Il Cristo personale tra complessità e semplificazioni alla Murgia

La cristianità ha un problema con la semplicità. Ma non perché i suoi fedeli, oggigiorno, si avvicinino pericolosamente al rifiuto della materialità come fine primo della vita e del bisogno terreno, così come predicato dal Poverello d’Assisi o come risultato dell’esempio dei santi. Più che di semplicità, infatti, potremmo parlare di semplificazione, in un senso chirurgico e profondo rispetto a quello evocato, come sicuramente ricorderete, dalla fu Murgia Michela mentre svolgeva il suo perfetto e fantascientifico compitino ideologico, quando affermava che i cattolici adorano un Dio bambino perché rifiutano la complessità.

Ebbene, tra la provocazione e la disperazione che aggrediscono il cuore di default e la comicità volontaria che deflagra felicissima da certe affermazioni, la scrittrice sarda, tra le righe di una rotonda sciocchezza, non sparava una sentenza del tutto infondata quando accostava la disabitudine alla complessità alla vita odierna della Fede.

Cristianità e affanno

Nella lunga maratona dei secoli, adesso la Chiesa di Cristo è in apnea. Tira il fiato da quel preciso momento in cui ha cominciato a dialogare eroticamente con i crismi di questa versione di modernità, green e migrante, acquisendoli come necessario rinnovamento che, però, non è traduzione della dottrina bensì frettoloso lavoro di sartoria con cui vestire di nuova civiltà il cattolico per mandarlo nel mondo meno evangelizzato ma sicuramente molto più allegro, aperto di mente e degno d’essere cittadino del mondo. Innamoramento fugace che ha provocato la semplificazione dell’esperienza della Fede, la pretesa di renderla pop, demistificandola per incapacità di traduzione, mischiando la figura del fedele con quella di una brava persona proiettata verso gli altri: un fenomeno sociale e il più grande limite all’eternità. Non si è automaticamente cristiani se si seguono alla lettera le lodi di Francesco d’Assisi, ma ci si può dire tali se si osservano i sacramenti, ci si reca a messa, si trova riparo nella confessione e nelle scritture, si assume l’ostia consacrata e si rafforza il dogma col proprio esempio in vita, guadagnandosi la possibilità di continuare a vivere per millenni, dopo essere crepati, della luce emanata dal volto di Dio.

Dunque, ogni atto meccanico che sostiene l’infantilismo murgiano, o equivalente, litania del sensazionalismo nella sua massima estensione, capitale che ospita la periferia degradata del buon senso intellettuale, evidenzia un problema reale, pur non volendo farlo: quello del Cristo personale, da pregare in bagno o al mare, quello verso cui convertirsi mentre l’aereo sta cadendo, il Cristo genio della lampada chiamato a eseguire desideri di vita e di morte, di ricchezza e di sorte, neanche fosse un astrologo su Tele Lupa che tira giù banalità astrali, addobbato a festa come un abat-jour liberty.

Risposte dello Spirito al mondo, e non viceversa, occorrerebbero. Quanta fatica nell’assistere alla Chiesa di Cristo che rischia di allevare farisei pronti a un pentimento di cui si ignorano le regole, anziché generare individualità integre nell’animo, capaci di tradurre questa versione di presente con la profondità della Fede, col misticismo, con la forza dell’identità millenaria di valori che edificano la morale del Bene, cucite in una rinnovata “ecclesia” in grado di essere elasticamente contemporanea, perché figlia del proprio tempo, ma sempre tesa al volto di Dio. Non un omino e una donnetta parto di uno sbilanciato compromesso, in cerca di una continua accettazione ideale.

Altro che farisei, quelli che vanno a messa puntuali la mattina di Pasqua a stringere mani e a prendere benedizioni dopo aver preso a schiaffi la moglie davanti ai figli. Uomini integri, sogniamo, contro la distruzione della Fede imposta dal galoppante progressismo, in cui l’abitudine alla comunità (dei fedeli) diventa disabitudine al mainstream, nel sogno bagnato di trasformarla in nicchia colorata, innocua minoranza: la Fede in Dio che diventa mero atto privato, qualcosa che non sia più pubblica normalità determinante, sostanza non inquinante, che non disturbi l’opera di azzeramento delle dimensioni di profondità di ognuno, affinché possa essere rimodellato sui nuovi dogmi di un mondo che deve redimersi solamente da sé stesso, affrancato dall’Alto, nel grande tempio della religione dell’umanità, evocando Jean-Louis Harouel.

