Tirana, un’aquila che si prepara a volare alto

Tirana: si apre il sipario, ed ecco una città appena nata. Del secondo dopoguerra restano in mostra il monumento ai caduti e una certa antichità del pensiero, di una mentalità divisa tra passato e presente, rinnovamento e conformismo. La capitale dell’Albania, con poco meno di un milione di abitanti, porta ancora lo strascico degli anni ’90, fatto di emigrazione, amara speranza e di quella strana rivincita sulla modernità dei paesi europei, con la fuga degli albanesi, i residui della dittatura comunista, e il mix (non sempre felice e gestibile) di religioni.

Tirana respira una frenesia da rilancio: sfrecciano macchine europee e non solo, brillano le vetrine delle boutique da sposa, e si alzano i profumi dei prodotti tipici del paese delle aquile. Come il Burek, dal sapore orientale, che gli esercenti vendono nei chioschetti ricordando la genuinità di un mercato urbano spezzato dai vertiginosi edifici di recente costruzione. Per non parlare del traffico: indomabile, è un’altra caratteristica della città, una piccola giungla da tenere sotto controllo, con l’aiuto dei vigili e una discreta dose di pazienza.

Tirana: la storia, il futuro

A Tirana il passato dittatoriale si è spento, e nella zona roccaforte del regime oggi si staglia –nel quartiere Block – il cuore della movida albanese, ricca di locali, pub e ristoranti che fanno invidia ai luoghi cult delle capitali europee. E alla forza austera senza grazia si contrappone l’armonia dei palazzi in costruzione, di hotel a quattro e più stelle e i parchi, come quello che sta sorgendo ancora attorno a Piazza Skanderberg: un monumentale progetto pedonale avviato a giugno 2016, tuttora in corso di svolgimento e voluto fortemente dai cittadini di Tirana. Il progetto porterà nella piazza tre elementi: la pietra sotto forma di lastre alte circa 10-12 cm, e provenienti dalle diverse regioni dell’Albania (da Tropoje e Kukës, Bilishti, Librazhdi, pietre calcaree di Tirana, Korca, Gjirokastër, Saranda, Berat, Valona, Kruja, Bulqiz, Prizren, Ersek, Skrapar), la ricca vegetazione con 900 alberi decorativi con fusto alto. Invece per le fontane e per l’irrigazione dei parchi verrà utilizzata acqua piovana. Il tutto accompagnato da un’illuminazione che bagnerà la piazza e gli edifici intorno, con l’utilizzo di pannelli solari e luce radiante.

Moschea di Tirana

Ma Tirana per chi vuole osservarla con attenzione, è molto più. Una cicatrice che orgogliosa non si vergogna di essere vivida su un’epidermide che resiste, come una rivincita sulla sconfitta, sul dolore di anni di sottomissione. Una promessa di novità e ottimismo. Ma è anche una grossa contraddizione. Accanto alla ricchezza di chi ce l’ha fatta, si accosta la povertà e la semplicità del vecchio, delle famiglie che vivono ancora in abitazioni in pietra, con bagno turco e poca luce. Basta camminare un po’ verso la periferia della capitale per vedere cani randagi che scorrazzano ovunque senza meta, strade sterrate, immagini e sensazioni che ci riportano ai film di Vittorio De Sica, Comencini ma anche a Mamma roma di Pier Paolo Pasolini.

Le contraddizioni

Tirana è la città delle contraddizioni: fresca e vivace, conformista nell’eternare le sue tradizioni come in una bolla di vetro, è la città del bazar dove tabacco e tè costano 10 euro al kilogrammo e gli odori intensi si mescolano alla frenesia dei pedoni. Tirana è anche folkloristica e ribelle: come i contadini ai margini delle vie che vendono ancora pannocchie arrostite e souvenir per turisti e le vetrine che mettono in mostra i negozi per cover di smartphone, molto amati dai visitatori. Le strade a volte, larghe e ampie, ricordano un po’ New York, così come i taxi gialli offrono lo spiraglio di una piccola metropoli divisa tra oriente ed Europa.

La capitale dell’Albania esercita sui visitatori il grande fascino dell’incontro. Difficile trovarsi spaesati, persi o soli a Tirana se in compagnia di qualche autoctono. Perché se c’è una cosa da notare subito, oltre alla tolleranza religiosa ultima conquista degli albanesi, è proprio l’accoglienza spontanea e fiera dei cittadini. Attaccata alle radici ma aperta al nuovo, come una roccia sul mare, Tirana è un’isola urbana: tutt’attorno sorgono ancora campagne e le colline così rudimentali e sole come se fossero dimenticate dal presente, ma così nitide agli occhi.

Fontana illuminata, Centro di Tirana

Credere in Dio è una scelta, ma anche la trasmissione di un messaggio esistenziale. E a Tirana è diretto e chiaro: oltre le vertigini del nuovo, la religione fa soffermare gli ancora pochi turisti che visitano la città per la prima volta: la moschea e la basilica ortodossa sono quasi dirimpettaie, così vicine e così pacificamente, affiancate, amalgamate. Tirana dove un euro vale 140 Lek, e con un basso costo della vita, si riesce con poco e il più è apprezzato. Mentre il ritmo della quotidianità, lontano dalle sfere cittadine, nelle aree rurali ci riporta ai nostri anni ’60, facendo sentire non poco la nostalgia di un passato italiano.

