Umberto D. di Vittorio De Sica: storia di un capolavoro

Una pietra miliare della storia del cinema, una delle vette del Neorealismo, il capolavoro Umberto D. di Vittorio De Sica e Cesare Zavattini, alla sua uscita, nel 1952,  a sette anni dall’altro capolavoro neorealista Roma città aperta di Roberto Rossellini, è stato oggetto di forti polemiche sia da destra (famoso l’intervento dell’onorevole Giulio Andreotti, che accusò De Sica di eccessivo pessimismo e di non ricordare che l’Italia era anche patria di don Bosco, di Forlanini e di una progredita legislazione sociale), sia da sinistra, per la mitologia del “personaggio positivo”, che il film smentiva, non prestandosi a essere semplicisticamente definito “un appello alla solidarietà umana”. Certamente Umberto D. è stato sottovalutato, complici i giudizi provenienti da destra e da sinistra e la crisi dello stesso neorealismo, con l’Italia che si avviava al boom economico, la fortuna che avrebbero avuto da li a poco i film mitologici e la nascita della televisione.

Realizzato grazie al coraggioso produttore Giuseppe Amato, il film  incassa forse la metà di quanto speso e risulta un clamoroso flop del neorealismo italiano. Ma Umberto D. è più che mai una pellicola di successo, un punto di riferimento per moltissimi cinefili ed addetti ai lavori, un monumento della nostra cultura che non smetterà mai di essere celebrato, nè di commuoverci.

Ma come nasce questo capolavoro? La risposta sta proprio nel volume dello sceneggiatore Zavattini, Umberto D. Dal soggetto alla sceneggiatura, divenuto ormai un libro cult per i bibliomani, un testo fondamentale per tutti gli studiosi di scrittura cinematografica. Il modo di scrivere di Zavattini infatti è rivoluzionario, e non solo per l’Italia: lo stesso Martin Scorsese ha ammesso come il cinema italiano abbia profondamente influenzato la sua regia. Con questo libro Zavattini ha voluto dimostrarecome da una semplice idea di poche righe si possa sviluppare un intero film.

Umberto D. racconta la realtà come fosse una storia, tentativo che nasce dall’impegno di Zavattini di porsi contro l’eccezionale a favore del quotidiano senza timori, perchè, secondo lui, “il banale non esiste” e chi fa cinema non deve avere paura del banale. Il percorso della scrittura di Umberto D. è esemplare e propedeutico per chi volesse intraprendere il mestiere dello sceneggiatore. Come Miracolo a Milano e Ladri di biciclette, Umberto D. funge da modello per la personalità di uomo di cinema di Zavattini, così predominante ed originale, che gli ha consentito di conquistare un nuovo stile che risponde ad un preciso mondo morale. In Umberto D. come in tutti i film neorealisti il normale diviene eccezionale, spettacolo; è una banale  e spettacolare avventura quotidiana vissuta da un anziano (interpretato da un professore di glottologia, Carlo Battisti) con il suo fedele cagnolino Flik.

Sullo sfondo di una Roma traboccante di gente produttiva, Umberto D., che abita presso una donna che fitta camere, cerca di affrontare con dignità la miseria economica, la vecchiaia e  la solitudine esistenziale. L’unico rapporto lo instaura con la servetta Maria (Maria Pia Casilio), chiedere la carità per lui, è troppo degradante e umiliante.

Lo sguardo di De Sica è fulgido, catartico in tutta la sua essenzialità, anche quando si tratta dei propositi suicidi del protagonista che sarà salvato proprio dal suo cagnolino, mentre l’ambiente circostante è occupato da bambini (che nel cinema di De Sica hanno sempre un ruolo “purificante”) intenti a giocare: il futuro della società è nelle loro mani…

C’è  ancora speranza? La domanda sembra avere risposta positiva, in riferimento alle nuove generazioni, ma il film tenta un cambio di rotta, segnando un passaggio storico; il mondo infatti stava precipitando nell’incubo del conflitto nucleare, mentre l’Italia era sempre più alle dipendenze degli USA, come dimostrano anche la quantità di film di Hollywood che invadeva le sale italiane.

