‘L’Arte nei manifesti del Cinema di Florestano Vancini’ in mostra a Ferrara dal 18 settembre

Ferrara omaggia il grande regista Florestano Vancini con la mostra intitolata ‘L’Arte nei manifesti del Cinema di Florestano Vancini‘, la prima esposizione permanente dedicata al cinema ferrarese e a uno dei suoi massimi rappresentanti.

L’ inaugurazione avrà luogo domani, sabato 18 settembre, alle ore 18.00, presso lo Spazio Grisù. L’iniziativa di una mostra con manifesti, cimeli, testimonianze storiche di pregio è piaciuta anche alla Regione Emilia-Romagna, che ha selezionato la proposta di Stefano Muroni, attore e organizzatore culturale ferrarese, nell’ambito del Bando regionale sulla memoria, dedicato alle figure che “hanno segnato la storia del territorio emiliano-romagnolo del ‘900, di cui va conservata la memoria storica e garantita la sua trasmissione alle nuove generazioni, oltre a sostenere una ricerca storica approfondita e aggiornata”.

Curatore della mostra permanente sarà Luca Siano, tra i massimi esperti a livello nazionale di pittori del cinema e direttore dell’Archivio Sandro Simeoni. “Abbiamo raccolto ed archiviato – spiega Simeoni – il maggior numero di locandine, foto, buste, soggetti e manifesti riguardanti tutta l’opera cinematografica del grande regista estense, compreso un rarissimo bozzetto originale disegnato da Ermanno Iaia per il corredo pubblicitario de ‘La banda Casaroli’ del 1962. Simeoni, Iaia, Brini, Ferrini, Casaro, sono alcuni dei nomi dei pittori che con la loro arte hanno fatto da tramite tra l’autore ed il suo pubblico, cogliendo l’essenza di quei film e cristallizzandola in una singola immagine dipinta.

Le immagini dipinte evocano parte delle storia del cinema italiano, quel cinema capace di coniugare abilmente l’impegno politico, la narrazione storica e il puro spettacolo, attuando anche un revisionismo storico, insieme a Visconti (Senso) attraverso la pellicola del 1972,  “Bronte”, in cui il regista ferrarese abbatte definitivamente il mito consolidato che la tradizione italiana aveva costruito intorno al Risorgimento, periodo che viene visto da Vancini come pieno di aspettative deluse e di occasioni mancate, a cominciare dalla non partorita Repubblica democratica, sostituita da una monarchia sabauda priva di vigore, sia sul piano delle libertà che su quello della giustizia sociale.

Vancini non è riuscito dalla metà degli anni Settanta a tenere alta l’attenzione verso l’analisi della realtà perché il neorealismo stava perdendo vitalità, ma film come Bronte, cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato, La lunga notte del ’43 (suo esordio cinematografico, Amore amaro, rappresentano tentativi esemplari e riusciti di quell’inizio di ricostruzione della storia dalla parte dei vinti e delle classi subalterne che si comincia a fare proprio alla svolta del decennio, capovolgendo non pochi indiscussi stereotipi rimasti troppo a lungo immutati.

La tensione morale e l’ammissione di una insensibilità culturale verso la presa di coscienza della frattura tra passato e presente sono le peculiarità del cinema di Vancini e che purtroppo il cinema italiano di oggi ha smarrito, votandosi alla bieca retorica.

Intervista esclusiva all’attore Vincenzo Bocciarelli: ‘l’arte deve essere spudoratamente sincera’

È stata un’estate all’insegna dell’arte quella di Vincenzo Bocciarelli, reduce dallo spettacolo teatrale Senza limite, nato da un’idea di Serenella Bianchini, e che ha riscosso un grande successo. Attore, pittore, conduttore e scrittore. Classe 1974, l’attore nasce il 22 febbraio a Bozzolo, Mantova. Dalla sua città natale si trasferisce a Siena per intraprendere gli studi di recitazione.

Dopo la maturità debutta al Piccolo Teatro di Milano diretto dal maestro Giorgio Strehler, iniziando la carriera come attore teatrale e recitando al fianco di grandi nomi del teatro come Valeria Moriconi, Giorgio Albertazzi, Irene Papas, Roberto Herlizkca, Riccardo Garrone.

Mentre la sua attività teatrale prosegue sul palcoscenico, il pubblico inizia ad apprezzarlo in fiction come Orgoglio, Il bello delle donne ed Incantesimo e al cinema nei film: E ridendo l’uccise​ di Florestano Vancini, pellicola anticonvenzionale per il cinema italiano sulla celebre congiura di Giulio d’Este, vista attraverso gli occhi del buffone di corte Moschino; L’inchiesta,​ Nirakazhcha Irakazhcha-La strada dei colori e recentemente nel film campioni d’incassi La scuola più bella del mondo.

Definito <<l’orgoglio del grande cinema dal Messaggero>>, Bocciarelli è da sempre un artista poliedrico, appassionato e zelante, vicino al suo pubblico. A marzo 2020, nel periodo del lockdown ha ideato “il “Bocciarelli Home Theatre” un format digitale, con cui l’attore ha portato il teatro nelle case degli italiani, infondendo loro un messaggio di speranza e di forza. Questa esperienza ha poi ispirato la sua opera prima scrittoria, intitolata Sulle ali dell’arte. L’esperienza del «Bocciarelli home theatre» per sopravvivere ad una pandemia. Ediz. illustrata.

Bocciarelli ha preso parte al cortometraggio di Anna Marcello ‘Lockdown love.it’ che ha già ricevuto attenzione a livello internazionale e a Mission Possible, film d’avventura lanciato sulla piattaforma Chili con attori del calibro di John Savage (Il cacciatore, Maria’s Lovers, Il maledetto United, La sottile linea rossa, Il padrino) e James Duval (Donnie Darko), ma sembra che sia il teatro, divino anacronismo, il suo grande amore, probabilmente perché come soleva affermare il grande Vittorio Gassman, il teatro è la zona franca della vita, dove si è immortali.

Il teatro mette a nudo l’ipocrisia e le bassezze dell’animo umano e non è un caso che Bocciarelli sia un eccellente interprete di personaggi di opere shakespeariane, quali La tempesta, Re Lear, Il mercante di Venezia, nonché mitologiche come Edipo re e Antigone. Nel curriculum di Bocciarelli si annoverano numerosi riconoscimenti tra i quali il Premio alle Arti per meriti professionali, che riceverà a breve.

Vincenzo Bocciarelli è la dimostrazione che nel teatro, il visibile e l’invisibile si incontrano e la parola vive di una doppia gloria, come diceva Pasolini. Glorificazione che l’attore è riuscito a trasferire anche sul piccolo e grande schermo. La parola è al contempo, scritta e pronunciata, scritta, come la parola di Omero, e pronunciata come le parole che si scambiano le persone nella vita, nel quotidiano, che a volte restano per sempre, e altre volano via con la vita.

Bocciarelli, a differenza di alcuni che pensano che l’arte del recitare consista solo nell’imparare a memoria testi di altri, ci dice una cosa fondamentale: l’arte deve essere spudorata, sincera e scandalosa come è scandalosa ogni cosa divina e il mistero ad essa legato.

 

Lockdown love

1 Durante il lockdown ha dato vita ad un format digitale il “Bocciarelli home theatre”, portando nelle case il teatro in un momento storico difficile. Cosa ha tratto da questa esperienza? Come ha risposto il pubblico?

