‘Tolo Tolo’, il nuovo film di Checco Zalone, tra convivialità e notazioni scorrette ed opposte

Resteranno delusi coloro che si sono accapigliati ancora prima dell’uscita dell’atteso film di Checco Zalone, Tolo Tolo, prodotto dalla Taodue di Pietro Valsecchi, che si dividono in quelli pronti a condannare il presunto spirito razzista, salviniano, anti-migranti, e quelli adusi a difendere la sua comicità politicamente scorretta.

Tolo Tolo: tra citazionismo e mescolamento di notazioni “scorrette”

Ma Luca Medici, alias Checco Zalone, non ha fatto una scelta di campo e in Tolo Tolo (Solo, solo) non manifesta alcuna fobia o insofferenza per i neri, gli sbarchi e i migranti né strizza l’occhio a Salvini. Anzi. Piuttosto mescola notazioni “scorrette” ad altre di segno opposto, è la sua miscela vincente e se vogliamo furba, anche se stavolta il risultato è meno riuscito rispetto ai suoi precedenti film; Tolo Tolo infatti si rivela un film leggero, godibile ma fa ridere meno del solito.

Zalone diverte a dispetto delle critiche stantie e noiose di alcuni critici abituati ad essere estasiati dal tetro e pesante bastian contrario di Nanni Moretti o al fazioso trasformismo Maurizio Crozza. Zalone invece sparisce per molto tempo, non cura i social, non compare in TV per poi sbucare all’improvviso con un nuovo film che riempie tutte le sale cinematografiche d’Italia battendo il suo stesso record di Quo Vado, dove Zalone compiva un’esperienza nella civilissima e progressista Norvegia.

Dal punto di vista formale Tolo Tolo risulta essere un film più elaborato dei precedenti, ma non altrettanto per quanto riguarda il soggetto e la sceneggiatura (scritta con Paolo Virzì); tuttavia la forza della pellicola risiede nell’abilità del regista di far credere che ad essere preso di mira è sempre qualcuno altro, non lo spettatore che lo guarda, e per questo che Zalone frega e scontenta tutti.

Tolo Tolo, come molti si aspettavano non parla di immigrazione e integrazione, bensì di emigrazione e convivialità, concetti pressocché sconosciuti ad intellettuali ed artisti nostrani. Facendo la spola a velocità massima tra opposto estremismi e centrismi, Zalone prende di petto argomenti attuali e spinosi ricorrendo anche al citazionismo e a riferimenti della storia del cinema non comprensibili o conosciuti da tutti: si va da Esther Williams a Pasolini, da Bertolucci a Spielberg, passando per Mary Poppins.

Trama del film di Zalone

La storia è quella di un imprenditore delle Murge che scappa in Kenya per sfuggire ai tormenti procuratigli dalla ex moglie, Equitalia e creditori vari, dove si improvvisa cameriere in un resort esclusivo, perché secondo lui, che ha rifiutato il reddito di cittadinanza per aprire un sushi restaurant, in Africa “è possibile continuare a sognare”. Lì incontra Oumar, cameriere con il sogno di diventare regista e la passione per quell’Italia conosciuta attraverso il cinema di Pasolini.

All’improvviso in Africa scoppia la guerra e i due sono costretti a emigrare, anche se Checco non punta all’Italia ma ad uno di quei Paesi europei che sono paradisi fiscali. A loro si uniranno la bella Idjaba e il piccolo Doudou (“come il cane di Berlusconi”)

Tolo Tolo è un road movie alla rovescia dove il burattinaio Zalone ne ha per tutti ma non parteggia per nessuno, e dove i politicamente corretti godono a vedere messi alla berlina i pregiudizi d’una volta; e i politicamente scorretti godono a vedere essere presi in giro i nuovi tabù intoccabili in un linguaggio senza veli. Così ognuno ride alle spalle dell’altro.

La sua satira dei pregiudizi degli italiani regge su una semplice ma efficace trovata: fa parlare un ragazzo d’oggi con le parole ingenue di pochi decenni fa, quando quei modi di dire e di pensare erano senso comune e lessico quotidiano, non solo al Sud. Sulla stessa lunghezza d’onda è la sua comicità fondata sui doppi sensi, come si usava nelle comitive di una volta e che oggi appare irriverente. Zalone è un finto ingenuo e triviale che non vuol convincere né fustigare nessuno, né propinare ideologie “corrette”, solo seminare qualche dubbio e strappare risate.

Non a caso in Tolo Tolo gli sfruttati neri sono perseguitati, ma non di rado si trasformano in sfruttatori; i politici italiani sono macchiette viventi, ma i poliziotti locali prendono mazzette più degli evasori nostrani; il Mussolini che è rimasto nelle nostre vene  è grottesco, ma purtroppo è vero anche che i trafficanti estorcono 3000 dollari a testa ad adulti e bambini per la pericolosa traversata; sul molo dove attraccano i barconi si fronteggiano a pari merito di sgradevolezza i tifosi del “cacciateli via” e quelli del “restiamo umani”.

Si può vivere insieme per fronteggiare problemi comuni (guerra, tasse, terrorismo, ex mariti o ex mogli) e abitudini universalmente riconosciute (come la “gnocca”) e non perché qualcuno ci viene a dire che bisogna stare tutti nella stessa casa, per costrizione oppure per contaminazione, ricordando sempre che molto spesso la realtà è una fake news.

