Cannes 2021: vince il cyberpunk ‘Titane’ di Julia Ducournau

Era partito bene Cannes 2021, con “Annette” di Leos Carax, folle musical di passione e tormento, con Adam Driver e Marion Cotillard. Lui è un cabarettista, sempre di cattivo umore, che finge di strozzarsi con il microfono mentre è sul palco. E anche sul tappeto rosso era imbronciato.

Non poteva durare. Infatti era arrivato François Ozon con “Tout c’est bien passé“. Amore e morte, qui con tanti rancori, tra un padre testardo che dopo un ictus chiede alla figlia di essere aiutato a morire.

L’attrice è Sophie Marceau. Lo svolgimento ha le sue lentezze: troppe docce, troppe palestre. Un genero che si occupa di cinema, e quindi fa la parte del idiota. Si riprende, con gusto per la commedia nera, verso il finale, quando per esempio il giovane musulmano che guida l’ambulanza verso la Svizzera si ferma a un Autogrill e rifiuta di andare avanti: il suicidio è contrario alla sua religione.

“Tra due mondi”, diretto da Emmanuel Carrère, racconta la triste sorte delle donne che puliscono a tempi da cottimo le cabine dei traghetti sulla Manica, ma non è un documentario: adatta per il cinema il libro di Florence Aubenas.

Una scrittrice francese che ha finto di essere una di loro. Dietro c’è il solito interrogativo che tormenta Emmanuel Carrère: quanto si può occupare delle vite degli altri per diventare scrittore di successo? E se poi le vere donne delle pulizie si sentono tradite da chi si è finta povera e invece firma copie in una elegante libreria di Parigi? Cinema poco. Anzi nulla.

Titane, un film tra horror e fantascienza

A vincere Cannes 2021 è Titane, pellicola di Julia Ducournau premiato come miglior film. Non accadeva dal 1993, quando Jane Campion si aggiudicò la Palma d’oro per il capolavoro Lezioni di piano. Ed era la prima ed unica volta, finora. Oggi accade che per la seconda volta la Palma d’oro finisce nelle mani di una donna, Julia Ducournau, che ha portato sulla Croisette un film esplosivo, letteralmente, seppure da lei stesso definito “imperfetto”.

Si tratta di un fantasy-horror che racconta solitudini che si incontrano, un romanzo di formazione di una ragazza “diversa” tra i “diversi”, un film popolato “di mostri” come ancora la regista ha sottolineato.  Titane parte come un thriller ma poi concentra tutta la sua attenzione sul controverso personaggio di Alexia attraverso la quale può esplorare i temi della metamorfosi, dell’inadeguatezza e tutto il complesso rapporto con il corpo di cui oggi tanto si parla. Un’opera cyberpunk che tuttavia strizza l’occhio a tematiche attualissime, sociali, politiche, oggetto di ddl. E naturalmente ha inciso il fatto che la regista fosse una donna. Insomma nulla di nuovo.

E la giuria guidata dal coloratissimo e pasticcione Spike Lee, si è mostrata decisamente divisa nell’attribuzione dei premi a giudicare anzitutto da un doppio ex-aequo: sia per il Gran Prix, andato allo splendido Ghahreman (A Hero) di Asghar Farhadi e al buon Hytti n. 6 (Compartment n. 6) del finlandese Juho Kuosmanen, sia per il Prix du Jury, assegnato sia al deludente Ha’Berech (Ahed’s Knee) dell’israeliano Navid Lapid che al magnifico Memoria di Apichatpong Weerasethakul, il quale ha approfittato del premio per tributare un un saluto speciale alla sua nuova musa Tilda Swinton, protagonista e produttrice esecutiva di questo suo nuovo lavoro.

Cannes 2021: tutti i premiati

La Palma d’oro per la miglior regia è andata a Leos Carax per il musical Annette, l’opera che ha aperto questa edizione del Festival di Cannes.

Il premio alla sceneggiatura  è andato al film più bello del concorso, e che forse meritava la Palma d’oro, ovvero Drive My Car di Ryusuke Hamaguchi, ispirato a una novella di Murakami.

Ultimi ma non di importanza, i riconoscimenti alle interpretazioni: quello femminile assegnato alla norvegese Renate Reinsve, protagonista di Verdens verste menneske (The Worst Person in the World) di Joachim Trier e quello maschile al giovane statunitense Caleb Landry Jones, protagonista di Nitram dell’australiano Justin Kurzel.

 

Fonte https://www.ilfoglio.it/cinema/2021/07/08/video/cannes-era-partito-in-grande-non-poteva-durare-2643029/

Ricordando Romy Schneider. ‘L’importante è amare’

Il 29 maggio 1989, a soli 43 anni, moriva una delle più belle e talentuose attrici del mondo, l’austriaca, naturalizzata francese Romy Schneider, resa famosa dal ruolo dell’indimenticabile principessa Sissi dove appariva come una ragazza dolce e promettente. Ma con il passare degli anni Romy diventa più bella, il suo sguardo si fa magnetico, la sua recitazione intensa, il suo stile più raffinato grazie alla stilista Chanel che valorizza il suo corpo sinuoso.

Romy: una vita segnata dal successo e dalla sofferenza

Ma la vita di Romy Schneider fu senz’altro segnata da un destino crudele, fatto di dolorosi abbandoni, amori falliti, e un incolmabile dolore, la perdita di suo figlio David a 14 anni in un incidente, dopo aver perso l’ex compagno, morto suicida.