Durante il primo lockdown mi è venuta l’idea di portare l’arte, la poesia, il teatro nelle case del pubblico e così è nato il Bocciarelli home theatre, programma facebook e youtube, in diretta dal soggiorno di casa mia, inizialmente tutti i giorni, poi tre volte alla settimana. Ritengo che il pubblico non sia sprovveduto e cerca cose di qualità e in un momento difficile come quello, ho capito quanto fosse importante entrare nelle case delle persone per donare creatività, e tutto il mio impegno e amore che nutro per l’arte, così da essere di sostegno e anche di compagnia. Ho capito quanto le persone avessero bisogno di sentirsi meno sole e di pensare anche ad altro, entrando in un’altra dimensione, quanto l’arte possa essere utile. Il pubblico ha risposto molto bene, ho ricevuto molti messaggi di stima e affetto; è stata un’esperienza arricchente.

2 Quale pensa sia il mezzo migliore per veicolare l’arte?

Qualunque mezzo è idoneo a divulgare la cultura e l’arte purché si tenga ben presente il significato di questo termine. Non ho pregiudizi di alcuna sorta. La televisione certamente rappresenta il mezzo più comodo, tuttavia io personalmente preferisco il teatro. A prescindere dal successo che si può avere, credo che bisogna metterci tutta la propria passione, da trasmettere a chi ci guarda e ascolta, e cercare di realizzare progetti di qualità, non indirizzare immediatamente il proprio obiettivo all’aspetto commerciale.

3 Il suo libro “Sulle ali dell’arte” in cui racconta proprio l’esperimento Bocciarelli home theatre, è stato definito da qualcuno un anti-covid. Cosa è invece per lei? Che aspettative ha?

Mi è molto piaciuta questa definizione, era il mio obiettivo. Il libro è nato soprattutto grazie al volere e al supporto del Presidente della casa editrice Accademia Edizioni ed Eventi, Giuseppe de Nicola, il quale mi ha proposto di raccontare questa esperienza che è stata sia artistica che socio-culturale. Il libro parla della funzione salvifica dell’arte e dell’importanza di riflettere e far riflettere il pubblico. L’arte possiede un qualcosa di divino e ci aiuta ad entrare nel mistero della vita e nei suoi accadimenti, ma non deve essere un modo per esibirsi in modo narcisistico; è fondamentale che avvenga uno scambio tra attore e spettatore, altrimenti non ha senso. Sono già molto soddisfatto, il libro sta andando bene e non mi aspetto nulla in particolare, quello che viene, insomma.

“Incantesimo”, con Elisabetta Pellini

4 Crede che la letteratura, il cinema e il teatro possano essere davvero una “carezza per l’anima”?

Certamente. Sono tutte discipline unite da un filo rosso e devono toccare l’anima delle persone, scuoterla, smuovere la coscienza, ma soprattutto, come amo ripetere ai miei allievi, la pancia. Credo che molto dipenda anche dal luogo in cui si fa teatro, perché un determinato luogo dà all’attore sensazioni particolari; ecco, ritengo che sia un  più un fatto viscerale che mentale. Un attore non può perdersi troppo in elucubrazioni e giochi intellettualistici. “Bisogna metterci il cuore”, come la battuta che faccio ripetere a Serenella Bianchini, una delle interpreti femminili della pièce teatrale “Senza limite” per cui ho curato la regia e sono stato anche interprete, durante un momento di “metateatro”. Ci tengo a ricordare che la prima di questo spettacolo è andata in scena al Castello di Naro, sempre in Sicilia, lo scorso 24 agosto.

5 L’11 settembre 2021 sarà insignito del Premio alle Arti per meriti professionali. Cosa significa ricevere un tale riconoscimento? Cosa pensa dei premi letterari e non? Secondo lei davvero rispecchiano il talento di chi li riceve?

Sono onorato di ricevere questo premio. Credo che i premi siano una conseguenza di quello che si fa, ma non sono il mio obiettivo principale. Ritengo che in Italia ci siano, forse, troppi premi e poche produzioni importanti. Io mi concentrerei su progetti di qualità, piuttosto che sull’organizzazione di concorsi e premi. Devo dire che non sopporto nemmeno lo sciacallaggio che si attua su determinati temi, molto delicati che meriterebbero maggiore lucidità e approfondimento. La missione dell’arte è cercare, scandagliare l’animo umano. Per me conta raccontare qualcosa al pubblico e far conoscere la cultura, essere apprezzato e stimato, il successo, la fama, i soldi vengono successivamente.

Vorrei riportare un esempio: durante il primo lockdown, ho lavorato ad un cortometraggio dal titolo Lockdown love.it, che sarà presentato a festival prestigiosi, e in cui io interpreto un personaggio sui generis. Devo ringraziare tutte le persone che ci hanno creduto insieme a me, soprattutto Anna Marcello. Abbiamo preso tutte le precauzioni e rispettato le misure di sicurezza. Abbiamo lavorato in silenzio della notte, spesso più viva del giorno stesso; è stato bellissimo e suggestivo perché avevamo proprio la sensazione di creare qualcosa all’insaputa di tutti. Trovo meravigliosa la lavorazione di un film, l’atto creativo, prima ancora di vedere il risultato, noi attori, sul grande schermo.

Nel ruolo del marchese Andrea Obrofari con Mary Petruolo in “Orgoglio”

6 Anche quest’anno condurrà il concorso internazionale Musica sacra 2021 per giovani cantanti solisti. In questo periodo storico quanto è importante investire nelle nuove generazioni? Crede che a loro sia offerto il giusto spazio per emergere o si potrebbe fare di più?

Anche questa conduzione è motivo di gratificazione per me, mi piace toccare tutte le dimensioni dell’arte e l’arte sacra certamente è un viatico per avvicinarsi, o quantomeno sfiorare, il mistero divino. Certamente è importante investire nelle giovani generazioni, nei ragazzi e ragazze di talento, purché abbiano spirito di abnegazione, dedizione, amore per l’arte. Potrebbero senza dubbio essere incentivate determinate iniziative, corsi di studi, accademie.

7 L’arte in senso stretto ci dice appunto che oggi, o meglio già da un po’ di tempo, tutto può essere arte. Lei cosa ne pensa?

Non credo che tutto sia arte solo perché qualcuno la possa concepire come tale. Come può non contare la tecnica, un certo virtuosismo? Ma non bastano, bisogna saper emozionare chi ci ascolta e guarda, essere capaci di trasferire lo spirito di un testo in teatro, a cinema, in televisione.

8 Non trova che l’arte dovrebbe essere una fustigatrice del luogo comune invece di rassicurare sempre? Non crede che questo sia il modo per approdare all’eternità?

Nel ruolo di Ippolito d’Este nel film “E ridendo l’uccise”

Certo, recitare vuol dire morire per poi rinascere per l’attore, guardando alla cose con meraviglia, con lo sguardo di un bambino. Io credo che l’arte debba essere spudoratamente sincera, e con questo intendo dire che essa dovrebbe anche ragionare sulla sua propria natura, sulla sua funzione, relazionarsi con le contingenze storiche, con il mito; condurre lo spettatore e il telespettatore in un viaggio sensoriale, nel tempo e nello spazio. In questo senso, ritornando allo spettacolo “Senza limite”, dove ho recitato ai piedi del tempio di Giunone, nella Valle dei Templi di Agrigento, credo sia importante dire che si è trattato di un percorso evocativo e dell’anima, che porta lo spettatore all’Alfa della nostra esistenza, ai primordi della vita, alla creazione, dove tutto è Amore.

