‘L’inferno di Dalì’. Le Opere di Salvador Dalì a Roma a La Galleria delle Arti dal 22 marzo

Negli anni ’50, in occasione del 700° anniversario della nascita di Dante, il governo italiano commissiona a Salvador Dalì, il Maestro del Surrealismo, l’illustrazione de La Divina Commedia. 

L’artista realizza un capolavoro illustrato del Novecento: 102 acquerelli, esposti per la prima volta a Roma nel 1954.

L’esposizione in Italia genera polemiche che portano Dalì a ripresentare la collezione nel 1960 al Musée Gallièra di Parigi. La mostra riscuote un enorme successo, tanto da spingere Joseph Foret a dar vita al progetto di trasformazione degli acquerelli in xilografie. Sotto la diretta supervisione del genio dell’Artista, vengono convertiti in matrici di stampa i 3500 blocchi di legno intagliati a mano ed impressi in progressiva i 35 colori di ogni tavola; tale tecnica consente, oltre a preservare tutti gli elementi cromatici, l’aggiunta delle più intense sovrapposizioni dei colori.

“Ho voluto che le mie illustrazioni per Dante fossero come delle lievi impronte di umidità su un formaggio divino, di qui il loro aspetto variopinto ad ali di farfalla.” 

Salvador Dalì

Nei rinnovati spazi de La Galleria delle Arti, storico ritrovo culturale del quartiere di San Lorenzo a Roma, a partire da martedì 22 marzo alle ore 18.30 saranno esposte le 34 xilografie che raccontano l’affascinante viaggio iconografico nell’Inferno, primo dei tre regni dell’aldilà descritti da Dante.

L’allestimento della mostra segue quello originariamente voluto da Dalì, che non rispetta l’ordine sequenziale dei canti come da opera originale. In ogni xilografia viene illustrato un verso o una terzina del canto, riportati nelle didascalie che affiancano le tavole.

Un cammino visivo che interpreta magistralmente il linguaggio del poeta fiorentino e conduce chi osserva attraverso le atmosfere oniriche ed i colori suggestivi direttamente nell’Inferno dantesco.

La Galleria delle Arti: storia del locale

La costruzione del quartiere di San Lorenzo risale al periodo tra il 1884 e il 1888, durante il grande sviluppo urbanistico che ebbe la città di Roma a seguito dell’Unità d’Italia, e si sviluppò in un’area oltre le Mura Aureliane, precedentemente agricola. La sua edificazione avvenne per accogliere gli alloggi di ferrovieri, operai ed artigiani giunti a Roma alla fine del secolo XIX per lo sviluppo urbanistico della città a cavallo tra i due secoli. Nasce quindi con una connotazione popolare che si rispecchia nelle particolari tipologie abitative. 

Durante tale periodo, nel 1885, viene costruito l’edificio che ospita La Galleria delle Arti. Inizialmente destinati agli scantinati del palazzo ad uso privato, gli spazi occupati dal locale furono utilizzati dagli abitanti del quartiere come ricovero antiaereo durante la II guerra mondiale, anche durante i drammatici bombardamenti del 19 luglio 1943, come si evince dai numerosi palazzi che mantengono il ricordo delle lesioni subite, durante i quali morirono circa 3.000 persone. 

Dalla fine degli anni Quaranta, il locale fu trasformato in una fabbrica di sedie, la ditta Croppo, che mantenne la sua attività in quel luogo fino alla fine decennio successivo. Fu quindi una balera e alle fine degli anni Sessanta, con la nascita di una nuova tipologia di fruizione del cinema che vede la nascita di sale interamente dedicate alla attività di cinema d’essai, divenne il Cineclub Sabelli, uno dei più importanti esempi di questa nuova tendenza insieme al Filmstudio 70 e il Monte Sacro a Roma. 

Il Circolo Gianni Bosio, fondato a Roma nel 1972, aprì la sua prima sede a via dei Sabelli 2; in quel periodo, a condurre le attività del Circolo c’erano Paolo Pietrangeli, i componenti del Canzoniere del Lazio, un gruppo di teatro e di musica che si era chiamato Collettivo Gianni Bosio, e varie persone sparse gravitanti nel modo della scena artistica e politica degli anni Settanta.

Dal 1986 al 1989 divenne la galleria “Artista casa delle Arti” che nel 1990 fu trasformata nella prima galleria d’arte aperta di notte a Roma ospitando mostre d’arte ma anche spettacoli di poesia contemporanea e musica etnica. 

Durante i Novanta aprì in quelle sale il DDT, storico locale della Movida Romana; a seguire il Lost’n’found e il Mads, storico locale della capitale della scena underground e punk che ospitava una ricca programmazione teatrale, le cui attività si sono concluse a metà del decennio scorso.

Ristrutturata nel 2019, la Galleria delle Arti è oggi uno spazio di 320 metri quadri di grande versatilità che ha mantenuto le caratteristiche strutturali del basamento di un edificio di fine XIX secolo: una sequenza di archi costituiti da mattoncini in laterizio, pietra e tufo, intervallati da ambienti di diversa grandezza che, esaltati come elementi architettonici, ne creano il fascino. La struttura degli spazi si configura come una lunga e monacale galleria di archi e volte che viene contrastata dagli arredi in velluto e oro dai rimandi anni Venti/Trenta.

