‘Noi italiani non sappiamo essere atroci’. Parola di Cesare Pavese!

Onore all’editore Aragno, che dopo aver pubblicato Amor fati, Pavese all’ombra di Nietzsche (a cura di Francesca Belviso, introduzione di Angelo d’Orsi, 2016), ha reso piena giustizia allo scrittore piemontese ripubblicando, come necessaria integrazione all’inedito nietzscheano, quello che è stato identificato come il “taccuino segreto” di Cesare Pavese. Protagonisti della curatela gli stessi Belviso e d’Orsi. Seppur già noto per essere stato pubblicato l’8 agosto 1990 sul quotidiano “La Stampa” dal suo scopritore, Lorenzo Mondo, il “taccuino” meritava di essere riproposto con apparati adeguati, perché oltremodo utile, dopo la scoperta del Pavese lettore e traduttore di Nietzscheper integrare i tratti, altrimenti parziali, della complessa personalità del piemontese.

Nel piccolo block notes (cm 12 x 15) comprendente 30 fogli non numerati di carta quadrettata, tutti riprodotti in appendice in quest’edizione Aragno, gli appunti di Cesare risalgono agli anni 1942-43 e, come nel diario, Il mestiere di vivere, trattano quasi esclusivamente di politica e di guerra. Al suo apparire, ricorda Lorenzo Mondo in uno scritto contenuto nel volume, il taccuino risultò “sconvolgente”, perché sconvolgeva l’immagine che si erano fatti di Pavese gli appartenenti all’establishment antifascista italiano. Uno sconvolgimento facile da comprendere: “Una cosa fa rabbia”, appuntava lo scrittore il 25 ottobre 1942, “Una cosa fa rabbia. Gli antif.[ascisti] sanno tutto, superano tutto, ma quando discutono litigano soltanto… E mostra ben che alla virtù latina o nulla manca o sol la disciplina. Il f.[ascismo] è questa disciplina. Gli italiani mugugnano, ma insomma gli fa bene”.

A rimarcare la sua durezza, leggiamo ancora:

Stupido come un antif.[ascista]. Chi è che lo diceva? Il fascismo aveva posto dei problemi, se anche non tutti risolti. Questi salami negano fasc.[ismo] e problemi e poi dicono che saranno risolti. Chi si vuol coglionare?

Mentre non mancano le parole positive sulla ventennale esperienza politica legata a Mussolini: “Il f.[ascismo] non solo ha dato l’unità all’Italia, ma ora tende a dargliela repubblicana, contro l’opinione che in It.[alia] la repubbl.[ica] siano le repubbl.[iche]. Naturale che incontri resistenza e sembri lacerarne la coscienza. Ma è il male della crescita”.         

Non mancano, e certo per molti sono risultate e risultano ancor più inquietanti, le considerazioni sui nazionalsocialisti, il cui operato viene confrontato con altre pagine drammatiche della storia europea:

Tutte queste storie di atrocità naz.[iste] che spaventano i borghesi, che cosa sono di diverso dalle storie sulla rivoluzione franc.[ese], che pure ebbe la ragione dalla sua? Se anche fossero vere, la storia non va coi guanti. Forse il vero difetto di noi italiani è che non sappiamo essere atroci. 

Uno sguardo, quello di Pavese, che da alcuni anni era rivolto verso i tedeschi e la loro lingua. Così lo rivela lui stesso nel taccuino: “Ora che nella tragedia hai visto più a fondo, diresti ancora che non capisci la politica? Semplicemente ora hai scoperto dentro – sotto la spinta del disgusto – il vero interesse che non è più le tue sciocche futili chiacchiere ma il destino di un popolo di cui fai parte: Boden und Blut – si dice così? Questa gente ha saputo trovare la vera espressione”. E prosegue, sempre rivolto a se stesso: “Perché nel ’40 ti sei messo a studiare il tedesco? Quella voglia che ti pareva soltanto commerciale, era l’impulso del subcosciente a entrare in una nuova realtà. Un destino. Amor fati”.

Un destino passato concretamente attraverso il tedesco di Friedrich Nietzsche. Ecco perché è utile affrontare ora l’altro coraggioso volume Aragno, anticipatore del taccuino pavesiano. Allontanatosi dalla Torino occupata dai tedeschi, dal settembre 1943 al 1945 Cesare Pavese, a differenza di suoi amici che da quel momento si spesero per la lotta clandestina, si ritirò sulle colline di Serralunga per leggere e scrivere, ma anche per tradurre.

Tra le riletture, quella di alcune opere di Friedrich Nietzsche, ma soprattutto, fatto ignoto fino a poco tempo fa, la traduzione di Volontà di potenza  (l’originale del filosofo, Wille zur Macht, è una raccolta postuma di scritti, edita a partire dal 1901 in almeno cinque diverse edizioni e Pavese lavorò su quella del 1930), senza che vi fosse alcun intento di pubblicarla. Un duplice approccio al tedesco che secondo Francesca Belviso coincide con una “svolta esistenziale e poetica”. Il manoscritto pavesiano contenente la versione della Prefazione e dei primi due libri (il secondo non per intero) conta 97 fogli sciolti.

Significativa è anche la storia di questo documento, poiché sebbene ritrovato e inventariato già nel 1950, viene segnalato pubblicamente da Lancillotta solo nel 1998, ed è da quell’anno che la problematica Pavese-Nietzsche inizia ad essere affrontata dalla critica. Belviso parla addirittura di “germanofilia” pavesiana, una passione emersa negli anni giovanili e “coltivata con rinnovato entusiasmo in età adulta”.

Negli anni che lo videro frequentare a Torino con grande interesse e profitto i corsi di letteratura tedesca di Arturo Farinelli (1926-30), Pavese affrontò lo studio della lingua da autodidatta e tuttavia ardito, tanto da misurarsi con molte traduzioni di testi da Goethe, Schiller, Herder, Heine, Hölderlin.