9 Tre pellicole per lei imprescindibili?

Bocciarelli: per un addetto ai lavori, per chi fa cinema o per i telespettatori?

Domanda: Per entrambi

Bocciarelli: Direi Effetto notte di Truffaut, capolavoro del meta-cinema, Nella città l’inferno, di Castellani con la grandissima Anna Magnani, che è anche un viaggio nell’Italia del Dopoguerra con quelle tristissime palazzine che fanno da sfondo alla storia. E soprattutto per chi fa cinema o vorrebbe farlo, Birdman, di Inarritu, con uno strepitoso Micheal Keaton che si identifica nel personaggio che ha interpretato in passato e che lo ha portato al successo.

 

10 Quando recita già si rende conto di presentare al pubblico una cosa nota come se fosse la prima volta che la si vedesse?

Senza dubbio l’arte è questo, non conta tanto la bontà del tema, quanto il modo in cui lo si affronta, è presentare un concetto, ma soprattutto delle emozioni, stati d’animo in modo originale. Purtroppo noto che si parla poco o male, in maniera distorta e faziosa, di metafisica, di trascendenza, di Dio, quasi se ne provasse vergogna.

 

A cura di Annalina Grasso e Melania Menditto

‘Il filo segreto’, il docufilm su Giovanni Verga con Corrado Oddi, ambientato ad Altavilla Irpina

Corrado Oddi torna sul set: sarà Giovanni Verga ne “Il filo segreto”, scritto  e diretto da Modestino Di Nenna. Un nuovo personaggio intrigante per l’attore, già interprete del ruolo del Giudice Giovanni Falcone nel docufilm della Rai sul Magistrato.

L’opera cinematografica, promossa dall’Amministrazione Comunale di Altavilla Irpina e dal Sindaco Mario Vanni e nata con la finalità di mettere in evidenza le bellezze naturali e culturali dell’antico borgo, racconterà il passaggio in paese dello scrittore siciliano, che da quel contesto locale rimase talmente entusiasmato e affascinato da lasciarsi ispirare e ambientarvi Il marito di Elena”, romanzo del 1881 pubblicato da Treves (Milano), in cui vengono abbandonati gli elementi veristici e ripresi i precedenti temi di carattere romantico e passionale.

Come ha giustamente notato  Luigi Russo: “Malamente il romanzo è stato interpretato come il dramma di una Bovary verghiana: se il modello del grande artista francese è pur presente, l’interesse del Verga è per il dramma del “filius familias”, che vede crollare un suo sogno di felicità domestica, a causa della vanità e della leggerezza della sua compagna.”

Era infatti il 1882, quando Verga, allora poco più che quarantenne, pubblicò questo romanzo così singolare, sia per essere collocato in Irpinia e non in terra siciliana come la maggior parte delle sue opere sia per trattare temi di carattere romantico e passionale, ben lontani dagli elementi veristici de “I Malavoglia”, il suo capolavoro dato alle stampe soltanto un anno prima.

Nel film documentario il fantasma del giovane Giovanni Verga, interpretato da Corrado Oddi, si incontrerà nel 2021, all’interno del palazzo Baronale De Capua, nel cuore del paese campano, con quello di Costanza di Chiaromonte, che alla fine del Trecento proprio ad Altavilla aveva trovato l’amore eterno con il Conte Andrea De Capua. I due spiriti ripercorreranno le strade del paese riaccendendo in loro vecchi ricordi, in un mix di forti emozioni. Lungo il tragitto incontreranno il fantasma di un minatore che racconterà loro, attraverso la sua voce, la lunga ed interessante storia di Altavilla Irpina.

Le riprese, iniziate il 26 luglio, si svolgeranno tra Palazzo De Capua, Monastero Verginiano (l’attuale Palazzo Comunale), Santuario dei Santi Martiri Pellegrino e Alberico Crescitelli, Via San Francesco D’Assisi, Corso Giuseppe Garibaldi, centro storico, Monte Toro e miniera di zolfo.

Sul set, oltre a Corrado Oddi, ci saranno anche Stefano Masciarelli, Corrado Taranto, Antonio Fiorillo e tanti altri interpreti del panorama cinematografico italiano.

Direttore della fotografia: Daniel Di Meo.

Luchino Visconti, gattopardo imperfetto tra neorealismo e decadentismo

Decadente, nostalgico, melodrammatico. È Luchino Visconti, maestro del cinema italiano tra neorealismo e decadentismo, autore di capolavori immortali tra Tomasi di Lampedusa e Proust

Il neorealismo di Luchino Visconti

Il cinema italiano ha ospitato grandi registi che hanno reso noto il neorealismo in tutto il mondo. Attraverso opere come Roma città aperta o Ladri di biciclette.

Raccontando un’Italia semidistrutta, ma capace di grandi speranze sociali, tra lo squallore del secondo dopoguerra. Ogni regista diede un suo contributo alla creazione di un canone neorealista, con i suoi attori presi dalla strada, i set nelle strade della città e non solo negli studi, l’adesione a principi politici come il marxismo e l’antifascismo.

Ossessione e La terra trema

A questo canone appartiene anche Luchino Visconti, regista di estrazione aristocratica, che nel 1943 dirige il primo vero film neorealista: Ossessione.

In esso si mostrano i temi del movimento di De Sica e Rossellini, dalla rottura con la correttezza del cinema dei telefoni bianchi all’attenzione per la resa dei contesti sociali. Riprendendo i temi del naturalismo francese e del verismo, stravolgendoli e attualizzandoli.

Non è un caso che La terra trema, secondo film di Visconti, finanziato dal PCI, si rifaccia ai Malavoglia di Verga, stravolgendone la sceneggiatura, introducendo il dialetto siciliano, che nell’opera letteraria era solo accennato.

Nostalgia e decadentismo

Poi, a partire dagli anni ’50-’60, il neorealismo si decompone, proiettando i suoi registi verso altri filoni. De Sica verso il cinema nazional-popolare di ieri oggi e domani, Fellini (che pur era stato neorealista a modo tutto suo) verso un cinema onirico e magico.

Visconti, che chiude i conti col neorealismo con il film Bellissima, aspra critica sociale e constatazione del fallimento degli ideali neorealisti, si cimenta in un cinema fatto di nostalgia e intimismo.

Senso

Il primo punto di rottura è Senso, tratto da una novella di Camillo Boito (fratello del più noto Arrigo), del 1954. L’opera descrive l’amore tra un ufficiale austriaco, Franz Mahler, e una nobildonna italiana, di ideali risorgimentali, sullo sfondo di una Venezia decadente durante il risorgimento.

Il film è la constatazione del risorgimento come rivoluzione tradita, della critica alla guerra, ma soprattutto la presa di coscienza del la fine di un mondo. Il mondo aristocratico e antico schiacciato dalla borghesia e dalla storia.

La grandezza di senso sta proprio nell’introduzione di temi marcatamente decadenti. La fine del mondo ottocentesco e l’avanzata della società di massa, il culto del melodramma e della bellezza, reso tramite fuori campo che creano omaggi al mondo del melodramma e del teatro.

Mostrando in ogni inquadratura riferimenti alla pittura ottocentesca, soprattutto ad Hayez, rendendo la scenografia come un perenne teatro dell’opera. Impreziosendo il film di elementi aristocratici ed estetizzanti.