Antonio Sorella, prof. di italianistica: ‘Sapere usare l’italiano ad alti livelli significa ragionare ad alti livelli’

Antonio Sorella è professore ordinario di Linguistica italiana dal 2002, e dal 2016 di Lingua e letteratura italiana attualmente in
servizio presso il Dipartimento Dilass dell’Università “G. d’Annunzio” di Chieti e Pescara.

Si è laureato in Lettere antiche presso la facoltà di Lettere e Filosofia di Chieti, con una tesi in Storia della lingua italiana. Nella stessa disciplina ha conseguito il Diploma di Perfezionamento presso l’Università “La Sapienza” di Roma, discutendo una tesi su I tempi storici nella prosa italiana moderna il 12/7/1983 (tutor Aurelio Roncaglia, relatore Luca Serianni, correlatore Alberto Asor Rosa).

È stato “cultore della materia” di Storia della lingua italiana presso la facoltà di Lettere e filosofia a Chieti e poi, fin dall’a.a. 1983/84, di Lingua e letteratura italiana presso la facoltà di Lingue e letterature straniere di Pescara; è autore di libri quali Dante e Bembo: storia di un disamore. L’invenzione dell’italico, un manoscritto petrarchesco perduto, controversie filologiche, cosmologiche e religiose, intrighi sentimentali e politici, saggio che indaga nel processo di formazione di Pietro Bembo come filologo volgare, nella preparazione delle aldine di Dante e Petrarca, nella stesura del suo libretto e poi delle Prose, Il personaggio nella letteratura italiana. Per il centocinquantenario pirandelliano, sui personaggi che segnano la storia letteraria, Boccaccio, Dante e Verdone, e soprattutto Dalla Russia con speranza. Racconti russi contemporanei, scritto in tempi non sospetti per contribuire a consolidare il ponte culturale tra Italia e Russia.

È ideatore e coordinatore del Master di Italianistica per l’insegnamento dell’italiano come lingua straniera dell’Università “G. d’Annunzio; ha fondato ed è direttore del CISDID, Centro Internazionale per lo Studio e la Didattica dell’Italiano e dei Dialetti (di cui fanno parte, oltre alle più prestigiose università italiane, anche molte università straniere, come Cambridge, CUNY, Heidelberg ecc.).

Ha fondato e dirige la rivista internazionale di filologia dei testi a stampa Tipofilologia (Roma-Pisa, IEPI Editore): la rivista è classificata come di classe A dall’ANVUR. Fa parte del consiglio direttivo della Casa di Dante in Abruzzo, che ha sede nel Castello Gizzi di Torre de’ Passeri; di questa Fondazione è anche Vice-Presidente. È Direttore Scientifico del Premio letterario “Città di Penne” ed ha avuto l’incarico di
Coordinatore scientifico dei Convegni internazionali organizzati in concomitanza del Premio, su Umberto Eco nel 2001, su Vincenzo Consolo nel 2005, su David Grossman nel 2008, su Carlo Verdone nel 2016.

Nel 2020 Sorella ha ottenuto dal Ministero per i Beni Culturali un finanziamento per l’organizzazione di un Convegno Internazionale su “Dante e il cinema” nel 2021 presso l’Università di Chieti, in collaborazione con la Società Dantesca Italiana di Firenze, per i Settecento
anni dalla morte di Dante.

Il Prof. Sorella terrà il convegno organizzato dall’Istituto Culturale Torqauto Tasso di Sorrento dal titolo “Il teatro del Tasso”, il prossimo 11 marzo presso il Comune della cittadina campana, concentrandosi sulle origini napoletane della drammaturgia tassiana.

 

 

 

1 Qual è secondo lei l’aspetto più rivoluzionario del teatro di Torquato Tasso?

Tasso si pone il problema del pubblico: fino ad allora, a parte qualche ammirevole eccezione (Ariosto, Bibbiena, Machiavelli) si era pensato principalmente a creare commedie o tragedie che rispondessero alle “regole” classicistiche, derivate dai modelli del teatro greco-latino o dalla trattatistica e dai commentarii antichi o umanistici. Tasso, invece, pensa a coinvolgere il pubblico con argomenti “moderni”, appassionanti e avvincenti.

2  Che tipo di rapporto intercorre tra Tasso e il magismo? In quali opere si esplica maggiormente il suo humor nero?

L’interesse per la magia e la negromanzia era già diffuso nel primo Cinquecento e Giovanni Pico della Mirandola (seguito in questo da Savonarola) aveva tuonato contro l’astrologia, ma è dopo la Controriforma che le condanne e le proibizioni scatenano un gusto morboso da parte di intellettuali e gente comune. Tasso si rifugia nel magismo anche per la sua esasperata sensibilità. Si possono trovare spunti di questo genere in quasi tutta la sua produzione.

3 Se Tasso fosse uno scrittore dei nostri giorni, come verrebe considerato dall’opinione pubblica e dai media?

Il senso del pudore non è cambiato molto dalla Controriforma alla fine del secolo scorso, non solo in Italia, ma in tutto il mondo, per varie ragioni e diverse spinte ideologico-religiose. Oggi non ci scandalizza più sentir parlare di due giovani legati nudi a un palo, ma certi doppi sensi di famosi conduttori anche delle tv pubbliche suscitano ancora la morbosità del pubblico, perché evidentemente ancora non abbiamo superato la mentalità che invalse nell’età di Tasso.

