L’antisemitismo di Céline e la censura nel saggio di Stefano Lanuzza: ‘Céline, testimone d’Europa’

Con Céline, come afferma lo scrittore siciliano Stefano Lanuzza nel saggio Céline, testimone dell’Europa, opera imbastita come un dibattito in cui studiosi e lettori pongono domande all’autore su vita e opera di Louis-Ferdinand Céline, non si evoca uno scrittore facile, consolatorio, o di consumo, che ha bisogno di lettori forti che vanno liberandolo dalle panie di una iconografia ideologizzante da troppo tempo focalizzata su un antisemitismo che nell’opera céliniana rimane al margine. Diventa poi superfluo ripetere che i libri di Céline nascono con lo scopo di evitare l’entrata in guerra di una Francia militarmente inadeguata nella seconda guerra mondiale voluta da Hitler. Da ignoranti e false idee ogni lettore si potrà liberare cominciando ad affidarsi agli odisseici percorsi del capolavoro Viaggio al termine della notte, metafora della condizione degli uomini condannati ad andare, senza sosta, sempre avanti verso il loro destino, in fondo alla notte. Ma tutti i libri di Céline sarebbero da porre in relazione con il Voyage. Ma ci fosse oggi uno scrittore come Céline nel nostro Paese assillato dalla crisi, assopito nel consenso e in una restaurazione culturale che sta all’origine della letteratura di consumo e per passatempo: un paese affollato tra loro simili, ininfluenti e dediti a rincorrere i premi letterari. Ci fosse in Italia un Céline che viaggia sempre a proprio rischio e pericolo.

Céline dunque era eretico ed anarchico? Indubbiamente, e nichilista? Certo ma verso lo stato di cose: verso il falso amor di patria e la balorda esaltazione delle virtù guerriere, verso l’infamia delle guerre combattute dai poveri a esclusivo vantaggio degli interessi capitalistici e delle classi sfruttatrici, le retoriche patriottiche e i deliri nazionalistici. In questo senso il Voyage è un romanzo contro il colonialismo predatore, lo sfruttamento nella fabbriche, la povertà sordida e senza speranza nella povera gente delle metropoli degradate.

Rimasto segnato dall’esperienza militare, Céline si accanisce in un’amara critica verso i popoli che non progrediscono moralmente, ma da sempre operano contro loro stessi. Secondo lui non è sicuro che gli uomini nascano infelici, condannati al dolore da una sorte malvagia: è più vero che la colpa della loro sofferenza derivi dalla loro bramosia di suicidio, da un impulso di morte ispiratore di ogni conflitto e tirannia.

Insieme a pochi altri autori e anche se talora dimenticato da critici usi a fissare inopinati canoni, Céline deve essere considerato come uno tra i più grandi protagonisti della letteratura moderna. Lo è, oltre che per le sue innovazioni linguistiche e lo stile unico, per aver offerto con la sua opera un quadro illuminante dei fenomeni sociali e storici dell’Europa del Novecento. Ma l’equivoco dell’antisemitismo di Céline è stato definitivamente chiarito? Come risponde Fagioli alla domanda di Guerrieri, l’ostilità di certi ambienti letterari nei confronti di Céline si è manifestata, ancora prima che lo scrittore pubblicasse i propri libri antisemiti a causa della sua posizione contro l’estetocrazia della casta dominante. Secondo un altro protagonista di questo dialogo immaginario, Bernardi Guardi, l’antisemitismo di Céline è fatto di accensioni virulente, si scatena come una tempesta di denunce ed ingiurie, sembra quasi rivendicare un paradossale diritto di manifestarsi senza alcuna remora. Interviene Horn affermando che nel contesto di una storia contraddistinta da guerre continue, come si sarebbe posto oggi il pacifista Cèline davanti all’interminabile conflitto Israele-Palestina?

Inoltre, in base ai dati, non può non apparire singolare il caso di Céline accusato senza prove da Sartre. A contraddire il filosofo di L’Essere e il nulla, a distanza di anni prende la parola l’artista Jean Dubuffet che sostiene che l’avversione di cui è stato fatto oggetto Céline emerge molto prima della denuncia delle sue opinioni contro gli ebrei. C’è da credere che per le conventicole letterarie, l’antisemitismo e l’avversione di Céline nei confronti di una mentalità radical-massonica dominante in Francia, siano appigli sufficienti per tenere distanti un outsider, un anomalo ed irregolare, un bastian contrario isolato che comunque sopravanza di una spanna gli scrittori suoi contemporanei. Non appartenendo a nessun partito, a nessuna cricca, nessuna conventicola, sono praticamente solo? Si interroga Céline già nel 1936 in una lettera a <<Le Merle blanc>>. Lui è un emarginato tra i francesi che, durante il regime di Vichy, nella persecuzione già combattenti per la Francia durante la prima guerra mondiale, sono ancora più zelanti dei tedeschi. Mentre Pétain applica contro l’intera comunità ebraica leggi ancora più repressive di quelle naziste. C’è quanto basta per convincersi che Céline, a parte i suoi torti d’opinione, resti una vittima dell’ipocrisia del potere, questo davvero alacre collaborazionista.

Nel famigerato Bagatelle per un massacro, che alla sua uscita è gradito sia alla destra che alla sinistra, Céline sostiene che lui scrive a beneficio dei francesi e precisando la propria distanza dal credo fascista. Si crede che la condanna contro Bagatelle sia dovuta ai suoi contenuti quanto parrebbe accendere l’indignazione, è il modo, ossia la forma che è sostanza artistica che lo scrittore conferisce a un libello redatto con la tecnica del poema satirico in prosa. Bisogna inoltre sottolineare che sionismo ed ebrei non sono la stessa cosa. Vi sono infatti ebrei che non si proclamano sionisti. Il Sionismo è un movimento politico che ha preso il sopravvento nella società ebrea al punto che la gente comune crede che quando qualcuno sfida il Sionismo, si stia schierando anche contro gli ebrei.

