Foibe, giornata della memoria. “El Spin” e la satira contro Tito, gli slavi, i grandi della terra di Andrea Giannasi

Foibe, per non dimenticare. Contro la cancel culture. Esce in occasione del Giorno del Ricordo, oggi 10 febbraio, il saggio di Andrea GiannasiEl spin. La satira contro Tito. L’esperienza dell’inserto della Gazzetta di Pola contro l’egemonia jugoslava 1945-1947″ (Tralerighe libri editore).

Sabato 20 ottobre 1945 i polesi trovarono in edicola insieme a “La Gazzetta di Pola”, un inserto satirico di quattro pagine, al prezzo di sette lire, dal titolo in istro-veneto “El Spin”, la spina, con vignette di Gigi Vidris.

Il giornale intendeva mostrare «gli imbonitori ben pagati che urlano e offrono in cambio della rinuncia alla Patria, l’onore d’una cittadinanza titina che desta invidia al mondo; o chi crede o fa credere agli altri che la storia dell’Istria comincia dal regno dei Karageorgevic e finisce con la calata della IV Armata slobodnja. E nel trambusto, rimettono fuori le corna gli sparuti superstiti della sgominata legione neo-fascista, vantandosi novelli salvatori della Patria in pericolo, dopo averla stuprata e rovinata. È uno spettacolo che merita d’essere registrato».

Lo storico Andrea Giannasi è riuscito a ritrovare una collezione completa dei giornali originali di “El spin” analizzandone i contenuti.

Attraverso la lettura degli articoli, delle vignette, delle spigolature, delle lettere in redazione, è possibile ricostruire la tragica vicenda della comunità italiana tra l’incombente esodo, gli arresti, le vigliaccherie, i numerosi gesti antitaliani, la Strage di Vergarolla nella quale morirono 65 polesi. Di fronte alla stanchezza, la paura, l’orrore, i titini, gli “s’ciavi”, i drusi, i nuovi “gerarchi” e il consesso internazionale sempre più distante dalle questioni istriane.

Al centro delle “punzecchiature” Tito e gli slavi, insieme alla minoranza italiana filo-titina di Pola, ma anche i Quattro Grandi che a Parigi aveva segnato le sorti della Venezia Giulia dimenticando gli ideali di giustizia e di autodeterminazione dei popoli contenuti nella Carta Atlantica.

Il lungo lavoro di ricerca è introdotto da un saggio storico che affronta la complessa vicenda del confine orientale italiano, dalla caduta della Repubblica di Venezia; la dominazione dell’Impero Austro-Ungarico; i processi di germanizzazione; la nascita delle idee nazionali; la netta separazione tra italiani nelle città costiere e gli slavi nel contado; la Prima guerra mondiale; il fascismo di frontiera e la “bonifica etnica”; il Tribunale Speciale del fascismo; la Seconda guerra mondiale.

Andrea Giannasi, laureato in Storia contemporanea (tecnica militare) presso l’Università di Pisa è autore di numerosi studi sulla formazione di contingenti militari impiegati in scenari di guerra. Tra questi Il Brasile in guerra, La Força Expediçionaria Brasileria 1944-1945, Carocci, Roma, 2014; I Nisei in guerra. I soldati nippoamericani in Italia 1944-1945, Tralerighe, Lucca, 2016.

Ha pubblicato anche La guerra a Lucca. 8 settembre 1943-5 settembre 1944, Tralerighe, Lucca, 2014; e I militari italiani nei campi di prigionia francesi, Nord Africa 1943-1946, Tralerighe, Lucca, 2019. Ha ricostruito la storia del massacro del Generale Enrico Tellini e della sua delegazione, avvenuto nel 1923 sul confine greco-albanese.

Il saggio è stata tradotto e pubblicato da LBN editor di Tirana con il tirolo Vrasja Tellini: Nga Janina deri né pushtimin e Korfuzit (Tirana, Albania, 2007). Il 6 marzo 2010 è stato relatore al convegno sul Generale Enrico Tellini a Borgo a Buggiano (l’intervento è stato pubblicato sugli Atti del convegno).

Per i suoi studi in ambito militare ha vinto nel 2017 il Premio “Cerruglio”. Ha ricoperto il ruolo di direttore scientifico del Museo della Liberazione di Lucca e tenuto conferenze presso il Ce.Si.Va. Esercito Italiano già Scuola di Guerra di Civitavecchia.

In ambito giornalistico è collaboratore del “Premio Arrigo Benedetti” dedicato allo storico fondatore dell’Espresso e dell’Europeo. Tra i vincitori del premio Ferruccio De Bortoli, Milena Gabanelli, Toni Capuzzo, Federica Angeli, Paolo Borrometi.

 

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Sylvie Richterova, poetessa del romanzo: “La mia intenzione primaria era quella di affrontare il mistero del male”

Sylvie Richterova è una delle più importanti scrittrici sperimentali del nostro tempo, continuatrice ideale della prosa di Musil. L’autrice del capolavoro Che ogni cosa arrivi al suo posto, potrebbe essere definita un’alchimista, abile a creare sinergie tra persone, tempi e luoghi.

Sebbene in italiano oggi sia disponibile un solo romanzo, Topografia, Sylvie Richterová, che vive da molto tempo in Italia, è autrice di almeno altri quattro romanzi importanti: Návraty a jiné ztráty (Ritorni e altre perdite), uscito in francese con il titolo Retours et autres pertesRozptýlené podoby (Figure dissipate), apparso in samizdat nel 1979 e poi a Praga nel 1993, romanzo con il quale nel 1994 ha vinto il Premio del Fondo Letterario CecoSlabikár otcovského jazyka (Sillabario della lingua paterna), uscito in samizdat nel 1986, poi, in forma di trilogia comprendente anche Ritorni e altre perdite e Topografia, a Praga presso Mladá Fonta nel 1991; Second adieu (Druhé loučení, Mladá Fronta, Praga, 1994, Gallimard, 1999).

Richterová ha inoltre pubblicato in ceco due raccolte di poesie, Neviditelné jistoty (1994) e Čas věčnost (2003), e tre raccolte di saggi estremamente raffinati, Slova a ticho (Parole e silenzio) del 1986, apparso anche in lingua tedesca, Ticho a smích (Silenzio e riso) del 1997, con testi esemplari su Hasek, Nezval, Halas, Kundera, Linhartová e altri autori della letteratura ceca del XX secolo, e Místo domova del 2004. Importante le sue traduzioni in italiano de Il difetto delle pesche (Roma, 1981) di Jan Skácel e delle Opere postume del signor A. (Alfortville 1990) di J. Kolář.

È vincitrice del Premio annuale della Fondazione del Fondo letterario ceco per la prosa (1994) e del Premio Tom Stoppard (2017).

La scrittura di Richterova, nata nell’ex Cecoslovacchia e naturalizzata francese, scaturisce da profonde riflessioni ed elaborazioni di ricordi che a volte si presentano come se fossero visioni immediate, scritte di getto, altre come immagini “ritoccate” dalla propria mente e dalla propria esperienza che consentono all’autrice di guardare ad un fatto, un evento, un personaggio da diverse angolazioni.

Richterova illumina le sue memorie, le arricchisce. Le dà nuove prospettive, perché in fondo il romanzo è anche questo: reinventare la realtà, il passato, i ricordi, far venire a galla l’assurdo e al contempo questioni esistenziali.

Che ogni cosa arrivi al suo posto ad esempio, si estende su un ampio arco temporale, dalla seconda guerra mondiale fino all’inizio del terzo millennio, e ciò che emerge quasi violentemente da questo libro è la partecipazione sia cosciente che inconscia al male nella vita quotidiana, sulla quale l’autrice non esprime giudizi, ma presenta una fenomenologia espressiva di assurdità concrete e patologiche, spesso al confine tra riso e pianto.

La peculiarità di Richterova è riuscire a consegnare al lettore un collage di grandi inquadrature e di significativi particolari, rendendo la sua scrittura altamente cinematografica anche grazie alla combinazione di elementi magici e fiabeschi insieme a quelli realistici e storici. Il lettore partecipa con curiosità e commozione alla sorti dei personaggi i quali ci fanno scoprire terreni insondabili dell’esistenza umana.

Il romanzo di Richterova è una ramificazione poetica espressionista dove luoghi e personaggi di incrociano nel corso del tempo che tuttavia non significa romanzo disomogeneo anzi, questi aspetti stilistici lo rendono ancora di più unitario. D’altronde se i personaggi sono erranti, alla ricerca di qualcosa, lo diventa anche la forma che si identifica con il contenuto.

L’intento della scrittrice ceca è quello di avvicinare per comprendere meglio il mistero del Male, nell’epoca della Cancel Culture, dove domina la fretta, non la meditazione dell’opera a differenza di quello che contraddistingue Sylvie Richterova, ovvero estrinsecare l’opera con con “lungo” amore- L’autrice ci dice che il mistero è la parte più consistente della realtà, come la grazie del resto, alla quale è difficile giungere se non percorrendo i sentieri del Male. Il mistero del Male è inesauribile e Richterova che ama Dante e la letteratura italiana, prova ad entrarci, narrando del caos di profuma di Provvidenza. Bisogna ancora e sempre denunciare lo scandalo del Male, come fece Manzoni con i Promessi Sposi e Storia della Colonna infame.

 

1 Cosa pensa della letteratura italiana?

Devo dire che è grande e bellissima, devo cominciare dalla scuola siciliana, da quella toscana, dal Dolce Stil Novo? Devo pensare alla Commedia dell’arte, a Goldoni a Pirandello? A Dante, a Leopardi, a Montale? A Gadda, a Pasolini o a Levi? Penso che non la conoscerò mai abbastanza e che non smetterò mai di scoprirla e di rileggere. Una cosa meravigliosa è la presenza costante e vivace degli autori del passato. Non sono in grado di pensare un “qualcosa” della letteratura italiana, sarebbe assurdo, ma sperimentare continuamente le infinite forme della sua presenza è straordinario. Ogni grande autore è un universo infinito e inoltre compenetrato da altri fantastici universi.

Mi sono commossa pochi giorni fa seguendo una lettura dantesca fatta da cinque bravissimi giovani attori nel parco di una cittadina laziale. Hanno vissuto in alcuni versi di Dante e Dante ha vissuto in loro, con energia, profondamente, attualmente. Nel piccolo anfiteatro non si trovava quello che si chiama il “grande pubblico”, vi si trovavano persone motivate, attente, concentrate, serene. Per me, così la cultura vive. A volte secondo principi omeopatici.

2 Si fa ancora letteratura in Italia secondo Lei? Ci sono degli autori che apprezza particolarmente?

Certamente. Apprezzo. Tuttavia, non cerco di seguire il flusso della produzione, tendo a non prendere coscienza dei libri troppo pubblicizzati, difficilmente mi interesso ai bestseller. Considero inutile, anzi deleteria la produzione di storie perfettamente confezionate e simpaticamente consumabili. Preferisco autori che rischiano, che sono un po’ folli e violenti, ma coinvolti nella realtà, sempre più dura e difficile a elaborare. Sì, che esistono autori che apprezzo. Ultimamente ho letto con grande interesse tre romanzi: “La consonante k” di Davide Morganti, “Il bambino intermittente” di Luca Ragagnin e “Fragile” di Elena Gottardello. Li ho letti perché conosco e amo gli autori.

