destino avverso, gli anni migliori nella sofferenza. Lola si
ammala di anoressia, mentre Bardamu alza la voce in un bar facendosi addirittura portare via a forza. La diagnosi di folle è discutibile, ma si fa strada in lui la possibilità di restare rinchiuso fino alla pace e lasciare che questa faccenda della guerra se la sbrighino gli altri, i ragionevoli.Dopo una discussione con Bardamu sull’inutilità di una guerra di cui tra diecimila anni nessuno si ricorderà, Lola, che contrariamente al protagonista è molto patriottica, decide di lasciarlo.

Bardamu si consola frequentando la bottega-bordello di Madame Herote dove conosce Musyne, una giovane violinista con un debole per i
sudamericani. La storia finisce presto. Bardamu comincia a frequentare un’attrice della Comédie-Française ma la storia è destinata a concludersi velocemente. Bardamu medita un modo per lasciare l’ospedale che sente sempre più simile a una prigione.

Marcia in modo strano la pietà. Se qualcuno avesse detto al comandante Pincon che lui altro non era che uno sporco assassino vigliacco, gli avrebbe fatto un piacere enorme, quello di farci fucilare seduta stante dal capitano della gerdarmeria che non lo lasciava mai d’un passo e che, lui, pensava esattamente quello. Era mica coi tedeschi che ce l’aveva, il capitano della gerdarmeria.

L’episodio che segue è breve. Racconta di quando, nel 1913, insieme al collega Jean Voireuse, Bardamu lavorava come commesso presso il signor Roger Puta, gioielliere della Madeleine. Bardamu deve portare a passeggio i cani da guardia del negozio per quaranta franchi al mese mentre Puta rifornisce di gioielli il Ministero. Madame Puta, di contro, fa un tutt’uno con la cassa ed è felice di non avere figli: poiché la guerra è un dovere e bisogna che i figli di qualcuno ci vadano a combattere, si sente sollevata a sapere che i figli in questione non siano i suoi. È questa la prima volta in cui Bardamu incontra nuovamente Robinson e, insieme a Voireuse, passeggiano fino a Place Vendôme.

L’episodio si chiude con con un’anticipazione: Jean Voireuse morirà due anni più tardi, in Bretagna, in un sanatorio marino, in una camera a gas della Somme. La prima e unica volta che nella sua vita avrà l’occasione di vedere il mare.

Una volta fuori dal mattatoio, Bardamu progetta di raggiungere l’America ma non ha il denaro per farlo. Il viaggio è solo rimandato. Imbarcato su una nave della Compagnia dei Corsari Riuniti, l’Amiral-Bragueton, che insieme a ufficiali e funzionari trasporta un carico
di cotone, Bardamu raggiunge l’Africa. Il viaggio trascorre in un clima di spossatezza per il caldo soffocante che, una volta superate le coste del Portogallo, diviene condizione permanente: gli uomini si consolano con il ghiaccio del whisky.

Il finale di Viaggio al termine della notte è tanto folle quanto grottesco: un’improbabile uscita a quattro, Bardamu, Robinson, Madelon e Sophie, la giovane assistente polacca assunta presso l’Asilo dallo stesso Bardamu; la morte di Robinson, crivellato dai colpi a fuoco sparati da una Madelon fuori di sé, dopo numerose pagine di delirio senza contenuto (l’eco degli spari giunge al lettore come interminabile nonostante il tutto si consumi all’interno di un taxi).

Così si chiude la spudorata opera di Céline: la follia è da ogni parte, regolata e sregolata, cala la notte del Novecento, secolo di cui il Voyage diviene opera simbolo e racconto spietato.

La prosa di Céline è nuova, un mix micidiale di crudo realismo e umorismo nero, costruita su espressioni gergali, dure, oscene, e si arricchisce con l‘argot francese e con il linguaggio dei reietti, perché Céline vuole adottare il punto di vista dei poveri e degli emarginati, quelli sputati fuori dalla società. Uno stile di rottura con la classicità della lingua francese, un vero e proprio jazz linguistico, con dislocazione delle parole, anticipate o posticipate nella frase.

L’humour del romanzo emerge soprattutto negli ambigui rapporti tra i personaggi, uniti dalle circostanze, compagni nella “notte” ma sempre e diffidenti gli uni con gli altri.

L’autore è entrato nel delirio e lo ha raccontato in un viaggio attraverso il cinismo, l’ipocrisia, la falsità, la cattiveria e tutto ciò che di negativo c’è nell’ “uomo” e di un uomo che si è nutrito di pane e miseria, schiavo di un desiderio mai appagato.

Céline: i manoscritti ritrovati scomparsi nel 1944

Scomparsi nel 1944 con il saccheggio del suo appartamento in Rue Girardon a Montmartre da parte della Resistenza francese, riappaiono in circostanze straordinarie, consegnati all’avvocato specialista in editoria Emmanuel Pierrat dopo la morte della vedova di Céline Lucette Almansor nel 2019, i manoscritti inediti di Louis-Ferdinand Céline. Lo ha rivelato Jérôme Dupuis su “Le Monde” negli scorsi giorni, sconvolgendo il mondo céliniano, letterario e editoriale. 

Tra di essi, come sempre affermato dal romanziere francese in diverse interviste e passi dei suoi libri del dopoguerra e ribadito da Lucette, il manoscritto di 600 fogli di Casse-Pipe, romanzo destinato nelle intenzioni dell’autore a costituire un trittico con i due capolavori Viaggio al termine della notte (1932) e Morte a credito (1936), del quale erano state pubblicate solo le poche pagine sino ad oggi note, un lungo romanzo inedito intitolato Londres, 1.000 fogli di Morte a credito, la Légende du Roi Krogold, e decine di altri scritti, documenti e fotografie inedite.

Lo scrittore francese l’aveva appunto ben detto, sia nei suoi romanzi, come in Da un castello all’altro, quando denunciava come i Maquis non gli avessero lasciato nulla, “né un fazzoletto, né una sedia, né un manoscritto…” e in Rigodon, e nelle lettere ai suoi amici, come a Pierre Monnier nel 1950: “Bisogna dirlo ben forte che se Casse-Pipe è incompleto è perché gli Epuratori hanno gettato tutto il resto, 600 pagine di manoscritto nei bidoni della spazzatura dell’avenue Junot”.

A nulla erano servite sino ad oggi le indagini private dei biografi e dei collezionisti céliniani, che avevano interrogato decine di ex appartenenti alla Resistenza francese e anziani abitanti di Montmartre, percorso in lungo in largo la mappa dei bouquiniste del lungo Senna e dei mercatini delle pulci a Parigi e oltre, e i cataloghi specializzati.

