Guido Gozzano: ‘Invernale’

In occasione del centesimo anniversario della morte di Guido Gozzano (Torino, 1883-Torino, 1916), vogliamo ricordare il poeta crepuscolare, proponendo una delle sue liriche più belle e significative: Invernale.

La lirica Invernale (sestine di endecasillabi) è tratta dalla raccolta I colloqui, del 1911 del poeta torinese Guido Gozzano. Considerata da Eugenio Montale una delle migliori novelle in versi di Gozzano, essa vale infatti quanto un breve racconto: un’occasionale pista per il pattinaggio invernale, un gruppo di giovani pattinatori e la sfida del pericolo, tra turbamenti d’amore e angosce esistenziali.

“…cri…i…i…i…icch”…
l’incrinatura
il ghiaccio rabescò, stridula e viva.
“A riva!” Ognuno guadagnò la riva
disertando la crosta malsicura.
“A riva! A riva!…” un soffio di paura
disperse la brigata fuggitiva
“Resta!” Ella chiuse il mio braccio conserto,
le sue dita intrecciò, vivi legami,
alle mie dita. “Resta, se tu m’ami!”
E sullo specchio subdolo e deserto
soli restammo, in largo volo aperto,
ebbri d’immensità, sordi ai richiami.
 
Fatto lieve così come uno spetro,
senza passato più, senza ricordo,
m’abbandonai con lei nel folle accordo,
di larghe rote disegnando il vetro.
Dall’orlo il ghiaccio fece cricch, più tetro…
dall’orlo il ghiaccio fece cricch, più sordo…
 
Rabbrividii così, come chi ascolti
lo stridulo sogghigno della Morte,
e mi chinai, con le pupille assorte,
e trasparire vidi i nostri volti
già risupini lividi sepolti…
Dall’orlo il ghiaccio fece cricch, più forte…
 
Oh! Come, come, a quelle dita avvinto,
rimpiansi il mondo e la mia dolce vita!
O voce imperiosa dell’istinto!
O voluttà di vivere infinita!
Le dita liberai da quelle dita,
e guadagnai la riva, ansante, vinto…
 
Ella sola restò, sorda al suo nome,
rotando a lungo nel suo regno solo.
Le piacque, al fine, ritoccare il suolo;
e ridendo approdò, sfatta le chiome,
e bella ardita palpitante come
la procellaria che raccoglie il volo.
 
Noncurante l’affanno e le riprese
dello stuolo gaietto femminile,
mi cercò, mi raggiunse tra le file
degli amici con ridere cortese:
“Signor mio caro, grazie!” E mi protese
la mano breve, sibilando: – Vile!
In Invernale, come in tutta la raccolta Colloqui, del resto, Guido Gozzano assume l’atteggiamento del sopravvissuto, che guarda al passato con distacco ma anche con affettuosa nostalgia.

Guido Gozzano: tra inquietudine e lucido disincanto

Nella lirica Gozzano narra di come tutti i giovani sono in fuga al primo scricchiolio del ghiaccio; restano solo il poeta e una coraggiosa ragazza che lo convince a sfidare il pericolo: “Resta, se tu m’ami!”. Ma anche il poeta, ansioso, cede alla paura e ai cattivi presagi e si mette in salvo come i suoi amici. La partita con la ragazza è persa: il “Vile!” che gli sibila alla fine del componimento segna un confine per entrambi invalicabile. Solo apparentemente la lirica rappresenta l’antitesi di sentimenti opposti: il coraggio e la paura, l’amore del rischio e la prudenza. Mentre la ragazza pattinatrice affronta il pericoloso avventurarsi sulla sottile superficie gelata con allegra ebbrezza, il poeta avverte l’ambiguità delle proprie emozioni, e vive un conflitto tra desiderio di seguire l’invito amoroso e il proprio timore, che alla fine prevale.

Simbologia in Invernale

Il racconto in versi di Gozzano ha un evidente valore simbolico: il cauto pattinatore è un inetto; allude alla malattia esistenziale, al disagio profondo, alla patologia etica, di cui lo scrittore crepuscolare vuol farsi portavoce. La sua titubanza ad avventurarsi sul ghiaccio riflette l’ansia psicologica e i tormenti intellettuali che a Gozzano sono lasciati in eredità dalla crisi della cultura naturalista ottocentesca: il suo smarrimento infatti è quello del poeta alle soglie del nuovo secolo, troppo diverso da quello precedente. Se il pattinatore si configura come l’emblema della condizione crepuscolare, la ragazza solitaria, sprezzante della meschinità altrui, porta con sé il ricordo dell’eroe, del superuomo dannunziano; a ciò rimanda anche l’ironica ripresa dei motivi del poeta-vate: Lo stridulo sogghigno della Morte, la voluttà di vivere infinita.