3 Lei ha anche insegnato nelle nostre Università. Cosa pensa del mondo accademico italiano?

Negli anni Settanta, alla Sapienza di Roma, ho visto da vicino la collisione tra la tradizione letteraria, filosofica, umanistica italiana, che considero eccellente, magnifica, fondamentale per la nostra civiltà, e l’ondata delle contestazioni sfociata in azioni distruttive, solidamente basate su idiozie ideologiche. La Facoltà di Lettere, quando vi sono entrata per la prima volta, era brutalmente devastata. Ricordo spesso tre shock edificanti. Il primo: da sprovveduta, credendo di andare a un’assemblea di “precari” (ero borsista CNR), mi sono trovata alla Facoltà di chimica in mezzo a un laboratorio di esplosivi per bombe molotov. Pieno di gente indaffarata. Il secondo: mi sono trovata in mezzo a una grande, vera, assemblea di precari il 9 maggio 1978 nell’aula magna della Sapienza. Entrata in ritardo, ho sentito giusto un invito, da parte di un precario importante, di approvare o meno l’uccisione di Moro. Vorrei poter tornare indietro nel tempo e cambiare il risultato di quella votazione. Non ho visto nemmeno una mano levarsi contro. Nemmeno la mia si era levata, corsi via con la morte nel cuore. Non ne parlo mai, preferisco pensare che sia stata un’allucinazione. Il terzo: due anni dopo, facendo un salto in banca tra una lezione e l’altra, ho attraversato l’androne dove è stato ucciso pochi minuti dopo Vittorio Bachelet. Uscendo dalla banca, ho dovuto prendere atto che quel che vedevo era vero. La crisi culturale della nostra epoca usciva allo scoperto. Anzi, saliva sul podio.  Contemporaneamente, dal palcoscenico scompariva la verità.

Oggi sono convinta che non ci sono mai stati da una parte i buoni e dall’altra i cattivi, è tutto molto più complesso. Purtroppo, invece di essere profondamente elaborato, questo capitolo ha finito per essere rimosso, ignorato. Sommerso da verità superficiali. Oggi, la cultura è malata, se non è morta.

Tuttavia, le università di Roma, Padova, Viterbo, e poi di nuovo Roma, mi hanno dato moltissimo. Penso che l’università italiana contenga ancora il genio della cultura classica, cristiana e moderna, penso che sia vivo, che apra le porte verso culture non europee. Che potrebbe nutrire le anime, che potrebbe rendere ricchi, creativi e forti. Se qualcuno ancora queste cose le cerca. Senza cultura l’anima si dissecca, la società materialistica sta morendo di carestia culturale e spirituale.

Non si contano le riforme dell’insegnamento e dei concorsi che si sono succedute nei quarant’anni della mia esperienza universitaria, ma so ormai che non esiste regolamento che potesse sostituire il carattere individuale e la forza etica. Penso che in questa epoca solo la coscienza e la responsabilità individuali contano. E che a volte è meglio perdere.  Stiamo passando, ognuno, attraverso la cruna dell’ago. La via comoda termina con la barbarie.

4 Come definirebbe la sua Repubblica Ceca oggi? Come è vista dai suoi connazionali?

Il paese è vivace, il lavoro non manca, si viaggia, I giovani usufruiscono dei vari Erasmus, la vita culturale è ricca, colorata e animata. Le città sono ben organizzate, il trasporto pubblico praticamente perfetto, non si ha paura di muoversi, nemmeno di notte.

L’obiettivo di istituire una democrazia è stato compromesso fin dall’inizio dal modo di “privatizzare” imprese e grandi proprietà dello stato, e da altre manipolazioni più o meno nascoste. Nelle strade pulitissime si rimane sorpresi vedendo quante persone, anziane, ma non solo, abbiano perso più o meno tutto, anche la dignità. Praga è diventata cara, c’è stato un notevole afflusso di stranieri. Da un lato ci sono ucraini o rumeni che si impegnano per lo più in lavori pesanti, dall’altro persone legate a imprese di vario genere, gente ricca e di solito chiusa in comunità nazionali. Grande e articolata è la comunità vietnamita che si è cominciata a creare fin dalla guerra del Vietnam. Di sicuro nel paese si sono infiltrate varie mafie, soprattutto per riciclare i soldi.

Andando dietro le quinte si capisce che tutto è molto più problematico di quanto sembra. Il regime totalitario aveva creato e coltivato interessi tutt’altro che etici, azioni tutt’altro che socialmente responsabili. Tutto dipende da come si evolverà la crisi che oggi condividiamo tutti, a livello europeo e a quello mondiale. Le iniziative che più apprezzo nel sociale vengono maggiormente da giovani.  La maggior parte delle persone che conosco è ferocemente critica nei confronti del primo ministro e del presidente, i danni prodotti all’ambiente – per esempio dall’agricoltura industriale – sono spaventosi. Come quasi dappertutto. Potrebbe essere peggio, come dappertutto. La maggior parte delle persone non vede la realtà, non la vuole vedere. Come dappertutto. Non so quanto possa durare questo relativo benessere e non so nemmeno dove rischia di approdare a lungo termine.

5 Il romanzo Che ogni cosa arrivi al suo posto è molto più di una storia sugli orrori del Comunismo. Può la nostra storia renderci ancora parzialmente o totalmente inconsapevoli nel partecipare agli eventi pubblici e privati? 

Il mio romanzo non parla degli orrori del comunismo, erano ben altri. Non ho scritto un romanzo storico, semmai un romanzo sull’assurdo quotidiano cui ci si abitua, con cui si convive, eseguendo contorsioni fisiche e morali. Senza rendersi conto di essere in quel modo complici dell’assurdo. E del potere che c’è dietro.

Il romanzo non è autobiografico, ma racconta fedelmente cose reali. Mi ci sono divertita un mondo. Per anni, ricordando e ripensando le cose, mi dicevo che non dovevano essere dimenticate. Le trovavo grottesche, pazzesche, da piangere e allo stesso tempo comiche, incredibili eppure vere. Infatti, più sembrano assurde, più potete essere certi che non sono inventate. Anche se alcuni amici russi si sono sentiti offesi per il racconto di una stramba conferenza segreta a Mosca. Invece si è svolta in quel modo, me l’ha raccontata un partecipante. D’altronde, possiamo essere sicuri che cose ben più strambe e folli hanno avuto luogo lì e altrove. E che continuano ad aver luogo e a svolgere una loro funzione.

La mia intenzione primaria era quella di affrontare il mistero del male. Per diversi anni ho immaginato un personaggio apparentemente normale, mediamente marcio. Sempre schierato dalla parte che conviene, allegro traditore di amici, capace di uccidere per paura della verità della sua vita. Finalmente ho capito che deve essere uno che non si rende conto, che vive con l’aiuto opportuno di una severa cecità morale. Non è disumano, solo che la paura della verità è più forte di lui.

Francamente penso che il male prende forza giusto dall’incoscienza: morale, storica, culturale, spirituale, umana. Non è possibile tirarsi fuori dalla realtà sociale, non dimentichiamo che l’omissione può essere considerata il peccato più grande.

6 Quando si piange troppo spesso si arriva a ridere delle disgrazie? Ritiene che sia un deriva naturale o che l’essere umano si impone per soffrire meno?

Ridere e piangere non sono due reazioni opposte da alternare di fronte alle nostre disgrazie. Se ci si lamenta, si rischia addirittura di consolidare il dolore. Si piange per compassione e si piange egoisticamente, si ride per allegria, ma anche per sarcasmo. Tuttavia c’è un riso, o semplicemente un sorriso, anche segreto, che dà sollievo e può ridonare il buonumore. Sorge dal distacco dalle cose, dall‘osservazione oggettiva e spregiudicata del contesto che finisce con far apparire il lato comico della situazione. L’effetto è nettamente terapeutico. Il riso può avere persino un ruolo noetico che consiste giusto nello scoprire il lato comico (assurdo, risibile, idiota) di una cosa che finora ha fatto solo paura. Magari di una cosa di cui nessuno ha mai osato di ridere. Mettere a nudo un lato ridicolo di un potere, anche bieco, vuol dire togliergli l’autorità. Un potere risibile diventa debole. A impedirci di ridere non sono tanto le nostre disgrazie quanto la paura che proviamo.

7 Come definirebbe il rapporto tra tempo e parole?

Fondamentale. In un romanzo, grazie alla parola, il tempo si trasforma in spazio. Una narrazione non ha bisogno di essere cronologica. Omero fa raccontare a Ulisse cose del passato perché glielo chiedono i Feaci. Il passato si fonde con il presente, il presente illumina il passato, ma non solo. La parola rivela chi è Ulisse. Un libro può essere percorso in un’infinità di direzioni. Ogni percorso è diverso, uno l’abbiamo trovato alla prima lettura, altri se c’inoltriamo dentro di nuovo, ogni volta con un’altra coscienza. Per prendere coscienza dell’essere umano dobbiamo uscire dal tempo, le parole lo permettono.

Un buon libro contiene diverse dimensioni e costituisce un tutto. Un universo. Per capire se un libro è grande basta vedere che cosa succede quando si rilegge. Per scrivere i miei saggi, leggo e rileggo le opere di cui parlo e alla fine, quando il saggio è concluso, mi capita di concepire una lettura ancora più illuminante di quell’ultima.

Il mistero della parola vera è quello di essere viva in un romanzo, in una poesia, in un racconto. O in una situazione. Se invece usiamo le parole banalizzando, mentendo, abusando, parlando a vanvera e comunque senza una vera coscienza, stiamo corrodendo l’opera della creazione. Il Verbo all’inizio non è una metafora, ma ci vuole parecchio per cominciare a intuire di che si tratta.

8 Lei è nata a Brno, città natale anche di Milan Kundera e Hrabal, oltreché di altri scrittori. Cosa pensa di loro?

Brno è una città particolare, molto più concentrata di Praga, culturalmente parlando. Possiede un gergo particolare, per gli estranei incomprensibile. Ha dintorni bellissimi. Caffè, dove s’incontrano poeti e scrittori, per discutere e per litigare. Un’intensa tradizione teatrale, gallerie, parchi. Senso dello humor. Un’atmosfera gentile, a volte dolce, ma anche luoghi pericolosi, da evitare. E’ amatissima dai suoi abitanti.  Ma perché uno scrittore nasce in un determinato luogo, non lo sapremo mai. Hrabal ricorda i suoi nonni di Brno in uno degli ultimi libri di ricordi che ha scritto. Kundera a Parigi si rallegra quando sente l’accento e la melodia della parlata di Brno, sogna di trovarvisi, ma ormai è tardi. Penso che sia molto bello nascere a Brno, ma che sia ugualmente necessario andarsene, pur soffrendo.

9 La Storia è un grande laboratorio letterario per gli scrittori. Cosa pensa di quello che st accadendo in Afghanistan?

Sono sicura che un presidente degli Stati Uniti abbia consiglieri informati e importanti, non credo che si possano fare errori semplicemente stupidi. La domanda è se non ci siano dietro interessi spaventosi. La certezza è che non sappiamo tutte le cose. E che i fatti sono mostruosi.

La Storia ufficiale è una fiaba di convenzione o un falso da manipolazione. Lo scrittore deve avere esperienza concreta e coraggio. Ignorare che cosa ci succede intorno mi sembra osceno.

10 Perché, secondo lei il comunismo viene spesso nominato in Italia, come un modello da cui prendere esempio, un sogno ancora da realizzare, perché si crede ancora il vero comunismo non si sia mai concretizzato davvero, e che difficoltà ha dovuto affrontare nel far conoscere suoi libri qui, dove non si fa altro che parlare di fascismo, perché lo abbiamo conosciuto, a differenza del comunismo?

