‘La fattoria degli animali’ di George Orwell: quando manca il cielo

Tutto inizia con la notte, la dittatura, ogni dittatura inizia con al notte, ogni dittatura è e rimane notte, e inizia con la notte quella imponente metafora della dittatura, sovietica in particolare, che ne è il libro di George Orwell, La fattoria degli animali, romanzo distopico del 1945 che esamina lo sviluppo di un regime popolare di matrice rivoluzionaria violenta.

Il filosofo tedesco Hegel affermava che la filosofia è come la nottola di Minerva, l’uccello che prende il volo di notte, metafora, questa notte, del crollo di un’epoca, della sua stabilità, della sua certezza di essere se stessa, forte, ed eterna: ma tutto crolla e il crollo è la notte dell’esteriore, della materia, e la filosofia, la nottola, spicca il suo volo per preparare nuove certezze, partendo di nuovo da se stessa, dalla propria coscienza. Così ne La fattoria degli animali crolla l’impero di Jones, il Padrone, l’uomo. Tutto inizia, in questo libro, dalla notte dell’uomo. Jones è ubriaco, ed è notte, e gli animali, coloro che sono i deboli non ce la fanno più. –tutto inizia con la notte in una dittatura. Notte, questa è la prima parola, terrificante, del libro di Orwell sulla dittatura, su ogni dittatura, sull’ideologia… notte. La dittatura che non è altro che ideologia, cioè notturno della ragione, che non è altro che oppressione, liberticidio, cioè notturno della volontà. Questa storia, questa metafora, inizia nella notte. Di notte c’è una cosa che si vede meno di altre, ed è la cosa più importante, di notte, una notte senza stelle non si vede il cielo.

La fattoria degli animali: una lettura filosofica

Il primo capitolo de La fattoria degli animali cita Jones ubriaco che rincasa, gli animali che si riuniscono, si cita quell’immensa voragine aperta dalla parola notte, ma nulla si dice delle stelle, le uniche che possono forare il buio, ferirlo. E’ una notte senza stelle, neppure una cometa annuncia che il vecchio maggiore, il maiale che incita alla rivoluzione, sia il Salvatore. L’oriente non bussa alla porta di questa stalla, perché è la porta del pensiero che muore, dell’azione costretta, della parola che si spegnerà. Si urla alla rivoluzione, alla libertà. Il romanzo di Orwell si apre sulla terra, una terra di padroni e schiavi, di forti e deboli, e così come ci si apre, questa storia ci si chiude. Tutto avviene sulla terra, il primo grande assente, la prima vittima di ogni dittatura e di quella russa nello specifico, è il cielo, il divino, ma anche in generale, la capacità, la libertà di ognuno di proiettare i propri sogni, di innalzarsi nella propria interiorità fino a concepire se stesso non più oggetto di ordini, disordini, soprusi, ma come indipendenza. Come ogni futura dittatura, si parte da catene spezzate, da speranze che irrompono, che rivendicano, che gioiscono, che si illudono. Illusione che non è neutra: c’è chi illude e chi viene illuso. Ecco la seconda terribile parola de La fattoria degli animali ma è una parola che non è esplicita, non lo può essere, perché l’illusione è frutto della notte, del buio, illusione è tante parole, è tutte le bugie raccontate, i sogni spezzati, l’aria pesante, la cappa morale, l’ignoranza intellettuale, l’analfabetismo culturale. L’illusione è il sudore che esce da questa storia e dalle storie dei singoli animali dopo la rivoluzione. Perché ogni dittatura nasce con il consenso consapevole di pochi, l’illusione di altri, e l’opposizione dei non illusi, che devono morire.

Morte ecco la terza, ultima parola di questo buio storico, di questo muro da fucilazione della libertà, come una trinità di parole che non termina con la resurrezione e la speranza, ma con la morte e la rassegnazione: la notte non lascia più sorgere il cielo, la libertà, l’illusione convince di averla realizzata, la morte impone l’illusione ai vivi e il silenzio ai dissidenti, morti.

