Quante poetesse dimenticate nella storia della letteratura: da Chiara Matraini a Clotilde Marghieri

Nella storia della letteratura sono tante le poetesse dimenticate, a partire da Chiara Matraini, che ci fa tornare al Rinascimento italiano. O ancora, Paolina Secco Suardo Grismondi e Clotilde Marghieri… – L’approfondimento ci è stato dato in occasione dell’uscita di “Per seguire la mia stella” di Laura Bosio e Bruno Nacci, un libro che riporta in vita passioni e intrighi del Rinascimento italiano e una straordinaria figura femminile a lungo dimenticata, quella appunto di Chiara Matraini.

La storia di Chiara Matraini

Siamo a Lucca, città dalle cento torri e dalle cento chiese, dai bastioni possenti, ricchissima e spietata, devota e ribelle, fiera della sua indipendenza. Nel 1515, proprio a Lucca, nasce una donna simile alla sua città, orgogliosa e non domata, condannata a una vita controcorrente dal suo stesso essere donna e da un precoce talento poetico. Figlia di mercanti che esportano le loro finissime stoffe in tutta Europa, Chiara Matraini non è nobile né cortigiana, le sole condizioni che le permetterebbero un riconoscimento pubblico. Nel suo destino c’è un futuro di moglie e madre con un’oscura vita tra le mura di un palazzo. Invece Chiara, forte degli studi che i genitori le hanno consentito, decide di diventare una letterata, di più, una poetessa, pubblicando con il suo nome un volume di Rime che ottiene molti consensi. Una scelta che paga duramente, senza smettere mai di lottare, per amore del figlio, della poesia e dell’uomo a cui si lega dopo la morte del marito, suscitando scandalo. Attorno a lei, un mondo in rapido cambiamento, tra la scoperta di terre fino ad allora sconosciute, la finanza nascente, le inquietudini artistiche, le guerre di dominio e gli aspri conflitti religiosi.

Quante sono le poetesse dimenticate?

La più enigmatica, tra le poetesse italiane dimenticate, forse è Compiuta Donzella, di cui alcuni critici mettono persino in dubbio l’esistenza. Di lei ci sono rimaste solo notizie frammentarie e tre sonetti, ma la sua importanza storica è notevole: si tratta probabilmente della prima donna che ha scritto componimenti in lingua volgare italiana. Nobile fiorentina vissuta nel Duecento, era una donna colta, privilegio riservato a pochi, e secondo testimoni del tempo, come Guittone d’Arezzo che pare le fosse amico, anche stimata rimatrice. Eppure di questa donna coraggiosa nelle storie letterarie quasi non si trova traccia.
Paolina Secco Suardo Grismondi era una figura di spicco nei salotti letterari bergamaschi del Settecento. Poetessa apprezzata, era stata ammessa nell’Accademia dell’Arcadia con lo pseudonimo di Lesbia Cidonia, ma un’accusa di plagio, a cui molti oggi tendono a non dare credito, l’ha consegnata all’oblio. Secondo altri la sua vera colpa fu un “pensiero virile” di cui le donne non potevano essere portatrici.

Dimenticato anche il nome di Clotilde Marghieri, napoletana, collaboratrice di giornali come Il Mattino, Il Mondo, il Corriere della Sera, La Nazione e il Gazzettino, e corrispondente epistolare del grande storico dell’arte Bernard Berenson. Nel 1974 vince il premio Viareggio con Amati Enigmi.
Sono in pochi a ricordare anche Catherine Pozzi, nata a Parigi nel 1882 in una famiglia colta e ricca. Il padre, Samuel, medico illustre, frequentava i migliori salotti dell’aristocrazia e dell’alta borghesia, ospitando nel proprio Marcel Proust e Barbey D’Aurevilly, i fratelli Goncourt e Sarah Bernhardt. Inquieta, versatile, viaggiatrice, a venticinque anni aveva sposato un prestante e vanesio scrittore di vaudevilles, ma il matrimonio era finito presto in un crescendo di delusioni. Nel 1910, dopo la nascita del figlio Claude, aveva scoperto di essere malata di tisi. Era stata colta da un furore di apprendere e aveva studiato teologia e matematica, fisica e letteratura.

Stimata da Paulhan e da Rilke, amici e corrispondenti, nel 1920 aveva incontrato Paul Valéry. Era così iniziato un amore passionale e tempestoso, fatto di un intenso scambio intellettuale, ma anche di una straziata, impossibile comunione, e terminato otto anni dopo. Di recente, si è cominciato a prestare attenzione sia alla sua singolare figura di donna, sia alle sue opere: dalle poesie, le uniche finora tradotte in italiano, al romanzo autobiografico, Agnès, che uscì anonimo e fu a lungo attribuito a Valéry, e soprattutto al Journal, il diario che tenne dal 1913 alla morte, nel 1934, vero capolavoro nel suo genere. Da una parte, la registrazione precisa e acuminata di persone, avvenimenti, letture e vicissitudini sentimentali quali si presentano nelle circostanze di ogni giorno; dall’altra una meditazione esistenziale, a volte amara, a volte crudele, illuminata da una scrittura densa e pura, capace di rendere conto del tragico destino di una vita e del tormentato inizio di un secolo.