A proposito del titolo del film, Zavattini afferma: <<Mi venne in mente il titolo Umberto D. come mi sarebbe potuto venire in mente Antonio D. Poi cercai di giustificarlo con una brevissimascena sul Campidoglio in cui Umberto doveva dare il proprio nome e cognome ai dimostranti che avevano scelto casualmente lui con altri quattro o cinque per recarsi dal sindaco a protestare in nome dei proprietari di cani troppo tassati; e Umberto modestamente diceva; “Umberto Domenico Ferrari…ma può scrivere: Umberto D. Ferrari…basta”. Quando sotituii il corteo dei padroni di cani con il corteo dei pensionati, riallacciandomi all’idea del soggetto, misi una situazione quasi identica nell’ospedale dove gli scioperanti della fame raccoglievano firme di solidarietà; infatti il vecchio diceva agli agitati raccoglitori di firme: “Basta Umberto D. Ferrari”. Ma lo sciopero, fu uno dei tagli grossi che De Sica e io decidemmo di fare dopo che il film fu girato>>.

 

 

 

Il cinema secondo Cesare Zavattini

Cesare Zavattini (Luzzara, 20 settembre 1902 – Roma, 13 ottobre 1989) è stato tra i più grandi sceneggiatori che il cinema italiano abbia mai avuto, grazie a lui l’Italia ha scoperto “l’attualità” anche nei film. Capolavori come Ladri di biciclette, Umberto D., I bambini ci guardano, Quattro passi tra le nuvole, Sciuscià, Miracolo a Milano, portano la sua firma di sceneggiatore. Sono di estremo interesse le sue riflessioni sul cinema, le quali ci fanno comprendere meglio anche la stagione neorealista e le sue origini. Il nostro cinema, grazie alla guerra, ha scoperto la quotidianità, la fame, la miseria e lo sfruttamento. Ciò che permetteva di scoprire l’attualità era, come lo definiva lo stesso Zavattini, lo “spirito d’inchiesta”, che ci permette di analizzare dietro un episodio o anche un semplice oggetto.

La caratteristica più importante del Neorealismo, secondo Zavattini, è quella di essersi accorto che la necessità della storia non era altro che un modo inconscio di nascondere una nostra sconfitta umana e che l’immaginazione si occupava di sovrapporre degli schemi morti a dei fatti socialmente vivi. Ma non bisogna meravigliarsi se il cinema ha sempre sentito l’urgenza naturale di una storia da inserire nella realtà, per renderla più appetibile e appassionante per lo spettatore che spesso vuole evadere dalla realtà. Ma la realtà, afferma Zavattini, è enormemente ricca , basta saperla guardare.

Secondo lo sceneggiatore di Luzzara, il compito dell’artista non è quello di portare l’uomo ad indignarsi e a commuoversi per dei traslati, ma quello di portarlo a riflettere sulle cose che fa e che gli altri fanno, sulle cose reali. Dice lo stesso Zavattini durante una conversazione con il regista Michele Gandin per conto della “Rivista del cinema italiano”, poi riportata nel libro di Zavattini, Dal soggetto alla sceneggiatura, come si scrive un capolavoro: Umberto D. del 2005: “Per me si tratta di una conquista enorme. Vorrei esserci arrivato molti anni prima. Invece ho fatto questa scoperta solo alla fine della guerra. Si tratta di una scoperta morale, di un richiamo all’ordine. Ho visto finalmente cosa avevo davanti e ho capito che tutto quello che si faceva evadendo dalla realtà era un tradimento”. Da un’inconsapevole sfiducia nella realtà, quindi si passa ad una fiducia sconfinata nei fatti e negli uomini, ciò comporta la necessità di andare a fondo nelle cose, di scavare di conferire potenza alla realtà, questo è il neorealismo, il quale si differenzia profondamente dal cinema americano come spiega acutamente Zavattini. Al cinema italiano, nota lo sceneggiatore, interessa la realtà confinante con noi stessi, e ci interessa conoscerla direttamente, gli americani, invece, si interessano ad una conoscenza edulcorata. Per questo motivo nel nostro cinema non si è mai potuto parlare di una crisi di soggetti, poiché da noi non c’è mai stata carenza di realtà; pensata una scena, si sente l’esigenza di rimanere in quella scena perché in essa ci sono infinite possibilità di creare nuovi spettacoli, ogni momento della nostra vita quotidiana, secondo Zavattini, contiene da solo materia sufficiente per fare un film.

Il neorealismo nasce da un impulso morale e Zavattini è convinto che il mondo vada male perché non si conosce a fondo la realtà, bisogna avere attenzione sociale e la vera funzione del cinema, secondo Zavattini, non è raccontare favole, ma quella di esprimere la necessità del loro tempo. Senza dubbio vi sono modi favolosi di analizzare la realtà ma anch’essi sono delle espressioni naturali. Il cinema, da questo punto di vista, ha un grandissimo potere da cui deriva anche una responsabilità non indifferente, prima di tutto bisogna cercare di rendere perfetto ogni fotogramma, o meglio penetrare nella quantità e nella qualità della realtà.

