‘I fratelli Sisters’: il western schizofrenico dal respiro antico di Audiard

Il nero che occupa l’intera superficie dello schermo è squarciato da uno sparo, poi due, poi tre; risuonano poco distanti due voci secche e concitate… ed ecco che dal buio della notte emergono le sagome spettrali dei fratelli bounty killers. Un memorabile prologo in medias res che apre il sipario su “I fratelli Sisters”, western di respiro antico intriso di schizofrenia moderna con cui il regista e sceneggiatore francese Audiard (“Sulle mie labbra”, “Il profeta”, “Un sapore di ruggine e ossa”) scava alle radici della mitografia americana per eccellenza.

Estranea sia alle repliche di maniera, sia alle revisioni snobistiche, la trasposizione sullo schermo di un romanzo del canadese Patrick deWitt (Arrivano i Sister, ediz. italiana Neri Pozza, 2012) costituisce l’aggiornata versione di un archetipo narratologico, il racconto del viaggio iniziatico dell’eroe -in questo caso una coppia di antieroi freudianamente traumatizzati dalla malefica figura paterna- alla ricerca d’identità e consapevolezza. Preceduti da una reputazione sinistra, il maggiore Eli (Reilly) più riflessivo e dubbioso e il minore Charlie (Phoenix) folle e scervellato braccano, torturano e trucidano dall’Oregon alla California le vittime designate dal misterioso boss soprannominato Commodoro fino al momento in cui decidono di risparmiare l’esaltato chimico Warm (Ahmed) convinto d’essere in possesso della formula infallibile per dragare l’oro dai corsi d’acqua e di pedinarlo nelle esplorazioni intraprese assieme al detective Morris (Gyllenhaal) che ha convertito alle utopie libertarie del proto-socialismo fourierista.

Nel climax di cavalcate e sparatorie, ma anche di situazioni estrose o insolite per un western affiora una forma di humour macabro, disseminato nel corso dell’azione o durante le pause dei bivacchi nonché abilmente incrementato quando dall’edenica ariosità dei grandi spazi (ricostruiti in Spagna e Romania) si arriva al frastornante caos della San Francisco ottocentesca gremita dalle torme di avventurieri richiamati dal miraggio della corsa all’oro.

In assenza di pedissequi ricalchi cinefili –Audiard ha un suo stile inconfondibile, basta notare per esempio il recupero vintage delle dissolvenze a iris- non si può in ogni caso disconoscere l’impronta cinica e disillusa dei Peckinpah, Penn, Altman e Cimino, capiscuola del Nuovo cinema americano tra la fine degli anni 60 e la metà degli 80: il cast a cinque stelle riesce infatti a rendere credibile e godibile, proprio come in quell’epoca rinnovatrice, lo scarto continuo tra la fantasia del racconto e il realismo degli sfondi, i barlumi di un’idea comunitaria e la spietatezza della caccia all’uomo. I fratelli che si chiamano “Sorelle”, in effetti, si battono ancora per le cattive cause in un paese allo stato selvaggio che nondimeno si sta trasformando lentamente, prefigurando mete d’ordine e democrazia e tentando di arginare la propria genetica violenza avvezza­ a distruggere tutto a cominciare dalle illusioni e la speranza.

 

Fonte:

I fratelli Sisters

Ricordando Sergio Leone a trent’anni dalla sua scomparsa

Sergio Leone se ne è andato il 30 aprile del 1989, mentre preparava il colossal che idealmente avrebbe aperto una nuova stagione della sua opera, il racconto dell’assedio di Leningrado cui per anni ha cercato di rimettere mano, come esplicito omaggio al maestro, Giuseppe Tornatore. Domani la città di Roma lo ricorderà con una sobria cerimonia a Viale Glorioso, tra Trastevere e Monteverde, dove una targa ricorda l’ultimo “imperatore” romano.

Come per molti autori contemporanei, la grandezza di Leone è un riconoscimento postumo. È infatti solo in seguito alla morte del grande regista romano che la critica internazionale comincia a rivedere con occhio meno severo i suoi film. Se indubbiamente il mancato successo negli Usa di un film come C’era una volta in America è dovuto ai tagli inopportuni dei produttori, è un dato di fatto che la critica statunitense avesse, fino a quel momento, fortemente ostracizzato i suoi western precedenti.

Alle origini del western all’italiana

Il Western all’Italiana é un genere cinematografico ed è nato nella prima metà degli anni Sessanta e durò fino alla seconda metà degli anni Settanta. La maggior parte di questi film furono realizzati e prodotti da Italiani con il budget limitato, spesso in collaborazione con altri paesi europei, come la Spagna e la Germania. Conosciuto anche come Spaghetti Western.

Tra il 1962 e il 1976 si sono girati circa 450 film western. Gli anni di più elevata produzione di western italiani furono il 1966 (40 titoli), il 1967 (74), il 1968 (77), il 1969 (31), il 1970 (35), il 1971 (47) e il 1972 (48). In quel periodo l’industria cinematografica italiana divenne la più grande esportatrice di lungometraggi, seconda solo a quella statunitense.

Si accetta che il genere abbia il grande successo in Italia con il film Per Un Pugno Di Dollari (1964) di Sergio Leone che é un adattamento del giapponese ‘‘Yojimbo’’ di Akira Korusawa (1961).
Il genere Western é nato in America, a Hollywood con il film The Great Train Robbery (1903) che é stato il primo western della storia del cinema.

Negli anni successivi, il genere divenne popolare con i classici di John Ford e con il protagonista John Wayne. Le produzioni di Western rappresentavano la guerra civile americana e le lotte per avere il potere tra proprietari. Negli anni Sessanta, in America le produzioni western iniziarono a diminuire, con il passaggio del western alla TV, molti importanti registi hanno terminato la loro carriera e così gli europei
cominciarono a girare i loro propri western. Benché il western sia nato in America, i più importanti film del genere si sono girati in Italia dopo 1960. Esploso con lo straordinario successo di Per un pugno di dollari 1964, il western diventa un fenomeno fondamentale nel quinquiennio 1965-69. Mancano tutti i tipi di quello americano: conquista della terra, lotta contro gli indiani, costruzione della città e della ferrovia. Non si celebra più il trionfo del bene attraverso le  istituzioni della famiglia la chiesa o la legge; l’ultraviolenza si associa alla
rassegnazione e al fatalismo tipici della cultura mediterranea.