Tra semplificazione e ideologia

Dunque, la Chiesa di Cristo ha un problema di semplificazione, ma non per l’infantile tesi ideologica secondo cui un bambino rappresenta l’assenza di complessità: quel figlio – uno e trino, carne e luce – rappresenta la purezza, non la semplicità. E la Madonna Benois leonardiana ce lo ricorda, mentre nel suo giocare col Re dell’universo, nel suo sorridergli di innocenza tenendogli la mano, tota pulchra, esprime il candore e l’amore della pace, dell’unione di due mondi, quello terreno e quello ulteriore. La stessa idea di Dio che sorge da un vibrazione che amplifica il tempo e lo precede, da un suono primordiale, prodromi della vita, archetipo, come ci ricorda il Vangelo di Giovanni, esprime la difficoltà di concepire il dogma, l’ignoto come parte di qualcosa di concreto, quel Sacer che è oltre: rappresentazione dell’assoluto in un ponte mistico e sismico, per le umanissime cose, che unisce la carne corruttibile e sciocca degli uomini – e certi belati da asilo sovietico lo dimostrano – e l’energia più alta che è luce: fiat lux. Paraclito combattente.

Ma in tutto questo, appare inutile elencare la complessità della cultura cattolica citando maestri della Chiesa in maniera randomica, solo per soddisfare una presa di posizione contraria. Risulta davvero stupido dover legittimare ciò che non c’è, come l’insopportabile vuoto di un atteggiamento teologico che, paraculo e infido, in verità si dimostra ideologico, poggiato su tesi deboli costruite per appagare una sete di vendetta cieca in difesa del torrione materialista, come masturbarsi per noia.

È invece più concreto combattere il processo di semplificazione del Credo, che tutto perdona, soprattutto l’assenza dei fedeli a loro stessi, in atto ormai da qualche tempo. Nessuno più richiama alla mancata assunzione di responsabilità verso la Fede, per la sua continuità. Una caduta libera. Quella conquista del consenso che l’istituzione vaticana compie allontanando dal timore di Dio e riducendo tutto al perdono, all’accettazione – specie dell’altro –, dalla dottrina, dalla preghiera vera che si confonde con una forzata nenia laica, che interrompe la formazione di generazioni di cristiani per inseguire, e non convertire, un popolo disabituato alla complessità.

Gente che preferisce ingozzarsi con qualche gamberone al brandy in più la sera del 24 dicembre, anziché riempire la messa di mezzanotte di un Natale di guerra contro la cancel culture, contro l’aborto da inserire nella Costituzione, contro quel sistema che vuole rendere Dio e il Sacro inservibili ninnoli impolverati del Novecento, come le bomboniere nella vetrina della casa della zia tirchia, contro quel sistema che vuole estinguere tutto ciò che si pone come alternativo all’imposto e che, miseramente, vuole mondarci tutti dalle dimensioni di profondità che ci rendono indipendenti, nel nostro critico ragionare sopra le cose, rispetto a ogni dettato ideologico. Noi come funzione, noi come finzione.

Si poteva innalzare i fedeli, portandoli alla forza complessa della dottrina, parlando la lingua del loro tempo mentre li si conduceva a uno scopo ulteriore, anziché abbassare la dottrina alla disabitudine alla complessità – che oggi tutto coglie – che vivono i fedeli, parlando la lingua della decenza nella lunga licenza dallo spirito.

Cristo diventa un amico che si perde tra le pagine di un diario personale, e la fu Murgia, o chi per lei, porta a casa l’ennesimo compitino. Il cerchio è chiuso qui? Amen”

Umberto Bielli: ‘OAIA è un modello di didattica alternativa che punta su un metodo per affrontare la vita’

Umberto Bielli è un docente romano che ha lanciato qualche anno fa un ambizioso ed innovativo progetto scolastico denominato OAIA (Ong School Science Of Inclusion Oaiaubam), basato sul seguente schema: Una mente rischiarata dalla religione-empirica e razionale e riscaldata da fede-credenza e religione sociale.