Zavattini ritiene che bisogna rendere il discorso elementare, prendiamo ad esempio il capolavoro Ladri di biciclette: il bambino segue il padre lungo la strada, ad un certo punto sta per andare sotto un’automobile, ma il padre non se ne accorge nemmeno. Questo è un episodio inventato, come spiega Zavattini, ma inventato con l’intenzione di inventare un fatto quotidiano, minimo, ma carico di vita. I film neorealisti contengono alcune cose di una poesia e significatività assoluta che non escludono una dimensione psicologica, altro dato della realtà, secondo lo sceneggiatore che pone un’ altra importante questione, quella relativa alla povertà raccontata nei suoi film. Si sa che il neorealismo descrive la miseria ma secondo Zavattini credere o fingere che con una mezza dozzina di film sulla povertà il tema sia stato esaurito, è un grosso errore. Tale tema bisogna essere scandito in tutti i suoi dettagli poiché in caso contrario si rifiuta di conoscere la realtà.
Zavattini cerca anche di dare delle risposte a continui interrogativi, ponendo un’urgenza, ma non spetta a lui indicare la soluzione. Ciò che fanno i suoi film è chiamare in causa lo spettatore.

Per Zavattini il cinema ha un valore formativo culturale importantissimo, non può e non deve essere solo svago; esso deve creare la storia guardando alla contemporaneità, lasciando che lo spazio tra vita e spettacolo diventi nulla, poiché siamo tutti dei personaggi e Zavattini non ha mai fatto mistero di mal sopportare gli eroi. La poesia quindi bisogna farla sulla realtà, sulla bellezza sociale e sul suo approfondimento, aspetto che molto spesso gli sceneggiatori trascurano.

 

 

Addio al premio Nobel Gabriel Garcia Màrquez

Si è spento ieri, giovedi 17 aprile nella sua casa di Città del Messico, lo scrittore colombiano premio Nobel  nel 1982 Gabriel Garcia Màrquez; aveva 87 anni. Nei giorni scorsi era stato ricoverato e dimesso, a causa  di una polmonite. Garcia Màrquez (Arataca, 6 marzo 1927- Città del Messico 17 aprile 2014)  è diventato celebre in tutto il mondo  grazie a “Cent’anni di solitudine” che ha venduto 50 milioni di copie ed è stato tradotto in  25 lingue.

Cent’anni di solitudine

“Scrivo e sono un uomo libero. Non devo farmela con nessuno, tantomeno con i soldi”; è una frase lapidaria e probabilmente un po’ ipocritia,quella pronunciata dallo scrittore sudamericano tra i più celebri al mondo,capace di saldare la tradizione letteraria e culturale europea (dominante) con quella latinoamericana e raccontando la realtà della sua Colombia. Non tutti saranno d’accordo sul “libero”, in quanto Màrquez da alcuni veniva considerato un cortigiano di Castro, un sostenitore delle torture e dei campi di concentramento comunisti, un privilegiato, un informatore della polizia del dittatore cubano. Qualora fosse vero a maggior ragione le parole poc’anzi citate suonerebbero ancora più lapidarie, ma in senso negativo, naturalmente, ma non essendo depositari della verità è meglio concentrarsi sui dati di fatto veri e dimostrabili che riguardano la figura letteraria ed umana di Màrquez attraverso sue dichiarazioni e soprattutto le sue opere.

Da tempo le condizioni di salute del grande romanziere si erano aggravate ed era stato ricoverato il 3 aprile all’ospedale di Città del Messico, ufficialmente per l’aggravarsi di una polmonite, ma si è parlato anche di un male più grave, mai confermato dalla famiglia, che lo ha portato via ieri nella sua casa di Città del Messico all’età di 87 anni. “Lo scrittore che ha cambiato la vita dei suoi lettori”, così lo ha ricordato il Presidente della Colombia Juan Manuel Santos aggiungendo che proclamerà tre giorni di lutto nazionale per colui che ha saputo raccontare il “realismo magico” del suo popolo, dando voce alla sua solitudine.

Vitale, simpatico, sornione, gioviale, Gabriel Garcia Màrquez, soprannominato “Gabo”, sembrava uscire da una delle sue storie fantasiose e leggendarie, che profumano di famiglia, che ci riportano a quando eravamo piccoli e ascoltavamo i racconti anche un pò bizzarri dei nostri nonni. Non amava commentare le sue amicizie, prima fra tutte quella molto criticata con Fidel Castro; ma, come ha ammesso lui stesso, Garcia Màrquez non è mai stato comunista, non ha mai studiato il marxismo, fatto di cui si vantano in molti, peccato che conta anche saper leggere e comprendere fino in fondo quello che si legge. Garcia Màrquez invece ha sempre ammesso candidamente che non ha mai studiato nulla, ha imparato dalla vita. Non aveva la spocchia culturale che contraddistingue diversi intellettuali che sbattono in faccia ai propri interlocutori la loro “formazione culturale”come se questo già bastasse a porli su un piano superiore, risultando anacronistici e disonesti intellettualmente. Lo scrittore colombiano era genuino, autentico, sincero,  troppo intelligente per non capire che la ricetta comunista non avrebbe mai avuto esiti positivi in Sudamerica.

