Luchino Visconti, gattopardo imperfetto tra neorealismo e decadentismo

Decadente, nostalgico, melodrammatico. È Luchino Visconti, maestro del cinema italiano tra neorealismo e decadentismo, autore di capolavori immortali tra Tomasi di Lampedusa e Proust

Il neorealismo di Luchino Visconti

Il cinema italiano ha ospitato grandi registi che hanno reso noto il neorealismo in tutto il mondo. Attraverso opere come Roma città aperta o Ladri di biciclette.

Raccontando un’Italia semidistrutta, ma capace di grandi speranze sociali, tra lo squallore del secondo dopoguerra. Ogni regista diede un suo contributo alla creazione di un canone neorealista, con i suoi attori presi dalla strada, i set nelle strade della città e non solo negli studi, l’adesione a principi politici come il marxismo e l’antifascismo.

Ossessione e La terra trema

A questo canone appartiene anche Luchino Visconti, regista di estrazione aristocratica, che nel 1943 dirige il primo vero film neorealista: Ossessione.

In esso si mostrano i temi del movimento di De Sica e Rossellini, dalla rottura con la correttezza del cinema dei telefoni bianchi all’attenzione per la resa dei contesti sociali. Riprendendo i temi del naturalismo francese e del verismo, stravolgendoli e attualizzandoli.

Non è un caso che La terra trema, secondo film di Visconti, finanziato dal PCI, si rifaccia ai Malavoglia di Verga, stravolgendone la sceneggiatura, introducendo il dialetto siciliano, che nell’opera letteraria era solo accennato.

Nostalgia e decadentismo

Poi, a partire dagli anni ’50-’60, il neorealismo si decompone, proiettando i suoi registi verso altri filoni. De Sica verso il cinema nazional-popolare di ieri oggi e domani, Fellini (che pur era stato neorealista a modo tutto suo) verso un cinema onirico e magico.

Visconti, che chiude i conti col neorealismo con il film Bellissima, aspra critica sociale e constatazione del fallimento degli ideali neorealisti, si cimenta in un cinema fatto di nostalgia e intimismo.

Senso

Il primo punto di rottura è Senso, tratto da una novella di Camillo Boito (fratello del più noto Arrigo), del 1954. L’opera descrive l’amore tra un ufficiale austriaco, Franz Mahler, e una nobildonna italiana, di ideali risorgimentali, sullo sfondo di una Venezia decadente durante il risorgimento.

Il film è la constatazione del risorgimento come rivoluzione tradita, della critica alla guerra, ma soprattutto la presa di coscienza del la fine di un mondo. Il mondo aristocratico e antico schiacciato dalla borghesia e dalla storia.

La grandezza di senso sta proprio nell’introduzione di temi marcatamente decadenti. La fine del mondo ottocentesco e l’avanzata della società di massa, il culto del melodramma e della bellezza, reso tramite fuori campo che creano omaggi al mondo del melodramma e del teatro.

Mostrando in ogni inquadratura riferimenti alla pittura ottocentesca, soprattutto ad Hayez, rendendo la scenografia come un perenne teatro dell’opera. Impreziosendo il film di elementi aristocratici ed estetizzanti.

Il Gattopardo

Estetizzazione del mondo aristocratico e nostalgico che è il centro di uno dei capolavori del cineasta milanese: Il gattopardo (1963), tratto dall’omonimo romanzo del principe Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

Si tratta di un film che, secondo la volontà di Visconti, voleva trovare la perfetta sintesi tra Mastro Don Gesualdo di Verga e Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust.

Il risultato è un kolossal unico che riesce a condensare il meglio della poetica e dello stile del regista. La storia è ambientata nella Sicilia dell’ottocento a cavallo tra la fine del regno delle Due Sicilie e l’inizio del neonato regno d’Italia.

I protagonisti sono i membri di una famiglia nobile siciliana, implicata con i Borbone, che vive una vita rigida e lussuosa, affascinante e anacronistica.

Trama e contenuti del film

Rappresentante di questo mondo è il principe Salina (Burt Lancaster), nobile pessimista e disilluso, conscio della fine del dominio del mondo aristocratico meridionale che di fronte all’avanzare delle nuove generazioni, spregiudicate e tessitrici, rappresentate dal giovane Tancredi (Alain Delon), e all’ascesa della ricca borghesia, è amareggiato per un mondo che vede sgretolarsi.

Un mondo fatto di ritualità, di convenzioni sociali, di una routine immobile e fuori dal tempo. Proprio nella resa di questo contesto Visconti mostra il suo stile decadente ed estetizzante.

Le pose, le abitudini, le formalità di questo ambente vengono raccontate e approfondite immergendo lo spettatore in scenari fastosi ed affascinanti. Attraverso una cura maniacale del dettaglio, l’utilizzo frequente di campi lunghi per creare una atmosfera da melodramma. Teatrale e magnifica, ma anche immobile e decadente.

Il principe Salina

Di questa epoca finita il principe Salina è l’ultimo rappresentante, che mostra la propria incompatibilità con la spregiudicatezza e l’ambizione di Tancredi e del mondo borghese (“Se non ci siamo anche noi, quelli ti combinano la repubblica in quattro e quattr’otto. Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”).

Che però asseconda spingendo Tancredi verso la figlia del ricco borghese don Calogero (Claudia Cardinale), interrompendo la continuazione della tradizione nobiliare.