4  Si stanno avanzando richieste e proposte per l’introduzione della schwa(ə). Non pensa si tratti, come hanno già affermato molti linguisti, si una patetica battaglia ideologica che cavalca lo spirito dei tempi al grido “inclusività”?

Sì, penso che sia una delle prove della decadenza del mondo occidentale, di cui si fanno beffe i potenti stati a Oriente dell’Europa che non hanno mai avuto simili preoccupazioni.

5 Piccola provocazione. A questo punto allora perché demonizzare i nostri giovani, che magari usano il “k” per scrivere “chi”?

Il problema non è l’uso del k: bisogna vedere il contesto in cui è usato. Avere un ampio registro espressivo è un pregio non un difetto. Sapere parlare in dialetto o scrivere senza punteggiatura o con abbreviazioni (e con il famigerato k, per l’appunto) sul telefonino per essere più rapidi è una virtù, a patto che però si sappia usare correttamente l’italiano o una lingua straniera in contesti più elevati. Si possono usare anche parolacce, quando occorre e in particolari contesti, come ci ha insegnato Dante, ma poi bisogna sapere elevare il linguaggio fino ai vertici parossistici del Paradiso.

6 È d’accordo con Leonardo Sciascia quando mette in bocca al professore di Una storia semplice la frase: “L’italiano non è l’italiano: l’italiano è il ragionare”?

No, perché sapere usare l’italiano ad alti livelli significa ragionare ad alti livelli. Senza una lingua complessa, come tutte le lingue di grande cultura, non si possono fare ragionamenti raffinati, elevati, culturalmente elevati.

7 Lei è autore del libro “Boccaccio, Dante e Verdone”, edito da Cesati.  Qual è il filo rosso che unsice queste tre personalità, di cui una del mondo del cinema?

Il titolo vuole richiamare, senza scimmiottarlo, il titolo di un noto film di Verdone. Nella convinzione che si possa accostare Dante o Boccaccio a un interprete del nostro tempo, quale è Verdone, considerato non solo come regista e attore, ma come intellettuale.

8 Ha anche curato insieme a Evgènij Sìdorov l’opera “Dalla Russia con speranza. Racconti russi contemporanei”, sempre per Cesati editore. In relazione al drammatico periodo storico che stiamo vivendo, cosa sfugge ancora agli occidentali della Russia? L’invasione russa ai danni dell’Ucraina è soprattutto da ricercare della misteriosa anima dei russi?

In quanto direttore scientifico del Premio Letterario Internazionale Città di Penne-Mosca, che è giunto alla 44ma edizione, cerco di portare avanti l’idea iniziale, avuta appunto dall’ex ministro della Cultura della Federazione Russa, di creare un ponte di cultura per stimolare soprattutto i giovani a una cultura di pace. Conosco tanti intellettuali russi, scrittori, professori universitari russi, che hanno una sincera anima pacifista. Come del resto dimostra il titolo della raccolta, scelto proprio da Sidorov qualche mese fa, in tempi ancora non sospetti.

9 Machiavelli, Dante, Boccaccio, Pirandello, Tasso. Quale tra queste grandi personalità è meno studiata secondo lei? E su quale ci sarebbe ancora da dire tanto o da chiarire alcuni punti?

Sono tutti autori molto studiati. Io mi preoccuperei piuttosto del fatto che siano sempre meno letti, soprattutto dalle giovani generazioni. Io ricordo che decisi di iscrivermi a Lettere, piuttosto che ad Astrofisica, che era la mia passione, perché mi innamorai del genio di Machiavelli, dopo averlo letto e riletto molte volte, ogni volta saltando sulla sedia per l’ammirazione, l’esaltazione, la passione per l’umana genialità, tutta concentrata in un uomo che in vita mangiò tanta polvere.

10 Prossimi impegni?

Vorrei terminare i miei lavori ancora aperti, anche se tutti quasi conclusi. Una nuova edizione critica della Mandragola, l’edizione critica delle Prose della volgar lingua di Bembo, l’edizione critica delle prime commedie in prosa di Ariosto, l’edizione critica delle opere burlesche di Annibal Caro: tutti lavori cui ho applicato il metodo tipo-filologico, con grandi novità ecdotiche.

Corrado Oddi proclamato “Ambasciatore della lettura”

“Ambasciatore della lettura“; è questo il prestigiosissimo titolo conferito all’attore abruzzese Corrado Oddi dal  Centro per il libro e la lettura.

Il Cepell, istituito dal Ministero della Cultura, ha scelto come ogni anno i suoi Ambasciatori tra coloro che si sono maggiormente distinti nelle attività divulgative delle buone pratiche di lettura.

Per il 2021 è stato individuato anche Corrado Oddi per le sue molteplici attività di promozione della lettura a cui partecipa: lezioni mirate a stimolare l’interesse degli alunni verso le opere degli autori studiati nel programma didattico; narrazioni, con voce recitante, di storie, fiabe e leggende con il fine di sensibilizzare piccini e grandi alla lettura espressiva ed al racconto ma anche, e soprattutto, alla letteratura; realizzazione di Storytelling su Dante con il coinvolgimento degli studenti delle scuole superioriLecturae Dantis con l‘obiettivo  di rendere più fruibili ed immediati delle opere di Dante Alighieri, ed in particolar modo della Divina Commedia, quest’anno più che mai in occasione della ricorrenza dei 700esimo anno della morte del Sommo Poeta; e altre iniziative volte ad avvicinare studenti e famiglie al mondo della lettura

Il Ministero ha inteso così riconoscere a Corrado Oddi, laureato in Materie Letterarie, l’impegno profuso negli anni, in varie vesti ma sempre con la stessa professionalità, per la diffusione della cultura del libro a persone di qualsiasi età e di qualsiasi grado di istruzione.