Al seguito degli antisemiti che lo anticipano (tra cui Shakespeare, Dickens, Benn, Jung, Heidegger), ecco Céline dichiararsi antisemita: “Sono diventato antisemita” annuncia in Bagatelle, diventato, che sta a significare che prima non lo era. La spiegazione più immediata all’ostracismo patito da Céline può rimandare all’isolamento dello scrittore rispetto alla società letteraria parigina, soprattutto quella di una sinistra stalinista rimasta spiazzata dopo l’uscita di Mea culpa, un’autocritica profonda e un’accusa contro il bolscevismo.

Poiché nel Primo novecento francese non sono pochi gli intellettuali e gli scrittori antisemiti, alcuni di loro blandi o meno conosciuti collaborazionisti, (Béraud, Chardonne, Alphonse de Châteaubriant, Maurras, il paradossale ‘fasciocomunista’ Jacques Doriot, Montherlant, Jean Giono, nonché Morand, Jouhandeau, Anouilh, Giraudoux, Sachs, Gide, Mauriac, Gaxotte, Simenon da giovane…) – l’impressione che ogni volta Céline finisca per essere assunto in esclusiva quale pharmakos/‘capro espiatorio’: al pari del più sfortunato Robert Brasillach sbrigativamente passato per le armi ad Arcueil il 6 febbraio 1945.
Ancora oggi sembra che a Céline si dia la caccia per lavare la coscienza sporca della Francia ottusamente antisemita del ‘caso Alfred Dreyfus’ (1894-1906), il capitano alsaziano-ebreo ingiustamente accusato d’intesa col nemico tedesco, oltre che per far obliare l’antisemitismo e il filonazismo della Repubblica collaborazionista di Vichy capeggiata da Pétain che Albert Camus chiama “traditore della Francia” (“Combat”, n. 58, luglio 1944).

Malgrado tanta ordalia e lo ‘stridor di denti’ degli implacati censori, i libelli vietati di Céline, seppure privi di curatele critiche, restano reperibili su Internet sia nella lingua originale, sia in traduzione. Volendo, li si legga come – poniamo – si possono leggere le pagine del ‘reazionario’ e grande Gadda: per l’indubbia qualità artistica della loro lingua, cioè per lo stile che, senza separarsi dai contenuti talora insopportabili, riscatta un autore tra i maggiori del Novecento. Lo stile, conta nient’altro che lo stile: l’unica cosa – Céline tiene sempre a spiegare – per cui valga la pena di scrivere.

 

Bibliografia: Stefano Lanuzza, Céline, testimone del’Europa

Stefano Lanuzza: Lucette, Céline, Gallimard e la censura

‘Il dottor Semmelweis’ di Céline, perfetta metafora della classe dirigente italiana

L’importante è esagerare, dicono. L’importante è partecipare, davvero? La pena che i buoni devono scontare per l’indifferenza alla cosa pubblica è quella di essere governati da uomini malvagi, sosteneva Socrate. E chi non ha ali non deve mettersi al di sopra di abissi, asseriva Nietzsche. Non basta fare il bene, bisogna anche farlo bene, affermava Diderot. Un incipit di tutto rispetto, non c’è che dire. Ma il proliferar di tale verbo filosofico e millenario dove ci porta? Negli occhi di Ignazio Filippo Semmelweis, protagonista de Il dottor Semmelweis di Louis-Ferninand Céline.

Filippo è un medico di origine magiara, che si ritrova a esercitare la sua professione nelle viscere di Vienna, tra i battenti scarni di un nosocomio diroccato. L’argento scintillante del Danubio gli manca molto, ma la sua missione è ben più importante di tutte le bellezze sopite di Budapest. E poi sogna l’indipendenza economica, sentimentale, culturale: nelle sue vene scorre sangue idealista. Ogni giorno contempla rabbiosamente una terribile problematica: la morte di giovani donne in gravidanza. La causa è imputabile alla febbre puerperale – o per meglio dire “sepsi delle puerpere” –, una violenta infezione dell’utero, provocata dalla contaminazione di batteri durante l’intervento invasivo per il parto o per l’aborto. Siamo nella seconda metà dell’Ottocento, la scienza medica è lontanissima dai progressi corroboranti del Duemila. In questi anni anche un microscopico sbaglio può mietere vittime invisibili. Lo Stato fa spallucce, medici e infermieri abbassano lo sguardo, le famiglie piangono spilli di rancore.
Il dottor Semmelweis ha estremamente a cuore i sorrisi sfigurati delle sue pazienti e perciò inaugura una ricerca serrata. A passare al vaglio della sua inquisizione sono tutti gli elementi che rimpolpano il campo all’interno degli interventi. Scandaglia tutte le cause possibili e immaginabili, sperimentandole direttamente sulle donne che riceve. Il suo comportamento, intriso di loquace solidarietà, è incredibilmente contrastato non solo dai suoi superiori, ma altresì dai colleghi delle case di cura rivali. Ma Filippo non allenta la presa: le sue analisi producono una scoperta spiazzante.