La vita di Romy Schneider viene spesso paragonata al destino infelice della principessa Sissi, ruolo che l’ha vista impegnata anche nella cugina di Ludwig, re di Baviera, per la regia di Luchino Visconti, il quale la pungolava continuamente, ovvero sempre Sissi, stavolta più matura e consapevole della propria infelicità.

L’importante è amare, un’avvincente riflessione sul mito e sull’arte

Tuttavia per celebrare l’anniversario della scomparsa di questa attrice magnetica e fragile, probabilmente la pellicola del 1975, che le si addice di più, in cui Romy ha tirato fuori tutta se stessa, porta un titolo che certamente è stato il suo “motto” nella sua parabola esistenziale: L’importante è amare del regista polacco Zulawski.

Film che si muove tra melodramma e noir, L’importante è amare, mette su un’appassionata e toccante riflessione sull’arte come atto dicotomico di violenza e amore che ha per protagonista un’attrice sul viale del tramonto, per citare un altro celebre film di Wilder, Nadine Chevalier, la quale è finita a lavorare nei film hard per guadagnarsi da vivere.

Sposata con il malinconico ed inconcludente Jacques, Nadine conosce sul set del suo ultimo film il fotografo Servais Mont, che si muove nel sottobosco di produzioni porno al soldo dell’usuraio Mazelli. Affascinato dalla donna, Servais cerca di aiutarla a lavorare finanziando a sua insaputa una rappresentazione teatrale del “Riccardo III” di Shakespeare e pretendendo un ruolo per la donna nell’opera. Ma, per portare a termine questa “missione”, Servais contrae un debito ancora più vincolante con Mazelli, che lo obbliga a lavorare per lui su set pornografici sempre più estremi.

Un film disturbante e sincero con una straordinaria Romy Schneider

Per il regista polacco, autore di pellicole disturbanti e atroci come Diabel e Possession, l’arte è un atto pornografico: la macchina da presa, noi spettatori, gli addetti ai lavori che presenziano sul set costituiscono lo sguardo che in qualsiasi forma di arte visiva deve mettersi in relazione con l’oggetto-corpo, violando l’integrità dell’altro, perché lo mette a nudo, lo sfrutta per il proprio piacere di creazione/fruizione, lo manipola.

Romy/Nadine rappresenta il cinema classico, un cinema da dimenticare per molti, ma non per Servais che ama tanto visceralmente la donna e la diva da buttarsi in un progetto cinematografico velleitario sorretto dal suo amore necessario, atto a creare miti, ma senza mai consumare l’amore con Nadine in questa pellicola sincerissima, tendente alla follia, delicata e intellettualistica.

In tal senso Romy è stata osannata e celebrata in quanto diva del cinema, immagine di una donna regale dalla vita tumultuosa, ricca di successi, disgrazie e delusioni, spezzata troppo presto.

Ha vissuto a voce alta Romy, ma se ne è andata dalla vita terrena silenziosamente, dopo aver intrapreso un lavoro inizialmente controvoglia, su incitazione della madre Magda, anche lei attrice, perché alla recitazione Romy preferiva il disegno e la pittura.

Cinema e amore

Su di lei è stato scritto dell’amore tormentato con Alain Delon, del rapporto con la madre, degli altri suoi amori, della lettera che stava scrivendo prima di morire, ma su Romy Schneider ci importa soprattutto far emergere il suo talento di attrice, ciò che vuol dire essere attrice e diva dimenticata attraverso il film di Zulawski.

Romy non è stata dimenticata ma, come qualcun altro attore e attrice, ha sperimentato anche nella sua vita l’autodistruzione, una distruzione colma d’amore come l’atto di riprenderla nelle sue scene da protagonista, proprio come l’arte, protagonista della sua vita, che si attesta maggiormente dalle parti dell’ossessione.

La diva e il suo cultore

La vita, come l’arte, può essere (e forse deve) essere tragica e mortifera, desidera il corpo ma lo trasla, facendolo diventare oggetto nel mito, che crea e distrugge, trasferendo fuori dalla percezione umana, in un terreno che ci sfugge, quasi fosse una prigione metafisica. Cosa tiene insieme la diva che diventa mito nel film come nella vita e i cultori dell’Arte?

L’amore. Perché l’importante è amare in uno spazio prima dell’apocalisse, dove valgono ancora i sentimenti, l’uomo, la donna e la loro dedizione all’Arte; perché sotto il degrado pulsa ancora una seppur balbettante, verità. E Romy Schneider era una donna vera.

 

Fonte

Remembering Romy Schneider. ‚The important thing is to love‘

 

 

 

 

Venezia 2020: vince prevedibilmente ‘Nomadland’ di Chloé Zhao, tra i film italiani si salva ‘Notturno’ di Rosi

Come da previsione, “Nomadland”, film pieno di cose giuste, come tanto va di moda adesso vince come miglior film Venezia 2020. Una regista donna, Chloé Zhao, nata a Pechino con studi di cinema a New York. Un’attrice con il carisma di Frances McDormand. Gli americani che vivono nei camper, parcheggiandoli al ritmo dei lavori stagionali: perché sono poveri, e perché – suggerisce il film – sono gli eredi dei pionieri con i carri. Un Leone d’oro impeccabile, dal punto di vista della politica festivaliera.