È il vinto della storia che di fronte ad un mondo che muore verso cui sente simpatia e affetto sceglie la via del ritorno, chiudendosi pessimisticamente nella propria oasi di raffinatezza:

“Sono un esponente della vecchia classe, fatalmente compromesso con il passato regime, e a questo legato da vincoli di decenza, se non di affetto. La mia è un’infelice generazione, a cavallo tra due mondi e a disagio in tutti e due. E per di più, io sono completamente senza illusioni.

Che se ne farebbe il Senato di me, di un inesperto legislatore cui manca la capacità di ingannare se stesso, essenziale requisito per chi voglia guidare gli altri?

No Chevalley, in politica non porgerei un dito, me lo morderebbero. Siamo vecchi, Chevalley. Molto vecchi. Sono almeno venticinque secoli che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche ed eterogenee civiltà. Tutte venute da fuori, nessuna fatta da noi, nessuna che sia germogliata qui.

Da duemilacinquecento anni non siamo altro che una colonia. Oh, non lo dico per lagnarmi, è colpa nostra. Ma siamo molto stanchi, svuotati, spenti.”

Gruppo di famiglia in interno

Temi quelli del Gattopardo che verranno poi ripresi ben undici anni dopo nel 1974 con la pellicola Gruppo di famiglia in interno (1974), in cui il protagonista (Burt Lancaster), interpreta un anziano professore universitario che, ritirato dalla vita, si dedica allo studio e alla cultura in uno splendido palazzo-biblioteca.

La residenza del professore è un appartamento ricercatissimo in cui i quadri, i manoscritti antichi, i pizzi e le porcellane, creano una atmosfera sospesa e ricercata, in cui il suo protagonista si specchia e confonde, in una quiete dottissima.

Quiete turbata dall’arrivo della marchesa Brumonti, di sua figlia col compagno, e di Konrad, giovane amante dal passato extraparlamentare e una vita dissoluta.

Il film, girato solo tra le mura domestiche, racconta l’intromissione di questi personaggi nella vita del professore, allegoria dell’intromissione del mondo moderno, con cui il protagonista inizia a dialogare, finendone deluso e disgustato.

Un film allegorico

Diventando involontariamente padre di questa assurda famiglia. Famiglia in cui si inscenano le finzioni e i pregiudizi del mondo borghese degli anni 70. Colpito dalle spinte pseudorivoluzionarie del ’68, da una borghesia ancora più cinica e spregiudicata, involutasi col consumismo.

Mostrando la totale idiosincrasia dell’intellettuale con la società consumista e turbolenta. Anche il professore è un vinto, come il principe salina, è il ritratto malinconico di relitto di un mondo passato, che plasmato sulla vita solitaria e claustrofobica dell’anglista Mario Praz, mostra un lato ancora più intimista e nostalgico.

Affidandosi proustianamente alla memoria, alla letteratura, la forma fisica dei ricordi. Sentendosi fuori posto oppresso dalla presenza annientante della morte:

“C’è uno scrittore del quale tengo i libri in camera mia e che rileggo continuamente, racconta di un inquilino che un giorno si insedia nell’appartamento sopra il suo, lo scrittore lo sente muoversi, camminare, aggirarsi, poi tutt’a un tratto sparisce e per lungo tempo c’è solo il silenzio. Ma all’improvviso ritorna, in seguito le sue assenze si fanno più rare e la sua presenza più costante: è la morte”.

L’anacronismo di Luchino Visconti

In questi film Visconti mostra il suo lato più nostalgico e decadente, reazionario e anacronistico. Profondamente critico verso la borghesia (verrà infatti considerato sempre un compagno di strada del Pci) e nostalgico di un mondo che sa in rovina, oppresso dalla figura opprimente della morte.

In cui si riconosce la grande trazione decadente, un fascino aristocratico e raffinato. Cullato in quel mondo morto, reso magnifico dalla convinzione proustiana che crede che ogni paradiso è paradiso perduto.

Un gattopardo milanese che nonostante le stroncature della critica comunista, si affianca al partito, che si confronta col mondo moderno , rimanendone deluso e disgustato, ritornando all’arte. Lui, un gattopardo imperfetto.

 

Francesco Subiaco

La casa editrice Pan di Lettere annuncia l’uscita di ‘Nell’Inferno’ di Arturo Onofri

Per la prima volta, grazie all’accurato lavoro della studiosa Magda Vigilante, sono stati editi i racconti raccolti nell’Archivio Arturo Onofri della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, i quali testimoniano una diversa attività di Arturo Onofri conosciuto come poeta la cui produzione risente, all’inizio, oltre che dei poeti francesi, di Pascoli e soprattutto di D’Annunzio, adottando modi d’un titanismo estetizzante, sfiorando anche il crepuscolarismo e le esperienze dei primi vociani.

Al tempo stesso Onofri recuperò le forme del linguaggio tradizionale per ricavarne significati religiosi, profondi e positivi, per affermare la forza della voce poetica, la sua capacità di entrare in contatto con i valori più autentici della natura e della storia.

Nell’Inferno di Onofri: un libro a tinte gotiche

Si tratta di tre racconti che risalgono a una fase molto giovanile dell’autore, nella quale è manifesta la sua adesione al Simbolismo e al Decadentismo. Nell’Inferno, dalle tinte gotiche, è il racconto più lungo, che dà il titolo alla raccolta.