Il problema è semplicissimo: i dottori che intervengono sulle gravide non si lavano le mani prima di operare. In particolar modo, gli studenti universitari che svolgono il tirocinio, dopo aver trattato i cadaveri a lezione, non procedono ad attuare le norme igieniche minime. Infatti, con le stesse mani svolgono le funzioni principali dell’intervento sulle future madri. Nell’Ottocento i grandi luminari della medicina credono che l’infezione non si potesse trasmettere per via tattile. Errore marchiano.
Il dottor Semmelweis ha la soluzione: propone dei lavaggi di cloruro di calce nella preparazione all’operazione. Dopo innumerevoli rifiuti, l’equipes sanitarie viennesi si arrendono: il risultato è clamoroso: si passa dal 32% al 0,2% di morti femminili annuali. Una candida rivoluzione. Eppure, Filippo non avrà mai il riconoscimento che merita per la salvifica scoperta. Non potrà mai avvicinare Pasteur, uno dei luminari più osannati dell’Occidente. Addirittura i suoi colleghi lo porteranno all’assoluta pazzia: morirà da solo e in condizioni estreme in un manicomio raggelante.

Bella storia, questa di Céline. Metafora perfetta della classe dirigente italiana, che si appresta ancora una volta a tirare le briglie del potere politico. Manager milionari, magistrati castrati, professionisti del sociale con pedigree da paura: Montecitorio e Madama sono pronti ad accogliere la crème brûlee del lavoro “strategico” nostrano. Esultate, elettori! Ma i nuovi-vecchi (?) demiurghi dello Stivale avranno lavato le mani? Questo non sempre accade, forse mai. E non bastano più i guanti celatori nell’era della comunicazione ipertrofica. Questa è storia, assurdamente latitante nella nostra memoria, che non andrà sui libri come Tangentopoli. Peccato, sembrava appassionante.
E i dottor Semmelweis, distribuiti tirchiamente tra i critici intellettuali e sotto i banchi dell’associazionismo politico, dove sono? Si faranno vedere, spesso sono integerrimi. Avanzeranno le loro analisi per riuscire a dominare la febbre puerperale di Aida. Un’infezione che genera automaticamente – a ciclo infinito – corruzione, individualismo, stupidità al centro del popolo. Chissà se costoro avranno la stessa sorte dell’ottimo Filippo: morire per delle idee (le proprie idee), di morte lenta, come canta poeticamente Faber.

Diamo spazio ai lamenti sapienti di Céline, che prende atto, con amara rettitudine, che la battaglia del dottor Semmelweis contro il generale inverno umano lo uccide brutalmente, regalandogli l’immortalità nella gipsoteca della ricerca umanitaria.
Ostetricia e Chirurgia rifiutarono con slancio quasi unanime, con odio, l’immenso progresso che veniva loro offerto. Esse si appoggiavano a bizzarre suscettibilità per potersene restare nei pantani delle sciocchezze purulente, accanto al giuoco dei casi mortali. […] Nel cuore degli uomini non c’è che la guerra…

Siamo noi il cloruro di sodio dei nostri eletti! No, non serve leggere le mani. Scandagliamo le loro azioni ogni giorno, altrimenti ne saremo compiaciuti colpevoli. Lo diceva Socrate. Rendiamoci conto se essi hanno granitiche ali per portarvi a sorvolare sugli abissi. Lo chiedeva Nietzsche. Poi le cose buone (per tutti, nessuno escluso) bisogna farle bene. Lo ricorda Diderot, ma su questo possiamo arrivarci anche da soli. Il sacrificio del dottor Ignazio Filippo non è per niente vano. Se noi, in mezzo al miliardo e mezzo di garrule distrazioni che percuotono il 2018, ne stiamo ancora parlando, un motivo c’è.

 

Annibale Gagliani-L’intellettuale dissidente

‘I bei pasticci’: il comunismo puro ed utopistico di Céline

Distribuito nelle librerie il 28 febbraio 1941, I bei pasticci (nei quali secondo Céline si è cacciata la Francia con la guerra), si divide in 67 parti ritmico-liriche e chiude il trittico antisemita con qualche casuale, ambiguo e forse credibile ripensamento sugli ebrei.

“Ci sono piccoli ebrei molto simpatici”, concede Céline “e francesi che sono carogne belle e buone, rifiuti nauseabondi. Non è per niente una questione di razza”. Ora lo scrittore si riferisce ai francesi che hanno voluto la guerra e sembrerebbe voler limitare la responsabilità degli ebrei. Le oscillazioni e incoerenze di Céline sono quelle stesse di rimescolamenti e sobbalzi della Storia che pochi giungono a rappresentare meglio di lui. Bei pasticci per dire situazioni nate da gravi disordini, sono quelli denunciati dallo scrittore francese e occorsi alla Francia stretta nella morsa del nemico tedesco prima dell’armistizio firmato il 22 giugno 1940 a Rethondes dal maresciallo Pétain che instaura il regime di Vichy appoggiato da nazionalisti, fascisti e monarchici, tutti antisemiti. In fondo, il processo intentato a Céline nel 1950, con capo d’accusa principale il tradimento della patria includente il collaborazionismo, finisce per basarsi, in gran parte, su I bei pasticci, libro che in alcune pagine mette sotto accusa le alte sfere militari e i soldati francesi, accusati di viltà. Per Céline dunque l’ebreo è da considerarsi un simbolo, non una realtà razziale ben definita; Pétain è ebreo, il Papa è ebreo, i re di Francia, lui stesso, che è l’opposto di quell’uomo nuovo, antimoderno, mitico, che promuove.