I film in gara per il Leone d’oro hanno messo a dura prova. L’indiano Chaitanya Tamhane, il nome del regista si dimentica all’istante, butta addosso allo spettatore due ore di musica classica. Indiana naturalmente, come il sitar per accompagnamento. Un giovanotto si esercita moltissimo, ma non riesce a sfondare, non vince nessun concorso di canto, quindi odia e disprezza chi molla la tradizione e va su YouTube per fare un po’ di soldi mentre lui è poverissimo. Di fissati è pieno il mondo, non abbiamo l’esclusiva. Per fortuna ci sono i film Fuori concorso. “La voce umana” di Pedro Almodovar con Tilda Swinton. Almodovar ha avuto i suoi momenti bui. Ma quel che tocca diventa cinema, sempre. Fuori concorso anche dubbio “The Duke” di Roger Mitchell. Il Duca di Wellington, s’intende. Ritratto da Goya in un dipinto comprato per 140.000 dalla National Gallery che incuriosisce un pensionato inglese. Non lo vuole per sé, ma per pagare il canone della BBC ad altri pensionati. Helen Mirren è sua moglie occhialuta e ingolfata in abiti grigi e marroncini da casalinga. Casalinga anni 60, Il film è ben scritto a partire da una storia vera, ben recitato, divertente. Niente di meglio per fare pace con il cinema.

Venezia 2020: i film italiani in concorso

E i film italiani in concorso a Venezia 2020? Belli. Bellissimi. Imperdibili. Fanno tenerezza le autopromozioni che stanno scortando la presentazione nelle sezioni principali e collaterali del festival di Venezia 2020, pilotato con abilità, competenza e un pizzico di spregiudicatezza dal duo Ciccutto-Barbera dei titoli battenti bandiera tricolore.

A dirla chiaramente vi hanno trovato accoglienza, tra le mille difficoltà dell’edizione strappata con le unghie e con i denti (e i 120 milioni del Fondo Unico dello Spettacolo erogati dal ministro gattopardo Franceschini) agli incubi del Covid, tutti quelli disponibili all’inizio di una stagione che avremmo pudore a definire “pubblica”. Se andremo o meno ancora al cinema nelle sale delle nostre città è, infatti, un quiz per ora irrisolvibile, ma Venezia 2020 ce l’ha messa sicuramente tutta per dare visibilità e favorire la promozione della produzione nostrana: strategia sicuramente sensata se non obbligata e pazienza se, specialmente per quanto riguarda la corsa al Leone, non è che i ditirambi mediatici ci abbiano regalato certezze indiscutibili.

Prendiamo “Miss Marx” della quarantacinquenne Susanna Nicchiarelli, un film non banale nelle motivazioni e sceneggiato con un’accuratezza inusuale a Cinecittà e dintorni: ricollegandosi al filone delle vite dei personaggi vissuti all’ombra dei vip, la regista romana vi mette in scena in costumi ottocenteschi, in inglese e senza attori di spicco la sconosciuta al grande pubblico Eleanor Marx, sestogenita del filosofo di Treviri, che fu vicina agli ideali paterni con ardente attivismo e scelte di lotta rivolti alla tutela dei diritti delle donne e l’abolizione dello sfruttamento del lavoro minorile.

La contraddizione che sta alla base della rievocazione, ovvero il suo aspetto, più stimolante sta nella figura del suo, purtroppo veritiero, compagno di vita e d’ideologia, un tale Aveling sedicente darwinista, ateo arrabbiato, dedito soprattutto alle scappatelle coniugali, in definitiva una sinistra figura di socialcomunista ipocrita ed egocentrico: la povera ragazza interpretata da Romola Garai, anche per questo destinata a una fine tragica, sperimenta, insomma, sulla propria pelle lo spegnersi di un’illusione e la precarietà degli stili di vita militanti. Tutto molto, troppo diligente, con tanti quadri fissi e il messaggio proto-femminista e anti-maschilista sempre a bagnomaria nel ritmo, col risultato di fare apparire le scenografie e le musiche “a contrasto” temporale un po’ dimesse, sommesse e lontane dalla pungente brillantezza dei modelli d’ispirazione che svariano dalle atmosfere punk al delizioso “Maria Antonietta” di Sofia Coppola.

Anche “Padrenostro” di Claudio Noce riguarda la Storia o più precisamente la cronaca italiana: infatti il film autobiografico più o meno sottotraccia, ci riporta ai pessimi anni Settanta ricostruendo nel prologo l’agguato a Roma di un gruppo armato rosso a un magistrato dal punto di vista del figlio decenne. Il trauma (anche se l’obiettivo dei criminali si salva) costringerà il piccolo protagonista a rifugiarsi in un mondo immaginario che, ovviamente, stride non poco con la ruvidezza degli adulti e coetanei in carne e ossa: fino a quando un angelico fanciullo sbucato dal nulla non arriverà a riaddestrarlo alla vita vera.

La nobiltà degli intenti è fuori discussione, ma la composizione è piatta, un po’ da fiction della domenica in tv, la musica dilata senza averne bisogno i toni già di per sé iper-drammatici e persino Favino esibisce con inusuale malagrazia le progressive truccature d’epoca.

Come previsto non ha invece deluso “Notturno”, il nuovo film di Gianfranco Rosi, il regista dei premiatissimi “Sacro GRA” e “Fuocoammare”: una sorta di oratorio per immagini rare e preziose intonato dalla cinepresa lungo i confini del Kurdistan, Siria, Iraq e Libano in cui non si cercano lo scoop delle carneficine, bensì il sapore, l’odore, il rumore di un non-luogo dove le persone tentano di ricucire le proprie esistenze perennemente in bilico.