Il Gattopardo

Estetizzazione del mondo aristocratico e nostalgico che è il centro di uno dei capolavori del cineasta milanese: Il gattopardo (1963), tratto dall’omonimo romanzo del principe Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

Si tratta di un film che, secondo la volontà di Visconti, voleva trovare la perfetta sintesi tra Mastro Don Gesualdo di Verga e Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust.

Il risultato è un kolossal unico che riesce a condensare il meglio della poetica e dello stile del regista. La storia è ambientata nella Sicilia dell’ottocento a cavallo tra la fine del regno delle Due Sicilie e l’inizio del neonato regno d’Italia.

I protagonisti sono i membri di una famiglia nobile siciliana, implicata con i Borbone, che vive una vita rigida e lussuosa, affascinante e anacronistica.

Trama e contenuti del film

Rappresentante di questo mondo è il principe Salina (Burt Lancaster), nobile pessimista e disilluso, conscio della fine del dominio del mondo aristocratico meridionale che di fronte all’avanzare delle nuove generazioni, spregiudicate e tessitrici, rappresentate dal giovane Tancredi (Alain Delon), e all’ascesa della ricca borghesia, è amareggiato per un mondo che vede sgretolarsi.

Un mondo fatto di ritualità, di convenzioni sociali, di una routine immobile e fuori dal tempo. Proprio nella resa di questo contesto Visconti mostra il suo stile decadente ed estetizzante.

Le pose, le abitudini, le formalità di questo ambente vengono raccontate e approfondite immergendo lo spettatore in scenari fastosi ed affascinanti. Attraverso una cura maniacale del dettaglio, l’utilizzo frequente di campi lunghi per creare una atmosfera da melodramma. Teatrale e magnifica, ma anche immobile e decadente.

Il principe Salina

Di questa epoca finita il principe Salina è l’ultimo rappresentante, che mostra la propria incompatibilità con la spregiudicatezza e l’ambizione di Tancredi e del mondo borghese (“Se non ci siamo anche noi, quelli ti combinano la repubblica in quattro e quattr’otto. Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”).

Che però asseconda spingendo Tancredi verso la figlia del ricco borghese don Calogero (Claudia Cardinale), interrompendo la continuazione della tradizione nobiliare.

È il vinto della storia che di fronte ad un mondo che muore verso cui sente simpatia e affetto sceglie la via del ritorno, chiudendosi pessimisticamente nella propria oasi di raffinatezza:

“Sono un esponente della vecchia classe, fatalmente compromesso con il passato regime, e a questo legato da vincoli di decenza, se non di affetto. La mia è un’infelice generazione, a cavallo tra due mondi e a disagio in tutti e due. E per di più, io sono completamente senza illusioni.

Che se ne farebbe il Senato di me, di un inesperto legislatore cui manca la capacità di ingannare se stesso, essenziale requisito per chi voglia guidare gli altri?

No Chevalley, in politica non porgerei un dito, me lo morderebbero. Siamo vecchi, Chevalley. Molto vecchi. Sono almeno venticinque secoli che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche ed eterogenee civiltà. Tutte venute da fuori, nessuna fatta da noi, nessuna che sia germogliata qui.

Da duemilacinquecento anni non siamo altro che una colonia. Oh, non lo dico per lagnarmi, è colpa nostra. Ma siamo molto stanchi, svuotati, spenti.”

Gruppo di famiglia in interno

Temi quelli del Gattopardo che verranno poi ripresi ben undici anni dopo nel 1974 con la pellicola Gruppo di famiglia in interno (1974), in cui il protagonista (Burt Lancaster), interpreta un anziano professore universitario che, ritirato dalla vita, si dedica allo studio e alla cultura in uno splendido palazzo-biblioteca.

La residenza del professore è un appartamento ricercatissimo in cui i quadri, i manoscritti antichi, i pizzi e le porcellane, creano una atmosfera sospesa e ricercata, in cui il suo protagonista si specchia e confonde, in una quiete dottissima.

Quiete turbata dall’arrivo della marchesa Brumonti, di sua figlia col compagno, e di Konrad, giovane amante dal passato extraparlamentare e una vita dissoluta.

Il film, girato solo tra le mura domestiche, racconta l’intromissione di questi personaggi nella vita del professore, allegoria dell’intromissione del mondo moderno, con cui il protagonista inizia a dialogare, finendone deluso e disgustato.

Un film allegorico

Diventando involontariamente padre di questa assurda famiglia. Famiglia in cui si inscenano le finzioni e i pregiudizi del mondo borghese degli anni 70. Colpito dalle spinte pseudorivoluzionarie del ’68, da una borghesia ancora più cinica e spregiudicata, involutasi col consumismo.

Mostrando la totale idiosincrasia dell’intellettuale con la società consumista e turbolenta. Anche il professore è un vinto, come il principe salina, è il ritratto malinconico di relitto di un mondo passato, che plasmato sulla vita solitaria e claustrofobica dell’anglista Mario Praz, mostra un lato ancora più intimista e nostalgico.

Affidandosi proustianamente alla memoria, alla letteratura, la forma fisica dei ricordi. Sentendosi fuori posto oppresso dalla presenza annientante della morte:

“C’è uno scrittore del quale tengo i libri in camera mia e che rileggo continuamente, racconta di un inquilino che un giorno si insedia nell’appartamento sopra il suo, lo scrittore lo sente muoversi, camminare, aggirarsi, poi tutt’a un tratto sparisce e per lungo tempo c’è solo il silenzio. Ma all’improvviso ritorna, in seguito le sue assenze si fanno più rare e la sua presenza più costante: è la morte”.

L’anacronismo di Luchino Visconti

In questi film Visconti mostra il suo lato più nostalgico e decadente, reazionario e anacronistico. Profondamente critico verso la borghesia (verrà infatti considerato sempre un compagno di strada del Pci) e nostalgico di un mondo che sa in rovina, oppresso dalla figura opprimente della morte.

In cui si riconosce la grande trazione decadente, un fascino aristocratico e raffinato. Cullato in quel mondo morto, reso magnifico dalla convinzione proustiana che crede che ogni paradiso è paradiso perduto.

Un gattopardo milanese che nonostante le stroncature della critica comunista, si affianca al partito, che si confronta col mondo moderno , rimanendone deluso e disgustato, ritornando all’arte. Lui, un gattopardo imperfetto.

 

Francesco Subiaco

Pierpaolo de Mejo, nipote di Alida Valli e tra i realizzatori del documentario a lei dedicato: ‘Mia nonna non era scontrosa, solo riservata’

Pierpaolo de Mejo è un giovane regista e attore, nato in una famiglia di artisti, suo padre infatti è Carlo de Mejo, attore attivo nel cinema dalla seconda metà degli anni sessanta (ha preso parte, tra gli altri a Teorema di Pasolini), figlio della grande attrice Alida Valli e di Oscar de Mejo, compositore di musica jazz.

Pierpaolo ha collaborato alla realizzazione di un documentario, selezionato nella sezione Classics di Cannes 2021, su sua nonna insieme al regista Domenico Verdasca e al supporto dell’attrice Giovanna Mezzogiorno, voce narrante nel film, per celebrare i 100 anni della nascita della diva italiana, suo malgrado. Già, perché Alida Valli era una donna schiva, timida, riservata, amava il suo lavoro, l’arte, ma non la mondanità. Se oggi Alida fosse viva e avesse 20-30-40-50 anni non avrebbe un profilo social e sarebbe restia alle interviste.