Garcia Màrquez ha frequentato a Bogotà la facoltà di giurisprudenza, mentre   scriveva  su varie  riviste e pubblicava  i primi racconti, per poi approdare al giornalismo, chiamato a Cartagena per  lavorare a “El Universal”.  Nel 1954  torna nella capitale  per collaborare a “El Espectador” e l’anno seguente si reca in Europa, mentre esce il suo primo romanzo, ‘Foglie morte’

Gabriel-Garcia-Marquez

Il  viaggio in Italia risulta importante per lo scrittore che si innamora del nostro cinema e conosce  personaggi di spicco come Cesare Zavattini , Vittorio De Sica e Gillo Pontecorvo, è stato assistente di Blasetti sul set del film “Peccato sia una canaglia” e sceneggiatore di “Edipo re” di Pasolini. Per il regista del neorealismo recensisce il film/fiaba “Miracolo a Milano” che pare avere molte corrispondenze con le storie del romanziere colombiano.  Dal 1973 al 1975  abbandona  la letteratura in segno di protesta per la dittatura di Pinochet, tornerà a scrivere con “L’autunno del patriarca”.

Ma  il cinema non ha mai preso il posto della  scrittura nel cuore di Màrquez, che con il capolavoro “Cent’anni di solitudine” (1967) ha dimostrato che a volte, la letteratura può essere più potente della settima arte. Il romanzo narra la storia dei Buendía e della città fantastica di Macondo, simbolo di uno Stato libero e sinonimo di utopia, fondata dai capostipiti della famiglia, José Arcadio e Ursula Iguarán. Elementi provenienti dalla tradizione indigena e creola si mescolano con quelli di derivazione europea, magia e realismo, destino e solitudine della stirpe Buendía. “Cent’anni di solitudine” descrive l’irrazionalità dei tempi che si presenta quotidianamente e che caratterizzerà sempre le generazioni, la storia e le nostre vite. Secondo Màrquez all’interno di ogni famiglia non può mancare la magia e solo l’intuizione poetica può cogliere la realtà fantastica nascosta dietro quella immediata: i vivi e i morti sono legati tra loro da  un rapporto continuo. A tal proposito non sorprende che lo scrittore metta sullo stesso piano  i sogni e  i fatti storici con religioso fatalismo.

Cronaca di una morte annunciata

 Nel romanzo sono naturalmente presenti anche gli eventi della dolorosa  storia del Sudamerica: le lotte contro il potere colonialista statunitense, il conflitto tra il partito Conservatore e quello Liberale e le battaglie dei lavoratori contro le alleanze criminali tra militari e industrie senza tralasciare i cambiamenti tecnologici che stavano avvenendo in quegli anni. La scrittura del “Gabo”, narratore onnisciente, è scorrevole, caratterizzata da intrecci, digressioni, parole poetiche, non mancano riferimenti al simbolismo e al surrealismo kafkiano, che il romanziere fonde  con il lirismo mitologico tipicamente romantico.

“Cent’anni di solitudine” è diventato ormai un libro-mito (cosa che infastidiva il romanziere colombiano) ha dato a Màrquez la fama internazionale, ha ispirato ed influenzato molti  altri scrittori, ma sarebbe ingiusto ricordare Gabriel Garcia Màrquez solo per quest’opera. Cosa dire di “Cronaca di una morte annunciata”, “L’amore ai tempi del colera” oltre al giù citato “L’autunno del patriarca”? L’autore passa dall’ironia all’erotismo al drammatico con disinvoltura e con estrema sintesi, i preamboli non fanno per lui.

Cosa rimarrà di Gabriel Garcia Màrquez scrittore? La naturalezza con la quale ha raccontato eventi fantastici, come se fossero davvero parte del nostro quotidiano, spronandoci a captare, scoprire, coltivare questo aspetto, questo nostro lato infantile, e soprattutto a non diventare vittime della nostra stessa irruenza che appanna la nostra mente e il nostro spirito, non facendoci riconoscere e quindi combattere la solitudine e le ingiustizie che ci circondano.