‘Red Land’, un film sul massacro di una ragazza istriana per ricordare le Foibe

In occasione dell’anniversario delle Foibe, consigliamo la visione del film Red Land, terra rossa, uscito lo scorso anno, dedicato alla storia di una ragazza istriana, Norma Cossetto, che fu violentata, massacrata e gettata nelle foibe dai partigiani comunisti di Tito, sostenuti dai partigiani comunisti nostrani, solo perché era la figlia del segretario politico del fascio locale. Norma era una studentessa, laureanda a Padova con una tesi dal titolo Istria rossa, rossa come la terra istriana, ricca di bauxite. Quella tesi, e quella terra rossa diventa la metafora che dà il titolo al film ed evoca il sangue versato sulla terra istriana e il colore dell’ideologia che condusse allo sterminio.

È un film duro anche se sa essere delicato nelle scene dello stupro. Il regista è un argentino, Maximiliano Hernando Bruno, la protagonista è Serena Gandini. Il corpo di Norma fu ritrovato dai pompieri nel ’43, l’ultimo testimone è un vigile del fuoco di 98 anni e ha raccontato che la ragazza la ritrovarono quasi seduta nella fossa carsica, con gli occhi che cercavano la luce all’imbocco della foiba. Una storia terribile in cui il Male appare quasi assoluto, diabolico, più che bestiale.

Estate del 1943. Il 25 luglio Mussolini viene arrestato e l’8 settembre l’Italia firma quell’armistizio separato con gli angloamericani che condurrà al caos. L’esercito non sa più chi è il nemico e chi l’alleato. Il dramma si trasforma in tragedia per i soldati abbandonati a se stessi nei teatri di guerra ma anche e soprattutto per le popolazioni civili Istriane, Fiumane, Giuliane e Dalmate, che si trovano ad affrontare un nuovo nemico: i partigiani di Tito che avanzano in quelle terre, spinti da una furia anti-italiana. In questo drammatico contesto storico, avrà risalto la figura di Norma Cossetto, giovane studentessa istriana, laureanda all’Università di Padova, barbaramente violentata e uccisa dai partigiani titini avendo la sola colpa di essere Italiana e figlia di un dirigente locale del partito fascista.

Perché è così difficile parlare di foibe nel cinema italiano ma anche nelle scuole e nei media? Perché evoca il capitolo più infame del Novecento, il comunismo e i suoi orrori, che si spargono lungo settant’anni, tre continenti, centinaia di milioni di vittime e di oppressi. Una catastrofe che non ha paragoni. Ma tutto questo va rimosso, come ben sappiamo.

Ricordiamo i guai che passarono alcuni che sollevarono il velo d’omertà sulle foibe; per esempio Renzo Martinelli, regista di Porzus, un bel film sull’eccidio dei partigiani bianchi della brigata Osoppo (tra cui il fratello di Pasolini) da parte dei partigiani rossi. E di recente, la barbarie di chi augurava la riattivazione delle foibe per infoibare i “sovranisti” di oggi.
Solo di recente lo Stato italiano riparò al vergognoso oblio, la trucida omertà, e il presidente Ciampi consegnò una medaglia d’oro alla memoria di Norma Cossetto. La meritoria iniziativa partì allora da Franco Servello, vecchia guardia dell’Msi in versione An. La studentessa aveva già ricevuto nel ’49 la laurea honoris causa postuma, alla memoria, su proposta del latinista e comunista Concetto Marchesi dall’Università di Padova. Ma una lapide nello stesso ateneo la ricordava assurdamente tra le “vittime del nazifascismo”. Lei che era stata barbaramente trucidata dai comunisti di Tito. Un vile oltraggio alla verità e alla memoria, che la uccideva una seconda volta. Red Land è stato realizzato da Rai cinema col sostegno della Regione Veneto.

La memoria non si dovrebbe identificare solo con l’orrore ma anche col positivo ricordo di epoche, eroi, eventi del passato. Bisognerebbe stancarsi di questa guerra postuma a colpi di sterminio, temere le speculazioni politiche, le approssimazioni nei giudizi, i piccoli interessi del momento, le cecità dell’odio; detestare il già detto mille volte, seppure invano. Ma non possiamo sottrarci – per una sorta di dovere civico, etico, spirituale – dal ricordare quella storia che l’Italia ufficiale, sempre premurosa davanti a ogni ricorrenza purché antifascista, preferisce sbrigare con brevi, fredde, formali cerimonie. Perciò raccontiamo quella storia che invece andava cancellata. Era fuori norma.

 

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Istria rosso sangue

‘Cold war’ di Pawlikowski: l’amore incandescente tra un pianista e una cantante dentro un blocco di ghiaccio

Il soggetto è antico quanto il mondo, ma Cold War suscita sentimenti così intensi da fare sì che irrompano nel cuore dello spettatore nel preciso momento in cui lo sta vedendo. L’aspetto più stupefacente, però, del poetico e struggente film del polacco emigrato a Londra Pale Pawlikowski -già gratificato dal meritato successo mondiale di “Ida”– sta nel fatto che sembra sia riuscito a scolpire un’incandescente storia d’amore all’interno di un blocco di ghiaccio: girato in 16mm, nel desueto formato dell’1,33:1 e in un prezioso bianco e nero che si rimodella continuamente eliminando le sbavature e variando le sfumature, questo film imperdibile riesce a catturare i dettagli più impercettibili senza cedere al manieristico, al melodrammatico o al ricattatorio bensì ricostruendo i fatti con una cadenza asciutta ed ellittica, come se l’assoluta sobrietà espressiva fosse l’unico modo possibile per recuperare i frammenti di un sogno per metà realistico e per l’altra onirico.

Il celebre verso ovidiano “non posso vivere né con te né senza di te” calza, inoltre, come un guanto sia all’attrazione fatale scattata tra il pianista, etnomusicologo e jazzista Wiktor e la cantante e ballerina Zula, sia al loro contraddittorio rapporto con la Polonia prigioniera della tetra dittatura comunista. Lui fascinoso, intellettuale, autodistruttivo, lei selvaggia, sensuale, delatrice: s’incontrano nel 1949 nel corso delle audizioni tra i contadini propedeutiche alla fondazione di un gruppo musicale folkloristico e s’innamorano perdutamente. Il Partito vigila sul connubio non gradito e sulla tenuta ideologica dell’ensemble che dovrà fungere da veicolo propagandistico nelle tournée destinate ai “paesi fratelli”, ma mentre Wiktor fugge appena può all’Ovest, Zula sembra rassegnata a restare ostaggio dei burocrati e dell’istinto di sopravvivenza.