Effettivamente nemmeno l’organizzazione militare della Francia è risparmiata dall’ira di Céline che, oltre ad attaccare la decadenza politica e morale dei propri connazionali, le smodate abitudini gastronomiche dei ceti agiati e la mancanza di coscienza di classe del proletariato, ricorrendo a semplicistiche circonlocuzioni, ripropone, con i temi razziali, l’idea di un comunismo ugualitario, “alla francese”, un gentile “comunismo Labiche” dal nome di Eugene Labiche, accusatore della borghesia corrotta. In ogni caso un comunismo escludente l’ebreo e che preveda salari pressoché uguali per tutti. Quello che oggi viene detto “reddito di cittadinanza” che Céline fissa in un minimo accredito economico. Chiede inoltre che si abolisca la disoccupazione e si nazionalizzi praticamente tutto.

Lo scrittore attua un’imperiosa e balbettante critica verso la maniacale mistica del lavoro: “Il Lavoro-salute! Il Lavoro-feticcio! Le masse al lavoro! Bordello fottuto! I papà al lavoro! Dio al lavoro! L’Europa al lavoro! I figli al lavoro! Ma la rivoluzione sociale a misura umana è lotta per far vincere la bellezza, l’arte, tutto quanto sia divinamente gratuito, perché solo il gratuito è divino. Si tratta allora di liberare in ciascuno l’artista.

Inoltre si affermano, nei propositi finali avanzati da Céline, un superamento dell’incombente tragedia storica e un’oasi di ristoro: di poesia, gioia, riso. Finiscono infatti in maniera lieta e in poema le ultime parti di Bei pasticci, evocatrici di un mondo e di una comunità di individui nuovi, a cominciare dai bambini. Scrive Maria Alberghini in Louis-Ferdinand Céline gatto randagio:

La sinistra non potrebbe che approvare, oggi, il comunismo puro di Céline tanto più che dopo la caduta del Muro essa ha, sia pure con ritardo, sconfessato il comunismo staliniano”.

Inappuntabile ugualitario dunque il Céline che pone il comunismo all’opposto dell’egoismo e in Bei pasticci, consiglia candido utopista, una livellazione dei redditi da salario per ogni categoria di cittadini, senza distinzioni. Del resto lo scrittore francese, spregiatore delle guerre che mai rinuncia a porre in evidenzia i contrasti tra le classi sociali, in nessun caso si proclama nazifascista. Di conseguenza, come afferma ancora la Alberghini, “appare chiaro perché i pamphlet siano stati tanto severamente proibiti e per più di 50 anni, ne sarebbe uscito un Céline che nazista e fascista non era di certo!”. In un’intervista con Lucette Almanzor (“Pariscope”, n. 15, 26 gennaio 1966; poi in Nabe, Dalla parte di Céline, Lili, 1983) si osserva: “Simone de Beauvoir, nelle sue Memorie, parla sempre di Céline come di un fascista”.

“Fascista?”-replica indignata Lucette, accanto allo scrittore fino alla sua morte: “E’ un’idiozia. Bisognerà che si rimangi ciò che ha detto. Sarà obbligata, talmente sciocca è l’accusa. Lei si rende ridicola, proponendo ciò“. In effetti è Céline stesso il testimone della sua vocazione comunista e questo in tutto l’arco della sua vita: “Ah, io sono mille volte più comunista di Aragon e Thorez”-dirà lo scrittore dall’esilio. E non a caso il suo Viaggio al termine della notte, è il solo libro spiritualmente comunista mai apparso, apprezzato da Trotski.

Si avanza allora l’ipotesi che quello di Céline, uomo sballottato nel turbine di due guerre mondiali, sia un ‘antisemitismo anticapitalista’ collegabile ad una linea apertamente antisemita delle sinistre europee tradizionali e cessato dopo la conoscenza degli orrori dell’Olocausto. Davvero è l’ideologia che può identificare un artista? Qualunque giudizio morale resta sospeso: chi mai potrebbe, in tutta coscienza, classificare un autore che non ha mai posto limiti alla propria parola avida di libertà, e altro non vuole essere se non il proprio stesso linguaggio. E se, il 15 aprile 1948, Céline scrive a Hindus: “Non ho mai voluto il massacro degli Ebrei!”, non c’è motivo per non credergli.

 

Fonte: S. Lanuzza: Céline della libertà, Eretica edizioni,

 

 

‘Morte a credito’, il deformante e acerbo lirismo di Céline

“Eccoci qui, ancora soli”, esordisce con queste parole Céline in Morte a credito, pensando a chi lo ha lasciato, forse ad Elizabeth. E prosegue: “C’è un’inerzia in tutto questo, una pesantezza, una tristezza…Fra poco sarò vecchio. E sarà finita, una buona volta”. Ma Céline era tutt’altro che vecchio quando ha scritto questo romanzo, aveva 42 anni e si poneva il problema del suo rapporto con la realtà e il destino mortale, raccontando gli amari eventi di un’infanzia e un’adolescenza oppresse dalla famiglia e ricordando l’umano debito d’angoscia con la morte-Signora del mondo che tutto volge in disvalore.

Morte a credito: racconto dell’antefatto di Viaggio al termine della notte

Lo stato d’animo dello scrittore, che dopo la pubblicazione di Viaggio al termine della notte intraprende la stesura di Morte a credito, è ben reso in una sua lettera del 30 dicembre 1932 a Daudet, medico e antisemita:

Mi trovo bene solo nel grottesco al limite della morte; è anche il tema del corpo tragicomico-grottesco di Rabelais, che insiste sul conflitto vita-morte per celebrare la forza della vita ogni volta risorgente…Il mondo? E’ il corpo. E la morte? Alla Dama bisogna presentare un bel sudario tutto ricamato di storie”

Come altri autori di matrice nichilista, Céline non sa né vuole dimenticare la morte, anche se, scrivendo, vi oppone resistenza. La morte, registra il sociologo Bauman, “è la condizione ultima della creatività culturale di sé”. Il nichilismo attivo e la forza anarchica di Céline, nichilista contro lo stato di cose, sono, come dimostra Morte a credito, il contrario di ogni impotente o rinunciatario pessimismo. Con questo suo secondo romanzo, Céline adotta parole non imprigionate nei vocabolari, sollecitando l’emozione dei lettori: il parlato argotico assume in Morte a credito il definitivo dominio del discorso céliniano. Più che mai lo scrittore avverte il bisogno di una forma nuova e individuale per la sua narrativa, di un’azione di rottura linguistico-stilistica, ancora più decisa e radicale che nel Viaggio, contro l’imbalsamato monolinguismo della tradizione liceale ordinaria.