Ho vissuto l’invasione della Cecoslovacchia nell’agosto 1968 da parte degli eserciti del Patto di Varsavia. L’ha vista in televisione il mondo intero. Nell’autunno dello stesso anno ho fatto un viaggio in Italia e ho incontrato persone che mi dicevano: “Peccato che non siano venuti fino a Roma.” Credevano nella parola comunismo senza conoscere le realtà che denotava, la coltivavano come icona rappresentante una religione rivelata. La fede era assoluta, anche la convinzione di dover essere liberati. Una nuova forma di fede, fede atea. Uno shock ancora più grande l’ho avuto quando, già vivendo a Roma, uno degli amici con cui collaboravo si era messo ad apprezzare Stalin, perché “senza di lui gli operai della Fiat non avrebbero mai ottenuti i loro ottimi contratti di lavoro.” Non parlo di uscite eccezionali. Del resto, anche i miei studenti, negli anni settanta, mi dicevano abbastanza spesso che ero “oggettivamente reazionaria”. Diversi conoscenti, quando tentavo di raccontare loro fatti concreti del presente e del passato nei paesi comunisti, mi fermavano dicendo: “Bisognerebbe vedere.” Dicevo perplessa che, appunto, io avevo visto, ma non si fidavano. La loro fede era più forte del bisogno della verità.

Nel corso del tempo mi sono resa conto che la fede è una necessità dell’anima umana e che una fede astratta, assoluta, fondata solo su un bisogno di dividere il mondo in buoni e cattivi e coltivata con tanto di dottrine, rituali, tradizioni e programmi, può bastare per costruire una base per la vita. Lo trovo spaventoso e pericoloso. La fede basata su una parola del tutto astratta! E non parlo degli intellettuali della sinistra occidentale che si erano resi complici del totalitarismo sovietico propagando quella fede.

I totalitarismi si rassomigliano in molte cose, ma quello che ha aggiunto il totalitarismo comunista è l’istituzionalizzazione della menzogna. Credere senza conoscere, senza voler sapere, accogliendo e ubbidendo ciecamente è un fenomeno sociale. Nel corso del tempo ha cambiato oggetto, dilagando dappertutto.

11 Quanto è importante riconciliarsi con la Storia e quanto cambiarla tramite un romanzo?

Ho scritto il mio romanzo Che ogni cosa trovi il suo posto così come doveva essere scritto. La letteratura non cambia le cose, invece può aiutare a cambiare coscienze. Ma questo è un affare individuale del lettore.

12 Cosa si augura per se stessa e cosa augura a chi aspira a diventare scrittore?

Mi auguro di avere ancora le forze per scrivere quello che vorrei scrivere. E di poter pubblicare in italiano altri miei romanzi, saggi, versi già scritti. Che poi non sono tantissimi.

Non consiglierei a nessuno di diventare scrittore. A colui che sa di dover scrivere costi quel che costi e senza badare a eventuali successi o insuccessi, rivelerei un segreto: quello che si chiama poetica ha radici nella volontà unica e individuale dell’autore, in quella profonda, in gran parte inconscia. Nell’arte, l’estetica nasce dal modo di conoscere il mondo. Diventa quindi una noetica che può arricchire chi partecipa in modo creativo allo spirito creativo che vive nell’opera. La gioia della bellezza che ci dà l’arte viene dalla scoperta di una verità. La quale in un altro modo non si potrebbe esprimere.

Pasolini: smettiamola di mitizzarlo e strumentalizzarlo!

2 Novembre 1975. Pasolini viene assassinato vicino ad un campetto di calcio all’idroscalo di Ostia. Riceve percosse, bastonate e agonizzante viene travolto più volte con la sua stessa auto. I capelli intrisi di sangue. Le tracce di pneumatici segnano la sua schiena. Le dita della mano sinistra fratturate.

Dieci costole fratturate. Il cuore scoppiato. E’ irriconoscibile, tant’è vero che la donna che scopre il suo cadavere ed avverte la polizia di primo acchito aveva pensato che fosse un sacco di stracci.

Muore quella notte uno dei più grandi intellettuali dell’epoca. Non solo, ma anche uno degli intellettuali più scomodi che la letteratura del ’900 possa annoverare.

Cosa rappresenta Pasolini oggi

Oggi a molti anni dalla sua scomparsa sarebbe l’ora di smettere di demonizzarlo o al contrario di mitizzarlo per cercare nel modo più obiettivo di valutare la portata del suo testamento e di analizzare il suo iter creativo.

E’ stato ammazzato e quindi potremmo mitizzarlo quanto vogliamo, diranno i più. Non sappiamo ancora chi è stato veramente e soprattutto quanti sono stati, però sappiamo sicuramente chi è stato a linciarlo quando era in vita, diranno altri: è stata quella borghesia, che secondo Pasolini non era una classe sociale, ma una vera e propria malattia, una serpe covata nel seno della società italiana.

A tal riguardo Moravia lo aveva già detto che la borghesia italiana era capace di tutto; bastava volgersi indietro e constatare le responsabilità effettive del ceto borghese nella controriforma e nel fascismo.

Il suo omicidio “irrisolto” è una ferita ancora aperta nella società civile, dirà il presidente dell’Arcigay. Mitizzare o sacrificare laicamente Pasolini, si perdoni l’ossimoro, significhi togliere ai più la possibilità di conoscere le sue opere, anche se certamente questo tipo di operazione lo rende maggiormente popolare.

Mitizzarlo significa considerarlo un fenomeno da baraccone e diffondere una conoscenza sempre più vaga del suo pensiero e delle sue opere ed è inutile “pubblicizzarlo” come personaggio e riempirsi la bocca di ipotesi più o meno plausibili sulla sua morte, quando invece a molti anni dalla sua morte il poeta e lo scrittore Pasolini non fanno ancora parte dei programmi ministeriali della letteratura italiana delle superiori.

Omicidio “irrisolto” si diceva. Sarà Pino Pelosi ad essere condannato per questo omicidio. Ma molte cose non saranno mai chiarite definitivamente.

Pasolini; delito politico?

Sono in molti ad ipotizzare una pista politica. Il potere perciò avrebbe ucciso il poeta friulano perché dentro di sé sentiva sempre la necessità di dire la verità o quantomeno la sua verità in un paese di intellettuali cortigiani, che stavano sempre dentro il palazzo.

Pasolini non era cortigiano e per essere cortigiani non significava necessariamente essere dei fascisti, né dei reazionari, né dei liberali in un dopoguerra in cui si registrava un’egemonia culturale della sinistra.

Pasolini era comunista, ma era stato espulso dal partito per delle accuse infondate (per i fatti di Ramuscello per cui venne assolto dal giudice) e per l’omofobia di quegli anni del partito [nota dell’agenzia Fert il 14 Luglio 1960: “La Fert apprende che l’on. Togliatti ha rivolto ai dirigenti dei settori culturali e stampa del partito l’invito ad andare cauti con il considerare Pasolini un fiancheggiatore del partito e nel prenderne le difese. L’iniziativa di Togliatti che riscontra molte contrarietà, parte da due considerazioni. Togliatti non ritiene, a suo giudizio personale, Pasolini un grande scrittore, ed anzi il suo giudizio in proposito è piuttosto duro. Infine, egli giudica una cattiva propaganda per il Pci, specialmente per la base, il considerare Pasolini un comunista, dopo che l’attenzione del pubblico, più che sui romanzi dello scrittore, è polarizzata su talune scabrose situazioni in egli si è venuto a trovare fino a provocare l’intervento del magistrato………”].

Maestro del pensiero della sinistra italiana?

Solo dopo la sua morte è stato compreso che Pasolini aveva dei meriti culturali indiscussi e che doveva essere considerato legittimamente uno dei maestri di pensiero della sinistra italiana perché come dichiarò Moravia fu il primo poeta a realizzare una poesia civile di sinistra, una poesia senza la retorica ed il trionfalismo di Foscolo, Carducci, D’Annunzio.

Pasolini aveva iniziato la sua carriera letteraria con la pubblicazione di “Poesie a Casarsa”, liriche osteggiate dal fascismo, che difendeva strenuamente l’italiano e non voleva ammettere a nessun costo l’esistenza di dialetti e particolarismi locali.

Va ricordato a tale proposito che a causa del regime il grande critico letterario Gianfranco Contini pubblicò la sua recensione sull’opera, da cui era rimasto favorevolmente colpito, non su “Primato“, ma sul “Corriere di Lugano”, giornale svizzero. Raggiunse la notorietà nell’ambito della poesia con “Le ceneri di Gramsci” [1957], costituite da undici poemetti, che dopo la “scoperta di Marx” nell’ultima sezione de “L’usignuolo della chiesa cattolica” facevano i conti con l’eredità lasciata appunto da Gramsci, le cui ceneri si trovavano nel cimitero degli inglesi a Roma.

Questa raccolta poetica testimoniava la coscienza infelice dei comunisti italiani in un periodo travagliato sia per la condanna di Stalin al XX Congresso del Partito Comunista Sovietico sia per i tristi fatti d’Ungheria. Nelle raccolte poetiche “Le ceneri di Gramsci”, “La religione del mio tempo” e “Poesia in forma di rosa” farà la sua comparsa il mondo proletario, nonostante ciò questi componimenti non desteranno nessun scandalo come la narrativa pasoliniana, perchè scritti in un italiano letterario e non nel gergo romanesco della malavita, come in “Ragazzi di vita” e in “Una vita violenta”.

Compaiono spiazzi assolati dove sciami di pischelli rincorrono un pallone, giovani sorridenti e sporchi in sella ai motorini a rincorrere disperatamente la vita, tuguri fatti di calce, autobus affollati, operai dalle canottiere intrise di sudore, garzoni che canticchiano spensierati al lavoro.

Anche nei lungometraggi pasoliniani verrà narrato il mondo sottoproletario degli anni ’50-60, però questa mondo non verrà solo descritto, ma anche trasfigurato con l’ausilio di citazioni pittoriche (Caravaggio, Mantegna, Masaccio). Intendiamoci: nonostante questa originalità del suo “cinema di poesia” [come lo definirà lui stesso in “Empirismo eretico”] la ricerca espressiva del cineasta sarà tutta tesa verso la realtà perché per l’intellettuale era l’unico ambito in cui poteva confrontarsi con le miserie e gli splendori di quel mondo, in cui poteva relazionarsi all’altro.

Per Pasolini i ragazzi di vita non hanno una coscienza di classe, non hanno una religione e sono fuori dalla storia. Non hanno nessuno che possa far valere i loro diritti perché per il poeta la chiesa è il cuore spietato dello stato ed anche i politici di nessuno schieramento vogliono rappresentarli.

Riguardo alla chiesa come cuore spietato dello stato nel 1958 scrive la poesia “A un Papa” [da “Umiliato e offeso” (epigrammi)]:

“Bastava soltanto un tuo gesto, una tua parola,/ perché quei tuoi figli avessero una casa:/ tu non hai fatto un gesto, non hai detto una parola./ Non ti si chiedeva di perdonare Marx! Un’onda/ immensa che si rifrange da millenni di vita/ ti separava da lui, dalla sua religione ma nella tua religione non si parla di pietà?/ Migliaia di uomini sotto il tuo pontificato,/davanti ai tuoi occhi, son vissuti in stabbi e porcili./ Lo sapevi, peccare non significa fare il male:/ non fare il bene, questo significa peccare./ Quanto bene tu potevi fare ! E non l’hai fatto:/ non c’è stato un peccatore più grande di te”. E riguardo ai politici Pasolini nella lirica “Terra di lavoro” [da “Le ceneri di Gramsci”] scrive: “….Gli è nemico chi rende/ grazie a Dio per la reazione del vecchio popolo, e gli è nemico/ chi perdona il sangue in nome/ del nuovo popolo…”.

L’unica consolazione della loro miseria è solo ed unicamente il sesso; solo il sesso comprato a buon mercato per un quarto d’ora può dare al giovane borgataro come al padre di famiglia l’illusione del possesso.

Il compagno scomodo del PCI

Pasolini era un compagno scomodo del Pci, sempre pronto a levare la sua voce contro un partito che a suo avviso si stava istituzionalizzando ed i cui vertici si stavano imborghesendo.