Il tesoro céliniano di rue Girardon, se fosse mai esistito, sembrava perso per sempre. Ma… Lucette Almansor lo aveva pur detto, in una intervista a Philippe Djian nel 1969, mentre parlava dell’uscita dell’ultimo romanzo di Céline, Rigodon:

Gli sono stati sottratti almeno quattro o cinque manoscritti abbozzati, delle opere che erano al quarto o al quinto rimaneggiamento… la fine di Casse-Pipe, certamente, questo romanzo doveva essere completamente terminato, penso. Ma un gran numero di questi documenti riapparirà alla mia morte”.

Profetica: perché qualche mese dopo la morte di Lucette l’8 novembre 2019, il critico teatrale ed ex collaboratore di “Libération” Jean-Pierre Thibaudat si mette in contatto a Parigi con l’avvocato Emmanuel Pierrat, specialista in cause editoriali.

Thibaudat rivelerà all’avvocato Pierrat, e ora a “Le Monde”, la straordinaria notizia: quindici anni prima, un lettore di “Libération” lo aveva contattato e gli aveva consegnato “diversi enormi sacchi contenenti dei fogli manoscritti. Erano scritti di pugno da Louis-Ferdinand Céline. Me li diede con una sola condizione: non renderli pubblici prima della morte di Lucette Destouches, poiché, essendo di sinistra, non intendeva arricchire la vedova dello scrittore”.

Il giornalista, che giura di non aver pagato un soldo per questo tesoro, e di non avere mai voluto specularci finanziariamente – e osserviamo come il solo manoscritto del Viaggio al termine della notte è stato acquistato dallo Stato francese a un’asta nel 2001 a 1,8 milioni di Euro – iniziò quindi a catalogare scrupolosamente i manoscritti e documenti acquisiti, senza farne parola con nessuno; “più di un milione di segnature archivistiche, equivalenti a un libro di 600 pagine”, dice Thibaudat.

Tenendo per sé questo segreto, Thibaudat lavora anno dopo anno sul materiale in pessime condizioni di conservazione dovuto all’essere stato probabilmente nascosto in una cantina, e con i fogli ancora riuniti con le mollette da bucato in legno che Céline era uso impiegare per raggruppare le pagine dei suoi manoscritti nel corso delle stesure e ristesure dei suoi capolavori.

Quindi, l’11 giugno 2020 Thibaudat e l’avvocato Pierrat incontrano gli attuali aventi diritto dell’opera di Céline, ossia il biografo céliniano Francois Gibault e la signora Véronique Chovin, ex allieva di danza e vecchia amica di Lucette.

L’incontro, stupore di Gibault e della Chovin a parte, non ottiene un grande successo, se gli aventi diritto depositano una denuncia per furto al tribunale di Parigi. Una delle questioni da risolvere è come lo sconosciuto donatore abbia acquisito i manoscritti, e chi fossero i Maquis responsabili del furto.

Alcuni dei nomi sono noti, perché suggeriti dallo stesso Céline o perché emersi nelle ricerche biografiche e private dei céliniani: il membro delle FFI (Forces Francąises de l’Intérieur) corso Oscar Rosembly, arrestato per “atti disonesti” e incarcerato a Fresnes per aver saccheggiato diverse abitazioni di collaborazionisti a Montmartre, il Resistente Yvon Morandat, il quale nel dopoguerra contattò invano Céline – che rifiutò di incontrarlo – per restituirgli degli appunti e alcuni mobili (!) da lui trafugati da rue Girardon. Tuttavia, l’identità dell’ex lettore di “Libération” e del trafugatore iniziale rimangono ancora “ignote”.

Ma torniamo alla causa. Nel 2021, Jean-Pierre Thibaudat viene convocato a una udienza all’Ufficio centrale contro il traffico dei beni culturali, e, senza porre alcuna condizione deposita a quell’ufficio l’intero blocco di documenti in suo possesso.

Per Thibaudat, il suo compenso era stato “il piacere di trascriverli per anni e anni. E ciò non ha prezzo”.

Dopo, tutto si è mosso in fretta: autenticazione dei documenti da parte della Biblioteca nazionale di Francia (BNF), soddisfazione dell’avvocato Gibault e della signora Chovin, e loro intenzione di donare alla BNF – che già custodisce quello del Viaggio –  il manoscritto di Morte a credito, e di fare pubblicare i manoscritti inediti all’editore Gallimard, che dovrà poi rivedere parte delle sue pubblicazioni céliniane, come i volumi della Pléiade dedicati ai romanzi di Céline, alla luce del ritrovamento.

Una scoperta epocale, dall’enorme valore letterario e che permetterà, una volta pubblicati questi inediti e le centinaia di altri documenti ritrovati, di gettare nuove luci sull’opera céliniana e la sua stesura, visti i numerosi scritti che “modificheranno molto di quello che si credeva di conoscere della genesi dei primi romanzi di Céline, a partire dal Viaggio al termine della notte, come conclude Jérôme Dupuis su “Le Monde”.

 

 

Andrea Lombardi

‘Gilles’: il romanzo introspettivo di Pierre Drieu La Rochelle

Un lettore avvezzo a etichette e condanne, che ha il terrore delle parole interdette e che ricerca nei romanzi la conferma della propria superiorità morale, non potrà mai scorgere tra le pallide pagine di Gillesapocalittico romanzo pubblicato nel 1939 dall’eresiarca Pierre Drieu La Rochelle, nulla di buono, nulla di vero, nulla di suo.

Drieu incarna integralmente l’antico, inattuale gusto della scrittura che sanguina; è Nietzsche che si sente ululare in sottofondo – e chi cercasse in questo cult dell’underground più aristocratico qualcosa da predicare, dei valori astratti da inculcare resterebbe fatalmente deluso.

Gilles: un romanzo in parte autobiografico

Nell’interessante postfazione del 1942 che Giometti&Antonello inserisce nella edizione del 2016 di Gilles, lo stesso Drieu ammonisce chi frettolosamente voglia liquidare la sua opera come un saggio camuffato o una memoria viziata dal “fervore fabulatorio” scrivendo che i suoi romanzi non sono altro che romanzi. Lo scrittore prosegue:

“l’artista cerca di essere oggettivo malgrado se stesso, malgrado la forte disposizione all’introversione a cui lo obbliga la visione necessariamente frammentaria del suo universo interiore. Il frammento restituisce come rifratto un personaggio nuovo e sconosciuto. E la cosa rimane vera, anzi diventa più vera, anche quando l’autore si ostina per tutta la vita su se stesso”.

D’altronde, continua Drieu, “dovendo smascherare e denunciare, pensavo fosse giusto cominciare da me stesso”.

L’introspezione dello scrittore francese

L’introspezione costruisce pertanto altre versioni dello scrittore che non sono lo scrittore, altre versioni di amici e amanti che non sono loro – ma che sono, forse, più veri di loro. Gilles – che Drieu redige omaggiando la sua anima di storico – è “un racconto lungo che si sviluppa abbracciando larghe porzioni di vita”.