“In un’epoca – scrive Angelo Piero Cappello, direttore del Cepell, nella lettera indirizzata ai nuovi Ambasciatori della lettura- in cui la diffusione delle informazioni trova nel web un formidabile acceleratore, la lettura può essere un antidoto alle false notizie, una palestra di pensiero critico un’opportunità di formazione continua dell’individuo. La lettura è tra l’altro, uno dei pilastri del diritto alla cultura affermato e tutelato dai principi fondamentali della Costituzione”.

Gli Ambasciatori designati, tra i quali Oddi, formeranno diverse comunità digitali, coordinate dal Centro. per promuovere in modo continuativo e strutturato la lettura e la conoscenza in tutte le sue forme. Saranno, inoltre, protagonisti di un evento annuale dedicato, dove potranno confrontarsi.

Sono onorato di ricevere tale riconoscimento. -ha commentato OddiCerco solo di condividere le mie passioni, tra le quali quella della lettura, con tutti: bambini, adolescenti e adulti. Leggere è un viaggio nel lessico, nell’immaginario nell’animo umano; apre orizzonti a mondi straordinari. Come diceva Proust ‘Il vero viaggio di scoperta non consiste nel trovare nuove terre ma nell’avere nuovi occhi’. Ecco la lettura ci da questi nuovi occhi, ci fa affezionare ai personaggi, alle storie e soprattutto alla vita”. 

 

‘Dante, il pellegrinaggio e le donne’, in una conferenza alla Biblioteca Casanatense

Secondo appuntamento del ciclo Le donne e Dante, promosso dalla casa editrice Il Sextante, di Mariapia Ciaghi, in collaborazione con la Biblioteca Casanatense, ricca di oltre 20.000 volumi e di cospicue rendite per l’istituzione e il futuro incremento della biblioteca, per celebrare il settimo centenario dantesco.

La biblioteca

La Casanatense, edificata per volere del cardinale Girolamo Casanate. fu inaugurata il 3 novembre 1701 e ben presto divenne una delle più importanti e fornite biblioteche del tempo, grazie a una capillare rete di contatti nei principali centri del mercato librario europeo e a un’attenta cura biblioteconomica, di cui testimonianza è il catalogo alfabetico Audiffredi allestito da G. B. Audiffredi, che la diresse dal 1759 al 1794.

I domenicani incaricano l’architetto A.M. Borioni di progettare un edificio nell’area del chiostro del convento: il risultato fu una sala di vaste dimensioni, austera e di grande eleganza, con un doppio ordine di scaffalature lungo le pareti per accogliere i volumi, scandito ancora oggi da cartigli lignei sui quali sono leggibili le indicazioni delle diverse scienze e discipline

Nel 1873 fu estesa anche a Roma la legge sulla soppressione delle corporazioni religiose, e nel 1884, al termine del lungo processo intentato dall’ordine domenicano, la proprietà della Casanatense passò definitivamente allo Stato italiano

Dante e le donne

Dopo aver affrontato le figure femminili della Divina Commedia in una conferenza tenutasi lo scorso 8 marzo, il prossimo 16 giugno sarà la volta di Il pellegrinaggio dantesco e l’incontro con Pia de’ Tolomei.

Che la Commedia sia anche un viaggio, lo si capisce sin dal primo verso, il celeberrimo «Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai per una selva oscura / ché la diritta via era smarrita».

Qui gli accenti di sesta e di decima sono sulle parole cammin e vita. La metafora della vita come cammino è dunque la prima immagine che appare agli occhi della nostra immaginazione di lettori.

Inoltre, rispetto al versetto biblico cui questo incipit allude – In dimidio dierum meorum vadam ad portas inferi (Is 38, 10) -, Dante aggiunge due elementi: inserisce proprio l’immagine della vita come un cammino e sostituisce l’aggettivo possessivo singolare mio («dierum meorum») con il plurale nostra: «nostra vita».

La Biblioteca Casanatense

Questo per dire che la vicenda raccontata non è solo quella individuale di Dante Alighieri, che pure ha grande spazio in tutta la sua particolarità e specificità storica, ma è il viaggio di ognuno di noi verso la propria casa, il luogo cui sente di appartenere.

L’importanza del pellegrinaggio

Nel Medioevo cristiano il pellegrinaggio assume un forte rilievo non solo sociale e spirituale ma anche simbolico, proprio perché viene inteso come una metafora della condizione terrena dell’homo viator, in cammino verso la patria celeste («in patria»).

Gli incontri del Poeta con le donne, nel lungo viaggio della Commedia, sono il filo conduttore del secondo appuntamento del ciclo Le donne e Dante, cui partecipano Lucia Marchi, direttrice della Biblioteca, Mariapia Ciaghi, editrice de Il Sextante e direttore editoriale di Eudonna, Renata Adriana Bruschi, coordinatrice di La Maremma per Dante, l’attrice Federica Bassetti e lo scrittore e poeta Giuseppe Strazzi.