Cold war: trama e contenuti

Un loro agente, che si presenta come “dirigente amministrativo”, instrada il gruppo formatosi nel ’51 verso un repertorio che dia lustro al regime, gli artisti si esibiscono ma è il partito che si mette in mostra. Il ministro (verosimilmente di un “minculpop” polacco) ne ha tutto l’interesse e fa procurare date e sedi importanti. Nel ’52, a Berlino, Wiktor passa il confine verso l’ovest, la aspetta dopo l’esibizione ma lei è trattenuta dal dirigente amministrativo e dai suoi stessi dubbi, è sorvegliata come informatrice. Rivediamo lui a Parigi nel ’54, suona nel locale Eclipse, qui si sente il sax e la musica sa di America, è lontana dai cori osannanti dell’est. Si rivedono e riamano, non sarei scappata senza te, Zula rimprovera l’amante. Un altro incontro avviene in Iugoslavia nel ’55, ad un’esibizione il ritratto di Stalin dal sorriso beffardo campeggia dietro gli artisti in un concerto. Si piacciono sempre, ma negli incontri i loro caratteri forti alimentano burrasche. Nulla di melenso è contenuto nel film.

Rientrerà in Polonia nel ’59, Wiktor, per riaverla, sconta anni di prigione e Zula lo aiuta a uscirne. Si sposano loro due soli nel ’64, scendono da una corriera ad una chiesa diroccata e sperduta nei campi, che già si è vista ad inizio film, c’è solo una candela e la loro promessa, “finché morte non ci separi”. Si spartiscono pochi chicchi di riso i due, Zula ne dà qualcuno in più a lui. Lei non considera validi altri suoi matrimoni, perché non celebrati in chiesa, la Chiesa cattolica, imperante nelle coscienze accanto al regime, che invece si occupava delLe vite degli altri. Si può supporre che non vissero felici e contenti né sereni, come i genitori del regista, ma il loro sedersi su una panchina accanto a quella chiesa in un paesaggio cupo e Zula che gli dice Andiamo da un’altra parte, lì la vista sarà migliore, sembra già una bellissima luna di miele.

Passeranno quindici, lunghi anni in cui i distacchi s’alternano ai ricongiungimenti e alle fugaci parentesi di felicità amorosa e successo artistico, tra cui spicca quella bohémienne vissuta da esuli nelle mansarde e i night della Parigi esistenzialista. La storia della Guerra Fredda e la gamma dei gusti, i trucchi, le mode, le censure e i desideri rimossi delle persone che di volta in volta li sabotano, li favoriscono o l’illudono s’intreccia, s’insinua, s’alimenta nel fuoco del sesso, del tradimento, dei gap culturali e del richiamo dell’orgogliosa patria polacca che, benché subdolo e poliziesco, non smette di fare presa sui poveri amanti al di qua e al di là della Cortina di ferro. Tecnicamente si viaggia ai livelli più alti, basti citare l’uso abilmente coordinato delle musiche colte e popolari, i disseminati riferimenti alle atmosfere del cinema francese anni Trenta e a quelle delle scuole est-europee degli anni ’50 e ’60 o la gestione dei piani d’inquadratura che vanno sempre dritti allo scopo, lavorano sul non-detto e sull’indicibile e culminano nella sublime scelta dello straziante fuoricampo finale. Ma conta di più che a schermo spento non si cancelleranno silenzi così eloquenti, amplessi così rapinosi, confessioni così disperate e spasimi struggenti come quello di Wiktor che sibila in faccia all’occasionale compagna di letto “ho appena rivisto la donna della mia vita” oppure quello di Zula ubriaca che in mezzo alla baldoria di un locale si divincola dicendogli “ti amo più della mia stessa vita ma devo correre a vomitare”.

In Cold war, il regista ha rammentato che “erano due persone forti e meravigliose, ma come coppia un disastro totale”: accade qualche volta che due persone ottime, nella coppia (convivenza) non esprimono tutto intero il loro valore, la somma degli addendi è inferiore al valore complessivo dei singoli.

 

Fonti: https://www.agoravox.it/Cold-war-di-Pawel-Pawlikowski.html, 

 

Cold War

‘Una donna alla finestra’ di Drieu la Rochelle: un romanzo ambiguo sulla decadenza e un confronto con la Grecia metafisica

Una donna alla finestra di Pierre Drieu la Rochelle è un romanzo sulla decadenza e nella decadenza, scritto in un tempo magnifico e disgraziato nel quale i più grandi sogni degli uomini si sono trasformati nei loro peggiori incubi.

Tre francesi, un italiano, più un tedesco, un persiano, un danese e un serbo. Sembra l’inizio di una barzelletta, invece è l’elenco dei personaggi che animano l’Atene cosmopolita degli anni Venti, sfondo e protagonista di Una donna alla finestra, appena riapparso nelle librerie italiane per le edizioni GOG. Un romanzo ambiguo, sottile, che si avvia nel banale schema di un ménage a trois, una donna sposata che si innamora di un altro uomo, sostenuta dall’alterno beneplacito del marito. Situazione strana e paradossale ma non troppo, se si considera che la donna è una giovane francese che ha sposato il marchese Rico Santorini, dell’ambasciata italiana, dandy latin lover e dissoluto ma non sprovveduto; mentre l’uomo al cui fascino crolla è Michel Boutros, comunista francese che una notte, scappando dalla polizia, si rifugia nella stanza d’albergo in cui alloggia proprio la bella Margot, che lo protegge e si fa complice della sua fuga.

Una donna alla finestra procede su più piani, come sempre accade nei testi di Drieu, tra l’intreccio amoroso dei tre, il profilo politico che ciascun personaggio rappresenta e il confronto estetico e metafisico tra la Grecia che fu patria e culla della civiltà europea e gli europei moderni che alla Grecia fanno ritorno. Una Grecia che però dell’antico spirito conserva solo i resti archeologici e pare far da proscenio alla vicenda umana che si avviluppa negli abissi della modernità industriale, meccanizzata e borghese. Una vicenda che ci restituisce una visione dell’uomo e del mondo tornata oggi, in tempi di turbolenta transizione, di stringente attualità.