Nel 1940 Pavese s’immerse dunque nella lettura di Nietzsche e incontrò Giaime Pintor, giovane studioso e traduttore dal tedesco. Anche qui, viene da dire, “un destino”, perché proprio Pintor avrebbe curato nel 1943 per Einaudi un’edizione delle nietzscheane Considerazioni sulla storia, criticando coloro che nel filosofo tedesco vedevano l’ispiratore di tutti gli irrazionalismi moderni, movimento fascista compreso.

Circa il metodo del tradurre, quello di Pavese è conservativo. Per lui contava cioè anzitutto il maggior rispetto possibile verso l’originale, la ricerca della sua essenza. In una lettera del 1940 è lo scrittore stesso a sottolineare come, per tradurre bene, cioè perché non si tratti di “un lavoro meccanico che chiunque può fare”, sia necessario “innamorarsi della materia verbale”.

La riapertura del “caso Pavese-Nietzsche”, come lo chiama Angelo d’Orsi nel testo che introduce Amor fati è stata l’occasione per una rilettura dell’intera opera dello scrittore piemontese alla luce dei suoi interessi, che finalmente si è scoperto essere più complessi rispetto a quanto immaginato fino ad allora (per decenni sono stati sottolineati solo il suo amore e la sua curiosità per la letteratura americana, senza alcun accenno alla sua “germanofilia”).

Ma il Nietzsche coltivato da Pavese fa anche tornare alla mente, con un po’ di malinconia, uno studioso eclettico e di confine, filosofo di formazione, ma poeta per vocazione, scomparso presto, troppo presto: Antonio Santori (1961-2007). Un marchigiano di cui oggi, dopo che è emerso finalmente in tutta la sua ricchezza il “caso Pavese-Nietzsche” (a lui del tutto ignoto), si può dire avesse “intravisto”, senza saperlo e senza avere il tempo per evidenziarne la tessitura ordita dal destino (dall’amor fati, per stare allo stesso Pavese), come i due abbiano in qualche modo segretamente dialogato, si siano incontrati.

Antonio, prima di abbandonarsi alla poesia, ha avuto il tempo per scrivere un paio di saggi filosofico-letterari: Esperimento di lettura: i Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese. La poetica dell’incontro (Antenore 1985), e Verso la meraviglia d’oro. Dono e incoscienza in Nietzsche (Il Lavoro Editoriale 1990, “casualmente”, proprio l’anno dell’emergere del Taccuino segreto…). Pavese e Nietzsche, fatalmente le due stelle che hanno brillato nell’orizzonte creativo di Santori, autore di quattro poemi, proprio a partire da quel 1990.

 

Vito Punzi

Cesare Pavese: la sua drammatica storia raccontata dall’amico Lajolo

Non pochi lettori di Cesare Pavese conoscono quella poesia, il cui primo verso dà, come è noto, il titolo alla raccolta postuma delle ultime sue poesie: <<Verrà la morte e avrà i tuoi occhi-questa morte che ci accompagna-dal mattino alla sera, insonne, -sorda come un vecchio rimorso-o un vizio assurdo>>.

Davide Lajolo, assumendo l’ultimo verso a titolo della biografia, Il vizio assurdo, appunto, o come storia dello scrittore piemontese, una storia intima che si appoggia sui fatti, oltre che su una minuziosa conoscenza dell’opera. Quando Pavese prese coscienza del fatto che la poesia, l’arte e la scrittura non gli avrebbero potuto dare soddisfazioni maggiori di quelle già raggiunte e conquistò invece, proprio sull’orlo della solitudine, l’ancor più amara certezza che gli era negata l’altra, e in un certo senso maggiore ragione di vivere, la donna, la “meraviglia di vivere”, come affermò Lawrence, ecco che il <<vizio assurdo>> lo riattanagliò e non ci fu più via di uscita. Venne la morte in una squallida camera d’albergo. Pavese lasciò il mondo, la vita, la poesia con le tristi parole che diedero angoscia ai suoi amici lettori, ma anche curiosità di sapere, di vederci chiaro in quel tragico segreto:

Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.

Fu più chiaro, sebbene più amaro, ma con di un’acredine più dolorosa, con il suo carissimo amico e conterraneo, diventato poi suo biografo Lajolo:

[…] con la stessa testardaggine. con la stessa stoica volontà delle Langhe, farò il mio viaggio nel regno dei morti…Meno parlerai di questa faccenda con “gente” più te e sarò grato.

Sono le parole dell’ultima lettera scritta all’amico Lojolo la sera del 25 agosto 1950; inviata per espresso e aperta da Lajolo dopo aver appreso la notizia, già di dominio pubblico.

Il libro che Lajolo ha scritto per raccontare la storia di Pavese è molto bello in quanto prima di tutto è un libro storico e rientra nel filone segreto, nella vena calda dei sentimenti genuini di Pavese. Lajolo ha saputo non solo rispettare, ma anche interpretare nel senso più giusto le inquietudini, le insofferenze, le delusioni, le stanchezze morali e perfino le incoerenze e le contraddizioni dello scrittore, dell’uomo e per un certo tempo, del militante di partito. E per quanto Lajolo possa essere portato a guardare con qualche distacco e quasi con un segreto rimprovero alle frequenti inquietudini di Pavese, la sua sollecitudine e partecipazione morale al dramma della vita di Pavese lo salvano dal facile moralismo che la sua fede avrebbe potuto e dovuto dettargli.

Sul doppio versante della partecipazione morale e dell’amicizia, pur senza ombra di agiografismo, oltre che sulla lettura attenta e amorosa, ma sufficientemente distaccata per formulare un concreto e netto giudizio, della narrativa e dell’intera opera di Pavese, che si svolge e articola la narrazione saggistico-biografica di questa storia. Se il saggio denota una conoscenza approfondita, la biografia si giova di qualcosa di ancora più diretto, di immediato: il fatto di essere entrambi, Pavese e Lajolo, originari della stessa terra piemontese, le Langhe, e di essere cresciuti insieme nel calore familiare e umano di uno stesso ambiente di vita e società.

 

Fonte: G. Titta Rosa, Vita letteraria del Novecento, V. III.