Infatti, l’autore di Fuoco fatuo racconta la storia del seduttore Gilles in un arco di tempo che va dalla prima giovinezza alla maturità ed è un libro che, siccome parte dalla vita, non inganna – “poiché la vita è della vita l’eco più giusta, sempre”.

È lo stesso Drieu ad inserire il suo capolavoro all’interno della più tipica tradizione francese: “quella del racconto unilaterale, egocentrico, talmente umanista da sembrare astratto”.

L’insufficienza del romanzo

Il romanzo, secondo lo scrittore, può apparire a tratti “insufficiente” perché “tratta della insufficienza francese, e la tratta onestamente, senza cercare alibi o sotterfugi”.

Drieu cita Céline che, come lui, “si è buttato a corpo morto sull’unica strada che gli si offriva (…): sputare e ancora sputare, ma se non altro in quella saliva vi è entrato l’intero Niagara”.

Drieu è dunque amante dell’invettiva come Céline, ma da buon normanno, è meno propenso alla dismisura, “scrupolosamente sottomesso alla disciplina della Senna e della Loira”.

Gilles e le donne

Nella prima parte del corposo volume il giovane soldato Gilles Gambier rientra in Francia dalla guerra con una grande “fame di donne, e quindi di pace, di piacere, di agi, di lusso, di tutto ciò che aveva odiato” – a parte le donne – ancora prima del conflitto.

E, tra una bravata e l’altra, è travolto dalla sua benedizione: Gilles piace alle donne e, oltre a incontrarne alcune dal malsano fascino baudelairiano, ne frequenta altre che, benché ognuna a suo modo, lo inchiodano all’amore, al dolore e che fungono finanche da stimolo, occasione di riflessione interiore, esistenziale.

Alcune di queste donne sono la trasposizione di amori realmente vissuti dall’autore. Ad esempio Dora è l’americana Constance Wash conosciuta da Drieu nel 1924 e presente anche in altre opere.

Pauline è Emma Besnard, conosciuta dallo scrittore ad Algeri nel 1922.

Quantunque Gilles sposi Myriam, resta sempre inquieto e non smette di coltivare le sue sensazioni “in una solitudine vivente” cercando di forgiare pensieri che abbiano “un po’ della prodigiosa e segreta efficacia della preghiera” essendo il pensiero, ma soprattutto la scrittura, una forma di orazione.

Gilles– coperto di donne, odiato da molti e solo dentro – non è però soltanto la sua relazione con l’altro sesso – “sesso adorato, sconosciuto, abusato” –, malgrado le donne restino sempre varchi per il resto, voragini sull’insensato, occasione che estetizza l’ora.

Chi è veramente Gilles Gambier?

Gilles, come si diceva, non è soltanto Drieu e ciò, d’altronde, non esclude le somiglianze; ad esempio entrambi sono “normanni”, hanno avuto successi e fallimenti, hanno partecipato con onore alla prima guerra mondiale.

Sono stati reduci e hanno vissuto sulla propria pelle il ribaltamento della prospettiva borghese, una certa marziale forma di dandismo dannunziano, hanno pensato al suicidio e, infine, hanno aderito, seppur in modo critico e indipendente, alla terza via fascista.

Tuttavia Gilles non è Drieu ad esempio perché, orfano, è stato cresciuto da una nutrice e, prima di essere spedito in collegio, è stato educato da un padre adottivo. Gilles è cresciuto senza privazioni e godendo di quei piaceri che, benché comuni a tanti, apprezzano solo pochi spiriti ombrosi: “i libri, i giardini, i musei, le strade”.

La politica

Così, restando sempre Gilles, non sarà solo soldato e reduce, ma anche impiegato agli Affari Esteri del Ministero Francese, ufficiale di stato presso gli americani in Francia, caporedattore della rivista Apocalisse, scrittore indipendente, militante politico e spia in missione nella Spagna franchista con lo pseudonimo di Walter.

Al di là delle varie occupazioni, Gilles è soprattutto un esteta che, malgrado le fughe nel piacere, sente “un’inclinazione irresistibile all’immobilità, alla contemplazione, al silenzio”.

Egli si percepisce come una sorta di “eremita, leggero, furtivo, solitario” che erra per le città e per le foreste afferrando “tutti i rumori, tutti i misteri, tutti i compimenti”.

Un sognatore che ha “il gusto divino dell’onnipresenza”; un “asceta nello spirito, ma non nella vita” e che, anzi, in una sorta di nigredo dell’io, nel vitalismo tormentato trova la strada dell’ascetismo spirituale interpretando, alla stregua di un lupo, la nobile arte del pathos della distanza – “mistica della solitudine”.

Lo spleen baudelairiano

Egli è pericolosamente attratto dallo spleen cittadino ma anche dal “tono segretamente altero delle grandi cattedrali, dei castelli, dei palazzi: l’ultimo appoggio della grazia, perché le pietre resistono più delle anime”.

L’amore dell’esteta per le cose rare e squisite si mostra in negativo come grande rifiuto della modernità, della mercificazione e della riproducibilità tecnica:

“A parte le macchine, tutto è assolutamente brutto nelle cose moderne, non ci si può aspettare niente. Eppure noi dobbiamo salvarci in mezzo a queste cose periture. Ciascuno dei nostri oggetti familiari deve essere scelto, esiste una potenza di talismano, noi possiamo salvarci soltanto circondandoci di oggetti che hanno un valore di salvezza”. 

La voglia di concretezza

I pensieri non investono l’artista su un solo piano e per filosofare, egli sente il bisogno del contatto con molte cose. Infatti per lui “tutto è concreto”: “il lontano come il vicino, il brutto come il bello, la cosa imputridita come la cosa sana”.

Egli incarna le idee senza parole e crede che “l’umano” sia “un misto di buono e di cattivo, di forte e di debole”. Pertanto, contro l’universalismo illuminista, Gilles celebra un tipo umano molto più concreto dei moderni intellettuali, “uomini senza spada”, “chierichetti del pensiero liberale”:

“(…) Prima gli uomini pensavano perché pensare, per loro, era un gesto reale. Pensare era insomma dare o ricevere un colpo di spada… Oggi, gli uomini non hanno più la spada”. 

L’antimodernismo di Gilles

Pur odiando il marxismo con tutte le sue forze, Gilles desidera come i marxisti la distruzione della società moderna contro la quale intende “costruire una forza attiva, libera da tutte le vecchie dottrine, un corpo franco” che abbia come fine “distruggere la società capitalista e restaurare il concetto di aristocrazia”. Si tratterebbe, scrive a un certo punto Drieu, del “partito di tutti”:

“Nazionale senza essere nazionalista, che rompa con tutti i pregiudizi, i luoghi comuni della destra, un partito sociale, senza essere socialista, che proponga riforme ardite, senza tuttavia seguire la carreggiata di nessuna dottrina”.

Negli ultimi capitoli del romanzo i dialoghi si fanno sempre più politici e Drieu dipinge, con precisione e senza remore morali, l’atmosfera di quegli anni presentando attraverso i vari personaggi prospettive politiche e tipi umani diversi.