L’apocalisse mediorientale vi si manifesta, così, nei racconti, gli sguardi e i comportamenti dei bambini passati nell’incubo dei tagliagole islamici dell’Isis, le madri yazide annichilite dal ricordo dei figli torturati e uccisi, dai bracconieri che insidiano le anitre all’ombra dei pozzi di petrolio, delle guerriere peshmerga che non rinunciano alla cura personale e a qualche vezzo femminile nonostante indossino le tute mimetiche e imbraccino i Kalashnikov.

Il mix tipico di Rosi tra osservazione acuminata e artificio creativo non assomiglia a nessun tipo di documentarismo e ribadisce quanto lo stile sui generis di quest’approccio “in trance” sia più importante del giornalismo corrente o il didascalismo sociologico. Chiude il quartetto in tutti i sensi “Le sorelle Macaluso” dell’autorevole regista teatrale Emma Dante, un film per noi pressoché ingiudicabile in quanto tutto interno a una logica artistica pretenziosa, impettita e volutamente incontestabile, accanitamente autoreferenziale. Le cinque sorelle palermitane del titolo -che seguiremo nell’intero percorso di vita da bambine orfane a vegliarde- esprimono, infatti, ai nostri occhi forse non all’altezza di siffatto, perentorio lirismo (che si vorrebbe, invece, carnale e terragno), soltanto un seguito di episodietti, bisticci, salti temporali, appetiti di ogni tipo, flashback saffici, inserti musicali alla chi più ne ha più ne metta. Per chi ne ha voglia seguono metafore.

 

Venezia 2020: tutti i premi

 

LEONE D’ORO per il miglior film a: NOMADLAND di Chloé Zhao (USA)
LEONE D’ARGENTO – Gran Premio della Giuria a: NUEVO ORDEN (NEW ORDER) di Michel Franco (Messico, Francia)
LEONE D’ARGENTO Premio per la migliore regia a: Kiyoshi Kurosawa per il film SPY NO TSUMA (WIFE OF A SPY) (Giappone)
PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA a: DOROGIE TOVARISCHI! (DEAR COMRADES!) di Andrei Konchalovsky (Russia)
PREMIO PER LA MIGLIORE SCENEGGIATURA a: Chaitanya Tamhane per il film THE DISCIPLE (India)
COPPA VOLPI per la migliore interpretazione femminile a: Vanessa Kirby nel film PIECES OF A WOMAN di Kornél Mundruczó (Canada, Ungheria)
COPPA VOLPI per la migliore interpretazione maschile a: Pierfrancesco Favino (nella foto) nel film PADRENOSTRO di Claudio Noce (Italia)
PREMIO MARCELLO MASTROIANNI a un giovane attore emergente a: Rouhollah Zamani nel film KHORSHID (SUN CHILDREN) di Majid Majidi (Iran)
LEONE DEL FUTURO – PREMIO VENEZIA OPERA PRIMA “LUIGI DE LAURENTIIS” assegnato dalla giuria presieduta da Claudio Giovannesi e composta da Rémi Bonhomme e Dora Bouchoucha a: LISTEN di Ana Rocha de Sousa (Regno Unito, Portogallo)

 

Fonti: https://www.ilfoglio.it/cinema/2020/09/05/video/i-film-in-gara-a-venezia-77-mettono-a-dura-prova-lo-spettatore-332944/

I film italiani a Venezia 2020

Berlino 2020: vince l’iraniano ‘There is no Evil’, miglior attore Elio Germano nei panni del pittore Antonio Ligabue

Si è appena conclusa la 70esima edizione del Festival di Berlino condotta per la prima volta da Carlo Chatrian con il talentuoso attore italiano Luca Marinelli, quest’ultimo anche in giuria insieme a Jeremy Irons, Bérénice Bejo e Kenneth Lonergan per selezionare i migliori film fra i 18 in gara.

L’Orso d’Oro è stato assegnato al film “There Is No Evil” dell’iraniano Mohammad Rasoulof anche se, come affermato fra la commozione generale da chi ha ritirato il premio al posto suo, il regista non è potuto essere presente alla cerimonia, poiché gli è stato impedito di lasciare il Paese.

L’Italia sbanca in questa 70/ma edizione del Festival di Berlino: due film in concorso, due premi. “Favolacce” dei semplici e geniali fratelli d’Innocenzo si porta a casa l’Orso d’argento per la miglior sceneggiatura con questa storia di ignoranza e violenza e “Volevo nascondermi” di Giorgio Diritti vede premiato invece Elio Germano con l’Orso d’argento per il miglior attore per la sua interpretazione attenta di Ligabue, il pittore folle che amava gli animali.

Favolacce è una favola nera che racconta senza filtri le dinamiche che legano i rapporti umani all’interno di una comunità di famiglie, in un mondo apparentemente normale dove si covano rabbia e disperazione, Volevo nascondermi è un biopic intenso che racconta la ricerca di senso di uno dei più importanti pittori del ‘900, Antonio Ligabue, apparentemente abbandonato da tutto e da tutti e che trova finalmente una via per riuscire a esprimere il suo mondo interiore con il disegno e l’arte figurativa.

La genialità artistica di Ligabue risiede nella capacità di trasformare gli incubi in incantate visioni colorate, gli ordinati filari di pioppi in giungle popolate da belve feroci. Tigri con le fauci spalancate, leoni nell’atto di aggredire una gazzella, leopardi assaliti da serpenti, cani in ferma e galli in lotta: predatori e prede, selvatici e domestici, sentiva gli animali come compagni, li comprendeva e li amava più degli uomini: e ad essi più che agli uomini, voleva assomigliare.