Non va dimenticato che, nonostante il poeta si dichiarasse marxista, negli ultimi anni della sua vita guardò con simpatia alla sinistra americana progressista, così come non bisogna dimenticare la sua opera “Passione ed ideologia”, in cui questi due termini mai si contrappongono, si confondono e si compenetrano, ma nella quale piuttosto è la passione ad essere conditio sine qua non dell’ideologia.

Pasolini oltre ad essere un grande poeta ed un grande scrittore era anche un intellettuale lucido e disincantato, le cui analisi e riflessioni originavano da un senso critico ineguagliabile. La sua visionarietà d’artista era tale da portarlo a prevedere con vent’anni di anticipo gli sviluppi della società italica.

Per uno come lui uniformarsi ai dettami ed alle restrizioni del partito comunista di allora sarebbe equivalso a rinnegare la sua passione ed il suo impegno politico. Non solo, ma aveva anche una onestà intellettuale esemplare. Si pensi solo al fatto che, pur essendo una star televisiva, criticava l’omologazione dovuta a suo avviso ad opera della televisione e che sapendo di entrare nelle case di tutti gli italiani nelle trasmissioni televisive a cui prendeva parte non era mai volgare né provocatorio ed addirittura si autocensurava spesso, come ebbe lui stesso modo di dire.

Ci si ricordi che più volte dichiarò -lui che era noto al grande pubblico anche per il suo presenzialismo nel piccolo schermo- che la televisione instaurava un rapporto asimmetrico tra personaggio televisivo e spettatore del tipo superiore/inferiore, ma che in un linguaggio più moderno potremmo anche definire del tipo comunicatore/ricevitore passivo.

Il suo fu sempre un marxismo critico nei confronti del comunismo ufficiale ed ortodosso. Da intellettuale marxista non si scagliava come prevedibile solo contro la piccola-borghesia, ma anche contro quel conformismo di sinistra, che giorno dopo giorno era stato fagocitato dall’egoismo, dal moralismo, dall’incultura di un benessere economico, così rapido da aver trasformato nel giro di pochi anni completamente il Paese.

Ma lo scrittore non criticava solo l’applicazione del marxismo, ma poneva l’accento anche sulle contraddizioni interiori dei marxisti e sulla crisi del marxismo. Pasolini l’aveva intuito che in un paese profondamente cattolico come l’Italia per ogni comunista la coscienza era marxista e l’esistenza invece borghese.

Ne “Le ceneri di Gramsci” scriveva: “…e se mi accade/ di amare il mondo non è che per violento/ e ingenuo amore sensuale/ così come, confuso adolescente, un tempo/ l’odiai; se in esso mi feriva il male borghese di me borghese….”. Si noti proprio questa ultima espressione: “se in esso mi feriva il male borghese di me borghese”.

Ma se molti avevano cercato di risolvere la questione cercando di coniugare comunismo e cattolicesimo (da qui il cattocomunismo), l’intellettuale friuliano ebbe il merito di essere uno dei pochi che cercò di unire la vera essenza del cristianesimo, ovvero una religiosità che pervadeva in ogni frangente ogni suo sguardo sul mondo, ed un marxismo colto e consapevole che il neocapitalismo aveva mutato totalmente il volto alle cose, al punto che la struttura economica sembrava aver inglobato qualsiasi tipo di struttura ideologica ed essersi tramutata in una sovrastruttura anch’essa: l’unica sovrastruttura.

Tutto queste senza enfasi e senza mistificazioni di nessuna sorta. Ecco spiegato allora perché nelle analisi pasoliniane il partito comunista veniva considerato facente parte del Potere e perciò mai esentato dalle critiche.

Come ebbe modo di dire il politico comunista Edoardo D’Onofrio: “Pasolini non nasconde la verità per carità di partito…”. Il poeta però non rinunciava alla sua fede politica, pur non credendo più nella rivoluzione né in nessuna palingenesi della società.

Pasolini con tutte le sue anomalie e divergenze era un comunista e lo dimostra ad esempio il suo lavoro di critico militante nella rivista “Officina”, che diresse con Leonetti e Roversi, ed in “Nuovi argomenti”, che invece diresse con Moravia.

Almeno durante il periodo de “La scoperta di Marx” per l’intellettuale l’essere sociale determinerà la coscienza, la letteratura sarà sinonimo di prassi sociale e la coscienza verrà considerata in ottica leninista come il riflesso della realtà.

Esprimersi o morire o essere inespressi e immortali

D’altronde Pasolini non poteva che essere comunista perché in quegli anni le strade percorribili a livello filosofico erano tre: credere nel marxismo e quindi ritenere che la causa dei mali della società fossero il plusvalore e l’alienazione, schierarsi contro il nichilismo e quindi abbracciare i sistemi di pensiero di Spengler, Junger, Heidegger, oppure rivolgersi al personalismo ontologico, alla democrazia cristiana.

Pasolini per la sua aspirazione all’uguaglianza e per la sua vocazione al realismo piuttosto che allo spirito non poteva che scegliere la via marxista. Naturalmente ho scartato per ovvie ragioni l’esistenzialismo perché, laddove gli esistenzialisti vedevano l’angoscia nella scelta, il poeta vedeva la speranza e la possibilità della scelta. Infatti scrisse: “O esprimersi e morire o essere inespressi ed immortali!”; volendo dire che finchè si è in vita la nostra esistenza fortunatamente non ha soluzione di compiutezza e di continuità perché è aperta ad ogni possibilità, mentre solo la morte fa chiarezza, permette una sintesi di ciò che è stato, sceglie gli episodi significativi e memorabili di una vita umana.

Essere inespressi significa quindi avere opportunità di scelta e perciò essere vitali. Per Pasolini morte significa compiutezza e compiutezza significa morte. Questo per il nostro era vero sia nel significato letterale che nel significato metaforico. Pasolini, sebbene eretico, a tratti sarà condizionato fortemente dall’influsso dell’estetica marxista e dal fascino delle teorie del grande critico letterario G.Lukacs.

Infatti scriverà un dramma borghese solo e soltanto nel 1968, cioè “Teorema”. In questa opera un ospite di bell’aspetto getterà scompiglio in una ricca famiglia industriale milanese e scardinerà i codici borghesi del decoro, della rispettabiltà e della morigeratezza.

Riguardo al suo rapporto con il comunismo Pasolini in “Uccellacci e uccellini” farà dire al corvo: “Non piango sulla fine delle mie Idee, che certamente verrà qualcun altro a prendere la mia bandiera e a portarla avanti ! Piango su di me……”.

La pista politica

Chi ipotizza la pista del delitto politico non ha certo in mente il potere comunista di quegli anni, ma i neofascisti oppure i democristiani, che sarebbero stati mandanti dell’assassinio, utilizzando i fascisti come puri esecutori materiali. Esistono sicuramente degli elementi per avvallare questa tesi.

Era un poeta, uno scrittore, un polemista, un regista noto al grande pubblico. Possedeva una grande capacità comunicativa, non si chiudeva in una torre di avorio né si perdeva nel settarismo e nell’intellettualismo, fenomeni così diffusi tra gli intellettuali dell’epoca.

Dava fastidio non solo per la contaminazione dei generi, ma anche per il suo sperimentalismo in tutti i campi, per la frequentazione assidua di tutti i generi: dalla poesia, al romanzo, dal giornalismo al cinema, dall’inchiesta sociologica alla polemica televisiva.

Se aveva iniziato con la poesia in dialetto friulano e con la poesia civile in una forma metrica tradizionale (ci si ricordi l’uso delle terzine) si era successivamente rivelato un uomo contro in tutte le altre sue opere, tant’è che subì nel corso della sua vita ben 30 processi.

Le accuse di vilipendio e pornografia

Spesso le accuse erano di vilipendio alla religione e di pornografia. Probabilmente la difesa migliore a queste accuse è stato un intervento del poeta stesso dal titolo “La pornografia è noiosa”, nel quale sostiene che nonostante il degrado e la sottocultura di coloro che guardano opere pornografiche, tuttavia bisogna considerare che sono milioni di persone e che anche se fossero tutte persone depravate non è certo eliminando la pornografia che si eliminerebbe la loro depravazione; la loro depravazione repressa potrebbe anche sfociare in qualcosa di diverso e di più pericoloso socialmente; inoltre per il nostro il problema non è tanto nel numero più o meno consistente dei fruitori, né della repressione o meno del fenomeno, ma dell’incapacità o della malafede di coloro che non distinguono tra opera d’arte provocatoria e opera pornografica.

Se oltre a leggere le opere di Pasolini ci mettessimo anche a rileggerle e a meditare attentamente su di esse ci rendiamo conto che in ognuna ci lasci intravedere le sue potenzialità inespresse.

Salta subito all’occhio che debba ancora dare il meglio di sé e che ogni sua opera sua eternamente incompiuta, volutamente lasciata a metà. Da Pasolini molti si aspettavano un’opera folgorante, che aprisse un mondo ed invece in molti rileggendo i suoi lavori si sono accorti che la globalità ed il corpo organico dell’insieme delle sue opere erano il vero e proprio capolavoro. Da lui tutti si aspettavano un Libro Totale.

La mutazione antropologica transnazionale

La televisione, il cinema, i rotocalchi, la moda sono gli agenti primari dell’omologazione giovanile. La televisione soprattutto è la più deleteria da questo punto di vista. I giovani aderiscono biecamente e ciecamente ai modelli propinati dal piccolo schermo e dai suoi palinsesti. Pasolini aveva già intuito questo aspetto.

“La mutazione antropologica” transnazionale, i cui dettami e le cui variazioni indicano i gusti, i modelli di comportamento, gli stili di pensiero, è fissata ciclicamente dai mass media. Modelle filiformi e longilinee, attori dal corpo scultoreo, ripresi dai cineasti della pubblicità, inducono i giovani ad un confronto spietato con il proprio corpo ed il proprio volto. Sempre più frequentemente inducono i giovani ad operazioni di chirurgia estetica (lifting, silicone, etc etc) oppure a diete forzate ed ossessive.

Pasolini e i giovani

Nei casi meno preoccupanti i giovani si sottopongono a spossanti ore di body-building per avere un fisico degno di considerazione per i propri coetanei. Magari per avere lo sguardo terso e cristallino di questo o quell’attore si mettono le lenti a contatto azzurre, altri per avere un colorito mediterraneo, una tintarella estiva tutto l’anno si sottopongono ad ore di lampada.

Ma nei casi limite? E’ forse un caso che in questi anni rispetto al passato c’è stato un aumento impressionante di casi di anoressia e di bulimia tra le ragazze? Ogni giovane immagina ogni sorta di accorgimento estetico per rendersi più piacevole alla vista dei coetanei, per avere il loro consenso, per non essere “out”.

Esiste un edonismo ad immagine e somiglianza dell’omologazione (dato che tutti cercano di migliorarsi esteticamente, prendendo come modelli i protagonisti del mondo di celluloide, i personaggi televisivi, i vip che fanno tendenza). E per edonismo intendo un nuovo tipo di edonismo. Non quello di Sardanapalo, non quello dei personaggi di Rabelais né quello dei vitelloni di Fellini.

Il culmine dell’edonismo (ossia ricercare il piacere ed evitare il dolore) in questa generazione di giovani è l’apparire: il piacere di apparire belli e prestanti di fronte agli altri. Se per altre generazioni apparire belli era un mezzo per avere altri tipi di piacere (ovvero avere più opportunità ad esempio per un uomo di fare più sesso) oggi il mezzo è diventato il fine: il narcisismo fa da padrone su tutti gli altri piaceri della vita.