 

Premio Pavese 2016, i vincitori a Santo Stefano Belbo

Il giorno 28 Agosto, alle ore 10 delle mattino,  a Santo Stefano Belbo (Cuneo), presso la casa che ha dato i natali allo scrittore de La luna e i falò , si terrà la tanto attesa premiazione dei vincitori della trentatreesima edizione del Premio Pavese 2016, concorso letterario dedicato ad uno dei più grandi scrittori del Novecento italiano. Il Premio è promosso ed organizzato dal Cepam-Centro Pavesiano Museo Casa Natale.

La Regione Piemonte e i Lions Club del territorio Unesco (che si occupano del Premio Lions per ciò che riguarda le prefazioni e le postfazioni) hanno collaborato alla realizzazione dell’evento Premio Cesare Pavese, assieme anche al comune di Santo Stefano, alla Fondazione Cesare Pavese e ad altri enti. Lo scopo è quello di premiare gli autori che più di altri sono stati in grado di raccontare il legame con il proprio territorio e il senso di appartenenza. Presidente del Premio Pavese 2016 sarà il professor Luigi Gatti accompagnato dalla professoressa Giovanna Romanelli, presidente di Giuria.

Per le opere edite, a vincere il Premio Narrativa è stata la scrittrice e regista Cristina Comencini con il suo Essere Vivi (Einaudi, 2016), romanzo incentrato sulla riscoperta del proprio io e della propria natura. Il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky si è aggiudicato il Premio di Saggistica con Senza Adulti (Einaudi, 2016), un’esortazione a vivere a pieno la vita a prescindere dall’età e dai presunti limiti.

L’altro Premio di Saggistica è andato a Franco Ferrarotti per Al santuario con Pavese. Storia di un’amicizia (Dehoniane, 2016), emozionante viaggio nel passato dell’autore, caro amico di Pavese, opera testimonianza dunque della loro amicizia. Il Premio Speciale per la Giuria è spettato invece al giornalista Mario Baduino che ha scritto Lo sguardo della farfalla (Bompiani, 2016), un romanzo che non può essere ridotto ad un solo genere, piuttosto un avvincente mix post-moderno. Grande merito è stato attribuito allo studente Edoardo Cagnan per la sua tesi Parola a malincuore. Studio di forme e sensi della reticenza nel Diavolo sulle colline, un attento approfondimento sulle scelte stilistiche e non dell’autore.

La premiazione è divisa comunque in più sezioni (tra cui, Medici scrittori e Arti visive) e menzioni di merito (citiamo solo alcuni dei diversi autori premiati tra cui Gabriella Greison, Osvaldo Di Domenico e Pietro Reverdito). Il Premio Letterario Lions, per le opere edite, è stato vinto da Gianni Turchetta per la prefazione all’Opera Completa di Vincenzo Consolo.

Il giorno precedente al Premio Pavese 2016, alle ore 21,  si terrà l’incontro Dalla nostalgia del passato ai primi fermenti di una rinascita, verso “un nuovo modo di stare al mondo” , presieduto dal professore Andrea Raffaele Rondini che vedrà anche la partecipazione dei quattro vincitori. Al centro del dibattito i temi analizzati dagli autori nelle opere premiate.

Entrambi gli eventi sono gratuiti.

“Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” , di Cesare Pavese

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi-

questa morte che ci accompagna

dal mattino alla sera, insonne,

sorda, come un vecchio rimorso

o un vizio assurdo. I tuoi occhi

saranno una vana parola,

un grido taciuto, un silenzio.

Così li vedi ogni mattina

quando su te sola ti pieghi

nello specchio. O cara speranza,

quel giorno sapremo anche noi

che sei la vita e sei il nulla

 

Per tutti la morte ha uno sguardo.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.

Sarà come smettere un vizio,

come vedere nello specchio

riemergere un viso morto,

come ascoltare un labbro chiuso.

Scenderemo nel gorgo muti.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi è una poesia di Cesare Pavese che fa parte della raccolta dall’omonimo titolo pubblicata postuma alla morte del poeta, nel 1951. Della produzione letteraria e poetica dell’autore, questa poesia è cara a molti critici e sopratutto al grande pubblico letterario, che facilmente la associa al poeta piemontese.

La poesia di Pavese si basa sull’idea che la tecnica sia uno strumento necessario per sfuggire all’astrazione e che sia l’unico che possa garantire una trasparenza tra i fatti reali nella loro staticità e l’interpretazione di questi ultimi da parte del poeta. ‘Poetare’ non vuol dire creare cose nuove, bensì reinterpretare le cose che si vivono, i fatti reali in un modo tecnicamente perfetto, quindi attraverso un artificio riprodurre una realtà effettiva e farla giungere al lettore. In questo senso la poesia pavesiana si impregna di un simbolismo acuto, lucido che viene a fondersi con il mito e che attraverso la tecnica trova la maschera dietro cui nascondersi.

La poesia è dedicata a Constance Dowling, ma che alla fine diventa un tramite e quindi trascurabile, poiché non è il soggetto della poesia, né l’oggetto, ma forse un lontano destinatario.

La morte verrà e avrà i tuoi occhi

La morte è opprimente, la certezza della sua venuta è palese, come è palese che avrà gli occhi di tutto ciò che hai amato, qui l’espressione ‘i tuoi occhi’ ha duplice senso, infatti potrebbe essere interpretata come ciò che perdo e quindi l’ultima cosa cara a cui penserò prima di morire, oppure come tradizionalmente viene interpretata “attraverso di te arriverà la morte per me” ovvero i tuoi occhi sono il pretesto per cui verrà la morte.

L’intenzione del suicidio ha accompagnato Pavese sin da giovane, quindi ‘i tuoi occhi’ diventano un pretesto per ripensarci, per giustificare quell’atto. Le due interpretazioni non necessariamente si escludono. Inoltre l’esperimento dell’amore rende giustificabile la morte. Da qui il connubio amore-morte che definisce la poesia:

questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo.