Il Western all’Italiana utilizzava budget molto bassi e otteneva ricavi altissimi: si girava in Africa o in Spagna. C’erano tre importanti case di produzione, La Pena, la Titanus e la Dino De Laurentiis. Gli Spaghetti Western erano diversi  rispetto al Western Americano, i film erano girati sempre dai registi italiani nei  luoghi che sembravano al West America, per i luoghi i registi usavano il sud della Spagna, Lazio e Sardegna.

Il cinema epico e di esaltazione del triviale di Sergio Leone

Il giovane Leone nasce, respira, mangia, beve con il cinema. Il suo campo d’allenamento è costituito da un genere molto in voga negli anni 50, il cosiddetto “peplum”: per questi “filmoni” in costume scrive diverse sceneggiature, fino ad arrivare alla prima regia, subentrando nel 1959 a Mario Bonnard per completare Gli ultimi giorni di Pompei e, finalmente, nel 1961, tutto solo dietro la macchina da presa per Il colosso di Rodi. Archeologia, di fatto. Impossibile, assolutamente impossibile spiegare ai ragazzi d’oggi che cosa significavano quei film per il pubblico del tempo. Atmosfere proibite, passioni e veli impudichi, sguardi assassini, “curve” intraviste sotto le tuniche. E poi spettacoli kolossal, battaglie navali (in piscina) e muri di cartapesta, bicipiti da Mister Universo e duelli che non lasciano scampo: la pacchia del cinema baraccone, filo diretto del muto di cui, anagraficamente, Sergio era davvero figlio. Ma i cofanetti patinati che tutto offrono si sono sbizzarriti soprattutto con il Leone figlio del West. Gli infiniti tempi lunghi della “Trilogia del dollaro”, le musiche di Ennio Morricone, il felice incontro di attori italiani (primo fra tutti Gian Maria Volonté) e star d’oltreoceano (primo fra tutti Clint Eastwood, fino a quel momento praticamente sconosciuto, e dici poco). Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più, Il buono, il brutto, il cattivo. I puristi, gli amanti del “vero” western, storcevano il naso davanti a questi film: come ammettere quelle attese estenuate, quegli improvvisi scoppi di brutale violenza? Ma lui aveva capito in anticipo che il mondo classico era alla fine: geniale “ellenista”, giocava e ricamava con il genere, cantando, a modo suo, la fine del mito.

Il vero intento di Leone, regista classico e sperimentatore allo stesso tempo, era quello di comprendere e far comprendere allo spettatore la vera cognizione del dolore, l’agonia che separa l’attesa dell’uomo da questo stato d’animo e l’accettazione di un destino non sempre intelligibile, ma conosciuto. Le sue storie erano fatte di campi lunghissimi, primissimi piani, di accelerazioni e rallentamenti, di dialoghi scarni e di quel rapporto contraddittorio fra suono e immagine del quale solo lui riusciva a carpirne i segreti. Un uso preordinato della musica e della fotografia, coadiuvavano la sua tecnica in grado di creare un universo autonomo e personale, all’interno del quale anche i silenzi colpiscono (e questa fu una delle prime lezioni che imparò un giovane Dario Argento dal grande maestro), all’interno del quale nulla si svela. Solo certi flashback gradualmente rendono accessibili allo spettatore quei fatali segreti che, sul piano narrativo, mescoleranno il genere nel quale Leone lavorava con le caratteristiche di altri generi, il tutto con una verosimiglianza necessaria. La verosimiglianza. Sergio Leone ne era ossessionato: «…sia pure inserita in una cornice fiabesca. […] Molti mi hanno definito un autore barocco: ecco, se per barocco si intende una pienezza dei ritmi, di composizione, di emozioni, allora posso anche accettare la definizione».

 

Fonte: https://www.mymovies.it/critica/persone/critica.asp?id=61782&r=2367

 

Pensieri da Oscar: anche quest’anno fuori i non inclini al conformismo ideologico, ma con un certo garbo

Peccato che non abbia vinto “Il corriere – The Mule”. Ah, già, il film di Eastwood agli Oscar non era neppure candidato. Dimenticavamo che quando si srotola il red carpet del Dolby Theatre Hollywood non ammette deroghe: anche quest’anno, infatti, una volta fatto fuori il maestro poco incline a conformarsi ai diktat ideologici, le statuette s’accomodano sotto l’ala del politicamente corretto.

Perlomeno, però, con un certo garbo: “Green Book” è un film solido e scaltro, gratificato dal fascino vintage dei film di Capra e impreziosito oltre i suoi meriti da un duetto recitativo d‘alta classe, mentre “Roma”, di gran lunga superiore, permette a Cuaròn di mettere a segno la memorabile accoppiata migliore regia/miglior film straniero. Non solo: il messicano, che non è uno schizzinoso autore all’europea visto che appena cinque anni fa con il kolossal fantascientifico “Gravity” incamerò sette statuette, sdogana definitivamente proprio nel tempio del cinema-cinema Netflix, la piattaforma streaming forte di 125 milioni di abbonati nel mondo peraltro ormai orientata a trattare sulle reciproche convenienze con gli ex arcinemici produttori, distributori ed esercenti.

Siccome c’è sempre uno più puro che ti epura, è significativa anche la notizia che il grande Mortensen di “Green Book” nelle more del trionfo è stato accusato di razzismo (al regista Singer di “Bohemian Rhapsody” è andata peggio: protestato perché denunciato per molestie sessuali). Sempre riguardo ai buoni sentimenti, che non fanno male ma non determinano il quoziente artistico, troppo poco risalto è stato pour cause concesso a “La favorita”, il magnifico apologo in costume in cui la migliore attrice Colman fa a gara in perfidia e morbosità con la Stone e la Weisz sconfitte nella categoria delle non protagoniste dalla King del flebile “Se la strada potesse parlare” (peraltro superiore a “Blackkklansman”, migliore sceneggiatura grazie a uno dei peggiori film di Lee che si ricordino).