Morte a credito racconta dunque l’antefatto del Viaggio al termine della notte, cioè gli anni della vita dell’alter ego narrativo di Céline dall’infanzia sino all’immediata vigilia dell’evento che segna l’inizio del primo romanzo, cioè la partenza, come volontario, per la prima guerra mondiale. Ma il fatto decisivo è che in Morte a credito non ci sono più fatti: Céline non “racconta” più; vive e fa vivere al lettore, pure situazioni, puri blocchi di materia temporale, dall’interno del loro stesso accadere, in una sorta di presente perpetuo, che demolisce qualsiasi distanza psicologica tra l’esistere della voce e ciò che la voce fa esistere.

Il criterio personale della scrittura letteraria di Céline

Il codice di Morte a credito sceglie la lingua d’uso dei ragazzi di strada, dei maliziosi alunni della scuola comunale frequentata da Céline e non rinuncia ad avvalersi del gergo da caserma, dei pesanti motti dei bassifondi o della ‘mala’, nonché delle chiacchierate con l’amico pittore Gen Paul. Stimolato nella sua fantasia verbale, lo scrittore francese eccede il vernacolo per foggiarsi con la strumentazione argotica una prassi linguistica inedita che tende a richiamarsi ad una ‘logica poetica’.

Riferendosi alle sue calcolate stilizzazioni del Language parlé, Céline spiega come le abbia prodotte; esse “sono il risultato di un certo modo di forzare le frasi a uscire un po’ dal loro solito significato, si spostarle e perciò costringere il lettore a spostare a sua volta il senso. Ma con molta leggerezza, è molto difficile da fare, perché bisogna girare intorno, intorno all’emozione. Ideatore di una letteratura come “arte dell’emozione”, Céline propone un criterio personale di scrittura letteraria, e per far vedere ai lettori la realtà del suo modo di narrare, quanto mostra non è mai un modello facile o noto ma una mise en style: un’inedita e impegnata lingua di stile.

Gronda di dolore e dispera della sorte, Céline, ma non del proprio Io in lotta incessante, egli infatti è disperato ma non avvilito e dunque più vivo se razionalizza la sua perdita della speranza avvolgendola in un caldo accordo emotivo e ridefinendone la distinzione stilistica in una lettera del 12 gennaio 1960 a Henri Mondor, anche lui medico-scrittore: “Mi interesso solo allo stile”. Stile di una strabocchevole lingua della cité con le sue periferie è quello tratto dalla classi sociali subalterne. Lingua densa e viscerale, ironica e sferzante fino all’arguzia sarcastica che aggredisce i tabù della società civile come della norma e della standardizzazione lessicale trasmutandoli in epiteti, alterazioni di suono e senso, metafore sui temi delle classi sociali e dei consorzi umani, del sesso, della violenza, dei traffici illeciti, del delitto.

In Morte a credito prevalgono uno stravolto e deformante realismo, un acerbo lirismo e la dissimulata concitazione dei dialoghi che aboliscono il distacco tra testo scritto e discorso verbale. Poeta itinerante, musico e cantore, in questo suo secondo romanzo l’autore si presenta con il solo nome di Ferdinand, ma continuando a pensarsi come Bardamu o ‘nuovo bardo’ che si diverte a dissolvere, con i generi letterari trascorsi, l’immota terminologia della conservazione. Nell’assenza di trame narrative consuete, si impongono nel romanzo una primaria arte orale contestualizzata nella falsariga autobiografica, la turbolenta profusione di neologismi, la “frase-voce” prodotta nelle sequenze di un parlato-scritto senza congiuntivi e franto dai tre punti di sospensione che fanno assumere ai sintagmi una cadenza martellante.

A linee che marcano una dimensione “altra” della letteratura novecentesca, possono compararsi, tra le più interessanti sperimentazioni dialettali italiane, lo spiccato espressionismo di Parigi, romanzo del 1925 con toscanismi gergali di Lorenzo Viani, e l’alta letterarietà di un Gadda manipolatore del romanesco Quer pasticcaccio brutto di via Merulana, del meneghino La cognizione del dolore, del fiorentino metropolitano di Eros e Priapo: fa furore a cenere contro Mussolini, fino alla gergalità dei gialli di Camilleri.

Trama del romanzo

Morte a credito si intona con lo stesso tema sviluppato grandiosamente in Horcynus Orca e inizia con la scena della misera fine della vecchia Bérenge, portinaia (“L’ho vista morire. Un rantoletto“). Il tema della fuggevolezza e il sentimento della precarietà coniugati in una sorte di danza macabra percorrono emblematicamente il romanzo. Medico alla Fondazione Linuty, Ferdinand è oppresso dalla pena e dalla vergogna per l’impotenza, la vanità e le pretese salvifiche della scienza da lui professata: “Mica io l’ho praticata sempre, la medicina, sta merda”. Lui soffre d’un male oscuro che è la malattia mortale di chi, isolato in una bolla di malinconia, accoglie in sé l’angoscia e il dolore del mondo. Insonne, scrive di notte; provvede Mamma Vitruve, cartomante, a battergli a macchina le pagine che si accumulano copiosamente.