Le sue opere figurative, dense e squillanti, traboccano di nostalgia, di una violenza ancestrale, di paura e di eccitazione, di dettagli ugualmente minuziosi nelle scene di vita campestre come in quelle di esotiche foreste, attinti spesso, dalla profondità di un’incredibile memoria visiva, nel secondo da una immaginazione ancora più prodigiosa.

C’è molto di Antonio Ligabue, in Volevo nascondermi. Ci sono la Svizzera e l’Italia, l’Emilia e Roma; ci sono la follia, la stramberia, la libertà del reietto e la condanna alla solitudine; ci sono le tante lingue della sua vita, lo svizzero-tedesco delle origini, l’italiano dei medici e dei podestà, il dialetto emiliano.

Berlino 2020: tutti i premi

Orso d’Oro: There Is No Evil by Mohammed Rasouof
Orso d’Argento Gran premio della Giuria: Never Rarely Sometimes Always by Eliza Hittman
Orso d’Argento per la Regia: Hong Sang-soo con The Woman Who Ran
Orso d’Argento miglior attrice: Paula Beer per Undine
Orso d’Argento miglior attore: Elio Germano con Volevo Nascondermi
Orso d’Argento miglior sceneggiatura: Damiano D’Innocenzo, Fabio D’Innocenzo per Favolacce
Orso d’Argento Miglior contributo artistico: Jürgen Jürges con DAU. Natascha
Orso d’Argento premio Speciale: Delete History by Benoit Delepine, Gustave Kervern
Orso d’Argento miglior corto: T by Keisha Rae Witherspoon
Orso d’Argento alla carriera: Helen Mirren
Orso miglior esordio: Naked Animals by Melanie Waelde

‘La favorita’ di Lanthimos: un distillato di piacevole perfidia ancestrale candidato agli Oscar

I sentimenti umani più inestirpabili e ancestrali, la lotta per la sopravvivenza, il sesso e il potere, la cinica consapevolezza di un gioco al massacro che non è maschile o femminile bensì l’essenza ultima delle vite, delle società, del mondo. “La favorita” distilla un concentrato degli elementi basici di quella particolare forma d’arte che nonostante i collassi epocali continuiamo a definire “cinema”: una sceneggiatura dalla scintillante affilatura (tratta da una pièce di Deborah Davis scritta per la Bbc Radio e rielaborata da Tony McNamara), un’ambientazione in costume magistrale (grazie soprattutto alla sintonia tra il direttore della fotografia Robbie Ryan e la costumista Sandy Powell), tre protagoniste in stato di grazia e la regia del quarantacinquenne greco Lanthimos (“The Lobster”, “Il sacrificio del cervo sacro”) che riesce nell’impresa di mantenersi fedele alla vocazione per un cinema disturbante, feroce e provocatorio realizzando, invece, un film universale e accessibile, molto divertente ma di una piacevolezza striata di perfidia, autoriale eppure carico di candidature all’istituzionale pantomima degli Oscar.

Affermare che si tratta della rivisitazione del breve regno di Anna Stuart (1665-1714), ultima della casata scozzese a regnare sui britannici, sarebbe, in effetti, giusto e insieme fuorviante: “La favorita” anima scorci storici veridici concedendosi pochi e mirati flash anacronistici, lanciando battute come frecce avvelenate e lacerando l’involucro dei soliti film biografico-agiografici sia grazie allo stile sincopato e stilizzato, sia indirizzando lo sguardo nei meandri più oscuri del Palazzo reale e nei recessi più intimi e distorti del comportamento dei suoi frequentatori ai vari livelli della gerarchia (non a caso le riprese abbondano d’inquadrature realizzate con l’obiettivo grandangolare a occhio di pesce).

Parliamo di un film che non ha bisogno del riassuntino della trama e di cui, una volta tanto, sarà avvincente continuare a discutere a schermo spento. Il motivo sta nel fatto che i significati o per meglio dire i cortocircuiti moderni risultano ficcanti e a pieno titolo artistico invece d’essere spiattellati sullo schermo col solito, brutale didascalismo politicamente (femministicamente) corretto. Infatti alla corte inglese d’inizio Settecento due donne si contendono i favori, anche sessuali, della capricciosa e influenzabile regina (Colman, sublime), devastata dalla gotta e dalla frustrata voglia di maternità: la potente lady Sarah (Weisz) e l’ambiziosa sguattera ex aristocratica Abigail (Stone) che danno il loro peggio e il loro meglio in un combattimento sottotraccia di manipolazioni e/o seduzioni con la partecipazione ancora più subdola degli uomini ovvero ministri, cortigiani e politici di governo e opposizione imbellettati e imparruccati, dunque artefatti, molto più di loro.

Lanthimos è geniale nel confondere continuamente l’emotività degli spettatori, impossibilitati di fatto a parteggiare una volta per tutte per l’una o l’altra delle antieroine affamate di piacere e potere al di là di ogni “giustificata” ragione di ruoli, ranghi o diritti. Gli animali, una costante metaforica della sua filmografia, rappresentano il versante innocente dell’autentica bestialità di un microcosmo dedito a trastulli crudeli o peggio idioti, mentre i massacri guerreschi restano fuori campo in balia delle spregiudicate macchinazioni umane. A queste icone di una femminilità nobile e ignobile, ma in ogni caso emancipata dalla supremazia dei maschi non di rado ridotti a mero strumento per raggiungere uno scopo, la critica e i cinefili affibbiano molti padri, dal Kubrick di “Barry Lyndon” ai puzzle di Greenaway, da “Il servo” di Losey al cult movie “Eva contro Eva”. Abbandonatevi, piuttosto, al piacere del testo dando casomai un’occhiata ai libri e pamphlet del misantropo e nichilista Swift dei “Viaggi di Gulliver” e “Una modesta proposta”.