“Un freddo intenso gli faceva battere i denti, insonne, si girava e rigirava nel letto, mentre ascoltava i lugubri rintocchi di un campanile vicino. In un attimo di tregua concesso da un breve sogno gli appariva un paesaggio idilliaco nel quale avrebbe voluto sostare per sempre. Era solo un’illusione, però, che svaniva nel risveglio angoscioso durante il quale s’udiva un rumore ossessivo, un misterioso respiro di cui non comprendeva la provenienza.”

La curatela di Magda Vigilante

Magda Vigilante è nata e vive a Roma. Laureata in Lettere alla Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, ha conseguito il dottorato in italianistica presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”. È stata bibliotecaria presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma.

Da anni dedica le sue ricerche ad autori italiani del Novecento. Ha curato i volumi: Arturo Onofri, Poesie e prose inedite (1920-1923), Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, [1989]; Id., I quaderni di Positano, Pistoia, Via del Vento, 1999; Id., Arioso. Orchestrine, Lavis (Tn), La Finestra editrice, 2002. Ha pubblicato il volume: L’eremita di Roma. Vita e opere di Giorgio Vigolo, Roma, Fermenti, 2010. Di Giorgio Vigolo ha curato i volumi Lirismi. Scritti poetici giovanili (1912-1921), Roma, Edizioni della Cometa, 2003; Roma fantastica, Milano, Bompiani, 2013; Le notti romane Roma, Edilet, 2015.

Ha scritto la voce Giorgio Vigolo nell’antologia: Marco Albertazzi Marzio Pieri Gli invisibili. Antologia-Saggio del 900 Poetico, Lavis (Tn), La Finestra editrice, 2008. Ha curato di Gianna Manzini il volumetto Il merlo e altre prose, Pistoia, Via del Vento, 2005. Ha pubblicato il saggio La poesia di Onofri come immagine del Verbo in P. Gibellini, La Bibbia nella letteratura italiana, vol. II, L’età contemporanea, Brescia, Morcelliana, 2009. Suoi saggi critici sono stati pubblicati sulle riviste: «Studi novecenteschi», «Critica letteraria», Il 996, rivista del Centro Studi Belli, «Campi Immaginabili», Pagine, «Poeti e poesia» e sulla rivista on-line «Fili d’aquilone».

Joris-Karl Huysmans: dall’abisso alla fede cattolica

Joris-Karl Huysmans nasce a Parigi nel 1848; di origine fiamminga, è funzionario presso il Ministero degli interni dal 1868, si dedica alla letteratura sotto l’influenza di Zola: al naturalismo infatti si possono ricondurre i suoi primi romanzi, Marta, storia di una fanciulla, La sorelle Vatard e il racconto Zaino in spalla, che Zola raccoglie nelle Serate di Médan, antologia di scrittori naturalisti da lui stesso curata.

Gli esordi di Huysmans

Già nel romanzo successivo, Alla deriva, si manifesta un primo distacco dai temi e dai toni naturalistici, che verrà definitivamente sancito da Controcorrente, libro simbolo del Decadentismo.

Dopo anni di inquietudini spirituali, Huysmans, isolatosi per qualche tempo in un monastero, si converte alla fede cattolica. Tale scelta di vita è accompagnata da nuove opere narrative: Laggiù, In cammino, La cattedrale, L’oblato. Lo scrittore muore a Parigi nel 1907.

Il romanzo-manifesto del decadentismo, Controcorrente ha per protagonista un giovane proveniente da una famiglia aristocratica decaduta per i numerosi matrimoni consanguinei e le tare tramandate con l’ereditarietà. Jean Des Essenties, “esile giovanotto di trent’anni, anemico e nervoso, dalle gote scavate, gli occhi di un azzurro freddo di acciaio”, ha passato la sua adolescenza leggendo e fantasticando.

Controcorrente: trama e contenuti

Perduti i genitori a soli diciassette anni, una volta uscito dal collegio cattolico dove è stato educato, incomincia a vivere esperienze diverse, tra ambienti di nobili, letterati, giovani gaudenti, senza mai trovare appagamento alla proprie inquietudini. Sempre più annoiato del mondo e della vita, il giovane decide di vendere il castello di famiglia, di lasciare Parigi senza dir nulla a nessuno e di ritirarsi in una casa isolata nella regione di Fonteney-aux-Roses.

Predisposta la nuova casa secondo i raffinati gusti che aveva in gioventù, Des Esseintes si circonda di fiori, essenze profumate, mobili pregiati, tappezzerie, quadri, piante inconsuete, per soddisfare in continuazione il piacere di godere delle sensazioni provocate dalla bellezza.

Le sue giornate sono riempite dalle letture degli autori cari: prima di tutto gli scrittori delle età di decadenza quali Petronio e Apuleio, poi molti scrittori di pagine religiose e mistiche, infine qualche contemporaneo come Flaubert, Zola e soprattutto i poeti nuovi quali Baudelaire e Verlaine.

Il fascino della decadenza

L’isolamento, il continuo riandare al passato, la sostituzione di condizioni artificiali a quelle naturali, provocano in lui una grave nevrosi, per curare la quale deve abbandonare il suo rifugio e ritornare a Parigi. All’atto della partenza invoca la fede religiosa per recuperare una speranza di vita ormai del tutto perduta.