Non è difficile individuare nei tre protagonisti una scissione dell’animo e dei sentimenti dello stesso Drieu la Rochelle. Da un lato l’autore conserva per tutta la vita un forte afflato verso i nobili ideali e i costumi che sono caduti insieme alla nobiltà e alla società europea tradizionale: li interiorizza ma sa di non poterli esprimere in una società che li rigetta, travolta dall’impeto delle industrie e della nuova morale. Valori che si risolvono allora in quell’individualismo tragico comune a diversi scrittori dell’epoca che si resero interpreti dello scontro tra l’intimo, fortissimo, desiderio di raggiungere vette alte e la meschinità del quotidiano moderno. Scrittori come Drieu o Majakovskij che, va aggiunto, trovarono la pace solo suicidandosi. Lotta contro il mondo moderno e le sue forme che diventa in Drieu anche istinto rivoluzionario. Sarà il fascino dell’estetica rivoluzionaria, l’unica capace di infondere nell’animo di Drieu l’eroismo di cui sentiva bisogno, sarà pure per la politicizzazione delle masse e l’inevitabile scontro tra posizioni inconciliabili, certo è che l’autore incarnò quell’ambiguità tra la volontà di ribaltare la società borghese, della macchina che così tanto spazio esistenziale sta sottraendo all’uomo, e la conservazione di riti e miti dell’Europa classica.

Ambiguità che lo porterà a nutrire fascino e ammirazione verso il comunismo ma anche il fascismo e il nazionalsocialismo, pur filtrati da una morale aristocratica e da una visione elitaria e estetizzante della vita. Infine quella voluttà femminea, la volontà di un radicamento alla terra che non fosse solo ideale puro e ascesi eroica, ma anche passione, eternizzazione del sé nell’atto d’amore e nel desiderio sessuale, nella perdita di orientamento tra l’amore divino e l’amore terreno che si fa strada nel Diario di un delicato (volume che vede la luce quattordici anni dopo Una donna alla finestra). Occorre molto amore divino per perdonare il rifiuto dell’amore umano, scrive un uomo che di donne ne ebbe parecchie e da loro fu catturato quanto se non più che dalla ricerca metafisica cui concedette qualsiasi appiglio, dalla politica all’amore, dalla letteratura alla religione.

Il primo dei tre tipi d’animo di Drieu è Rico Santorini, il secondo Michel Boutros, il terzo ovviamente Margot Santorini. Tre personaggi tanto diversi, accomunati dalla fragilità di un percorso individuale disseminato di ostacoli. Rico pare un uomo spregevole, marito onesto nei suoi sentimenti, Margot

l’aveva amato per ciò che di lui vi era di perduto e inutile. Ma allo stesso tempo si era compiaciuta all’idea di renderlo diverso da ciò che era, e quell’illusione aveva giocato un ruolo assurdo nel momento del suo matrimonio.

Un uomo raffinato e amorale, cavaliere senza destriero, nobile senza feudo, un italiano che dice di non esserlo,

è Mussolini che è italiano, io non sono niente. Io sono di ogni luogo e di nessun luogo, sono del paese delle donne, del paese di quelle che non ho ancora avuto.

Boutros è un ragazzo particolare, un comunista che per il suo ideale rivoluzionario rischia la vita, ma non è un proletario, un uomo del popolo. Non si conoscono le sue origini, verso i diciotto anni il lusso lo aveva affascinato, ma non per molto, dopodiché null’altro che il comunismo. La donna e il denaro non erano state per lui che una cosa sola. Il denaro, il lusso, gli svaghi non avevano alcuno splendore se non quello che offrivano alla donna. Boutros è il rivoluzionario romantico, delinquente e affascinante, rinnega la sua origine borghese negando anche la propria sensualità fino a votarsi alla castità pur di non cedere spazio alla mollezza, prima nemica di un rivoluzionario di professione. Infine Margot, donna magnifica, tanto bella quanto straziata dalla pochezza della sua vita quotidiana, legata a un marito che non ama e a un ambiente sociale che detesta e di cui si fa beffe ogni volta che può. Boutros finendo in casa di lei le aveva dato l’occasione di tornare a vivere un poco, senza saperlo sprona Margot a donare nuovo senso alla sua esistenza, trovare quella cosa che la mia vita cercava oscuramente, quella forza. La forza che viene dall’amore, ma un amore ambiguo, lacerante e mai palese, che non sa fin dove potrà condurla.

Una donna alla finestra è un romanzo, si diceva, sulla e nella decadenza, ricco di contraddizioni tra le aspirazioni e le attività di personaggi che non fanno della propria vita ciò che vogliono ma ciò che tocca loro farne, mentre ciascuno di essi trova un appiglio fuori di sé per darsi un senso: chi nel sesso, chi nell’ideologia, nel denaro, nella civetteria o nel potere. Un romanzo in cui ci si rende conto che ci si butta in politica o nei grandi affari come in qualsiasi altra cosa per dimenticarsi, per distruggersi. I parallelismi e i contatti con l’epoca odierna sono evidenti e sconfortanti, eppure Una donna alla finestra non è un romanzo pessimista: ciascun personaggio evolve, nella propria individuale complessità, e prende radicali decisioni che ci rendono l’idea che qualcosa in fondo può essere fatta, che non per forza ci si debba lasciar vivere ma a un certo punto è concesso, a patto di sofferenze e fermezza, di iniziare a vivere.

Come scrive Marco Settimini nella postfazione,

Drieu deplora il fatto che ovunque nel mondo gli uomini siano estatici di fronte alle tombe, ma (o meglio poiché) la vita presente sfugge loro, si assenta, evapora. Muore.

La Grecia è proprio una di queste tombe, chi la attraversa non può ammirare che qualcosa di morto e putrescente ancorché maestoso. Di fronte a questa morte non resta che cercare di avviare la propria vita verso un sentiero in salita, pensare, come Boutros:

sono nato tra delle razze vecchie; sulla superficie della terra forse non intravedo più che delle folle sterili; eppure in me c’è un sangue fresco come in quegli indomiti canti. Io sono lo Spirito, la vita eterna!

E questo è Pierre Drieu la Rochelle, la rotta che indica a chi vuole prestargli ascolto. È l’aristocrazia della vita.

Da romanzo di Drieu è stato tratto nel 1976, l’omonimo film di Deferre con Romy Schneider, Philippe Noiret, Umberto Orsini e Victor Lanoux.

