Roberto Vandelli: “C’è bisogno di teatro in tutte le sue espressioni!”

Roberto Vandelli, classe 1964. Professione sulla carta d’identità: attore. Dopo la maturità artistica, si diploma in Dizione all’Accademia dei Filodrammatici di Milano. Vandelli entra a far parte della Compagnia del Teatro Gerolamo di Milano diretta da Umberto Simonetta come assistente alla regia, partecipa agli spettacoli Ah, se fossi normale e Serata a teatro.

Sin dall’inizio della sua carriera, Roberto Vandelli, si è dimostrato un artista poliedrico: dal palco dei teatri ai set cinematografici, agli spot pubblicitari fino alla radio. Il suo curriculum teatrale infatti è molto corposo: Vandelli ha recitato nei drammi shakespeariani Riccardo III, Amleto, La Tempesta, Pericle principe di Tiro, Tommaso Moro ma anche in opere di Carlo Goldoni, Luigi Pirandello e Dino Buzzati. In televisione ha preso parte a varie fiction, tra cui: Don Matteo 7,  Casa Vianello, Vivere e la sit-com Camera Cafè. (Per il suo curriculum completo http://(https://www.teatroscientifico.com/chi-siamo/c-v/roberto-vandelli/)

Per il cinema nel 2014 ha interpretato anche un fotografo nel docufilm Fango e gloria-La Grande guerra presentato alla Mostra del cinema di Venezia. Numerosi sono anche gli spot pubblicitari di noti marchi che lo hanno visto protagonista. Nel fare la spola tra teatro e cinema, Roberto Vandelli è riuscito a fare anche il docente, tenendo corsi di Teatro all’Accademia Regionale Veneta, di mimo alla scuola per audiolesi di Brescia, corsi di specializzazione per attori in acrobatica alla Scuola di Mimo del Teatro/Laboratorio e corsi di recitazione in vari Istituti Scolastici Superiori. In più, ha portato il teatro all’interno delle carceri come attività per il recupero dei detenuti.

 

Quando ha capito di voler fare l’attore e chi sono stati i suoi maestri?

Ho iniziato a frequentare l’ambiente del teatro molto presto, soprattutto non venendo da una famiglia di artisti. Il primo approccio è stato all’Oratorio San Carlo di Milano, un classico, facevamo un Musical scritto e diretto da una ragazza (Anna Garaffa) molto brava e molto giovane come del resto tutti noi che componevamo il gruppo. È così che è nata la voglia di fare teatro. In quello stesso periodo mi presentai ad un’audizione al Teatro Gerolamo di Milano, allora diretto da Umberto Simonetta che sicuramente posso considerare il mio primo maestro, scrittore, giornalista, autore anche di canzoni, il famoso “Cerutti Gino” cantata da Giorgio Gaber per citarne una. Mi presento come suggeritore, avevo 16 anni. Al Teatro Gerolamo chiamato la bomboniera per bellezza e dimensioni ridotte, ho visto nascere spettacoli come “Mi voleva Strehler” con Maurizio Micheli, “Ah, se fossi normale” con Riccardo Peroni. Es è stato proprio in quegli anni, i primissimi anni ’80 che decisi quella che sarebbe stata la mia professione. Finita l’esperienza al Gerolamo che venne chiuso nel 1983 (per riaprire solo in questi ultimi anni) feci l’esame di ammissione all’Accademia dei Filodrammatici di Milano deciso a intraprendere la professione che faccio tuttora.

È un artista molto poliedrico, la sua carriera è costellata di ruoli in teatro, cinema, tv, radio e spot pubblicitari. Cosa riesce a trarre da questi mondi così diversi?

Innanzitutto, mi diverte cambiare, fare cose diverse, ogni esperienza è un arricchimento per chi fa questo lavoro. Credo che un attore per definirsi tale debba essere duttile, poliedrico, naturalmente poi ci sono “generi” dove si è più portati e altri meno. Ricordo che durante la tournée del “Riccardo III” io e Massimo Ranieri ci prendevamo in giro perché io facevo la pubblicità di un box doccia e lui di un supermercato, ma alle 21,00 in scena con Shakespeare…

Si è prestato alla formazione didattica volontaria per il recupero sociale di detenuti. Qual è stato il loro approccio. Cosa, invece, si è portato a casa lei da questa esperienza?

Con i detenuti ho lavorato sia al Carcere di massima sicurezza di Opera (Mi) che al circondariale di Montorio (Vr). Ricordo un episodio curioso, un mio allievo di Opera me lo sono ritrovato dopo che era evaso, a Montorio… Lavorare con i detenuti è stata una gran bella esperienza. Storie disperate ma anche tanto entusiasmo, curiosità e umiltà verso un mondo, quello del teatro che per la maggior parte non conoscevano. Ma anche il diverso approccio da parte di chi, come ad Opera, ha l’ergastolo o pene comunque lunghe e chi come nei circondariali, meno.

È anche docente di recitazione, tiene corsi di teatro e di mimo. Qual è l’insegnamento più prezioso che regala ai suoi allievi?

Mi è capitato in diverse occasioni di tenere corsi o seminari. Quando il seminario è indirizzato a giovani che desiderano fare questo mestiere, cerco di renderli consapevoli di che cosa significa realmente farlo. Per dire di saper guidare bene una macchina non basta saper cambiare le marce… È un mestiere fatto di grandi soddisfazioni ma non solo, ci sono anche sacrifici, studio, privazioni, delusioni. Ci vuole determinazione e consapevolezza, oltre alle qualità artistiche naturalmente…

Ha portato in scena testi di autori del calibro di Shakespeare, Pirandello, Gadda, Goldoni e Buzzati quale di questi gli è rimasto nel cuore e perché?

A Gadda sono legato perché è stato il primo spettacolo che ho fatto al Franco Parenti di Milano, fino a qualche tempo prima frequentato da spettatore e adesso a calpestarne le gloriose tavole! Ecco una delle soddisfazioni di cui sopra… Facevamo Gadda appunto, “l’Adalgisa” per la regia di Umberto Simonetta e protagonista la grande Rosalina Neri. Poi naturalmente sono legato a Simonetta, alcuni suoi testi sono geniali e per finire, Luigi Lunari, ero legato da un’amicizia nata durante la messa in scena di “Tre sull’altalena” di cui avevo curato anche la regia per il Teatro Stabile di Verona. E più recentemente “Rosso Profondo” prodotto dal Teatro Scientifico di Verona. Testo ispirato a Craxi suo compagno di scuola, ma per gli argomenti che tratta, ancora attualissimo. Incrociando le dita ho diverse date per la prossima stagione.