La descrizione si fa ancora più interessante quando, tramite le avventure di Walter-Gilles, è presentata la guerra civile spagnola alla quale partecipano non solo le brigate internazionali di Stalin, ma anche gli anarchici e, da tutta Europa, vari esponenti del fronte opposto, tra cui lo stesso Gilles.

 

Luca Caddeo

L’antisemitismo di Céline e la censura nel saggio di Stefano Lanuzza: ‘Céline, testimone d’Europa’

Con Céline, come afferma lo scrittore siciliano Stefano Lanuzza nel saggio Céline, testimone dell’Europa, opera imbastita come un dibattito in cui studiosi e lettori pongono domande all’autore su vita e opera di Louis-Ferdinand Céline, non si evoca uno scrittore facile, consolatorio, o di consumo, che ha bisogno di lettori forti che vanno liberandolo dalle panie di una iconografia ideologizzante da troppo tempo focalizzata su un antisemitismo che nell’opera céliniana rimane al margine. Diventa poi superfluo ripetere che i libri di Céline nascono con lo scopo di evitare l’entrata in guerra di una Francia militarmente inadeguata nella seconda guerra mondiale voluta da Hitler. Da ignoranti e false idee ogni lettore si potrà liberare cominciando ad affidarsi agli odisseici percorsi del capolavoro Viaggio al termine della notte, metafora della condizione degli uomini condannati ad andare, senza sosta, sempre avanti verso il loro destino, in fondo alla notte. Ma tutti i libri di Céline sarebbero da porre in relazione con il Voyage. Ma ci fosse oggi uno scrittore come Céline nel nostro Paese assillato dalla crisi, assopito nel consenso e in una restaurazione culturale che sta all’origine della letteratura di consumo e per passatempo: un paese affollato tra loro simili, ininfluenti e dediti a rincorrere i premi letterari. Ci fosse in Italia un Céline che viaggia sempre a proprio rischio e pericolo.

Céline dunque era eretico ed anarchico? Indubbiamente, e nichilista? Certo ma verso lo stato di cose: verso il falso amor di patria e la balorda esaltazione delle virtù guerriere, verso l’infamia delle guerre combattute dai poveri a esclusivo vantaggio degli interessi capitalistici e delle classi sfruttatrici, le retoriche patriottiche e i deliri nazionalistici. In questo senso il Voyage è un romanzo contro il colonialismo predatore, lo sfruttamento nella fabbriche, la povertà sordida e senza speranza nella povera gente delle metropoli degradate.

Rimasto segnato dall’esperienza militare, Céline si accanisce in un’amara critica verso i popoli che non progrediscono moralmente, ma da sempre operano contro loro stessi. Secondo lui non è sicuro che gli uomini nascano infelici, condannati al dolore da una sorte malvagia: è più vero che la colpa della loro sofferenza derivi dalla loro bramosia di suicidio, da un impulso di morte ispiratore di ogni conflitto e tirannia.

Insieme a pochi altri autori e anche se talora dimenticato da critici usi a fissare inopinati canoni, Céline deve essere considerato come uno tra i più grandi protagonisti della letteratura moderna. Lo è, oltre che per le sue innovazioni linguistiche e lo stile unico, per aver offerto con la sua opera un quadro illuminante dei fenomeni sociali e storici dell’Europa del Novecento. Ma l’equivoco dell’antisemitismo di Céline è stato definitivamente chiarito? Come risponde Fagioli alla domanda di Guerrieri, l’ostilità di certi ambienti letterari nei confronti di Céline si è manifestata, ancora prima che lo scrittore pubblicasse i propri libri antisemiti a causa della sua posizione contro l’estetocrazia della casta dominante. Secondo un altro protagonista di questo dialogo immaginario, Bernardi Guardi, l’antisemitismo di Céline è fatto di accensioni virulente, si scatena come una tempesta di denunce ed ingiurie, sembra quasi rivendicare un paradossale diritto di manifestarsi senza alcuna remora. Interviene Horn affermando che nel contesto di una storia contraddistinta da guerre continue, come si sarebbe posto oggi il pacifista Cèline davanti all’interminabile conflitto Israele-Palestina?

Inoltre, in base ai dati, non può non apparire singolare il caso di Céline accusato senza prove da Sartre. A contraddire il filosofo di L’Essere e il nulla, a distanza di anni prende la parola l’artista Jean Dubuffet che sostiene che l’avversione di cui è stato fatto oggetto Céline emerge molto prima della denuncia delle sue opinioni contro gli ebrei. C’è da credere che per le conventicole letterarie, l’antisemitismo e l’avversione di Céline nei confronti di una mentalità radical-massonica dominante in Francia, siano appigli sufficienti per tenere distanti un outsider, un anomalo ed irregolare, un bastian contrario isolato che comunque sopravanza di una spanna gli scrittori suoi contemporanei. Non appartenendo a nessun partito, a nessuna cricca, nessuna conventicola, sono praticamente solo? Si interroga Céline già nel 1936 in una lettera a <<Le Merle blanc>>. Lui è un emarginato tra i francesi che, durante il regime di Vichy, nella persecuzione già combattenti per la Francia durante la prima guerra mondiale, sono ancora più zelanti dei tedeschi. Mentre Pétain applica contro l’intera comunità ebraica leggi ancora più repressive di quelle naziste. C’è quanto basta per convincersi che Céline, a parte i suoi torti d’opinione, resti una vittima dell’ipocrisia del potere, questo davvero alacre collaborazionista.

Nel famigerato Bagatelle per un massacro, che alla sua uscita è gradito sia alla destra che alla sinistra, Céline sostiene che lui scrive a beneficio dei francesi e precisando la propria distanza dal credo fascista. Si crede che la condanna contro Bagatelle sia dovuta ai suoi contenuti quanto parrebbe accendere l’indignazione, è il modo, ossia la forma che è sostanza artistica che lo scrittore conferisce a un libello redatto con la tecnica del poema satirico in prosa. Bisogna inoltre sottolineare che sionismo ed ebrei non sono la stessa cosa. Vi sono infatti ebrei che non si proclamano sionisti. Il Sionismo è un movimento politico che ha preso il sopravvento nella società ebrea al punto che la gente comune crede che quando qualcuno sfida il Sionismo, si stia schierando anche contro gli ebrei.

Al seguito degli antisemiti che lo anticipano (tra cui Shakespeare, Dickens, Benn, Jung, Heidegger), ecco Céline dichiararsi antisemita: “Sono diventato antisemita” annuncia in Bagatelle, diventato, che sta a significare che prima non lo era. La spiegazione più immediata all’ostracismo patito da Céline può rimandare all’isolamento dello scrittore rispetto alla società letteraria parigina, soprattutto quella di una sinistra stalinista rimasta spiazzata dopo l’uscita di Mea culpa, un’autocritica profonda e un’accusa contro il bolscevismo.

