‘L’Abisso di Maracot’ di Conan Doyle: un nuovo genere fantascientifico

Sir Arthur Conan Doyle è sicuramente tra gli scrittori più apprezzati del novecento inglese, considerato capostipite del giallo deduttivo, nonché del romanzo fantastico e di avventura moderno.

Il medico scozzese iniziò a scrivere quasi per caso, quando, nel sobborgo di Portsmouth, lo studio che aveva appena avviato, fallì.
Risalgono a questo periodo le prime uscite delle avventure del famigerato Sharlock Holmes. Famoso per questo in tutto il mondo, Doyle avrà un rapporto di amore ed odio con il celebre personaggio. Egli infatti, predilesse altri generi e si specializzò nel romanzo storico, fantascientifico e di avventura, abbandonando il giallo.

Collezionò più di un centinaio di opere tra cui The Maracot Deep (L’Abisso di Maracot). Tra i suoi ultimi lavori, il breve romanzo è l’esempio di come l’autore ha più volte fuso insieme i suoi tre generi preferiti. Apparve in serie già nel 1927 sul The Strad Magazine, ma, solo nel 1929, fu pubblicato in versione integrale dall’editore John Murray a Londra e dalla Doubledau Books negli Stati Uniti.

Nel libro, la leggendaria isola di Atlantide descritta da Platone, fa da sfondo all’avventura di tre personaggi: il Professor Maracot, lo zoologo Cyrus Headly e dal meccanico Bill Scanlan. I tre, discesi nell’abisso per delle ricerche, si ritroveranno per caso ad affrontare strabilianti avventure in fondo al mare.

Precipiteranno fuori le mura dell’antica città creduta perduta. Qui entrano in contatto con una realtà straordinaria ,prendendo coscienza della veridicità del famoso mito greco. La civiltà sorprendentemente all’avanguardia dal punto di vista tecnologico, risulta non distanziarsi da quelle lasciate sulla terra ferma. Come le grandi metropoli nascenti del novecento, anch’essa è proiettata verso un futuro curioso di innovazioni e di saperi restando tuttavia ancorata alle credenze e tradizioni del passato. La mitologica popolazione ricca d’ingegno ha reso possibile la vita sottomarina.

Il progresso acquisito ha eliminato quelle barriere fisiche e culturali che il mondo in superficie non era stato in grado di superare. Nella nuova tipologia di avventura, l’amore per il conoscere spinge l’uomo ad oltrepassare i limiti naturali affidandosi ed alimentando, dunque, l’ingegno.
Elementi come oggetti tecnologici, le scoperte e imprese scientifiche, menzionati nella narrazione, sono i nuovi strumenti mistici: contribuiscono in maniera vitale a rendere tutto l’accaduto, un’ impresa epica. Il connubio di fantascienza e scienza è efficace al fine di non distaccare l’irrealtà dalla realtà. Si passa dunque al mondo del probabile, dove tutto può accadere.

La scienza e la tecnologia sono anche lo strumento di unione di due popoli mai venuti a contatto. I tre uomini avviano un processo di corrispondenza del sapere: durante la permanenza conoscono e utilizzano le invenzioni fatte dagli Atlantidei. Allo stesso modo , dopo il naufragio della nave Stratford, nave che aveva accompagnato i protagonisti per la ricerca, al popolo inabissato vengono mostrati gli strumenti adoperati dalle popolazioni in superficie. La nuova idea novecentesca che guarda al progresso con ammirazione e curiosità, impregna il romanzo.

Un agglomerato di diversi documenti compone la struttura del romanzo di Doyle. Sono principalmente lettere scritte da Headly alla quale seguono, altre testimonianze come diari di bordo o comunicati marittimi di varia provenienza. L’autore, infatti, premette di essere stato incaricato di riassemblare gli scritti al solo fine di far conoscere l’incredibile vicenda. Risalto va dato alla disposizione delle tre lettere che riportano i fatti rispettivamente in un tempo antecedente, contemporaneo e posteriore all’incredibile scoperta. A queste segue un commento dell’autore che riporta l’attenzione del lettore alla sua intenzione principale, ovvero divulgare la storia in suo possesso.

La divisione non interrompe il filo narrativo, ma anzi, spinge ad appassionarsi e attendere l’epilogo. Le tre lettere sono però differenti tra loro: la prima scritta per Talbot (amico e collega di Headly) ha una forma lessicale formale e il tono risulta leggero e rilassato. In questa occasione, l’emittente tende a soffermarsi poco sulla parte descrittiva,prediligendo i fatti, incuriosito dagli avvenimenti che si susseguono e dalla figura di Maracot.

La seconda ,invece, essendo indirizzata all’umanità, ha un lessico meno formale ed è più ricca di particolari illustrativi del mondo Atlantideo.  È evidente il contrasto di emozioni vissute dallo zoologo: la rassegnazione al pensiero di non ritornare mai a casa si alterna al senso di serenità e gioia trovato nella sua nuova condizione.

L’ultima lettera è scritta da Headly ,dopo esser stato salvato ed essersi reintegrato tra i suoi pari in patria. Questa, molto più simile ad una pagina di diario, si concentra sul risaltare l’aspetto favolistico e leggendario della vicenda , consacrando gli stessi protagonisti a personaggi fantastici. Traspare entusiasmo dalle parole dell’autore che si concentra sull’esaltare la sua figura e quella dei suoi compagni, paragonandosi a personaggi celesti, enfatizzando le avventure più salienti.