Durante il lockdown ha partecipato alla rassegna Sorprese dalla finestra. Quanto è stato importante esibirsi in un periodo storico in cui i teatri sono chiusi. Che rispondenza c’è stata da parte degli spettatori?

Roberto Vandelli durante la rassegna “Sorprese alla finestra”

La rassegna Sorprese alla finestra ideata da Isabella Caserta, mia moglie e direttrice artistica del teatro scientifico/laboratorio di Verona, è stata una breve parentesi felice in questo terribile anno, terribile per tutti ma per alcune categorie di più. Ci siamo esibiti proprio da una finestra del teatro e la risposta del pubblico, grazie anche al bel tempo che ci ha sostenuto, è stata molto positiva, per numero ed entusiasmo.

In particolare, in quella occasione ha recitato un monologo sul mestiere dell’attore. Cos’è per lei essere un attore?

Questa domanda apparentemente semplice in realtà è la più difficile. Parto con la risposta standard, con voce impostata: “non avrei potuto fare altro nella vita…”.  Per me è un mezzo per poter raccontare delle storie, per commuovere, divertire, far pensare… È il mestiere che amo e che ho la fortuna di fare.

Cosa ne pensa della chiusura prolungata dei teatri e cosa significa per un attore non potersi esibire?

La chiusura è molto dura e non basterà fare riaprire senza tenere conto di progettualità, programmazione, organizzazione. Grandi sono state e sono le difficoltà di tutti gli scritturati, artisti, tecnici, maestranze varie, ma anche per gli imprenditori del settore, produttori o gestori di spazi teatrali privati. Vedremo anche come gestiranno le prossime riaperture con il coprifuoco alle 22, 00.. Purtroppo, come ha scritto Ascanio Celestini il teatro produce più cultura che denaro. Questo è il punto…

Siamo un magazine che si occupa anche di letteratura. C’è uno scrittore che ama particolarmente o qualche libro che spesso ritorna a sfogliare?

Umberto Simonetta, i suoi romanzi, Tirar mattina, Lo sbarbato che raccontano di una Milano di periferia, che non è più così, con l’utilizzo di un linguaggio “parlato” li amo molto. Sono molto legato a Milano, la città dove sono nato e cresciuto. Mi piacciono molto anche i romanzi, per questo un altro libro al quale sono legato e che ho scoperto perché il protagonista della storia si chiama come me, Roberto Vandelli, è: Milano criminale di Paolo Roversi, ambientato nella Milano del boom economico degli anni 60/70, ma grigia di fumo e rossa di sangue.

Guardando al futuro… Quali sono i suoi progetti o sogni da realizzare? 

Il progetto più imminente è uno spettacolo provato nel dicembre 2020, in piena pandemia, voluto fortemente da PPTV, una realtà che raccoglie diverse forze produttive private venete con la collaborazione del Teatro Stabile del Veneto. Dopo vari rimandi dovuti al coronavirus, finalmente saremo in scena al Teatro Romano di Verona il 24 agosto e in tournée la prossima stagione. Lo spettacolo è: “Il Teatro comico” di Carlo Goldoni per la regia di Eugenio Allegri e 9 attori in scena con protagonista Giulio Scarpati. Insomma, i progetti non mancano, la voglia anche, le vaccinazioni proseguono e la speranza è di tornare presto in scena per restarci. C’è bisogno di teatro in tutte le sue espressioni! Ci vediamo in scena!

 

 

L’attore e regista Al Fenderico vince il premio internazionale Vincenzo Crocitti

“E un riconoscimento particolarmente importante per me perché viene dall’Italia, il mio Paese di origine, da dove sono partito per inseguire la mia passione artistica e crescere in ambito internazionale. Ringrazio per questo tutti i Componenti del Premio e il suo direttore, Francesco Fiumarella.” Al Fenderico, commenta così l’assegnazione a Roma del Premio Internazionale Vincenzo Crocitti quale attore, regista e sceneggiatore emergente. Il premio fu istituito in onore dell’attore Vincenzo Crocitti, ricordato, tra l’altro, per il film “Un borghese piccolo piccolo” (1977), dove ricopriva il ruolo del figlio del personaggio interpretato da Alberto Sordi.

Per quel film, a Crocitti vennero assegnati un Premio speciale al David di Donatello e un Nastro D’Argento. In passato, ad aggiudicarsi il Premio sono stati attori e registi italiani affermati come Alessandro Borghi (2015), Vincent Riotta (2017), Marcello Fonte (2018), Francesco Montanari (2018), Volfango De Biasi (2018) ed altri, ma come anche altri protagonisti emergenti nel panorama cinematografico internazionale.

Al Fenderico, nato a Napoli nel 1992, bilingue italiano ed inglese, attore, regista, sceneggiatore e produttore creativo, deve la sua formazione alle numerose esperienze conseguite in Italia, Canada (anche con Maestri di Hollywood), e Regno Unito dove ultimamente sta conseguendo la laurea in regia e sceneggiatura presso il Royal Central School of Speech and Drama di Londra, riconosciuta molto per aver forgiato moltissimi artisti che ricoprono ruoli importanti nell’industria cinematografica e teatrale internazionale.

Il suo percorso artistico si snoda tra Canada, USA, Regno Unito e Italia. Significativo anche il suo impegno in teatro e in una serie di cortometraggi girati a Napoli e Londra, protagonisti di Festival internazionali e di molti riconoscimenti. Tra questi, nel 2017 ha recitato e prodotto uno spot pubblicitario a Napoli sulla sicurezza stradale: “Guida Responsabilmente”, premiato come Miglior Spot, al settimo evento de “La Madonna v’accumpagna, chi guida sei tu”.

Il suo cortometraggio “Hey Tu”, in cui ha lavorato come sceneggiatore, regista, produttore e attore co-protagonista, arrivato alla selezione ufficiale è poi risultato finalista di molti Festival e per la sceneggiatura ha ottenuto la Menzione d’Onore quale Miglior film d’ispirazione al Top Shorts Online Film Festival nel 2018 a Los Angeles. Questo suo lavoro è stato poi lanciato con successo su Amazon Prime Video USA, Regno Unito e Germania . Un altro cortometraggio in lingua inglese, dal titolo “Alfabeto Italiano”, in cui interpreta il ruolo del protagonista, è sulla nuova piattaforma di streaming Reveel Movies.

Al Fenderico è ora impegnato nello sviluppo del suo film drammatico “Belong” scritto insieme al suo collega Carlo Finale e lavora alla scrittura di una sua nuova serie televisiva. Un talento da seguire.