OAIA, appoggiata dall’ Unesco e dall‘Università La Sapienza di Roma, è stato poco capito da media, opinionisti e pseudo-tali i quali ritengono che OAIA vada contro il MIUR e contro la Chiesa. OAIA vuole creare un Percorso formativo di Classi di concorso e Graduatorie.

OAIA è nato nelle aule scolastiche e ora diventato inchiesta su interreligiosità e non discriminazione a scuola e fuori, puntando l’accento sull’inclusione piuttosto che sull’integrazione. Infatti, quando parliamo di integrazione, ci chiediamo se gli alunni che vivono in una condizione di svantaggio sociale stiano ricevendo una formazione uguale a quella di tutti gli altri alunni.

Ci si chiede se fede, credenza e religione sociale possono unire o disunire le menti,i cuori e la ragione.

Per integrazione si intende la presenza del soggetto dentro o fuori l’ambiente educativo. Integrazione è intervento sul singolo a posteriori.

Per inclusione, invece, andiamo oltre, perché riguarda il benessere sociale degli alunni Inclusione è organizzazione preventiva.

Per l’inclusione quello che conta è che gli alunni vengano trattati con eguaglianza, affetto e rispetto in quanto persone uniche. Ed è inoltre importante che si trovino o meno a loro agio all’interno dell’ ”ecosistema” scolastico. Significa, preoccuparsi che abbiano relazioni significative e siano partecipi alla scolastica.

Una differenza essenziale tra i due termini è l’universalità dell’uno rispetto alla ristrettezza dell’altro. Parlando di integrazione, ci concentriamo sul fatto che un gruppo stigmatizzato riceva un’educazione “normale. Ragione, volontà e sentimento sono gli elementi basilari per attuare questo fine.

Insomma un progetto che vuole unire alcuni cardini dell’Illuminismo ai principi del Cristianesimo e alle culture identitarie. Da approfondire, studiare e divulgare certamente, sperando che non ci siano altri giudizi frettolosi soprattutto da parte di chi evidentemente comprende poco delle iniziative, pervaso dal pregiudizio e dal sospetto.

Le nostre scuole hanno bisogno di metodi più efficaci, ripartendo da modelli fondamentali quali OAIA indica: Platone, Socrate, San Tommaso, Sant’Agostino, Gentile, Comenio (padre dell’educazione moderna) ecc... per formare spiritualmente e civilmente i nostri figli, per affrontare la vita, non solo per incamerare nelle memoria nozioni ed eloqui da sfoggiare in società.

Umberto Bielli

 

1 Come e quando nasce OAIA?

Una sera di 5 o 6 anni fa, alle prese con programmazioni e programmi finali sull’ OA, ho avvicinato un foglio con l’acronimo OA e un altro con IA (insegnamento alternativo, il mio obiettivo). Da lì ho pensato che l’acronimo OAIA potesse essere un modello di didattica “alternativa” dentro alla pedagogia che, come scienza umana e sociale, ha bisogno di innovarsi (la pedagogia è quasi sempre sperimentale) e includere anziché integrare.

Al tempo avevo ideato La Filo-alimentazione 27 ott 2015 evento EXPO basato su alimentazione dello spirito e filosofia inclusiva (info La Filo-alimentazione blog); OAIA parte da quell’idea.

Legge 1984-85 l. 121 su OA.

Accordo di Villa Madama tra Stato e Chiesa e revisione dei Patti Lateranensi del 1929.Nell’accordo nasce ufficialmente L’OA nelle scuole italiane.Dal 1984-85 il MEF MIUR eroga denaro su OA.Comee e in che modo? A quali docenti? Con quali progetti? A ore o a moduli didattici? OAIA vuol fare chiarezza.

2 Cosa non funziona secondo lei nel sistema scolastico e anche universitario italiano?

La scuola deve passare “spiritualmente” un metodo per affrontare la vita e non la conoscenza per riempire lo zaino della cultura…

Metodo (met oltre-hodos strada:la strada per andare oltre).

Siamo fatti di corpo, anima e spirito. Si allena tutto. Didattiche diverse a seconda dei campi di azione ma obiettivo comune. La formazione di menti adattative e in grado di accomodarsi a ogni stimolo esterno: percepisco perché sento me modificato non per un passivo incontro di vibrazioni esterne con i miei 5 sensi.