 

La favorita

Addio a Bernardo Bertolucci, apostolo retorico ed autarchico della Nouvelle Vague

Non è mai esistito un regista capace di riprodurre la profondità della vita e ripristinare la verità della Storia perché il cinema è l’arte suprema dell’inganno e della finzione, ma certo Bernardo Bertolucci è stato tra i pochissimi che ci sono andati vicini, rappresentando sul grande schermo veri e propri apologhi reazionari intrisi di retorica e provocazione. E’ l’ora di rassegnarsi a una scomparsa che offusca lo sguardo, interrompe il flusso doloroso e insieme esaltante di un’autobiografia generazionale e rende più fragile la resistenza all’egemonia delle perniciose concezioni redentoristiche dell’arte, ma soprattutto è l’ora d’intraprendere una nuova, lunga e aspra battaglia contro chiunque sfodererà gli artigli per tramandare un identikit di comodo, il flash sbiadito di un artista impegnato come se ne vendono a bizzeffe al mercatino dell’usato ideologico.

Non possiamo né vogliamo tirarci indietro: “Ultimo tango a Parigi”, uno dei film-faro della storia del cinema mondiale, uno shock che ha stravolto la percezione dell’eros “fondativo” della natura umana più in profondità dei saggi di Marcuse e rovesciato la coazione a ripetere dei sessantottini fuggiaschi dall’involuzione liberticida degli ideali della sinistra, se fosse uscito in questi mesi sarebbe mandato al rogo dalle vestali del #MeToo piuttosto che da magistrati allora ritenuti per definizione fascisti. Intendiamoci, all’epoca l’attacco a un film così intriso di romanticismo decadente, orgasmico, irriscattabile, fu bipartisan: «I pornofilm piacciono ai nevrotici e agli immaturi», argomentava su “Gente” Cesare Musatti, “Epoca” scriveva di «ragazze involgarite dalla libertà sessuale», Goffredo Fofi gli preferiva la parodia di Franchi e Ingrassia “Ultimo tango a Zagarolo”, mentre “il Borghese” usava espressioni da trivio per ascrivere al libertinismo comunista la sconcezza della scena di sodomia intorno alla quale ancora oggi ruotano polemiche, innescate dalla stessa Maria Schneider, su cui ha ricamato anche il regista, alcune ipocrite, altre giustificate in virtù del fatto che non si può sopprimere il senso morale, il tatto, che mancò a Bertolucci e a Brando, in nome dell’Arte e del rispetto della regola della verosimiglianza della scena.

Inoltre seppure consideriamo il primo atto di “Novecento” un ingranaggio stridente ma indispensabile per comprendere l’acme della lotta disperata del giovane Bernardo contro i propri nodi edipici e le relative contraddizioni di classe, è impossibile non ribellarsi all’indulgenza riservata alla catastrofica seconda parte, in cui il dissidio tra gli imperativi del “realismo socialista” imposti dall’auto-coercizione psicanalitica e la fascinazione prepotente di matrice hollywoodiana inabissa la messinscena in un delirio melò più retorico e populista che brechtiano o maoista.

Del resto non si era mai vista e sarà difficile vedere nuovamente all’opera una personalità altrettanto esposta alle mareggiate della libertà dell’ispirazione: nutrito dalla raffinata poesia paterna, devoto al moloch verdiano, apostolo autarchico della Nouvelle Vague, intellettuale poliglotta non privo di tratti dandystici, l’autore più carismatico della generazione di cineasti affermatasi all’alba dei Sessanta tramanda una filmografia ridotta –meno di venti lungometraggi in quasi cinquant’anni di carriera- eppure svariante e complessa come non lo sono state neppure quelle dei padri nobili del dopoguerra.

Il diligente calco pasoliniano di “La commare secca” fu seguito, infatti, da un film tanto tormentato quanto indifeso come “Prima della rivoluzione” che, proprio a causa dell’overdose dei dilemmi politici che fanno corona alla rievocazione del ritorno in famiglia di un giovane borghese parmense, subì lapidazioni sommarie nei cineclub frequentati dal movimento studentesco. Del resto l’estrema sensibilità, accompagnata dall’inconfondibile tonalità di voce melodiosa e arrotata, produce a sorpresa in Bertolucci una fortificazione a suo modo provocatoria: il sofisticato intreccio dostoevskiano di “Partner” (1968), per esempio, non si sposa certo con gli umori dominanti nella classe intellettuale dell’anno di uscita. Tanto è vero che l’ingresso nella decade che frantumerà progressivamente quegli slanci palingenetici –peraltro in seguito recuperati in forma di culto pagano della giovinezza nel penultimo titolo “The Dreamers”– è segnato dal successo non più di nicchia di “Il conformista”, uno dei suoi capolavori che traduce il romanzo di Moravia in un elegante, corrusco e spietato trattato sulle pulsioni erotiche represse destinate a insediarsi nel tessuto molle della “normalità” borghese sottomessa al fascismo.

