Movimento per l’emancipazione della Poesia: la resistenza poetica italiana

Sarà capitato a tutti di sentire in giro frasi come: “Ma tanto la poesia è morta”. La rabbia che ne può derivare non è la rabbia da mancata rassegnazione, quella testarda opposizione verso la mortificazione della letteratura che i veri appassionati sperimentano vivendo nel tempo in cui non si ha tempo per far nulla, tranne che produrre e produrre o, in alternativa, perder tempo. No. È una rabbia diversa, che emerge di fronte a quelle analisi facilone, superficiali e del tutto inconcludenti tipiche di chi ama fare l’esperto per hobby. Alla persona attenta, infatti, non possono sfuggire i segni lasciati in giro dai partigiani del bello: chi ancora crede, chi ancora si impegna, chi ancora studia, impara, si migliora, e crea (non “produce”) con consapevolezza. Quasi sempre senza clamore. A volte pubblicamente e con successo. Di ogni età, sparsi ovunque. Hanno qualche verso nascosto nel cassetto, qualche segreto tratto di colore lasciato su tela, una qualunque passione “vecchio stile” che resiste al tempo. A volte si organizzano in gruppi, e segretamente operano nelle viscere del mondo.

E’ il caso del MeP- Movimento per l’emancipazione della Poesia, un movimento artistico italiano fondato a Firenze nel 2010 da un gruppo anonimo di poeti, che “persegue lo scopo di infondere nuovamente nelle persone interesse e  rispetto per la poesia intesa nelle sue differenti forme” (citando lo statuto del movimento) e “intende raggiungere il proprio scopo sfruttando ogni canale ritenuto idoneo e mantenendo comunque saldo il rispetto per ogni altra forma d’arte”. Il movimento è cresciuto parecchio ed è ora presente su tutta la penisola. I suoi esponenti partecipano spesso ad eventi letterari, sempre in modo anonimo (ogni autore è contraddistinto da una sigla, “affinché sia la poesia in quanto tale a essere messa in primo piano piuttosto che i singoli poeti”), e diffondono poesia con ogni mezzo possibile, attacchinaggio incluso. Questi ragazzi ci credono eccome.

Il MEP si propone di restituire alla poesia il ruolo egemone che le compete sulle altre arti e al contempo di non lasciarla esclusivo appannaggio di una ristretta élite, ma di riportarla alle persone, per le strade e nelle piazze.

E allora, torniamo alla sentenza di morte che mette il cappio al collo ai poeti. Cosa vuol dire morire? Quand’è che un’arte muore? Quando non viene apprezzata dalla maggior parte delle persone che ne avrebbero facoltà? Allora anche la pittura è morta? L’opera classica è morta? Il teatro? Il cinema d’autore? Tutto è morto, allora? Si può gridare alla catastrofe, o stilare, usando la lista delle attività in voga, l’annuario delle nuove arti, e così premiare con status di opera maestra quel selfie venuto così bene da non sembrare autoscatto, quella spontaneità ritrattistica che neanche la Nouvelle Vague di Truffaut, risultato di una miscela sapiente di equilibrismo, composizione fotografica e prestidigitazione?

Insomma, ma quando mai l’arte ha avuto vita facile? Quando mai ha costituito attività comune, e spontanea? L’arte richiede un talento e dunque, per sua definizione, non può essere fatta da tutti. Oltre al talento c’è poi il lavoro, la creazione, la ricerca. Un lavoro è richiesto anche per capirla, l’arte. Per apprezzarla. Per elaborarla. La bellezza richiede lavoro. E chi viene dal bel paese lo sa. È cresciuto sapendo che l’arte è importante, in qualche modo sacra, un po’ difficile. Ma anche bella, bellissima. L’Italia a suo modo resiste, e molto meglio di altri. Certo, si potrebbe fare di più, il turismo è trascurato, i musei sono spesso vuoti. I libri non si vendono. I piccoli cinema chiudono, o trasmettono porcherie. La musica classica non viene capita.