Pierpaolo de Mejo

Ma probabilmente non è questo il motivo per cui Alida Valli è stata in parte dimenticata, seppur rappresenti un bel pezzo di storia del cinema per i registi con cui ha lavorato e anche della Storia stessa, in quanto testimone dell’esodo istriano, in quanto nata a Pola il 31 mag 1921: in questo senso il documentario mostra un quadro completo e mai visto prima della vita di una giovane e bellissima ragazza di Pola Valli, che diventò in poco tempo una delle attrici più famose e amate del cinema italiano e internazionale.

Alida Valli infatti portando con sé il ricordo delle sue origini istriane, ma soprattutto è stata e forse è tuttora sentita come non italiana, primo motivo per il quale a molti è quasi sconosciuta. Il secondo motivo, è legato al pregiudizio e all’ideologia: la cronaca di quel tempo, dopo la caduta del fascismo, voleva Alida Valli amante di Mussolini, calunnia dalla quale l’attrice si è sempre difesa.

Alida Valli è poco ricordata non perché fosse riservata, protettiva verso i suoi affetti e indipendente, come giustamente sottolinea il nipote Pierpaolo de Mejo; lo sono state anche altre attrici, italiane e non, come Greta Garbo, Silvana Mangano, Claudia Cardinale, Grace Kelly, Audrey Hepburn, Romy Schneider, ma Alida Valli paga lo scotto di essere nata a Pola e l’accostamento del suo nome a quello di Mussolini, nonché al celebre omicidio di Wilma Montesi, fatto che all’epoca fece molto scalpore, in quanto il suo compagno, Piero Piccioni, noto musicista jazz, venne ingiustamente coinvolto nella vicenda dai media.

Il contesto storico e il sottotesto politico e di cronaca hanno gravato molto sull’immagine dell’altera e umile attrice dalle nobili origini, compromettendone la forza del ricordo. Tuttavia grazie a questo documentario che mette insieme tanto prezioso materiale (diari, lettere, filmati inediti, testimonianze), e all’impegno del regista e di Pierpaolo di Mejo che in comune con la nonna ha la timidezza, viene restituita un’Alida Valli bellissima, tormentata, ironica, intensa, versatile, credibile in film drammatici e lirici quali il capolavoro Senso di Visconti, passando per l’angosciante e disperato Il grido di Antonioni, l’esistenziale e precario La prima notte di quiete di Zurlini, il poderoso Novecento di Bertolucci, il mitologico e tragico Edipo re di Pasolini, il sentimentale e melodrammatico I miracoli non si ripetono due volte, L’inverno ti farà tornare, basato un fatto realmente accaduto, la trasposizione dei libro di Bernanos, I dialoghi delle camerlitane, di Balzac, Eugenia Grandet e di Solinas, La grande strada azzura diretto da Pontecorvo, fino ad arrivare ai gialli quali il capolavoro dello spionaggio Il terzo uomo di Orson Welles, Il caso Paradine di Hitchcock e agli horror La casa dell’esorcismo, Lisa e il diavolo, Occhi senza volto, Inferno e Suspiria.

Alida Valli, partendo dalle pellicole dei cosiddetti telefoni bianchi, dal Feroce Saladino di Bonnard, La casa del peccato, Mille lire al mese e Oltre l’amore di Gallone, Piccolo mondo antico di Soldati, dai film di Camerini, Mattoli e Alessandrini, è stata protagonista del cinema italiano e internazionali nelle veste più svariate, dimostrando di amare le sfide e anche i personaggi più meschini e diabolici, oltre che di calarsi perfettamente nel dramma sia quella che vita sul sociale che quella sentimentale ed esistenziale, e nella commedia.

Non è diventata la Ingrid Bergman italiana come auspicava il produttore hollywoodiano Selznick, Alida Valli diventò Alida Valli, elegante, fotogenica, insofferente alle imposizioni e italianissima, tanto che nel 2004, la Croazia decise di premiarla come grande artista croata, lei rifiutò il premio affermando: “Sono nata italiana e voglio morire italiana”.

Alida Valli nel film Senso di Visconti

 

 

1 Quando ha deciso e perché di realizzare un documentario su sua nonna Alida Valli?

In realtà devo ringraziare il regista Domenico Verdesca che mi ha aiutato e supportato in questo bellissimo e faticoso lavoro, perché temevo di essere troppo coinvolto emotivamente e di non dare il mio contributi in modo obiettivo. Penso che fosse arrivato il momento di dedicare un documentario a mia nonna per farla conoscere meglio agli appassionati di cinema e non, mettendo a disposizione del regista l’archivio privato di mia nonna. Molti ancora non la conoscono, non penso che le sia stata resa “giustizia” Alida Valli rappresenta un pezzo di storia del cinema italiano e la sua vita professionale, secondo me va raccontata; non perché è mia nonna ovviamente, e senza entrare nell’ambito strettamente personale, nel gossip, dimensione che mia nonna ha sempre tenuto lontana dai riflettori.

2 Pensa che sia riuscito ad avere il giusto “distacco” o si è sentito estremamente coinvolto nel girarlo?

Grazie al regista e a Giovanna Mezzogiorno che ha prestato la sua voce al racconto, credo di sì. Inizialmente pensavo di essere troppo dentro alla storia, poi ho avuto il giusto distacco anche grazie alle altre importanti personalità che sono presenti del documentario, testimonianze preziose di mostri sacri del cinema italiano e internazionale come Charlotte Rampling, Vanessa Redgrave, Piero Tosi, Bernardo Bertolucci, Dario Argento, Margarethe von Trotta, Lilia Silvi, Carla Gravina, Roberto Benigni, Bernard Bertolucci…Ritengo che con la VeniceFilm e Kublai Film in associazione con l’Istituto Luce Cinecittà e Fenix Entertainment in collaborazione con Rai Cinema si sia realizzato un ottimo lavoro.

3 Ritiene che il cinema italiano onori la memoria di sua nonna?

Sinceramente, credo di no! (sorride)

4 Perché soprattutto i giovani dovrebbero conoscerla secondo lei?

Perché Alida Valli è la storia del nostro cinema, ha avuto successo anche all’estero, ha preso parte a film importanti, per scoprire la sua timidezza spesso e purtroppo scambiata per scontrosità e snobismo, per la sua indipendenza, per il suo non voler essere trattata come una diva da sfruttare dall’industria hollywoodiana. Infatti pur di non farsi schiacciare da quel “sistema”, preferì pagare una penale molto alta. In America aveva girato Il caso Paradine con Gregory Peck e diretto da Alfred Hitchcock, dando grande prova anche come attrice di noir.

5 Ad Alida Valli piacerebbe il cinema di oggi?

Penso di sì, mia nonna era molto curiosa. Non a caso ha girato molti film, tutti diversi tra loro. Si pensi a La prima notte di quiete con Zurlini, agli horror Suspiria e Inferno con Dario Argento, al Grido con Antonioni, a Un’orchidea rosso sangue di Chereau, ad un altro horror in Italia, La casa dell’esorcismo, partendo dal cosiddetto cinema dei telefoni bianchi fino ad Edipo re di Pasolini. Lei si divertiva molto a misurarsi con generi diversi.

6 Tre film con protagonista sua nonna che secondo lei hanno fatto la storia del cinema?

Diciamo subito Senso di Visconti perché va sempre citato, per non scontentare nessuno, Novecento di Bertolucci e un film che pochi conoscono ma che è considerato uno dei migliori horror della storia del cinema, ovvero Occhi senza volto del francese Georges Franju, un film moderno che tratta del tema della scienza avveniristica e che ha aperto la strada a molti altri, dove mia nonna veste i panni di una “cattiva”.