A scuola e negli istituti universitari si parla di tutto tranne che di questo. La filosofia aiuta in ciò nel momento in cui ci sentiamo tutti filosofi e “percettori” di stimoli esterni. OAIA è progetto filosofico e potrebbe aiutare e lavorare in sintonia con altre materie (ITA STO GEO SCIENZE NATURALI PSICOLOGIA RELIGIONE ARTE).

3 Crede sia un problema solo nostro?

No, in altri paesi peggio perché ogni paese gestisce la nostra IRC in modo diverso o la elimina del tutto(USA e alcune zone dell’Australia). Eredità luterane e ortodosse in Europa creano facoltativita’ nell’accesso alla materia Religione in aula così come le direttive dello Stato(confessionale-laico-teocratico) che decidono politicamente sulla materia scolastica Religione. Decisioni che ricordano gli orientamenti politico/sociali di sistemi socialisti del secondo dopoguerra che addestravano i bambini a una visione partitica predominante. In questo caos l’OA non ha una strada chiara, ovviamente.

4 Quale ritiene sia l’innovazione, la peculiarità di questo progetto?

Dare delle basi filosofiche, da Alcmeone e Platone in poi,per capire il diverso, il Realismo critico, la critica come strada maestra, la valutazione e le scelte morali, la libertà individuale (libertà di, libertà da, libertà dal peccato). Basi che sono la lettura migliore del cammino storico, letterario,artistico, religioso, scientifico di adolescenti e grandi.

Il strada è semplice:

-percorso formativo universitario per docenti OAIA

-classe di Concorso OAIA con codice meccanografico di disciplina

-graduatorie per docenti OAIA

-programmazioni e programmi OAIA ministeriali e non particolari di istituti o docenti volenterosi

5 Cosa si intende esattamente per “religione sociale”?

La Religione sociale è il terzo momento dell’imbuto cognitivo triadico=FEDE, CREDENZA, RELIGIONE SOCIALE(vedi imbuti cognitivi in oaiaubam.blogspot.com). La fede accomuna tutti, la credenza distingue (poli-mono-teista, monolatria, enoteismi), la Religione sociale è quella che vivi nel tuo luogo/area etnica/quartiere/distretto (tipo USA).

6 Non crede che la scuola dovrebbe formare i migliori, intesi come coloro che guardano al servizio e non al potere, lavorando intorno all’idea di competenza, armonia, collaborazione, solidarietà, lasciando fuori gli aspetti più privati?

Certo. Gli individualismi in aula creano scompiglio.Ad esempio prendo le due materie IRC e OA in Italia. Cresce una se cresce l’altra.I colleghi di IRC lavorano bene se, dall’altra parte, c’è una OAIA seria con programmi e obiettivi. Morale religiosa cattolica e morale filosofica. Collaborazione:i miei allievi di OA sono andati tutti alle visite di Basiliche e Chiese a Roma. Arte e bellezza  sopra tutto e tutti.Alcune mie lezioni di filosofia avevano come allievi anche ragazzi di IRC.Potrei continuare con esempi all’infinito.

7 L’insegnamento umanistico costituisce il vertice dell’istruzione? Non pensa che bisogna partire più che dall’inglese e dall’informatica, dalla filosofia, dalla storia dell’arte, dall’educazione civica, dalla storia delle religioni?

Umanitas si riferisce all’uomo totale. I mezzi che userà cambieranno-lingue, tablet, PC, automobili, aerei-ma la capacità di adattarsi lo salverà.

8 Come si rende cosciente un bambino della propria civiltà e personalità?

Il senso chiaro di CIVES. Cittadino oggi è termine vago perché i popoli si mescolano sempre più velocemente (tra romani e barbari ci son volti secoli di scontri e contatti) e non abbiamo tempo di creare leggi e norme ad hoc ogni mese.

OAIA ha una valenza duplice:agisce nel luogo migliore (la scuola) e nel momento migliore(età scolare preadolescenziale e adolescenziale). Dai 5 anni in poi, a detta di Freud ed Herbart si forma la coscienza.Ottimo momento per partire e segnare la personalità nel modo migliore.