Questa morte” non è quella che giunge una volta sola, ovvero quella del primo verso (la morte assoluta) infatti la morte qui accompagna ogni gesto del poeta e diventa un riflesso della morte in senso stretto,  la morte qui si presta a un interpretazione più domestica, più quotidiana. La morte viene identificata sia con la staticità del quotidiano vivere e quindi con la morte attraverso la ripetizione sterile di una routine, sia con il pensiero della morte che appunto rende sterile ogni gesto di vita, in quanto questo sarà vanificato dalla morte. Il pensiero della morte accompagna tutti e rischia di intristire la vita o peggio renderla un infinita attesa della morte, in sostanza si rischia di vivere soltanto per morire.

Tale interpretazione fornisce uno spunto autobiografico: il pensiero di morire è sordo, non sente ragioni, è insonne, che resta sveglio per tutto il tempo della giovinezza quando invece dovrebbe dormire, è un rimorso continuo, in quanto si ripudia il tempo passato a morire, inoltre la morte diventa qualcosa di cui non si ci libera, di inevitabile e a cui Pavese farà sempre ritorno in una maniera o nell’altra, qualcosa da cui dipende e a cui ritorna masochisticamente, proprio come un vizio assurdo.

Quindi questa “morte che ci accompagna” si consuma e sfocia nella morte che verrà, quella assoluta che lo libererà da questo pensiero di morte che di per sé è già morte.

I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.

I tuoi occhi non potranno discolparsi, non potranno fermare la morte, anzi saranno la morte e come lei saranno silenti, saranno tragici, gonfi di grida e parole, ma che ormai non serbano nulla di sensato. Saranno solo accompagnatori, non potranno fare nulla. In questa interpretazione prevale quindi una presa di posizione da parte del poeta. Sembra infatti leggersi tra le righe l’espressione: Sarò io a sceglierla o sarà lei a scegliere me, ma in tutti i casi non saranno i tuoi occhi a potermi o a poterla fermare, i tuoi occhi sono un mezzo o un addio silente al mondo. Saranno il mio amore e la morte a decidere.

Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio.

Come per me saranno inutili, questo sono oggi per te. Sono vuoti, tristi e sofferti, te ne accorgi quando ti osservi nello specchio e quando tutto attorno a te svanisce, per lasciar posto a te soltanto, per rivelarti quanto tu sia silente, anche con te stessa, quanto tu sia inevitabilmente sola.

O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla

Il passo si presta a varie interpretazioni. Una delle quali potrebbe essere: Quando me ne andrò anche tu sarai lì. Quel giorno l’amore per te mi tratterrà dal farlo o forse la voglia di morte, o meglio di vita, mi costringerà a svalutarti e a renderti insignificante. Quel giorno sapremo se tu sei tutto ciò che può salvarmi o se non sei altro che una persona come un altra, un nulla in questa eterna morte che ci accompagna.

Per tutti la morte ha uno sguardo.

Frase molto suggestiva. La morte cela per tutti uno sguardo. Facendo riferimento ai versi precedenti è quello degli occhi dell’amata, che però è uno sguardo vuoto, vano e sarà quello sguardo ad accompagnare la sua morte. Vi è un pesante pessimismo per la sua morte da una parte e una gioia infinita dall’altra, poiché se la morte verrà con gli occhi dell’amata, seppure essi siano vuoti o silenti, essi sono gli occhi di cui si ci è innamorati, quindi la morte sarà dolce e ineffabile.
Un’ interpretazione più universale potrebbe essere: la morte riserva per tutti qualcosa di dolce seppur estremamente triste e vano.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.

Ora, alla luce di tutto quello che saranno i tuoi occhi e la mia morte, io sono convinto: la morte verrà e avrà i tuoi occhi. Qualcosa di dolce, triste, liberatorio, indescrivibile mi strapperà alla vita e io l’attendo nella certezza che essa verrà.

Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.

Sarà gioia morire, perché smetterò di farlo ogni giorno, smetterò di temerlo. Sarà come vedere nello specchio, quello stesso luogo dove tu rifletti la tua vanità riemergere un viso morto, un viso che non vedo da tempo che è quello della libertà. Sarà come il silenzio che cerca di parlare. Dovrò tradurlo, dovrò cercarlo. Sarà misterioso e intrigante. Sarà morte.

Scenderemo nel gorgo muti.

Scenderemo nella morte, nel luogo della morte, muti, senza parole da dire, forse perché il silenzio solo può parlare a quei tuoi occhi che silenti saranno, forse perché io, la morte e i tuoi occhi dovremmo capirci e potremmo capirci solo tra noi. Non saprei darti altre parole se non quelle che non saprei darti, saremo tutti in silenzio, come in un cordoglio, rendendo onore a quello che è la vita, senza far sconquasso senza turbarla troppo, senza ucciderla con vuote grida di disperazione, perché saremo soli, come soli restammo in vita, io, i tuoi occhi e la morte.

Italo Calvino: realista visionario?

Il barone rampante

Italo Calvino nasce nel 1923 a Santiago de Las VegasCuba, dove i genitori, una naturalista e un agronomo, dirigono una scuola di agraria e un centro sperimentale di agricoltura. Nel 1925 la famiglia Calvino si trasferisce a Sanremo, dove lo scrittore trascorrerà l’infanzia e l’adolescenza. Nel 1941 poi avviene lo spostameno a Torino, dove decide di  iscriversi alla Facoltà di Agraria: in questo periodo inizia a comporre i primi racconti, poesie e testi teatrali.