 

Fonte: L’intellettuale dissidente

‘I bei pasticci’: il comunismo puro ed utopistico di Céline

Distribuito nelle librerie il 28 febbraio 1941, I bei pasticci (nei quali secondo Céline si è cacciata la Francia con la guerra), si divide in 67 parti ritmico-liriche e chiude il trittico antisemita con qualche casuale, ambiguo e forse credibile ripensamento sugli ebrei.

“Ci sono piccoli ebrei molto simpatici”, concede Céline “e francesi che sono carogne belle e buone, rifiuti nauseabondi. Non è per niente una questione di razza”. Ora lo scrittore si riferisce ai francesi che hanno voluto la guerra e sembrerebbe voler limitare la responsabilità degli ebrei. Le oscillazioni e incoerenze di Céline sono quelle stesse di rimescolamenti e sobbalzi della Storia che pochi giungono a rappresentare meglio di lui. Bei pasticci per dire situazioni nate da gravi disordini, sono quelli denunciati dallo scrittore francese e occorsi alla Francia stretta nella morsa del nemico tedesco prima dell’armistizio firmato il 22 giugno 1940 a Rethondes dal maresciallo Pétain che instaura il regime di Vichy appoggiato da nazionalisti, fascisti e monarchici, tutti antisemiti. In fondo, il processo intentato a Céline nel 1950, con capo d’accusa principale il tradimento della patria includente il collaborazionismo, finisce per basarsi, in gran parte, su I bei pasticci, libro che in alcune pagine mette sotto accusa le alte sfere militari e i soldati francesi, accusati di viltà. Per Céline dunque l’ebreo è da considerarsi un simbolo, non una realtà razziale ben definita; Pétain è ebreo, il Papa è ebreo, i re di Francia, lui stesso, che è l’opposto di quell’uomo nuovo, antimoderno, mitico, che promuove.

Effettivamente nemmeno l’organizzazione militare della Francia è risparmiata dall’ira di Céline che, oltre ad attaccare la decadenza politica e morale dei propri connazionali, le smodate abitudini gastronomiche dei ceti agiati e la mancanza di coscienza di classe del proletariato, ricorrendo a semplicistiche circonlocuzioni, ripropone, con i temi razziali, l’idea di un comunismo ugualitario, “alla francese”, un gentile “comunismo Labiche” dal nome di Eugene Labiche, accusatore della borghesia corrotta. In ogni caso un comunismo escludente l’ebreo e che preveda salari pressoché uguali per tutti. Quello che oggi viene detto “reddito di cittadinanza” che Céline fissa in un minimo accredito economico. Chiede inoltre che si abolisca la disoccupazione e si nazionalizzi praticamente tutto.

Lo scrittore attua un’imperiosa e balbettante critica verso la maniacale mistica del lavoro: “Il Lavoro-salute! Il Lavoro-feticcio! Le masse al lavoro! Bordello fottuto! I papà al lavoro! Dio al lavoro! L’Europa al lavoro! I figli al lavoro! Ma la rivoluzione sociale a misura umana è lotta per far vincere la bellezza, l’arte, tutto quanto sia divinamente gratuito, perché solo il gratuito è divino. Si tratta allora di liberare in ciascuno l’artista.

Inoltre si affermano, nei propositi finali avanzati da Céline, un superamento dell’incombente tragedia storica e un’oasi di ristoro: di poesia, gioia, riso. Finiscono infatti in maniera lieta e in poema le ultime parti di Bei pasticci, evocatrici di un mondo e di una comunità di individui nuovi, a cominciare dai bambini. Scrive Maria Alberghini in Louis-Ferdinand Céline gatto randagio:

La sinistra non potrebbe che approvare, oggi, il comunismo puro di Céline tanto più che dopo la caduta del Muro essa ha, sia pure con ritardo, sconfessato il comunismo staliniano”.

Inappuntabile ugualitario dunque il Céline che pone il comunismo all’opposto dell’egoismo e in Bei pasticci, consiglia candido utopista, una livellazione dei redditi da salario per ogni categoria di cittadini, senza distinzioni. Del resto lo scrittore francese, spregiatore delle guerre che mai rinuncia a porre in evidenzia i contrasti tra le classi sociali, in nessun caso si proclama nazifascista. Di conseguenza, come afferma ancora la Alberghini, “appare chiaro perché i pamphlet siano stati tanto severamente proibiti e per più di 50 anni, ne sarebbe uscito un Céline che nazista e fascista non era di certo!”. In un’intervista con Lucette Almanzor (“Pariscope”, n. 15, 26 gennaio 1966; poi in Nabe, Dalla parte di Céline, Lili, 1983) si osserva: “Simone de Beauvoir, nelle sue Memorie, parla sempre di Céline come di un fascista”.

“Fascista?”-replica indignata Lucette, accanto allo scrittore fino alla sua morte: “E’ un’idiozia. Bisognerà che si rimangi ciò che ha detto. Sarà obbligata, talmente sciocca è l’accusa. Lei si rende ridicola, proponendo ciò“. In effetti è Céline stesso il testimone della sua vocazione comunista e questo in tutto l’arco della sua vita: “Ah, io sono mille volte più comunista di Aragon e Thorez”-dirà lo scrittore dall’esilio. E non a caso il suo Viaggio al termine della notte, è il solo libro spiritualmente comunista mai apparso, apprezzato da Trotski.

Si avanza allora l’ipotesi che quello di Céline, uomo sballottato nel turbine di due guerre mondiali, sia un ‘antisemitismo anticapitalista’ collegabile ad una linea apertamente antisemita delle sinistre europee tradizionali e cessato dopo la conoscenza degli orrori dell’Olocausto. Davvero è l’ideologia che può identificare un artista? Qualunque giudizio morale resta sospeso: chi mai potrebbe, in tutta coscienza, classificare un autore che non ha mai posto limiti alla propria parola avida di libertà, e altro non vuole essere se non il proprio stesso linguaggio. E se, il 15 aprile 1948, Céline scrive a Hindus: “Non ho mai voluto il massacro degli Ebrei!”, non c’è motivo per non credergli.