Piacere agli altri diventa il modo più rassicurante e confortevole di piacere a se stessi (e da ciò si desume la grande insicurezza dei giovani d’oggi), mentre la maturità consisterebbe nell’accettare prima sé stessi e poi accettare coscientemente il giudizio degli altri. Può sembrare paradossale, ma è così: se continuiamo di questo passo la bellezza non avrà più valore. La bellezza della natura viene deturpata dall’industrializzazione e dall’abusivismo edilizio, la bellezza dei monumenti dai vandali e la bellezza fisica non esisterà più. Pasolini accusava anche la Dc della distruzione paesaggistica ed urbanistica dell’Italia e di intrallazzare con industriali e banchieri.

L’omosessualità come nemico

L’omosessualità di Pasolini non poteva essere adoprata dai potenti di turno come mezzo di ricatto per zittirlo o almeno indurlo ad essere più accomodante. La sua diversità sessuale era stata origine di sensi di colpa e di angoscia nella giovane età, però successivamente Pasolini aveva accettato questa parte di sé stesso.

Nell’adolescenza e nella giovinezza certamente la scoperta della sua diversità era stata un dramma. In una lettera inviata all’amica Silvana Ottieri fine anni ’40 scriveva: “E’ una cosa scomoda, urtante e inammissibile, ma è così; e io, come te, non mi rassegno…..io ho sofferto il soffribile, non ho mai accettato il mio peccato, non sono mai venuto a patti con la mia natura e non mi ci sono neanche abituato. Io ero nato per essere sereno, equilibrato e naturale: la mia omosessualità era in più, era fuori, non c’entrava con me. Me la sono sempre vista come un nemico, non me la sono mai sentita dentro”.

Questa presa di coscienza non significava quindi che lo scrittore non si portasse con sé delle contraddizioni insanabili, come ad esempio le dinamiche interne di un complesso edipico non risolto. Infatti al sentimento ambivalente provato nei confronti del padre, prima tenente di fanteria e poi maggiore dell’esercito, contrapponeva un amore smisurato nei riguardi della madre.

Il padre secondo il nostro provava risentimento e delusione nei suoi confronti per la sua diversità. In “Ritratti su misura” dichiarò:

“Aveva puntato tutto su di me, sulla mia carriera letteraria, fin da quando ero piccolo, dato che ho scritto le mie prime poesie a sette anni: aveva intuito pover’uomo, ma non aveva previsto, con le soddisfazioni, le umiliazioni. Credeva di poter conciliare la vita di un figlio scrittore col suo conformismo”.

Il rapporto con la madre

Ed ancora in un’altra intervista ebbe modo di dire:

“La morte di mio fratello e il dolore sovrumano di mia madre; il ritorno di mio padre dalla prigionia: reduce, malato, avvelenato dalla sconfitta del fascismo, in patria, e in famiglia, della lingua italiana; distrutto, feroce, tiranno senza più potere, reso folle dal cattivo vino, sempre più innamorato di mia madre che non l’aveva mai altrettanto amato e ora era, per di più, solo intenta al suo dolore; e a questo si aggiunga il problema della mia vita e della mia carne” [“Al lettore nuovo”].

In “Supplica a mia madre” scrive:

“Sei insostituibile. Per questo è dannata/ alla solitudine la vita che mi hai data. / E non voglio essere solo. Ho un’infinita fame /d’amore, dell’amore di corpi senz’anima./ Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu/ sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù”.

Ed ancora scrive: “Il mio amore è solo/ per la donna: infante e madre”. Il poeta Dario Bellezza nel libro “Morte di Pasolini” era dell’avviso che Pasolini potesse amare le donne come uno stilnovista del trecento, ma che sessualmente era incessantemente attratto dai ragazzi delle borgate.

In Pasolini si verificò quindi una scissione drastica tra la sfera affettiva e la sfera sessuale. Sentiva una sensazione di fusione talmente profonda nei confronti della madre, da avvertire in questo tipo di affetto il sentore di qualcosa di innaturale.

Pasolini per preservare la purezza di questo sentimento nei confronti della donna che lo aveva generato e cresciuto non poteva che distogliere, spostare le sue pulsioni sessuali verso persone del suo stesso sesso. Amare una donna avrebbe significato cercare prima un’altra madre e poi avere un altro termine di paragone per la madre che lo aveva compreso e sostenuto, quando Pasolini -dopo lo scandalo in Friuli e l’espulsione dal partito- era da solo e sentiva gravare su di sè il marchio infamante di Oscar Wilde e di Rimbaud.

Il padre al contrario aveva dimenticato Pier Paolo, sconvolto com’era dalla morte del figlio partigiano Guido, ucciso a sua volta dalla Brigata Garibaldi, legata ai partigiani di Tito.

Scritti ricchi di complessità e frammentarietà

Probabilmente furono l’autoritarismo paterno, i continui spostamenti e trasferimenti a causa della sua carriera militare e le continue assenze del padre tra il 1941 ed il 1947 (perché inviato in Africa) a far crescere in lui un desiderio di identificazione con la madre.

In questo senso l’intera opera omnia di Pasolini è una continua autoterapia, una incessante automedicazione della propria interiorità ed allo stesso tempo è l’unica via per compiere un processo di individuazione, di accoglimento e di accettazione della propria Ombra per dirla alla Jung.

I suoi scritti quindi non sono mai lineari, perché comprendono ed esprimono la complessità, la multilateralità e la frammentarietà della sua personalità; e la sua personalità era sfuggente ed irrisolta e leggendo le sue pagine della sua totalità psichica è possibile percepire il senso globale, ma è controverso stabilire un’unità indissolubile perché nelle sue espressioni artistiche si avverte il continuo fluire di tutti i suoi stati psichici, mentali ed intellettuali mutevoli e temporanei.

Angosce di persecuzione, elementi fantasmatici, nuclei inconsci ed emozioni di tipo depressivo si amalgano con distinguo intellettuali sottili, con codici culturali dalla natura più disparata: si intrecciano razionalismo, illuminismo, religiosità ed un irrazionalismo, costituito da un vitalismo disperato e da una voglia costante di autodistruzione.

Realtà e razionalità

In Pasolini non tutto ciò che è reale è razionale. Se è vero che la sua poesia non possiede fortunatamente istanze metafisiche, non è mai un mezzo per questo o quel tipo di filosofia e nemmeno per un eclettismo moderno, è altrettanto vero che con l’insieme dei suoi scritti è difficile fare i conti per quella mistura di sensibilità e conoscenza, per quella contrapposizione tra classico e moderno, per quel suo far ricorso sia alla filologia che all’ermeneutica, intesa in senso lato e quindi nell’accezione più moderna del termine.

Nelle migliaia di pagine che ha lasciato ai posteri talvolta solo la sua genialità sembra agire da tessuto connettivo. Comunque il potere non poteva ventilare a Pasolini la minaccia di uno scandalo perché l’uomo Pasolini voleva lo scandalo a tutti i costi e dichiarava ed esibiva la sua diversità e mai e poi mai taceva sulle sue preferenze sessuali e sulla sua vita notturna; non solo, ma lo scrittore sosteneva a ragione che qualsiasi intellettuale che cercasse di dire la sua verità era uno scandalo vivente.

In quegli anni il poeta de “Le ceneri di Gramsci” rappresentava un autentico scandalo intellettuale. Ricordo solo che venne accusato di pornografia per il romanzo “Una vita violenta” e di vilipendio alla religione di stato per il film “Ricotta”.

 

Il piacere di provacar e di essere provocato

Il poeta senz’ombra di dubbio trovava piacere nell’essere provocato da un’opera d’arte, così come amava provocare con le sue opere, perché scandalizzare per lui era una modalità per far scaturire piacere al pubblico.

Pasolini voleva essere amato oppure odiato. Non desiderava certo l’indifferenza. Amava essere insultato per strada dai benpensanti e dalle persone di destra perchè omosessuale.

Amava che i suoi film fossero contestati dai giovani dell’estrema destra. Quando “Accattone” venne contestato dichiarò che gli italiani erano sempre stati un popolo razzista e che con quel film gli era stata data la possibilità di dimostrare quanto fossero razzisti.

E forse la ragione principale per cui stupivano la critica era il fatto che nei suoi romanzi non si poteva fare nessuna commemorazione provvisoria del personaggio-uomo, in quanto incentrati non sull’inettitudine e lo smacco esistenziale di un unico protagonista, ma sul collettivismo e la messa in scena di ragazzi, la cui psicologia era semplice.

Nei romanzi di Pasolini il personaggio-uomo non era divenuto personaggio-particella a causa del tramonto dell’occidente e del famoso principio di indeterminazione di Heisenberg. Lo scrittore friulano non volgeva lo sguardo a Proust, Joyce, Kafka, Svevo e Pirandello. Se spiazzava i più colti figuriamoci quindi lo scandalo che era avvenuto, quando fu pubblicato “Ragazzi di vita” tra il pubblico.

Non erano tanto le vicissitudini dei protagonisti, la fine tragica dei ragazzi, né il triste epilogo del romanzo che scandalizzavano, piuttosto l’utilizzo del linguaggio delle borgate.

Non erano solo i contenuti e le trame a scatenare reazioni di disapprovazione, ma erano anche e soprattutto le scelte linguistiche innovative che il poeta aveva adoprato nelle sue opere.

L’utilizzo di un linguaggio diretto senza alcuna opera di mediazione o di elaborazione critica da parte dell’autore in quel determinato periodo della narrativa italiana non potevano che scandalizzare.

Inoltre Pasolini con i suoi romanzi disorientava il pubblico perché aveva apportato delle innovazioni dal punto di vista strutturale del romanzo (in quanto nelle sue opere non c’era un vero e proprio protagonista, ma diversi personaggi; non solo ma c’era anche un contrasto forte tra il gergo delle borgate, il crudo realismo dei personaggi da una parte e dall’altra il lirismo e la sapienza descrittiva dei paesaggi).

Pasolini aveva descritto in modo dettagliato e reale le esistenze dei sottoproletari, il loro universo di codici sottoculturali amorale prima ancora che immorale. Il senatore M. Montagnana scriveva sulla rivista “Rinascita“ del Pci :

“Pasolini riserva le volgarità e le oscenità, le parolacce al mondo della povera gente; in quegli anni anche persone di sinistra abbiano travisato il senso del romanzo “Una vita violenta”.

Probabilmente erano arrabbiati anche per il tipo di rapporto tra il Tommaso di “Una vita violenta” ed il Pci, perché costui muore. Questa morte venne forse letta in chiave metaforica, come a dire che, nonostante l’avvicinamento del personaggio sottoproletario il Pci non poteva stabilire con esso nessun rapporto stabile e costruttivo.

Pietas

La coscienza di Pasolini era al contrario permeata da una vera pietas, che non scadeva mai nel melenso. Se alcuni hanno ravvisato nei suoi lavori una rappresentazione negativa del sottoproletariato non hanno considerato in film come Accattone che Pasolini aveva come referente il neorealista Rossellini, così come nei suoi romanzi non hanno colto che ogni testo letterario è criticamente ricostruito e che lo scrittore non poteva abbellire la realtà perché sarebbe venuto meno al suo principio di mimesi del reale, al suo intendimento di compiere una semiologia della realtà.

Era senz’ombra di dubbio un elemento perturbante nei fruitori di queste sue opere l’impossibilità di distinguere nettamente il suo sguardo poetico al documentarismo sociologico del sottoproletariato degli anni ’50-60.

Ma forse una cosa molto semplice che disturbava era la mancanza di un finale idilliaco ed invece nei due romanzi di Pasolini nessun personaggio riesce a compiere una maturazione, se non culturale, quantomeno psicologica, a causa di una chiusura e di una frattura insanabile tra l’universo statico del sottoproletariato ed il mondo delle persone già integrate.