7 Qual era la più grande dote cinematografica di sua nonna? Ed umana, che poi fa da corroborante anche per la recitazione?

D’istinto direi la fotogenia e lo sguardo magnetico, quegli occhi di ghiaccio che bucano lo schermo, ma pensandoci meglio, la costanza, la serietà. La grande capacità di mantenere la concentrazione per tutta la durata delle riprese, in virtù del fatto che come si sa, a volte si gira direttamente l’ultima scena e poi la prima, ci sono pause, ecc…Ecco Alida non perdeva mai la concentrazione e il senso della misura. Dal punto di vista umano direi la dignità, il temperamento e la riservatezza.

8 Nonostante sua nonna facesse di tutto per smitizzare la propria immagine, lei, guardando i suoi film e quell’epoca la considera una diva?

Certo in riferimento al mio concetto di diva, ovvero, paradossalmente un’antidiva, un’attrice che fa di tutto per tenere fuori dalla propria carriera di attrice il privato. Una donna misteriosa e affascinante che non si prende troppo sul serio, autoironica, non scontrosa, soprattutto con i giornalisti, come si potrebbe pensare. Una donna che non amava la mondanità, né andare alle feste che spesso fanno parte di questo lavoro. Difendeva la sua vita privata e i suoi affetti.

9 Anche Lei si occupa di cinema, a cosa si dedica nello specifico e quali sono i suoi obiettivi?

Ho studiato regia e sceneggiatura cinematografica all’Università, ho lavorato con mio padre in teatro, ho fondato una compagnia teatrale che porta il nome di mia nonna, ho diretto il film Come diventai Alida Valli e preso parte ad un film, Black Star – Nati sotto una stella nera. Ho girato un corto con Giulio Brogi, Pedone va a donna, selezionato per il Festival del Cinema di Roma e Cuore con Giorgio Colangeli, grazie al quale ho vinto il bando del Nuovoimaie. Ho sempre respirato arte a casa mia, soprattutto grazie e mio padre che mi ha trasmesso questa passione.

10 Un tratto particolare che ha in comune con sua nonna?

Mi ritrovo nel suo sguardo, intravedo la sua timidezza e riservatezza che sono anche tratti della mia personalità.

 

https://zeitblatt.com/interview-with-pierpaolo-de-mejo-grandson-of-alida-valli/

Germano di Renzo: l’attore romano che ha lavorato con Mel Gibson

Germano di Renzo nasce a Roma il 12 Aprile 1976. Da sempre appassionato di cinema, si dedica alla recitazione frequentando diversi laboratori teatrali fin dall’adolescenza. Negli anni ottiene diverse gratificazioni professionali prendendo parte a molteplici pièces teatrali come “Anfitrione” di Plauto, “L’Orso” di Cechov e “L’Innesto” di Pirandello. Diversi sono gli attestati conseguiti per la recitazione cinematografica, dizione e mimesica. Di Renzo è stato anche allievo del Laboratorio Cinema 87 di Roma tenuto dalla docente Mirella Bordini. La sua formazione non si arresta nel tempo, studia infatti con Maurizio Ponzi e Pino Pellegrino, con quest’ultimo approfondisce il metodo Costa.

Scritturato come protagonista in vari cortometraggi e in piccoli ruoli internazionali, Di Renzo lavora affianco a nomi celebri come quelli di Mel Gibson e Renny Harlin. Partecipa quindi a produzioni italiane per i film di Ottaviano, Longoni e Bonifacio. Germano Di Renzo ha preso parte ad alcune serie televisive di successo quali “Distretto di Polizia 6”, “I Cesaroni 2”, “Suburra 2”, 1994 ed è apparso in vari sketches e programmi televisivi.

L’attore è inoltre speaker radiofonico, nonché cultore di poesia e saggistica. Si definisce sensibile, estroverso e fantasioso, ed anche un po’ permaloso; ma non manca di caparbia e tenacia. Di Renzo pratica e ha praticato molti sport anche a livello agonistico tra cui calcio e nuoto. Ama viaggiare e recentemente ha visitato la Lapponia, Irlanda, Tanzania e Madagascar. Afferma di non inseguire sogni di gloria e successo facile, ma vorrebbe riuscire a realizzarsi con impegno e costanza nel suo lavoro di attore. Attualmente è inserito nell’area di produzioni televisive e cinematografiche: si occupa di coordinare e organizzare il set e dei fondi ad esso destinato.

Com’è iniziata la sua carriera e quali sono stati gli episodi chiave per lei ?

Sono appassionato di cinema da sempre, passione che ho ereditato da mio padre il quale era grande fruitore e spettatore. Insieme fagocitavamo film di tutti i generi. Mi innamorai così degli attori e delle loro interpretazioni. Decisi di intraprendere la strada della recitazione. Inizialmente realizzavo spettacolini per parenti e amici. Cercavo sempre il pretesto per esibirmi. Le maestre a scuola si accorsero del mio talento e convinsero i miei a iscrivermi ad un corso. In età adolescenziale ho proseguito poi in modo serio.

Come ha accolto la sua famiglia la sua scelta professionale ?

La mia famiglia non è mai stata complice delle mie scelte artistiche. La recitazione era per loro un gioco e la mia passione era destinata ad attenuarsi. Si sono rassegnati quando la mia determinazione diventava sempre più forte e quando ho iniziato ad ottenere ruoli. La loro era più una preoccupazione per la precarietà della professione: mia madre voleva che diventassi medico mentre mio padre chiedeva di trovassi un lavoro dignitoso con una paga fissa. La carriera artistica era una prospettiva utopica e non concreta. Io rispondevo che in scena potevo essere chi volevo. La dedizione a ciò che facevo hanno fatto si che la spuntassi io. Alla fine i miei genitori si sono ricreduti o semplicemente si sono arresi ma alla fine sono felici per me. Oggi sono doppiamente fortunato perché ho una compagna che mi appoggia in tutte le scelte: se questo non è amore!

Quale consiglio darebbe ad un giovane che intraprende questa strada ?

Non è pazzia decidere di punto in bianco di fare l’attore: succede. Ci si rende conto che recitare è la cosa che non si ha voglia mai di smettere di fare. A me è successo così, e con il passare del tempo, questa idea è ancora nella mia testa. Non nascondo che la strada sia tortuosa , ma ne esistono diverse per arrivare alla stessa meta e nessuna è sicura. La direzione che posso indicare ad un giovane che non sa da dove cominciare è la stessa che darei a chi è già in cammino. Per prima cosa, essere sicuri di voler fare questo mestiere e inscriversi ad un corso di teatro. Solo mettendosi alla prova si può capire se è ciò che fa per te. La recitazione va imparata come qualunque altra disciplina, il solo talento non basta. Bisogna poi osservare gli attori già esperti e frequentare spesso il teatro, analizzando da diversi punti l’interpretazione. Aiuta tanto guardare e riguardare le scene che più ti piacciono ed è importante capire il proprio livello. Un po’ di autostima e ambizione sono fondamentali. Darsi del tempo e non bruciare le tappe è di grande importanza: troppi hanno la sensazione di essere in ritardo. Certo iniziare da bambini la carriera ha i suoi vantaggi ma avere una solida preparazione ti permette di arrivare con consapevolezza e con mezzi necessari per riuscire.