Nel corso della conferenza si parlerà anche delle tante donne che, in ambito accademico, hanno studiato e studiano Dante, ma il cui lavoro non sempre è riconosciuto.

La conferenza si terrà, nel rispetto delle normative anti-covid, il 16 giugno alle ore 16,30 presso la Biblioteca Casanatense, in via Sant’Ignazio 52. Per informazioni 066976031 – b-casa.promozione@beniculturali.itwww.casanatense.beniculturali.it.

 

La nuova lingua nazionale dei mass media

Ci sono alcuni studiosi della lingua che pensano che in fatto di linguaggio siamo conservatori. Ciò era un’ipotesi accreditata ai tempi in cui era necessaria un’invasione straniera per il cambiamento di una lingua. Ma oggi?

Oggi assistiamo ad uno stravolgimento continuo dell’italiano comune, che ci hanno insegnato a scuola. Quante nuove parole ci vengono imposte dal linguaggio omologato dei nuovi mass media, dai gerghi giovanili, dai linguaggi settoriali delle nuove scienze, dall’informatica e dall’economia? Chi parla più oggi veramente italiano?

Diciamo che attualmente riusciamo ancora a scrivere in italiano perché forse la sintassi e l’ortografia sono più “salde” della fonetica e del lessico. Nel nostro Paese c’è sempre stata una linea di demarcazione netta tra parlato e scritto. Sono stati pochi gli scrittori che hanno scritto nello stesso modo in cui parlava realmente la popolazione.

Scrittori e poeti hanno scelto prevalentemente il toscano. La lingua adoprata dagli intellettuali è stato il volgare di Dante, Petrarca, Boccaccio (le tre “corone” di Machiavelli nel “Discorso o dialogo intorno alla lingua”). Lo stesso Ariosto rivide il suo “Orlando Furioso” ed eliminò molti termini padovani ed introdusse molti toscanismi.

Anche Galilei utilizzò il toscano per la divulgazione scientifica; è da secoli che è avvenuta la toscanizzazione della letteratura italiana. Per non parlare poi di Manzoni che andò a sciacquarsi i panni in Arno. Fu proprio Manzoni a capo di una commissione del ministero della Pubblica Istruzione a stabilire che la lingua nazionale dovesse essere il fiorentino.

Chiaramente non tutte le caratteristiche del dialetto fiorentino sono diventate lingua nazionale, come ad esempio la c intervocalica aspirata, il togliere la desinenza re all’infinito dei verbi, il coniugare noi e il si impersonale. Don Milani anni fa era dell’idea che i poveri rinnovassero la lingua e che i ricchi la cristallizzassero.

I nuovi mass media oggi sono gli unici capaci di rinnovare e cristallizzare la lingua italiana. E penso anche che le televisioni soprattutto ci impongano un nuovo italiano: un italiano milanesizzato, che prende spesso a prestito termini dei linguaggi settoriali, espressioni colorite dei gerghi giovanili, inglesismi vari.

D’altronde Mediaset è a Cologno Monzese, le grandi case editrici si trovano quasi tutte nel Nord. Alla RAI si adeguano a parlare il milanese. Al Centro e al Sud è rimasto ben poco. Quando i giornalisti televisivi intervistano persone molto spesso vanno nel centro di Milano. Tutto il resto dell’Italia sembra periferico.

Chomsky qualche anno fa sostenne che un dialetto poteva diventare una lingua nazionale grazie ad un esercito. In Italia la lingua nazionale è stata imposta grazie ad un’egemonia culturale. Da qui in avanti sarà imposta tramite un’egemonia mediatica (gli scrittori oggi contano ben poco): un’egemonia mediatica, che in fin dei conti rappresenta anche l’egemonia industriale del Nord.

Le televisioni generaliste non ci propongono continuamente forse la parlata milanese come dizione corretta dell’italiano? Le show-girl che fanno i corsi di dizione non imparano forse a parlare un milanese privo di termini dialettali? I conduttori non adoprano forse una cadenza milanese o settentrionale?

Oggi se uno va in televisione deve farlo senza inflessione dialettale, a meno che non sia un comico oppure a meno che non sia il familiare di una vittima o un cosiddetto caso umano. Per tutti gli altri non ci sono scusanti. Neanche la parlata toscana è più consentita. È avvenuta da tempo la milanesizzazione della lingua italiana.

Oggi un Leopardi con una cadenza marchigiana forse non bucherebbe il piccolo schermo. E tutto ciò è ingiusto e inappropriato: è alquanto stupido perché presuppone la concezione implicita che chi risiede al Nord sia superiore a chi vive nelle isole, nel Centro e nel Sud. Eppure il Nord così produttivo per arricchirsi ha avuto bisogno in passato ed ancora oggi ha bisogno di tutti gli italiani.

Milano sarebbe ben poco se fosse stata solo dei milanesi. Anche Torino sarebbe stata ben poca cosa con i soli torinesi. Infine nascere al Centro o al Sud non è una colpa, così come non è una colpa avere un accento toscano o meridionale.

 

Davide Morelli

 

Pensieri sparsi su Borges, di Davide Morelli

Borges è stato senza dubbio uno dei più grandi scrittori del Novecento. La sua cultura è stata enciclopedica. La sua memoria è stata prodigiosa. Forse talvolta Borges ha avuto paura di essere come il suo Funes. Ricordo che per il Funes la memoria sprovvista di filtro ed incapace di oblio era diventata “un deposito di rifiuti” e aveva reso il personaggio sovraccarico di letture e di sensazioni al punto da non riuscire più a pensare. Forse questa era una sua ossessione.