Controcorrente riassume nei caratteri del protagonista i tratti di molti intellettuali che eleggono la bellezza a loro guida: una bellezza da ritrovare negli oggetti e da ricercare nei libri da leggere, in nome di una distinzione evidente da tutto ciò che appartiene al mondo della maggioranza. Il rifiuto della civiltà contemporanea in nome dell’amore per le epoche di decadenza non va tuttavia confuso con un ritorno ad un passato idealizzato.

Intellettuali e decadentismo

Nella cultura del decadentismo si rivela l’impossibilità di una “naturalezza” di comportamenti: con la scoperta che non esiste più una naturale armonia, nonché la possibilità di una letteratura capace di rispecchiare e conoscere la realtà, resta solo l’artificiosità, come quella delle macchine di Des Esseintes, che possono procurare le sensazioni naturali senza che la natura sia più necessaria e come quella in cui si rifugia Baudelaire.

L’intellettuale di fine Ottocento non riesce a far proprio il passaggio alla modernità per quanto riguarda le trasformazioni sociali e le prime manifestazioni di una società che oggi chiamiamo “società di massa”.

Le descrizioni di Huysmans

Huysmans prova un’amara voluttà nell’analizzare, descrivere e rappresentare tutto ciò che per lui è oggetto di disgusto o d’orrore: l’abbrutimento del popolo, la meschinità della vita piccolo-borghese, il regresso della vita spirituale combattuta da un piatto e arrogante illuminismo, la brutalità dell’industrialismo e della plutocrazia, la mancanza di senso estetico nelle classi dirigenti: è la reazione estetizzante al naturalismo resa attraverso l’ansia debordante del protagonista che cerca di oltrepassare, come il suo autore, la conoscenza comune.

La conversione

Dagli abissi dello spirito, Huysmans risale e vede la luce della fede cattolica e scrive La Cattedrale, romanzo denso di conati di conversione a un cattolicesimo ch’è stato giudicato ora mistico, ora estetizzante; non si tratta di un «libro condensato»; non è nemmeno una proposta antologica. È molto di più e di diverso. È un disvelamento.

In queste pagine di Joris-Karl Huysmans, c’è la “nostra” storia, la storia del nostro essere europei e occidentali, la storia delle nostre radici autentiche e di quelle immaginarie, che magari sono ancora più forti e profonde delle prime.

L’antieroe esteta abbraccia la croce e afferma: “L’arte è l’unica cosa pulita sulla terra, a parte la santità”.

Gian Pietro Lucini, poeta decadente e scapigliato

Gian Pietro Lucini è stato un poeta ribelle, animato da intenti rivoluzionari, insofferente all’ipocrisia e al perbenismo di facciata. Una sorta di anarchico-democratico si potrebbe dire, i cui versi trasudano sentimenti di vendicazione. Ma dietro l’outrance verbale di Lucini si percepisce un piglio sarcastico, un’ironia seria, amara, dolorosa. Dietro le sue parole composite e volgari si cela un’anima che pena, un cervello ardito, un cuore ferito che può sembrate crudele.

Tutta questa umanità attrasse non solo i futuristi pirotecnici ma anche dei giovani. Difatti Lucini fu invitato a scrivere su Quartiere latino, rivista che ebbe pochi numeri ma con un Lucini sempre in prima fila, lui che pure ha dato al primo futurismo, con il suo Verso Libero, probabilmente l’unico apporto teorico serio per giustificare il verso libero, servendosi di una conoscenza diretta e vastissima delle scuole poetiche francesi del Parnasse in poi, attraverso simbolismo e le correnti minori, Lucini non ha mai risparmiato ai suoi vecchi amici futuristi stoccate polemiche e prese in giro. Il poeta infatti non amava D’Annunzio, il borghese.

La poesia si Lucini raramente coglie momenti sereni, raggiungendo forse per caso uno stato poetico veramente limpido e liberato; il suo descrivere è minuzioso e insistito, dietro certe sue figure e aspetti di vita cittadina notturna, tra “cocotte” e rifiuti sociali, si sente il tono svagato, dolente e nevrotico della Scapigliatura. Quando la prosa di Lucini si pulisce, lascia qualcosa di avido e granuloso sebbene l’uomo in lui non è mai assente, anche quando la letteratura lo porta verso un gusto di rifiniture alessandrine. Certamente Lucini è un decadente, senza l’acuta coscienza critica verso l’opera propria dei veri decadenti. Ma è un decadente sui generis, con ideali sociali, politici, umani, che i decadenti non ebbero.

Lucini ha sempre pensato la letteratura come forza etica e, sebbene la sua etica fosse tutt’altro che serena di fronte alle passioni e alla storia, difatti, invece di dominare tali forze, il poeta si lasciava piuttosto dominare, ciò che in lui resta ancora vivo è una sorta di dolorosa energia, una vitalità sdegnosa che ricorda in lui ancora l’uomo del Risorgimento, quell’uomo che, se non aveva vissuto l’epoca di Cattaneo o di Nievo, pur nel sarcasmo frequente e nell’improvviso risentimento, recava in se ancora qualcosa di essa.