Certo, a volte il cielo sembra apparire, ma è sempre una sua immagine falsa: o illusione dei deboli o propaganda dei forti, perché dove non c’è libertà, non può esserci cielo.
Sia all’inizio che alla fine il corvo, Mosè, parla del paradiso, ma non è un vero paradiso, è una ricompensa materiale, che invece della consistenza di un soffio, eterea come la fede sincera che ad esso crede, difficile, da tradurre nel pensiero per la sua ineffabilità, qui invece il nome del paradiso è Monte Zuccherocandito, vera e propria soddisfazione materiale concessa fintamente all’infelice della terra, all’incatenato sofferente, molto più simile in realtà ai trenta denari di giuda con cui Mosè, corvo prima di Jones poi dei maiali, vende se stesso. Il cielo di notte, ancora una volta, non si vede, il paradiso di notte, non si vede.

Un’aspra critica a tutti i regimi totalitari

C’è poi l’asino, Benjamin, il cinico che la sa lunga, tanto quanto la sua vita, un verghiano che non crede alla sostanza della rivoluzione: la vita sarà sempre fame e miseria, ma questa consapevolezza, che lo mantiene critico, attento, non si traduce mai in rivolta, lui è appunto Verga, non lo schiavo ribelle Spartaco. Vede gli inganni del regime, ma sa che non può farci nulla e al tempo stesso è come se sapesse che anch’esso è transitorio, il cielo non esiste, figuriamoci se può esistere in terra, la rivoluzione è più falsa di Dio. Solo una volta rompe il suo eremo morale e corre per avvertire che stanno per uccidere Gondrano. Ma quest’unica corsa della sua vita, quest’unico slancio non ottiene il successo.
Eccolo infine lui, il cavallo, ma si può dire l’uomo. Il cavallo Gondrano, immenso Gondrano, mille lavoratori sono dentro di lui, tanta è la sua forza fisica e ancora più grande è la forza della sua volontà, ma misera purtroppo è la forza del suo pensiero: non riesce mai ad imparare più di poche lettere dell’alfabeto, ed ogni volta la propaganda del regime dei maiali lo sconfigge, lo crocifigge alla menzogna, lui si sforza di ricordare le leggi infrante, le speranze calpestate. Sembra quasi che la sua onestà e inquietudine a volte stiano per prevalere, ma sono attimi, frammenti, sassi in confronto alla montagna della storia che lo schiaccia. Eppure anche lui è una montagna, trascina pietre fino alla fine, ma in fondo ciò che gli fa esplodere i polmoni non è il peso della roccia, ma della contraddizione, tira il suo carico cercando di raggiungere un sogno che fa sempre un passo indietro mentre Gondrano lo fa in avanti, destinati a non raggiungersi mai, mentre le menzogne che si porta dietro pesano sempre di più. Gondrano in fondo è l’uomo come dovrebbe essere, onesto, lavoratore, ma è anche come l’uomo non dovrebbe essere, cieco, ignorante, fino a diventare un complice onesto del male.

Manca non solo il cielo ne La fattoria degli animali, ma anche la ragione. Kant diceva nella Critica della Ragion Pratica che esiste un regno morale, dei fini, dove gli uomini collaborano e sono esseri morali proprio grazie alla ragione. Ma per esserci ragione deve esserci critica, e per esserci critica deve esserci pensiero, cioè proprio ciò che i maiali non vogliono. La ragione nella storia non è riuscita sempre a imporsi e ancora oggi lotta per farlo, ma spesso è vinta non dalla fede, ma della fede cieca, che è fanatismo. Gondrano crede fanaticamente che Napoleon (il capo dei maiali) abbia sempre ragione. La ragione di Gondrano dorme il sonno dell’ignoranza, dell’onestà cecità.
Ed ecco che alla fine del libro e di queste vite massacrate, anche il passo penultimo, quello prima della morte – quella sì rivoluzionaria, perché liberatrice da tutta quella soffocante libertà socialista – quel passo penultimo che è la pensione e il riposo nel campo destinato al pascolo degli animali anziani, viene rubato della gola alcolista dei maiali, che scelgono di coltivarlo per produrre birra e alcool: non solo il cielo, ma anche l’ultimo gradino prima di giungerci viene rubato dai cuori e dai corpi dei sottomessi della rivoluzione. Non ci si riposerà mai, si passerà dal lavoro alla morte, dalla dittatura che è silenzio della vita, alla morte che è dittatura del silenzio. Per questo La fattoria degli animali è un inno al ragionamento e all’individualismo, sotto forma di favola.