Attribuendo le fonti direttamente ad uno dei protagonisti, Doyle auspica alla verosimiglianza dei fatti narrati, assottiglia così la linea immaginaria tra finzione e realtà. Il trucchetto risulta molto efficace soprattutto se si considera la scelta tra i tre avventurieri: Headly non solo è riemerso come i suoi compagni, ma è colui che ha portato con se un abitante di quel posto. La sua compagna è una prova inequivocabile che avvalora maggiormente il suo racconto.

Pensando a questo espediente non si può far altro che sottolineare la genialità di Doyle nell’attrarre l’attenzione del lettore. Sarà preso a modello dai posteri e, per il suo nuovo modo di raccontare, gli sarà riconosciuta dunque la fama di precursori del genere fantascientifico moderno.

Sherlock a Shanghai, di Cheng Xiaoqing

Cheng Xiaoqing (1893-1976) è il più famoso autore di detective stories cinesi della prima metà del Novecento. La sua notorietà è determinata non solo dalla vasta produzione letteraria, decisamente prolifica (oltre 30 volumi), ma anche dall’interesse che continua a suscitare in ambito critico e storiografico. Le opere di Xiaoqing infatti offrono un prezioso contributo agli studi letterari comparativi e postcoloniali.

L’autore cinese è stato uno fra gli esponenti più brillanti di quella corrente letteraria meglio nota come ‘Mandarin Ducks and Butterflies’. Il termine rimanda a quella forma di letteratura popolare che caratterizzò la scena cinese nei primi anni del Novecento e che ha indicato il romanzo popolare dai contorni rosa e poco pretenziosi, diffuso soprattutto tra le classi meno abbienti. Tuttavia a cominciare dal 1920 una nuova generazione di giovani scrittori ‘The May Fourth movement’ adottò il termine per tutti i romanzi popolari vecchio stile e che, oltre all’amore, puntavano a provocare il pubblico ben pensante, moralista e convenzionale con trame audaci, d’avventura o poliziesche. Questi romanzi erano ad ogni modo destinati ad un pubblico di massa non certo elitàrio o accademico. La corrente letteraria finì col ricalcare il meno ambizioso stile da soap opera o pulp e pertanto gli autori del ‘May Fourth movement’ furono etichettati, a torto o ragione, come commerciali.

Questa stessa letteratura ben si prestò all’arte cinematografica per il Mingxing Studio che tra gli anni ‘20 e ‘30 costituì un nodo importante per la diffusione di una cultura massificata e che allo stesso tempo fosse in antitesi al cinema americano. Tuttavia Xiaoqing è l’esponente più noto e tradotto all’estero per la capacità di aver dato vita al genere Western detective alla Sherlock Holmes. Il protagonista di Sherlock a Shangai è ben inserito nel contesto orientale che l’autore non tradisce, creando una sinestesia tra Oriente e Occidente, ne evidenzia le tensioni e le atmosfere con un andamento narrativo che è proprio di quello orientale. Un microcosmo meraviglioso, tra due tradizioni importanti che si incontrano e dialogano, offre al lettore una di quelle magie che a volte si concretizzano sulle pagine migliori della letteratura.

Leggere un poliziesco ambientato in Cina, per di più negli anni Venti, rappresenta un inedito piacere per il lettore occidentale, avvezzo a ben altri canoni.

Nei sette racconti che compongono il lavoro di Xiaoqing, il detective Huo Sang e il suo assistente si misurano con altrettanti casi in cui deduzioni affrettate, per quanto logiche, potrebbero ingannare anche la mente più acuta. Il confronto con Conan Doyle è voluto, in quanto l’autore è un grande estimatore del padre di Sherlock Homes. La veste gialla, così, è un’opportunità, quasi un pretesto per mostrare limiti e contraddizioni della natura umana; il tutto inserito in un preciso momento storico, segnato da grandi cambiamenti: la tradizione si scontra con la modernizzazione e Shanghi diviene il teatro ideale per i misteriosi delitti.

Quello che più affascina è proprio la descrizione della metropoli e della sua élite raffinata e al contempo cinica. Nonostante gli episodi siano ricalcati sui misteri holmesiani, le azioni sono ridotte al minimo e alla lunga la prosa, minuziosa e disseminata di dettagli che non aggiungono nulla alla trama, si fa pesante.

Diverte, invece, confrontare il divergente punto di vista dei due investigatori, l’uno analitico e l’altro grossolano, vittima di intuizioni scontate e perciò erronee.

Xiaoqing coniuga l’intento narrativo con uno più prettamente didascalico, tipico di molta letteratura orientale, ed è proprio questo a nuocere alla buona riuscita dei racconti. Se da un lato l’autore vuole infatti stimolare un pensiero critico, dall’altro l’agire del suo alter ego desta perplessità e spesso appare fastidioso e saccente.

Il ritmo cadenzato sostiene l’approccio speculativo, ma richiede un po’ di tempo affinché si possa apprezzare in modo adeguato il testo. Per godere appieno di questo libro davvero singolare può quindi risultare opportuna una seconda lettura, contrassegnata da un atteggiamento differente verso una mentalità che non ci appartiene, ma che senza dubbio affascina.