 

La Notte delle Stelle all’Anfiteatro Campano. Il grande omaggio a Ennio Morricone con il concerto di Lello Petrarca

Musica, arte, enogastronomia ed astronomia. Saranno gli ingredienti di una delle “Notti delle Stelle” più speciali in programma quest’anno in Campania per San Lorenzo. La Notte delle Stelle ideata dall’Arena Spartacus Festival, la rassegna di cinema, danza, letteratura, musica e teatro che anima tutte le sere estive l’Anfiteatro Campano di Santa Maria Capua Vetere, il secondo più grande al mondo per dimensioni dopo il Colosseo. Il programma completo del Festival propone per lunedì 10 agosto il concerto di Lello Petrarca pianista, compositore, polistrumentista ed arrangiatore che tra le sue molteplici collaborazioni vanta quelle con Nino Buonocore, Daniele Sepe, Stefano Di Battista, Markus Stockhausen, Fabrizio Bosso, Gabriele Mirabassi e tanti altri. Sarà un viaggio musicale da “Morricone a Napoli” quello di Petrarca. Un concerto inedito che miscelerà le musiche da film del grande Ennio Morricone scomparso da appena un mese con composizioni originali e rielaborazioni dei temi più noti delle varie tradizioni musicali, a cominciare da quella partenopea.

Prima del concerto a partire dalle 20 come ogni sera nell’ambito dell’Arena Spartacus Festival sarà sempre aperta l’area caffetteria, pizzeria e ristorazione stabilmente curata da Amico Bio Arena Spartacus, che dal 2013 è il primo ristorante biologico al mondo in un sito archeologico e che in occasione del Festival propone speciali menù tematici a prezzi ridotti. Dopo il concerto l’osservazione delle stelle cadenti sul prato dell’Arena Spartacus a due passi dall’Anfiteatro Campano nella sua versione notturna illuminata.

Joe Barbieri, Daniele Sepe e Sergio Caputo nel programma musicale di Agosto sul palco dell’Anfiteatro Campano che nella sezione Teatro ospiterà anche “La guerra di Troia” del Demiurgo

La sezione musicale del Festival, diretta da Donato Cutolo, a fine Agosto, dopo i due grandi tributi a Stevie Wonder ed Ennio Morricone, metterà in campo tre calibri da 90 con i concerti di Joe Barbieri (25 Agosto) e Sergio Caputo (30 Agosto) organizzati in collaborazione con il Napoli Jazz Club e con la ‘ciurma’ guidata da Daniele Sepe che il 27 Agosto porterà sul palco dell’Arena Spartacus “Le nuove avventure di Capitan Capitone”.

Dopo le serate comiche di Luglio la sezione teatrale dell‘Arena Spartacus Festival, diretta da Maurizio Zarzaca, il 28 Agosto accenderà i riflettori sull’epica e sulla storia ospitando “La guerra di Troia” rivisitata da “Il Demiurgo”, una delle più importanti compagnie teatrali italiane del settore della narrazione teatrale all’interno dei siti culturali. Un preludio di future iniziative che la rete culturale nata attorno al Festival organizzerà anche con le scuole della Campania.

Dai film d’autore alle pellicole da Oscar musicati da Morricone: la sezione cinema ospita anche nuove uscite e anteprime nazionali come “Il delitto Mattarella” e “Crescendo #makemusicnotwar”

Cinque le serate fisse del Festival, organizzate con la direzione artistica di Nicola Grispello, stabilmente dedicate al cinema (lunedì, martedì, mercoledì, sabato e domenica). Il martedì continueranno le “Anteprime al Cinema“: pellicole mai viste al cinema causa Coronavirus, ma presentate in Premium video on demand, e riproposte ora sul grande schermo con lo scopo di riavvicinare il pubblico ad una visione collettiva del film dopo il ‘lockdown’. Come avverrà, ad esempio, martedì 11 Agosto per “Favolacce” il film dei fratelli d’Innocenzo, con uno straordinario Elio Germano, vincitore dell’Orso d’argento al Festival di Berlino per la migliore sceneggiatura. Il mercoledì saranno presentati i film Premi Oscar e vincitori di Festival internazionali. Una categoria in cui spiccano “C’era una volta a Hollywood” di Quentin Tarantino premiato con l’Oscar 2020 a Brad Pitt (12 Agosto) e “Green Book” di Peter Farrelly trionfatore agli Oscar 2019 come miglior film dell’anno (26 Agosto).

Scarica il Programma Agosto 2020 (1)

Giuseppe Gimmi, rivivere e assaporare la nostalgia degli anni ’80 con un velo di tristezza

“Mi mancheresti anche se non ci fossimo conosciuti” recita un celebre aforisma che pare non avere autore e che trasuda nostalgia. Frase che sembra essere stata scritta apposta per Giuseppe Gimmi, ragazzo pugliese di 22 anni che circa un anno fa ha lanciato l’idea artistica “The Vintage” per raccontare e racchiudere la sua forte passione: gli anni ’80, realizzando una linea di maglie personalizzate, che rappresentano ciò che sceglie di scrivere la gente.

Giuseppe crea, trasformando tutto il materiale con forme e colori completamente anni 80, prendendo spunto da copertine di cinema o musica. Idea vincente la sua, perché racchiude una forma di comunicazione da e per la gente, che diventa subito protagonista, grazie alla scrittura veicolata da una suggestione (ogni maglia prodotta infatti è un pezzo unico). Giuseppe per trarre ispirazione studia le pellicole del grande cinema e la musica anni ’80.

Ha realizzato e consegnato molti lavori a personaggi dello spettacolo, per citarti alcuni: Ronn Moss, Alessandro Cattelan, Marina Di Guardo (mamma di Chiara Ferragni), Rocco Papaleo, Enrico Montesano, Alessandro Borghi, Jerry Calà, ‪Fabri Fibra‬ e tanti altri.

Non ha vissuto quegli anni Giuseppe ma li rivive in primis lui stesso con grande intensità, energia e rispetto, senza lasciarsi guidare solo dal sentimentalismo e dalla nostalgia per non aver vissuto quegli anni che oggi a molti giovani sembrano irripetibili, irraggiungibili.

Per diletto Giuseppe compone anche dei brani musicali che potrebbero un giorno essere racchiusi in una raccolta e pubblicati, tra questi anche l’uscita del mio primo singolo a settembre; ma senza tralasciare lo studio approfondito soprattutto del cinema di quegli anni attraverso la passione per figure come quelle di Alberto Sordi e Carlo Verdone, che ci hanno messo alla berlina i nostri vizi, manie, ansie e tic, in quel momento d’oro del cinema italiano, che univa commedia e tragedia, brillanti invenzioni romanzesche e tetro dramma della Storia. L’ansia che scaturisce dal bisogno di infinito, dalla nostalgia e dal rimpianto di non essere nati in quel periodo e che funge da filo conduttore anche per quanto riguarda, ad esempio, le sonorità e la malinconia di fondo che si respira nelle canzoni di Tommaso Paradiso.