La dittatura non avrebbe potuto tollerare quello spazio vuoto per il pascolo del riposo dei giusti, perché il riposo, la pensione, avrebbe implicato il fermarsi, la sosta dal lavoro e il rischio che il pensiero sorgesse nuovamente non più distratto dalla forza, il rischio che il miracolo dell’uomo libero si facesse spazio tra la nebbie del regime: il miracolo, il cielo, non devono esserci.

E noi chi siamo? Sappiamo che la storia ha dato ragione a Benjamin, nessuno ha mai visto la morte di un asino dice lui, ma l’asino ha visto la morte dei cicli storici: Jones, lo zar Jones è caduto, ma Benjamin è rimasto, ed è ancora vivo alla fine de La fattoria degli animali, quando ormai i maiali della prima ora sono vecchi. La storia ha dato ragione a Benjamin ma la nostra storia non può giustificarlo, perché Benjamin sapeva e non ha fatto nulla, e come diceva John Stuart Mill: «Gli uomini malvagi non hanno bisogno che di una cosa per raggiungere i loro scopi, cioè che gli uomini buoni guardino e non facciano nulla>>, che rinuncino al cielo.

Addio a Fidel Castro, il comunista che non fu comunista

“Presto compirò i 90 anni, mai avevo pensato di arrivarci e mai mi sono sforzato di arrivarci. È stato un capriccio del destino. Presto toccherà anche a me, il turno arriva per tutti”. Questo disse Fidel Castro Ruz lo scorso aprile, nel Palacio de Convenciones dell’Avana, rivolgendosi – “forse per l’ultima volta”, come precisò – ai delegati riuniti per l’assemblea di chiusura del VII Congresso del Partido Comunista de Cuba.

E fu, il suo, un discorso assai breve. Il più breve, probabilmente, tra gli innumerevoli da lui tenuti nel corso d’almeno sessant’anni, tutti immancabilmente passati agli archivi come esempi d’una oratoria debordante, entrata nella leggenda per la sua verbosa, teatrale ed ammaliante estensione temporale. Breve e, a suo modo, anche triste e definitivo. Come un addio.

Quel “presto” è, in realtà, oggi. Perché proprio oggi, nella notte tra il 25 ed il 26 novembre 2016, quell’inevitabile, biologico “turno” è infine arrivato. Fidel Castro Ruz è morto. Il comandante en jefe, il líder máximo, el caballo, Fifo, è morto davvero – “ei fu”, verrebbe da dire con un’eco manzonian-napoleonica che a lui, di certo, non sarebbe dispiaciuta – al termine d’una vita che, ben al di là d’ogni scontata considerazione sulla caducità dell’umana esistenza, proprio con la morte è vissuta in una molto peculiare e perenne simbiosi.

Perché, in effetti, proprio la morte – la sua morte, la morte di tutti, la morte, esaltante e macabra, di “patria o muerte” – è sempre stata da Fidel Castro considerata come l’unica possibile alternativa a se stesso e al suo personale trionfo. E, ancor più, perché la sua morte – una morte che appariva “nell’ordine delle cose”, una morte dai suoi nemici cento volte annunciata e da lui, fino a ieri, ogni volta spettacolarmente smentita – è sempre stata parte d’un mito che, costruito con geniale sapienza, è, in ultima analisi, soprattutto un mito di perpetua resurrezione, col tempo trasformatosi in un molto meno mitico, ma egualmente straordinario, monumento alla sopravvivenza.