Gozzano di fronte alla ragazza, prova un disagio sia estetico che esistenziale, non riuscendo a liberarsi dal proprio malessere che si manifesta sottoforma di dubbio, indecisione, autoripiegamento.

Anna degli Elefanti, la “cantilena” di Moretti

Marino Moretti, poeta e romanziere crespuscolare, probabilmente il più integrale manierista, che ha condotto un’esistenza solitaria tra esalatazioni e vittimismo, è stato senza dubbio uno degli scrittori più costanti e prolifici che il ‘900 abbia mai avuto. Ci troviamo di fronte ad uno scrittore che conosce il proprio mestiere con una sicurezza ormai consumata, fino alla monotonia che rappresenta però il suo limite. Lo riconosce lui stesso, e infatti nella prefazione al romanzo Anna degli Elefanti (1937) allude al costante amore per i poveri, che lo hanno portato incolume fino alla presente monotonia artistica. E quando si parla di monotonia in Moretti, bisogna far riferimento non tanto alle vite dimesse dei protagonisti delle sue opere, quanto alla costanza di una cantilena che è una sola cosa con la sua voce  di narratore.

Ed ecco comparire il c’era una volta (la cantilena) più volte iterato nei romanzi di Moretti. Tale cantilena ci fa pensare ad un Pascoli in prosa: quella timidezza, quella sciatteria, come se Moretti avesse timore di nominare le cose, di definirle, di essere esplicito. Lo scrittore romagnolo infatti si limita a fare delle allusioni in maniera infantile e leziosa. Quella sorta di tira e molla, di mostrarsi per poi nascondersi costituiscono una poetica della frase, come ha giustamente notato Debenedetti, che tuttavia ha dei pregi, sebbene rappresenti sempre una cantilena:

“La sua Annuccia le stava molto a cuore, come no? Ma era come se non osasse chiedere troppe cose belle per lei”.

In questa frase senza presa, vi si trova il la dell’intera cantilena morettiana. La stessa Anna è la personificazione di questa cantilena, la quale si mette a raccontare se stessa. Anna è una bambina non bella e, come se non  bastasse ha anche un particolare sgradevole che le ha inflitto il suo romanziere, ma il quale viene accennato una volta sola, senza più tornarvi:

Annuccia aveva l’impressione di essere un pò come un’erba che puzza. perché un giorno suo padre aveva detto abbastanza distintamente alla mamma: <<Questa bambina non ha un buon odore>>.

Delle tante cose che una bambina può fare, si ha l’impressione di conoscere solo quelle che Anna non fa, e man mano che la piccola cresce diventa una prigioniera, prima di tutto di sua madre (il padre è andato ad esplorare l’India). poi di un’istitutrice tedesca, poi del marito, il paterno marchese Momolo. Anna diventa una donna sensitiva ma incapace di stringersi in un pensiero. Tuttavia Anna riesce a trasferire sul registro umano un frammento di storia letteraria; lei rinuncia alla gioia del proprio corpo di donna, modulando la propria vicenda sulla cantilena, non sulla profondità della vita. Il matrimonio con il marchese è bianco e dopo la morte del marito, Anna è una vedova signorina, e  se qualcuno dovesse trovare inconcepibile il rifiuto in una donna, per il quale un matrimonio resta inconsumato, allora è necessario che cerchi la ragione nell’identificazione di Anna con l’intima esperienza dei crepuscolari: le inibizioni e le impossibilità di Anna fanno un solo blocco con la Poesia Crepuscolare.

La storia di Anna potrebbe essere definita una specie di piccola educazione sentimentale se non fosse per il resoconto di una dolorosa educazione sessuale e Moretti rende la tematica sessuale, il torbido, una fonte da cui possa sgorgare l’imprevisto, nascondendosi maliziosamente, fingendo cautela dove non può osare la castità, dando spazio all’insinuazione. Si viene così agli elefanti che lo scrittore ha inserito anche nel titolo: da bambina, Anna non dimostra un particolare interesse per le bambole e dopo diversi tentativi, i genitori scoprono che solo un elefante di pezza riesce a catturare l’attenzione della piccola. (Lo stesso machese Momolo poi regalerà ad Anna un vero elefante, che ucciderà, ironia della sorte, l’uomo). Non si tratta di un capriccio, di una semplice attrazione infantile, ma di qualcosa di recondito che lo stesso Moretti ci rivela:

“La particolarità della proboscide eccita la fantasia degli artisti. Sai, Anna, che questa fu la prima cosa che mi dissero di te? Le piacciono gli…”

In tempo di psiconanalisi non ci vuole molto per giungere alla conclusione che Anna è prima di tutto prigioniera delle sue inibizioni. E sono proprio le continue allusioni, le interferenze le associazioni spontanee a rendere il romanzo troppo “rilassato”.