Inevitabile, invece, il premio al super-imitatore di Mercury Malek perché piace immensamente al pubblico a cui, però, sui trasgressivi Queen per colmo di mistificazione è stato confezionato un biopic edificante. Come del resto quello a “Shallow”, la canzone strappamutande di Lady Gaga insuperabile per come s’esalta abolendo anziché indossando i trucchi e le mise del proprio personaggio.

 

Pensieri da Oscar

Cinema Letteratura e Diritto – Alla Suor Orsola tutti i martedì fino al 12 Dicembre

La condizione femminile nei Paesi connotati da un forte integralismo religioso. È questo il fil rouge della dodicesima edizione della rassegna di “Cinema Letteratura e Diritto” ideata dalla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Insegnare il diritto agli studenti, discutere di diritto con la comunità dei giuristi non solo con il codice alla mano, ma anche attraverso le immagini e le suggestioni del cinema e della letteratura è l’obiettivo del nuovo ciclo di incontri ideato con il coordinamento scientifico del filosofo Gennaro Carillo e con la collaborazione organizzativa dell’associazione “Astrea. Sentimenti di giustizia”.

“Del diritto non parlano solo i giuristi, i sacerdoti depositari dei suoi molti misteri – spiega Gennaro Carillo, professore ordinario di Storia del pensiero politico al Suor Orsola – e lo scarto tra il linguaggio giuridico e quello comune non ha mai impedito ai profani di rappresentarsi il diritto, di immaginarselo, magari in maniera distorta, amplificando a dismisura la potenza delle sue formule. Ed a questo gioco di specchi tra il diritto e la vita, l’astratto e il concreto, è dedicata la nostra rassegna che ha per titolo “Davanti alla legge. Immaginare il diritto”, con l’obiettivo di assumere la moltiplicazione dei punti di vista della rappresentazione del diritto come una ricchezza didattica per gli studenti ed i giuristi”.

Come da tradizione della rassegna il diritto sarà raccontato anche attraverso letture meno ‘canoniche’ come quelle che vengono dai fumetti. Martedì 28 novembre il fondamentalismo islamico sarà al centro del dialogo tra il filosofo Davide Grossi e l’amministrativista Aldo Sandulli animato dagli spunti della graphic novel “Persepolis” (poi divenuta anche film d’animazione) della regista ed illustratrice iraniana Marjane Satrapi.

Da “Mustang” a “La bicicletta verde”: il programma della sezione cinematografica della rassegna

Piatto forte della rassegna di quest’anno  è sicuramente la sezione cinematografica con un osservatorio internazionale sulla condizione femminile nelle latitudini dove ancora regnano situazioni di sottomissione patriarcale, culturale e giuridica della donna. Dalla Turchia all’Arabia Saudita un viaggio con un cinema tutto di regia femminile alla scoperta dei luoghi dove i diritti femminili attendono ancora piena tutela.

Dopo l’anteprima di ottobre con “Viviane” della regista israeliana Ronit Elkabetz martedì 14 e martedì 21 novembre sempre alle 15.30 sullo schermo della Sala Villani dell’Università Suor Orsola Benincasa ci saranno le proiezioni di “Mustang” della regista turca Deniz Gamze Ergüven e de “La bicicletta verde” della regista saudita Haifaa al-Mansour.

Due gli appuntamenti speciali di quest’anno. Giovedì 7 dicembre alle 15.30 nel complesso di Santa Lucia al Monte, sede della Facoltà di Giurisprudenza del Suor Orsola, uno sguardo al futuro per parlare di biodiritto attraverso la cinematografia cyberpunk in un suggestivo dialogo tra i giusprivatisti Carlo Venditti e Lucilla Gatt, direttore scientifico del Master in Diritto di Famiglia dell’Università Suor Orsola Benincasa. E martedì 12 dicembre nell’aula magna del Suor Orsola il gran finale con “Diritto e Teatro” in collaborazione con il “Festival del Diritto e della Letteratura Città di Palma”. In ‘scena’ al Suor Orsola “Processo immaginario a Oscar Wilde” per riflettere sull’omofobia con Fabio Canino e i magistrati Vincenzo Piscitelli e Antonio Salvati.

Gli obiettivi della rassegna: davanti alla legge, immaginare il diritto

La Facoltà di Giurisprudenza del Suor Orsola Benincasa, sede dell’unico corso di laurea magistrale in Giurisprudenza a numero programmato del Mezzogiorno (aperto soltanto a 150 studenti all’anno) ha voluto fortemente anche nell’anno accademico 2017-2018 il ritorno della rassegna “Cinema Letteratura e Diritto” con un duplice obiettivo: rafforzare i percorsi formativi integrativi all’interno dei corsi di laurea ed avere un momento di incontro sui temi del diritto e della giustizia per la comunità dei giuristi ed in particolare per i giovani studiosi della città di Napoli.

Si tratta di un’iniziativa assolutamente originale nel panorama accademico nazionale sperimentata per la prima volta in Italia nel 2006 proprio all’Università Suor Orsola Benincasa ed ora riproposta anche in altre università italiane, che, come spiega, il Preside della Facoltà di Giurisprudenza del Suor Orsola, Aldo Sandulli “persegue il fine di integrare la didattica ordinaria con un ampliamento del bagaglio culturale degli studenti, in grado di aumentarne la sensibilità e il senso critico nello studio del diritto”. “L’obiettivo della nostra rassegna – spiega Aldo Sandulli – è quello di fornire agli studenti di Giurisprudenza, ma anche alla comunità dei giuristi e non solo, gli strumenti critici per una riflessione più ampia e complessa sul ‘diritto’ e le sue trasformazioni, contribuendo alla formazione di un giurista ‘colto’, capace di problematizzare gli specialismi collocandoli in una campitura culturale decisamente più vasta”.