Dopo una lite con la servetta Mireille, nipote della Vitruve, Ferdinand vaga per Parigi quando è colto dalla febbre malarica contratta anni prima, durante la sua esperienza in Africa. Ritrovatosi a letto, steso a letto e assistito dalla Vitruve e dalla madre, sente rumori nelle orecchie e ha una grande visione di una nave che naviga per le vie di Parigi e sente sua madre ricordare il marito Auguste. Il suo sentimento del presente ingloba il pensiero del passato e la paura del futuro, delusa verità e parziale contraffazione dei fatti come accade nella narrativa francese di storia e memoria, da Rousseau a Proust. Con il delirio, affluisce la folla di ricordi confusi, affanni, che si sovrappongono disorientando Ferdinand. Nel vaneggiamento trascorrono la vecchissima zia Artemide, madame Héronde, la nonna Caroline, strade, quartieri e negozi di Parigi.

Se strettamente paragonabile a Morte a credito c’è nella narrativa francese un romanzo senza belles lettres affine alla sensitività céliniana, viene in mente l’autobiografico Il ragazzo (1879) di Vallès, con l’epigrafe: “Dedico questo libro a tutti coloro che creparono di noia a scuola o che in famiglia dovettero piangere, che durante l’infanzia furono tiranneggiati dai loro maestri o picchiati dai genitori”. Proprio come Céline infatti, anche Vallès, giornalista e scrittore militante nell’Internazionale socialista, ha compiuto nel suo libro la ricostruzione di un’infanzia oppressa dalla grettezza familiare e dalle frustrazioni a causa della povertà.

Morte a credito non ottenne subito il successo di critica sperato e gli stessi sodali dello scrittore non si esprimevano più di tanto; forse anche perché il romanzo, opera di un’intensità straordinaria, arrivò in un momento nel quale la letteratura, in Francia come nel resto d’Europa, stava per essere offuscata da una politica ancora una volta vogliosa di guerra a avida di sangue.

 

Bibliografia: S. Lanuzza, Céline della libertà.

10 frasi per ricordare Louis-Ferdinand Céline, marchiato ingiustamente con l’etichetta di scrittore ‘maledetto’

Marchiato con l’infamante etichetta dello scrittore maledetto, accusato di antisemitismo, nazismo, razzismo, collaborazionismo; autore di pagine indimenticabili e spietate, il francese Louis-Ferdinand Céline, come ha giustamete notato l’autrice Marina Alberghini, autrice di Ferdinand Céline, gatto randagio, si è cucito addosso, suo malgrado, una fama inversamente proporzionale al valore di alcune delle sue opere.

L’ostilità di cui fu oggetto Céline infatti, si dichiarò molto tempo prima che lui avesse manifestato le sue opinioni su qualsiasi argomento politico; l’atteggiamento demifisticatorio che appariva fin dai suoi primi libri e fu forse la causa. L’intellighentia comprese subito che c’era uno che si era messo a smascherare, a stanare il potere, a denunciare. Dopo un viaggio in incognito in Russia, nel 1936, Céline infatti denunciò gli orrori di Stalin in Mea Culpa e poi in alcune lettere e pamphlet, attirandosi l’ira e la persecuzione dei comunisti francesi. In riferimento al massacro di Katyn, Céline fu il primo a dire che erano stati i sovietici a sterminare i polacchi. Una verità che allora gli costò l’ infamante offesa da parte dei comunisti francesi di filo-nazismo. Nel 1933 Céline fece un discorso pubblico, l’Hommage à Zola, dove si concentrò sui totalitarismi che allora stavano dilagando, analizzandoli alla luce delle scoperte freudiane e dimostrando che è l’impulso di morte che porta un popolo ad asservirsi al suo dittatore e a provocare la guerra. Nessuno storico di rilievo ha evidenziato quest’aspetto, anche perché la persecuzione di Céline da parte degli intellettuali della gauche fece scomparire tutti i documenti, tornati alla luce solo recentemente.

Per quanto riguarda infine l’antisemitismo di Céline, bisogna sottolineare come questo aspetto è molto marginale rispetto alla sua opera. È riscontrabile in una sola invettiva ed è stato messo in risalto per colpirlo. Il suo supposto collaborazionismo non è mai esistito come dimostrano dei documenti ineccepibili usciti ultimamente. Céline non invocò mai un pogrom e neanche le camere a gas, che non sapeva nemmeno esistessero. Lo scrittore ebbe poi molti amici e difensori ebrei, e ne salvò altrettanti dalla persecuzione nazista grazie a certificati falsi.

 

  1. Tutto ciò che è davvero interessante accade nell’ombra. Non sappiamo niente della vera storia degli uomini.

 

     2. La maggior parte della gente muore solo all’ultimo momento; altri cominciano col prendersi         vent’anni d’anticipo e talora anche di più. Sono gli infelici della terra.

 

     3. La tristezza del mondo assale gli esseri come può, ma ad assalirli pare che ci riesca quasi sempre.

 

     4. Quasi mai gli umili chiedono il perchè di ciò che sopportano. Si odiano gli uni con gli altri, e tanto basta.

 

     5. La verità è un’agonia che non fiisce mai. La verità di questo mondo è la morte. Bisogna scegliere, morire o mentire. Non ho mai potuto uccidermi, io.

 

     6.  Però non sarebbe poi tanto male se ci fosse qualcosa per distinguere i buoni dai cattivi.

 

     7. Forse è questo che si cerca nella vita, nient’altro che questo, la pena più grande possibile per diventare se stessi prima di morire.