Così, dopo la morte del marito, la donna dà la caccia all’amore, diviene preda di altri scopi, data la sua ricchezza, fin quando non si innamora e riesce a concedersi a Ramon, un avventuriero che dopo la seconda notte le porta via i gioielli. Anna vuole rintracciare Ramon a tutti i costi e ci riesce: una sera, in un cinema di Milano dove si proietta, guardacaso, un film della jungla pieno di elefanti, Anna vede l’uomo e gli si siede accanto. Ma Ramon, quando si fa luce in sala, abbassa gli occhi sul giornale. Nel Varietà si esibisce un elefante barbiere, l’uomo si alza e va sul palcoscenico per sottoporsi all’esperimento, ma viene rapito da un elefante. Anna esce dal cinema come pazza e si dirige verso la periferia: un autocarro la travolge e la uccide.

La fine violenta di Anna dimostra come la donna ad un certo punto della sua vita, abbia sovrapposto al suo naturale destino una funzione di ambasciatrice altrui. Non rimane quindi che far calare il buio, come se Moretti abbia voluto rimuovere dalla propria mente un brutto sogno una volta per tutte.

 

Guido Gozzano: il poeta desolato

Guido Gozzano  nasce a Torino da una famiglia borghese benestante: il padre Fausto ingegnere e la madre Diodata Mautino figlia di un patriota mazziniano. Trascorre la sua vita a Torino, dove consegue con scarsi risultati il diploma liceale. Nel 1900 perde il padre e tre anni dopo s’iscrive alla facoltà di giurisprudenza, preferendo però seguire i corsi di letteratura italiana alla facoltà di lettere. All’università conosce molti scrittori tra cui Massimo Bontempelli, Giovanni Cena e Francesco Patonchi e in seguito costituirà il gruppo dei crepuscolari torinesi. Nel 1907 pubblica una raccolta di trenta poesie La via del rifugio grazie alla quale riscuoterà un discreto successo dalla critica. Nello stesso anno gli viene diagnosticata una lesione polmonare all’apice destro che lo costringe a viaggiare nella speranza di ottenere in climi marini e più miti un miglioramento del suo stato di salute.

Nella primavera del 1907 inizia un intenso rapporto d’amore con Amalia Guglielminetti, poetessa che incarna il modello di donna colta e sofisticata, conosciuta l’anno prima presso la Società di Cultura a Torino. Le Lettere d’amore di Guido e di Amalia testimoniano l’amore per la poetessa e rappresentano uno dei documenti più intensi della biografia gozzaniana. Nel 1909 abbandona definitivamente gli studi giuridici per dedicarsi alla poesia e nel 1911 pubblica il suo più importante libro, I colloqui, che rimangono il suo capolavoro. A causa della malattia giunge sino in India, alla ricerca di una miracolosa guarigione che non arriverà mai. L’India gli offre lo spunto per pubblicare un resoconto del suo viaggio, con la Stampa, sotto il nome di Verso la cuna del mondo. Muore a soli 32 anni nell’agosto del 1916.

Gozzano è considerato l’ultimo dei nostri classici, poiché è un autore che ha modellato una materia già esistente in modo del tutto personale. Parte infatti dalla poesia dannunziana per poi distaccarsene, attuando un processo di conversione anche spirituale, tutto volto a Dio. Distaccandosi dall’estetismo e riducendo al minimo le componenti dannunziane, modifica il suo stile, rendendolo sempre meno lirico e più prosaico.

Il verso di Gozzano è quindi narrativo e funzionale, nel senso che, anche, isolandolo o inserendolo in un’altra poesia, non perde la sua funzione, anzi ne dona una nuova. Gozzano è stato un poeta romantico-verista-borghese, che è riusito a narrare con una certa aulicità di cose più quotidiane, definite da egli stesso “buone cose di pessimo gusto”.

Il rifiuto del modello dannunziano influenzerà molti scrittori del ‘900, tanto da creare la corrente letteraria, detta crepuscolarismo.

È utile evidenziare le differenze tra Gozzano e D’Annunzio, non solo sull’aspetto stilistico, ma anche per quanto riguarda la biografia, per inquadrare al meglio la poetica del poeta torinese:

D’Annunzio condusse una vita “inimitabile”, dedita agli eccessi. Ciò si ripercuote nella sua poetica, attraverso la libertà formale e la ricchezza dei temi. D’Annunzio è orgoglioso di essere poeta.

