L’Umbria non è l’Ohio e Luigi di Maio non ha colpe ma solo il ‘complesso di popolarità a debito’

In principio parlano i voti assoluti. In Umbria ha stravinto la coalizione di centro-destra, con la Lega che tiene la percentuale altissima conquistata alle elezioni europee e Fratelli d’Italia che raddoppia i consensi. A prima vista sembrerebbe che la scelta di Matteo Salvini di aprire la crisi di governo con il Movimento 5 Stelle, in linea con la volontà di capitalizzare il sentimento popolare degli italiani che lo vede in testa ai sondaggi, sia giusta, anche se questa sfida era piuttosto facile (senza nulla togliere alla campagna elettorale perfetta del leader della Lega).

L’Umbria uscita dallo scandalo targato PD sulla sanità, si presentava insieme ad un Movimento 5 Stelle indebolito, sulla scia di una manovra finanziaria tutt’altro che seducente sul piano comunicativo ed elettorale. Bastava farsi un giro sui profili social di Matteo Salvini per vedere come sarebbe andata a finire, eppure i partiti di governo hanno scelto, sbagliando, di perdere insieme quando sarebbe stato più intelligente perdere divisi. Non a caso Matteo Renzi a Narni non c’era per la foto di gruppo. L’Umbria non è l’Ohio ma così hanno offerto sul piatto d’argento dell’opposizione l’argomento degli argomenti: “andare alle elezioni subito”.

Nei ranghi del Movimento 5 Stelle è subito caccia al colpevole. Insomma “uno vale uno” solo quando vince. La realtà è che Luigi Di Maio, pur essendo il capo politico, non ha nessuna responsabilità sulla sconfitta. Anzi. Luigi Di Maio è stato l’unico – insieme ad Alessandro Di Battista e Gianluigi Paragone – al momento delle consultazioni a voler tenere il forno aperto con la Lega, peraltro con grandi capacità di mediazione e negoziazione, con lealtà e dignità, ma fu messo in minoranza dai suoi (che hanno deciso di seguire la volontà di Beppe Grillo, Giuseppe Conte e Roberto Fico).

Infatti lui stesso ha preferito andarsene al Ministero degli Affari Esteri, prendendosi comunque la delega all’export italiano per onorare il lavoro iniziato al Ministero dello Sviluppo Economico, così da accreditarsi all’estero e preparare un’eventuale uscita di scena. Luigi Di Maio non è responsabile ma una vittima sacrificale del governo giallo-rosso che merita rispetto.

Altro che “bibitaro”, tutti quelli che lo hanno conosciuto ammettono di aver davanti una persona brillante, instancabile, studiosa, ambiziosa quanto basta per rispettare i propri impegni con responsabilità e senso di appartenenza alle istituzioni. Ma come tutti gli eletti del Movimento 5 Stelle soffre “del complesso di popolarità a debito”: senza Beppe Grillo non sarebbero nessun deputato sarebbe mai diventato così influente per cui la notorietà individuale viene messa al servizio della comunità.

«Era un esperimento. Non ha funzionato. Il patto Pd-M5S è una strada impraticabile» (il commento di Luigi Di Maio dopo l’uscita dei risultati in Umbria).

Ad ogni modo i risultati del voto in Umbria seguono perfettamente l’andamento elettorale tracciato dalle europee di maggio. Matteo Salvini cresceva nei consensi da Ministro degli Interni, e ha sigillato quei consensi anche all’opposizione grazie ad un populismo formale-comunicativo (caudillo, comiziante, espressione del sentimento popolare) più che sostanziale-programmatico (rimane pro-Euro, pro-Nato, pro-mercato).

Dal punto di vista elettorale e sociologico la Lega si iscrive in continuità col Partito Comunista Italiano (andate a chiedere per chi hanno votato in massa gli operai delle acciaierie di Terni), perché già come spiegano il filosofo Jean Claude Michéa e il sociologo francese Christophe Guilly “nelle democrazie occidentali le classi popolari e quelle medie impoverite non votano più a sinistra”. E qui si pone un problema per il medio e lungo periodo.

La coalizione di centro-destra è destinata a implodere se non risolve la questione ideologica interna. Citando una frase di Alain De Benoist pronunciata in questa terza edizione di Libropolis: “quei liberali, nazionalisti o conservatori, dovranno capire prima o poi che è impossibile voler difendere quel sistema di mercato capitalista e allo stesso tempo i valori tradizionali che quel sistema di mercato capitalista non smette di distruggere da decenni”.