“Ultimo tango” , in verità diretto da Marlon Brando che mal sopportava il giovane regista italiano, che non merita il consumistico marchio di film scandalo degli anni Settanta ma, al contrario, rappresenta l’alternativa alla tentazione delle brutalità “rivoluzionarie” contenutistiche, esalta il conflitto tra eros e thanatos come il cinema in fondo è sempre votato a fare rendendovi ancora oggi palese il corpo-a-corpo –nel senso stretto dell’espressione- tra le teorizzazioni di Freud e Bataille che incombono nell’autocoscienza del trentaduenne kamikaze della cinepresa e la selvaggia spinta dei sensi che dilaga nella plasticità degli amplessi tra Brando e la Schneider, le pastose luci di Storaro e i singulti devastanti della colonna sonora di Gato Barbieri. Disorientati da “Novecento”, “La luna” e “La tragedia di un uomo ridicolo”, a metà degli Ottanta anche gli adepti più malmostosi e pedanti stavano peraltro per inebriarsi al cospetto delle oscarizzate magnificenze di “L’ultimo imperatore” e “Il tè nel deserto”, antidoto definitivo alla volgare equazione dell’Arte inconciliabile col “commercio”. Eppure, se c’è una sequenza che oggi spezza il cuore per la l’assenza di Bertolucci è quella di Liv Tyler che canta a squarciagola “Rock Star” di Courtney Love nel piccolo, meraviglioso racconto di formazione “Io ballo da sola”.

 

Fonte:

In morte di Bertolucci

‘L’uomo che uccise don Chisciotte’ di Terry Gilliam: la rivendicazione del primato della fantasia sulla realtà

Un film atteso 25 anni, realizzato tra molte difficoltà e che nella prima stesura, la quale si basava su un semplice viaggio indietro nel tempo da realizzarsi con un budget colossale, vedeva nel cast un giovane Johnny Depp, Jean Rochefort (scomparso lo scorso anno) e Vanessa Paradis, che rende onore allo spirito e al linguaggio della geniale e celeberrima opera di Cervantes, Don Chisciotte, il libro più giocondo e allo stesso tempo assennato che il lettore possa mai immaginare, come recita il prologo. Il regista visionario Terry Gilliam per il quale la follia, il grottesco e l’irrazionalità sono il sale della vita e la cifra dei suoi film (l’indimenticabile serie di esilaranti gag dei Monty Python, Brazil, La leggenda del re pescatore, Le avventure del Barone di Münchausen, L’esercito delle dodici scimmie, Paura e delirio a Las Vegas, Parnassus-L’uomo che voleva ingannare il diavolo), nel suo L’uomo che uccise Don Chisciotte, riflette sul senso della follia, dell’illusione, del credere fermamente alle propria immaginazione per sentirsi utili a questo mondo.

Toby (Adam Driver) è un cinico regista pubblicitario che decide di girare uno spot nell’entroterra spagnolo, ma non riesce mai a trovare la giusta ispirazione. A cena, in un ristorante, un venditore ambulante cerca di vendergli un DVD pirata girato dallo stesso Toby quando era un giovane e promettente regista dal nome L’Uomo Che Uccise Don Chisciotte. Con quel lavoro aveva fatto promesse, creato numerose aspettative negli abitanti ma non tutte hanno sortito l’effetto sperato. In questo senso il film di Gilliam è anche un’amara riflessione sul fare cinema, prendendo in considerazione il fatto che Gilliam non ha mai avuto vita facile con i produttori e in questa occasione si è preso la sua rivincita. La domanda che aleggia è: come si può emergente onestamente in un mondo popolato dai cultori del denaro e del successo facile e possibili finanziatori e produttori che tengono in scacco creature pulite e anche un po’ ingenue, nonché fortemente gelosi delle loro ‘proprietà’ femminili? Difficile non pensare al caso Weinstein in una pellicola dove c’è un continuo scambio tra passato e presente, riferimenti anche alla politica attuale e ai sogni perduti.

Ci vuole follia per poter lottare e non soccombere contro i giganti di oggi, che si sono moltiplicati, ovvero contro i soprusi, le angherie, gli opportunismi, il potere: è questo il “messaggio” del film di Gilliam che mostra l’impatto che il film nel film, L’uomo che uccise Don Chisciotte, ha avuto sugli abitanti di un piccolo villaggio, in primis sul calzolaio (interpretato dallo strepitoso attore shakespeariano Jonathan Pryce) divenuto il celebre cavaliere la cui missione è quella di vivere numerose avventure, liberare i deboli dalle prepotenze dei più forti e celebrare la bellezza dell’amata Dulcinea (Joana Ribeiro), che non riesce a liberarsi del personaggio che aveva interpretato, personaggio che prenderà possesso anche dell’anima e della mente di Toby, epigono barocco di nuove rocambolesche avventure affianco della sua bella che però crede essere il suo fidato scudiero Sancho Panza, che rappresenta la parte razionale e realistica della coppia. Si tratta di un cinema al quadrato, dello sdoppiamento, della meta-finzione: come si sdoppia l’autore del libro Cervantes, inventandosi un autore fittizio, l’arabo che non deve essere creduto in quanto tale e quindi bugiardo, Hamete Cide che però inizialmente viene fatto passare come autore vero del Don Chisciotte, di cui Cervantes è il traduttore che conosce bene lo spagnolo, anche Toby si sdoppia facendo diventare la ragazza di cui è innamorato da Dulcinea di quando aveva 16 anni a Sancho Panza, dieci anni dopo la realizzazione del film.