Guido Gozzano, invece, ha avuto una vita breve ed infelice, come si può constatare anche nelle sue poesie: gli schemi metrici sono chiusi, da inquadrare entro strutture fortemente classiche, nei quali introduce dei rinnovamenti stilistici, come l’utilizzo delle rime a orecchio e l’ironia. I temi borghesi e intimistici di Gozzano lo portano a vergognarsi di essere poeta, definendosi “un coso a due gambe”. Egli rifiuta la poesia, ritenendola incapace di affermare un qualsiasi proposito positivo sia nel presente che nel futuro e decide di dedicarsi alla letteratura per scrivere coscientemente della fine della letteratura stessa. Va comunque sottolineato che, ciò nonostante, il modello di D’Annunzio ha influito molto nell’autore: difatti anche il rovesciamento o il rifiuto di un modello ne comporta la presa in considerazione, quanto meno per confutarlo.

Per comprendere al meglio la poetica di Guido Gozzano,e di un qualsiasi poeta, è bene far sempre riferimento alle opere, che risultano essere la testimonianza più limpida e concreta del loro pensiero.

 

Camillo Sbarbaro, una vita ad occhi chiusi

Camillo Sbarbaro (Santa Margherita Ligure, 12 gennaio 1888 – Savona, 31 ottobre 1967), nato in provincia di Genova, si trasferisce nel 1904 con la famiglia a Savona dove consegue il diploma di licenza. Nel 1910 trova lavoro in un’industria siderurgica. Il suo esordio poetico avviene un anno dopo con il volumetto di poesie dal titolo “Resine”, che sarà rifiutato dall’autore stesso.

Nel 1914 pubblica “Pianissimo” la sua raccolta più significativa. Nello stesso anno si trasferisce a Firenze dove conosce Papini, Campana e altri artisti che facevano parte della rivista “La voce”: proprio grazie a loro collaborerà con la rivista. Quando scoppia la grande guerra, Sbarbaro lascia l’impiego e si arruola come volontario nella Croce Rossa Italiana e nel febbraio del 1917 viene richiamato alle armi. A luglio parte per il fronte. Scrive in questo periodo le prose di “Trucioli” che verranno pubblicate nel 1920 a Firenze da Vallecchi. Lasciato il lavoro nell’industria siderurgica, si guadagna da vivere con le ripetizioni di greco e di latino, appassionandosi sempre di più alla botanica e dedicandosi alla raccolta e allo studio dei licheni, sua vera passione.

Camillo Sbarbaro ha condotto una vita appartata, sostentata dopo l’abbandono dell’industria con ripetizioni di latino e greco. Muore nel 1967. La sua poesia rientra nell’espressionismo più per i temi che per lo stile: le scelte formali sono lontane dalla tensione violenta degli espressionisti contemporanei. Il lessico è banale e quotidiano, e lo stile prosastico con l’influenza della metrica tradizionale. Anche se la materia è autobiografica Sbarbaro riesce a scrivere poesie che trattano con distacco la sua stessa vita, dovuta evidentemente da una scarsa vitalità. Il protagonista degli episodi narrati si presenta come un fantoccio o un sonnambulo che vive la vita alienante in condizione di oggetto e non di soggetto. Al poeta non resta altro che guardarsi dall’esterno diventando spettatore di sé: è questo il tema dello sdoppiamento che caratterizza tanto la poetica di Camillo Sbarbaro.

La freddezza della poesia di Sbarbaro è sicuramente un’auto repressione dovuta al contrasto del desiderio di una vita autentica e la sua impossibile realizzazione. Così come il protagonista è arido così il paesaggio in cui vive, la città è un deserto in cui è impossibile interagire con le persone e gli oggetti della civiltà moderna.

Negli anni 20 del ‘900 conosce Eugenio Montale che gli dedicherà un saggio nella raccolta “Auto da fè”: fu tale l’elogio che indusse Montale alla confessione di aver scelto il titolo della sua raccolta “Ossi di seppia”, proprio in onore di Sbarbaro e della sua poetica dello scarto. La poesia ormai è un residuo, è stata messa ai margini e ormai non può rispondere all’agonia del mondo. È questo il motivo che indusse i poeti al forte soggettivismo autobiografico. Camillo Sbarbaro diventa così un paradigma per Montale, poiché con la sua poetica rivive e fa rivivere la condizione di crisi del poeta nel 900.

I temi centrali della poetica sbarbariana sono quindi il doppio, lo scarto e la chiaroveggenza, intesa come la consapevolezza di un poeta sincero e onesto che ha imparato a conoscere sé, nel tentativo di risvegliare il distratto viandante che non si volta. È evidentemente una denuncia sociale nella quale egli non nega uno spiraglio di salvezza per l’uomo, ma neppure l’afferma.

Le due raccolte più importanti di Sbarbaro sono “Trucioli” e “Pianissimo”:

Pianissimo” è un canto cupo di sconforto per la condizione del poeta e dell’uomo in generale. è una poesia della disperazione e della sofferenza tutta personale. I motivi ricorrenti in questa raccolta sono dunque: lo sconforto universale e la condizione di sofferenza individuale. La critica che muoverà Montale alla raccolta, volta a riconoscerne il limite, è l’impossibilità e l’inadeguatezza di Sbarbaro di coniugare questi due aspetti: egli non riesce a farsi carico di una voce universale, tema tanto caro a Montale.