 

Sebastiano Caputo

Parte il governo Lega-M5S: che non sia una primavera europea

Si è finalmente entrati in nuova epoca, politica e comunicativa. Parte il governo targato Lega-M5S. Destra e sinistra sono morte, insieme ai principali mezzi di informazione, i quali oltre a non aver capito il momento storico, sono stati ad inseguire le dirette Facebook dei due leader che dopo gli incontri a porte chiuse non concedevano esclusive se non alle loro pagine personali. E poi c’è un terzo elemento fondamentale che si inserisce: quello metapolitico. E’ la metapolitica ad aver influenzato i due movimenti-partito dominanti accelerando il processo di disgregazione dello status quo, è la metapolitica che oggi detta l’agenda del giornalismo italiano poiché quelle tematiche geopolitiche, economiche e giuridiche definite “fuori dal mondo” diversi anni fa sono diventate oggi mainstream.

Ora la pars destruens deve trasformarsi in pars construens affinché il miglior governo possibile per il popolo italiano non diventi il suo carnefice. La coalizione Lega-M5S dovrà inserirsi all’interno di una guerra politico-commerciale tra gli Stati Uniti e la Germania (e l’Unione Europea), i quali hanno giocato un ruolo centrale nella formazione del nuovo governo. In questo braccio di ferro tra Washington, Bruxelles e Berlino ad aver avuto la meglio è stato Donald Trump, favorevole alla disgregazione del continente, attraverso il suo emissario Steve Bannon, il grande teorico del populismo globale, giunto in Italia in modo trionfale. Così mentre tutti i mezzi di informazione hanno posto l’attenzione sul veto del Quirinale a Paolo Savona all’Economia (che poi si è preso gli Affari Ue) si è perso di vista chi doveva essere il ministero degli Esteri, che non a caso è stato l’unico a saltare nelle nuove trattative: Luca Giansanti, ex ambasciatore italiano a Teheran, uomo di grande cultura, e intenzionato a ricostruire il dialogo con Russia e Iran nelle grandi questioni internazionali.

L’elezione del cosiddetto outsider repubblicano è stato un primo passo importante pur con forti contraddizioni come tutti i movimenti di rottura (parziale) con un certo establishment. Ma in questi universi politici del resto esistono sotto culture decisamente antitetiche che camminano nella stessa direzione, vuoi per convenienza, vuoi per sintesi storica, e lo stesso è accaduto anche da noi, in Italia, con una coalizione che a differenza dell’amministrazione Trump prova a prendere il meglio del populismo di sinistra (le idee) e del populismo di destra (i principi). Tuttavia il rischio maggiore è che quei populismi invece di rompere un sistema non fanno altro che rinsaldarlo perciò è necessario lavorare alla loro strutturazione dall’interno per non lasciarlo nelle mani di chi vuole utilizzarlo in funzione anti-tedesca (e, di facciata, anti-europea). Se è vero che questa struttura sovranazionale, insieme ai suoi trattati, debba essere riformata o smantellata, è ancora più vero che il compito di chi fa “avanguardia culturale” sarà quello di far luce, spesso con riflessioni impopolari, affinché ci si confronti con un populismo ragionato capace di sfruttare conflittualità di interessi internazionali e spazi vuoti per ricostruire la sovranità di un’intera nazione. I presupposti ci sono tutti, ma guai a chiamarla “primavera”. Se in quelle arabe c’era Obama, in quella europea c’è lo zampino di Trump.

Sebastiano Caputo

La strategia del Colle

Dopo un lungo travaglio il governo sembrava pronto. Sennonché il Presidente della Repubblica ha ostacolato la nomina di Savona, noto anti-europeista, alla nomina di Ministro dell’Economia. Questo, per quanto formalmente legittimo dal punto di vista costituzionale, ha fatto calare più di un’ombra circa le eventuali intromissioni dell’Unione Europea su quella che dovrebbe essere la libera formazione di un esecutivo nazionale. A questo si aggiunga che in realtà Mattarella dà l’impressione di essere cascato in una trappola orchestrata da Salvini, il cui unico intento sembra quello di andare a nuove elezioni per aumentare ulteriormente i propri consensi. Ciò non deporrebbe a favore della scaltrezza del Presidente in carica, caduto nel tranello di uno a cui tutto si può attribuire, meno che una mente brillante…

L’ora più buia della nostra politica, Sergio Mattarella e il colpo di stato tecnico