Il cinema secondo Edgar Morin: l’uomo e il suo doppio

Nella sua introduzione al saggio di sociologia antropologica Il cinema o l’uomo immaginario, il filosofo francese Edgar Morin (Parigi, 8 luglio 1921) si sofferma sul concetto di doppio e di immagine. Fascino, doppio, fotogenia sono termini che sembrano assumere nuovi e complessi significati. Il cinema è considerato industria vera e propria, oltre che un fenomeno sociale, testimonianza dunque della modernità del nostro secolo.

Già con la nascita del cinematografo (1895), l’uomo comincia ad avvertire tutti i cambiamenti della sua epoca: la realtà è qualcosa che, in un certo senso, si può anche riprodurre. La macchina e le riproduzione meccanica trasforma anche il modo di pensare dei potenziali spettatori. Nel primo capitolo de Il cinema o l’uomo immaginario, possiamo leggere un interessante paragone con l’aeroplano:

Il XIX secolo che muore lascia in eredità due nuove macchine. Ambedue nascono quasi alla stessa data, poi si lanciano simultaneamente per il mondo, ricoprono i continenti. Passano dalle mani dei pionieri a quelle degli imprenditori, superano un “muro del suono”.

Accanto al desiderio di volare, ormai esaudito dagli uomini, c’è la macchina con la sua capacità di riprodurre la realtà.

Ma cos’è, secondo Morin, l’essenza del cinema? Dove possiamo ritrovarla?

Prima di addentrarci in un universo sconfinato di domande senza risposta, è opportuno concentrarsi su uno dei termini probabilmente più ambigui della letteratura cinematografica; da cui ogni riflessione potrebbe partire; la fotogenia. Questo termine viene ereditato dalla fotografia ma la fotogenia del cinematografo è da considerarsi ben diversa rispetto a quella della fotografia. Viene infatti intesa da Morin come fascinazione e come ciò che si distacca dalla definizione di pittoresco che sta ad indicare, invece, tutte le cose “belle”, che amano essere rappresentate.

L’uomo, posto dinanzi agli oggetti del quotidiano, s’interroga su di essi, esplora la nuova realtà che prende forma sotto ai suoi occhi: quella raccontata dal cinema, in un universo che diventa fluido, talvolta magico, un mondo che magari Lumière ancora non conosceva ma Méliès sì, un mondo dove anche gli oggetti sembrano avere un’anima, collocati in spazi e luoghi differenti. Anche questa è la magia del cinema.

Analizzato è, inoltre, il rapporto tra sogno e film, universi che vengono tutt’oggi  identificati tra loro poiché sia nel sogno che nel film “gli oggetti appaiono e scompaiono, la parte rappresenta il tutto”. Così le immagini assumono un significato che somiglia ai nostri desideri e ai nostri timori. Immagine e sogno, appunto.

Tutti i capitoli del saggio in questione riguardano essenzialmente lo studio dell’anima del cinema e della sua natura. La vita dell’essere umano si plasma sulla vita dello schermo, forse? Identificazione, proiezione ed alienazione sono processi inevitabili, al centro del cinema e della vita, che permettono la partecipazione cinematografica. Morin dedica molte pagine a questi temi.

La proiezione-identificazione (partecipazione affettiva) interiore gioca senza discontinuità nella nostra vita quotidiana, privata e sociale. Già Gorkij aveva mirabilmente evocato “la realtà semi-immaginaria dell’uomo”.

Fondamentale è il movimento originale delle cose e la capacità dell’uomo di partecipare emotivamente a ciò che egli stesso vede proiettato sullo schermo. L’identificazione può avvenire anche con esseri umani sconosciuti, apparentemente lontani da noi (basti pensare a Charlot, così tanto amato dal pubblico). Morin ci parla, a questo proposito, di ego-involvement , ossia del tentativo di fuggire da noi stessi e, allo stesso tempo, della possibilità di ritrovarci. Un cinema che vede protagoniste le emozioni dell’uomo e il suo doppio.

 

In morte di Jonathan Demme, eclettico regista degli indimenticabili “Il silenzio degli innocenti” e “Philadelphia”

Il segreto della versatilità di un cineasta come Jonathan Demme, morto lo scorso 26 aprile a New York a causa di un tumore all’esofago di cui era affetto da tempo, sta nell’impronta decisiva della sua formazione professionale. Nato a Rockville Centre nello stato di New York il 22 febbraio 1944 e trasferitosi a Long Island in Florida con la famiglia all’età di quindici anni, sostituisce subito, infatti, allo scarso interesse per l’università la passione per il cinema e per la critica cinematografica in particolare e dopo avere terminato il servizio militare riesce ad entrare nello staff del celebre produttore Joseph E. Levine in qualità di agente pubblicitario. Facendo la spola tra New York e Londra per procacciare investimenti alla United Artists ha la fortuna d’essere presentato alla fine degli anni Sessanta al connazionale Roger Corman, creatore e gestore della mitica Factory, la più prolifica macchina da cinema indipendente mai esistita che ha allevato una nutrita serie di maestri da Coppola a Scorsese e prodotto centinaia di film commerciali, un tempo liquidati con l’etichetta della serie B o dell’”exploitation” e oggi rivalutati nel segno del gusto dell’invenzione linguistica e dell’efficacia della serialità a basso costo. Proprio il vulcanico e geniale Corman, dopo averlo utilizzato in varie mansioni, gli offrirà così la possibilità di scrivere e dirigere “Femmine in gabbia”, il film ribellistico dai risvolti voyeuristici che nel 1974 segna il suo esordio.