Se i suoi ragazzi di vita ammazzano per avere la grana a tutti i costi per spassarsela ciò non implica che i loro coetanei più ricchi non possano fare altrettanto. Pasolini non svolge l’equazione delinquenza uguale povertà più sfortuna né tantomeno il poeta vuole emendare da colpe o giustificare i suoi ragazzi che compiono azioni criminose.

Allo stesso tempo non fa della sociologia marxista a buon mercato quando avviene il massacro del Circeo. Pasolini lo sa bene che non essere pariolini non  può preservare dal compiere delitti orrendi e sevizie. L’agiatezza economica non causa necessariamente il nichilismo, che porta a compiere mostruosità all’arancia meccanica. Lo scrittore guarda tutto ciò da un punto di vista meramente antropologico.

I giovani sono omologati. Tutti i giovani di qualsiasi classe sociale. L’amoralità giovanile li accomuna e li unisce in un tutto indistinto. Infatti come ha notato il critico letterario G. Scalia l’omologazione della società neocapitalista secondo Pasolini non ci aveva fatti divenire uguali in quanto uguali nei diritti, ma simili nella degradazione.

Lo scrittore di “Ragazzi di vita” non si prefigurava nel futuro una società fondata sulla vera libertà, ma su una parvenza di libertà o per meglio dire su una libertà negativa. La stessa evoluzione dei costumi dal poeta non era vista di buon occhio. La libertà sessuale della maggioranza era stata regalata dal Potere per distrarla dai reali problemi del Paese. Era quindi una nuova libertà, tuttavia una tolleranza imposta, che non poteva che causare nevrosi.

Pasolini non si era mai riconosciuto in questo tipo di società ed allora aveva sentito la necessità di creare il mito contadino, il mito del sottoproletariato ed il mito terzomondista. Nel mondo contadino la vita di ognuno era scandita dall’avvicendarsi delle stagioni, ma con l’avvento della società capitalistica il ciclo della natura era stato soppiantato dal ciclo della produzione industriale.

La simbiosi tra Vangelo e civiltà contadina era finita bruscamente. Per Pasolini il mondo contadino simboleggiava la vera essenza del tradizionalismo del Passato, che era latore di universali ed archetipi davvero cristiani. Il mito del mondo contadino per il poeta andava a costituire il nucleo più profondo del cristianesimo.

Pasolini e Tolstoj

Pasolini a tratti sembra un novello Tolstoj, che scrivendo metaforicamente del carro rovesciato della società russa, che grava sui contadini, non si mette a disquisire su quante persone salgono sul carro o su come devono essere posizionate le ruote, ma che evocando con nostalgia il passato invita quasi gli sfruttati a vivere secondo i comandamenti di Dio.

Fuor di metafora: l’impostazione marxista è evidente, il consumismo crea nuovi bisogni, ma non soddisfa quelli elementari dei più, la merce diviene feticcio, però non bisogna fare la rivoluzione, ma abbracciare Marx e Cristo.

Una volta giunto a Roma lo scrittore aveva bisogno anche del mito del sottoproletariato, cioè di un macrocosmo di individui non ancora contaminati dal Neocapitale. Entrambi i miti pasoliniani possedevano dei caratteri intrinseci e dei significati intimi, che trascendevano la morfologia e la metafisica di un sistema di pensiero.

Prima veniva il cuore, poi Pasolini metteva in moto il pensiero, infine ritornava al cuore.

Al poeta friulano non restava che attaccarsi con tutta la sua forza e la sua energia creativa al mito del sottoproletariato per cercare di aggrapparsi disperatamente ad un’umanità altra, che non appartenesse a quella massa collettivizzata ed amorfa del proletariato e della borghesia, così come non restava che sperare nel mito terzomondista per pensare ad un altro tipo di sviluppo possibile della società.

Ne “La religione del mio tempo” scriveva “Africa! unica mia/ alternativa…..”. Se il mito contadino rappresentava il passato ed il mito del sottoproletariato il presente, il mito del terzomondismo invece simboleggiava l’avvenire.

 

Di Davide Morelli

 

‘Red Land’, un film sul massacro di una ragazza istriana per ricordare le Foibe

In occasione dell’anniversario delle Foibe, consigliamo la visione del film Red Land, terra rossa, uscito lo scorso anno, dedicato alla storia di una ragazza istriana, Norma Cossetto, che fu violentata, massacrata e gettata nelle foibe dai partigiani comunisti di Tito, sostenuti dai partigiani comunisti nostrani, solo perché era la figlia del segretario politico del fascio locale. Norma era una studentessa, laureanda a Padova con una tesi dal titolo Istria rossa, rossa come la terra istriana, ricca di bauxite. Quella tesi, e quella terra rossa diventa la metafora che dà il titolo al film ed evoca il sangue versato sulla terra istriana e il colore dell’ideologia che condusse allo sterminio.

È un film duro anche se sa essere delicato nelle scene dello stupro. Il regista è un argentino, Maximiliano Hernando Bruno, la protagonista è Serena Gandini. Il corpo di Norma fu ritrovato dai pompieri nel ’43, l’ultimo testimone è un vigile del fuoco di 98 anni e ha raccontato che la ragazza la ritrovarono quasi seduta nella fossa carsica, con gli occhi che cercavano la luce all’imbocco della foiba. Una storia terribile in cui il Male appare quasi assoluto, diabolico, più che bestiale.

Estate del 1943. Il 25 luglio Mussolini viene arrestato e l’8 settembre l’Italia firma quell’armistizio separato con gli angloamericani che condurrà al caos. L’esercito non sa più chi è il nemico e chi l’alleato. Il dramma si trasforma in tragedia per i soldati abbandonati a se stessi nei teatri di guerra ma anche e soprattutto per le popolazioni civili Istriane, Fiumane, Giuliane e Dalmate, che si trovano ad affrontare un nuovo nemico: i partigiani di Tito che avanzano in quelle terre, spinti da una furia anti-italiana. In questo drammatico contesto storico, avrà risalto la figura di Norma Cossetto, giovane studentessa istriana, laureanda all’Università di Padova, barbaramente violentata e uccisa dai partigiani titini avendo la sola colpa di essere Italiana e figlia di un dirigente locale del partito fascista.

Perché è così difficile parlare di foibe nel cinema italiano ma anche nelle scuole e nei media? Perché evoca il capitolo più infame del Novecento, il comunismo e i suoi orrori, che si spargono lungo settant’anni, tre continenti, centinaia di milioni di vittime e di oppressi. Una catastrofe che non ha paragoni. Ma tutto questo va rimosso, come ben sappiamo.

Ricordiamo i guai che passarono alcuni che sollevarono il velo d’omertà sulle foibe; per esempio Renzo Martinelli, regista di Porzus, un bel film sull’eccidio dei partigiani bianchi della brigata Osoppo (tra cui il fratello di Pasolini) da parte dei partigiani rossi. E di recente, la barbarie di chi augurava la riattivazione delle foibe per infoibare i “sovranisti” di oggi.
Solo di recente lo Stato italiano riparò al vergognoso oblio, la trucida omertà, e il presidente Ciampi consegnò una medaglia d’oro alla memoria di Norma Cossetto. La meritoria iniziativa partì allora da Franco Servello, vecchia guardia dell’Msi in versione An. La studentessa aveva già ricevuto nel ’49 la laurea honoris causa postuma, alla memoria, su proposta del latinista e comunista Concetto Marchesi dall’Università di Padova. Ma una lapide nello stesso ateneo la ricordava assurdamente tra le “vittime del nazifascismo”. Lei che era stata barbaramente trucidata dai comunisti di Tito. Un vile oltraggio alla verità e alla memoria, che la uccideva una seconda volta. Red Land è stato realizzato da Rai cinema col sostegno della Regione Veneto.

La memoria non si dovrebbe identificare solo con l’orrore ma anche col positivo ricordo di epoche, eroi, eventi del passato. Bisognerebbe stancarsi di questa guerra postuma a colpi di sterminio, temere le speculazioni politiche, le approssimazioni nei giudizi, i piccoli interessi del momento, le cecità dell’odio; detestare il già detto mille volte, seppure invano. Ma non possiamo sottrarci – per una sorta di dovere civico, etico, spirituale – dal ricordare quella storia che l’Italia ufficiale, sempre premurosa davanti a ogni ricorrenza purché antifascista, preferisce sbrigare con brevi, fredde, formali cerimonie. Perciò raccontiamo quella storia che invece andava cancellata. Era fuori norma.

 

Fonte:

Istria rosso sangue

‘Cold war’ di Pawlikowski: l’amore incandescente tra un pianista e una cantante dentro un blocco di ghiaccio

Il soggetto è antico quanto il mondo, ma Cold War suscita sentimenti così intensi da fare sì che irrompano nel cuore dello spettatore nel preciso momento in cui lo sta vedendo. L’aspetto più stupefacente, però, del poetico e struggente film del polacco emigrato a Londra Pale Pawlikowski -già gratificato dal meritato successo mondiale di “Ida”– sta nel fatto che sembra sia riuscito a scolpire un’incandescente storia d’amore all’interno di un blocco di ghiaccio: girato in 16mm, nel desueto formato dell’1,33:1 e in un prezioso bianco e nero che si rimodella continuamente eliminando le sbavature e variando le sfumature, questo film imperdibile riesce a catturare i dettagli più impercettibili senza cedere al manieristico, al melodrammatico o al ricattatorio bensì ricostruendo i fatti con una cadenza asciutta ed ellittica, come se l’assoluta sobrietà espressiva fosse l’unico modo possibile per recuperare i frammenti di un sogno per metà realistico e per l’altra onirico.

Il celebre verso ovidiano “non posso vivere né con te né senza di te” calza, inoltre, come un guanto sia all’attrazione fatale scattata tra il pianista, etnomusicologo e jazzista Wiktor e la cantante e ballerina Zula, sia al loro contraddittorio rapporto con la Polonia prigioniera della tetra dittatura comunista. Lui fascinoso, intellettuale, autodistruttivo, lei selvaggia, sensuale, delatrice: s’incontrano nel 1949 nel corso delle audizioni tra i contadini propedeutiche alla fondazione di un gruppo musicale folkloristico e s’innamorano perdutamente. Il Partito vigila sul connubio non gradito e sulla tenuta ideologica dell’ensemble che dovrà fungere da veicolo propagandistico nelle tournée destinate ai “paesi fratelli”, ma mentre Wiktor fugge appena può all’Ovest, Zula sembra rassegnata a restare ostaggio dei burocrati e dell’istinto di sopravvivenza.

Cold war: trama e contenuti

Un loro agente, che si presenta come “dirigente amministrativo”, instrada il gruppo formatosi nel ’51 verso un repertorio che dia lustro al regime, gli artisti si esibiscono ma è il partito che si mette in mostra. Il ministro (verosimilmente di un “minculpop” polacco) ne ha tutto l’interesse e fa procurare date e sedi importanti. Nel ’52, a Berlino, Wiktor passa il confine verso l’ovest, la aspetta dopo l’esibizione ma lei è trattenuta dal dirigente amministrativo e dai suoi stessi dubbi, è sorvegliata come informatrice. Rivediamo lui a Parigi nel ’54, suona nel locale Eclipse, qui si sente il sax e la musica sa di America, è lontana dai cori osannanti dell’est. Si rivedono e riamano, non sarei scappata senza te, Zula rimprovera l’amante. Un altro incontro avviene in Iugoslavia nel ’55, ad un’esibizione il ritratto di Stalin dal sorriso beffardo campeggia dietro gli artisti in un concerto. Si piacciono sempre, ma negli incontri i loro caratteri forti alimentano burrasche. Nulla di melenso è contenuto nel film.