Poiché nel Primo novecento francese non sono pochi gli intellettuali e gli scrittori antisemiti, alcuni di loro blandi o meno conosciuti collaborazionisti, (Béraud, Chardonne, Alphonse de Châteaubriant, Maurras, il paradossale ‘fasciocomunista’ Jacques Doriot, Montherlant, Jean Giono, nonché Morand, Jouhandeau, Anouilh, Giraudoux, Sachs, Gide, Mauriac, Gaxotte, Simenon da giovane…) – l’impressione che ogni volta Céline finisca per essere assunto in esclusiva quale pharmakos/‘capro espiatorio’: al pari del più sfortunato Robert Brasillach sbrigativamente passato per le armi ad Arcueil il 6 febbraio 1945.
Ancora oggi sembra che a Céline si dia la caccia per lavare la coscienza sporca della Francia ottusamente antisemita del ‘caso Alfred Dreyfus’ (1894-1906), il capitano alsaziano-ebreo ingiustamente accusato d’intesa col nemico tedesco, oltre che per far obliare l’antisemitismo e il filonazismo della Repubblica collaborazionista di Vichy capeggiata da Pétain che Albert Camus chiama “traditore della Francia” (“Combat”, n. 58, luglio 1944).

Malgrado tanta ordalia e lo ‘stridor di denti’ degli implacati censori, i libelli vietati di Céline, seppure privi di curatele critiche, restano reperibili su Internet sia nella lingua originale, sia in traduzione. Volendo, li si legga come – poniamo – si possono leggere le pagine del ‘reazionario’ e grande Gadda: per l’indubbia qualità artistica della loro lingua, cioè per lo stile che, senza separarsi dai contenuti talora insopportabili, riscatta un autore tra i maggiori del Novecento. Lo stile, conta nient’altro che lo stile: l’unica cosa – Céline tiene sempre a spiegare – per cui valga la pena di scrivere.

 

Bibliografia: Stefano Lanuzza, Céline, testimone del’Europa

Stefano Lanuzza: Lucette, Céline, Gallimard e la censura

‘Il dottor Semmelweis’ di Céline, perfetta metafora della classe dirigente italiana

L’importante è esagerare, dicono. L’importante è partecipare, davvero? La pena che i buoni devono scontare per l’indifferenza alla cosa pubblica è quella di essere governati da uomini malvagi, sosteneva Socrate. E chi non ha ali non deve mettersi al di sopra di abissi, asseriva Nietzsche. Non basta fare il bene, bisogna anche farlo bene, affermava Diderot. Un incipit di tutto rispetto, non c’è che dire. Ma il proliferar di tale verbo filosofico e millenario dove ci porta? Negli occhi di Ignazio Filippo Semmelweis, protagonista de Il dottor Semmelweis di Louis-Ferninand Céline.

Filippo è un medico di origine magiara, che si ritrova a esercitare la sua professione nelle viscere di Vienna, tra i battenti scarni di un nosocomio diroccato. L’argento scintillante del Danubio gli manca molto, ma la sua missione è ben più importante di tutte le bellezze sopite di Budapest. E poi sogna l’indipendenza economica, sentimentale, culturale: nelle sue vene scorre sangue idealista. Ogni giorno contempla rabbiosamente una terribile problematica: la morte di giovani donne in gravidanza. La causa è imputabile alla febbre puerperale – o per meglio dire “sepsi delle puerpere” –, una violenta infezione dell’utero, provocata dalla contaminazione di batteri durante l’intervento invasivo per il parto o per l’aborto. Siamo nella seconda metà dell’Ottocento, la scienza medica è lontanissima dai progressi corroboranti del Duemila. In questi anni anche un microscopico sbaglio può mietere vittime invisibili. Lo Stato fa spallucce, medici e infermieri abbassano lo sguardo, le famiglie piangono spilli di rancore.
Il dottor Semmelweis ha estremamente a cuore i sorrisi sfigurati delle sue pazienti e perciò inaugura una ricerca serrata. A passare al vaglio della sua inquisizione sono tutti gli elementi che rimpolpano il campo all’interno degli interventi. Scandaglia tutte le cause possibili e immaginabili, sperimentandole direttamente sulle donne che riceve. Il suo comportamento, intriso di loquace solidarietà, è incredibilmente contrastato non solo dai suoi superiori, ma altresì dai colleghi delle case di cura rivali. Ma Filippo non allenta la presa: le sue analisi producono una scoperta spiazzante.

Il problema è semplicissimo: i dottori che intervengono sulle gravide non si lavano le mani prima di operare. In particolar modo, gli studenti universitari che svolgono il tirocinio, dopo aver trattato i cadaveri a lezione, non procedono ad attuare le norme igieniche minime. Infatti, con le stesse mani svolgono le funzioni principali dell’intervento sulle future madri. Nell’Ottocento i grandi luminari della medicina credono che l’infezione non si potesse trasmettere per via tattile. Errore marchiano.
Il dottor Semmelweis ha la soluzione: propone dei lavaggi di cloruro di calce nella preparazione all’operazione. Dopo innumerevoli rifiuti, l’equipes sanitarie viennesi si arrendono: il risultato è clamoroso: si passa dal 32% al 0,2% di morti femminili annuali. Una candida rivoluzione. Eppure, Filippo non avrà mai il riconoscimento che merita per la salvifica scoperta. Non potrà mai avvicinare Pasteur, uno dei luminari più osannati dell’Occidente. Addirittura i suoi colleghi lo porteranno all’assoluta pazzia: morirà da solo e in condizioni estreme in un manicomio raggelante.

Bella storia, questa di Céline. Metafora perfetta della classe dirigente italiana, che si appresta ancora una volta a tirare le briglie del potere politico. Manager milionari, magistrati castrati, professionisti del sociale con pedigree da paura: Montecitorio e Madama sono pronti ad accogliere la crème brûlee del lavoro “strategico” nostrano. Esultate, elettori! Ma i nuovi-vecchi (?) demiurghi dello Stivale avranno lavato le mani? Questo non sempre accade, forse mai. E non bastano più i guanti celatori nell’era della comunicazione ipertrofica. Questa è storia, assurdamente latitante nella nostra memoria, che non andrà sui libri come Tangentopoli. Peccato, sembrava appassionante.
E i dottor Semmelweis, distribuiti tirchiamente tra i critici intellettuali e sotto i banchi dell’associazionismo politico, dove sono? Si faranno vedere, spesso sono integerrimi. Avanzeranno le loro analisi per riuscire a dominare la febbre puerperale di Aida. Un’infezione che genera automaticamente – a ciclo infinito – corruzione, individualismo, stupidità al centro del popolo. Chissà se costoro avranno la stessa sorte dell’ottimo Filippo: morire per delle idee (le proprie idee), di morte lenta, come canta poeticamente Faber.