Manca l’interesse, la domanda. E qui il cuore del problema. L’arte non può entrare nel ciclo produttivo. E meno male. L’arte non si può produrre, non si può  forzare, e non si può fare su larga scala. Quando ci si prova, i risultati sono magari anche fruibili, ma perlopiù scadenti. L’arte non interessa come merce. Perché non è merce. Non si può trasferire come bisogno indotto. È una spinta naturale che, o si ignora, o si coltiva con criterio e con impegno. Certo, si potrebbe invocare un’altra e più efficace Istruzione, un’altra e più etica Informazione. Ma quando tutto ciò manca, cosa si fa? Si combatte, si resiste, e si sopravvive. No, la poesia non è morta. La bellezza non muore mai.

Addio a Dario Fo, capopopolo e ‘giullare’ di corte dell’ultrasinistra

Dario Fo si è spento ieri 13 ottobre, all’età di 90 anni a Milano, tre anni dopo la morte della sua amatissima compagna di vita Franca Rame. Negli ultimi anni aveva dato pubblicamente il suo appoggio al M5S, ravvisando nel Movimento fondato dal suo amico Beppe Grillo, alcuni valori propri della sinistra che, disilluso, non riscontrava più nel partito.

Dario Fo, la cultura popolare e l’ideologia manichea

Dario Fo è stato un importante attore di teatro, regista, autore, sceneggiatore, pittore. Sarcastico e umorista, si è aggiudicato il Premio Nobel per la Letteratura nel 1997, e ha inventato con il grammelot, una nuova lingua volgare, che racchiudeva i dialetti di tutta Italia. Dario Fo è stato un giullare che ha trasformato in giullare a sua volta anche Francesco d’Assisi, raccontando la vita del santo più amato in Italia in maniera  efficace e divertente. La sua opera più conosciuta è senza dubbio Mistero Buffo, del 1969, costituita da un insieme di monologhi che descrivono alcuni episodi di argomento biblico, ispirati ad alcuni brani dei vangeli apocrifi o a racconti popolari sulla vita di Gesù.

L’opinione pubblica e molti addetti ai lavori reputano Dario Fo, secondo il quale la cultura popolare e la sua architettura collettiva (non quella ufficiale) è il vero cardine della storia del teatro e di tutte le arti, un character che si è contraddistinto per il diverso uso del corpo e delle potenzialità sceniche dell’attore: ogni suono, parola o canto uniti alla gestualità danno vita ad un insieme semantico indivisibile, di cui il racconto degli eventi è un canovaccio, accompagnato da un nonsense linguistico, da uno stile irriverente, buffonesco e parossistico, atto a dileggiare il potere, che si richiama alle rappresentazioni medioevali eseguite dai giullari e dai cantastorie. A ben osservare, Dario Fo non sembra proprio che si sia battuto per restituire dignità agli oppressi, indipendentemente dalla sua volontà, sulla quale non possiamo aprire un dibattito, ma sembra piuttosto che il nostro “giullare” abbia spalleggiato un certo tipo di potere, passando da ribelle a conformista; e il potere, come ci insegna il teatro elisabettiano, è sempre uguale a se stesso e non è né positivo, né negativo. Dario Fo è stato propugnatore di un’ideologia manichea, i cui ipse dixit sono ben lontani dal fulgore e dalla saggezza dei fools elisabettiani, delle gesta epiche dei plays di Shakespeare che raccontano la natura umana.

Dario Fo, tra teatro e politica

Figlio di un ferroviere e di una casalinga, Dario Fo crebbe in un paesino del lago Maggiore, in un ambito familiare intellettualmente molto vivace. La prima esperienza artistica fu presso l’Accademia di Brera, poi ci furono la guerra e la divisa della Repubblica di Salò, la radio con Franco Paraenti e Dyrano al Piccolo di Milano con Il dito nell’occhio; nonché il cinema con Lo sviato di Carlo Lizzani e soprattuto l’amore con l’attrice e drammaturga Franca Rame, con la quale firma Gli Arcangeli non giocano a flipper, Chi ruba un piede è fortunato in amore, La signora è da buttare, sino a diventare uno dei maggiori protagonisti del teatro italiano ed europeo e dell’intellighentia nostrana. Ma per ricordare in maniera giusta Dario Fo, bisogna menzionare anche misfatti non solo glorie, altrimenti si scade nell’apologia, scalfendo la memoria.