 

Donne mie che siete pigre, angosciate, impaurite,/ sappiate che se volete diventare persone/ e non oggetti, dovete fare subito una guerra/ dolorosa e gioiosa, non contro gli uomini,/ma contro voi stesse che vi cavate gli occhi/ con le dita per non vedere le ingiustizie che vi fanno.

Dacia Maraini

 

Fonte:

http://www.illibraio.it/poetesse-dimenticate-452308/

Clotilde Marghieri: passione, audacia ed ironia

La scrittrice napoletana Clotilde Marghieri (Napoli, 1897 – Roma, ottobre 1981), non si è mai definita una professionista della letteratura, eppure si è dedicata alla letteratura con estrema passione, coraggio ed ironia di chi ha voglia di ricercare sempre e comunque la verità.

L’opera con cui esordisce è Vita in villa del 1960, nella quale l’autrice dimostra di conoscere non soltanto le piante e le erbe del suo giardino, ma anche i vizi, le virtù, i sentimenti, i difetti delle persone che la circondano: Filomena e Timoteo, il poeta cinese Chem-Shi-Hsiang, la duchessa X e la duchessa Carafa, l’autista dell’ambasciatore. La Marghieri offre una variegata galleria di ritratti attraverso un gioco di stile che sfocia a volte nell’ironico (ma sempre con garbo), altre nel patetico (ma sorridendo). La scrittrice partenopea si avvale di un dialogare spigliato, arguto, fatto di ammiccamenti che rendono la lettura ancora più piacevole e nella quale si percepisce l’amore della Marghieri verso i suoi luoghi, le sue genti, le sue cose, come una madre. Questo è Vita in villa, un libro d’amore celato sotto la sottile pelle del risentimento e del dispetto come lo ha giustamente definito Angioletti.

Sembra proprio ben fondata la teoria che vuole le donne realizzarsi meglio nella dimensione autobiografica, un esempio su tutte è Virginia Woolf e Clotilde Marghieri non si sottrae di certo, della quale possiamo collocare accanto a Gli anni della Woolf, Le educande di Poggio Gherardo del 1963, oltre a Vita in villa, naturalmente.

In questa sua seconda opera, la scrittrice è sottilmente ironica e solitaria nell’indagare sull’anima femminile; la narrazione comincia con l’entrata in collegio della protagonista, figlia di genitori difficili, amata molto dal nonno e dalla nutrice. Nel collegio la bimba dimostra di aver recepito le idee laiche ottocentesche del nonno, probabilmente scientificiste, sicuramente religiose, con una vena volterriana, la quale rappresenta una delle trovate più felici del racconto insieme alla natura estrosa della protagonista.

Tuttavia la Marghieri non insiste troppo su questo aspetto, le pagine in cui la bambina, di fronte ai smboli religiosi, si sente diversa dalle sue compagne tanto da indurle nel dubbio; a a tal proposito è emblematico l’episodio della Comunione, descritto con un realismo audace che avvia il racconto verso un altro tono, più drammatico che strizza l’occhio al sottile psicologismo di Marivaux. Non manca una certa curiosità di vita che la Marghieri utilizza per riempire il vuoto e l’ozio di un collegio di ragazze con i loro segreti amorosi, la loro sensualità inconsapevole, la loro ritualità. Dentro quest’aria barocca un cui è avvolto il collegio si respira quindi qualcosa di inconsapevole e di irriverente, ovvero il volterrianesimo, lo scetticismo, l’agnosticismo di Voltaire, oltre alla conturbante sensualità che si scontra con il puritanesimo.

Lo stile della Marghieri è ardito, duttile, scandaglia le anime delle adolescenti che si affacciano alla vita, nemmeno qui mancano efficaci ritratti colti nel sentimento più impalpabile.

Clotilde Marghieri è cresciuta nell’alta borghesia napoletana, ma lascia senza scrupoli il bel mondo privilegiato dei salotti per trasferirsi a Torre del Greco e narrare di storie quotidiane, di piccole battaglie, vivendo totalmente la sua indipendenza, la sua passione e il suo sdegno, dando vita ad un linguaggio che oscilla tra il classico e il parlato, facendo riferimento alla letteratura settecentesca europea per raccontare la gente del Vesuvio, calda come il suo Vulcano.
La scrittrice ha collaborato anche con giornali e riviste pretigiose quali “Il Mondo”, “La Nazione”, “Il Corriere della Sera”,“Il Mattino”, “Il Gazzettino”. Vince nel 1975 il Premio Viareggio con il romanzo Amati Enigmi.

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