Rientrerà in Polonia nel ’59, Wiktor, per riaverla, sconta anni di prigione e Zula lo aiuta a uscirne. Si sposano loro due soli nel ’64, scendono da una corriera ad una chiesa diroccata e sperduta nei campi, che già si è vista ad inizio film, c’è solo una candela e la loro promessa, “finché morte non ci separi”. Si spartiscono pochi chicchi di riso i due, Zula ne dà qualcuno in più a lui. Lei non considera validi altri suoi matrimoni, perché non celebrati in chiesa, la Chiesa cattolica, imperante nelle coscienze accanto al regime, che invece si occupava delLe vite degli altri. Si può supporre che non vissero felici e contenti né sereni, come i genitori del regista, ma il loro sedersi su una panchina accanto a quella chiesa in un paesaggio cupo e Zula che gli dice Andiamo da un’altra parte, lì la vista sarà migliore, sembra già una bellissima luna di miele.

Passeranno quindici, lunghi anni in cui i distacchi s’alternano ai ricongiungimenti e alle fugaci parentesi di felicità amorosa e successo artistico, tra cui spicca quella bohémienne vissuta da esuli nelle mansarde e i night della Parigi esistenzialista. La storia della Guerra Fredda e la gamma dei gusti, i trucchi, le mode, le censure e i desideri rimossi delle persone che di volta in volta li sabotano, li favoriscono o l’illudono s’intreccia, s’insinua, s’alimenta nel fuoco del sesso, del tradimento, dei gap culturali e del richiamo dell’orgogliosa patria polacca che, benché subdolo e poliziesco, non smette di fare presa sui poveri amanti al di qua e al di là della Cortina di ferro. Tecnicamente si viaggia ai livelli più alti, basti citare l’uso abilmente coordinato delle musiche colte e popolari, i disseminati riferimenti alle atmosfere del cinema francese anni Trenta e a quelle delle scuole est-europee degli anni ’50 e ’60 o la gestione dei piani d’inquadratura che vanno sempre dritti allo scopo, lavorano sul non-detto e sull’indicibile e culminano nella sublime scelta dello straziante fuoricampo finale. Ma conta di più che a schermo spento non si cancelleranno silenzi così eloquenti, amplessi così rapinosi, confessioni così disperate e spasimi struggenti come quello di Wiktor che sibila in faccia all’occasionale compagna di letto “ho appena rivisto la donna della mia vita” oppure quello di Zula ubriaca che in mezzo alla baldoria di un locale si divincola dicendogli “ti amo più della mia stessa vita ma devo correre a vomitare”.

In Cold war, il regista ha rammentato che “erano due persone forti e meravigliose, ma come coppia un disastro totale”: accade qualche volta che due persone ottime, nella coppia (convivenza) non esprimono tutto intero il loro valore, la somma degli addendi è inferiore al valore complessivo dei singoli.

 

Fonti: https://www.agoravox.it/Cold-war-di-Pawel-Pawlikowski.html, 

 

Cold War

‘Una donna alla finestra’ di Drieu la Rochelle: un romanzo ambiguo sulla decadenza e un confronto con la Grecia metafisica

Una donna alla finestra di Pierre Drieu la Rochelle è un romanzo sulla decadenza e nella decadenza, scritto in un tempo magnifico e disgraziato nel quale i più grandi sogni degli uomini si sono trasformati nei loro peggiori incubi.

Tre francesi, un italiano, più un tedesco, un persiano, un danese e un serbo. Sembra l’inizio di una barzelletta, invece è l’elenco dei personaggi che animano l’Atene cosmopolita degli anni Venti, sfondo e protagonista di Una donna alla finestra, appena riapparso nelle librerie italiane per le edizioni GOG. Un romanzo ambiguo, sottile, che si avvia nel banale schema di un ménage a trois, una donna sposata che si innamora di un altro uomo, sostenuta dall’alterno beneplacito del marito. Situazione strana e paradossale ma non troppo, se si considera che la donna è una giovane francese che ha sposato il marchese Rico Santorini, dell’ambasciata italiana, dandy latin lover e dissoluto ma non sprovveduto; mentre l’uomo al cui fascino crolla è Michel Boutros, comunista francese che una notte, scappando dalla polizia, si rifugia nella stanza d’albergo in cui alloggia proprio la bella Margot, che lo protegge e si fa complice della sua fuga.

Una donna alla finestra procede su più piani, come sempre accade nei testi di Drieu, tra l’intreccio amoroso dei tre, il profilo politico che ciascun personaggio rappresenta e il confronto estetico e metafisico tra la Grecia che fu patria e culla della civiltà europea e gli europei moderni che alla Grecia fanno ritorno. Una Grecia che però dell’antico spirito conserva solo i resti archeologici e pare far da proscenio alla vicenda umana che si avviluppa negli abissi della modernità industriale, meccanizzata e borghese. Una vicenda che ci restituisce una visione dell’uomo e del mondo tornata oggi, in tempi di turbolenta transizione, di stringente attualità.

Non è difficile individuare nei tre protagonisti una scissione dell’animo e dei sentimenti dello stesso Drieu la Rochelle. Da un lato l’autore conserva per tutta la vita un forte afflato verso i nobili ideali e i costumi che sono caduti insieme alla nobiltà e alla società europea tradizionale: li interiorizza ma sa di non poterli esprimere in una società che li rigetta, travolta dall’impeto delle industrie e della nuova morale. Valori che si risolvono allora in quell’individualismo tragico comune a diversi scrittori dell’epoca che si resero interpreti dello scontro tra l’intimo, fortissimo, desiderio di raggiungere vette alte e la meschinità del quotidiano moderno. Scrittori come Drieu o Majakovskij che, va aggiunto, trovarono la pace solo suicidandosi. Lotta contro il mondo moderno e le sue forme che diventa in Drieu anche istinto rivoluzionario. Sarà il fascino dell’estetica rivoluzionaria, l’unica capace di infondere nell’animo di Drieu l’eroismo di cui sentiva bisogno, sarà pure per la politicizzazione delle masse e l’inevitabile scontro tra posizioni inconciliabili, certo è che l’autore incarnò quell’ambiguità tra la volontà di ribaltare la società borghese, della macchina che così tanto spazio esistenziale sta sottraendo all’uomo, e la conservazione di riti e miti dell’Europa classica.

Ambiguità che lo porterà a nutrire fascino e ammirazione verso il comunismo ma anche il fascismo e il nazionalsocialismo, pur filtrati da una morale aristocratica e da una visione elitaria e estetizzante della vita. Infine quella voluttà femminea, la volontà di un radicamento alla terra che non fosse solo ideale puro e ascesi eroica, ma anche passione, eternizzazione del sé nell’atto d’amore e nel desiderio sessuale, nella perdita di orientamento tra l’amore divino e l’amore terreno che si fa strada nel Diario di un delicato (volume che vede la luce quattordici anni dopo Una donna alla finestra). Occorre molto amore divino per perdonare il rifiuto dell’amore umano, scrive un uomo che di donne ne ebbe parecchie e da loro fu catturato quanto se non più che dalla ricerca metafisica cui concedette qualsiasi appiglio, dalla politica all’amore, dalla letteratura alla religione.

Il primo dei tre tipi d’animo di Drieu è Rico Santorini, il secondo Michel Boutros, il terzo ovviamente Margot Santorini. Tre personaggi tanto diversi, accomunati dalla fragilità di un percorso individuale disseminato di ostacoli. Rico pare un uomo spregevole, marito onesto nei suoi sentimenti, Margot

l’aveva amato per ciò che di lui vi era di perduto e inutile. Ma allo stesso tempo si era compiaciuta all’idea di renderlo diverso da ciò che era, e quell’illusione aveva giocato un ruolo assurdo nel momento del suo matrimonio.

Un uomo raffinato e amorale, cavaliere senza destriero, nobile senza feudo, un italiano che dice di non esserlo,

è Mussolini che è italiano, io non sono niente. Io sono di ogni luogo e di nessun luogo, sono del paese delle donne, del paese di quelle che non ho ancora avuto.

Boutros è un ragazzo particolare, un comunista che per il suo ideale rivoluzionario rischia la vita, ma non è un proletario, un uomo del popolo. Non si conoscono le sue origini, verso i diciotto anni il lusso lo aveva affascinato, ma non per molto, dopodiché null’altro che il comunismo. La donna e il denaro non erano state per lui che una cosa sola. Il denaro, il lusso, gli svaghi non avevano alcuno splendore se non quello che offrivano alla donna. Boutros è il rivoluzionario romantico, delinquente e affascinante, rinnega la sua origine borghese negando anche la propria sensualità fino a votarsi alla castità pur di non cedere spazio alla mollezza, prima nemica di un rivoluzionario di professione. Infine Margot, donna magnifica, tanto bella quanto straziata dalla pochezza della sua vita quotidiana, legata a un marito che non ama e a un ambiente sociale che detesta e di cui si fa beffe ogni volta che può. Boutros finendo in casa di lei le aveva dato l’occasione di tornare a vivere un poco, senza saperlo sprona Margot a donare nuovo senso alla sua esistenza, trovare quella cosa che la mia vita cercava oscuramente, quella forza. La forza che viene dall’amore, ma un amore ambiguo, lacerante e mai palese, che non sa fin dove potrà condurla.

Una donna alla finestra è un romanzo, si diceva, sulla e nella decadenza, ricco di contraddizioni tra le aspirazioni e le attività di personaggi che non fanno della propria vita ciò che vogliono ma ciò che tocca loro farne, mentre ciascuno di essi trova un appiglio fuori di sé per darsi un senso: chi nel sesso, chi nell’ideologia, nel denaro, nella civetteria o nel potere. Un romanzo in cui ci si rende conto che ci si butta in politica o nei grandi affari come in qualsiasi altra cosa per dimenticarsi, per distruggersi. I parallelismi e i contatti con l’epoca odierna sono evidenti e sconfortanti, eppure Una donna alla finestra non è un romanzo pessimista: ciascun personaggio evolve, nella propria individuale complessità, e prende radicali decisioni che ci rendono l’idea che qualcosa in fondo può essere fatta, che non per forza ci si debba lasciar vivere ma a un certo punto è concesso, a patto di sofferenze e fermezza, di iniziare a vivere.

Come scrive Marco Settimini nella postfazione,

Drieu deplora il fatto che ovunque nel mondo gli uomini siano estatici di fronte alle tombe, ma (o meglio poiché) la vita presente sfugge loro, si assenta, evapora. Muore.

La Grecia è proprio una di queste tombe, chi la attraversa non può ammirare che qualcosa di morto e putrescente ancorché maestoso. Di fronte a questa morte non resta che cercare di avviare la propria vita verso un sentiero in salita, pensare, come Boutros:

sono nato tra delle razze vecchie; sulla superficie della terra forse non intravedo più che delle folle sterili; eppure in me c’è un sangue fresco come in quegli indomiti canti. Io sono lo Spirito, la vita eterna!

E questo è Pierre Drieu la Rochelle, la rotta che indica a chi vuole prestargli ascolto. È l’aristocrazia della vita.

Da romanzo di Drieu è stato tratto nel 1976, l’omonimo film di Deferre con Romy Schneider, Philippe Noiret, Umberto Orsini e Victor Lanoux.

 

Fonte: L’intellettuale dissidente

‘I bei pasticci’: il comunismo puro ed utopistico di Céline

Distribuito nelle librerie il 28 febbraio 1941, I bei pasticci (nei quali secondo Céline si è cacciata la Francia con la guerra), si divide in 67 parti ritmico-liriche e chiude il trittico antisemita con qualche casuale, ambiguo e forse credibile ripensamento sugli ebrei.