Da punto vista poetico l’arte di Lucini ha segnato una crisi e un passaggio: dalla scapigliatura alla poesia moderna, fuori da ogni schema di scuola. Più vicino a Dossi, Lucini ebbe curiosità ed esperienze più acute e larghe del suo maestro. Le Grazie, che tanto sorrisero a Foscolo, con greca purezza, consentendogli di decantare la sua stessa sensualità in un clima d’eliso, per Lucini furono matrigne; e, anche se lui se le figurò nel Carme di angoscia e di speranza, a lato le vide <<floscie, percosse, disfatte>>:

…il peplo azzurro infarinato,

il lembo macchiato di sangue…

 

‘L’uomo senza qualità’: il capolavoro incompiuto di Musil

L’uomo senza qualità è il capolavoro incompiuto del 1930 del cantore della stupidità umana, lo scrittore austriaco Robert Musil, manifesto del Decadentismo. Apparentemente il romanzo di Musil non parla di nulla, di riflessioni sulla riflessione, dell’idea più che della vita stessa; ma offre al lettore una gamma di personaggi, con le loro manie e i loro pensieri.

Musil ritrae magistralmente l’essenza dell’uomo moderno, lasciando aperta al lettore ogni possibile conclusione sul senso della vita. Ci mette tutta la sua anima, evitando di darci delle risposte in questo cervellotico e filosofeggiante romanzo-saggio di inizio Novecento che è speculare alla Recherche di Proust e all’Ulisse di Joyce, che imbastisce un’amalgama di concetti che vanno dall'”uomo delle possibilità”  di Nietzsche al finis Austriae, passando per le teorie epistemologiche dell’empiriocriticismo di Mach. L’uomo senza qualità è una sorta di manuale sul nischilismo e sulla decostruzione letteraria: Musil infatti non descrive solo il vuoto della società tedesca ma la struttura narrativa stessa, costituita da pesanti digressioni che diventano parodie di sè stesse. Dalla presentazione del protagonista Ulrich si sgancia una catena di assiomi che rende la struttura del romanzo aperta.

L’uomo senza qualità si muove su un sottile filo luminoso regalandoci anche dei momenti scanzonati e dei sorrisi, un’opera sperimentale e ludica che colpisce sia la mente (nella prima parte dell’opera) che il cuore (seconda parte) del lettore e costituisce senza dubbio uno dei pilastri della letteratura mondiale di tutti i tempi. Nell’opera vengono descritte occasioni di vita quotidiana durante la prima guerra mondiale che segna il crollo dell’Impero asburgico, chiamato ironicamente Cacania, allargando il discorso per rappresentare l’intera esistenza umana, dei sentimenti, delle inettitudini, delle domande dell’uomo contemporaneo.

L’uomo senza qualità: trama, contenuti e stile del romanzo

Protagonista del romanzo di Musil è Ulrich, l’uomo senza qualità appunto, ex ufficiale, intellettuale raffinato con propensioni per la matematica, incaricato di organizzare le celebrazioni per il giubileo di Francesco Giuseppe, nel 1013. Tuttavia la sua incapacità di credere e di impegnarsi in qualcosa, di dare una direzione al vivere e al fare, gli impedisce di portare a buon fine l’iniziativa, che naufragherà nel nulla. La narrazione intreccia anche altre storie: da quella della crisi familiare di due altri personaggi (Walter e Clarissa) a quella di un condannato a morte. Dunque Musil, con questo romanzo, dopo I turbamenti del giovane Torless (1906) rappresenta al meglio la crisi dei valori che ha contrassegnato la società tedesca, testimoniando la crisi complessiva della civiltà, trattata anche da altri grandi autori mitteleuropei come Kafka, Proust, Mann, Joyce, Joseph Roth, Broch, i quali hanno sviluppato una vena letteraria che approfondisce l’analisi dell’esistenza umana già introdotta nella narrativa in lingua tedesca tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento.

Ulrich è il rappresentante di una concenzione umanistica e individualistica della vita, che rifiuta la società tecnologica e massificata in cui si trova a vivere. Se nella prima parte de L’uomo senza qualità, l’attenzione si concentra soprattutto sulla storia della crisi coniugale tra Walter e Clarissa che termina con la pazzia di quest’ultima, nella seconda parte hanno grande peso le vicende del condannato a morte, Moosbrugger e la descrizione della decadenza dell’Impero austro-ungarico, mentre nella terza si approfondisce il rapporto tra Ulrich e Agathe.

Risulta difficile rendere un’idea plausibile della complessità e della varietà dei toni e di stili de L’uomo senza qualità estrapolando dei brani da questo capolavoro; tuttavia già solo il brano dove Musil presenta la Cacania è utile a farci conoscere la prima caratteristica dello stile dello scrittore austriaco: l’ironia. Essa emerge prima di tutto nella scelta di ribattezzare L’Austria Cacania, ma anche un esempio dove lui parla delle “torri che contengono moglie, famiglia, grammofono e anima”, come se le persone e la dimensione spirituale dell’esistenza fossero ormai assimilate a oggetti. L’ironia emerge con maggiore evidenza quando Musil parla dell’Austria pre-bellica, nel passo in cui afferma che la sua burocrazia era la migliore d’Europa e aveva un solo difetto: per essa genio e spirito di iniziativa nelle persone non autorizzate a ciò da alti natali o da incarico governativo erano impetinenza e presunzione.