“Trucioli” sono pagine di diario, fogli volanti, in cui il tema centrale è lo scarto, visibile dal nome stesso della raccolta. Sbarbaro cammina “con un terrore da ubriaco” tra la gente che non comprende, in un luogo che non sente familiare. Egli galleggia come il sughero sull’acqua. Il poeta riesce a descrivere la condizione di sofferenza personale, soffermandosi anche sulla Natura che però è vista come mondo crudele. Per questo motivo è possibile rinvenire Leopardi e i poeti francesi del 900 per il tema della solitudine.

Dalla raccolta “Pianissimo” proponiamo “Taci, anima stanca di godere”:

Taci, anima stanca di godere

e di soffrire (all’uno e all’altro vai

rassegnata).

Nessuna voce tua odo se ascolto:

non di rimpianto per la miserabile

giovinezza, non d’ira o di speranza,

e neppure di tedio.

Giaci come

il corpo, ammutolita, tutta piena

d’una rassegnazione disperata.

 

Non ci stupiremmo,

non è vero, mia anima, se il cuore

si fermasse, sospeso se ci fosse

il fiato…

Invece camminiamo,

camminiamo io e te come sonnambuli.

E gli alberi son alberi, le case

sono case, le donne

che passano son donne, e tutto è quello

che è, soltanto quel che è.

 

La vicenda di gioia e di dolore

non ci tocca. Perduto ha la voce

la sirena del mondo, e il mondo è un grande

deserto.

Nel deserto

io guardo con asciutti occhi me stesso.

 

È evidente in questa poesia la principale aspirazione anti-dannunziana che ha come obiettivo la sliricizzazione del verso. Già i crepuscolari e Gozzano aprono la via per questa strada, ma Camillo Sbarbaro è il poeta che forse ha raggiunto i risultati più mirabili. Come afferma Mengaldo, Sbarbaro è “il primo vero esempio in Italia di poesia che torcesse radicalmente il collo all’ eloquenza tradizionale”. La lingua è assai vicina a quella del parlato quotidiano, con assenza di fenomeni polisemici e un uso parco di metafore. Queste scelte stilistiche sono il simbolo di un pacato colloquio con se stesso, che rappresentano la pietrificazione e inaridimento interiore, che fanno di Sbarbaro l’esempio calzante della crisi della coscienza moderna.

 

Sandro Penna: la poesia come luogo di confessione

Il saggio “Il poeta e la fantasia” (1907) di Sigmund Freud, unisce mondo letterario e psicoanalitico, alla ricerca di “cosa” susciti l’ispirazione poetica e di come faccia il poeta, attraverso  essa, a smuovere l’animo del lettore, si giunge ad asserire che ogni creazione artistica reca in sé le tracce del vissuto, conscio o\e inconscio, del proprio autore. Egli, spesso inconsapevolmente, riporta nella propria “creatura” i meccanismi che muovono la sua psiche, il suo animo, e questi costituiscono lo “specchio” delle nostre fantasie, delle nostre passioni, dei nostri desideri, che sublimati grazie all’arte retorica e nascosti nel vissuto “dell’altro”, rappresentato dagli innumerevoli personaggi che abitano la letteratura, divengono per noi che li leggiamo qualcosa di assolutamente naturale nel quale ci immergiamo, di volta in volta riscoprendoci, senza più vergognarcene. Se questo assunto può risultare di difficile comprensione teorica, nella pratica,invece, svariati sono gli esempi che ne fanno da testimonianza in ambito letterario. Basti pensare a Sandro Penna (Perugia, 12 giugno 1906 – Roma, 21 gennaio 1977), poeta italiano nato da una famiglia borghese. La vita familiare del poeta non scorre tranquilla, alla separazione dei genitori segue il distacco dalla madre che si trasferisce a Pesaro con la figlia, lasciando i due maschi con il padre. Tra l’assenza della figura materna e i rapporti tortuosi con quella paterna, Penna dopo essersi diplomato in ragioneria si alterna tra una città e l’altra, alla ricerca di un lavoro che lo vede impiegato in svariate attività e alla ricerca, forse, di una quiete d’animo, che placa in lunghe passeggiate serali. La scelta di dedicarsi all’ambito letterario avviene come ricerca di un territorio, un canale d’espressione in cui indirizzare e fare emergere la propria sensibilità. Legge i “grandi” Ungaretti, Saba, Montale, frequenta numerosi letterati e nel 1939 pubblica la prima raccolta di versi, che gli frutterà la collaborazione con alcune importanti riviste quali ad esempio: “Corrente”, “Letteratura”, ”Mondo”.