Sarebbe un errore considerare il triennio successivo in cui Demme dirige gli altrettanto disinibiti, violenti e all’occasione parodistici “Crazy Mama” e “Fighting Mad” una fase d’addestramento qualsiasi, perché se anche volessimo supervalutare la qualifica di “autore” oggi comunemente attribuitagli, è chiaro che essa resta inscindibile dagli elementi ricorrenti della maniera cormaniana, dalla tendenza al cinema di genere caro alle platee popolari alla curiosità per il cinema europeo sperimentale e all’intonazione antagonista dei contenuti racchiusi nelle trame. Fattori che risultano evidenti nell’ottimo giallo hitchcockiano “Il segno degli Hannan” del ’79 con Roy Scheider e Christopher Walken suggellato dal memorabile finale alle cascate del Niagara, ma anche nell’amaro apologo on the road “Una volta ho incontrato un miliardario” con un maestoso Jason Robards (’80) e soprattutto nella formidabile commedia “Qualcosa di travolgente” (’86) in cui la meravigliosa e scombinata avventuriera Melanie Griffith trascina in una folle avventura sexy-criminosa l’imbranato e conformista bancario Jeff Daniels.

Preceduti dal film-monologo dell’attore Spalding Gray “Swimming to Cambodia” che riflette sull’esperienza vissuta sul set di “Urla del silenzio” e la graffiante tragicommedia “Una vedova allegra… ma non troppo” interpretato da un’incantevole Michelle Pfeiffer, tra il ’91 e il ’93 Demme entra nell’empireo cinematografico grazie a “Il silenzio degli innocenti” e “Philadelphia”, il primo vincitore di cinque Oscar (tra cui quello alla regia) e il secondo dell’Oscar di migliore attore al protagonista Tom Hanks e quello per la migliore canzone a Springsteen per “Streets of Philadelphia”. Il timbro dell’eclettismo dell’ex allievo dell’artigiano Corman si trasforma a questo punto in pura miscela hollywoodiana, considerando che alla profonda destabilizzazione procurata allo spettatore dal congegno incentrato sul confronto psico-horror tra il cannibale pluriomicida Hannibal e la tormentata recluta dell’’FBI Clarice si allinea un classico modello di cinema civile, la lineare e un po’ scontata lezione di tolleranza contro i pregiudizi inglobata in una superproduzione da 25 milioni di dollari. Questi innegabili vertici, secondo noi, sono responsabili dell’affievolimento del suo talento di narratore di storie, come dimostra la mediocrità diffusa nelle immagini sempre di alto livello, ma purtroppo variamente difettate della filmografia che va dal ’98 al 2015 dei “Beloved” “The Manchurian Candidate”, “Rachel sta per sposarsi” o “Dove eravamo rimasti”.

In quest’ottica di regista tuttofare, nel senso peraltro nobile del termine, non è un semplice dato statistico aggiungere che già dall’84 aveva inaugurato una carriera parallela di documentarista vivamente motivato dalle passioni musicali e dagli orientamenti politici di sinistra: più che essere ormai considerato un nome di culto cinéfilo, a Demme avrebbe fatto forse più piacere essere ricordato come il regista degli schierati pamphlet “The Agronomist” e “Jimmy Carter Man from Plains”, ma soprattutto delle sognanti scorribande nelle note veicolate da “Stop Making Sense”, “Neil Young: Heart of Gold”, “Neil Young: Trunk Show”, “Justin Timberlake and The Tennessee Kids” e come ci risulta più familiare e commovente l’”Enzo Avitabile Music Life” presentato nel 2012 alla Mostra di Venezia.

 

Fonte:

In morte di Demme

Cinema Letteratura e Diritto: appuntamenti alla Suor Orsola Benincasa

Dal 25 Ottobre al 16 dicembre all’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa presso la Facoltà di Giurisprudenza si sta svolgendo la manifestazione Cinema Letteratura e Diritto Da Processo alla città ad Anime Nere. Per questa undicesima edizione la sezione cinematografica è dedicata alle rappresentazioni delle diverse forme della criminalità italiana.

Ci saranno anche tre appuntamenti speciali con il fumetto e le parodie letterarie. La rassegna, in collaborazione con l’Archivio di Iconologia politica del CRIE e il Centro di Ricerca sulle Istituzioni Europee dell’Ateneo napoletano, si svolgerà con un appuntamento settimanale pomeridiano fino al 16 Dicembre. L’appuntamento conclusivo, la proiezione del film di Francesco Munzi Anime Nere, vedrà la presenza di un ospite di eccezione, il procuratore generale della repubblica di Reggio Calabria, Federico Cafiero De Raho.

“Il filo conduttore della sezione cinematografica di questa undicesima edizione – anticipa Gennaro Carillo, professore ordinario di Storia del pensiero politico e filosofico, – è un viaggio, nello spazio e nel tempo, nel Male italiano, nel crimine e nelle sue molteplici rappresentazioni” e aggiunge: “Del diritto non parlano soltanto i giuristi, i sacerdoti depositari dei suoi molti misteri. Lo scarto tra il linguaggio giuridico e quello comune non ha mai impedito ai profani di rappresentarsi il diritto, di immaginarselo. Molte figure giuridiche sono da sempre una grande risorsa narrativa”. Questa dunque l’idea dalla quale è nato il progetto della rassegna di Cinema Letteratura e Diritto.

Questa undicesima edizione ha avuto inizio, dopo un’anteprima dedicata al romanzo di Bruno Cavallone La borsa di Miss Flite. Storie e immagini del processo, con la proiezione dell’ultimo film di Claudio Caligari  Non essere cattivo, candidato italiano agli Oscar 2016 come miglior film straniero.
Il 15 Novembre si prosegue con la proiezione di Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti. Seguirà poi la proiezione di Processo alla città di Luigi Zampa per far riscoprire, soprattutto ai più giovani, un grande classico del cinema italiano. Ogni proiezione sarà ovviamente introdotta da una presentazione affidata a un giurista o a un critico cinematografico. Tra gli altri protagonisti ci saranno i magistrati Alfredo Guardiano, Vincenzo Piscitelli e Federico Cafiero De Raho, lo storico Isaia Sales e l’ex consigliere del CSM Giorgio Spangher.