 

1 Come e quando nasce la passione per gli anni ’80?

Nasce tutto da ansie e momenti di solitudine che percorrono la mia vita, fin da bambino, da sogni e miti che si mescolano in un passato come un film di Sergio Leone. L’essere bambino è un qualcosa che noi tutti ci portiamo. Nato in una vecchia masseria pugliese, ho apprezzato e praticamente fatto mio ogni cosa che mi circonda dalla porta che cigola alle ore 6.00 del mattino prima di andare a correre, al canto degli uccelli al profumo dei jeans e delle t-shirt lavate a mano fino ad arrivare alla sera uno dei momenti che io amo, quando tutto sembra fermo, si sentono solo i grilli che cantano e fanno festa e le stelle che brillano nei nostri occhi, penso che tutto questo sia la vita. Ho sempre amato in realtà i miti, dove crescere e imparare. Da qui parte la mia grande voglia di riscoprire quel sapore semplice del passato, che alcune volte può essere anche crudele. Ho iniziato a guardare i primi film essendo del 1997 con tematiche anni 80, quindi diciamo vicini a me anche se molto lontani, da qui ho scoperto che tanti film del passato sono per me una sorta di liberazione anti stress che allontanano le miei ansie facendomi rivivere momenti che sento miei.
Ad esempio, vacanze di natale 83, li c’è un grande fascino, per me c’è tutto, c’è quella grande nostalgia di un Natale fatto di semplicità ma sopratutto di spensieratezza. Quindi per me l’era di quel tempo e di quei miti parte da qui, non tralasciando però altri anni importanti, però a me piace portare sempre questi miti e i loro pensieri anche in una fase attuale. Penso che noi tutti dobbiamo guardare un film di Steven Spielberg, come E.T film incredibilmente magico, ascoltare Lucio Dalla quando si torna a casa dopo un lungo viaggio, piangere quando risuonano le note di c’era una volta in America, ecco la mia vita è questa.

2 In quale ambito culturale pensi si sia dato il meglio durante gli anni ’80?

Per me gli anni 80 sono stati caratterizzati dalla buona musica e il cinema ma anche dai grandi cartoon. Venendo sicuramente da un cinema fatto da grandi protagonisti gli anni 80 segnano quel cambiamento radicale dove si iniziano a scoprire le vere tendenze di noi tutti, senza più nascondersi, senza più veli. I suoni, i sapori le emozioni erano totalmente diverse. Io come dicevo precedente non gli ho vissuti ma sono qui ora che li racconto. Dentro di me scorre quella grande voglia di conoscere, la conoscenza è per noi l’unico modo per andare avanti. Una dimensione spazio – temporale completamente diversa, ognuno si sentiva protetto da qualche robot o da qualche poster che racchiudeva la propria stanza personale con un mappamondo che girava velocemente per sognare di cambiare il mondo. La musica suonava così forte nella testa da far ballare la gente per un intera estate. Gli anni degli eroi, dei ricordi ma sopratutto delle forti emozioni.

3 Qual è stata per te l’esperienza più esaltante e costruttiva?

Sicuramente l’esperienza più costruttiva in questa mia vita è stata quella di creare un progetto che mi ha portato a scoprire e mi porta ancora oggi a riscoprire la comunicazione. Nel 2017 ho creato un progetto artistico che prende il mio nome dove realizzo delle frasi con forme e colori anni 80 su richiesta personale. Tutto questo mi ha portato a creare un progetto sicuramente fatto di persone che scrivono e si raccontano attraverso una fase di scrittura che poi viene creata da me e applicata in uno studio grafico su delle magliette. Un percorso quindi formativo, che mi ha fatto scoprire la creatività arrivando anche a tanti nomi importanti.

Oltre a questo ho un nuovo progetto in corso, sempre mosso dalle ispirazioni derivanti dal cinema e musica anni 80, ossia quello di specializzarmi nell’affascinante mondo della sceneggiatura in ambito cinematografico.
Per diletto sto anche componendo dei brani musicali che potrebbero un giorno essere racchiusi in una raccolta e pubblicati, tra questi anche l’uscita del mio primo singolo a settembre.

Vorrei esaltare sempre più il mio metodo di scrittura che racchiude, un mondo completamente diverso, tra la realtà è sicuramente il passato. Per me immaginare, creare, sognare amare e imparare sono alla base di tutto. Scrivere, che sia una sceneggiatura o testo musicale ti fa capire in realtà quello che tu vuoi quindi farsi trasportare da quello che il nostro corpo vuole e sicuramente se ci circondiamo di emozioni, di attenzioni ma soprattutto di sogni riusciamo a scrivere e trasmettere qualcosa d’importante. Sognare ovviamente con i piedi per terra perché nella vita nessuno ti regala niente. Una giorno ero a casa sul divano mentre guardavo un documentario sull’importanza della figura di San Giuseppe. Sognare con i piedi per terra quindi, però non perdere mai la capacità di sognare, perché solamente sognando un mondo migliore possiamo aprire le porte ad un futuro.

4 Cosa trovi che manchi manchi di più oggi dell’arte degli anni ’80?

Nulla o forse tutto. Penso che che viviamo noi tutti in un epoca incredibile dove il tempo ci rincorre, dove abbiamo paura di sbagliare dove essere perfetti è giusto. L’arte per me è qualcosa di affascinante quindi libertà d’espressione, dove ognuno di noi deve essere vero, ogni artista ha un mito dietro di sè dove crescere, imparare e sviluppare. Noi abbiamo bisogno di essere imperfetti quindi perfetti perché la vera perfezione si può avere solo se dentro di noi siamo veri. Amare quello che ci piace fare, riflettere prima di giudicare qualcuno o qualcosa, essere liberi di indossare quello che si vuole ed essere liberi soprattutto di essere se stessi.

5 Hai una grande passione per il cinema di Verdone e Sordi, due geni che hanno interpretato e parodiato le manie e i tic degli italiani raccontando un pezzo di storia del costume. Secondo te qual è oggi la favola grottesca che meglio si addice agli italiani?