L’ora è buia più che mai: in Italia stanno letteralmente tremando i pilastri dello Stato democratico e quanto accaduto nella serata di ieri è di una gravità assolutamente senza precedenti nella storia libera del nostro paese. Chi non riconosce la brutale violenza anti istituzionale operata dal colle è uno sciocco o semplicemente in malafede. A proposito di questo è necessario sin da subito esprimere il più sentito e disgustato sdegno rispetto al mondo della stampa e dell’informazione che, in massima parte, colpevolmente ha assunto in queste ore un atteggiamento pavido e subdolo, asservito alla Presidenza della Repubblica mediante argomentazioni vuote, ridicole, meschine. L’ora è buia. Siamo stati noi i primi, in una lunga analisi di ieri, a paventare il rischio di un ricorso all’art.90 della Costituzione, quello relativo alla messa in stato di accusa del Presidente della Repubblica. Oggi ne parlano tutti. E su queste stesse righe adesso, con la stessa identica convinzione, lanciamo un allarme che vogliamo sia percepito come il più drammatico urlo di terrore: il rischio, adesso, è quello di gravi disordini pubblici. Lo stesso Salvini, in serata, si è definito preoccupato in tal senso e ha speso se stesso, forse anche strategicamente, come garante della pace civile in questi momenti di fortissima tensione e concitazione. Il responsabile di tutto questo è il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il quale nel suo discorso, guardacaso, non ha fatto altro che parlare di Borsa e spread.

È un colpo di Stato e, attenzione, non stiamo ricorrendo ad un’espressione volutamente enfatica e giornalisticamente forzata. Per noi è in corso un vero e proprio colpo di Stato in senso tecnico. Il 4 marzo scorso gli Italiani sono andati al voto con una legge elettorale promulgata dal Presidente della Repubblica e hanno scelto di dare forza a due organizzazioni politiche con idee precise sull’Europa: Movimento 5 Stelle e Lega Nord. Queste due formazioni hanno deciso di costituire una maggioranza parlamentare e si sono legittimamente candidate a guidare il paese, forti di una precisa e netta legittimazione popolare. In Italia la sovranità risiede nel popolo e il popolo ha conferito vigore a queste due forze politiche. Il Presidente della Repubblica ha di fatto impedito a questa maggioranza parlamentare di andare al governo del paese: è un atto politicamente gravissimo, violento e dittatoriale. Non era mai accaduto un fatto del genere: i paragoni a veti del passato, quale quello di Scalfaro su Previti, non c’entrano assolutamente nulla. La dittatura peraltro è un istituto ben preciso, giustificato in alcuni ordinamenti giuridici del passato a fronte di circostanze gravi e impellenti, che fuori dalla legittimazione delle norme configura una tirannide: è il nostro caso.

Andiamo con ordine. Partiamo dal presupposto che questa crisi sul nome del prof. Savona, uno degli economisti più autorevoli del mondo e orgoglio italiano, sia stata ingenerata dallo stesso atteggiamento maldestro di Mattarella. Era assolutamente prevedibile, e infatti anche questo avevamo scritto, che Lega e Movimento 5 Stelle non avrebbero mai potuto cedere: chi darebbe mai fiducia ad un Governo del cambiamento che non sia nemmeno in grado di scegliersi i propri Ministri? Se poi si vanno ad analizzare le ragioni del veto a Savona si resta veramente allibiti: Savona è un mite economista, peraltro a nostro avviso fin troppo moderato, il quale da europeista convinto si è permesso, in talune circostanze, di esprimere delle critiche ad una Europa non più votata allo spirito dei suoi Padri Costituenti. Pertanto il veto è stato espresso non per il pericolo che Savona avrebbe potuto rappresentare, anche perché non è affatto un uomo pericoloso e anzi da sempre si dimostra fedele alle istituzioni, ma semplicemente per il suo pensiero, per le sue idee, per il semplice fatto di essersi permesso di esprimere delle critiche all’Unione Europea e di non aver mai parlato, come dicono alcuni per giustificare la decisione di Mattarella, di uscire dall’Europa, come se si uscisse dall’oggi al domani.