Nel 1943, per evitare di essere arruolato nell’esercito di Salò dopo l’8 settembre, decide di entrare nella brigata comunista Garibaldi. Da quel momento inizia la sua gioventù nella Resistenza. L’ambiente culturale di Torino, che Calvino frequenta assiduamente, ed i fermenti politici di contrapposizione al regime, fondono in lui letteratura e politica. Grazie all’amicizia ed ai suggerimenti di Eugenio Scalfari (già suo compagno al liceo), focalizza i suoi interessi sugli aspetti etici e sociali che coltiva nelle letture di Montale, Vittorini, Pisacane. Nel 1943 si trasferisce alla facoltà di Agraria e Forestale di Firenze, dove sostiene pochi esami. Calvino aderisce assieme al fratello Floriano alla seconda divisione d’assalto partigiana “Garibaldi”:   si definirà un anarchico, ma in quegli anni di clandestinità impara ad ammirare gli esiti positivi dell’organizzazione partigiana comunista. Il 17 marzo 1945, quando ormai gli alleati sono in Italia, Calvino è protagonista attivo nella battaglia di Baiardo, una delle ultime battaglie partigiane. Ricorderà l’evento nel racconto “Ricordo di una battaglia”, scritto nel 1974. L’esperienza partigiana sarà alla base del suo primo romanzo, “Il sentiero dei nidi di ragno” e della raccolta di racconti “Ultimo viene il corvo”.

Nel 1945, dopo la guerra, Calvino lascia la Facoltà di Agraria e si iscrive a Lettere. Nello stesso anno aderisce al PCI.IN questi anni inizia a collaborare con il quotidiano “l’Unità” e con la rivista“Il Politecnico” di Elio Vittorini. Nello stesso periodo  si afferma la casa editrice torinese Einaudi(fondata nel ‘33 da Giulio Einaudi) con famosi collaboratori e consulenti, tra cui Pavese eVittorini.
Su suggerimento di Cesare Pavese, conosciuto ormai già diversi anni prima, viene pubblicato nel 1947 il suo  primo romanzo , “Il  Sentiero dei nidi di ragno” e la successiva raccolta di racconti “Ultimo viene il corvo” (1949).

In questo periodo la vita dello scrittore cubano viene scossa profondamente dal dramma del suicidio dell’amico Cesare Pavese, nell’agosto del 1950: in varie lettere e scritti, Calvino mostrerà di non sapersi mai dar pace per non aver intuito il profondo disagio di uno dei suoi primi e più cari amici.

Nel 1952 viene pubblicato “Il visconte dimezzato” – il primo della trilogia “I nostri antenati” –  nella collana Einaudi “I gettoni”, diretta da Vittorini. Si assiste ora al diverso stile di Calvino, che si fa più fiabesco e allegorico, confrontandolo con il precedente stampo neo realista.
Nel 1956 vengono pubblicate le “Fiabe italiane”, un progetto di raccolta, sistemazione e traduzione di racconti della tradizione italiana popolare. Nel ‘57 lascia il PCI, dopo l’invasione da parte sovietica dell’Ungheria.

In questi anni scrive diversi saggi, tra i più importanti “Il midollo del leone” (1955), sul rapporto tra letteratura e realtà. Collabora con diverse riviste, tra cui “Officina”, la rivista fondata da Pier Paolo Pasolini, e dirige con Vittorini la rivista “Menabò”. Il suo nuovo stile, quasi visionario, che sarà destinato ad aprire altre nuove strade nella letteratura italiana, vede la luce anche con i suoi più celebri romanzi, scritti in questo periodo:”Il  Barone rampante” (1957), “Il Cavaliere inesistente” (1959), che completano la trilogia cominciata nel ’52 con “Il visconte dimezzato”.

Nel 1962 conosce una traduttrice argentina Esther Judith Singer con cui si sposa nel 1964 e con la quale si trasferisce a Parigi nello stesso anno. Nel 1963 pubblica “La giornata di uno scrutatore”, romanzo che lo riporterà a scenari neo realisti. In questi anni Calvino mostra interesse per il neo nato gruppo di Intellettuali “Officina 63”, ma non ne aderisce, non condividendone infatti l’impostazione di fondo.
Sempre nel 1963 esce, nella collana einaudiana “Libri per ragazzi”, “Marcovaldo ovvero le stagioni in città”, una serie di racconti incentrati sulla figura di Marcovaldo: qui si instaura la più importante riflessione che Calvino opera sui rapporti tra uomo e tempi moderni.
Nel 1966 perde  un altro amico, nonché figura determinante per la sua formazione: Elio Vittorini. Gli dedicherà il saggio “Vittorini: progettazione e letteratura”, in cui traccia nel saggio il pensiero d’un intellettuale aperto e fiducioso, in dissonanza col pessimismo letterario di quegli anni, della decadenza e della crisi.

A Parigi entra in contatto con lo strutturalismo e la semiologia di Roland Barthes: l’attenzione che questa scuola critica rivolge a come sono strutturati e “costruiti” tutti i testi letterari si rivelerà decisiva decisivi per lo sviluppo della narrativa calviniana, soprattutto negli anni Settanta.
Calvino in questo periodo costruisce il suo apparato “filosofico”, anche grazie alle frequentazioni con movimento OuLiPo (Ouvroir de Littérature Potentielle, Laboratorio di letteratura potenziale), in cui è presente anche Raymond Queneau, autore de “I fiori blu” e degli “Esercizi di stile”.

Questi incontri e influenze propizieranno il “periodo combinatorio” dell’autore, in cui si mostrerà strettamente dipendente dalla riflessione strutturalista sulle forme e le finalità della narrazione. Infatti da questo periodo escono fuori,  nel 1965 “Le cosmicomiche” e nel 1967 “Ti con zero”, una serie di racconti “fantascientifici” e paradossali sull’universo; nel 1972 pubblica poi uno dei suoi romanzi più celebri,  “Le città invisibili” e nel 1973 “Il castello dei destini incrociati”, racconti basati appunto sul gioco combinatorio e sulla sperimentazione linguistica, aprendo cosi nuovi e inesplorati campi.

Nel 1979 è la volta di “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, un metaromanzo (e cioè un romanzo sul romanzo stesso): nessuno mai aveva realizzato una cosa del genere, almeno non in Italia e non nel modo in cui lo fa Calvino.

. Nel 1983 pubblica i racconti di “Palomar”, che altro non sono che una rielaborazione narrativa di alcuni suoi articoli pubblicati in quegli anni su “Repubblica” e il “Corriere”, in cui il protagonista, un uomo di nome Palomar, con le osservazioni sul mondo porta il lettore a riflettere sull’esistenza umana e sul valore della parola. Nel 1984 lascia, dopo quasi quarant’anni,  la Einaudi e passa a Garzanti, presso cui pubblica “Collezione di sabbia”.