Tra i volumi pubblicati da Sandro Penna ricordiamo negli anni che vanno dal 1950 al 1977: “Appunti”, “Arrivo al mare”, “Una strana gioia di vivere”, la raccolta completa delle sue “Poesie” che gli fa ottenere il Premio Viareggio, “Croce e delizia” e “Tutte le poesie”. Consegue  anche il Premio Fiuggi e continua la sua fortuna letteraria con i volumi : “Un po’ di febbre” , “Almanacco dello specchio” e “Stranezze” con il quale guadagna il Premio Bagutta.          Due sono le principali caratteristiche della poetica di questo “cantor d’amore”: il monolinguismo e il monotematismo; l’una non può esistere senza l’altra, in quanto sono indissolubilmente legate da un rapporto di funzionalità reciproca. La tematica dell’amore omosessuale, ritenuta trasgressiva e non accettabile socialmente, trova spazio e “consenso” solo attraverso un linguaggio pacato e lineare, mediante un estremo controllo formale, che d’altro canto risulterebbe noioso e banale se non incorniciasse un tema tanto intrigante.

La natura totalmente trasgressiva della tematica di Penna postula assolutamente un linguaggio non trasgressivo”  queste le parole di Pier Vincenzo Mengaldo. La poesia di  Sandro Penna dunque diviene strumento di delicata confessione, di cauta trasgressione, con la quale inserire la propria identità in una società che la taccia come diversa. Ancora una volta la letteratura dimostra di poter rovesciare le sicurezze dell’uomo, i baluardi delle sue convinzioni, tramutando in “bianco ciò che socialmente è nero” , rendendo normale e quotidiano ciò che nella realtà vien visto come diverso.

La letteratura scavalca i limiti posti dalle convenzioni, dai pregiudizi, diviene luogo del tutto e del nulla, rispecchia la realtà e ne offre altre mille facce, diviene, ricollegandoci ancora una volta alle parole di Freud, luogo dell’” inconscio”. Questi autori come Penna, Saba o il controverso Pasolini , che non a caso fu uno dei più grandi ammiratori del Penna, sono un valido esempio di come l’universo letterario possa ragionare con la logica dell’inconscio. Il nostro Sandro infatti equipara la poesia al desiderio, al principio di piacere e dunque alla natura. La natura dell’uomo, quella non sovrastata dalla censura psichica e sociale è infatti soggetta a dar credito al principio di piacere piuttosto che a quello della realtà inneggiato invece da una società sempre più classista e bigottamente moralista; questa natura “primordiale”, “incontaminata”, la si ritrova nell’inconscio e altresì nell’arte. Scrive Sandro Penna:

“Sempre fanciulli nelle mie poesie!

Ma io non so parlare d’altre cose.

Le altre cose son tutte noiose.

Io non posso cantarvi Opere Pie.”

Questa lirica assume proprio i connotati di un “manifesto poetico” dell’autore; i fanciulli infatti sono proprio emblema del principio di piacere che sublimato dall’arte retorica attraverso la forma poetica riesce ad emergere, a venire a galla, come se emergesse dall’inconscio e arrivasse alle porte della coscienza-società e soltanto perché non puro, ma contaminato, trasfigurato dal contenuto letterario-artistico, può essere accettato. Principio di piacere e principio di realtà, trovano dunque nello spazio letterario un luogo di armonizzazione, concordia e fusione, un luogo di compromesso. La letteratura dunque che come compromesso diviene l’anello mancante che unisce le due logiche dell’uomo, simmetrica e asimmetrica,  che attraverso il linguaggio della coscienza occorre da tributo al linguaggio dell’inconscio. La letteratura che con Penna diviene luogo dello “scarto”, luogo, come direbbe il critico Orlando, famoso critico letterario,  dell’”anti-merce”, o “anti-funzionale”, luogo di tutto ciò che non trova posto nella realtà sociale.

La poesia di Penna oscilla tra presente e passato, tra realtà e desiderio\sogno, tra interno ed esterno, in bilico eterno tra felicità e frustrazione, tra la coscienza di essere diverso , fragile e sensibile, eppure di trarre forza, mediante la sua poesia, da questa diversità.

“Felice chi è diverso

essendo egli diverso

Ma guai a chi è diverso

essendo egli comune.”