Qualcuno scherzando ha ipotizzato una partecipazione troppo attiva di Mattarella a “cantine aperte”. Qualcun altro suggeriva a Mattarella di dare l’incarico di governo direttamente alla Merkel, la quale continua a guardare a Berlusconi come garante dell’europeismo italiano. Lo stesso Berlusconi che, nonostante le smentite, pare l’abbia chiamata culona inchiavabile. Ironia a parte, però, davvero il comportamento del Presidente della Repubblica ha dell’incredibile e lo ripetiamo fino alla nausea: la Costituzione non gli riserva la facoltà di valutare politicamente i Ministri, ma solo di garantire della loro onorabilità ai sensi della Costituzione medesima. Difatti il Governo giura nelle mani del Presidente della Repubblica prima ancora di presentarsi in Parlamento a chiedere la fiducia politica. I due momenti sono volutamente distinti: il primo è etico e morale; il secondo è politico. Mattarella si è preso tutto e adesso è proprio il caso di dirlo: la paura fa 90. Ai sensi dell’art.90 della Costituzione, è dovere delle forze politiche cui è stato inibito l’accesso democratico e legale al governo del paese quello di mettere sotto stato di accusa il Presidente della Repubblica.
Vedete, fa bene qualche viscido giornalista che in TV chiede provocatoriamente quali siano le prove di un condizionamento internazionale su Mattarella. Fa bene perché tale condizionamento è assolutamente irrilevante: che abbia agito sua sponte o no, resta il fatto che Mattarella ha attentato alla Costituzione e deve lasciare il Quirinale. È il solo e unico responsabile: se vuol bene all’Italia deve dimettersi immediatamente, quantomeno per non aver saputo gestire la crisi nonostante ci fosse una maggioranza parlamentare disponibile ad assumersi l’onere di governare.

Facciamo una cosa: fingiamo per un attimo che tutti questi costituzionalisti da bar sportivo abbiano ragione e che in effetti l’art.92 della Costituzione riservi delle valutazioni politiche da svolgere presso la Presidenza della Repubblica. Ammesso e fortissimamente non concesso il punto, a rileggere le parole pronunciate da Mattarella viene comunque la pelle d’oca: sono la celebrazione funerea della definitiva subordinazione delle istanze democraticamente affermate da un popolo in difficoltà alla tenuta delle borse, ai mercati finanziari, allo spread, al tasso dei mutui. Questa vicenda ha dell’incredibile, del surreale. Siamo in presenza di un comportamento al limite del reazionario puro. Poi gli stessi molli giornalisti si domandano se ne sia valsa la pena: se davvero Salvini e Di Maio abbiano fatto bene a intestardirsi così sul nome di Savona facendo saltare tutto il progetto di governo. Hanno fatto benissimo. A prescindere dal fatto che Savona rappresenti la condensazione dell’accordo tra i due, il veto posto dal Quirinale per pregiudiziali politiche pone un problema sistemico ben più importante di Savona medesimo: la democrazia italiana stessa. Savona è diventato un emblema, una battaglia democratica da combattere a tutti i costi perché un uomo non può essere escluso per il suo pensiero, per le sue idee.

Esiste una sola ideologia politica inammissibile alla guida del paese ed incompatibile col regime democratico e sono le Disposizioni Transitorie e Finali della Costituzione ad individuarla al capo XII: quella fascista, tanto è vero che viene dichiarata illegale la costituzione di un partito con tale vocazione. E allora, se il veto politico di Mattarella è rispettoso della legge, ne deriva necessariamente e logicamente lo scioglimento immediato di qualsiasi partito politico vagamente euroscettico: come minimo il Movimento 5 Stelle, la Lega Nord e Fratelli D’Italia. Se tale scioglimento non dovesse avvenire, allora è Mattarella a non essere nell’alveo della legalità e quindi va messo immediatamente in stato d’accusa dal Parlamento. A questo punto non è più una facoltà assembleare, bensì un dovere.

La verità è che siamo difronte ad una impalcatura che sta collassando e il Governo giallo/verde mette in pericolo il sistema nel suo complesso: è una intera struttura di potere politico, economico, finanziario e mediatico ad essere in pericolo. È assolutamente fisiologico che un sistema lotti per la sua autoconservazione e, tanto grave è la minaccia, più forte sarà la sua reazione. Fino a giungere all’atto criminale perpetratosi ieri. Adesso il Quirinale ci impone letteralmente un Governo tecnico e di minoranza, nonostante ci fossero tutti i presupposti per un Governo politico e di maggioranza alla guida del paese, consumando uno stupro della Carta costituzionale, sputando in faccia al popolo italiano e spalancando le porte a poteri esterni che marciano con i loro lucidi stivali neri nei corridoi delle nostre istituzioni. Si poteva fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli: sarà un po’ estremo, vi apparirà un po’ colorito, ma se ieri Mattarella dal suo pulpito avesse pronunciato queste parole la differenza sarebbe stata certamente minima. Una cosa è certa: il voto e la volontà degli italiani non hanno contato nulla.