Diamo spazio ai lamenti sapienti di Céline, che prende atto, con amara rettitudine, che la battaglia del dottor Semmelweis contro il generale inverno umano lo uccide brutalmente, regalandogli l’immortalità nella gipsoteca della ricerca umanitaria.
Ostetricia e Chirurgia rifiutarono con slancio quasi unanime, con odio, l’immenso progresso che veniva loro offerto. Esse si appoggiavano a bizzarre suscettibilità per potersene restare nei pantani delle sciocchezze purulente, accanto al giuoco dei casi mortali. […] Nel cuore degli uomini non c’è che la guerra…

Siamo noi il cloruro di sodio dei nostri eletti! No, non serve leggere le mani. Scandagliamo le loro azioni ogni giorno, altrimenti ne saremo compiaciuti colpevoli. Lo diceva Socrate. Rendiamoci conto se essi hanno granitiche ali per portarvi a sorvolare sugli abissi. Lo chiedeva Nietzsche. Poi le cose buone (per tutti, nessuno escluso) bisogna farle bene. Lo ricorda Diderot, ma su questo possiamo arrivarci anche da soli. Il sacrificio del dottor Ignazio Filippo non è per niente vano. Se noi, in mezzo al miliardo e mezzo di garrule distrazioni che percuotono il 2018, ne stiamo ancora parlando, un motivo c’è.

 

Annibale Gagliani-L’intellettuale dissidente

‘I bei pasticci’: il comunismo puro ed utopistico di Céline

Distribuito nelle librerie il 28 febbraio 1941, I bei pasticci (nei quali secondo Céline si è cacciata la Francia con la guerra), si divide in 67 parti ritmico-liriche e chiude il trittico antisemita con qualche casuale, ambiguo e forse credibile ripensamento sugli ebrei.

“Ci sono piccoli ebrei molto simpatici”, concede Céline “e francesi che sono carogne belle e buone, rifiuti nauseabondi. Non è per niente una questione di razza”. Ora lo scrittore si riferisce ai francesi che hanno voluto la guerra e sembrerebbe voler limitare la responsabilità degli ebrei. Le oscillazioni e incoerenze di Céline sono quelle stesse di rimescolamenti e sobbalzi della Storia che pochi giungono a rappresentare meglio di lui. Bei pasticci per dire situazioni nate da gravi disordini, sono quelli denunciati dallo scrittore francese e occorsi alla Francia stretta nella morsa del nemico tedesco prima dell’armistizio firmato il 22 giugno 1940 a Rethondes dal maresciallo Pétain che instaura il regime di Vichy appoggiato da nazionalisti, fascisti e monarchici, tutti antisemiti. In fondo, il processo intentato a Céline nel 1950, con capo d’accusa principale il tradimento della patria includente il collaborazionismo, finisce per basarsi, in gran parte, su I bei pasticci, libro che in alcune pagine mette sotto accusa le alte sfere militari e i soldati francesi, accusati di viltà. Per Céline dunque l’ebreo è da considerarsi un simbolo, non una realtà razziale ben definita; Pétain è ebreo, il Papa è ebreo, i re di Francia, lui stesso, che è l’opposto di quell’uomo nuovo, antimoderno, mitico, che promuove.

Effettivamente nemmeno l’organizzazione militare della Francia è risparmiata dall’ira di Céline che, oltre ad attaccare la decadenza politica e morale dei propri connazionali, le smodate abitudini gastronomiche dei ceti agiati e la mancanza di coscienza di classe del proletariato, ricorrendo a semplicistiche circonlocuzioni, ripropone, con i temi razziali, l’idea di un comunismo ugualitario, “alla francese”, un gentile “comunismo Labiche” dal nome di Eugene Labiche, accusatore della borghesia corrotta. In ogni caso un comunismo escludente l’ebreo e che preveda salari pressoché uguali per tutti. Quello che oggi viene detto “reddito di cittadinanza” che Céline fissa in un minimo accredito economico. Chiede inoltre che si abolisca la disoccupazione e si nazionalizzi praticamente tutto.

Lo scrittore attua un’imperiosa e balbettante critica verso la maniacale mistica del lavoro: “Il Lavoro-salute! Il Lavoro-feticcio! Le masse al lavoro! Bordello fottuto! I papà al lavoro! Dio al lavoro! L’Europa al lavoro! I figli al lavoro! Ma la rivoluzione sociale a misura umana è lotta per far vincere la bellezza, l’arte, tutto quanto sia divinamente gratuito, perché solo il gratuito è divino. Si tratta allora di liberare in ciascuno l’artista.

Inoltre si affermano, nei propositi finali avanzati da Céline, un superamento dell’incombente tragedia storica e un’oasi di ristoro: di poesia, gioia, riso. Finiscono infatti in maniera lieta e in poema le ultime parti di Bei pasticci, evocatrici di un mondo e di una comunità di individui nuovi, a cominciare dai bambini. Scrive Maria Alberghini in Louis-Ferdinand Céline gatto randagio:

La sinistra non potrebbe che approvare, oggi, il comunismo puro di Céline tanto più che dopo la caduta del Muro essa ha, sia pure con ritardo, sconfessato il comunismo staliniano”.

Inappuntabile ugualitario dunque il Céline che pone il comunismo all’opposto dell’egoismo e in Bei pasticci, consiglia candido utopista, una livellazione dei redditi da salario per ogni categoria di cittadini, senza distinzioni. Del resto lo scrittore francese, spregiatore delle guerre che mai rinuncia a porre in evidenzia i contrasti tra le classi sociali, in nessun caso si proclama nazifascista. Di conseguenza, come afferma ancora la Alberghini, “appare chiaro perché i pamphlet siano stati tanto severamente proibiti e per più di 50 anni, ne sarebbe uscito un Céline che nazista e fascista non era di certo!”. In un’intervista con Lucette Almanzor (“Pariscope”, n. 15, 26 gennaio 1966; poi in Nabe, Dalla parte di Céline, Lili, 1983) si osserva: “Simone de Beauvoir, nelle sue Memorie, parla sempre di Céline come di un fascista”.

“Fascista?”-replica indignata Lucette, accanto allo scrittore fino alla sua morte: “E’ un’idiozia. Bisognerà che si rimangi ciò che ha detto. Sarà obbligata, talmente sciocca è l’accusa. Lei si rende ridicola, proponendo ciò“. In effetti è Céline stesso il testimone della sua vocazione comunista e questo in tutto l’arco della sua vita: “Ah, io sono mille volte più comunista di Aragon e Thorez”-dirà lo scrittore dall’esilio. E non a caso il suo Viaggio al termine della notte, è il solo libro spiritualmente comunista mai apparso, apprezzato da Trotski.