 

Fonti: http://www.tirana.al/projekti-i-sheshit-te-ri-skenderbej/

Varanasi, roccaforte della spiritualità mondiale

Varanasi, municipal corporation, di 3.682.194 abitanti, tra le più antiche agglomerazioni urbane al mondo.

 

“Si arriva a un momento nella vita in cui tra la gente che si è conosciuta i morti sono più dei vivi. E la mente si rifiuta d’accettare altre fisionomie, altre espressioni: su tutte le facce nuove che incontra, imprime i vecchi calchi, per ognuna trova la maschera che s’adatta di più”. [Le città invisibili, Italo Calvino].

L’India è per estensione, popolazione, etnie, per divisioni federali, religiose, di casta, più vicina all’essere un continente che non un semplice stato. A questa repubblica federale viene associato invariabilmente il concetto di spiritualità. Come tutte le affermazioni categoriche, davanti alle opportune contestualizzazioni, non regge. L’India di oggi, infatti, complici povertà ed occidentalizzazione di sogni e stereotipi, è una “zona grigia spirituale”. Queste persone percepite dai più come colorate, buffe e con una spiccata spiritualità, lo sono poi davvero? Più probabilmente, come in ogni luogo, c’è gente di ogni sorta e valore. Talvolta, ad esempio, e non così di rado, capita di assistere in India a sceneggiate di stampo partenopeo.

Nello stato dell’Uttar Pradesh sorge una roccaforte della spiritualità mondiale: Varanasi (Benares per gli anglofili), la città santa. Una metropoli di più di tre milioni e mezzo di abitanti che vive una inscindibile simbiosi con la Ganga, il fiume Gange; tale sincronia porta città e corso d’acqua ad essere nei fatti un’unica entità. Madre Ganga culla, attira, ritiene, irradia qualunque essere. Quasi fosse una seconda luna. L’unico modo di orientarsi nella parte vecchia di Varanasi è “sentire” la Ganga, altrimenti il dedalo di vicoli che si dipana dai Ghat (questo il nome dei templi per abluzioni che si tuffano nel fiume sacro) risulterà indecifrabile. A complicare le cose, oltre a persone, motociclette e biciclette, in quegli stessi vicoli sono incontri all’ordine del giorno quelli con vacche sacre, capre, galli, scimmie, rane.

 

Varanasi-foto scattata da Daniele Tartarone

Imperdibile il Kashi Vishwanath Temple dove tutti gli hindu si recano almeno una volta nella vita a rendere omaggio a Shiva a cui il tempio è dedicato. Potrebbe essere arduo per gli occidentali esservi ammessi, in base al servizio di sicurezza del giorno, ma con un po’ di insistenza e reiterati tentativi le meraviglie del più importante tempio induista potrebbero aprirsi a voi. Risalendo in direzione nord dall’Assi Ghat, il più a meridione, incontriamo numerosi altri Ghat. Luoghi di preghiera e aggregazione ma anche di festa e convivialità. Tutti con ampie scalinate che, sommerse con l’alta marea, con la bassa ci conducono in acqua.

Ogni anno decine di milioni di fedeli compiono pellegrinaggi a Varanasi. Durante lo Shivaratri, tra le più importanti celebrazioni hindu, gruppi di dozzine di persone in abbigliamento interamente arancione, il colore simbolo di Lord Shiva, corrono come forsennati per stradine larghe, di regola, intorno al metro e mezzo, incuranti di qualunque cosa travolgano, sempre bonariamente, intonando mantra a squarciagola. Numerosi i Sadhu (in seno ai quali tanti ciarlatani) che popolano strade e piazze.

Il luogo in cui l’energia della città raggiunge l’apice assoluto è il Manikarnika Ghat, quello adibito ai riti funebri. Una pedana lignea di una dozzina di metri quadrati, a pochi passi dal fiume, raccoglie anche cinque pire funerarie contemporaneamente. Non si usa più, per ragioni economiche, il sacro e profumato legno di sandalo, ma si cosparge legname a buon mercato con qualche pizzico di polvere di quel pregiato albero. Sulla pedana lavorano soltanto donne. A loro è affidato questo compito oltremodo delicato. A pira esaurita le ceneri vengono restituite a Madre Ganga. Nel culto induista si ritiene che morendo nella città santa si venga liberati dal ciclo delle reincarnazioni e si sia liberi di ricongiungersi con il Brahma. Ed ecco che poco distante dalla pedana crematoria si staglia a picco sul fiume un fatiscente edificio al cui interno chi volesse può recarsi ad aspettare la morte. E non pensiate di trovarvi tristezza, angoscia, malattia o miseria (se non economica). Per lo più anziani sorridenti pregano, chiacchierano e fissano la Ganga con benevola serenità.

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