Carlo Tortarolo, autore de “Lo scultore di uragani’: ‘Viviamo in una civiltà triste’

Carlo Tortarolo ama stupire e provocare, pungolando il politicamente corretto che sempre più spesso corrode la nostra società. Lo fa pungolando il lettore con l’opera Lo scultore di uragani”, Coniglio editore, 2025, con uno stile incisivo e metaforico, che non lascia troppo scampo a scappatoie intellettive.

Lo scultore di uragani è una storia scritta di volta in volta dall’autore insieme al lettore invitato a collaborare alla riflessione di Tortarolo, poliedrica e divertente costruita su saggi pungenti, aforismi alla Leo Longanesi e racconti-parabole evocativi, offrendo ai lettori una chiave di lettura originale per interpretare le sfide della società contemporanea e le sue storture, soprattutto ideologiche.

Frutto di recupero di racconti precedenti, cui si sono aggiunti altri, Lo scultore di uragani, vive di ironia amara, di giochi di parole, di intuizioni illuminanti che descrivono la tristezza della nostra civiltà, dell’Occidente che, come ormai si sente dire da decenni, è come un treno nella notte la cui corsa va sempre più accelerando in direzione del baratro mentre «L’uomo occidentale  è come il passeggero del Titanic che […] (aveva) l’illusione di essere a bordo di una nave inaffondabile». Ma è possibile pensare ad un futuro diverso senza dover ripetere sempre che l’Occidente è morto o sta morendo, esibendosi solo come cantori dello sfacelo dell’Occidente?

Per Tortarolo la strada risiede proprio nel senso di possibilità insito dell’animo umano, nel riscoprire la nostra linfa vitale che ci permette istintivamente di comunicare vita, passione, visione del futura, anche attraverso la letteratura, contro la cultura mortifera post strutturalista.

 

 

1 Perché hai deciso di scrivere questo libro?

Non l’ho deciso. Mi è stato chiesto. L’editore mi ha domandato se avessi qualcosa di pronto e io ho risposto col disordine delle mie prime scritture. Ho recuperato i racconti usciti su Satisfiction, li ho riscritti, ne ho aggiunti altri, e li ho lasciati esplodere insieme.

2 Qual è la principale crisi che stiamo vivendo, la madre di tutte le altre, secondo te?

La crisi della felicità.

Abbiamo trasformato ogni desiderio in un diritto, e ci siamo trovati infelici lo stesso.

Viviamo in una civiltà triste, che ha perso il gusto per le piccole cose, per la serata senza smartphone, per il silenzio non monetizzato.

Siamo in lutto per la morte del presente.

3 È stato complicato pubblicare questo libro?

No. Ho avuto la fortuna rara che Coniglio Editore mi abbia cercato.

La vera difficoltà è stata scegliere cosa pubblicare. I racconti erano la forma giusta: tagliano, scivolano, si possono leggere come mine o come specchi.

4 Ad un certo punto fai dire ad un personaggio: “Vede Gilberti, gli italiani non sono ancora a pronti ad accettare la verità”. Quale verità per gli italiani è la più difficile da mandare giù?

La più indigesta è questa: non siamo mai stati davvero liberi, e non ce ne frega nulla.

L’Italia è un algoritmo emotivo: riesce a coniugare l’essere col non essere, il furto con la retorica, il disincanto con l’autoassoluzione.

La nostra verità è un compromesso che ci consente di sopravvivere senza fare i conti con noi stessi.

5 Quali sono i tuoi punti di riferimento letterari? Tre nomi

Dante, Céline e Longanesi.

Dante per la bellezza che non chiede permesso.

Céline per la dissezione dell’uomo e il furore stilistico.

Longanesi perché sapeva fuggire da ogni forma di banalità come fosse peste.

6 Cosa pensavi o speravi mentre scrivevi “Lo scultore d’uragani”?

Pensavo di fare male. Ogni racconto è un colpo: secco, chirurgico, fastidioso.

Scrivo per disturbare la stasi, per svegliare da quella pseudovita narcotizzata che non ha più bisogno dell’intelligenza umana.

Questo libro è un atto di resistenza contro l’idea di un uomo ridotto a entità gestibile da un’élite di debosciati.

Il libro li disegna. Li espone. Li brucia.