Si avanza allora l’ipotesi che quello di Céline, uomo sballottato nel turbine di due guerre mondiali, sia un ‘antisemitismo anticapitalista’ collegabile ad una linea apertamente antisemita delle sinistre europee tradizionali e cessato dopo la conoscenza degli orrori dell’Olocausto. Davvero è l’ideologia che può identificare un artista? Qualunque giudizio morale resta sospeso: chi mai potrebbe, in tutta coscienza, classificare un autore che non ha mai posto limiti alla propria parola avida di libertà, e altro non vuole essere se non il proprio stesso linguaggio. E se, il 15 aprile 1948, Céline scrive a Hindus: “Non ho mai voluto il massacro degli Ebrei!”, non c’è motivo per non credergli.

 

Fonte: S. Lanuzza: Céline della libertà, Eretica edizioni,

 

 

‘Morte a credito’, il deformante e acerbo lirismo di Céline

“Eccoci qui, ancora soli”, esordisce con queste parole Céline in Morte a credito, pensando a chi lo ha lasciato, forse ad Elizabeth. E prosegue: “C’è un’inerzia in tutto questo, una pesantezza, una tristezza…Fra poco sarò vecchio. E sarà finita, una buona volta”. Ma Céline era tutt’altro che vecchio quando ha scritto questo romanzo, aveva 42 anni e si poneva il problema del suo rapporto con la realtà e il destino mortale, raccontando gli amari eventi di un’infanzia e un’adolescenza oppresse dalla famiglia e ricordando l’umano debito d’angoscia con la morte-Signora del mondo che tutto volge in disvalore.

Morte a credito: racconto dell’antefatto di Viaggio al termine della notte

Lo stato d’animo dello scrittore, che dopo la pubblicazione di Viaggio al termine della notte intraprende la stesura di Morte a credito, è ben reso in una sua lettera del 30 dicembre 1932 a Daudet, medico e antisemita:

Mi trovo bene solo nel grottesco al limite della morte; è anche il tema del corpo tragicomico-grottesco di Rabelais, che insiste sul conflitto vita-morte per celebrare la forza della vita ogni volta risorgente…Il mondo? E’ il corpo. E la morte? Alla Dama bisogna presentare un bel sudario tutto ricamato di storie”

Come altri autori di matrice nichilista, Céline non sa né vuole dimenticare la morte, anche se, scrivendo, vi oppone resistenza. La morte, registra il sociologo Bauman, “è la condizione ultima della creatività culturale di sé”. Il nichilismo attivo e la forza anarchica di Céline, nichilista contro lo stato di cose, sono, come dimostra Morte a credito, il contrario di ogni impotente o rinunciatario pessimismo. Con questo suo secondo romanzo, Céline adotta parole non imprigionate nei vocabolari, sollecitando l’emozione dei lettori: il parlato argotico assume in Morte a credito il definitivo dominio del discorso céliniano. Più che mai lo scrittore avverte il bisogno di una forma nuova e individuale per la sua narrativa, di un’azione di rottura linguistico-stilistica, ancora più decisa e radicale che nel Viaggio, contro l’imbalsamato monolinguismo della tradizione liceale ordinaria.

Morte a credito racconta dunque l’antefatto del Viaggio al termine della notte, cioè gli anni della vita dell’alter ego narrativo di Céline dall’infanzia sino all’immediata vigilia dell’evento che segna l’inizio del primo romanzo, cioè la partenza, come volontario, per la prima guerra mondiale. Ma il fatto decisivo è che in Morte a credito non ci sono più fatti: Céline non “racconta” più; vive e fa vivere al lettore, pure situazioni, puri blocchi di materia temporale, dall’interno del loro stesso accadere, in una sorta di presente perpetuo, che demolisce qualsiasi distanza psicologica tra l’esistere della voce e ciò che la voce fa esistere.

Il criterio personale della scrittura letteraria di Céline

Il codice di Morte a credito sceglie la lingua d’uso dei ragazzi di strada, dei maliziosi alunni della scuola comunale frequentata da Céline e non rinuncia ad avvalersi del gergo da caserma, dei pesanti motti dei bassifondi o della ‘mala’, nonché delle chiacchierate con l’amico pittore Gen Paul. Stimolato nella sua fantasia verbale, lo scrittore francese eccede il vernacolo per foggiarsi con la strumentazione argotica una prassi linguistica inedita che tende a richiamarsi ad una ‘logica poetica’.

Riferendosi alle sue calcolate stilizzazioni del Language parlé, Céline spiega come le abbia prodotte; esse “sono il risultato di un certo modo di forzare le frasi a uscire un po’ dal loro solito significato, si spostarle e perciò costringere il lettore a spostare a sua volta il senso. Ma con molta leggerezza, è molto difficile da fare, perché bisogna girare intorno, intorno all’emozione. Ideatore di una letteratura come “arte dell’emozione”, Céline propone un criterio personale di scrittura letteraria, e per far vedere ai lettori la realtà del suo modo di narrare, quanto mostra non è mai un modello facile o noto ma una mise en style: un’inedita e impegnata lingua di stile.

Gronda di dolore e dispera della sorte, Céline, ma non del proprio Io in lotta incessante, egli infatti è disperato ma non avvilito e dunque più vivo se razionalizza la sua perdita della speranza avvolgendola in un caldo accordo emotivo e ridefinendone la distinzione stilistica in una lettera del 12 gennaio 1960 a Henri Mondor, anche lui medico-scrittore: “Mi interesso solo allo stile”. Stile di una strabocchevole lingua della cité con le sue periferie è quello tratto dalla classi sociali subalterne. Lingua densa e viscerale, ironica e sferzante fino all’arguzia sarcastica che aggredisce i tabù della società civile come della norma e della standardizzazione lessicale trasmutandoli in epiteti, alterazioni di suono e senso, metafore sui temi delle classi sociali e dei consorzi umani, del sesso, della violenza, dei traffici illeciti, del delitto.

In Morte a credito prevalgono uno stravolto e deformante realismo, un acerbo lirismo e la dissimulata concitazione dei dialoghi che aboliscono il distacco tra testo scritto e discorso verbale. Poeta itinerante, musico e cantore, in questo suo secondo romanzo l’autore si presenta con il solo nome di Ferdinand, ma continuando a pensarsi come Bardamu o ‘nuovo bardo’ che si diverte a dissolvere, con i generi letterari trascorsi, l’immota terminologia della conservazione. Nell’assenza di trame narrative consuete, si impongono nel romanzo una primaria arte orale contestualizzata nella falsariga autobiografica, la turbolenta profusione di neologismi, la “frase-voce” prodotta nelle sequenze di un parlato-scritto senza congiuntivi e franto dai tre punti di sospensione che fanno assumere ai sintagmi una cadenza martellante.

A linee che marcano una dimensione “altra” della letteratura novecentesca, possono compararsi, tra le più interessanti sperimentazioni dialettali italiane, lo spiccato espressionismo di Parigi, romanzo del 1925 con toscanismi gergali di Lorenzo Viani, e l’alta letterarietà di un Gadda manipolatore del romanesco Quer pasticcaccio brutto di via Merulana, del meneghino La cognizione del dolore, del fiorentino metropolitano di Eros e Priapo: fa furore a cenere contro Mussolini, fino alla gergalità dei gialli di Camilleri.