Il tono ironico spesso si unisce ad un elemento grottesco e inquietante che Musil fa derivare dalle esperienze degli espressionisti come dimostra ad esempio la descrizione della vita nella città tecnologica del futuro dove gli individui sono ridotti a molecole:

La zoologia insegna che ds una somma di individui limitati può benissimo risultare un insieme geniale.

La critica della società tecnologica è condotta in base a una serie di valori che soo quelli dell’individualismo borghese ottocentesco, ma più in generale dell’Umanesimo classico: in base a questi valori l’autore riconosce nell’Austria pre-bellica un esempio di società più civile di quella moderna:

In Cacania un genio era sempre scambiato per un babbeo, mai però, come succedeva altrove, un babbeo per un genio.

Le contraddizioni che caratterizzano la vita in Cacania erano per Musil una garanzia di libertà individuale, le tradizioni per quanto assurde, consentivano all’individuo di riconoscersi in una collettività e di vincere il senso di solitudine e di disgregazione interiore che invece caratterizzano l’uomo moderno. Ironia e rimpianto si fondono inevitabilmente. La tematica esistenziale, strettamente connessa a quella ideologica, emerge con chiarezza nell’ultima parte della presentazione della Cacania. dove Musil elenca i nove caratteri che ciascun individuo possiede, facendo riferimento ai risultati della psicologia e della scienza moderna che hanno dissolto il concetto di unità dell’io:

[…] Perché l’abitante di un paese ha almeno nove caratteri: carattere professionale, carattere nazionale, carattere statale, carattere di classe, carattere geografico, carattere sessuale, carattere conscio, carattere inconscio e forse anche carattere privato; li riunisce tutti in se, ma essi scompongono lui ed egli non è in fondo che una piccola conca dilavata da tutti quei rivoli, che v’entran dentro e poi tornano a sgorgarne fuori per riempire assieme ad altri ruscelletti una conca nuova.

In morte di Giorgio Albertazzi

Giorgio Albertazzi, grande protagonista del teatro italiano, nonché uno dei primi divi televisivi, protagonista di letture letterarie e sceneggiati, si è spento lo scorso 28 maggio a Roccastrada, all’età di 92 anni. Attore decadente, libertino, “ateo come Kafka” (come amava definirsi lui stesso), dannunziano, spesso troppo prevedibile, enfatico e perifrastico, poco duttile a differenza di altri suoi colleghi (Carmelo Bene considerò il suo teatro addirittura squallida prosa), Giorgio Albertazzi tuttavia è stato senza dubbio un attore dalla grandissima personalità, brillante, con una verve inesauribile.

Giorgio Albertazzi: politica, teatro, cinema

“Il perdente di successo”, come lui stesso si definiva, si era appena sposato, con la nobildonna Pia De’ Tolomei, donna molto più giovane di lui, definita da Albertazzi come un “tramite tra Dio e l’uomo”. Albertazzi non si è mai pentito né ha mai rinnegato la sua adesione alla Repubblica Sociale, questione più volte al centro di aspre polemiche, anche dopo la sua morte; in più occasioni l’artista toscano aveva dichiarato di aver compiuto quella scelta per ragioni di famiglia e di ideale, precisando che per lui e altri si era trattato della scoperta di una via socialista anticlericale, dell’idea della Carta del lavoro e contro il re, della partecipazione dei lavoratori agli utili delle aziende, dell’istinto della libertà e dell’anarchia, che lo avevano anche spinto ad essere “di sinistra”, come alcune delle persone più importanti della sua vita come Luchino Visconti e Anna Proclemer, e come andava in voga durante quegli anni.

Etichettato dai militanti di Rifondazione come “fucilatore non pentito”, l’attore ha sempre smentito di aver fucilato qualcuno, non sapeva nulla dei campi di sterminio ma già allora non aveva simpatia per i tedeschi e ricordava di quando (all’epoca era sottotenente), i tedeschi consegnarono ai soldati italiani due disertori, addestrati in Germania, inquadrati nell’esercito della Rsi, fuggiti e ripresi; avrebbero potuto essere fucilati immediatamente e invece furono processati; uno fu assolto, l’altro condannato a morte. Si sperò fino alla fine di risparmiarlo ma il comandante del reggimento ordinò: o lui, o loro. Era la guerra ed è troppo facile fare gli eroi adesso, e dare addosso ad Albertazzi non avendo vissuto quegli anni e dimenticando che il mondo della cultura italiana del dopoguerra, oltre ad Albertazzi, ha visto come protagonisti molti ‘repubblichini’ tra cui Dino Buzzati, Walter Chiari, Amedeo Nazzari, Ugo Tognazzi, senza contare il fatto che quasi tutti in quegli anni di dittatura, erano (anche solo apparentemente) fascisti e anche per qualsiasi oppositore era più opportuno e conveniente (per la propria vita) portare la camicia nera di giorno ed essere sobillatori di notte.