Meno sarcastico e pungente dell’Armata Brancaleone di Mario Monicelli, L’uomo che uccise Don Chisciotte, è un film attualizzato, avvincente pieno di ritmo, che unisce, come fa l’opulenta opera di Cervantes, dramma e commedia, evitando di rappresentare per ovvie ragioni tutte le novelle intercalate dell’opera letteraria per ovvie ragioni, rivendicando il primato della fantasia sulla realtà attraverso la figura dell’hidalgo come archetipo del ribelle puro moderno.

L’uomo che uccise Don Chisciotte uscirà nelle sale italiane giovedì 27 settembre. Da non perdere!

 

Di seguito le pagine ufficiali del film-evento:

Pagina ufficiale del film: https://www.facebook.com/DonChisciotteFilm/

Pagina FB della distribuzione M2 Pictures: https://www.facebook.com/M2Pictures/

Instagram M2 Pictures: https://www.instagram.com/m2pictures/

Venezia 2018: vince ‘Roma’, l’Amarcord del regista messicano Alfonso Cuaròn

Guillermo del Toro e la giuria della 75esima edizione del Festival di Venezia hanno scelto come vincitore del Leone d’Oro il film Roma del pluripremiato regista messicano Alfonso Cuarón, rispettando quindi i pronostici di tutti i maggiori bookmakers. Yorgos Lanthimos, il suo concorrente più accanito e candidato alla vittoria del concorso, ha portato invece a casa il Gran Premio della Giuria per La favorita. Il film The Nightingale, di Jennifer Kent, è stata a vera sorpresa della cerimonia finale perché ha portato a casa il Premio Marcello Mastroianni a un attore o attrice emergente andato a Baykali Ganambarr e il Premio Speciale della Giuria mentre Joel e Ethan Coen hanno vinto il Premio alla Migliore sceneggiatura per La ballata di Buster Scruggs.

La Coppa Volpi per la Migliore interpretazione maschile è andata al grandissimo Willem Dafoe per At Eternity’s Gate, diretto da Julian Schnabel, in cui il divo è nei panni di Vincent Van Gogh. Il film arriverà nelle nostre sale il 9 gennaio 2019 e la critica lo ha già osannato ampiamente al Lido. Il premio per la Migliore attrice femminile, invece, è stato attribuito alla straordinaria Olivia Colman, protagonista de La favorita, del regista Yorgos Lanthimos, che vanta un cast di sole stelle tra cui Emma Stone, Rachel Weisz e Nicholas Hoult.

Roma è “una storia universale” ambientata a Città del Messico durante i primi anni ’70. Ispirato alla vita di Alfonso Cuarón, il film ci porta nell’ambiente fisico ed emotivo di una famiglia della classe media tenuta in piedi dagli sforzi di una gentile governante (Yalitza Aparicio). Il cast è sensazionale, ma la vera star della pellicola è il mondo stesso e gli eventi improvvisi che cambiano la vita delle persone. Girato in un bianco e nero mozzafiato e caratterizzato da un’innovativa tecnica di sound design, Roma è il suo ennesimo capolavoro di cui sentiremo parlare a lungo e sicuramente anche ai prossimi Oscar. In un bianco e nero pastoso che mescola ricordi nostalgici e denuncia sociale, con Roma Cuaron mostra il  il debito di riconoscenza che tutti i figli della borghesia messicana devono alle tate e alle “sguattere” che li hanno cresciuti con amore e devozione. Roma è il suo film più intensamente personale e più provocatoriamente politico, e racconta un intero Paese attraverso il suo frattale minimo, e il più indifeso. Un Amarcord messicano che narra di sistema contradditorio ma simbiotico in cui le tensioni sociali non tarderanno a farsi sentire, catapultando il recupero delle terre espropriate in cima all’agenda dei politici in cerca di consensi.

Con Roma, il Festival di Venezia, dopo aver aperto le porte alle piattaforme distributive diverse dalle sale cinematografiche, porta un prodotto “nuovo” alla vittoria. Netflix renderà disponibile il film messicano in tutto il mondo il 14 dicembre, anche se non è esclusa una uscita in sala prima in alcuni Paesi, Italia compresa.

Tutti i premi della 75esima edizione del Festival di Venezia

La Giuria di Venezia 75, dopo aver visionato tutti i 21 film in concorso, ha deciso di assegnare così i premi. Il Leone d’oro per il miglior film a Roma di Alfonso Cuaron (Messico), il Gran premio della giuria a The Favourite di Yorgos Lanthimos (Uk, Irlanda, Usa), il Premio per la migliore regia a Jacques Audiard per il film The Sisters Brothers (Francia, Belgio, Romania e Spagna),Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile a Olivia Colman nel film The Favourite di Yorgos Lanthimos (Uk, Irlanda, Usa), Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile a Willem Dafoe nel film At Eternity’s Gate di Julian Schnabel (Usa, Francia).

Premio per la migliore sceneggiatura a Joel Coen ed Ethan Coen per il film The Ballad of Buster Scruggs di Joel Coen ed Ethan Coen (Usa). Premio speciale della giuria a The Nightingale di Jennifer Kent (Australia). Premio Marcello Mastroianni a un giovane attore o attrice emergente a Baykali Ganambarr nel film The Nightingale di Jennifer Kent.

Fonte: https://cinema.fanpage.it/i-vincitori-della-mostra-del-cinema-di-venezia-2018/
http://cinema.fanpage.it/

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