La morte è infine arrivata. Ed è stata davvero, come Fidel Castro aveva forse involontariamente previsto, la morte che “arriva per tutti”. Terribile, misteriosa e banale. Priva, nella sua ovvietà, d’ogni eroico risvolto. Una morte senza “resurrezione” e molto lontana – paragone, questo anch’esso banale, ma inevitabile – da quella, entrata nel mito, di Ernesto “Che” Guevara.

Fidel Castro è morto. E vale forse la pena partire proprio da qui, da quel suo ultimo e inusualmente sintetico sermone – celebrato di fronte a un Congresso che, secondo alcuni, era chiamato a “superare” la sua eredità, o a più eufemisticamente “attualizzarla”, come suggerivano i documenti congressuali – per cercare di capire che cosa in effetti ci lascia un uomo che tutti, amici e nemici, all’unisono collocano tra i più rilevanti leader politici del XX secolo.

Su questo punto Fidel era stato, in quel suo intervento, molto enfaticamente chiaro e, nel contempo, estremamente generico. Ed era partito da una domanda, la stessa che negli ultimi 60 anni si sono posti, invano, tutti i suoi biografi: “Perché – si era chiesto- sono diventato socialista o, più chiaramente, perché mi sono convertito al comunismo?”. E, curiosamente, aveva poi aggiunto senza rispondere alla domanda: “Parlo perché si comprenda meglio che non sono né un ignorante, né un estremista né un cieco, che non ho acquisito la mia ideologia studiando economia per conto mio”.

Più che parlare del perché della sua conversione, Fidel ne aveva, in quel discorso, precisato il quando e come: “Avevo all’incirca 20 anni ed ero appassionato di sport e di alpinismo. Senza alcun precettore che mi aiutasse nello studio del marxismo-leninismo (poco prima era parso dire l’esatto contrario n.d.r.); non ero che un teorico e, naturalmente, avevo una fede totale nella Unione Sovietica”.

Comunista da sempre, dunque. E comunista nel più ortodosso dei termini. Fidel era un comunista con una “fede totale nella Unione Sovietica”, quando, negli anni ’40, nelle fila del Partido Ortodoxo, partecipava alle vicende politiche della Università dell’Avana (nel periodo del cosiddetto “gangsterismo” quando le differenze politiche si risolvevano a colpi di pistola).

Era comunista quando nel luglio del 1953 in una azione definita “avventurista” dal Psp, il partito dei comunisti filo-sovietici cubani, assaltava il Cuartel Moncada. Fidel era comunista – come lui stesso ricorda nella “biografia a quattro mani” scritta con Ignacio Ramonet – anche quando, ancora adolescente nel collegio Belén (e su questo concordano le testimonianze dei suoi compagni di corso e del suo professore e mentore, il gesuita padre Amado Llorente) orgogliosamente cantava “De cara al sol”, l’inno dei franchisti spagnoli.

E da comunista – comunista da sempre, al termine d’una dittatura durata più d’ogni altra nel ventesimo secolo – Fidel verrà ora cremato e sepolto, come da suo espresso desiderio, in quel di Santiago, accanto alla tomba di José Martí, l’“apostolo” del cui pensiero e della cui battaglia per l’indipendenza cubana, Fidel s’era proclamato (in quello che i suoi nemici definiscono un “sequestro”) unico ed autentico erede.

Nato comunista, vissuto da comunista e da comunista sepolto, Fidel Castro, in realtà, comunista non fu. Perché il suo comunismo non è stato, a conti fatti, che il vestito da lui indossato per coprire le brutali nudità di quello che sarebbe passato alla storia come “castrismo”. Ovvero la totale identificazione tra il suo personale potere ed il concetto d’una patria che voleva libera. Libera perché liberata dal peso del neocolonialismo statunitense e libera, anche, anzi, soprattutto, perché “sua”, libera perché pienamente identificata con il suo potere assoluto.

 

Fonte: Il Fattoquotidiano

 

 

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