‘Lo scultore di uragani’. L’esordio narrativo di Carlo Tortarolo

Un libro di rottura. Un alibi, un oltraggio al pensiero unico, allo spirito dei tempi, che esplora quelle verità delle quali è troppo rischioso parlare per primi. L’hanno già scritto altri, alibi perfetto. Dal 18 aprile sarà in libreria la raccolta di racconti Lo scultore di uragani, l’esordio narrativo di Carlo Tortarolo (Coniglio Editore, 2025,), con prefazione di Gian Paolo Serino promette malumori tra gli alfieri del politicamente corretto.

Carlo Tortarolo (Ancona, 1978) scrittore e giornalista letterario, caporedattore di Satisfiction, collabora con il quotidiano Il Giornale dove affronta tematiche di politica internazionale e attualità.

Nella quarta di copertina il monito è chiaro: “C’è chi scrive per i posteri e chi scrive per i contemporanei. Io scrivo per i postumi. I miei nemici sono tutti morti. Perché con alcuni morti si può ancora dialogare dato che, almeno una volta, sono stati vivi”.

Si è senza nemici nel campo della cultura, in un presente che non è più nulla. Perché non può esserci dialogo senza Logos ma quel nulla in un istante esplosivo può diventare tutto.

La difficoltà di abitare l’esistenza -«Vivere è indossare quello spazio che non ha paura di confinare con la morte in cui respiriamo la nostra libertà»- si incrocia a nuovi modi di affrontare le antiche paure: “La Morte ci terrorizza perché chi muore non consuma”.

“Guai ai vinti” è il grido di chi sa che non è mai finita tranne quando ci si arrende. Tortarolo racconta l’umanità che resiste e che non si rassegna a diventare merce e la quantità dei temi affrontati fa sì che ogni lettore possa trovare un posto scomodo.

Lo fa con un modo personale di intendere il mestiere di scrivere: “La letteratura è rivoluzione eterna che plasma il tempo, scolpisce la quarta dimensione, e induce mutamenti nello spazio per gli anni che verranno.”

Ogni parola qui è scolpita controvento, plasma il caos con la forza della provocazione, costringe il lettore a scegliere se restare immobile o farsi travolgere.

I racconti sono frammenti di un realismo che non consola: schegge impazzite di ironia e lucidità, dialoghi che esplodono in duelli verbali senza prigionieri.

Secondo Gian Paolo Serino, autore della prefazione, Tortarolo: “Appartiene ai nostri tempi, ad esempio per ritmo e modernità di scrittura, ma il suo respiro letterario ha il rigore e l’ironia di quando la letteratura era ancora Letteratura”. Secondo lui fa parte non dei Pasolini o dei Bassani ma dei Leo Longanesi, Ennio Flaiano, Gesualdo Bufalino che hanno incontrato sul ring della vita Luciano Bianciardi o Giancarlo Fusco.

Tortarolo costruisce un ponte tra il passato e un presente che pare già futuro distopico. I racconti sono specchi frantumati: chi guarda dentro rischia di ferirsi senza sanguinare.

Ma la letteratura vera, quella che resiste agli uragani, non è mai stata roba per pavidi. E quando la troppa polvere della Storia soffoca il respiro della vita è allora che serve qualcuno che sappia ancora scatenare gli uragani.

Il complesso dei pesci balena 

Stavamo guardando il cielo insieme per la prima volta.

«Credi nell’esistenza di Dio?».

«Abbastanza».

«Se fosse stato Dio a creare l’Universo secondo te sarebbe in grado di trovarci?».

«Certamente, se ci ha creato sa anche dove siamo».

«E se si fosse scordato saresti in grado di spiegargli dove siamo in modo da venirci a salvare?».

«Vuoi provare?».

«Ok».

«Tu fai Dio?».

«Va bene».

«Hai presente l’Universo?».

«Tutto?».

«Sì tutto l’Universo».

«Che debbo farci?».

«Prendi una parte, la più grossa, al centro, noi la chiamiamo “Complesso dei superammassi dei pesci Balena”».

«E poi?».

«Poi avventurati lì dentro e punta il superammasso di Laniakea detto “dei cieli immisurabili”».

«Una volta lì che dovrei fare?».

«Dovresti spingerti ancora al suo interno verso il Superammasso della Vergine».

«E quindi?».

«Lì dentro c’è un gruppo di Galassie che per comodità noi chiamiamo locale, in mezzo a quelle si trova la Via Lattea».