Dario Fo fu tra i giovani balilla che aderirono alla Repubblica di Salò, per combattare per la Patria perduta. E fin qui la cosa non deve sorprendere, dato che la maggior parte dei ragazzini cresciuti sotto il regime fascista, sotto il segno del Duce, presero parte alla Repubblica Sociale Italiana nata in seguito alla destituzione di Benito Mussolini. Dario Fo, allora diciassettenne andò a combattere volontario tra i parà della RSI, nel Raggruppamento A.P.A.R. di Tradate. Ancora nulla da obiettare, sarebbe troppo facile sentenziare allegramente sul passato di una persona, processare la sua storia, ma ciò che infastidisce a molti del Dario Fo “politico” sono le omissioni e i cambi di bandiera durante la sua vecchiaia, o come avrebbe preferito dire lui, l’anzianità, perché i vecchi sono ottusi e nostalgici, a differenza degli anziani. L’autore del Mistero buffo, non ha mai parlato del suo passato da repubblichino di sua sponte, e quando lo ha fatto incalzato da qualcuno ha spiegato che andò volontario tra i parà dell’esercito della RSI per far cadere le accuse di antifascismo che pendevano su suo padre, temendo una rappresaglia fascista. Sono parole che lasciano esterrefatti.

Sono motivazioni labili quelle di Dario Fo, “paracule”, inaccettabili soprattutto se si pensa ad un’altra figura di rilievo del nostro teatro che ha condiviso gli stessi ideali adolescenziali di Fo, quella di Giorgio Albertazzi, anche lui giovanissimo combattente nelle fila dei repubblichini. Ma a differenza del suo collega non lo ha mai negato e rinnegato. Fo è stato un intellettuale della sinistra non di sinistra, sinistra che in questi giorni si stanno sperticando in stucchevoli encomi e retorici panegirici verso “il grande artista e uomo libero” che è stato Dario Fo. Si usano sempre gli stessi termini quando ci lascia un intellettuale o uomo di cultura, magari sopravvalutato, come probabilmente è stato il Nobel per la Letteratura assegnato a Fo (premio che in realtà è un martello politico, più che un riconoscimento ad un vero e serio risultato letterario), se si pensa che scrittori come Gesualdo Bufalino, tanto per fare un nome, non hanno mai avuto l’onore di vedersi consegnare un meritato premio Nobel. Ma Dario Fo è stato un “poeta di corte dell’ultrasinistra”, come soleva dire Indro Montanelli, (il quale riservò a Fo una pungente battuta: “Ha la statura del suo nome”), un intoccabile, e se alcuni suoi show televisivi sono falliti, è perchè gran parte dell’opinione pubblica ha attribuito i suoi flop a censure o a cospirazioni (non si capisce bene da parte di chi e perché), non perchè non funzionavano.

Per ricordare in toto Dario Fo, non possiamo non dimenticarci della sua difesa degli assassini del rogo di Primavalle nel 1973 e della vergognosa firma della condanna del commissario Calabresi. Così come non possiamo dimeticare l’invettiva di Fo contro gli intellettuali italiani, rei di essere asserviti al pensiero unico:

“Abbiamo oggi una classe d’intellettuali che in gran parte ha perso il tamburo, un formidabile strumento per svegliare i bambini imbambolati. Tacciono in molti: non hanno dignità e quindi non s’indignano. Ecco cos’è terribile e incredibile: la mancanza di indignazione. Molti pensano: ma chi me lo fa fare di espormi? Un giorno magari avrò bisogno di qualcosa, di un favore, di un aiuto da chi ora sto criticando. Tutto è giocato sui ricatti, sulla possibilità di avere un vantaggio. Chi fa informazione o opinione ha capito una cosa: bisogna stare al gioco”.

Un intellettuale però non dovrebbe nemmeno rinnegare il proprio passato e fare il “paraculo”. Ma siamo certi che Dario Fo non ce ne avrebbe voluto, proprio in virtù della sua giusta invettiva contro i seguaci del pensiero unico, lo stesso che vuole i non estimatori dell’artista e dell’uomo Fo, ignoranti, fascisti o schiavi del potere. Surreale. Che la terra ti sia lieve signor Fo e che i suoi seguaci non siano troppo snob e sprezzanti con chi non è riuscito a farsi sedurre dalla sua rivoluzione linguistica, che ha trovato il suo Mistero non buffo ma noioso. In fondo siamo liberi di disfarci del senso di colpa che ci induce a farci intimidire dal rango di un artista, a non comprendere delle opere soprattutto quando queste non vogliono farsi comprendere da tutti noi.