Albertazzi, ha recitato ogni opera, ogni autore, Sofocle, Shakespaeare, Miller, Dostoevskij, Ibsen, Dante; nel cinema ha recitato per Alain Resnais, nel film L’anno scorso a Marienbad (1961), ambizioso film sull’inganno della verità della memoria, importante per comprendere gli sperimentalismi degli anni sessanta, ma anche clamoroso insuccesso di pubblico e in Eva di Joseph Losey (1962) per poi ritornare definitivamente al teatro e al teatro sceneggiato per la tv (indimenticabili Delitto e castigo, Gli spettri, Piccolo mondo antico, L’idiota Don Giovanni, Vita di Dante), dati gli insuccessi cinematografici, dovuti soprattutto alla bassa qualità delle pellicole (5 donne per l’assassino, Mark il poliziotto, Tutti gli anni una volta l’anno).

<<Gassman aveva il corpo, Carmelo Bene il talento ma io sono Re Lear e vorrei morire sul palcoscenico>>, soleva dire Giorgio Albertazzi e, idealmente, così è stato.

 

Giuseppe Tomasi di Lampedusa: tra distacco e ironia

Giuseppe Tomasi di Lampedusa (Palermo, 23 dicembre 1896 – Roma, 23 luglio 1957), la cui fama è inevitabilmente legata al suo capolavoro il Gattopardo, è stato uno scrittore dalla personalità complessa, solitaria e taciturna.

Alcuni giornali parigini, chiudendo il bilancio dell’annata letteraria italiana del 1959, proprio in relazione a Il Gattopardo, hanno fatto i nomi di Proust e Musil. Giorgio Bassani, nella prefazione dove dava notizie dell’opera e dell’aristocratico autore, afferma che se la materia del Gattopardo ricorda molto da vicino quella del libro di De Roberto, I Viceré, bisogna accostare Tomasi al contemporaneo Brancati ma anche ad alcuni grandi scrittori inglesi della prima metà del secolo. Se la critica parigina ha fatto i nomi di Proust e Musil, probabilmente ha esagerato: infatti non c’è nulla della proliferazione memoriale proustiana, né dell’analisi psicologica e ambientale di Musil nello stile narrativo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa che guarda al mondo con distacco ed ironia. Se a Parigi si sono affidati a questi richiami, è perché è stato preso in considerazione solo il lato biografico di Tomasi. Infatti la fama di Proust e Musil sono state postume. Per quanto riguarda poi il paragone con i Viceré, esso fa riferimento a motivi interni: la storia di decadenza di una famiglia siciliana d’antica nobiltà, gli Uzeda e quella dei Salina, sullo sfondo della fine di un regno e la stessa origine siciliana dei due romanzieri. Ma se De Roberto ha edificato il suo romanzo entro un’impalcatura positivistica rinforzata da una psicologia desunta dalle teorie del romanzo sperimentale alla francese (Zola, Bourget), servendosi del documento storico e di costume come di un dato oggettivo al quale il lettore doveva credere, in Giuseppe Tomasi di Lampedusa il documento storico è un pretesto per ambientarvi una storia della famiglia feudale dei Salina, alla vigilia dell’arrivo dei Mille; rappresentata in una condizione di corrosione economica e morale impersonata nel principe Fabrizio, fedele alla cadente monarchia borbonica solo formalmente, ma profondamente deluso.

Tomasi di Lampedusa: racconto di un mondo in decadenza

La formalità del principe Fabrizio non è professata solo di fronte al regno di cui egli è suddito passivo, ma rispetto allo stesso principio dinastico; egli non solo non crede più al re Ferdinando, di cui fin dalle prime pagine del romanzo Il Gattopardo viene fuori un ritratto che ci dice tutto sulla monarchia, ma egli non presta fiducia maggiore neanche al re piemontese e agli uomini della monarchia sabauda. Si tratta di una sfiducia biologica da parte dell’ultimo esponente di un mondo in rovina, accompagnata ad una coscienza delusa e non più irridente per le fortune della “classe nuova”, “la borghesia dei galantuomini”.

Tuttavia nel principe una simpatia c’è, ma è un riflesso del suo sangue, indirizzata al giovane nipote Tancredi che, all’arrivo di Garibaldi, si è arruolato con le camicie rosse e poi sposerà una borghese, Angelica, il cui padre si è arricchito rodendo all’ombra del feudo che reca “l’impresa” del Gattopardo e diventerà uomo politico. Fanno da contrappunto morale e familiare i sotterfuggi amorosi del principe, l’affetto distaccato per la moglie, i figli, il cane Bendicò, l’indole della sua gente, le fortune del simpatico nipote, e in questo modo l’ironia diventa sarcasmo, la benevolenza pietà inutile. Sono queste qualità dell’animo che, nel loro intreccio psicologico, formano i lati più ambigui e accattivanti del carattere del principe Fabrizio.

Di Tomasi di Lampedusa poi non si sa più nulla di quanto abbia assunto Bassani nella sua prefazione. Nato a Palermo e morto a Roma; combattente durante la prima guerra mondiale, prigioniero in Germania, studioso di psicoanalisi e materia militari, è certo che la figura spirituale Giuseppe Tomasi di Lampedusa va inserita in quel tipo di cultura “decadente”, considerate anche le sue letture: D’Annunzio e Baudelaire, oltre ai saggisti inglesi e francesi del Sette e Ottocento come Voltaire.

 

Bibliografia: G. Titta Rosa, Vita letteraria del Novecento, V.III.