9 Quanto i ragazzi italiani si sono formati sul nozionismo piuttosto che sui temi?

Servono gli interessi e le scoperte. Filosofi e pedagogisti puntano su ciò che i ragazzi vogliono e vogliono cercare.Purtroppo(e per fortuna?) i mezzi tecnologici ci danno il vago senso di sapere tutto e non dover cercare;di avere tutto a casa e tutto da casa.Nozione è il punto di partenza per arrivare a competenza e abilità:arrivare con l’aiuto del docente/educatore. Non è il fatto storico che ti da cultura ma la competenza di saper relazionare metodicamente le azioni degli uomini del passato per capire,capirli e capirti.

Critica

Valutazione

Metodo

Info blog oaiaubam.blogspot.com

Info La Filo-alimentazione Milano Expo 2015(27 ottobre 2015 evento EXPO)e atti del convegno. Recensioni su La Repubblica)

10 Integrazione, inclusione, paideia. Ci spieghi meglio questi concetti in relazione tra loro?

Parto dall’ultima.Paideia è formazione di corpo, anima e spirito di un ragazzo(pais gr.antico:ragazzo). Nella Grecia antica si addestrava alla difesa,fisica e morale,del proprio paese/città-stato. Tutti i cittadini avevano le stesse possibilità e vantavano la stessa provenienza.

Oggi si parla di integrazione quando si interviene dopo, a posteriore, per integrare ciò che manca. Nel progetto FILO-ALIMENTAZIONE (27 ott 2015) ho proposto il passaggio da integrazione a inter-azione (non mi dilungo sul tema ma si può intuire la differenza di concetto e di eidos/idea).

OAIA parla di inclusione perché si lavora a priori per portare in classe un metodo che includa prima e non curi dopo.

11 Cosa auspica per il suo progetto scolastico?

Auspico che venga accettato dal MIUR e valutato non pregiudizialmente dalla Chiesa. OAIA non va contro il Ministero e non va contro la Chiesa o, peggio, la religione. Come potrebbe andare contro alle RELIGIONI SOCIALI se chi sceglie l’OA è spinto (se minorenne la famiglia) da motivazioni basate su credenze diverse?

OAIA deve diventare materia scolastica mattutina.

Littizzetto, A.Vianello, Gad Lerner, redazioni TV (Report, Presa Diretta),Radio e molti altri giornalisti (La Repubblica, Corriere della Sera) hanno visto OAIA come contro lo Stato e la Chiesa. Ho una lista molto lunga. Auspico una lettura aperta e libera di OAIA (Facebook official page OAIA lista nomi e altro su OA e Filo-alimentazione UB).

 

 

 

 

Treccani(enciclopedia voci e neologismi)mi ha bloccato la pubblicazione di concetti ed etimi quali :

Ateistico

Verità

Religione(re-ligare persone tra loro)

Educazione(tirar fuori il peggio e non il meglio dai ragazzi-psicologia epistemologica-).

 

Vorrei una critica del mio lavoro e non una condanna.

 

Concetti e parole chiave(vedi testo La mia ora alternativa ediz. Ubam Bielli Umberto)

Religione

Credenze

Fedi

Laicità

Agnosticismo

Ateismo

Deismi vari

Panteismi e pandeismi

 

 

Dott. Umberto Bielli

oaiaubam.blogspot.com

Italia campione d’Europa: il volto della vittoria

Le gesta dei campioni sono previste dai tratti del viso, dall’ego del corpo. Naturalmente non fanno eccezione i ragazzi della Nazionale d’Italia, campioni d’Europa dopo più di 60 anni, per la seconda volta il cui volto e corpo raccontano molto.

Il viso è la nostra impronta digitale, il corpo non è il carcere dell’anima ma il suo stampo, non una protesi ma l’ipotesi con cui perforiamo il cerbero del giorno.

Per questo, cerchiamo, a volte, di contraffare le sembianze, di mascherarci, di dotare il viso di un destino ulteriore. Sfasciare un viso significa insistere sulla sorte e sulla fama di chi lo indossa: si mira al volto perché quello è il cuore dell’uomo; si boxa per ridurre in poltiglia la sorte dell’avversario.