 

‘Benedetta follia’ di Carlo Verdone ci consegna un’Ilenia Pastorelli attrice a pieno titolo

Che Ilenia Pastorelli, l’inconsapevole fatina di “Jeeg Robot”, fosse una forza della natura lo si era già capito, ma Verdone è riuscito a tramandarla come attrice a pieno titolo. La sua verve sexy in bilico tra il “ci è o ci fa” (la sciroccata) imperversa, infatti, in Benedetta follia, shaker dolceamaro delle tematiche più congeniali al talento ragionato del regista trait d’union tra la tracotanza dei mostri anni Sessanta e la fragilità degli eredi psicotici della commedia all’italiana. Il suo segreto si conferma, infatti, quello dell’abilità e la malizia con cui il suo alter ego schermico è indotto a confrontarsi con le controparti femminili che lo blandiscono e l’umiliano, ma infine gli offrono puntualmente una chiave per restare i piedi sui travagliati saliscendi della vita.

Plurimitato senza sosta –anche il film della coppia Albanese/Cortellesi in questi giorni meritatamente premiato dal box-office non può che definirsi verdoniano- il suo album di storie smarginate ha scontato fatalmente qualche impasse, ma per fortuna quest’ultimo capitolo agisce da ottimo energetico non solo perché servito a puntino dalla pertinenza della fotografia e la colonna sonora, ma perché distribuisce nelle proporzioni giuste le piroette survoltate ed esilaranti e i contrappunti di uno stato d’animo malinconico ma non lugubre.

Il messaggino in filigrana di Benedetta follia si limita a suggerire che non basta invecchiare, bisogna “sapere invecchiare”, ma è proprio su questo terreno che nessuno può superare le vocazioni autolesionistiche di un deus ex machina come Carlo Verdone. Fatta salva una riserva sul finale un po’ flebile e sforzato, il film non perde le misure e le cadenze né quando il timorato protagonista è trascinato nel gorgo delle app per single desiderosi d’accoppiarsi (esula dalla volgarità persino la gag del cellulare finito per un gioco erotico maldestro negli intimi recessi di un’assatanata), né quando lo stesso sgambetta come Dumbo in un balletto onirico-psichedelico ai piedi della commessa in look fetish-borgataro, né quando l’incontro con l’amorevole infermiera interpretata da un’intonata e fascinosa Maria Pia Calzone mette in stand by la tragicomica guerriglia di classe e di sesso. E’ forse il caso che il Dio della commedia nazionale continui a darci il nostro Verdone quotidiano.

 

Benedetta follia

Addio a Gene Wilder, indimenticabile Dott. Frankestein

Si è spento il 29 agosto scorso, dopo una lunga malattia, all’età di 83 anni l’attore statunitense Gene Wilder famoso per i suoi ruoli del dottor Frankestein o “Frankestin” (così viene pronunciato da Igor il suo servo fedele) nel film Frankenstein Junior (1974) in cui interpretava l’omonimo scienziato, e per la sua fantastica interpretazione stralunata e e bizzarra di Willy Wonka proprietario della famosissima fabbrica di cioccolato (2005), che tutti i bambini volevano visitare. Con la sua simpatia, allegria e spontaneità, Gene Wilder ha segnato l’infanzia di molti perché diciamocelo, chi non sognava di vincere il biglietto d’oro per incontrarlo. Sconfitto forse un po’ troppo presto dall’alzheimer, un nemico con cui combatteva da tempo e che alla fine ha vinto portando via uno dei volti più noti del cinema degli anni 70 e con lui un pezzo della nostra spensieratezza da bambini. Ma come cita un detto antico “i migliori sono i primi ad andarsene”quindi non ci resta che dire addio ad una grande icona, che rimarrà sempre nei nostri cuori.

Jerry Silberman, questo era in realtà il suo nome, figlio di un immigrato russo, nato a Milwaukee, nel Wisconsin nel 1935, è stato non solo l’interprete principale di quel capolavoro assoluto di comicità Frankenstein Junior, pellicola cult del 1974 firmata da Mel Brooks, sebbene fosse di Wilder l’idea originaria nonché la prima stesura della sceneggiatura; Mel Brooks già vincitore di un Oscar per la sceneggiatura dell’esilarante satira del mondo teatrale Per favore, non toccate le vecchiette del 1968. Una trama geniale, un cast eccezionale (che ci regala, tra gli altri, un Marty Feldman nel ruolo di Igor, da antologia), una colonna sonora perfetta: Frankenstein Junior, parodia del classico di Mary Shelley conta su una trama geniale, un cast fantastico, una colonna sonora perfetta e battute memorabili, diventati veri e propri tormentoni: “Si può fare!!!”; “Lupu ulula. Lupululà? Là! Cosa? Lupu ululà e castello ululì! Ma come diavolo parli? È lei che ha cominciato. No, non è vero! Non insisto. È lei il padrone”; “Che lavoro schifoso! Potrebbe essere peggio. E come? Potrebbe piovere (scoppia il diluvio)”; “Igor cosa ci fai tu qui? Ho sentito dei rumori sospetti e sono sceso giù con il monta vivande, ho fatto un colpo gobbo”; “Rimetta a posto la candela”, “Frau Blücher”.

Dall’irresistibile sguardo dolce e vispo, Gene Wilder è stato tecnicamente molto abile nel mantenersi sempre lo stesso pur nella diversità, lasciandoci performances divenute celebri in Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso… di Woody Allen, Mezzogiorno e mezzo di fuoco, Vagon litz con omicidi, Il gioco del giovedì, Il fratello più furbo di Scherlock Holmes, La signora in rosso, Non guardarmi, non ti sento, Scusi dov’è il West? Nel dirigere, oltre che ad interpretare i suoi film, Wilder, l’attore-feticcio di Mel Brooks, è sempre riuscito, con la sua tenerezza e malinconia, a conferire al nonsense e allo humour una profondità alquanto complessa.