Qual è la parte più gratificante del suo lavoro e quale quella più noiosa ?

Il mestiere dell’attore non è mai noioso. L’adrenalina è tutto per noi. Ci sono però situazioni che danno ansia e inquietudine. Un esempio è l’attesa snervante prima di entrare sul set. Devi mantenere la concentrazione e non puoi rilassarti. Un altro momento in cui ci si può sentire agitati è quando devi ripetere una scena più e più volte e si ha paura di sbagliare o perdere sinergia. Per il resto è come lavorare in una grande famiglia dove ci si aiuta, si discute, si scherza e si urla. Il copione è il tuo amico più fedele e il ciack da avvio a tutto. La gratificazione più grande è il riconoscimento da parte degli addetti ai lavori e del pubblico che ti ripaga per i sacrifici svolti.

Quale ruolo le appartiene di più?

Interpretare l’antagonista o il cattivo. Al contrario il ruolo di buono tende ad annoiarmi un pochino.

Questa mia idea è conforme anche a quella degli spettatori che mi preferiscono nel primo ruolo.

Gli antagonisti hanno grande fascino ed esaltano la mia performance: più sono folli e malvagi più sono grato per l’assegnazione. Ne ho purtroppo interpretati pochi ma sono quelli alla quale sono più affezionato. Non posso sceglierne uno nello specifico perché li ho amati tutti.

Lei è attore si a di Teatro, di Cinema e Tv. Come si approccia ai diversi ambiti ?

Sia nel cinema che in teatro, all’interprete si richiede di emozionare lo spettatore. Anche se l’obiettivo è comune si utilizzano diverse tecniche. Un attore di teatro deve farsi sentire da tutti i presenti in sala, utilizza quindi tecniche diaframmatiche, allena il tono di voce e le corde vocali. Recita con le parole e con tutto il suo corpo non esagerando ma avvicinandosi alla verosimiglianza. Deve emozionare e far emozionare e con la messa in scena affronta la vera è propria prova del fuoco: l’attore è nudo e deve essere pronto a tutto. Non può sbagliare. L’interpretazione cinematografica è mediata da un macchinario, ci si concentra sulla micro-espressività e sulle sfumature vocali elementi che si perdono a teatro. Entrambi le interpretazioni richiedono anni e anni di esperienza e lavoro e nessuna è meno complessa dell’altra .

Cosa più dirci in merito alla situazione attuale degli addetti ai lavori dello spettacolo e al poco interesse dello stato nel rimettere in moto una macchina ferma a causa della pandemia ?

Centinaia di migliaia di lavoratori del settore sono in condizioni precarie e senza una prospettiva di assistenza. La strada dei bonus non è quella giusta da intraprendere. Bisogna riconoscere redditi di sostegno strutturali e universali per risalire la china. La cultura e lo spettacolo sono i settori più colpiti e il Governo sembra snobbare questo problema soddisfacendo gli interessi solo dei grandi enti e delle grandi imprese. Lo Stato deve tutelare chi lavora in questi due ambiti. La sopravvivenza e la dignità delle persone non può dipendere dall’inottemperanza del potere politico. Gli addetti ai lavori dello spettacolo continuano a lottare per aver riconosciuti questi diritti e non si fermeranno fino a quando non avranno ottenuto risposte concrete. Una riforma di questo settore sarebbe l’ideale per rilanciare lo spettacolo.

Yari Gugliucci, attore versatile e alla ricerca di storie originali, farà parte della giuria di Cannes 2021

Yari Gugliucci è un attore italiano nato a Salerno che abbiamo potuto ammirare in film e fiction. Laureato in sociologia e filosofia, Yari vanta collaborazioni con registi quali Lina Wertmüller in Ferdinando e Carolina (1999), dove veste i panni di Gennarino Rivelli, amico del Re Borbone, e nel film per la televisione Francesca e Nunziata (2001), e con i Fratelli Taviani con Raoul Bova e Claudia Gerini, nella miniserie televisiva Luisa Sanfelice (2004), nel ruolo del giacobino Michele Capopolo.

Non mancano lavori internazionali: il regista polacco Rebinsky lo sceglie per il ruolo di Calibano per la sua versiona cinematografica del dramma La tempesta di William Shakespeare accanto ad attori del calibro di  Michelle Pfeiffer e Kevin Kline. In Gran Bretagna, nel 2003, l’attore salernitano gira il film televisivo coprodotto da BBC e Hbo, La mia casa in Umbria, per la regia di Richard Loncraine accanto a Maggie Smith e Timothy Spall, con il quale lavora di nuovo nel 2008 nel remake di Camera con vista, di Nicholas Renton.

La carriera di Gugliucci prende una piega sempre più internazionale grazie ai riconoscimenti al Festival di Edimburgo con lo spettacolo su Totò, il Premio del Festival dei Due Mondi di Spoleto, quello a Venezia per lo spettacolo “Viktor und Viktoria” con Veronica Pivetti, e soprattutto con il Premio Especial de critica teatral dall Accademia di Artisti spagnoli che annovera tra i suoi premiati Pedro Almodovar e Javier Bardem.

Attore versatile dallo sguardo profondo e dallo spirito ironico, Gugliucci è alla ricerca di storie originali, ama la fiction di qualità e auspica che anche l’Italia come Francia e Germania possa essere supportata culturalmente dallo Stato; d’altronde non ci si può ricordare dell’Italia ed esserne fieri solo quando porta a casa dei premi.

Durante il lockdown Gugliucci ha anche scritto un libro dedicato la personale medico-sanitario (diventata virale sul web), la “Ballata degli angeli verdi” e un altro per celebrare i suoi 30 anni di carriera nel teatro. Ma probabilmente, la cosa che rende più felice e orgoglioso Gugliucci in questo momento è la chiamata a presiedere in giuria a Cannes 2021 (quest’anno si terrà nel mese di luglio invece di maggio), selezionato tra ben 200 attori, in attesa di vederlo nella fiction di successo, I bastardi di Pizzofalcone 3 con Alessandro Gassman.

 

1 Quando ha iniziato ad appassionarsi al cinema?

Da quando in sala da piccolo si spegnevano le luci e il suono forte accompagnato dalle immagini gigantesche mi inchiodava sulla poltroncina in un mix di terrore e sbigottimento.

2 Il primo film o spettacolo teatrale che l’ha colpita?

E.T. di Steven Spielberg.

3 I registi che stima di più?

Terry Gilliam Lina Wertmuller Wes Anderson, Alan Parker, Fratelli Coen, Michael Cimmino, Spike Jones, Frank Capra, Tarantino, Emanuele Crialese, Luca Guadagnino, Fellini, De Sica, Sergio Leone, sono davvero tanti.

4 Cosa pensa del cinema italiano oggi? E cosa si augura?

Penso che ci sono giovani talenti cresciuti con l’avvento della tv d’autore e dei Film sperimentali di Netflix e Amazon e che bisogna sviluppare tecniche innovative e cercare storie originali. Sono fiducioso.

5 Lei si è diviso tra cinema e fiction, qual è la principale differenza, cosa predilige e come trova le fiction di oggi?

Un tempo la fiction veniva vista in malo modo oggi comanda. Le storie sono piu’ importanti di una piattaforma, mi auguro che la gente legga e scriva meglio.