“Ci sono piccoli ebrei molto simpatici”, concede Céline “e francesi che sono carogne belle e buone, rifiuti nauseabondi. Non è per niente una questione di razza”. Ora lo scrittore si riferisce ai francesi che hanno voluto la guerra e sembrerebbe voler limitare la responsabilità degli ebrei. Le oscillazioni e incoerenze di Céline sono quelle stesse di rimescolamenti e sobbalzi della Storia che pochi giungono a rappresentare meglio di lui. Bei pasticci per dire situazioni nate da gravi disordini, sono quelli denunciati dallo scrittore francese e occorsi alla Francia stretta nella morsa del nemico tedesco prima dell’armistizio firmato il 22 giugno 1940 a Rethondes dal maresciallo Pétain che instaura il regime di Vichy appoggiato da nazionalisti, fascisti e monarchici, tutti antisemiti. In fondo, il processo intentato a Céline nel 1950, con capo d’accusa principale il tradimento della patria includente il collaborazionismo, finisce per basarsi, in gran parte, su I bei pasticci, libro che in alcune pagine mette sotto accusa le alte sfere militari e i soldati francesi, accusati di viltà. Per Céline dunque l’ebreo è da considerarsi un simbolo, non una realtà razziale ben definita; Pétain è ebreo, il Papa è ebreo, i re di Francia, lui stesso, che è l’opposto di quell’uomo nuovo, antimoderno, mitico, che promuove.

Effettivamente nemmeno l’organizzazione militare della Francia è risparmiata dall’ira di Céline che, oltre ad attaccare la decadenza politica e morale dei propri connazionali, le smodate abitudini gastronomiche dei ceti agiati e la mancanza di coscienza di classe del proletariato, ricorrendo a semplicistiche circonlocuzioni, ripropone, con i temi razziali, l’idea di un comunismo ugualitario, “alla francese”, un gentile “comunismo Labiche” dal nome di Eugene Labiche, accusatore della borghesia corrotta. In ogni caso un comunismo escludente l’ebreo e che preveda salari pressoché uguali per tutti. Quello che oggi viene detto “reddito di cittadinanza” che Céline fissa in un minimo accredito economico. Chiede inoltre che si abolisca la disoccupazione e si nazionalizzi praticamente tutto.

Lo scrittore attua un’imperiosa e balbettante critica verso la maniacale mistica del lavoro: “Il Lavoro-salute! Il Lavoro-feticcio! Le masse al lavoro! Bordello fottuto! I papà al lavoro! Dio al lavoro! L’Europa al lavoro! I figli al lavoro! Ma la rivoluzione sociale a misura umana è lotta per far vincere la bellezza, l’arte, tutto quanto sia divinamente gratuito, perché solo il gratuito è divino. Si tratta allora di liberare in ciascuno l’artista.

Inoltre si affermano, nei propositi finali avanzati da Céline, un superamento dell’incombente tragedia storica e un’oasi di ristoro: di poesia, gioia, riso. Finiscono infatti in maniera lieta e in poema le ultime parti di Bei pasticci, evocatrici di un mondo e di una comunità di individui nuovi, a cominciare dai bambini. Scrive Maria Alberghini in Louis-Ferdinand Céline gatto randagio:

La sinistra non potrebbe che approvare, oggi, il comunismo puro di Céline tanto più che dopo la caduta del Muro essa ha, sia pure con ritardo, sconfessato il comunismo staliniano”.

Inappuntabile ugualitario dunque il Céline che pone il comunismo all’opposto dell’egoismo e in Bei pasticci, consiglia candido utopista, una livellazione dei redditi da salario per ogni categoria di cittadini, senza distinzioni. Del resto lo scrittore francese, spregiatore delle guerre che mai rinuncia a porre in evidenzia i contrasti tra le classi sociali, in nessun caso si proclama nazifascista. Di conseguenza, come afferma ancora la Alberghini, “appare chiaro perché i pamphlet siano stati tanto severamente proibiti e per più di 50 anni, ne sarebbe uscito un Céline che nazista e fascista non era di certo!”. In un’intervista con Lucette Almanzor (“Pariscope”, n. 15, 26 gennaio 1966; poi in Nabe, Dalla parte di Céline, Lili, 1983) si osserva: “Simone de Beauvoir, nelle sue Memorie, parla sempre di Céline come di un fascista”.

“Fascista?”-replica indignata Lucette, accanto allo scrittore fino alla sua morte: “E’ un’idiozia. Bisognerà che si rimangi ciò che ha detto. Sarà obbligata, talmente sciocca è l’accusa. Lei si rende ridicola, proponendo ciò“. In effetti è Céline stesso il testimone della sua vocazione comunista e questo in tutto l’arco della sua vita: “Ah, io sono mille volte più comunista di Aragon e Thorez”-dirà lo scrittore dall’esilio. E non a caso il suo Viaggio al termine della notte, è il solo libro spiritualmente comunista mai apparso, apprezzato da Trotski.

Si avanza allora l’ipotesi che quello di Céline, uomo sballottato nel turbine di due guerre mondiali, sia un ‘antisemitismo anticapitalista’ collegabile ad una linea apertamente antisemita delle sinistre europee tradizionali e cessato dopo la conoscenza degli orrori dell’Olocausto. Davvero è l’ideologia che può identificare un artista? Qualunque giudizio morale resta sospeso: chi mai potrebbe, in tutta coscienza, classificare un autore che non ha mai posto limiti alla propria parola avida di libertà, e altro non vuole essere se non il proprio stesso linguaggio. E se, il 15 aprile 1948, Céline scrive a Hindus: “Non ho mai voluto il massacro degli Ebrei!”, non c’è motivo per non credergli.

 

Fonte: S. Lanuzza: Céline della libertà, Eretica edizioni,

 

 

I martiri delle foibe scomparsi dai libri di storia e dalla memoria collettiva

«Non abbiamo ormai detto tutto su vicende di 70 anni fa? Ha senso ritornarci sopra ad ogni ricorrenza? Ebbene sì, ha senso. Riconciliazione non significa rinuncia alla memoria». Queste le parole dell’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione delle celebrazioni per la Giornata del Ricordo delle Foibe del lontano 2013, degne di un Capo di Stato responsabile e attento a voler tenere vivo nel ricordo di tutti il dolore che ancora provano le vittime delle persecuzioni titine. Eppure, quando nel febbraio 2011 l’Unione degli Istriani denunciò pubblicamente la presenza del maresciallo Tito tra i cavalieri di Gran Croce della Repubblica, nessuno si indignò. «Chiedo al presidente della Repubblica di voler procedere all’annullamento immediato della benemerenza», il presidente dell’associazione in questione, Massimiliano Lacota, scrisse proprio a Giorgio Napolitano. «È semplicemente orribile e disgustoso che lo Stato italiano riconosca il dramma delle Foibe e allo stesso tempo annoveri tra i suoi più illustri insigniti proprio chi ordinò i massacri e la pulizia etnica degli Italiani d’Istria, ovvero il dittatore comunista Tito».

Ma quello sfogo non sortì alcun effetto. La grande stampa, la politica moraleggiante e Napolitano quasi si nascosero, ignorando l’appello di chi, ancora ferito, si sentiva umiliato dalla permanenza del proprio carnefice nell’elenco più importante dei benemeriti della Repubblica. Fa rabbia pensarlo. Il suo successore, Sergio Mattarella, ha impiegato settimane intere per comunicare chiaramente la volontà di ricevere al Quirinale le associazioni di esuli, dopo giorni e giorni di silenzio assordante. Non solo, come sottolinea in una nota che dovrebbe essere riconciliatoria Giovanni Grasso, direttore dell’Ufficio stampa e Comunicazione del Quirinale, Mattarella nel 2015, appena insediatosi, si limitò ad intervenire alla Camera con due note sull’accaduto, mentre lo scorso anno era in visita a Washington. Quest’anno, ancora una volta, si trova all’estero, a Madrid.

Non proprio due grandi esempi di autorevolezza istituzionale da parte degli ultimi due presidenti della Repubblica, ecco. Ma ciò che getta ancor più nello sconcerto è constatare come questa non sia ancora la più grande delle ingiustizie perpetrate ai danni delle vittime di quella pulizia etnica. Peggio ancora del parlare nel modo sbagliato di una tragedia è, infatti, non parlarne affatto. Ed è proprio il silenzio su questo tema che ha caratterizzato la storia repubblicana del nostro Paese: ignorare, apporre una pagina completamente bianca sui libri di storia. Ciò che ha cancellato per anni la tragedia del popolo giuliano-dalmata è stata anzitutto un’operazione culturale.

Scrive Nicola Imberti su Il Tempo: “Il Trattato del 1947 chiedeva all’Italia di «restituire» alla Jugoslavia l’Istria, con le città di Fiume e Zara e le isole di Cherso e Lussino (836.129 abitanti). Nonché prevedeva il diritto da parte jugoslava di requisire tutti i beni dei cittadini italiani. A luglio il testo approdò davanti all’Assemblea Costituente per la ratifica. E fu un plebiscito: su 410 presenti 262 votarono sì, 68 no, mentre in 80 si astennero. Storico (e citato nel libro) resta il discorso pronunciato in quell’occasione da Vittorio Emanuele Orlando che sottolineò tutta la drammaticità di un’Italia che si vedeva «amputata» di città e territori dove «l’italianità è più profonda, più intima, più pura».

A settembre il Trattato entrò in vigore ed iniziò una lunga e travagliata vicenda. In realtà già nel 1945 il presidente del Consiglio Ferruccio Parri e il ministro degli Esteri Alcide De Gasperi avevano denunciato la scomparsa di 8.000 deportati italiani in Jugoslavia.
Insomma sapevano. Sapevano che, dopo la fine del conflitto, i vincitori jugoslavi avevano utilizzato qualsiasi mezzo per ottenere la «slavizzazione» della Venezia Giulia. I bilanci peccano spesso in difetto, ma si calcola che tra il 1945 e il 1956, circa 350.000 italiani fuggirono dall’Istria, da Zara, Fiume e dalle isole, e si ritrovarono profughi lungo la Penisola.

Il «Parere sull’importanza dell’insegnamento della Storia e del ruolo del docente» scritto dal Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione nel settembre del 1960 recitava testualmente: «la trattazione dei fatti contemporanei… dovrà essere svolta… ai fini di apologia democratica, pacifista, antifascista».

Gli infoibati, non rientrando nella suddetta categorizzazione, restarono alla stregua di veri e propri fantasmi. Parlarne diveniva quasi controproducente, si rischiava di essere additati, etichettati, messi ai margini.

Qualcosa cambiò nel 1996 quando l’allora ministro dell’Istruzione Luigi Berlinguer, con decreto ministeriale, stabilì che i programmi dovessero «contemperare l’esigenza di fornire un quadro storico generale». Da qui la «necessità di studiare l’intero Novecento e non solo la parte che possa far piacere, senza omettere, ma anche senza dimenticare che non si fa opera di verità confondendo vittime e aguzzini».
Da quel momento qualcosa iniziò a smuoversi, timidamente. La celebrazione di questa tragedia storica diventò man mano una questione politica: da destra si premeva affinché venissero riconosciute le responsabilità dei partigiani titini, da sinistra si gridava all’apologia di fascismo. Fino ai giorni nostri il dramma delle foibe ha rappresentato tutta l’immaturità dell’uomo moderno nel non saper rispettare, con il silenzio del cordoglio e non con quello dell’indifferenza, le vittime dell’ingiustizia, a prescindere dalle circostanze e dal periodo storico.

Proprio questa è la più importante testimonianza di come si debba parlare delle vittime delle foibe ancora per molto, in tutti i modi possibili, visto che per troppo tempo un popolo intero si è reso complice dell’infamia del silenzio che ha mietuto vittime del tutto prive di colpa.

 

http://www.ilconservatore.com/idee/martiri-delle-foibe-scomparsi-dai-libri-storia-dalla-memoria-collettiva/

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