A Bisanzio, alla sconfitta politica seguiva la tortura del viso: si cominciava segando il naso, poi mozzando le orecchie, infine cavando gli occhi. Diventare irriconoscibili, cioè: abitare la morte, orfani di futuro. Il ricorso, costante, alla chirurgia estetica mira anche a questo: camuffare la sorte.

Un viso può essere, per istanti miracolosi, costituito dalla somma di più volti. Nell’Italia che ha vinto gli Europei, ad esempio, nessun viso spicca con ineluttabile potenza: forse quello di Federico Chiesa, ampio, anomalo, spavaldo, ricorda quello di Alessandro Magno nel mosaico della Casa del Fauno. Il viso da scugnizzo e il corpo minuto ma agile di Lorenzo Insigne.

Pur avendo un volto tipizzato, scaltro, poco appariscente, Insigne è capace di colpi micidiali, ma estemporanei: così regna il fato. Lionel Messi ha la faccia di un tonto ed è il più grande calciatore del pianeta; anche lui, come Michael Johnson, muta fattezze giocando, si accende, brucia di una nobiltà irrequieta.

Di Chiellini è leggendario il cranio ciclopico, un titano; di Jorginho l’azzardo facciale di un Peter Pan; dagli occhi stretti, felini, di ‘Gigio’ Donnarumma qualcuno avrebbe potuto intuire che a 22 anni sarebbe stato una ‘certezza’ della Nazionale italiana – ma lui ha mani più significative dello sguardo.

Più interessante la trasfigurazione di Roberto Mancini: di lui si rammenta il naso, deciso, il ciuffo, la mascella, un volto nostalgico e scaltro, rapito dalla noia, eroe della dissipazione e del ‘bel gesto’; ora è spigoloso, lucido, perfino fosforescente, in estasi per la strategia, eroico nel calcolo. Il genio della Nazionale è proprio lì: nell’assenza di un volto che primeggia, di una prima donna, di un prim’attore. Insieme, tutti, compongono il volto della vittoria.

“Le due zittelle”: l’irriverente trattato teologico di Tommaso Landolfi

Le due zittelle è un racconto breve che trae in inganno sin dal titolo: non solo per la curiosa doppia t, ma anche perché il titolo non rispecchia in pieno quello che poi è lo sviluppo del racconto.
La doppia t è giustificata dallo stesso autore, Tommaso Landolfi, in una nota al testo, dove ammette di aver cercato, con questo escamotage, di spostare la semantica del nome verso il concetto di “zitta”, che è appunto il concetto chiave che caratterizza le due solitarie sorelle.

Landolfi ci presenta le due sorelle unitamente al contesto “polveroso” e nebbioso del paese in cui vivono: i primi due capitoli traggono in inganno su quello che poi sarà l’effetto argomento del libro.
Sì perché le due zittelle, Lilla e Nena,  offrono solo uno sfondo su cui prende vita un teatro molto più complesso: il silenzio esistenziale e anche fonico delle due (Landolfi ribadirà spesso i loro “versi”, fatti da brevi esclamazioni di sussulto) sono il tappeto su cui si muoveranno i veri protagonisti. Una “scimia” e due preti, uno anziano e uno giovane, oltre che la presenza-assenza della loro servitù, la cameriera Bellonia.

Landofi non giustifica il perché della scelta di scrivere “scimia” al posto di scimmia, afferma soltanto di scrivere zittelle con due anche per compensare quella mancanza:  lo scrittore, d’altronde, è stato uno dei maggiori sperimentatori della lingua nel romanzo del novecento. Giustificazioni linguistiche a parte, la scimmia che hanno in caso le due zittelle, è la vera protagonista della vicenda, la miccia che farà esplodere la trama, se di trama si può parlare. La scimmietta è un ricordo del loro fratello, partito per la guerra e morto in battaglia: quella scimmietta fu portata dal fratello al ritorno da una missione e da allora le due sorelle la avevano adottata, facendola vivere in una gabbietta.