Non dobbiamo mai lasciare sola l’Italia, perché l’Italia è la nostra mamma. Alberto Sordi per me come penso per l’intero popolo italiano è l’Italia. Un uomo incredibile, elegante e intelligente, vedendo tanti suoi film e leggendo libri si capisce che certi valori, certe emozioni scorrono nelle sue vene. Amare l’Italia, raccontare i suoi difetti e i suoi pregi non è da tutti. Lui è stato l’unico in assoluto a raccontare tutto questo, raccontare il sapore che avevano i vicoli delle vecchie città, le compagnie infinite , raccontare di una Roma completamente diversa da quella attuale, sul nostro schermo Albertone è stato furbo, ingenuo, scapolo, vedovo, uomo d’affari pregiudicato, cinico etc.

Alberto Sordi è stato e sarà sempre un mito dove ognuno di noi dovrà riflettere. Tra le miei più importanti figure di vita c’è anche di Carlo Verdone. Un padre per me, un uomo incredibilmente universale che è entrato a far parte della mia vita. Ansie, tic degli italiani etc, penso che sia uno dei registi attuali più importanti del nostro paese e che non c’è ne saranno più così. Ha saputo puntare sull’umanità, sulle debolezze ma anche sulla fragilità dei suoi personaggi, sicuramente ci sono tante influenze importanti nella sua vita dall’incontro con Sordi, all’incontro fondamentale con Sergio Leone etc
Io ho avuto la fortuna d’incontrarlo per un breve spazio durante un festival del cinema qui in Puglia. Mi piacerebbe un giorno, raccontarli di me, perché ogni volta che scrivo tutto questo io mi commuovo, raccontare l’importanza della sua figura nella mia vita, del suo amore che ha saputo insegnare ed insegna attraverso il cinema, facendoci capire i difetti sicuramente di noi tutti ma soprattutto le fragilità.

Molti di noi nascondono tutto questo, noi tutti abbiamo tutt’ora oggi la forza e la capacità di reagire ma soprattutto capire che tutto quello che ci circonda è il massimo. Solo noi possiamo far pian piano ritornare quei vecchi sapori, ma soprattutto quelle nostre fragilità dove arrampicarsi e scalare vette importanti per un’Italia più bella, possiamo farlo solo insieme. Sicuramente tutto questo lo possiamo fare prendendo spunto e imparando da due mostri del cinema come Alberto Sordi e Carlo Verdone.

6 Come stai vivendo questo importante momento storico? Come pensi l’avrebbe raccontato Sordi?

“Maccarone… m’hai provocato e io te distruggo, maccarone! Io me te magno!”. Avrebbe esordito così secondo me facendoci capire il valore di stare a casa. Sinceramente me la sto vivendo molto bene, perché sono un ragazzo tranquillo che ama tanto la casa ma nello stesso tempo mi mancano persone importanti. Ho scoperto è riflettuto su tante cose in questo periodo, innanzitutto rallentare e godermi sempre più ogni singolo momento, come apparecchiare, prepararsi un buon piatto di spaghetti e un buon vino rosso e gustarlo ma sopratutto apprezzando il suo grande sapore davanti ad un film o una serie tv. Capire il significato ma sopratutto l’importanza delle persone che mi circondano. Nel mio tempo libero tra una sceneggiatura e l’altra ho iniziato a coltivare un piccolo orticello dove piantare prodotti naturali e freschi ed ascoltare buona musica. C’è tanto da fare, leggere libri dare un bacio a mamma o papà e ringraziarli per tutto quello che fanno, andare a correre, aspettare la propria donna o il proprio uomo e capire, che appena la situazione migliorerà solamente un abbraccio può far scomparire tutto questo.

7 La tua sembra essere una semplice “operazione nostalgia” , invece si tratta di un vero e proprio input a riscoprire quegli anni in modo razionale. La tua è dunque una nostalgia propositiva e energica..

Assolutamente. Amo la modernità, i cambiamenti devono essere visti sempre come qualcosa di migliore. Tutti però penso che devono conoscere l’educazione, rispetto reciproco etc da dove poter ripartire. Conoscere la grande commedia italiana, da Totò, da i film di Fantozzi a quelli di Sergio Leone etc. Vorrei che tutti ascoltassero le più grandi colonne sonore come quelle di Ennio Morricone, leggessero libri sulla vita come la Repubblica di Platone che ho scoperto grazie ad un mio punto di riferimento in questa vita che è Tommaso Paradiso. Tutto questo sto cercando di trasmetterlo attraverso fasi di scrittura che possono essere cinematografiche, musicali oppure artistiche.

8 Cosa pensi delle commedie italiane di oggi?

Servirebbe ripartire e non dimenticare mai quelle vecchie pellicole che hanno cambiato la vita di noi tutti. Sicuramente ci sono tanti talenti però poco veri. La gente ha bisogno di leggere ma sopratutto vedere qualcosa di vero, ha bisogno di ridere, di piangere e quindi di percepire un ciclo verosimile che riesca a racchiudere la propria vita. Il cinema e l’unico modo per arrivare a Dio perché crea un mondo dove vanno ad abitare i nostri sogni o fantasmi, e la musica sottolinea questo nostro percorso.
Quindi cercare di essere più veri fuori ma sopratutto con se stessi e nello stesso tempo di abbandonare il mondo dell’apparire.

9 Cosa speri di trasmettere alle persone che hanno vissuto quegli anni e a chi invece non era ancora nato?

Viaggiando tanto, tra treni aerei o mezzi ho capito che la gente che ha vissuto un certo tipo di passato, quindi un età diversa ha bisogno di ricordare ma sempre con una prospettiva positiva. Il passato come dicevo prima non è sempre così bello, ci sono delle macchie nella nostra anima che non vanno mai via ma ci sono anche dei momenti belli che frequentiamo tramite sogni o emozioni. Io sono un semplice e umile ragazzo, un ragazzo di campagna che ancora crede nel cambiamento, nel romanticismo, e nei ragazzi come me che possono fare la rivoluzione e credo che la gente che ha vissuto questi anni si deve riscoprire ed emozionare come quando tornano a vedere una foto da fanciulli, ma nello stesso tempo ci deve educare a cambiare tutto questo. Quindi una sorta di prospettiva positiva dove rispecchiarsi e unirsi.

 

Giuseppe Gimmi con Enrico Montesano

10 Il tuo più grande sogno?

Il mio più grande sogno? Sognare ancora, e farlo sempre. Rivivere e assaporare la nostalgia del passato con un velo di tristezza, dove il tutto mi conduce ad una dimensione atemporale , in cui vivono realtà e sogno, presente e passato. Vorrei tanto un giorno raccontare i miei pensieri la mia creatività in giro tra teatri e testi musicali. Mi piacerebbe scrivere idee o storie da consegnare a registi importanti, tutto quello che voglio è semplicemente un mondo migliore da raccontare e da guardare insieme come una coppia di anziani che guarda il cielo stellato da una finestra, in una sera calda d’estate.