 

Savino Balzano

In cerca di larghe intese

Come prevedibile, i partiti che hanno ricevuto più consensi alle ultime elezioni faticano a trovare un’intesa per arrivare alla maggioranza governativa. Il PD, dopo la batosta, sembra sfilarsi e negare ogni supporto, preferendo leccarsi le ferite all’opposizione. Si profila all’orizzonte un governo M5S-Lega? Tutto quanto pare farlo presagire

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Elezioni politiche 2018: vince la realtà, il cosiddetto populismo che fa ancora storcere il naso ai radical chic che vivono su un altro pianeta

Dal trionfo del Movimento 5 Stelle alla débâcle del Partito Democratico, dal successo della Lega al tonfo di Forza Italia: come cambia lo scenario politico italiano dopo le elezioni del 4 marzo? A guardare le mappe spennellate di colori politici, l’Italia è divisa in due: Lega Nord e Lega Sud. Il meridione e le isole sono macchiati del giallo del Movimento 5 Stelle, il settentrione è zona targata Lega. I veri vincitori sono loro, i partiti cosiddetti populisti, i partiti della realtà. I perdenti? Innanzitutto il Partito Democratico dell’ex-premier in bicicletta Matteo Renzi, che ha dimezzato i consensi, insieme alla fotogenica e onnipresente Emma Bonino e ai colonnelli fuoriusciti (dalla casa democratica e dalla storia) Bersani, D’Alema, Grasso e compagnia. Non se la passa bene nemmeno Forza Italia, che guadagna la seconda posizione all’interno della coalizione del centrodestra.

Un tempo l’avremmo chiamata propaganda, ma abbiamo rilegato il termine ai totalitarismi. La politica è anche narrazione, non soltanto decisioni, norme, compromessi, fatti e così via. Ogni movimento, ogni partito, talvolta ogni singolo uomo politico costruisce il suo racconto, diluendo i fatti in un universo di valori, aspettative, illusioni, emozioni con cui si affrontano gli sviluppi della vita politica. Ci domandiamo: quali narrazioni hanno vinto e quali hanno perso?

Ciò che salta agli occhi è certamente il successo del M5S. Deriso, osteggiato, sbeffeggiato, considerato un partito di ebeti fascisti, una metastasi temporanea della politica italiana, messo in ridicolo (a volte dai suoi stessi adepti), il Movimento ha fatto breccia con una narrazione tanto banale quanto semplice, lineare, facilmente condivisibile: il luogo della discussione, il Parlamento, è la sala in cui il maggiordomo uccide il sovrano, in cui gli eletti tradiscono gli elettori. Con le loro norme contorte e i loro inciuci prendono la tua fiducia, caro cittadino, e la scaricano nel letamaio. Contro tali abusi, contro tutto ciò, contro tutto, contro nemmeno-noi-sappiamo-cosa, il Movimento ti difenderà. Ed eccolo lì, il Movimento, a macinare percentuali incredibilmente assurde per un partito senza storia, con i consensi che superano il 40% e sfiorano il 50 (al Sud, al Centro e sulle isole). Con queste percentuali, non potranno che ricevere la seconda o la terza carica dello Stato in sede parlamentare.

La Lega di Matteo Salvini è la medaglia d’oro delle elezioni. Se il M5S guida il primo partito in termini di voti, la Lega guida la prima coalizione. Ciò si traduce, nel nostro assetto istituzionale, in un privilegio non da poco, cioè nella verosimile preminenza che il Presidente Mattarella accorderà, in ipotetici incarichi, a Salvini. La trasformazione della Lega da partito regionalista a forza populista su base nazionale è stato definitivamente compiuto al Nord, dove spicca come primo partito in assoluto, ma è frenata dalla vittoria dei pentastellati al Centro e al Sud, dove Salvini incassa comunque ottimi risultati (9 punti percentuali in Molise, da 15 a 17 in Lazio e Abruzzo, intorno al 5-6 in Sicilia, Calabria, Campania, Basilicata, Puglia, 10 in Sardegna, dove ha giovato l’alleanza con gli autonomisti storici del Partito Sardo d’Azione). Sfonda anche nelle regioni rosse, storici fortini della sinistra, dall’opulenta Emilia-Romagna, dove la Lega raggiunge la quota di 19 voti ogni 100, all’operaista Toscana, dove si attesta al 17% (20-21 nei collegi di Pisa, Grosseto, Lucca). Nota di merito per Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, che conferma le aspettative in una forbice tra il 4 e il 5%.
Berlusconi tradisce le attese, e più che un gourmet si dimostra essere un avanzo del giorno prima. Ha abituato il paese a vederlo grande vincitore o grande sconfitto, protagonista della gran commedia o della gran tragedia. Le elezioni lo hanno inchiodato a quel 13-14% che potrebbe davvero essere la sua fine. Il Cavaliere è un mostro da palcoscenico, capace della più forte empatia con gli italiani, che lo vogliono vedere ora Achille ora Ettore, nell’eterno duello con se stesso da cui esce vivo o morto. Le percentuali suddette, invece, lasciano Forza Italia dove mai dovrebbe trovarsi, a metà tra la sconfitta (interna alla coalizione del centrodestra) e la vittoria (esterna). Fine delle trasmissioni?