Nel 1985 viene invitato dall’università di Harvard a tenere una serie di conferenze. Inizia così a preparare le sue lezioni, ma viene colto da un ictus nella sua casa a Roccamare,presso Castiglione della Pescaia. Muore pochi giorni dopo a Siena. I testi vengono pubblicati postumi nel 1988 con il titolo “Lezioni americane: sei proposte per il prossimo millennio”. In ogni lezione Calvino riflette sui valori programmatici della letteratura futura partendo da quelli per lui cruciali e determinanti: Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità, Molteplicità e l’ultima, solo progettata, Consistenza.

Oltre alle “Lezioni americane” escono postumi anche i seguenti tre volumi “Sotto il sole giaguaro”, “La strada di San Giovanni”, “Prima che tu dica pronto”.

 Il contributo di  Italo Calvino alla letteratura italiana, e forse mondiale, risulta innegabile: da molti è stato riconosciuto infatti come uno dei grandi innovatori, capace di combinare influenze, trame, visioni, per giungere a nuove concezioni della letteratura, soprattutto per quanto riguarda il rapporto dell’uomo alla luce dei tempi in cui vive, evidenziandone disagi, drammi, a volte anche felicità e comportamenti visionari.

Quello che colpisce maggiormente  della sua  vita letteraria, è la straordinaria  abilità di essersi espresso sia in termini strettamente legati all’uomo, sia  alle sperimentazioni sulla narrazione,  a vere e proprie “visioni” sull’universo e sulla nascita della vita, al limite tra il metaforico, il fantastico e l’ironico.

Alcuni definiscono i suoi romanzi come i primi romanzi “d’avanguardia”: dare questo tipo di etichette, soprattutto quando ci si riferisce a certi pilastri del pensiero letterario, può essere, oltre che riduttivo, anche poco pertinente. Meglio, forse, considerare Calvino soprattutto per quello che ha rappresentato nelle generazioni di scrittori successivi, le influenze che oggi risultano a lui innegabilmente riconducibili: in questo modo non si correrà il rischio di restringere il campo dell’esistenza di un autore, che, probabilmente è e sarà, senza tempo.

  

 

Cesare Pavese: un uomo dal fragile destino

“Tutta la carica di Cesare Pavese gravitava sull’opera, su ciò che dell’esperienza esistenziale e conoscitiva si fa opera compiuta, ed è sulle opere che dobbiamo riportare il fuoco della nostra lente, soprattutto su quelle che portano il segno di Pavese più completo e maturo.
I nove romanzi brevi di Pavese costituiscono il ciclo narrativo più denso e drammatico e omogeneo dell’Italia d’oggi, e […] il più ricco sul piano della rappresentazione degli ambienti sociali, della Commedia Umana insomma, della cronaca di una società.”

Così parlava Italo Calvino di Cesare Pavese, in una intervista del 1960 di Carlo Bo su Europa. In effetti è difficile rendersi conto di quanto sia stato fondamentale per il novecento un personaggio come Cesare Pavese: lo stesso Calvino dirà che “la via di Pavese” si è esaurita con la sua morte, che nessuno riuscirà a prenderne l’eredita. Ma sarà in un certo senso proprio  Calvino stesso che dichiarerà di sentire pesante l’eredità dello scrittore piemontese, soprattutto in alcune sue opere come “Il sentiero dei nidi di ragno.”

La vita e le opere di Cesare Pavese sono strettamente intrecciate tra loro. Nato nel 1908 a Santo Stefano Belbo, comune nel cuneese, nonostante l’agiatezza economica della famiglia, l’infanzia di Pavese fu tutt’altro che facile. Due fratelli erano morti prima della sua nascita, il padre morì quando lui aveva soli cinque anni e fu affidato prima a una balia, poi a un’altra, che lo portò a Torino. Da questa infanzia traumatica possiamo agilmente ricavare i motivi fondamentali della sua poetica: la solitudine, la morte e le donne. Infatti Pavese visse praticamente sempre con la madre, la sorella o le badanti.
Scuole medie dai Gesuiti e liceo classico Cavour di Torino. In quel periodo fu scosso profondamente dal tragico suicidio di un suo compagno di classe, Elio Baraldi, che si era ucciso con un colpo di pistola: ebbe la tentazione di copiare quel gesto, come alcune sue poesie giovanili fanno intendere.

Pavese si iscrisse intanto alla Facoltà di lettere dell’università di Torino e continuò a scrivere e a studiare con grande fervore l’inglese appassionandosi alla lettura di Walt Withman, mentre le sue amicizie si allargarono a coloro che diventeranno, in seguito, intellettuali antifascisti di spicco: Leone Ginzburg, Norberto Bobbio, Massimo Mila e Giulio Einaudi.

L’interesse per la letteratura americana divenne sempre più rilevante e così iniziò ad accumulare materiale per la sua tesi di laurea. Nel 1930 presentò la sua tesi di laurea “Sulla interpretazione della poesia di Walt Whitman” ma Federico Oliviero, il professore con il quale doveva discuterla, la rifiutò all’ultimo momento perché troppo improntata all’estetica crociana e quindi scandalosamente liberale per l’età fascista. Intervenne però Leone Ginzburg: la tesi venne così accettata dal professore di Letteratura francese Ferdinando Neri e Pavese poté laurearsi con 108/110. Nello stesso anno morì la madre e Cesare Pavese rimase ad abitare nella casa materna con la sorella Maria, dove visse fino al penultimo giorno della sua vita e iniziò, per guadagnare, l’attività di traduttore in modo sistematico alternandola all’insegnamento della lingua inglese.