 

Festival della Letteratura di Salerno 2016: incontro con Idalberto Fei

 

Fino al 26 giugno è in scena il Festival della Letteratura di Salerno, una settimana di incontri, dibattiti e presentazioni. Giunto alla sua quarta edizione, nella prima giornata ha ospitato i finalisti del premio Strega: tra vari ospiti degni di nota, abbiamo incontrato un autore molto particolare, che si è fatto portatore di una missione non facile. Nella cornice di palazzo Panonia, lo scrittore e regista Idalberto Fei ha presentato, per la collana Nuove Frontiere Junior, I racconti di Shakspeare per ragazzi, il riadattamento de Il racconto d’inverno, Cimbelino e La tempesta, per i più giovani.

Il Salerno Festival della Letteratura ospita dunque un autore che si è reso abile nel raccontare ai più giovani gli impegnativi testi: “Shakspeare ha scritto cose vive, ci tiene a precisare, ma non sempre questo autore viene presentato ai giovani in maniera accessibile”. A corredare la presentazione, le illustrazioni di Anna Forlati.

Idalberto Fei ha scritto sceneggiature per la RAI, lavorando sia per la TV che per la radio. Ha vinto il Prix Italia nel 1999 con un testo di Federico Fellini, che ha portato in scena nel 2002 in Canada allo Stratford Festival. Nel 2007 ha curato I giorni della Metamorfosi, sui testi di Ovidio, un nuovo modo di visitare i musei tra arte, poesia, musica e danza. Per il Museo di Palazzo Venezia a Romana realizzato la messa in secna sonora dell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto e della Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso.

 

Quale è la vera funzione della riscrittura dei testi?

Penso che l’autore sia un universo, entro cui è bene entrare il prima possibile: il mio intento è quello di spalancare le porte ai più giovani. La particolarità di questo testo è che i dialoghi sono stati conservati in maniera originale, ho deciso cosi per non far scomparire il reale valore di questo grande autore.

 

Si è già cimentato precedentemente, a esperimenti simili?

Ho realizzato il riadattamento dell’Orlando Furioso, compresa la versione di Boiardo. Non è stato un compito semplice perché la storia è a scatole cinesi, è stata una vera sfida rendere leggibile quel mondo, i bambini sono a volte molto più avanti di noi e non è sempre facile immedesimarsi.

Ci sono altri progetti in programma?

Mi piacerebbe realizzare la versione per bambini di una opera di Cervantes.

 

 

40 anni fa moriva Pasolini, il marxista che amava New York

Pierpaolo Pasolini oggi avrebbe 93 anni (nacque nel 1922), venne ucciso all’idroscalo di Ostia, a quanto pare, da un giovanotto, “un ragazzo di vita”, tale Giuseppe Pelosi. Pare, perché questa tragica storia è ancora avvolta nel mistero; ci sono state, secondo molti, tante bugie, depistaggi, occultamento di prove intorno alla pronunciata il 26 aprile del 1979 con la quale la corte di Cassazione ha stabilito in via definitiva che “Pasolini fu ucciso da Pino Pelosi”, Pelosi che ha ritrattato la sua versione, dichiarando che Pasolini è stato ucciso da altre tre persone. I punti interrogativi che ruotano intorno a questa triste vicenda sono tanti e sappiamo che a volte la verità processuale non corrisponde alla verità dei fatti: ad esempio dov’è finito l’appunto ventuno del romanzo di Pasolini, Petrolio? (Un’ipotesi inquietante collega Pasolini alla “lotta di potere” che andava formandosi in quegli anni nel settore petrolchimico, tra Eni e Montedison, tra Enrico Mattei e Eugenio Cefis. Pasolini si interessò al ruolo svolto da Cefis nella politica italiana, facendone uno dei due personaggi “chiave” con Mattei, di questo romanzo-inchiesta nel quale si ipotizza che Cefis avesse avuto un qualche ruolo nello stragismo italiano legato al petrolio e alle trame internazionali). Chi ha rubato le bobine di pellicola del suo ultimo film Salò e le 120 giornate di Sodoma? Probabilmente la sera in cui fu assassinato, tra l’uno e il due novembre del 1975, Pasolini si era recato all’Idroscalo a seguito di una telefonata che lo informava del ritrovamento della pellicola rubata.