A sconvolgere la quiete di quella casa, in cui fanno capolino soltanto pochi altri personaggi, che di tanto in tanto recano le loro visite alle sorelle, ci si mette un evento inaspettato. Vicino alla casa delle sorelle si trova un convento di suore: verrà fuori che la loro scimmietta ruba le ostie consacrate.
Le due zittelle sono convinte che non può essere la scimmietta la colpevole di quegli atti, ma nei giorni a seguire, arriva anche un’ altra suora, mandata dalla madre superiora, a segnalare che il furto sacro si era ancora una volta compiuto. Allora scattano le contromisure: le due zittelle , a turno, sorvegliano per due notti la scimmietta, ma non accade nulla. La terza sera, quando si erano ormai convinte dell’innocenza della bestiolina, accade l’evento: la scimmietta con una incredibile destrezza riesce a liberarsi dal collare e a forzare la serratura della gabbia, ad aprire la finestra e scappare tra i campi, fino a raggiungere il convento. Nenia  assiste alla scena, ma senza dare l’allarme: scruta quasi avidamente  i gesti della scimmietta, non avverte la sorella  per renderla testimone dell’eccezionale avvenimento, perché, giustificherà lei stessa “occorre una certa indulgenza con gli animali”.

In un’altra occasione, le due sorelle, non contente della prova raccolta, che effettivamente poteva essere non acnora schicciante, si recano anche al convento per controllare se effettivametne la scimmietta andasse in quel luogo: qui si assiste a un altro colpo di scena. La scimmietta non solo ruba le ostie, ma fa pipì sull’altare e “dice messa”, ovvero fa i consueti gesti che il parroco fa quando si benedicono le ostie e si alza il calice: insomma le due e la suora, che, acquattate spiano la curiosa bestiolina, convengono che stesse imitando qualcosa che avesse già visto.

Ormai le prove sono inconfutabili. Il problema è cosa fare con la scimmietta: un problema non da poco, che le due zittelle non sanno affrontare. Punirla? Lasciar passare? Abbandonarla? Così chiedono aiuto a don Alessio, giovane prete e a don Tostini, che invece è un anziano frate.
Da questo momento il racconto si trasforma in un trattato di filosofia-teologia: si scontrano due visioni contrapposte di Dio e della Chiesa, degli uomini, degli animali  e del peccato, da parte di don Alessio e don Tostini. Si arriva addirittura  ad affermazioni nietzschiane (“Dio è morto”, sembra leggersi in filigrana, da parte di don Alessio): d’altra parte don Tostini si sentirà male fisicamente nel sentire le affermazioni di don Alessio, al quale risponderà con una inequivocabile frase ma siete pazzi, cosa state discutendo sul libero arbitrio”, che rende l’idea dell’esplosività del dibattito che si consuma tra i due esponenti della chiesa.

Il dibattito vede don Alessio assumere  caratteri quasi demoniaci, il sacerdote  è costretto ad andare via dalla casa e con la conclusione che la scimmietta deve essere uccisa: conclusione a cui è giunto don Tostini, in virtù della sua visione cristiana del peccato, applicato agli animali.

La scena dell’uccisione  potrebbe collegarsi  ai frequenti fratricidi che accadevano nelle tragedie greche: Lilla, vedendo  il coltello trafiggere il corpo della povera bestia, si lascerà andare a questa esclamazione: “Per un attimo è stato come uccidere nostro fratello”. In effetti quella scimmia  rappresentava ormai  il loro fratello morto in battaglia: era diventata una sorta di reincarnazione, a cui le sorelle davano affetto e, appunto, indulgenza. Soltanto in quell’ atto estremo le due sorelle rinsaviscono e si rendono conto di cosa stavano facendo: il loro gesto non è stato spontaneo, ma indotto da don Tostini.

Il racconto si chiude con una panoramica, quasi cinematografica, con una inquadratura che dall’alto si restringe verso il basso, ed evidenzia i particolari del cimitero in cui erano state sepolte le due zittelle, operando un salto temporale non specificato e quasi ineffabile: si chiude così il cerchio della storia, aperto appunto con la presentazione delle due strane donne.

Tutto l’ irriverente racconto è pervaso da uno strisciante surrealismo: la scimmietta, i discorsi di don Alessio. Il momento dell’uccisione della scimmietta assume quasi i tratti di un rito pagano, di un sacrificio al dio per purificarsi dai peccati. Oltraggiosamente geniale.

Gli animali commettono peccato?Il dibattito teologico è aperto.

 

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