 

Fonte: S. Lanuzza: Céline della libertà, Eretica edizioni,

 

 

I martiri delle foibe scomparsi dai libri di storia e dalla memoria collettiva

«Non abbiamo ormai detto tutto su vicende di 70 anni fa? Ha senso ritornarci sopra ad ogni ricorrenza? Ebbene sì, ha senso. Riconciliazione non significa rinuncia alla memoria». Queste le parole dell’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione delle celebrazioni per la Giornata del Ricordo delle Foibe del lontano 2013, degne di un Capo di Stato responsabile e attento a voler tenere vivo nel ricordo di tutti il dolore che ancora provano le vittime delle persecuzioni titine. Eppure, quando nel febbraio 2011 l’Unione degli Istriani denunciò pubblicamente la presenza del maresciallo Tito tra i cavalieri di Gran Croce della Repubblica, nessuno si indignò. «Chiedo al presidente della Repubblica di voler procedere all’annullamento immediato della benemerenza», il presidente dell’associazione in questione, Massimiliano Lacota, scrisse proprio a Giorgio Napolitano. «È semplicemente orribile e disgustoso che lo Stato italiano riconosca il dramma delle Foibe e allo stesso tempo annoveri tra i suoi più illustri insigniti proprio chi ordinò i massacri e la pulizia etnica degli Italiani d’Istria, ovvero il dittatore comunista Tito».

Ma quello sfogo non sortì alcun effetto. La grande stampa, la politica moraleggiante e Napolitano quasi si nascosero, ignorando l’appello di chi, ancora ferito, si sentiva umiliato dalla permanenza del proprio carnefice nell’elenco più importante dei benemeriti della Repubblica. Fa rabbia pensarlo. Il suo successore, Sergio Mattarella, ha impiegato settimane intere per comunicare chiaramente la volontà di ricevere al Quirinale le associazioni di esuli, dopo giorni e giorni di silenzio assordante. Non solo, come sottolinea in una nota che dovrebbe essere riconciliatoria Giovanni Grasso, direttore dell’Ufficio stampa e Comunicazione del Quirinale, Mattarella nel 2015, appena insediatosi, si limitò ad intervenire alla Camera con due note sull’accaduto, mentre lo scorso anno era in visita a Washington. Quest’anno, ancora una volta, si trova all’estero, a Madrid.

Non proprio due grandi esempi di autorevolezza istituzionale da parte degli ultimi due presidenti della Repubblica, ecco. Ma ciò che getta ancor più nello sconcerto è constatare come questa non sia ancora la più grande delle ingiustizie perpetrate ai danni delle vittime di quella pulizia etnica. Peggio ancora del parlare nel modo sbagliato di una tragedia è, infatti, non parlarne affatto. Ed è proprio il silenzio su questo tema che ha caratterizzato la storia repubblicana del nostro Paese: ignorare, apporre una pagina completamente bianca sui libri di storia. Ciò che ha cancellato per anni la tragedia del popolo giuliano-dalmata è stata anzitutto un’operazione culturale.

Scrive Nicola Imberti su Il Tempo: “Il Trattato del 1947 chiedeva all’Italia di «restituire» alla Jugoslavia l’Istria, con le città di Fiume e Zara e le isole di Cherso e Lussino (836.129 abitanti). Nonché prevedeva il diritto da parte jugoslava di requisire tutti i beni dei cittadini italiani. A luglio il testo approdò davanti all’Assemblea Costituente per la ratifica. E fu un plebiscito: su 410 presenti 262 votarono sì, 68 no, mentre in 80 si astennero. Storico (e citato nel libro) resta il discorso pronunciato in quell’occasione da Vittorio Emanuele Orlando che sottolineò tutta la drammaticità di un’Italia che si vedeva «amputata» di città e territori dove «l’italianità è più profonda, più intima, più pura».

A settembre il Trattato entrò in vigore ed iniziò una lunga e travagliata vicenda. In realtà già nel 1945 il presidente del Consiglio Ferruccio Parri e il ministro degli Esteri Alcide De Gasperi avevano denunciato la scomparsa di 8.000 deportati italiani in Jugoslavia.
Insomma sapevano. Sapevano che, dopo la fine del conflitto, i vincitori jugoslavi avevano utilizzato qualsiasi mezzo per ottenere la «slavizzazione» della Venezia Giulia. I bilanci peccano spesso in difetto, ma si calcola che tra il 1945 e il 1956, circa 350.000 italiani fuggirono dall’Istria, da Zara, Fiume e dalle isole, e si ritrovarono profughi lungo la Penisola.

Il «Parere sull’importanza dell’insegnamento della Storia e del ruolo del docente» scritto dal Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione nel settembre del 1960 recitava testualmente: «la trattazione dei fatti contemporanei… dovrà essere svolta… ai fini di apologia democratica, pacifista, antifascista».

Gli infoibati, non rientrando nella suddetta categorizzazione, restarono alla stregua di veri e propri fantasmi. Parlarne diveniva quasi controproducente, si rischiava di essere additati, etichettati, messi ai margini.

Qualcosa cambiò nel 1996 quando l’allora ministro dell’Istruzione Luigi Berlinguer, con decreto ministeriale, stabilì che i programmi dovessero «contemperare l’esigenza di fornire un quadro storico generale». Da qui la «necessità di studiare l’intero Novecento e non solo la parte che possa far piacere, senza omettere, ma anche senza dimenticare che non si fa opera di verità confondendo vittime e aguzzini».
Da quel momento qualcosa iniziò a smuoversi, timidamente. La celebrazione di questa tragedia storica diventò man mano una questione politica: da destra si premeva affinché venissero riconosciute le responsabilità dei partigiani titini, da sinistra si gridava all’apologia di fascismo. Fino ai giorni nostri il dramma delle foibe ha rappresentato tutta l’immaturità dell’uomo moderno nel non saper rispettare, con il silenzio del cordoglio e non con quello dell’indifferenza, le vittime dell’ingiustizia, a prescindere dalle circostanze e dal periodo storico.

Proprio questa è la più importante testimonianza di come si debba parlare delle vittime delle foibe ancora per molto, in tutti i modi possibili, visto che per troppo tempo un popolo intero si è reso complice dell’infamia del silenzio che ha mietuto vittime del tutto prive di colpa.

 

http://www.ilconservatore.com/idee/martiri-delle-foibe-scomparsi-dai-libri-storia-dalla-memoria-collettiva/

Addio a Fidel Castro, il comunista che non fu comunista

“Presto compirò i 90 anni, mai avevo pensato di arrivarci e mai mi sono sforzato di arrivarci. È stato un capriccio del destino. Presto toccherà anche a me, il turno arriva per tutti”. Questo disse Fidel Castro Ruz lo scorso aprile, nel Palacio de Convenciones dell’Avana, rivolgendosi – “forse per l’ultima volta”, come precisò – ai delegati riuniti per l’assemblea di chiusura del VII Congresso del Partido Comunista de Cuba.