Anche quest’anno alle visioni cinematografiche si affiancheràla rflessione sul fumetto, come voce suggestiva dei rapporti tra diritto e rappresentazioni artistiche. L’amministrativista Daniele Donati e il sociologo Sergio Brancato prenderanno spunto dalla celebre serie di fumetti Watchmen scritta da Alan Moore e disegnata da Dave Gibbons nel 1986.

Novità di quest’anno saranno l’appuntamento letterario dedicato alla parodia con l’intervento di Costanza Geddes Da Filicaia, docente di Letteratura Italiana all’Università di Macerata e un appuntamento dedicato al rapporto tra diritto e memoria storica con l’intervento di Bendetta Tobagi dedicato alla stagione delle stragi che hanno insanguinato l’Italia. L’iniziativa è assolutamente originale nel panorama accademico italiano; il Preside della Facoltà di Giurisprudenza del Suor Orsola, Aldo Sandulli lavora proprio per integrare la didattica ordinaria e per consentire agli studenti di ampliare il bagaglio culturale di ognuno. Per citare ancora Gennaro Carillo bisogna “insegnare il diritto agli studenti, discutere di diritto con la comunità dei giuristi non solo con il codice alla mano ma anche attraverso le immagini e le suggestioni del cinema e della letteratura”.

 

Adele Perna: fascino da diva, talento e tanta gavetta

Sguardo intenso e magnetico che ricorda Sophia Loren, quello dell’attrice siciliana che sognava di diventare psicologa Adele Perna che, a dispetto di tante “attrici” monoespressive e di dubbio talento, si distingue per un fascino da diva d’altri tempi, volontà di migliorarsi e di apprendere quanto più possibile da questo mestiere, serietà e talento. Infatti Adele Perna non ha mai smesso di fare gavetta e sa bene che spesso le dinamiche sulle scelte per un ruolo importante in un film o in una fiction a volte non sono proprio meritocratiche.

Adele Perna inizia la sua carriera studiando presso l’Accademia di Pino e Claudio Insegno, Accademia che a quei tempi si chiamava “Tutti in scena” e collaborando con la regista Rodigina Josiana Pizzardo con la quale viaggia in tutta Italia facendo parte di una compagnia di Musical e operette. Recita  accanto ad attori come Sergio Fiorentini compianto doppiatore, interpretando una ragazza disabile in “Passato di pomodoro” e Lando Buzzanca con il Don Giovanni di Molière. Nel 2008 l’attrice si sposta a Torino dove lavora con Ivan Fabio Perna e la compagnia teatrale Louis and Clark con la quale porta in scena il giallo Sei personaggi in cerca di un cadavere; negli stessi anni inizia a lavorare con il cinema indipendente e la pubblicità. Da circa otto anni Adele Perna lavora insieme alla drammaturga e regista Maria Elena Masetti Zanini con la quale porta in scena spettacoli di nuova drammaturgia.

Il 16 settembre prossimo Adele Perna sarà in scena a Castellammare del Golfo con la tragedia Eroideide, mentre ad ottobre usicrà nelle sale uno degli ultimi film che l’attrice ha girato l’anno scorso: Fratelli di sangue, diretto da Pietro Tamaro e scritto da Francesco Rizzi. Sempre in autunno riprenderanno le repliche del fortunato spettacolo interattivo Le dissolute assolte che la vedono protagonista. Ma Adele Perna è molto attiva non solo nell’ambito dello spettacolo: in questi anni infatti ha anche approfondito una delle sue più grandi passioni, la cucina )anch’essa un’arta, del resto), e sta lavorando per mettere su una società di private chef.

 

1.Cosa vuol dire per una ragazzina del sud sognare il mondo dello spettacolo, della recitazione?

È una cosa molto strana perché io in realtà non ho mai sognato il mondo dello spettacolo, mi sono ritrovata a collaborare e con una compagnia teatrale quasi non volendolo, perché è andata così: ero stata chiamata solamente per cantare una serenata all’inizio dello spettacolo e a conclusione, ma quando arrivai alla sala prove mi innamorai di quel mondo e pensai che mi sarebbe piaciuto molto far parte del loro gruppo, poi casualmente la ragazza che doveva interpretare il ruolo della protagonista il giovane si ammalò poco prima del debutto e il regista chiese a me se avessi avuto il piacere di interpretare quel ruolo. Io ovviamente risposi di sì e iniziai così a lavorare insieme a loro. Girai l’italia con la filodrammatica per circa quattro anni e quando poi arrivai a Roma io volevo semplicemente studiare quello che era fino a quel momento solamente una grande passione per imparare le tecniche e poter farlo diventare un lavoro ma realmente non ho mai sognato il mondo dello spettacolo per me.

2.Recitare per te è anche un modo di analizzarti conoscerti meglio, visto che sognavi di fare la psicologa?

Sì; ecco quella forse è la vera motivazione per cui continuo ancora a fare questo lavoro e mi piace sempre tantissimo, perché poter essere tante persone contemporaneamente mi dà l’opportunità di esplorare i mille aspetti del mio essere che altrimenti difficilmente potrai analizzare. Sono anche una bravissima osservatrice quindi analizzo e faccio mie anche le sfaccettature caratteriali delle persone che mi circondano e cerco poi di utilizzarle nei lavori che porto in scena.

3.Quanto metti di tuo nei personaggi che interpreti e quanto invece prendi dai tuoi ruoli?

Quando ero bambina e vedevo i film, perché mia madre e mio padre andavano molto al cinema e mi portavano con loro, io vedevo quelle immagini e pensavo. Pensavo che quei personaggi potessero esistere solamente grazie al volto che avevano sul grande schermo ti faccio un esempio, tu immagineresti mai Rossella O’Hara di via col vento con un viso diverso da quello di vivien Leigh? è praticamente impossibile! oggi facendo l’attrice mi rendo conto che io presto al personaggio tantissimo di me ed è proprio quello che rende speciale un personaggio teatrale o cinematografico, che quel ruolo se hai fatto un buon lavoro potrà essere interpretato solamente da te. Poi è vero ci sono caratteri che sono scritti talmente bene dei quali ti resta un po’ ti resta un po’ della loro tristezza, della loro caparbietà! E’ vero, se i personaggi sono scritti bene ti regalano delle armi per continuare a vivere meglio, come quando leggi un bel libro.