La dimensione civile di Carlo Michelstaedter

Carlo Raimondo Michelstaedter nasce a Gorizia il 3 Giugno del 1887 da una famiglia di origine ebraica. Viene educato presso un convento religioso e dopo essersi iscritto alla facoltà di matematica presso l’università di Vienna,  frequenta l’accademia di belle arti e si avvia agli studi di filosofia nella città di Firenze. Michelstaedter legge D’Annunzio, Leopardi, Tolstoj, Ibsen, Parmenide, Sofocle, Eschilo, Schopenhauer, senza ombra di dubbio per lui determinanti. Ritenuto un esistenzialista ante-litteram, nelle sue opere Dialogo della salute e Poesie vengono analizzati i temi già studiati durante la sua gioventù, ossia la tragicità della morte così temuta ma vista anche come traguardo dell’esistenza e affermazione di sé. L’uomo, secondo Michelstaedter, risulta diviso tra realtà e mistificazione di essa, tra vita e morte in antitesi.

La corrente letteraria che meglio può aiutarci a comprendere la sua formazione di tipo tardo-romantico è il decadentismo, dentro cui egli segnò una netta divisione tra il trionfo della storia dell’uomo e la consapevolezza della sua miseria e vanità. Ancora una volta abisso, inquietudine e dualismo. Considerato uno dei più grandi pensatori del primo novecento, la sua filosofia esistenzialista condanna la società in cui ai reali valori si sono sostituiti ormai i timori e l’angoscia che pervade l’uomo fino a svuotarlo;  Michelstaedter si dichiara infatti contrario all’organizzazione sociale in quanto corromperebbe l’uomo al quale invece spetta la ‘persuasione’ e la libertà da ogni tipo di vincolo.

Ne La Persuasione e la Rettorica (anche sua tesi di laurea) l’uomo infatti è paragonato ad un peso legato ad un gancio che pende ed il suo desiderio è quello di scendere sempre più in basso, in un conflitto dove la rettorica è non-essere e la persuasione è essere, l’unica strada da seguire con un grande atto di volontà e di amore esclusivo verso se stessi. La dannazione umana, il non bastare a se stessi, la rassegnazione a tutto questo, trovano, potremmo dire, una giustificazione filosofica che non è certamente nuova ma che ci permette di collocare l’autore al fianco di Pirandello e in contrapposizione al Croce e alla sua teoria della ”sistemazione”.

Nell’opera All’Isonzo l’autore è sempre più schiavo delle sue nevrosi e questo lo si evince dal simbolismo di cui si serve quando sceglie il mare o il vento per rappresentare la sua profonda crisi interiore, quindi la natura, privato però, in quanto umano, del privilegio dell’alternanza tra luce e buio. Esemplari sono i versi contenuti nel testo Nostalgia : “Che mi giova, o natura luminosa, l’armonia del tuo gioco senza cure?”.  Noi attendiamo il momento della luce, pur vivendo nell’oscurità ed essendone abituati.

Michelstaedter compie un vero e proprio viaggio nella psiche dell’uomo, probabilmente ascetico ed individualista. Certo è chiara l’influenza del pensiero leopardiano in alcuni stilemi adottati, nel suo procedere oltre il lamento, nel suo bisogno estremo di andare a fondo. Gli autori ai quali si ispira vengono chiamati da Michelstaedter stesso ”veri pessimisti” e al primo posto c’è sicuramente Petrarca, tra i pochi in grado di scandagliare tra i dolori dell’esistenza. Chi non chiede la vita e non teme la morte dev’essere disposto a dare tutto, senza chiedere niente. Questa la sua etica, anche quando sarà costretto ad accettare il suicidio di persone care come rinuncia.

Autore, filosofo, ”poeta civile”, Michelstaedter, scrivendo, racconta il malessere ed i tumulti dell’animo, lo fa costantemente, finquando l’insoddisfazione, il dolore o, pare, la consapevolezza di essere gravemente ammalato non lo spingono a reagire con la rivoltella, si suicida infatti in un caldo pomeriggio di ottobre del 1910. Le sue opere ci sono giunte postume, perché prive fino alla fine della forma alla quale ambiva.

 

Se camminando vado solitario

Se camminando vado solitario
per campagne deserte e abbandonate
se parlo con gli amici, di risate
ebbri, e di vita,

se studio, o sogno, se lavoro o rido
o se uno slancio d’arte mi trasporta
se miro la natura ora risorta
a vita nuova,

Te sola, del mio cor dominatrice
te sola penso, a te freme ogni fibra
a te il pensiero unicamente vibra
a te adorata.

A te mi spinge con crescente furia
una forza che pria non m’era nota,
senza di te la vita mi par vuota
triste ed oscura.

Ogni energia latente in me si sveglia
all’appello possente dell’amore,
vorrei che tu vedessi entro al mio cuore
la fiamma ardente.

Vorrei levarmi verso l’infinito
etere e a lui gridar la mia passione,
vorrei comunicar la ribellione
all’universo.

Vorrei che la natura palpitasse
del palpito che l’animo mi scuote…
vorrei che nelle tue pupille immote
splendesse amore. –

Ma dimmi, perché sfuggi tu il mio sguardo
fanciulla? O tu non lo comprendi ancora
il fuoco che possente mi divora?…
e tu l’accendi…

Non trovo pace che se a te vicino:
io ti vorrei seguir per ogni dove
e bever l’aria che da te si muove
né mai lasciarti.

Exit mobile version