 

     8. Mai credere a prima vista all’infelicità degli uomini. Chiedete loro se riescono ancora a dormire…In caso positivo, tutto bene. Basta quello.

 

     9. Il capitalista è peggio della merda. Ecco tutto.

 

    10. La vita è questo, una scheggia di luce che finisce nella notte.

 

‘Viaggio al termine della notte’, l’impietoso e avvincente progetto di autoconoscenza di Céline

Viaggio al termine della notte è un romanzo immenso, debordante, in cui si incontrano l’anelito dell’uomo alla libertà, il mondo, il genere umano e l’umano troppo umano. Un viaggio tra le tragedie del XX secolo, dove l’uomo viene presentato senza retorica e finzioni. “E’ cominciata in questo modo. Io, io non avevo detto proprio niente. Niente”. Si sintetizza nell’incipit di questo capolavoro del 1932 il senso della koiné orale-colloquiale che dà voce a un soggetto escluso dal sistema.

Louis-Ferdinand Céline: scrittore estraneo alle società letterarie

Si tratta di una voce isolita, quella di Louis-Ferdinand Céline, scrittore estraneo alle società letterarie, sradicato che si esprime all’inizio dei novecenteschi anni Trenta e-dopo la rivoluzione industriale, il nuovo benessere, le svagatezze della Belle èpoque seguite dalla grave crisi economica e finanziaria iniziata con il crollo della Borsa di Wall Strett nel 1929-risente della caduta delle ottimistiche idee di progresso: caduta accompagnata dal dissolvimento dei valori, dal degrado sociale e dagli squilibri politico-economici di un’Europa che, perse le proprie certezze, si consegna ai due conflitti mondiali del Novecento, al tempo, in Francia, del grande romanzo culminante nei nomi di Proust, Gide, Maurois, Green, Malraux, fino alla letteratura parafilosofica di Sartre e Camus.

Al dattiloscritto di Viaggio al termne della notte giunto all’editore Denoel è acclusa una nota dove lo stesso Céline spiega di aver scritto “un romanzo drammatico in uno stile assai singolare di cui non ci sono molti esempi nella letteratura. Una specie di sinfonia letteraria, più emotiva di un romanzo realista; è pane per un intero secolo di letteratura”.

Scritto in prima persona, Viaggio al termine della notte, include all’estremo, nel bene e nel male tutto l’umano. Audace, disinibito e traumatico, è stato redatto in una lingua discordante con i canoni tradizionali e oggi è letto in tutto il mondo. Il romanzo di Céline segna una rottura con la tradizione delle lettere e sembra scritto per demolire ogni pregressa sicurezza non solo letteraria, adottando un lessico polisemico, svariante dal tragico, all’umile, al figurato, al grottesco. E’ l’immaginazione che introduce lo speciale sistema di pensiero di Céline. mobilitando e reinventando il reale ricercandone verità nascoste e nello stesso tempo, intridendo la lingua francese di una inusitata espressività, lo scrittore francese escogita una misura inedita, trasgressiva e illuminante, della letteratura del Novecento.

Viaggio al termine della notte: trama e contenuti

Il viaggio che ci è dato dal romanzo di Céline (dedicato ad Elizabeth Craig, danzatrice americana a Parigi, amata dall’autore) è interamente immaginario e va dalla vita alla morte. Si tratta di un’immaginazione emotiva e smascheratrice che riscatta le penurie dell’esistenza, le incongruità del sopravvalutato intelletto e i limiti della stessa logica che Céline, annullando le distanze tra il protagonista del romanzo e il narratore, affida la propria causa.

Viaggio al termine della notte è una drammatica storia biografica di un tragico primo Novecento che Céline attraversa e notomizza senza reticenze e compiacimenti, ma mettendosi a nudo in un impietoso e avvincente progetto di autonoscenza. Protagonista del romanzo è il Je, l’Io Ferdinand Bardamu, ritratto psichico e proiezione dello stesso narratore prima di diventare il pronome di un indefiito e universale nessuno (personne). Nichilista è la biografia di chi, dando la parola al personaggio-Bardamu, riferisce il proprio suscettibile e tangibile Io, d’altronde come diceva il filosofo Davila, “la prima cosa che lo scrittore inventa è il personaggio che scriverà la sua opera”.

Per questo Céline si riflette in Bardamu, adottandone i punti di vista e lo accompagna ad una successione di personaggi, ognuno dei quali con una propria storia. Tra loro assumono rilievo il portatore degli stessi turbamenti del protagonista, Lèon Robinson, il collega Alcide, la fatua americana Lola, figura all’opposto della prostituta gentile Molly di Detroit, il bambino Bébert che muore di tifo, l’avida famiglia Henrouille, il medico Parapine, Madelon fidanzata di Robinson e talvolta amante di Bardamu al pari dell’infermiera slovacca Sophie, l’abate Protiste e altre figure di in inventario di esistenze instabili in viaggio.

Costanti de Viaggio al termine della notte sono la Prima guerra mondiale, il rifiuto del patriottismo militarista e guerrafondaio, l’insopportabile ordine gerarchico e la cieca obbedienza alla tirannia; il capitalismo usuraio, il colonialismo sfruttatore, i ricchi incuranti dei poveri abbrutiti e persi nella loro miseria, l’egoismo meschino della piccola borghesia, la solitudine metropolitana. Contesto del libro, che segue l’evoluzione di Bardamu la conquista di una matura identità, diventa il mondo: con la guerra per una patria sognata che si trasforma in incubo e chiede sacrifici umani, il viaggio per lavoro del protagonista nell’Africa delle prevaricazioni coloniali e miluogo di ogni beffata speranza di benessere, New York, sede plutocratica del liberalismo e del denaro trionfante, Detroit città-simbolo dello sfruttamento e, allora, come oggi, dei dannati del lavoro manuale con salari di fame. Segue il mesto ritorno in Francia. La seconda parte di Viaggio al termine della notte, riguarda Rancy, squallido quartiere di diseredati, poveracci e furfanti. Tale condizione spinge dapprima il protagonista a tentare dei cambiamenti di vita che lo portano a lavorare in un cinema o a fare la comparsa in un balletto; fino a quando a Tolosa ritrova Robinson, incontrato in Africa e nuovamente in America.