E fu, il suo, un discorso assai breve. Il più breve, probabilmente, tra gli innumerevoli da lui tenuti nel corso d’almeno sessant’anni, tutti immancabilmente passati agli archivi come esempi d’una oratoria debordante, entrata nella leggenda per la sua verbosa, teatrale ed ammaliante estensione temporale. Breve e, a suo modo, anche triste e definitivo. Come un addio.

Quel “presto” è, in realtà, oggi. Perché proprio oggi, nella notte tra il 25 ed il 26 novembre 2016, quell’inevitabile, biologico “turno” è infine arrivato. Fidel Castro Ruz è morto. Il comandante en jefe, il líder máximo, el caballo, Fifo, è morto davvero – “ei fu”, verrebbe da dire con un’eco manzonian-napoleonica che a lui, di certo, non sarebbe dispiaciuta – al termine d’una vita che, ben al di là d’ogni scontata considerazione sulla caducità dell’umana esistenza, proprio con la morte è vissuta in una molto peculiare e perenne simbiosi.

Perché, in effetti, proprio la morte – la sua morte, la morte di tutti, la morte, esaltante e macabra, di “patria o muerte” – è sempre stata da Fidel Castro considerata come l’unica possibile alternativa a se stesso e al suo personale trionfo. E, ancor più, perché la sua morte – una morte che appariva “nell’ordine delle cose”, una morte dai suoi nemici cento volte annunciata e da lui, fino a ieri, ogni volta spettacolarmente smentita – è sempre stata parte d’un mito che, costruito con geniale sapienza, è, in ultima analisi, soprattutto un mito di perpetua resurrezione, col tempo trasformatosi in un molto meno mitico, ma egualmente straordinario, monumento alla sopravvivenza.

La morte è infine arrivata. Ed è stata davvero, come Fidel Castro aveva forse involontariamente previsto, la morte che “arriva per tutti”. Terribile, misteriosa e banale. Priva, nella sua ovvietà, d’ogni eroico risvolto. Una morte senza “resurrezione” e molto lontana – paragone, questo anch’esso banale, ma inevitabile – da quella, entrata nel mito, di Ernesto “Che” Guevara.

Fidel Castro è morto. E vale forse la pena partire proprio da qui, da quel suo ultimo e inusualmente sintetico sermone – celebrato di fronte a un Congresso che, secondo alcuni, era chiamato a “superare” la sua eredità, o a più eufemisticamente “attualizzarla”, come suggerivano i documenti congressuali – per cercare di capire che cosa in effetti ci lascia un uomo che tutti, amici e nemici, all’unisono collocano tra i più rilevanti leader politici del XX secolo.

Su questo punto Fidel era stato, in quel suo intervento, molto enfaticamente chiaro e, nel contempo, estremamente generico. Ed era partito da una domanda, la stessa che negli ultimi 60 anni si sono posti, invano, tutti i suoi biografi: “Perché – si era chiesto- sono diventato socialista o, più chiaramente, perché mi sono convertito al comunismo?”. E, curiosamente, aveva poi aggiunto senza rispondere alla domanda: “Parlo perché si comprenda meglio che non sono né un ignorante, né un estremista né un cieco, che non ho acquisito la mia ideologia studiando economia per conto mio”.

Più che parlare del perché della sua conversione, Fidel ne aveva, in quel discorso, precisato il quando e come: “Avevo all’incirca 20 anni ed ero appassionato di sport e di alpinismo. Senza alcun precettore che mi aiutasse nello studio del marxismo-leninismo (poco prima era parso dire l’esatto contrario n.d.r.); non ero che un teorico e, naturalmente, avevo una fede totale nella Unione Sovietica”.

Comunista da sempre, dunque. E comunista nel più ortodosso dei termini. Fidel era un comunista con una “fede totale nella Unione Sovietica”, quando, negli anni ’40, nelle fila del Partido Ortodoxo, partecipava alle vicende politiche della Università dell’Avana (nel periodo del cosiddetto “gangsterismo” quando le differenze politiche si risolvevano a colpi di pistola).

Era comunista quando nel luglio del 1953 in una azione definita “avventurista” dal Psp, il partito dei comunisti filo-sovietici cubani, assaltava il Cuartel Moncada. Fidel era comunista – come lui stesso ricorda nella “biografia a quattro mani” scritta con Ignacio Ramonet – anche quando, ancora adolescente nel collegio Belén (e su questo concordano le testimonianze dei suoi compagni di corso e del suo professore e mentore, il gesuita padre Amado Llorente) orgogliosamente cantava “De cara al sol”, l’inno dei franchisti spagnoli.

E da comunista – comunista da sempre, al termine d’una dittatura durata più d’ogni altra nel ventesimo secolo – Fidel verrà ora cremato e sepolto, come da suo espresso desiderio, in quel di Santiago, accanto alla tomba di José Martí, l’“apostolo” del cui pensiero e della cui battaglia per l’indipendenza cubana, Fidel s’era proclamato (in quello che i suoi nemici definiscono un “sequestro”) unico ed autentico erede.

Nato comunista, vissuto da comunista e da comunista sepolto, Fidel Castro, in realtà, comunista non fu. Perché il suo comunismo non è stato, a conti fatti, che il vestito da lui indossato per coprire le brutali nudità di quello che sarebbe passato alla storia come “castrismo”. Ovvero la totale identificazione tra il suo personale potere ed il concetto d’una patria che voleva libera. Libera perché liberata dal peso del neocolonialismo statunitense e libera, anche, anzi, soprattutto, perché “sua”, libera perché pienamente identificata con il suo potere assoluto.

 

Fonte: Il Fattoquotidiano

 

 

L’attualità o inattualità di Pasolini, che dopo 41 anni va di traverso a tutti

P P Pasolini è il Santo patrono degli Intellettuali italiani e di tutti i profeti scontenti. Disperata­mente attuale o perdutamente inattuale, su di lui si accaniscono infinite autopsie, sul cor­po, sui libri, sulle idee politiche, ancora oggi a 41 anni esatti dalla sua morte.

Lasciamo stare il solito giochino se Pasolini era di destra o di sinistra. Pasolini era Pasolini, marxista eretico e reazionario, comunista antimoderno, populista rurale e spirito religioso ma blasfemo; esteta decadente, parallelo in senso inverso a D’Annunzio. Oggi è scomodo a sinistra come al centro e a destra, inadattabile all’epoca delle passioni spente e delle ideologie cadaveri.