Ancora oggi, a 40 anni dalla sua morte, ci si divide di fronte al controverso e discutibile intellettuale (scomodo anche per il suo Partito, il PCI, dal quale fu espulso) sempre attento ai problemi sociali del nostro Paese: c’è chi lo considera un profeta ucciso dalla politica perché sapeva troppo, e chi ritiene che la sua morte, meritata in quanto pedofilo (sarebbe più corretto parlare di efebofilia, in realtà), sia avvenuta in ambito sessuale. C’è a chi fa comodo pensare che Pasolini fosse un deviato, un sadico, un bugiardo dissociato, un comunista psicopatico, sdoganatore dell’universo omosessuale che ha saputo sfruttare lo smarrimento estetico della società bacchettona di quel tempo, costruendo un calderone di luoghi comuni e di banalità, come quello della purezza delle persone analfabete e povere, dell’auspicato ritorno alla vita campestre, delle borgate alla fame, adottando uno stile troppo “povero” e sfibrando la poesia stessa (come se fosse una cosa negativa). Una specie di eletto cui è stato concesso di proporre contenuti forti in un contesto dal richiamo colto (Boccaccio, Chaucer, gli autori de Le mille e una notte), di girare film amatoriali (ma anche la Nouvelle Vague ad esempio metteva al primo posto una certa “amatorialità” tecnica), per sedurre lo spettatore, convinto di trovarsi di fronte ad opere di spessore, in quanto non convenzionali. C’è invece a chi fa comodo cavalcare la teoria del complottismo, della dietrologia, più affascinante, certi che dietro la morte del loro adorato poeta vi siano dei mandanti politici.

Come spesso accade ognuno si sente depositario della verità, emette giudizi di qualsiasi natura senza magari aver letto nulla di Pasolini, senza averlo compreso sino in fondo, pensando che egli sia uno dei tanti prodotti pseudoculturali che la sinistra radical chic ha propinato. Ma Pasolini non è stato uno dei tanti autori erto ad eroe nazionale in quanto uomo di sinistra, sinistra che lo ha spesso strumentalizzato e frainteso. Pasolini è stato un personaggio troppo complesso per poterlo liquidare come “prodotto della sinistra dunque genio indiscutibile e inattaccabile” (ma a differenza di molti suoi amici comunisti Pasolini era contro l’aborto), e non è stato compreso dalla massa. Ha scritto cose che oggi ci appaiono banali, ma per l’epoca in cui ha vissuto non lo erano affatto, si pensi alla poesia Vi odio, cari studenti a seguito degli scontri di Valle Giulia schierandosi dalla parte dei poliziotti, all’intuizione (che però fa parte del Pasolini maturo, non del Pasolini della Trilogia della Vita, che opponeva alla morte dell’anima, il corpo) del paradosso “sessuale” della generazione della metà del secolo scorso e la carica totalitaria della nuova sessualità con la quale il Potere tiene sotto scacco i giovani e li consuma, o ai pensieri sulla classe borghese: <<Ho passato la vita a odiare i vecchi borghesi moralisti, e adesso, precocemente devo odiare anche i loro figli… La borghesia si schiera sulle barricate contro sé stessa, i ‘figli di papà’ si rivoltano contro i ‘papà’. La meta degli studenti non è più la Rivoluzione ma la guerra civile. Sono dei borghesi rimasti tali e quali come i loro padri, hanno un senso legalitario della vita, sono profondamente conformisti. Per noi nati con l’idea della Rivoluzione sarebbe dignitoso rimanere attaccati a questo ideale>>.

Pasolini è stato un uomo fragile, consumato dai suoi mille desideri, dalla sue amarezze e dalle sue contraddizioni, un uomo che alla sua amica Oriana Fallaci diceva che avrebbe voluto avere 18 anni per vivere tutta una vita a New York, città che per lui, marxista indipendente convinto, non rappresentava un’evasione, ma un impegno, una guerra che mette addosso una grande voglia di fare. La letteratura americana non è mai piaciuta a Pasolini (anche se probabilmente gli sarebbero piaciuti Roth, Wallace e Don DeLillo), a differenza del cinema, quello che mostrava un’America violenta e brutale (come la periferia che ha raccontato lui in Ragazzi di vita, Accattone, Mamma Roma, Una vita violenta) che però non era l’America che Pasolini aveva visto, ritrovando al contrario un Paese pragmatico ma idealista dove c’è un grande rispetto per la cultura europea, e dove si scopre la sinistra più bella che un marxista possa, il quale in Italia o in Francia si sente una persona vuota, possa trovare. Ma l’America per Pasolini era anche un Paese misero, non economicamente, ma psicologicamente; una miseria da ex colonia, addirittura da sottoproletariato, secondo Pasolini, poiché vi è in tutti le stigmate della medesima origine sottoproletaria che a colpo d’occhio non si vede ma c’è.