Così commenta Cesare Garboli la poetica di questo , a volte, sfortunatamente sconosciuto artista:

“La poesia di Penna è fatta di solitudine: ma è la solitudine ardente, ricchissima, vasta com’è vasta la promessa della felicità, di chi non ha bisogno d’altro, per vivere, che dello spettacolo della vita, […] Penna è incapace di pensare che il piacere di vivere dipenda da altro che da se stessi.”                                             

Attraverso la sua poesia l’autore rimane fedele a se stesso, alla propria indole, alla propria natura; una natura che da propria , di riflesso diviene comune a tutta l’umanità, va recuperando quella natura primordiale dell’uomo, incontaminata dai “costumi e le maniere”, quella natura che al di là dell’indole erotica è innanzitutto natura  fanciullesca e gaia, “quella strana gioia di vivere”, che con lo scorrere della storia si è eclissata dinanzi la censura sociale, ma che rimane nel poeta/fanciullo, così come nell’inconscio umano,  e che riscopriamo attraverso la poesia di Sandro Penna, il quale ci dimostra quella che lui stesso definisce la “permanenza della vita nella mutevolezza della storia”.

 

 

Sergio Corazzini: il poeta piangente

“Piccolo libro inutile”

Sergio Corazzini (1886-1907) nasce a Roma da una famiglia poco benestante, tant’è che per ristrettezze economiche dovette abbandonare gli studi e lavorare in una compagnia d’assicurazioni. Colpito da una grave forma di tubercolosi muore nel 1907 a soli 21 anni. Le sue poesie pubblicate tra i 18 anni e la morte mostrano una lucida consapevolezza della malattia e della sua condanna ad una morte precoce: il poeta non nasconde la sua debolezza anzi la esibisce rendendo essa stessa la sua vera poetica.

Il novecento letterario è segnato dal nome di Sergio Corazzini: poeta di una sola stagione, quella crepuscolare, che rappresenta la sua veste più lacrimosa e lamentevole, ma che vive con profonda serietà e autenticità.

Piccolo libro inutile” (1906) è la quarta raccolta che, riassume indistintamente le caratteristiche della poesia di Sergio Corazzini e la sua poetica, infatti, domina uno spirito tragico, religioso, pessimistico e quasi mistico.

Ne “La Desolazione del povero poeta sentimentale”, prima poesia della raccolta “Piccolo libro inutile”, emerge il Sergio Corazzini più flebile che, con accenni vittimistici parla della propria tristezza, del proprio dolore, indulge alle lacrime e al pianto:

Perché tu mi dici: poeta?

Io non sono un poeta.

Io non sono che un piccolo fanciullo che piange

Vedi: non ho che le lagrime da offrire al Silenzio.

Perché tu mi dici: poeta?

Già nel titolo della poesia è possibile evincere che Sergio Corazzini contrappone l’idea, allora diffusa, di un poeta che aspira a esercitare un ruolo pubblico, si pensi a Carducci, Pascoli o al recente mito dannunziano, con l’immagine di un poeta “privato” che non ha in nessun modo funzioni di vate.

Sono presenti già nei primi cinque versi tutti i temi tipicamente crepuscolari: il pianto, la tristezza, la malinconia. È bene porre l’accento sulla parola “silenzio”, messa in maiuscolo, che risulta il contrario di parola e quindi di poeta. Tutto il componimento è possibile definirlo come un’unica litote, in cui Gozzano nega di essere un poeta, per affermare, però, la nascita di un nuovo modo di fare poesia.

In soli cinque versi Corazzini capovolge completamente l’idea di poeta e di poesia: non crede che la poesia sia utile, né aspira a manie di grandezza per essere riconosciuto pubblicamente. La sua arte è solo un piccolo libro inutile. Non esiste più il poeta guida o romantico in grado di esprimere sentimenti difficilmente esprimibili per i più. Il poeta ora è consapevole della crisi che vive, è desolato e non sa che dire se non parole sentimentali vane.

II

Le mie tristezze sono povere tristezze comuni.

Le mie gioie furono semplici,

semplici così, che se io dovessi confessarle a te arrossirei.

Oggi io penso a morire.

 

III

Io voglio morire, solamente, perché sono stanco;

solamente perché i grandi angioli

su le vetrate delle cattedrali

mi fanno tramare d’amore e d’angoscia;

solamente perché, io sono, oramai,

rassegnato come uno specchio,

come un povero specchio melanconico.

Vedi che io non sono un poeta:

sono un fanciullo triste che ha voglia di morire.

 

IV

Oh, non maravigliarti della mia tristezza!

E non domandarmi;

io non saprei dirti che parole così vane,

Dio mio, così vane,

che mi verrebbe di piangere come se fossi per morire.

Le mie lagrime avrebbero l’aria

di sgranare un rosario di tristezza

davanti alla mia anima sette volte dolente,

ma io non sarei un poeta;

sarei, semplicemente, un dolce e pensoso fanciullo

cui avvenisse di pregare, così, come canta e come dorme.

 

V

Io mi comunico del silenzio, cotidianamente, come di Gesù.

E i sacerdoti del silenzio sono i romori,

poi che senza di essi io  non avrei cercato e trovato il Dio.

 

VI

Questa notte ho dormito con le mani in croce.