Ve lo vedete Pasolini nella tv a colori o commerciale, nelle prime e terze pagine di oggi, a dialogare, fare opinione e gossip? Più facile vederlo in una caricatura di Crozza, Marcorè e Guzzanti che da Vespa, a Ballarò o da Santoro. Oggi sarebbe contro Berlusconi ma anche contro il berlusconismo di sinistra e il vuoto spinto generale. In una cosa Pasolini fu profeta ascoltato: nelle Lettere luterane auspicò che la Rai fosse appaltata ai partiti. Purtroppo fu accontentato.

Di P P Pasolini è celebrato il lato più detestabile: il blasfemo regista de La ricotta e del sadico Salò, l’omosessuale che ama i ragazzini, l’intellettuale marxista da salotto e da tv che pure auspica la morte dei salotti e della tv. Oggi domina quel ceto neoborghese che Pasolini criticò ferocemente: «Il conformismo presentato come indignazione, cameratismo, coro, gazzarra, ricatto morale, creazione di false tensioni e attese precostituite, demagogia, linciaggio, razzismo, moralismo, disumanità». Hanno sostituito la vecchia borghesia, cristiana e perbenista, con la nuova borghesia, cinica, gaudente e progressiva. Pasolini criticava il sesso ridotto a obbligo e consumo, nell’onda permissiva vide il nuovo oppio dei popoli.

P P Pasolini, intellettuale scomodo e antimoderno

Lottando contro i valori tradizionali e religiosi, notava Pasolini, i giovani estremisti rendevano un servizio al nemico che dicevano di combattere: sgombrando il terreno da religione e valori, lasciavano campo libero al dominio del neocapitalismo, con il suo laicismo, le sue merci e la sua tecnocrazia. Secondo Pasolini «l’unica contestazione globale del presente è il passato », e «solo nella Tradizione è il mio amore». Non c’è male per uno «de sinistra». «La destra divina è dentro di noi nel sonno» scriveva PPP. Nota un critico su Pasolini: «La nostalgia per un modo di essere che appartiene al passato (e che talvolta dà a Pasolini quasi un timido e sgraziato furore reazionario) e non si restaurerà più per una definitiva vittoria del male… e dei valori nuovi che a Pasolini sembrano intollerabili». Un po’ esagerato questo critico, chi è? Pier Paolo Pasolini medesimo.

La differenza tra i conservatori e P P Pasolini era che i primi lo erano nel nome del padre (da qui il loro paternalismo autoritario), lui lo era nel nome della madre (da qui il suo legame ombelicale col passato). In quella differenza c’è la sua eresia e la sua omosessualità. All’amor patrio Pasolini preferì l’amor matrio. Più che le radici amava le matrici, la madre terra, la madre chiesa e la madre lingua. «Assisto dall’orlo estremo di qualche età sepolta». Ma per Pasolini le macerie spirituali presenti non erano paragonabili con quelle del passato; che la tv con i suoi modelli pervertiva l’anima del Paese; che la libertà sessuale e omosessuale è una forma ossessiva di conformismo e di consumismo; che i giovani di oggi sono morti che camminano, omologati e spenti, artificiali e contro natura (parole sue). Il dubbio sorge spontaneo: ma Pasolini parla del suo tempo o del nostro? Se l’Italia era così già nei primi anni Settanta, che c’entra Berlusconi che non era al governo e nemmeno si occupava di tv? E il clerico-fascismo di cui lui parlava, che ci azzeccava con questa Italia nichilista e consumista che è proprio il contrario dell’Italia voluta dai preti e dai fascisti?

Come sarebbe “etichettato” oggi Pasolini?

Insomma, di questo cortocircuito pasoliniano nessuno scrive; ma i ribelli e i dubbiosi non sono più ammessi. Pensiamo alle sue poesie friulane e tradizionaliste (che lo avvicinano ad un’altra personalità complessa del Novecento, ovvero quella di Yukio Mishima): l’ultima poesia è dedicata a un giovane fascista, in cui Pasolini si richiama alla destra divina, onirica, invitandolo a difendere, conservare, pregare. Oggi c’è chi riutilizza tutto ciò per legittimare piccole porcherie della politica presente. P P Pasolini stesso, del resto, si definiva uno “sgraziato reazionario”,  contro la modernità, il ‘68, la borghesia radical chic, la società permissiva e irreligiosa, l’aborto e la manipolazione genetica, i figli di papà che attaccano i poliziotti ma risparmiano i magistrati, la pornocrazia e la droga.

Pasolini rifiutò di entrare nel movimento omosessuale, il <<Fuori>>, e oggi sarebbe contro il gay pride e il matrimonio gay perché, lui omosessuale, aveva un’idea tragica e intimamente cattolica dell’omosessualità che viveva come scandalo e trasgressione e non pretendeva il certificato del sindaco e l’elogio dei mass media. Se fosse ancora in vita gli darebbero del bigotto omofobo. Criticò la tv del suo tempo perché volgare e dissacrante (“La volgarità è il momento di pieno rigoglio del conformismo”, diceva), assai prima che spuntasse Berlusconi, criticava il fascismo non perché fosse il braccio armato della reazione ma perché aveva concorso a distruggere i valori tradizionali e amava il comunismo perché a suo dire era una forma di resistenza all’irreligione e alla modernità neocapitalista, odiava la DC non perché fosse un partito conservatore e confessionale ma perché la riteneva agente della scristianizzazione e del nuovo capitalismo, anzi la definiva «il nulla ideologico mafioso». Preferiva il mondo contadino e i valori religiosi all’industria, al femminismo, al laicismo.

Perché oggi nessuno riconosce che criticava il razzismo perché riteneva che nascesse da un’intolleranza dei moderni verso gli antichi, degli industrializzati verso gli arretrati, di coloro che vivono nella luce artificiale dello sviluppo verso coloro che hanno «facce bruciate dal sole di epoche andate», e amava il terzo Mondo più per antimodernità alla Guenon che per filantropia alla Veltroni?

Certo, Pasolini era comunista, era anzi “marxista eretico” come si definiva; ha fatto film indigeribili, era ossessionato dal sesso, ha scritto in anticipo il processo delle Br ad Aldo Moro e a Carlo Casalegno; ha criticato la tv e la stampa borghese ma troneggiava su entrambi. Ed è stato avversato dai conservatori benpensanti non perché fosse omosessuale, come oggi si ripete, ma perché ritenuto pedofilo, corruttore di minori.