Un uomo davvero vittima di un complotto e a tal proposito risulta emblematica una dichiarazione di Pasolini durante la sua ultima intervista, poche ore prima di morire a proposito delle teorie complottistiche: «Il complotto ci fa delirare. Ci libera da tutto il peso di confrontarci da soli con la verità. Che bello se mentre siamo qui a parlare qualcuno in cantina sta facendo i piani per farci fuori. È facile, è semplice, è la resistenza». Oppure un uomo che è morto come ha rischiato tante volte di morire, conducendo la stessa vita violenta che raccontava nelle sue opere rifiutando dunque l’immagine edulcorata del santo e martire?

L’importante è che non ci sia sempre l’idea dell’attentato di lesa maestà quando si critica con onestà intellettuale Pasolini e magari si afferma che vi sono stati scrittori e poeti italiani del ‘900, e registi più bravi di lui: Pasolini è stato un grande pensatore che ha anticipato i tempi, è stato saggista e linguistica, ha toccato diverse forme di arte, ma senza dubbio il cinema è stata quella in cui è riuscito meno, sopratuttto per quanto riguarda la cura della recitazione e la tecnica, d’altronde è stato lo stesso Pasolini a dichiarare che riprendeva la realtà senza filtri, ma sapeva poco di ottiche e di zoom, senza però dimenticare che Accattone (1961), esordio alla regia dello scrittore, è stata una delle opere più rappresentative degli anni ’60, nonostante lo stile ancora esitante. Pierpaolo Pasolini che è difficile immaginare come un molestatore di minorenni e persona (auto)lesionista, data la sua caratura e il suo ruolo nella società civile, farà sempre discutere ma il suo lascito culturale è prezioso e non può lasciare indifferenti, nel bene e nel male.

 

Pasolini e la musica

 

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In occasione dell’anniversario della tragica, violenta e assurda scomparsa (avvenuta il 2 novembre 1975) di Pier Paolo Pasolini, gigante della cultura italiana e mondiale, vorremmo provare a ricordarlo lasciando per un momento da parte il Pasolini poeta, scrittore, regista, intellettuale per soffermarci su un lato artistico poco considerato, Pasolini paroliere e amante della musica. Nella lingua italiana il termine paroliere ha un che di dispregiativo in quanto lo si abbina solitamente alla musica leggera, alla “canzonetta”, ma è d’uopo ricordare quali meravigliosi versi hanno saputo scrivere, negli anni, artisti quali Mogol, De Andrè, Guccini, Di Giacomo, abbinandoli ad altrettanto efficaci melodie.

Non potevano certo sfuggire le potenzialità di questo connubio ad un sensibilissimo intellettuale come Pasolini, sempre in cerca di nuove modalità di espressione che gli consentissero di allargare il suo orizzonte culturale. Nascono cosi delle composizioni in versi che si sublimano nelle note di maestri quali Ennio Morricone o Piero Piccioni e prendono vita grazie alla voce di interpreti come Laura Betti, Domenico Modugno e Sergio Endrigo.

Pasolini, che considerava la musica come l’unica azione espressiva alta e indefinibile, amava la musica colta, Bach e Mozart in particolare, ma al contempo non poteva non allontarsi dalla passione per la canzone popolare: il dialetto, lingua materna e ancestrale, è contrapposta all’italiano, lingua del padre e simbolo di un ordine borghese. Afferma lo stesso Pasolini nel 1956:

“Non vedo perché sia la musica che le parole delle canzonette non dovrebbero essere più belle. Un intervento di un poeta colto e magari raffinato non avrebbe niente di illecito. Personalmente, credo che mi interesserebbe e mi divertirebbe applicare dei versi ad una bella musica, tango o samba che sia”. (Pierpaolo Pasolini- Intervista ad “Avanguardia”-1956)