 

Facebook: https://www.facebook.com/giuseppegimmi97/

Instagram profilo t shirt: https://instagram.com/gimmi_giuseppe_?igshid=squ8fapvzaxh

YouTube: https://m.youtube.com/channel/UCr9qzDEkEaBOoBq7Ch0i1BA?view_as=subscriber

La quarantena con la cultura: le iniziative dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli

Arte, cinema, letteratura e teatro. Ma anche l’attualità dei cambiamenti dell’economia e del diritto al tempo dell’emergenza coronavirus. C’è tutto l’universo culturale dei tanti settori formativi dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, la più antica libera Università italiana, nel suo piano straordinario di eventi culturali online denominato “La quarantena con la cultura”.

“In un momento di grande difficoltà per l’Italia e per il mondo in generale – spiega il Rettore Lucio d’Alessandro nel quale l’emergenza sanitaria in atto ha portato anche alla necessaria chiusura dei tanti luoghi della cultura del Paese (dai teatri ai musei, dalle scuole alle università) l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, da sempre particolarmente attiva nell’animazione culturale del territorio, ha pensato, oltre ad un piano straordinario di didattica online per i suoi studenti, di mettere a disposizione dell’intera comunità globale attraverso la rete internet una programmazione quotidiana di ‘pillole di passioni culturali’ realizzate dai suoi docenti, e in qualche caso dai suoi dipendenti, e disponibili gratuitamente ‘on demand’ per tutti”.

L’appuntamento quotidiano sul Canale You Tube del Suor Orsola (www.youtube.com/unisobna) e sui diversi canali social dell’Ateneo prenderà il via stasera alle 21.30 con la prima puntata di “Marmi ‘caldi’ di storia e di vita”, un viaggio virtuale curato dallo storico dell’arte Pierluigi Leone de Castris, tra le grandi bellezze meno conosciute del patrimonio storico artistico napoletano che celano dietro i loro marmi personaggi e storie ricchi di fascino. Si partirà dalla Chiesa di Santa Maria Donnaregina Vecchia e dalle storie che trasudano dal sepolcro della regina Maria d’Ungheria, moglie di Carlo II d’Angiò.

Sul canale You Tube del Suor Orsola è già online, come introduzione alla rassegna e alla sua ‘mission’ culturale, l’intervento di Paola Villani (https://www.youtube.com/watch?v=JJE7SDKsEk0&t=79s), direttore del Dipartimento di Scienze Umanistiche del Suor Orsola, dedicato a “Letteratura e felicità: curare con i libri”, la prima delle quaranta ‘pillole’ di conferenze programmate fino al 10 Maggio, seppur con la speranza, come evidenzia il Rettore d’Alessandro, “di riaprire anche prima le nostre sale dell’antica cittadella di Suor Orsola che lo scorso anno hanno ospitato oltre 200 eventi culturali in presenza così come ci piace fare e come speriamo di tornare presto a fare”.

L’intervento introduttivo di Paola Villani (che anticipa una serie di ‘lezioni’ quanto mai utili anche per i tanti studenti delle scuole italiane che in questi giorni si trovano a studiare forzatamente a casa) è un breve viaggio nell’attuale dibattito sulla ‘letteratura necessaria’, sulla letteratura che cura, che aiuta a essere felici e soprattutto che permette all’uomo di adattarsi all’ambiente e vincere la realtà senza farsene sopraffare. Un viaggio suggestivo fatto insieme con Madame Bovary, Anna Karenina o il principe Myškin, compagni di un viaggio al confine tra realtà e finzione.

Tra le pillole di conferenze più interessanti già in palinsesto per i prossimi giorni ci saranno gli interventi del filosofo Gennaro Carillo su “Cinema e Peste” e su “Achille e l’ambivalenza dell’eroe”, le riflessioni quanto mai attuali del giuslavorista Luca Calcaterra su “Emergenza sanitaria e crisi economica al tempo del Coronavirus” e su “Lo Smart working: da necessità ad occasione”, gli approfondimenti dell’italianista Gianluca Genovese su “Retorica e fake news tra cinema e letteratura” e su “I capolavori letterari nati in clausura” e due suggestivi parallelismi tra il mondo del diritto e quello della cultura curati dalla giurista Carla Acocella e dedicati a “La Peste di Camus al tempo del Coronavirus” e “Raffaello e le radici del diritto”.

Molti di questi contributi saranno strutturati anche e soprattutto come pratici consigli di lettura o di visioni cinematografiche per questi giorni di ‘clausura’ causati dalle restrizioni previste dal governo per limitari i rischi del contagio da coronavirus. “Uno dei miei interventi – evidenzia Gianluca Genovese, presidente del Corso di Laurea in Lingue e culture moderne del Suor Orsola – che disegna un breve itinerario tra i classici della letteratura concepiti da autori in reclusione, tra isolamento imposto e claustrofilia, è anche un piccolo catalogo di letture possibili nella distensione di questo tempo sospeso: dalla Città del sole di Tommaso Campanella ai Dialoghi di Torquato Tasso, dalle Poesie di Emily Dickinson alla Recherche di Marcel Proust”.

Sulla stessa lunghezza d’onda la ‘lezione’ di cinema di Gennaro Carillo, professore ordinario di Storia del pensiero politico del Suor Orsola. “Il cinema – evidenzia Carillo – sin dalle sue origini ha raccontato spesso le grandi catastrofi. Ecco allora che ho voluto proporre una riflessione su tre film (“L’invasione degli ultracorpi” di Don Siegel, “La maschera della morte rossa” di Roger Corman e “Lo squalo“, di Steven Spielberg) tra loro molto dissimili, ma capaci, oltre a cogliere lo spirito del proprio tempo, di aiutare a riflettere, in modo oggi molto attuale, sui diversi meccanismi della paura”.

‘J’accuse – L’ufficiale e la spia’, il nuovo amaro e solidissimo film di Polanski

A 86 anni Polanski impartisce sullo schermo la sua master class di storia. “J’accuse” in virtù della struttura ferreamente proporzionata, ordinata e rifinita appartiene, infatti, alla vena classica della propria filmografia (“Tess”, “Il pianista”, “Oliver Twist”) alquanto divergente da quelle a noi più note e care destabilizzanti, psicopatiche, erotiche, noir.