Se oggi P P Pasolini non accettasse di farsi testimonial della borghesia radical, ma continuasse a scrivere le cose di ieri, magari criticando il berlusconismo di destra e di sinistra, non sarebbe in vetrina e in tv, ma scriverebbe su giornali marginali, sarebbe scansato come petulante, moralista e catastrofista, quasi iettatore. Perciò non dite (ipocriti!): “Ah, come ci vorrebbe oggi un Pasolini!”: se ci fosse davvero, finirebbe chiuso in un cesso. La sinistra ne ha fatto un suo eroe ma per anni l’ha emarginato e persino espulso dal Partito comunista perché omosessuale. Pasolini oggi andrebbe di traverso a tutti. E non ha eredi.

 

Fonte: Marcello Veneziani blog

‘La vita è altrove’, il saggio-romanzo di Milan Kundera

“E non c’è niente di più bello dell’attimo che precede la partenza, l’attimo in cui l’orizzonte del domani viene a farci visita per raccontare le sue promesse.” Sembra essere racchiusa in questa frase l’essenza del romanzo La vita è altrove (1973) dello scrittore, poeta e drammaturgo ceco naturalizzato francese Milan Kundera, reso celebra dal grande romanzo L’insostenibile leggerezza dell’essere (1989), realistico e metafisico nello stesso tempo.

Dal momento esatto in cui Jaromil viene concepito, egli è il poeta. Così vuole sua madre. Le sue fantasie la porteranno a credere che il proprio figlio sia nato non per fecondazione del marito, ma di un Apollo di alabastro. Sarà con questo spirito che la madre accompagnerà il figlio, invisibilmente, nel letto dei suoi amori, lo assisterà nei momenti che precedono la morte; la morte di un giovane poeta che ha reso le sue fantasie, la sua stessa realtà.

Con la sua scrittura, a metà strada tra il saggio letterario e il romanzo, Kundera ci accompagna nella vita di Jaromil, un giovane poeta ceco che deciderà di immergere la propria vita in quel mondo poetico e letterario rappresentato dalle sue opere. Una madre apprensiva, una madre onnipresente, quella madre creata da Kundera, secondo quegli stereotipi letterari che, forse, non possono esistere nella realtà.

La vita è altrove è ambientato in Cecoslovacchia, a cavallo tra gli anni trenta e la fine degli anni quaranta. Il nostro protagonista, Jaromil, vive e cresce tra gli agi, quei vizi donatigli dalla madre capace di creare un mondo che non sembra reale. Jaromil, in seguito ad una serie di scottanti delusioni, trasformerà la sua vita nelle sue opere; nelle sue poesie ci sarà ciò che la vita non è stata in grado di offrirgli.  In questa sua fuga dalla quotidianità, comincerà a scrivere poesie e racconti creando le avventure di un giovane personaggio vincente, Xavier. Jaromil si immedesimerà a tal punto nel suo personaggio da arrivare a immaginare di vivere una vita parallela poetica e romantica, che fa da contraltare a una realtà che lo lascia profondamente insoddisfatto. 

Durante gli anni del secondo dopoguerra, con la presa del potere da parte dei comunisti in Cecoslovacchia, il protagonista riesce a conquistare il successo nel ruolo di poeta di regime, scrivendo versi involontariamente demenziali sulla costruzione di centrali elettriche e macchinari agricoli. Assorbito da un coinvolgente idealismo comunista e inebriato dal successo ottenuto come poeta, Jaromil perde ancora di più il contatto con la realtà. Arriverà a convincersi di essere il suo eroe. Sarà quella la sua realtà, sarà quella la sua vita. Ma la vita non lascia scampo, non abbandona i propri protagonista nella finzione e nella menzogna. La vita è pronta a scaraventare e riportare il ragazzo alla vita vera. Quel sonno in cui sembra essere caduto, quell’illusione sta per terminare. Attraverso una pesante umiliazione, il nostro protagonista, sarà costretto ad aprire gli occhi, forse, per la prima volta. 

Il poeta, la madre, la giovinezza, la rivoluzione, questi i temi centrali trattati da Kundera all’interno di un’opera che porta il lettore a porsi domande, sulla vita, sulla realtà, su quel mondo immaginario nel quale ognuno di noi si getta profondamente quando la vita sembra essere troppo dura, quando questa vita non lascia spazio ad un sorriso.

Il protagonista in quest’opera resta, senza dubbio, la poesia con tutto ciò che essa porta dentro di se. Sarebbe, forse, più corretto dire, con tutto ciò a cui essa porta il poeta, l’uomo, il fanciullo, il giovane poeta nella sua rivoluzione. Ma la poesia non può essere un riparo assoluto dalla vita, dal dolore. La vita è altrove… La vita resta in quella quotidianità che cerchiamo di fuggire, quella che spesso non lascia scampo, quella fatta di dolori, paure, ma anche gioie inaspettate. La vita è altrove…

All’interno del romanzo lo stile si presenta particolare: l’autore si appella spesso al lettore, richiama i capitoli precedenti o successivi, ci avvisa che narrerà vicende saltandone altre. La prosa di Kundera ci sorprende sempre poiché non segue le regole comuni della finzione letteraria, ma instaura un rapporto col lettore che lo rende complice della finzione stessa. Lo scrittore gioca con il lettore, al quale regala pagine piene di intensità, riuscendo sempre a trasmettere gli stati d’animo dei protagonisti.

Realtà e finzione si fondono all’interno del romanzo di Kundera. Realtà che diventa finzione, o viceversa. E allora giunge un dubbio, un’interrogativo. Quanto si può vivere nella finzione? Quanto si può vivere nella realtà senza fuggire in un mondo poetico e finto che riscalda il cuore? Quanto si può vivere in quelle illusioni che ci allontanano dal dolore, prima che questo dolore esploda senza lasciare il tempo di capire?

Poi la fine. L’ultimo respiro. Quella finzione non è più realtà. Da quella realtà non si può più fuggire. Ancora, un ultimo respiro. Sostiene infatti Baudelaire: “Bisogna essere sempre ubriachi… di vino, di poesia o di virtù, a vostra scelta”. Il lirismo è ebbrezza, e l’uomo si ubriaca per potersi fondere più facilmente col mondo”. Sembra che sia stata scritta apposta per Milan Kundera.