«Finalmente! È finità?».

«Veramente no, al suo interno ci sono diverse braccia, devi prendere quello di Orione».

«Poi ci siamo?».

«Non ancora. Una volta lì devi arrivare alla cintura di Gould, cercare una nube dentro una bolla e con un po’ di fortuna alla fine vedrai un piccolo sistema solare con alcuni pianeti. Il terzo in orbita a partire dal Sole è il nostro, la Terra».

«La strada è un po’ lunga però».

«Ma ti ci ho portato alla fine».

«Non sono convinta, ci sono troppi nomi da ricordare, se uno non li sa come ti riesci a spiegare?».

«Per quello posso sempre spiegarmi a gesti» e la bacio.

Mi abbraccia «Se penso a quanto siamo così piccoli mi chiedo se i nostri problemi li hanno anche oltre la cintura di Gould».

«Non tutti di certo ma questo bacio sì. Si merita di essere citato nelle cronache di mondi morenti e di quelli appena nati e di viaggiare oltre lo spazio-tempo».

«Fino a dove?».

«Fino all’origine di tutti gli universi osservabili» e la ribacio.

Poi la guardo silenzioso.

«Perché mi fissi? Cosa c’è?».

«Invidio il cielo e i poeti perché riescono a mostrare l’assoluto a chi fa anche fatica a capire il relativo».

«Mi fai ridere lo sai?».

«Mi piace parlare con te e farti ridere».

«Di cosa vorresti parlare?».

«Parliamo degli uomini e dell’amore. Che cosa siamo noi?».

«Secondo te cosa siamo?».

«Forse giocattoli rotti».

«Spiegati meglio». Lei mi guarda pensierosa.

«Troppi amori vissuti in planata, troppe storie finite forse?».

«E quindi?».

«Riusciamo ancora a concepire quella malattia irrazionale che ci stringe uno verso l’altro senza sentire ragioni?».

«E cosa sarebbero i rapporti per te?».

«Erano bisogni pulsioni e slanci che univano chi si accoppiava per tutta la vita. Era diventare parenti senza esserlo mai stati».

«Un po’ inquietante ma bello».

«E in mezzo c’erano le forme, gli odori, gli odii e le lotte di chi sta assieme per sempre».

«Sempre è una parola difficile».

«E c’era un’identità condivisa da due che nel loro rapporto decidevano o accettavano uno dei tanti modi di essere famiglia».

«E ora questo non c’è più?».

«Allora anche i matrimoni tra i ricchi duravano tanto!».

«Ti manca quel tempo?».

«Mi manca quello che c’era, che andava oltre il che emaniamo naturalmente e che ci gira attorno senza trovare chi possa impegnarsi a riceverlo e accudirlo».

«Davvero?» mostra interesse.

«E se non trova a chi donarsi ci si rivolta contro».

«E cosa fa?».

«Ci toglie il necessario, ci dona il superfluo e ci lascia nudi».

«E questo surriscalda l’ambiente immagino». Lei mi guarda e provoca.

«Nudi senza il senso del Noi».

Gli sguardi si incontrano di nuovo.

Quando ho amato una ragazza, ogni volta, in quei momenti in cui gli occhi si incontrano e ridono rispecchiandosi di pura gioia, ho sempre visto trasfigurarsi la stessa donna, sempre Lei, sempre lo stesso volto uguale, colmo di gioia, che mi guarda.

E quando ricambio quello sguardo ogni volta non so se sto guardando una donna o sto guardando Dio.

Se Dio fossi io le volte che mi metto dopo tutto il resto, dopo gli altri?

E se quando mi chiedo perché Dio permette che i bambini soffrano non lo vedessi soffrire proprio negli occhi dei bambini. Come posso alleviare le sofferenze di Dio, dargli gioia e vederlo sorridere in un bimbo?

Si dice che siamo il cancro della Terra per far sembrare etico questo nostro continuare a sterminarci.

Ma a volte della Terra siamo il sale.

Sono andato troppo oltre, Lei se ne accorge ma non parla.

«Ti piaccio?» intanto mi avvicino.

«Sì» dice sfrontata.

«Vuoi fare l’amore?».

«Non ti posso dire no.

«Perché mi ami?».

Mi guarda divertita, avvicina gli occhi e sussurra dolcemente: «Perché sono il tuo robot».

Redazione Satisfiction

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