Mi sembrò di essere un piccolo e dolce fanciullo

dimenticato da tutti gli umani,

povera tenera preda del primo venuto;

e desiderai di essere venduto,

di essere battuto

di essere costretto a digiunare

per potermi mettere a piangere tutto solo,

disperatamente triste,

in un angolo oscuro.

 

VII

Io amo la vita semplice delle cose.

Quante passioni vidi sfogliarsi, a poco a poco,

per ogni cosa che se ne andava!

Ma tu non mi comprendi e sorridi.

E pensi che io sia malato.

 

VIII

Oh, io sono, veramente malato!

E muoio, un poco, ogni giorno.

Vedi: come le cose.

Non sono, dunque, un poeta:

io so che per essere detto: poeta, conviene

viver ben altra vita!

Io non so, Dio mio, che morire.

Amen.

Il tono dimesso, lamentoso e incline al pianto esprime una scelta di tipo avanguardistico: rappresenta il rifiuto per la tradizione letteraria aulica e solenne, espresso con una scelta stilistica semplice, priva di aulicismi e metriche tradizionali, con il ricorso a un linguaggio semplice e al verso libero. Attraverso una sorta di litote “io non sono un poeta” e il “rifiuto” dei modelli precedenti è visibile l’auspicio corazziniano della nascita di un nuovo modello poetico.

La sua poesia si scontra fortemente con quella dannunziana: mentre il poeta abruzzese aveva teorizzato la sovrapposizione tra arte e vita intesa come sublime, Corazzini rovescia la sua sovrapposizione. Per il poeta romano la vita è quella reale, non sublime, di un giovane malato. La sua poesia non aspira al sublime ma all’autenticità, sita nella sofferenza. La negazione di essere un poeta, spinge Corazzini a sostenere di essere un piccolo fanciullo che piange. Il fanciullo inevitabilmente ci porta a Pascoli, ma con due realtà e definizioni diverse.” Il fanciullino” pascoliano è di natura letteraria e ha come fine quello di trasmettere il messaggio secondo cui per raggiungere la verità bisogna guardare la vita con occhi da fanciullo. È inteso da Pascoli come “adamo”, il primo uomo che guardando per la prima volta le cose, ne attribuisce un nome. È il fanciullo che gioca con le parole, che in un senso ludico dà voce all’inconscio.

In Corazzini invece il “fanciullo che piange” non è altro che il riflesso di una condizione reale e negativa, non potrebbe essere altrimenti per un uomo che esprime nelle sua poesia “il male di vivere”.

Le principali correnti, movimenti e tendenze stilistiche del Novecento

Nei primi anni del Novecento si affacciano  nuove forme di avanguardia,che  mirano  ad un totale superamento della tradizione, delle istanze classiche, romantiche, naturaliste e decadenti. Si va alla ricerca di nuovi temi e l’arte stessa è sotto attacco in quanto istituzione, non ha più quella superiorità propria di un sistema autonomo. Nascono cosi nuove correnti, movimenti, tendenze letterarie come:

Espressionismo: tendenza stilistica caratterizzata da una certa propensione verso il lato emotivo della realtà, in contrapposizione all’oggettività dell’impressionismo di cui uno dei maggiori esponenti è Frank Kafka.

Futurismo: nasce in Francia nel 1910 con un manifesto pubblicato su “Le Figarò”scritto da Marinetti. L’attenzione si concentra sulla civiltà delle macchine, della velocità, della forza, del dinamismo, la dissacrazione dei valori tradizionali, la fiducia nel progresso.

Dadaismo: movimento culturale fondato a Zurigo da Tristan Tzara nel 1916, si propone in maniera anarchica di prendersi gioco dell’arte nella società borghese attraverso opere evanescenti con umorismo e derisione, il manifesto dei dadaisti è:

«Dada non significa nulla. È solo un suono prodotto della bocca».

Surrealismo: nasce come evoluzione del Dadaismo e si propone come automatismo psichico puro, essendo influenzato dalla lettura de “L’interpretazione dei sogni” di Freud ed incentrando la sua riflessione sull’amore inteso come fulcro della vita, sogno, follia e liberazione dalle convenzioni sociali, superando il razionalismo.

Crepuscolarismo: corrente letteraria nata in Italia caratterizzata da un forte bisogno di confessione e rimpianto per i valori tradizionali, rifiutando sia la poetica carducciana che quella d’annunziana. Ma questa perenne insoddisfazione non sfocia nella ribellione, ma trova rifugio e sfogo nei luoghi più segreti dell’anima, accompagnandosi ad una certa malinconia. I principali rappresentanti sono Gozzano, Palazzeschi, Moretti, Corazzini, Marrone, Govoni i quali tendono a ridurre la poesia a prosa, trasgredendo la metrica tradizionale.