Di sicuro sappiamo di altre sue ossessioni. Ad esempio odiava il calcio perché aveva paura delle folle. Aveva l’ossessione degli specchi perché moltiplicavano l’uomo e la copula. A qualcuno talvolta Borges potrebbe apparire come un reazionario. Ma se è vero che non si impegnò mai in politica, è altrettanto vero che fu cieco per buona parte della sua vita. Infatti perse la vista sia perché affetto da una grave forma di miopia, sia perché leggeva forsennatamente. Va ricordato anche che per Borges il miglior assetto politico e sociale era quello che conciliava il massimo della libertà individuale con un minimo di governo. Non un reazionario quindi, ma un intellettuale disincantato.

I suoi scritti sono colmi di miti, metafore, paradossi. La sua è una letteratura fantastica. D’altronde la letteratura nell’antichità era sempre fantastica: era innanzitutto cosmogonia e mitologia. I maestri di Borges sono stati Dante, Kafka, Pascal, Whitman, Cervantes, Keats, Valery.

Borges è stato anche un profondo conoscitore della letteratura orientale, tanto è vero che nei suoi saggi fa più volte riferimento alle “Mille e una notte”. È grazie alla vastità delle sue letture che creerà il racconto “La ricerca di Averroè”, in cui narra di questo medico arabo che chiuso nell’ambito dell’Islam cerca di tradurre le parole “commedia” e “tragedia” da uno scritto di Aristotele.

Lo scrittore argentino in poche pagine mette in evidenza magistralmente i limiti gnoseologici della traduzione perché Averroè lavora vanamente e non conosce minimamente il contesto storico e culturale dell’antica Grecia. Lo scrittore sudamericano non disdegna neanche la filosofia. Infatti da Berkeley prenderà a prestito l’idea di un Dio che sogna il mondo, mentre da Platone riprenderà la concezione del tempo come “immagine mobile dell’eternità”.

Inoltre nella sua raccolta di saggi “Discussioni” illustrerà in modo illuminante uno dei cardini della filosofia di Nietzsche: l’eterno ritorno. Si veda a questo proposito il tempo circolare, secondo il quale l’universo sarebbe composto da quanti d’energia illimitati per la mente umana ma non infiniti. Una volta esauritesi tutte le combinazioni tra i quanti di energia si ripeterebbero gli eventi. Questa idea è alla base dell’arte combinatoria di Borges. Una delle sue tematiche di fondo infatti è che la casistica del mondo è vasta ma limitata. Ecco spiegato perché nei suoi racconti fantastici esistono personaggi che a distanza di secoli commettono le stesse azioni o creano le stesse opere. Da qui deriva la concezione borgesiana secondo cui “nessuno è qualcuno e ciascuno è tutti”, espressa nel suo racconto “L’immortale” nell’ “Aleph”. Partendo quindi dal presupposto che siamo sempre gli stessi e viviamo svariate vite possiamo essere in tempi diversi santi e assassini, scrittori e analfabeti, guerrieri o codardi. Perderemmo quindi la nostra individualità. Perderemmo i meriti e i demeriti della singola esistenza.

La biblioteca, la sfera e il labirinto sono i simboli più importanti dell’opera narrativa di Borges.

Per quanto riguarda la produzione poetica i simboli che spiccano sono la rosa e la tigre. In “Finzioni” la biblioteca di Babele è “una sfera il cui centro esatto è qualsiasi esagono e la cui circonferenza è inaccessibile”. I bibliotecari che vivono tutta la vita in un angolo della biblioteca sono alla perenne ricerca del “libro totale”, ovvero dell’opera che può racchiudere il significato ultimo. Borges ci dice che i bibliotecari alla fine si scoraggiano perché nessuno riesce a trovarlo.

Trovare quel libro significherebbe carpire il segreto dell’esistenza. Ma lo scrittore ci fa sapere che probabilmente la razza umana si estinguerà e la biblioteca sopravviverà ai suoi lettori. La biblioteca è quindi il simbolo della conoscenza universale. Veniamo invece alla sfera, ovvero all’Aleph. Questo ultimo è “il luogo dove si trovano, senza confondersi, tutti i luoghi della terra, visti da tutti gli angoli”. La sfera quindi è per Borges il luogo che permette all’uomo di travalicare gli angusti limiti della propria percezione visiva e della propria corporeità.

Se la biblioteca è simbolo della conoscenza, invece la sfera è simbolo dell’esperienza, a mio modesto avviso. Per Borges il libro è sempre stato un labirinto di simboli: un’opera aperta in cui il lettore può scegliere tra diverse alternative. Se il labirinto però sembra descrivere il groviglio inestricabile dell’esistenza umana dobbiamo riferire che è per Borges un simbolo di vita e non di morte. Infatti nell’ “Aleph”, più esattamente nel racconto “I due re e i due labirinti”, due sovrani si sfidano tra loro.

Il primo rinchiude il secondo nel labirinto, ma questo ultimo riesce a uscirvi. Il re fuggito dal labirinto invece fa prigioniero l’altro e lo mette nel deserto in cui morirà di fame. Borges in definitiva ci insegna che l’uomo senza l’attività simbolica sarebbe niente. In fondo per gli antropologi l’uomo è giunto alla civiltà quando è iniziato il culto dei morti: riti e pratiche che senza capacità simboliche non sarebbero esistite. Borges ci ricorda anche che la vita umana è una vita in profondità.