6 Ha recitato nel dramma Tempesta di Shakespeare con Michelle Pfeiffer e Kevin Kline, nel ruolo dello schiavo deforme Calibano. Che esperienza è stata, quale tipo di approccio ha avuto per questo personaggio e cosa qual è l’aspetto più attuale del teatro di Shakespeare?

Sono passati esattamente venti anni da quell’esperienza e allora ero piu’ incosciente oggi sono piu’ fiducioso ed ogni ruolo come quello di Calibano (inglese o italiano, accanto a star internazionali o locali) mi preparo allo stesso modo: cosa vuole quel personaggio e perché lo vuole. Calibano è definito da Prospero “un demonio nato”, un essere inferiore e questi si ribella a Prospero; è sbagliato considerarlo un rappresentante del mito del buon selvaggio, perché Calibano tenta di violentare Miranda sebbene sia sensibile alla musica, alla bellezza ed è fondamentalmente un credulone, è anche pervaso dagli istinti più bassi.

7 Ritornando al dramma di Shakespeare in cui si esalta la temperanza, tale virtù quanto è utile o necessaria per la crescita di un attore?

Oggi contano tantissime cose. All’epoca cercavamo solo il talento e i grandi riconoscimenti prima, oggi vale il detto “Basta che funzioni! ”

8 Come spiega il successo della fiction targata RAI ambientata a Napoli “Sirene”?

Fu una intuizione di Ivan Cotroneo, quella riuscire a scrivere qualcosa che allontanasse Napoli e la Campania dalle tenebre di riciclaggio e morti violente, dai luoghi comuni e il pubblico lo ha subito apprezzato.

9 Ha preso parte anche alle fortunata serie TV La piovra e nello specifico, “La Piovra 8-Lo scandalo”, e a “Luisa Sanfelice” dei fratelli Taviani, ha nostalgia di quel tipo di serie televisive, cosa le è rimasto di più nel cuore di quel periodo e cosa ha imparato?

Il passato non lo guardo troppo, mi interessa di piu’ il futuro, posso solo dire che era una televisione di autori veri, come i fratelli Taviani, Giacomo Battiato, e altri. C’era una bellissima lentezza che era il vero artigianato, oggi e’ viene realizzato tutto all’istante e si brucia anche piu’ in fretta.

10 Prossimi impegni e sogni ancora da realizzare?

Tra i prossimi impegni c’è  un libro sulla mia esperienza americana di questi anni e accanto a geni come Lina Wertmuller, Woody Allen, Terry Gilliam, ma non per parlare di me bensì per far capire ai giovani e ai miei studenti quanto sia necessario il nostro lavoro svolto in un “certo modo”, con disciplina e dedizione.

11  Cosa ha provato quando l’hanno scelto tra 200 attori per far parte della giuria di Cannes 2021, e cosa pensi di questi festival, è davvero il più organizzato e cool di tutti?

Sono sorpreso di essere in giuria a Cannes 2021 grazie, credo, ai prestigiosi riconoscimenti teatrali ma se guardo alla pandemia e come e’ cambiato il mondo allora non mi sorprendo piu’ di tanto. Le persone stanno cominciando a scegliere le cose che interessano davvero, quelle necessarie.

Premio Vincenzo Crocitti International VIII edizione con evento online Roma

L’Autore e Direttore Francesco Fiumarella e il Comitato Direttivo del Premio Vincenzo Crocitti International, rendono noto che, in dicembre 2020, pur nell’attuale contesto mondiale di estrema delicatezza e particolarità che ha portato anche in Italia, tra le altre cose alla chiusura di teatri, cinema e di molte attività connesse al mondo dell’eventistica e dello spettacolo, è stato consegnato telematicamente ad oltre 60 artisti tra esordienti, emergenti, in carriera (anche per la sezione estero) il prestigioso riconoscimento che porta il nome dell’attore Vincenzo Crocitti, noto anche come “IL VINCE” a conferma della continuità del Premio dedicato al caratterista ed attore Crocitti  per il quale nel 2020 si è celebrato il decennale della “nascita in Cielo”.

L’intento di perseguire l’obiettivo delle premiazioni anche in quest’anno così difficile, è stato principalmente quello di continuare a stimolare gli artisti e quanti dediti al mondo del cinema e della cultura per non abbattersi, per non rinunciare a credere nel loro lavoro, per continuare a sognare e come fanciulli credere che un mondo migliore si potrà sempre costruire. I Premi di questa edizione sono stati tutti fortemente voluti soprattutto dall’autore che insieme alla Direzione hanno meticolosamente visionato i curricula di migliaia di artisti e intellettuali nelle varie categorie compresi i candidati del bando flash che ha preceduto le assegnazioni in modalità virtuale.

Un lavoro non facile visto la finalità del Premio, ovvero scegliere chi meritocraticamente poteva esserne il destinatario. E i meritevoli, a ben “scovare” sono come sempre tantissimi; una scoperta continua di persone che studiano, amano l’arte e la cultura, il cinema e la musica, lo sport, il canto, la danza, amano scrivere e creare… Un mondo di lavoratori, veri, si proprio così, veri…  chi alle prime armi, chi già avviato, chi professionalmente realizzato da parecchi lustri; decine, centinaia di lavoratori che spesso non sono valorizzati come si dovrebbe; che lottano giorno per giorno per “sfondare quella porta” ed avere un po’ di spazio, di visibilità e riconoscimento che giustamente meritano ma che tarda ad arrivare o per molti a volte chissà se arriverà. Ed è proprio per tale motivo che in questa edizione così speciale si è intenzionalmente voluto premiarne un gran numero, oltre la usuale programmazione annuale, triplicando le assegnazioni. Tutto per regalare un momento di gioia, strappare un sorriso, un senso di soddisfazione a quanti lo hanno ricevuto. E così è stato.

I ringraziamenti pervenuti con i video-selfie dei singoli premiati parlano da soli; la commozione, la gratitudine e l’entusiasmo, la piacevole sorpresa e la gioia fanno da filo conduttore fra tutti i premiati.

Come non facile e del tutto innovativa è stata la modalità organizzativa delle premiazioni scelta per questa edizione, ovvero quella virtuale, a tutela di tutti e nel rispetto delle norme nazionali vigenti in queste settimane, quindi un’edizione particolare del tutto diversa dalle edizioni precedenti in presenza, svolte in Italia ed anche in Sudamerica, con l’auspicio di poterle riprendere appena la situazione nazionale lo consentirà. In tale prossima occasione tutti i destinatari del riconoscimento 2020 saranno invitati a presenziare all’evento usuale.

Prossimamente sarà divulgata on line la presente Edizione “virtuale” nelle modalità di trasmissioni possibili in via telematica e attraverso la rete ed i canali ufficiali del Premio Vincenzo Crocitti International.

Il Comitato Direttivo sta già lavorando nel merito; nel contempo ringraziando quanti hanno collaborato alla realizzazione di questa VIII edizione, premiati, simpatizzanti, partner storici (Miss Straniera d’Italia), tecnici e anche gli sponsor ufficiali delle passate edizioni fra i principali: Ipertriscount, 2001 Rainbow s.r.l., Rinomata Pasticceria F.lli Silvestrini, MTM car service s.r.l., Nashville), le Location,(in particolare il Green Park Pamphili di Roma), tutti i componenti della Direzione Premio e l’autore danno appuntamento al prossimo evento sulle note della pucciniana “All’alba vincerò” magistralmente eseguita dal tenore Patrick Salati che ha voluto così contribuire da Modena a questo particolare evento virtuale con un suo video canoro ben augurale.

 

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