 

Adele Perna

4.Che ricordi hai della tua esperienza romana presso l’Accademia di Pino e Paolo Insegno?

L’esperienza formativa in accademia da Claudio e Pino insegno è stata molto importante perché era un’accademia di Musical, si studiava danza, canto e avevamo degli insegnanti molto bravi e molto qualificati, ho studiato dizione con il maestro Diotaiuti che è in assoluto il migliore in Italia, canto con Tosca Donati che tutti quanti conosciamo essere una bravissima interprete e danza con Raffaele Paganini. Avevo il top dell’insegnanti in Italia einsegnanti di recitazione molto bravi quali Adalberto Maria Merli e lo stesso Claudio Insegno che insegnava recitazione due o tre volte, il quale mi ha anche fornito le armi per gestire la voce. Devo dire che ho un ottimo ricordo anche della classe: sono tutti ragazzi con i quali ancora mi sento e che ho incontrato nel mio percorso lavorativo dopo quegli anni, ragazzi a cui voglio bene e che come me faticano tanto per fare questo lavoro al meglio.

5.E di quella torinese con la compagnia teatrale “Louis e Clark”?

Con la “Louis and Clark” ho lavorato per due anni ho un ricordo meraviglioso di tutti quanti: persone fantastiche, ragazzi che si impegnano quotidianamente per far crescere la città dal punto di vista culturale. Il regista casualmente mio omonimo Ivan Fabio Perna gestisce un piccolo teatro, l’ho fatto diventare un gioiellino e anche gli altri ragazzi della compagnia sono tutti bravissimi, attori con la A. In un piccolo centro avere una compagnia teatrale che lavora insieme in modo compatto e continuativo è molto più semplice, a volte rimpiango di essere tornata a Roma perché lì mi sentivo veramente a casa qui invece quest’opportunità non c’è.

 

Adele Perna

6.Ti senti più a tuo agio a cinema o a teatro?

Sono due mondi completamente diversi e in qualche modo inparagonabili fra di loro anche se appartengono alla stessa matrice: il teatro è un’emozione continua nel momento in cui vai in scena il pubblico ti risponde, senti il suo calore continuamente, dagli applausi, dalle risate dalle lacrime a volte e questo ti riempie il cuore di gioia e ti fa continuare ad andare avanti, ti dà la spinta per andare avanti nelle repliche; invece il cinema è molto più interessante. Per quanto riguarda la creazione del personaggio, vedi, in teatro fai tante prove, un mese più o meno di prove prima di andare in scena, in cinema no, a volte fai delle prove,quando il regista è disponibile ma perlopiù crei il personaggio da solo, soprattutto nel cinema indipendente che al momento è l’unico cinema che ho fatto io, ma durante i ciak si crea come una magia difficile da spiegare: passo dopo passo diventi davvero il personaggio che stai interpretando, soprattutto se la concentrazione è buona. In questi mesi sto studiando al Duse International di Francesca De Sapio il metodo Stanislawsky e sto imparando a gestire tanto di me, del mio carattere, della mia impulsività in funzione del personaggio e sul set fa la differenza.

7.Quanto è stata fondamentale la gavetta per te in un ambiente, anzi in un mondo, dove spesso si vuole ottenere tutto e subito, contando magari su un colpo di fortuna?

La gavetta è assolutamente fondamentale, soprattutto perché io non ho ancora smesso di farla. Non ho mai partecipato ad una fiction importante con un bel ruolo, tantomeno ad un film cinema con un bel ruolo perché le dinamiche sulle scelte a volte non sono proprio meritocratiche quindi continuo a fare la mia gavetta nella speranza di diventare talmente tanto brava che i casting o i registi non possono non scegliermi per un ruolo.

8.Parlaci dello spettacolo “Eroideide”che andrà in scena il 16 settembre prossimo a Castellammare del Golfo.

“Eroideide” è una tragedia, racconta la leggenda di come nacque il paese di Castellammare del Golfo, i personaggi sono storici e mitici Dei ed eroi, da Giunone a Creusa, Segesta Egesta Agesilao fino ad arrivare allo scrittore di questa tragedia che è proprio Eroide, interpretato da Edoardo Siravo il mio ruolo è un po’ avulso dalla storia che raccontiamo perché io interpreto la voce del tempo ed è molto interessante per me sviluppare un personaggio che non ha corporeità.

9.A ottobre uscirà anche un film che hai girato l’anno scorso “Fratelli di sangue” diretto da Pietro Tamaro e scritto da Francesco Rizzi. Che ruolo interpreti?

Sì ad ottobre uscirà nelle sale “fratelli di sangue” diretto da Pietro Tamaro e scritto e interpretato da Francesco Rizzi. Il mio ruolo è molto divertente sono una ex ladra, Mara la strega, che ritorna a colpire soltanto per un ultimo per un’ultima volta insieme a una banda che Antonio il camaleonte, il personaggio interpretato da Francesco Rizzi raduna per ultimo colpo. E’ un personaggio molto divertente, è stato bello interpretarlo perché è vero che è una malvivente, ma adesso ha un figlio di 8 anni, ha cambiato vita, vorrebbe cambiare definitivamente vita per regalare al figlio un mondo migliore; però a volte come spesso capita anche nella realtà, i personaggi che hanno avuto un passato discutibile difficilmente riescono a uscirne completamente. quello che intuiamo nel film è anche che lei in qualche modo è stata innamorata di Antonio, il camaleonte, quindi vorrebbe preservarlo da tutte le cose negative che potrebbero venir fuori dopo questo ultimo colpo che vogliono con commettere, dunque è anche dolce e’ anche delicata in alcuni dei suoi aspetti.