Trama del romanzo

Morte a credito si intona con lo stesso tema sviluppato grandiosamente in Horcynus Orca e inizia con la scena della misera fine della vecchia Bérenge, portinaia (“L’ho vista morire. Un rantoletto“). Il tema della fuggevolezza e il sentimento della precarietà coniugati in una sorte di danza macabra percorrono emblematicamente il romanzo. Medico alla Fondazione Linuty, Ferdinand è oppresso dalla pena e dalla vergogna per l’impotenza, la vanità e le pretese salvifiche della scienza da lui professata: “Mica io l’ho praticata sempre, la medicina, sta merda”. Lui soffre d’un male oscuro che è la malattia mortale di chi, isolato in una bolla di malinconia, accoglie in sé l’angoscia e il dolore del mondo. Insonne, scrive di notte; provvede Mamma Vitruve, cartomante, a battergli a macchina le pagine che si accumulano copiosamente.

Dopo una lite con la servetta Mireille, nipote della Vitruve, Ferdinand vaga per Parigi quando è colto dalla febbre malarica contratta anni prima, durante la sua esperienza in Africa. Ritrovatosi a letto, steso a letto e assistito dalla Vitruve e dalla madre, sente rumori nelle orecchie e ha una grande visione di una nave che naviga per le vie di Parigi e sente sua madre ricordare il marito Auguste. Il suo sentimento del presente ingloba il pensiero del passato e la paura del futuro, delusa verità e parziale contraffazione dei fatti come accade nella narrativa francese di storia e memoria, da Rousseau a Proust. Con il delirio, affluisce la folla di ricordi confusi, affanni, che si sovrappongono disorientando Ferdinand. Nel vaneggiamento trascorrono la vecchissima zia Artemide, madame Héronde, la nonna Caroline, strade, quartieri e negozi di Parigi.

Se strettamente paragonabile a Morte a credito c’è nella narrativa francese un romanzo senza belles lettres affine alla sensitività céliniana, viene in mente l’autobiografico Il ragazzo (1879) di Vallès, con l’epigrafe: “Dedico questo libro a tutti coloro che creparono di noia a scuola o che in famiglia dovettero piangere, che durante l’infanzia furono tiranneggiati dai loro maestri o picchiati dai genitori”. Proprio come Céline infatti, anche Vallès, giornalista e scrittore militante nell’Internazionale socialista, ha compiuto nel suo libro la ricostruzione di un’infanzia oppressa dalla grettezza familiare e dalle frustrazioni a causa della povertà.

Morte a credito non ottenne subito il successo di critica sperato e gli stessi sodali dello scrittore non si esprimevano più di tanto; forse anche perché il romanzo, opera di un’intensità straordinaria, arrivò in un momento nel quale la letteratura, in Francia come nel resto d’Europa, stava per essere offuscata da una politica ancora una volta vogliosa di guerra a avida di sangue.

 

Bibliografia: S. Lanuzza, Céline della libertà.

10 frasi per ricordare Louis-Ferdinand Céline, marchiato ingiustamente con l’etichetta di scrittore ‘maledetto’

Marchiato con l’infamante etichetta dello scrittore maledetto, accusato di antisemitismo, nazismo, razzismo, collaborazionismo; autore di pagine indimenticabili e spietate, il francese Louis-Ferdinand Céline, come ha giustamete notato l’autrice Marina Alberghini, autrice di Ferdinand Céline, gatto randagio, si è cucito addosso, suo malgrado, una fama inversamente proporzionale al valore di alcune delle sue opere.

L’ostilità di cui fu oggetto Céline infatti, si dichiarò molto tempo prima che lui avesse manifestato le sue opinioni su qualsiasi argomento politico; l’atteggiamento demifisticatorio che appariva fin dai suoi primi libri e fu forse la causa. L’intellighentia comprese subito che c’era uno che si era messo a smascherare, a stanare il potere, a denunciare. Dopo un viaggio in incognito in Russia, nel 1936, Céline infatti denunciò gli orrori di Stalin in Mea Culpa e poi in alcune lettere e pamphlet, attirandosi l’ira e la persecuzione dei comunisti francesi. In riferimento al massacro di Katyn, Céline fu il primo a dire che erano stati i sovietici a sterminare i polacchi. Una verità che allora gli costò l’ infamante offesa da parte dei comunisti francesi di filo-nazismo. Nel 1933 Céline fece un discorso pubblico, l’Hommage à Zola, dove si concentrò sui totalitarismi che allora stavano dilagando, analizzandoli alla luce delle scoperte freudiane e dimostrando che è l’impulso di morte che porta un popolo ad asservirsi al suo dittatore e a provocare la guerra. Nessuno storico di rilievo ha evidenziato quest’aspetto, anche perché la persecuzione di Céline da parte degli intellettuali della gauche fece scomparire tutti i documenti, tornati alla luce solo recentemente.

Per quanto riguarda infine l’antisemitismo di Céline, bisogna sottolineare come questo aspetto è molto marginale rispetto alla sua opera. È riscontrabile in una sola invettiva ed è stato messo in risalto per colpirlo. Il suo supposto collaborazionismo non è mai esistito come dimostrano dei documenti ineccepibili usciti ultimamente. Céline non invocò mai un pogrom e neanche le camere a gas, che non sapeva nemmeno esistessero. Lo scrittore ebbe poi molti amici e difensori ebrei, e ne salvò altrettanti dalla persecuzione nazista grazie a certificati falsi.

 

  1. Tutto ciò che è davvero interessante accade nell’ombra. Non sappiamo niente della vera storia degli uomini.

 

     2. La maggior parte della gente muore solo all’ultimo momento; altri cominciano col prendersi         vent’anni d’anticipo e talora anche di più. Sono gli infelici della terra.

 

     3. La tristezza del mondo assale gli esseri come può, ma ad assalirli pare che ci riesca quasi sempre.

 

     4. Quasi mai gli umili chiedono il perchè di ciò che sopportano. Si odiano gli uni con gli altri, e tanto basta.

 

     5. La verità è un’agonia che non fiisce mai. La verità di questo mondo è la morte. Bisogna scegliere, morire o mentire. Non ho mai potuto uccidermi, io.

 

     6.  Però non sarebbe poi tanto male se ci fosse qualcosa per distinguere i buoni dai cattivi.

 

     7. Forse è questo che si cerca nella vita, nient’altro che questo, la pena più grande possibile per diventare se stessi prima di morire.

 

     8. Mai credere a prima vista all’infelicità degli uomini. Chiedete loro se riescono ancora a dormire…In caso positivo, tutto bene. Basta quello.

 

     9. Il capitalista è peggio della merda. Ecco tutto.

 

    10. La vita è questo, una scheggia di luce che finisce nella notte.

 

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