E ancora: “Personalmente non mi è mai capitato di scrivere versi per canzoni… non mi si è presentata l’occasione… credo che mi interesserebbe e mi divertirebbe applicare dei versi ad una bella musica, tango o samba che sia”.
Questa fascinazione per il mondo delle sette note lo spinge a comporre piccoli gioielli quali Il valzer della toppa, Cristo Al Mandrione, Macrì Teresa detta Pazzia, Cocco Di Mamma, scritte in romanesco ed incise da artiste come Laura Betti e Gabriella Ferri, che si inquadrano perfettamente nella poetica pasoliniana fatta di periferie, “ragazzi di vita”, miseria, fame e violenza. Il corrispettivo in musica di capolavori cinematografici quali Accattone e Mamma Roma, dove i vinti, gli emarginati, i disadattati sono descritti in maniera molto più che realistica escludendo qualsiasi possibilità di riscatto o redenzione.

Ma non solo Roma, le sue periferie, le sue contraddizioni, il suo linguaggio sono fonte di ispirazione per Pasolini, ma anche la tematica pacifista, l’antimilitarismo, la pura poesia forniscono ottimo materiale per liriche stupende. Nascono così Il Soldato Di Napoleone, tratta dalla raccolta di poesie La Meglio Gioventù e musicata da Sergio Endrigo, Che Cosa Sono Le Nuvole, composta con frammenti tratti dall’Otello di Shakespeare e affidata alla voce di Domenico Modugno, Danze Della Sera (Suite In Modo Psichedelico), tratta dalla poesia Notturno ed interpretata dal gruppo Chetro & Co, C’è Forse Vita Sulla Terra, scritta a quattro mani con Dacia Maraini e riproposta dalla misconosciuta Daniela Davoli. Alcune composizioni pasoliniane si sono prestate, nel tempo, ad essere musicate da numerosi artisti,come La Recessione elaborata da Mino De Martino per Alice, a dimostrazione dello straordinaria compatibilità tra il suo modo di fare poesia e lo spartito.

Entrando nello specifico, soprattutto analizzando la musica in alcuni film diretti da Pasolini, si va dall’ascetismo di Accattone alla fisicità decadente di Salò, da una fase nazional-popolare (che si presenta come studio dell’epos degli umili) caratterizzata dall’apporto della musica classica di Bach, la quale “sacralizza” il proletariato, come si può notare anche ne Il Vangelo secondo Matteo, dove Pasolini al Coro della Matthäus Passion, affianca senza pregiudizi il Gloria dalla Missa Luba congolese: religiosità celeste e religiosità terrena si fondono meravigliosamente.
La musica sacra di Bach, inoltre, come nota Alessandro Cadoni, è tradizionalmente emblema di una classe colta borghese, ma viene applicata da Pasolini al modo della borgata creando un punto di rottura con la convenzionalità descrittiva imperante nel cinema, che prevedeva musiche popolari per commentare scene di gente comune, musiche di chiesa per scene religiose, ecc.. Strategia “eversiva” che accredita Pasolini come uno dei principali artefici del rinnovamento linguistico e dell’abbattimento dei luoghi comuni che investono il cinema d’autore negli anni ’60.

La vita, l’arte e, soprattutto, la morte di Pasolini hanno ispirato numerosi artisti che hanno dedicato al poeta friulano canzoni bellissime e commoventi: Lamento Per La Morte Di Pasolini di Giovanna Marini, Una Storia Sbagliata di Fabrizio De Andrè, A Pà di Francesco De Gregori, manifestano l’impatto che la forte personalità di Pasolini ha avuto anche sul mondo della musica. L’influenza in termini di tematiche, stile di scrittura e valenza letteraria è rintracciabile in molti autori contemporanei specie di scuola romana quali Franco Califano (Semo Gente De Borgata), Edoardo De Angelis (Lella), Francesco De Gregori (La Leva Calcistica Della Classe ’68), Antonello Venditti (Sora Rosa), Gabriella Ferri (Sempre) e Claudio Baglioni (E Me Lo Chiami Amore). In tutti loro è presente un scintilla del genio pasoliniano ogni qualvolta tentano di descrivere un certo tipo di realtà legata indissolubilmente al mondo delle periferie, della difficoltà del vivere ed a un tipo di umanità più povera materialmente ma più ricca spiritualmente. Chissà cos’altro avrebbe potuto fare Pasolini se quella lontana notte di novembre del 1975 non fosse mai arrivata…

Di Gabriele Gambardella

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