 

Di Davide Morelli

La critica tematica e la sua importanza in relazione alla letteratura e ai nuovi campi di indagine

La critica tematica ha rivelato una straordinaria vitalità nella seconda metà del 900, tanto che diverse discipline come il folklore, la psicologia, la linguistica hanno manifestato un grande interesse per questo campo di indagine. L’attenzione per questo approccio critico è sempre rimasta stabile, il dibattito tra gli studiosi ha seguito due linee: da un lato si è concentrato sul tema in relazione ad altre discipline, come l’antropologia e la psicologia, dall’altro nel corso del tempo l’attenzione si è spostata sulla critica letteraria.

Un importante contributo al dibattito sulla critica è venuto dalla pubblicazione di importanti repertori tematici, come il ‘dizionario dei temi letterari’ che disegna un percorso sia di tipo cronologico, che basato un approccio tipologico, seguendo un criterio che mira ad evidenziare una serie di connessioni all’interno del quale il tema vive e si evolve.

Negli anni 90 Sollors si è fatto portavoce della necessità di un ritorno alla critica tematica, il suo interesse è dovuto all’attenzione rivolta dalla letteratura a nuovi campi di indagine con gli studi culturali e gli studi di genere. Una delle tendenze più recenti si concentra sul motivo; Cesare Segre ha suggerito il primato del motivo sul tema, per Segre tema e motivo sono presenti in un testo, essi possono essere parole, frasi o gruppi di frasi che intuiscono un significato autonomo. Ciò non vuol dire che tema e motivo sono sinonimi. tra gli anni 80 e 90 del 900, un avvicinamento tra l’estetica e la critica letteraria, che ha portato un nuovo interesse per l’autore e l’opera, si è assistito a una nuovo modo di vedere la tematica umanistica, che riprende la tradizione degli studi sul mito, il simbolo e il linguaggio. Questa nuova corrente ha sfruttato gli incontri con la semiotica, la linguistica e la biologia.

La tematica umanistica considera il tema un concetto carico di significato inserito in una rete di rapporti testuali, sociali e culturali alla quale discipline come la biologia e l’antropologia danno un contributo significativo. il discorso sulla critica tematica affonda le radici nel passato e conosce importanti sviluppi nel presente. Viene sviluppata una ricerca che ripercorre i temi e i topoi in letteratura, come il tema del Faust o le numerose riscritture di romanzi medievali, come Tristano, o la figura del demonio.

Nella seconda metà del 900 l’approccio tematico è stato al centro degli interessi degli studiosi, non si può dire che la critica tematica sia emersa soltanto in epoca moderna. La letteratura riflette sul significato del tema fin dall’antichità. Nello Ione di Platone, Socrate mette in relazione temi della poesia di Omero con la forma e lo stile della poesia in un confronto implicito con gli altri poeti. Aristotele nella Poetica parla delle tragedie e del loro motivo principale: il riconoscimento. Orazio ne nell’Arte Poetica dice che il poeta deve scegliere il tema da trattare nell’opera e dichiararlo fin dall’inizio. San Girolamo nella lettera a Eliodoro riprende il discorso sul tema e sostiene che è difficile trovare le parole per trattarlo.

Dante nell’Epistola a Cangrande introduce la Commedia con un riferimento al duplice significato, letterale e allegorico, del tema di un’opera. Nel 500 Giambattista Giraldi Cinzio elenca temi, motivi e topoi usati dall’autore Torquato Tasso sostiene che il tema della letteratura sia la vita; anche Goethe spiega l’importanza del tema, dicendo che la materia del poeta viene dal mondo, mentre il contenuto nasce dalla sua mente. Baudelarie sostiene che i temi servono a risvegliare l’attenzione del pubblico.

Distinzione tra critica tematica e tematologia. La tematologia si occupa del raggruppamento analitico dei temi, mentre la tematica riguarda lo studio dei temi. La tematologia ha a che fare con la metamorfosi del tema in testi diversi, la seconda analizza temi che possono rivelare il carattere unitario di un testo. molte difficoltà emergono nei tentativi di dare una definizione di tema, soprattutto per la mancanza di proposte metodologiche omogenee, inoltre a complicare il dibattito si aggiungono tutti i termini imparentati con il tema: motivo, topos, soggetto, simbolo. Ad esempio la distinzione tra tema e motivo è decisamente confusa. La discussione sull’argomento deve molto all’analisi teorica di Tomasevskij che sostiene che il tema di un testo è formato da tanti elementi minori, che a loro volta presentano altri elementi di dimensioni inferiori: i motivi.

‘Dantedì’: Una giornata per celebrare Dante, il “Sommo Poeta” e la nostra identità

A partire dall’anno corrente, il 25 marzo non sarà più considerato un giorno qualunque. Il Ministero dei Beni Culturali ha istituito nella sunnotata data il Dantedì, giornata dedicata alla celebrazione del “Sommo Poeta” Dante Alighieri. Infatti, proprio nel 2021, ricorrerà il 700esimo anniversario della morte del “padre della lingua italiana”.  In occasione di questa festa letteraria ognuno di noi è invitato a partecipare e a dare il proprio contributo. In che modo? Leggendo, “postando” sui social, declamando, o semplicemente citando i meravigliosi versi che hanno unito milioni di generazioni e che continueranno ad unirle anche in questo momento non facile. Permettendo a tutti di farsi avvolgere dal potere eternante della poesia in un unico abbraccio collettivo, dal sapore “familiare”.