Narrazione e linguaggio: lo stile “emotivo” di Céline

Viaggio al termine della notte è come se fosse un delirio che conferma pagina dopo pagina l’autobiografismo di Céline, con i suoi dolori e passioni. Dentro un tessuto narrativo eterodosso, che sprigiona energia e sconvolge l’uso medio della lingua francese usuale, in principio c’è l’inesperto ragazzo del popolo Ferdinand seduto a un caffè parigino in Place Clichy con il coetaneo Arthur Ganate che ha parole di elogio per la patria e la razza francese: <<La più bella razza del mondo, e cornutaccio chi dice il contrario!>>, esclama Arthur.

La razza?– Replica Bardamu, fino a quel momento silenzioso-La razza, ciò che chiami in questo modo, è solo questa grande accozzaglia di poveracci del mio stampo, cisposi, pulciosi, cagoni, che sono cascati qui inseguiti da fame, peste. tumori e freddo, arrivati già vinti dai quattro angoli della terra. In un linguaggio venato d’argot, Céline traduce la schietta constatazione dell’inesistenza di qualunque razza che, affretellata dalla ventura, non sia umana.

Fuori d’ogni ottimismo, dei miti illuministici e delle illusioni fantasticanti confuse con la speranza, sono due i poli evidenziati da Viaggio al termine della notte: la vita, che non si lascia pensare secondo una logica e al suo opposto, la morte, più logica della vita. Temi che nel secondi Novecento intrigano particolarmente l’italiano Stefano D’Arrigo, autore del capolavoro dimenticato Horcynus Orca, dove come nel romanzo di Céline, vi è una grande attenzione a sciogliere nel testo il significato.

Sono grami i giorni e gli anni vissuti da Bardamu che attraversa, tra un’avventura e l’altra, la notte di un mondo invivibile. Come ha giustamente notato Leo Spitzer, gli eroi di Céline “partono senza giungere a nient’altro che al rifiuto di rimanere. A volte trovano una liberazione all’ultimo momento”. Come Joyce anche Céline ha marcato in profondità la letteratura novecentesca con la sua “scrittura vivente”, con uno stile emotivo invece di adottare il monologo interiore, registro di moti dell’animo e turbamenti rivelatore di quell’umano troppo umano con cui Nietzsche ha compiuto lo smascheramento dei contesti fondati su valori artefatti o idoli, che per Céline sono i miti ideologici.

Viaggio al termine della notte ha avuto molti consensi, sia di pubblico che di critica, ma non sono mancate stroncature come quella dello scrittore Henri Bidou, il quale non si è mai sentito scandalizzato dalla crudezza e dal funzionale turpiloquio del romanzo: <<Romanzo estremamente debole, si procede continuamente in mezzo alle sozzure, e non ci sarebbe niente di male, nonostante il disgusto, se il libro fosse buono, ma il libro non lo è>>. E del giornalista italiano Guglielmo Serafini: <<La presunta satira morale della società borghese nel periodo bellico si riduce in definitiva a un rosario di tirate demagogico-anticapitalistiche di un tono bolscevizzante proprio a certa letteratura di propaganda proletaria che puzza di russo lontano un miglio>>.

Effettivamente, stando ad alcuni contenuti, se si scrivesse oggi un libro simile, molti lo considererebbero un romanzo politicizzato, comunista (Céline si definiva tale infatti, “fino alla polpa”, sebbene, incredibile ma vero, considerato Viaggio al termine della notte, sia stato accusato di collaborazionismo con i nazisti e di essere antisemita e per questo scelse l’esilio in Danimarca), demagogico, politicamente corretto. Chi oggi non dà la colpa della crisi dell’Occidente al capitalismo e si scaglia contro le ingiustizie sociali? Ma la forza del romanzo di Céline risiede nel suo stile personalissimo, nel suo linguaggio che destabilizza ogni fissità sintattico-lessicale, pur essendo criticabile l’individualismo pessimista. Ma Céline non era né demagocio né politicamente corretto e ne ha avuto per tutti, non solo per gli ebrei che considerava non con il loro significato abituale. Il termine infatti non indicava un preciso gruppo etnico o religioso: lo dimostra il fatto che sotto questo vocabolo avrebbe potuto raggruppare tutti gli uomini, compreso lui. Il termine per lo scrittore francese aveva qualcosa di magico. L’Ebreo era il profittatore della guerra, quello che la voce popolare chiama il mercante di armi, le Duecento Famiglie.

Viaggio al termine della notte è un pugno nello stomaco, destinato agli anticonformisti e a chi vuole mettersi a nudo, ad entrare in contatto con la parte oscura di noi; non a caso lo stesso autore ha definito questa sua opera il solo libro veramente cattivo tra tutti i suoi libri, proponendo la tesi secondo la quale i guai capitatigli nella vita nascono a causa non del suo antisemitismo, ma per aver mosso una dirompente accusa contro il quietismo conformista delle tradizioni morali e culturali borghesi.

 

Bibliografia: S. Lanuzza, Céline della libertà.