Un film solido e traslucido come il marmo, in ogni caso, che ricostruisce un episodio storico denso d’implicazioni e gravido di conseguenze per la Francia e l’Europa sino alla vigilia della prima guerra mondiale, adattandovi le procedure del film d’inchiesta e in parte anche quelle del filone processuale. Sulla base della sceneggiatura scritta con Robert Harris, lo stesso autore da cui ha tratto il thriller politico “L’uomo nell’ombra”, Polanski rievoca da un’angolatura cinematograficamente avvincente e sufficientemente astuta nel mimetizzare le componenti didascaliche le peripezie del capitano Alfred Dreyfuss, accusato e condannato nel 1894 per presunto spionaggio a favore dell’eterno nemico tedesco.

Al culmine della manipolazione operata dagli alti ranghi dell’esercito, com’è noto, esplose la clamorosa e inedita presa di posizione di un intellettuale, il “J’accuse”, appunto, di Emile Zola pubblicato sul quotidiano “L’Aurore” che denunciava il complotto politico a sfondo antisemita sotteso al caso, faceva i nomi dei maggiori responsabili dell’ingiustizia organizzata per smistare le accuse dal vero colpevole a un capro espiatorio e, di fatto, apriva la strada al primo fenomeno mediatico diffuso della pubblica opinione a lungo coinvolta nello scontro tra innocentisti e colpevolisti.

A questo punto è inevitabile annotare come Polanski abbia corso il pericolo di lasciarsi troppo andare all’identificazione con Dreyfuss, in riferimento alle persecuzioni subite nella propria travagliata esistenza dapprima come membro di una famiglia ebrea sotto il nazismo, poi come artista libertario, libertino e ribelle nel corso della dittatura comunista e infine, fatte le debite proporzioni, come presunto stupratore preso di mira e boicottato da certi eccessi maccartisti connessi al movimento #MeToo.

Per fortuna non può essere messo in discussione il risalto dovuto a un film così autorevole perché, come premesso, la tentazione di una rilettura “pro domo sua” è arginata dall’intelligenza e l’abilità delle scelte drammaturgiche. Prima fra tutte quella di elevare a protagonista Picquart (un monumentale Dujardin), ufficiale nient’affatto paladino della causa –essendo antisemita anch’esso- bensì fedele a un’alta concezione dell’istituzione e unicamente mosso dalla volontà di preservarla dall’onta perenne di un vergognoso intrigo.

Il Dreyfus interpretato dal giovane Garrel, per di più, è tratteggiato come uomo antipatico e altezzoso, avaro di riconoscenza anche al tempo della riabilitazione e forse per questo nient’affatto gratificato dal coriaceo Picquart nel frattempo diventato ministro.

Inoltre le dinamiche della messinscena non rinunciano ai toni della sindrome della minaccia attivati al diapason nei titoli-culto “Chinatown”, “L’inquilino del terzo piano”, “Luna di fiele” o “La morte e la fanciulla”: basti sottolineare i movimenti antiorari e quindi “anti-veritieri” della macchina da presa nelle sequenze clou –a cominciare da quella iniziale della degradazione; l’uso simbolico della luce in relazione alle condizioni metereologiche –“J’accuse” grazie alla fotografia del polacco Edelman si presenta come un film quasi sempre plumbeo, grigio, intirizzito- nonché quello, ancora più marcato e significativo, delle scenografie e in particolare quella del palazzo dove è insediato il controspionaggio militare descritto come un labirinto mezzo diroccato, oscuro, tetro, lurido, kafkiano.

Peculiarità che di riflesso servono anche a spiegare perché, per mantenere un sostrato dialettico al di là del messaggio rivolto contro tutte le intolleranze, Polanski privilegi la compattezza dell’architettura narrativa al perfezionamento dei dettagli marginali, come si nota nei rari squarci d’azione o gli intermezzi riguardanti la Seigner nella parte dell’amante di Picquart.

Eppure anche nei passaggi imperfetti, il film di Polanski è innervato da una visione così aspra e divisiva della natura umana da potere sfociare senza cali di tensione nel finale meno consolatorio possibile, un falso happy end divorato dall’amarezza e impossibilitato a dissipare i timori disseminati in precedenza.

 

J’accuse – L’ufficiale e la spia

Festival di Venezia 2019: vince ‘Joker’ di Todd Philips con Joaquin Phoenix

Joker del regista newyorkese Todd Phillips (Old school, Una notte da leoni, Trafficanti), vince a sorpresa il Leone d’Oro al Festival di Venezia 2019; Roman Polanski e il suo J’accuse conquistano il Leone d’Argento Gran Premio della Giuria.

Joker esplora dunque la nascita di un mostro prodotto dalla società stessa, creato e nutrito da illusioni e delusioni, maltrattamenti fisici e psichici, nell’epoca che mescola spettacolo pubblico e degrado morale.

Nel 1981 a Gotham City, Arthur Fleck, un comico fallito, inizia una scioccante carriera criminale. A partire da una sceneggiatura che guarda a “The Killing Joke” di Alan Moore e Brian Bolland e ai classici di Martin Scorsese come Taxi Driver, Re per una notte e sembra anche Toro Scatenato, arriva il primo film prodotto da Warner con protagonisti personaggi DC Comics ma staccato dall’universo cinematografico condiviso, in cui finora le loro vicende hanno tenuto banco. Il Joker infatti non è qui interpretato da Jared Leto, che è il suo volto ufficiale nei film DC/Warner, bensì da Joaquin Phoenix.

Due premi a sorpresa anche agli attori Luca Marinelli, che batte Joaquin Phoenix, Ariane Ascaride che mette ko Gong Li, Scarlett Johansson, Meryl Streep.

I premi principali del festival del cinema di Venezia 2019

Leone d’oro per il miglior film: Joker, di Todd Philips
Gran premio della giuria: J’accuse, di Roman Polanski
Leone d’argento per la miglior regia: Roy Anderson, per il film About Endlessness
Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile: Ariane Ascaride, per il film Gloria Mundi
Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile: Luca Marinelli, per il film Martin Eden
Miglior sceneggiatura: No. 7 Cherry Lane, di Ji Yuan Tai Qi Hao
Premio Marcello Mastroianni (a un attore emergente): Toby Wallace, per il film Babyteeth
Premio speciale della giuria: La mafia non è più quella di una volta, di Franco Maresco
Miglior film della sezione Orizzonti: Atlantis di Valentyn Vasyanovych
Premio Leone del futuro per la miglior opera prima: You will die at twenty di Amjad Abu Alala

 

Fonte: Amica.it

I libri più visti al cinema: letteratura e cinematografia degli anni ’70

Negli anni ’70 la cinematografia e la televisione cominciano a seguire filoni eterogenei che rispecchiano l’incertezza dei tempi, data dalla tensione provocata dalla guerra fredda tra Stati Uniti e Russia, ma anche dalla crescente violenza di matrice terroristica che investe l’Italia nei così detti “anni di piombo”.