 

un’immagine di Cesare Pavese

Per un compenso di 1000 lire tradusse “Moby Dick “di Herman Melville e “Riso nero” di Anderson. Scrisse un saggio sullo stesso Anderson e, ancora per “La Cultura”, un articolo sull’Antologia di Spoon River, uno su Melville e uno su O. Henry. Risale a questo stesso anno la prima poesia di Lavorare stanca. Ottenne anche alcune supplenze nelle scuole di Bra, Vercelli e Saluzzo e incominciò anche a impartire lezioni private e a insegnare nelle scuole serali.  Era però l’attività di traduttore che gli forniva più guadagni: per un compenso di 1000 lire tradusse “Moby Dick”  e “Riso nero” di Anderson. Successivamente ottenne un incarico dalla Einaudi: ottenne la direzione della rivista “La Cultura”, sostituendo Ginzburg, perché tra i candidati era il meno politicizzato.

il 15 maggio, in seguito ad altri arresti di intellettuali aderenti a “Giustizia e Libertà”, venne fatta una perquisizione nella casa di Cesare Pavese, sospettato di frequentare il gruppo di intellettuali a contatto con Ginzburg e venne trovata, tra le sue carte, una lettera di Altiero Spinelli detenuto per motivi politici nel carcere romano. Accusato di antifascismo, Pavese venne arrestato e incarcerato dapprima alle Nuove di Torino, poi a Regina Coeli a Roma e, in seguito al processo, venne condannato a tre anni di confino a Brancaleone Calabro. Ma Pavese, in realtà, era innocente, poiché la lettera trovata era rivolta a Tina Pizzardo, la “donna dalla voce rauca” della quale era innamorato. Tina era però politicamente impegnata e iscritta al Partito comunista d’Italia clandestino e continuava ad avere contatti epistolari con il precedente fidanzato, appunto lo Spinelli, e le lettere pervenivano a casa di Pavese che, per accontentarla e senza valutare le conseguenze, le aveva permesso di utilizzare il suo indirizzo. Nell’ottobre di quell’anno aveva iniziato a tenere quello che nella lettera al Lajolo definisce lo “zibaldone”, cioè un diario che diventerà in seguito “ Il mestiere di vivere” e aveva fatto domanda di grazia, con la quale ottenne il condono di due anni.

 

 

Santo Stefano Belbo (Fonte: Centro studi Pavese)

Tornato a Torino alla fine del 1936, riprese l’attività di traduttore e dovette constatare che Tina, la donna che amava, si era sposata. In questo periodo incominciò a scrivere i racconti che verranno pubblicati postumi, dapprima nella raccolta “Notte di festa” e in seguito nel volume de “I racconti” e fra il 27 novembre del 1936 e il 16 aprile del 1939 completò la stesura del suo primo romanzo breve tratto dall’esperienza del confino intitolato “Il carcere” (il primo titolo era stato “Memorie di due stagioni”) che verrà pubblicato dieci anni dopo. Dal 3 giugno al 16 agosto scrisse “Paesi tuoi” che verrà pubblicato nel 1941 e sarà la prima opera di narrativa dello scrittore data alle stampe.
Nel 1940 l’Italia era intanto entrata in guerra e Pavese era coinvolto in una nuova avventura sentimentale con una giovane universitaria che era stata sua allieva al liceo D’Azeglio e che gli era stata presentata da Norberto Bobbio. La ragazza, giovane e ricca di interessi culturali, era quella che sarebbe poi diventata una delle più grandi letterate italiane: Fernanda Pivano. Lo scrittore le propose il matrimonio; malgrado il rifiuto della giovane, l’amicizia continuò.

 

Pavese professore (fonte:Centro studi Pavese)

Finita la guerra, Cesare Pavese iniziò a collaborare con “L’Unità”, dove conobbe Italo Calvino, che lo seguì alla Einaudi e ne divenne da quel momento uno dei più stimati collaboratori.

“Anche questa è finita. Le colline, Torino, Roma. Bruciato quattro donne, stampato un libro, scritte poesie belle, scoperta una nuova forma che sintetizza molti filoni (il dialogo di Circe). Sei felice? Sì, sei felice. Hai la forza, hai il genio, hai da fare. Sei solo. Hai due volte sfiorato il suicidio quest’anno. Tutti ti ammirano, ti complimentano, ti ballano intorno. Ebbene? Non hai mai combattuto, ricordalo. Non combatterai mai. Conti qualcosa per qualcuno?”.

Questo scriveva Pavese nel suo diario, nel 1946, molto probabilmente scottato dalla sua ennesima delusione sentimentale (stavolta con Bianca Garufi). Con Bianca Garufi si avvicinò l’interesse per la psicoanalisi, agli albori i quegli anni e quindi Pavese fu molto influenzato da queste nuove tematiche per la stesura dei “Dialoghi con Leucò”, dove i miti greci sono l’asse portante dell’opera. Il libro sarà dedicato a Bianca. Da quel suo estratto di diario,  si capisce che nei suoi libri Pavese non faceva altro che raccontare la sua esperienza di vita, intima e tragica, trasponendola agli altri esseri umani per trovare un conforto e un riparo dalla solitudine che avvertiva.

Tra il settembre del 1947 e il febbraio del 1948, contemporaneamente a “Il compagno”, scrisse “La casa in collina” che uscì l’anno successivo insieme a Il carcere” nel volume Prima che il gallo canti il cui titolo, ripreso dalla risposta di Cristo a Pietro, si riferisce, con tono palesemente autobiografico ai suoi tradimenti politici. Seguirà, tra il giugno e l’ottobre del 1948 Il diavolo sulle colline.

Alla fine dell’anno uscì “Prima che il gallo canti” che venne subito elogiato dai critici Emilio Cecchi e Giuseppe De Robertis. Dal 27 marzo al 26 maggio del 1949 scrisse “Tra donne sole” e, al termine del romanzo, andò a trascorrere una settimana a Santo Stefano Belbo e, in compagnia dell’amico Pinolo Scaglione, a suo agio tra quelle campagne, iniziò ad elaborare quella che sarebbe diventata “La luna e i falò”, l’ultima sua opera pubblicata in vita.