10.Cosa pensi del cinema italiano?

Sul cinema italiano ho le idee un po’ confuse e forse non le posso esprimere nemmeno troppo liberamente. Credo che ci siano dei registi molto bravi che stimo immensamente primo fra tutti Emanuele Crialese o il mio conterraneo Giuseppe Tornatore (ho vissuto 10 anni a Bagheria); anche matteo Garrone è un ottimo regista, Paolo Virzi e alcuni nuovi come Piero Messina mi piacciono tanto e mi fanno ben sperare sul futuro del nostro cinema, ovviamente non vedo i cinepanettoni, non saprei nemmeno farti nomi di attori e registi che ne hanno girato e anche molte commediole non le guardo perché non mi interessano, però credo che il cinema italiano di questi anni sia nella giusta direzione.

11.Quali attori e attrici ammiri di più, e con quali ti piacerebbe lavorare?

Di attori italiani veramente bravi, quegli italiani che hanno reso grande il cinema italiano penso siano tutti morti e lo dico con un po’ di rimpianto, fra gli attori viventi mi piacciono tanto Valeria Golino, Valeria Bruni Tedeschi per le donne, e fra gli uomini Valerio Mastrandrea e Kim Rossi Stuart, non lo so, credo che la mia lista si fermi qui, ma certamente ci sono anche tantissimi bravi attori di cui non conosco il nome.

12.Hai in cantiere anche un progetto legato alla gastronomia. Vuoi parlarcene? E come è nata questa passione per l’arte culinaria?

La mia passione per la cucina nasce quando ero bambina, da sempre direi, mia madre tutti pomeriggi cucinava qualcosa di speciale o per il pomeriggio o per cena, faceva i biscotti, le pizze e io facevo i miei biscotti, le mie pizze sempre, tutte le volte che lei preparava qualcosa di speciale, io preparavo qualcosa di speciale insieme a lei. Ho sempre saputo cucinare e da ragazzina invitavo le mie amichette a cena e cucinavo io per loro. Poi nel 2010 decisi che volevo imparare le tecniche di ristorazione allora feci una scuola per chef a Roma che durò un paio d’anni comprensivo di stages formativo e devo dire che sono stata molto fortunata perché ho fatto lo stages formativo in un ristorante meraviglioso dei Parioli di cui però non posso fare il nome e da loro ho imparato veramente tanto, poi vivendo a Los Angeles, ho lavorato presso uno dei più importanti ristoranti italiani della California e anche lì ho imparato molto di quello che conosco oggi. Il mio progetto di cucina però non è di ristorazione, io sto mettendo su un progetto di private chef quindi uno chef che viene direttamente a casa e prepara la sua cena live. Ovviamente il progetto sarà dedicato agli stranieri in vacanza Roma o ad un target di persone che possono concedersi il lusso di invitare uno chef a casa propria. In questi giorni sto creando il sito internet, nel mio sito si potrà anche usufruire di un sommeliers di un bartender, di un musicista di un fotografo e di un video maker per la serata. E col tempo ho intenzione di allargarmi, mi piacerebbe tanto che gli chef di tutta Italia avessero il piacere di registrarsi sul mio sito e creare lo stesso movimento nelle altre città italiane.

 

Adele Perna n una scena dello spettacolo “Le dissolute assolte”

13.Riprenderà anche lo spettacolo interattivo “Le dissolute assolte”. Che sensazioni si provano quando si ripete più volte lo stesso spettacolo, riesci a trovare sempre nuove motivazioni ed emozioni?

Lo spettacolo “Le dissolute assolte” e’ quanto di più divertente abbia mai fatto e come dicevi, è uno spettacolo interattivo: il pubblico segue Leporello attraverso le stanze, lui accompagna gli spettatori presso le ragazze che interpretano il loro personaggio, l’atmosfera è magica, sembra di stare nei cunicoli nascosti delle ville settecentesche dove si concludevano i peccati più nascosti e le persone vengono ammaliate da questo pensiero. È proprio il pubblico che ti dà la carica e la voglia di ripetere le repliche sempre, a volte facciamo anche due repliche a sera perché lo spettacolo dura un’ora quindi spesso ci ritroviamo ad avere il doppio turno ma, nonostante questo, è sempre un’esperienza meravigliosa. Il gruppo è compatto, siamo tutte amiche, ci vogliamo tutte bene, non c’è rivalità, non ci sono conflitti si sta bene insieme, viva le dissolute!!!

14.Il teatro è quel luogo “dove tutto è finto ma niente è falso”, come disse una volta Gigi Proietti?

Proprio così, non c’è niente di falso, assolutamente nulla, tutte le emozioni che vengono provate sulle assi del palcoscenico sono reali se piangi piangi davvero, se ridi stai ridendo davvero, è così, è strano non è finzione, in quel momento lo stai provando realmente! Quando poi finisce lo spettacolo ritorni alla tua vita portandoti dietro un pezzetto dell’anima del tuo personaggio.

15.Quale personaggio ti piacerebbe interpretare a teatro o al cinema?

Ce ne sono così tanti forse quello che maggiormente mi piacerebbe interpretare in teatro è Ofelia dell’Amleto, o Nina del Gabbiano di Cechov, ma nella scrittura contemporanea ci sono personaggi molto interessanti che richiamano caratteri immortali delle opere classiche che tutti conosciamo. Al cinema invece non saprei; mi piacciono i personaggi complessi mi piacciono i cattivi forse perché con la faccia che mi ritrovo mi verrebbe bene un cattivo, non c’ho mai pensato. Se posso dirti invece un personaggio che hanno già interpretato e che mi piacerebbe rifare, beh allora forse Annie Sullivan, l’educatrice di Anna dei miracoli, quello si che è un personaggio che adorerei interpretare, non è cattiva, anche se lo sembra per tutto il film; in realtà è una donna molto buona che ha sofferto moltissimo, un po’ come me, forse!

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