I registi avvertono la necessità di deliziare gli spettatori attraverso tematiche e opere che lascino spazio sia alla riflessione psicologica, sia alla pura forma di intrattenimento. Nel primo caso, ritorna in auge il cinema d’evasione, impregnato dell’ideologia delle contestazioni sociali legate al tempo (ricordiamo il genere musical, con “Jesus Christ Superstar” e “Hair”); per quanto riguarda l’intrattenimento, invece, si nota una nota di malinconia in tutta la produzione del tempo.

La televisione continua a sfornare nuovi sceneggiati di matrice letteraria, dei quali il più conosciuto è sicuramente “Le avventure di Pinocchio” di Luigi Comencini, tratto dall’omonimo romanzo di Carlo Collodi. Il teleromanzo in sei puntate racconta in modo fedele la storia del burattino divenuto bambino anche se, rispetto al testo e per ovvie scelte registiche, Pinocchio viene impersonato da un bambino vero e in poche occasioni diventa un burattino (in genere quando deve essere punito per una malefatta).

Inoltre, è inevitabile ricordare le grandi interpretazioni, in questo lavoro, di Nino Manfredi, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, attori comici che riuscirono a trasmettere la patina malinconica dell’intero romanzo, rendendo la messa in scena realistica nonostante il suo appartenere al genere fantastico.

Nello stesso tempo, ritorna l’interesse per il genere horror proponendo una serie di film che raccontano allo spettatore il genio di Edgar Allan Poe: molto apprezzata la produzione televisiva “I racconti fantastici di Edgar Allan Poe” (Daniele D’Anza, 1979) portata sullo schermo una raffinata rapsodia dei racconti dell’autore basata sulla suggestione onirica e il potere orrorifico.

Del 1974 è lo sceneggiato “Malombra” dall’omonimo romanzo di Fogazzaro, che rappresenta un’interessante sfida per la televisione, ovvero quella di rendere lo “spiritismo” che attraversa l’intero romanzo senza stravolgerlo mettendo in risalto proprio quegli elementi gotici e metapsichici che in realtà fanno da sfondo all’intera vicenda. Il risultato è una trasposizione classica, che giustifica la necessità di trovare una via di mezzo tra la fedeltà al testo e la resa televisiva nella dicitura “libero adattamento.

Se la televisione vuole spaventare, il cinema degli anni ’70 intende parlare della fervente affermazione della parità dei sessi, attraverso una vera e propria critica dell’idea mercifica del corpo della donna: a tal proposito è importante ricordare la “Trilogia” di Pasolini, che racchiude “Il Decameron” di Boccaccio, “I racconti di Canterbury” di Chaucer e “Il fiore delle mille e una notte” (trasposizione de “Le mille e una notte”), film-denuncia non solo rispetto la volgarità di certi costumi, ma anche dell’idea di sottomissione della donna ancora radicata nella società italiana. Inutile dire che il suo lavoro venne mal compreso e diede il via alle scadenti trasposizioni erotiche delle grandi produzioni di matrice letteraria.

Del 1972 è invece il primo film di una trilogia ispirata ad uno dei primi romanzi sulla mafia americana: si tratta de “Il Padrino” di Mario Puzo, portato alla ribalta da Francis Ford Coppola, del quale si ricorda l’intensa interpretazione di Marlon Brando nei panni di Don Vito Corleone, che gli valse la vittoria di un Oscar che preferì rifiutare come protesta per la situazione dei nativi americani.

Nel frattempo, in Italia, Alberto Sordi porta nelle sale italiane una brillante versione de “Il malato immaginario” di Molière, che però non ha nulla a che vedere con il testo originale, se non l’ipocondria del protagonista.

Dello stesso anno uno è anche uno dei più grandi capolavori del registra Stanley Kubrik:Arancia meccanica”, dall’omonimo romanzo distopico-fantapolitico di Anthony Burgess, che riprende la tematica orwelliana della necessità della violenta società di controllare il pensiero dell’uomo, laddove questo è solo un “meccanismo ad orologeria”, un essere alienato che può fare solo il bene o il male. Il film è molto fedele al libro, ma praticamente sconosciuto, nonostante la sua genialità, alle nuove generazioni: la prima messa in onda televisiva (non in pay per view, com’era accaduto nel 1999) infatti risale al 2007, tra l’altro in seconda serata, rompendo quel tabù che per trentacinque anni aveva tenuto lontano dal pubblico la pellicola, considerata non adatta ad un pubblico minorenne. Ma pochi ricordano “Barry Lyndon” dello stesso regista, ispirato da “Le memorie di Barry Lyndon” di Thackeray, considerato un’opera magna in fatto di estetica. Kubrik disse di tale romanzo:

“Thackeray usava l’osservatore ‘imperfetto’ – anche se sarebbe più corretto dire l’osservatore ‘disonesto’ – consentendo al pubblico di giudicare da sé la vita di Redmond Barry. Questa tecnica andava bene per il romanzo, ma non per un film, in cui hai dinanzi a te una realtà oggettiva per forza! Il narratore in prima persona avrebbe funzionato se il film fosse stato una commedia: Barry diceva il suo punto di vista, in contrasto con la realtà oggettiva delle immagini, e allora il pubblico avrebbe riso per questa contrapposizione. Ma Barry Lyndon non è una commedia.

Barry Lyndon offriva l’opportunità di fare una delle cose che il cinema può realizzare meglio di qualunque altra forma d’arte: presentare cioè una vicenda a sfondo storico. La descrizione non è una delle cose nelle quali i romanzi riescono meglio, però è qualcosa in cui i film riescono senza sforzo, almeno rispetto allo sforzo che viene richiesto al pubblico.

La pellicola non ha avuto il successo meritato, nonostante lo sforzo del regista di rendere realistici non solo i personaggi, ma anche i paesaggi, nonostante dei curiosi anacronismi rappresentati da una cartina che segna il percorso di un treno a vapore (inesistente nel Settecento) o dal riferimento al Regno del Belgio, nato solo nel 1830.

Se negli anni ’70 la trasposizione cinematografica abbraccia più filoni, vedremo come negli anni ’80 si basi essenzialmente sul giallo deduttivo, genere dei romanzi di Stephen King e de “Il nome della rosa” di Umberto Eco.

 

Valentina Nicoletti

Exit mobile version