Il 24 novembre 1949 venne pubblicato il trittico “La bella estate” che comprendeva i già citati tre romanzi brevi composti in periodi diversi: l’eponimo del 1940, “Il diavolo sulle colline” del 1948 e “Tra donne sole” del 1949. Sempre nel 1949, scritto nel giro di pochi mesi e pubblicato nella primavera del 1950, scrisse “La luna e i falò” che sarà l’opera di narrativa conclusiva della sua carriera letteraria.

Ancora il suo diario è incredibilmente efficace per farci rendere conto di come opere e vita siano intrecciate. Qui si riferisce a un breve soggiorno a Roma: “Roma è un crocchio di giovanotti che attendono per farsi lustrare le scarpe. Passeggiata mattutina. Bel sole. Ma dove sono le impressioni del ’45-’46? Ritrovato a fatica gli spunti, ma niente di nuovo. Roma tace. Né le pietre né le piante dicono più gran che. Quell’inverno stupendo; sotto il sereno frizzante, le bacche di Leucò. Solita storia. Anche il dolore, il suicidio, facevano vita, stupore, tensione. In fondo ai grandi periodi hai sempre sentito tentazioni suicide. Ti eri abbandonato. Ti eri spogliato dell’armatura. Eri ragazzo. L’idea del suicidio era una protesta di vita. Che morte non voler più morire.”

In quello stesso periodo conobbe l’attrice statunitense Constance Dowling: bella e dannata, come si conviene a tutte le attrici americane che si rispettino. Tra illusioni e periodi di esaltazione, sempre ossessionato dal rincorrerla, follemente innamorato, arriva quella tragica notte dell’agosto 1950.
Cesare Pavese si lancia da un albergo di Torino, quando aveva appena concluso “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”: poesia evidentemente dedicata a quell’amore maledetto e irraggiungibile che aveva tentato di rincorrere per tutta la vita, uscendone amaramente sconfitto.

 

“Il weekend”, di Peter Cameron

Peter Cameron

<<Il dolore non è affatto un privilegio, un segno di nobiltà, un ricordo di Dio. Il dolore è una cosa bestiale e feroce, banale e gratuita, naturale come l’aria>>.(Cesare Pavese, “Il mestiere di vivere”).

Le parole di Pavese sembrano siano state cucite addosso al nuovo romanzo dello scrittore americano Peter Cameron, Il week-end, dove piccolezza, meschinità, turbamenti quotidiani, si perdono nella potenza della natura.

E’ trascorso ormai un anno esatto dalla morte di Tony, fratellastro di John e amante, per nove lunghi anni, di Lyle, critico d’arte di New York. Marian, moglie di John, ha così deciso che è giunto il momento di ricreare quell’atmosfera, quei magici momenti che custodisce nel cuore, quei momenti che il tempo non ha cancellato, sbiadito, portato con se. Ma ciò che i due coniugi ignorano è che Lyle, dopo il successo del suo ultimo libro sull’ascesa e sulla caduta dell’arte contemporanea, ha incontrato un giovane, Robert, di cui si è invaghito, in cui ha rigettato le sue speranze , quell’attesa interminabile “che la sua vita stia per cambiare“.

E così, quello che sarebbe dovuto essere un momento fatto di dolcezza, malinconia, lacrime e sorrisi, ricordi di un dolore mai cancellato, diventano una serie infinita di momenti imbarazzanti, parole non dette, silenzi colmi di rabbia e finta indifferenza verso quell’incontro che sporca ogni singolo ricordo, un amore che il tempo, mai, potrà cancellare. Perché, il tempo non cancella le ferite, non può farlo. Il tempo, quello che scorre forse troppo velocemente per chi, come Lyle, è rimasto aggrappato ad una flebile speranza che, un giorno, si possa sorridere ancora, è legato alla consapevolezza che nulla, sarà mia più come prima. Nulla potrà mai più riportare indietro l’amore di una vita intera.

Peter Cameron, ci mostra la dolcezza, la bellezza, la paura, di entrare nei meandri nascosti della mente umana. Sentimenti che si cerca di nascondere ad un mondo indifferente ai nostri dolori, perché ogni dolore appartiene, in modi e misure diverse, solo a chi ha subito quella perdita, quella perdita che con se, porta via anche la speranza di poter, un giorno, essere ancora in grado di sorridere, amare, ricominciare. Attraverso le sue parole, Cameron, porta il lettore in quel mondo segreto, nascosto, chiuso nell’anima di ogni personaggio, di ogni uomo. Un luogo in cui le domande, le ansie, le angosce, le paure, restano sigillate, chiuse e pronte ad esplodere, come un vecchio armadio che non può contenere più nessun abito.

Ma Lyle lo sa, è consapevole del pericolo in cui incorre nel portare questo giovane ventiquattrenne in quel luogo in cui la presenza di Tony è ancora troppo viva, nonostante quell’assenza concreta a cui, nessuno, potrà mai riparare. Perché Tony è li. In ogni oggetto, in una cena in giardino, in un bagno nel lago, in ogni parola, sguardo… in ogni lungo silenzio.

In un tempo labile, veloce, eppure lento e inesorabile, in quel weekend in cui tutto, avrebbe dovuto essere perfetto, la presenza di Tony è ancora troppo “viva” per poter anche solo sperare di dimenticare quella nuova presenza incarnata nel volto di Robert che, in qualche modo, sostituisce, o forse semplicemente occupa, un posto che non può, non deve appartenergli.

Ed è il dolore a dare consapevolezza. Il dolore, quello nascosto al resto del mondo, quello con cui facciamo i conti quando apriamo gli occhi e, solo per un istante speriamo sia stato solo un brutto sogno, cerchiamo di percepire ancora una presenza che, ormai, è solo assenza.

“Lo scorrere dei giorni leviga il dolore ma non lo consuma: quello che il tempo porta via è andato, e poi si resta con qualcosa di freddo e duro, un souvenir che non si perde mai.”

Un libro che si legge con piacere, per la straordinaria capacità di far immergere il lettore in quell’atmosfera minimalista dove lo scrittore analizza la psiche umana.