Emergenza Casapound, si diceva. Ci siamo già dimenticati Auschwitz?, domandavano. Voilà, i pericolosi neri, attestarsi ben al di sotto dell’1%. Un colpo al cuore per gli uni che paventavano il ritorno delle camicie nere e si impegnavano in marce anti-qualcosa, e per gli altri, i casapoundiani, che si ponevano come vera alternativa al sistema e veri difensori del popolo italiano il quale, evidentemente, nemmeno sa chi siano. Andavano dicendo che votando Casapound avremmo impedito il ritorno di Renzusconi. Eccoci qui, nessuno ha votato Casapound e i numeri dicono che non ci potranno essere le larghe intese tra centrodestra e centrosinistra. Avranno tempo per vittimizzarsi. Chapeau, kameraden, narrazione perfetta.

I feticci e la realtà

Arrivano, sono loro. Le aspettative individuali e sociali, il demone con cui la politica deve forzatamente fare i conti. Perché puoi costruire e pompare una narrazione in cui l’Italia torna a essere grande e rispettata, in cui il lavoro riparte, in cui i diritti civili sono finalmente conquistati, ma arriverà inarrestabile la realtà a mostrarti che no, l’industria italiana è stata progressivamente ridotta in macerie, il lavoro non riparte bensì si trasforma in sfruttamento precarizzante, i diritti civili sono un feticcio morale con cui non si pranza. “Voto di pancia”, dicono. Viveteci voi, cari diritticivilisti, con una pensione misera, con uno stipendio da fame, con tasse da capogiro. La pancia sarà sempre il primo strumento a intonare la colonna sonora della vostra disfatta. Come se i bisogni primari dell’uomo fossero indegni della politica. Perché c’è un Italia che non vuole trucchi per rifarsi l’anima bella, non sente in sala i vostri racconti strappalacrime se lì fuori un martello pneumatico distrugge l’esistenza rendendo instabile il lavoro, i legami familiari, i momenti di festa, tutto ciò che riguarda la ciclicità dell’esistenza e che dà senso e significato al nostro vivere. Il Partito Democratico, con le sue battaglie di civiltà – quale? – cade al 18%, Liberi e Uguali del tandem Grasso-Boldrini viene ridotto a partitello da 3%, riuscendo per un soffio a entrare in Parlamento. Un abbraccio compassionevole.

Il Presidente della Repubblica non avrà avuto un buon risveglio. Nel momento in cui scriviamo, non ci sono percentuali per alcuna maggioranza gialla, né per un governo blu, né per una transizione a guida PD-FI, come magari auspicava qualcuno quando ha votato il Rosatellum pensando di far fuori i Cinque Stelle. Gli scenari più plausibili sono due, un accordo parlamentare in grande stile per la stesura e l’approvazione di una nuova legge elettorale, oppure un governo delle forze cosiddette populiste. M5S, Lega e FdI, che nella precedente legislatura hanno costituito l’opposizione, insieme totalizzano il 60% dei consensi, oltre che la stragrande maggioranza degli eletti nei collegi uninominali. Un accordo è possibile su pochi punti chiave quali l’abolizione della Legge Fornero, l’abolizione del Jobs Act, riordino del fisco e della giustizia. Non c’è però convergenza sui cavalli di battaglia elettorali – Flat Tax leghista e reddito di cittadinanza pentastellato – né sulle cruciali questioni dell’uscita dall’Euro e dall’Unione Europea, misure imprescindibili secondo il gruppo di destra, secondarie se non superflue per i grillini.

 

Alessio Mulas-L’intellettuale dissidente