Sarebbe tuttavia impossibile riportare l’opera dantesca, intera e meravigliosa, per cui saranno di seguito scelti per ogni cantica, alcuni versi che, leggeremo insieme virtualmente, cercando di onorare, nel nostro piccolo un poeta di enorme levatura.

Inferno: l’incontro con i due amanti “maledetti” Paolo e Francesca.

Amor ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.                 102                     

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.                    105

Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense».
Queste parole da lor ci fuor porte.                                 108

(Inferno, canto V, vv. 100-108).

Quando leggemmo il disiato riso                                   
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,                             135
la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante.                     138

(Inferno, canto V, vv. 133-138).

Chi non ha mai studiato questi versi soavi a scuola?

Le parole di Francesca trasudano amore e passione per Paolo, suo cognato. Un amore tortuoso e fedifrago, nato per caso, leggendo il romanzo di Lancillotto. Ma come dice Francesca “chi è amato non può non ricambiare amore” quello stesso amore che li ha eternamente condannati.

Purgatorio: Dante e il “dolce stil novo”.

Ma dì s’i’ veggio qui colui che fore        
trasse le nove rime, cominciando
Donne ch’avete intelletto d’amore‘».                             51

E io a lui: «I’ mi son un che, quando
Amor mi spira, noto, e a quel modo
ch’e’ ditta dentro vo significando».                                  54

«O frate, issa vegg’ io», diss’ elli, «il nodo
che ‘l Notaro e Guittone e me ritenne
di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo!                                  57

(Purgatorio, canto XXIV, vv. 49-57).

quand’ io odo nomar sé stesso il padre
mio e de li altri miei miglior che mai
rime d’amore usar dolci e leggiadre;                              99

(Purgatorio, canto XXVI, vv. 97-99).

Nel XXIV canto del Purgatorio Bonagiunta Orbicciani da Lucca (notaio e poeta lucchese) presenta Dante come “colui che fore trasse le nove rime, cominciando ‘Donne ch’avete intelletto d’amore’” indicando nella canzone del poeta fiorentino il manifesto del “dolce stil novo” dantesco, e di conseguenza Dante stesso, come seguace di questo nuovo stile poetico, inaugurato da Guido Guinizzelli (poeta bolognese) con la canzone “Al cor gentil rempaira sempre amore”. Dante, di fatti, nel canto XXVI, indica proprio lo stesso Guinizzelli come “il padre meo e de li altri miei miglior che mai rime d’amor usar dolci e leggiadre.” Inoltre Bonagiunta specifica di trovarsi da una parte opposta del “nodo” di questa nuova poetica e quindi di non farne parte insieme a Iacopo da Lentini (il Notaro, esponente della Scuola siciliana) e Guittone d’Arezzo (in seguito Fra Guittone, esponente della cosiddetta “Scuola toscana”).

Paradiso: San Bernardo e la Preghiera alla Vergine

«Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d’etterno consiglio,                                     3

tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che ‘l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.                                     6

(Paradiso, canto XXXIII, vv. 1-6).

Or questi, che da l’infima lacuna
de l’universo infin qui ha vedute
le vite spiritali ad una ad una,                                            24

supplica a te, per grazia, di virtute
tanto, che possa con li occhi levarsi
più alto verso l’ultima salute.                                             27

E io, che mai per mio veder non arsi
più ch’i’ fo per lo suo, tutti miei prieghi
ti porgo, e priego che non sieno scarsi,                           30

perché tu ogne nube li disleghi
di sua mortalità co’ prieghi tuoi,
sì che ‘l sommo piacer li si dispieghi.                               33

(Paradiso, canto XXXIII, vv. 22-33).

O somma luce che tanto ti levi
da’ concetti mortali, a la mia mente
ripresta un poco di quel che parevi,                                69

e fa la lingua mia tanto possente,
ch’una favilla sol de la tua gloria
possa lasciare a la futura gente;                                       72

ché, per tornare alquanto a mia memoria
e per sonare un poco in questi versi,
più si conceperà di tua vittoria.                                         75

(Paradiso, canto XXXIII, vv. 67-75).

ma non eran da ciò le proprie penne:
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne.                            141

A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ‘l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa,                              144

l’amor che move il sole e l’altre stelle.

(Paradiso, canto XXXIII, vv. 139-145).

Il canto conclusivo si apre con un’emozionante preghiera alla Vergine Maria da parte di San Bernardo con cui il santo intercede affinché anche Dante possa assistere alla visione di Dio, e che la Madre possa liberarlo dagli impedimenti terreni. Il Santo riesce nel suo intento e Dante visibilmente commosso volge lo sguardo verso l’alto per contemplare la suprema beatitudine. Sebbene il poeta sia umano, e quindi la “memoria non può seguire l’intelletto”, prega la luce divina affinché possa ricordare questo mirabile evento e possa tramandare alle generazioni future almeno un barlume della gloria divina. Il suo desiderio viene esaudito da un’improvvisa folgorazione che lo rende degno di comprendere Dio e di conoscere l’amore divino che “move il sole e l’altre stelle”.

Exit mobile version