Matteo Garrone, regista di ‘Dogman’: nel mio film niente localismi di comodo

Matteo Garrone, sublime pittore di anime, non colleziona interpretazioni del mondo, bensì l’esplora e l’investiga nei recessi più oscuri correndo il rischio temuto da Nietzsche: “E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te”. Stretto alla città di Napoli da legami profondi (napoletana è la ex compagna Nunzia madre del figlio Nicola) e all’enclave di Castelvolturno da vincoli artistici altrettanto forti, Garrone e il protagonista di “Dogman” Marcello Fonte domani saluteranno il pubblico del Metropolitan alle 20,30 e quello del Bristol Pinetamare del Villaggio Coppola alle 23.15.

 

Al di là della retorica d’occasione, è escluso che si tratti d’incontri promozionali qualsiasi.

“Ma certo. Napoli è una città che mi affascina per lo straordinario vitalismo e la forza espressiva della sua gente già cara a Pasolini e Fellini, ma che nel contempo sfida a non perdersi nelle sue infinite sollecitazioni. Ed è uno stimolo artistico impareggiabile quello di cercare di mettere ordine in questo caos energetico, d’individuare ogni volta una linea figurativa in sintonia con la storia che sto raccontando. Castelvolturno, poi, è per me un luogo magico… sento che in qualche modo mi vuole bene e resto sbalordito quando anche il tempo sembra accordarsi ai miei desideri. Al momento di girare la sequenza del tosacani che esce dal carcere, per esempio, la luminosità dei giorni precedenti s’è mutata all’improvviso in una sinfonia di grigi e il sopraggiungere di un temporale ha reso pressoché naturale il passaggio da aperto e allegro a chiuso e cupo dello stato d’animo del protagonista. Un feeling totale che ha fatto anche in modo che le riprese si concludessero poco dopo 6 settimane anziché nelle 8 previste”.

Però Napoli e il funesto dibattito sull’immagine “sporcata” dai film gomorriani stavolta per fortuna non c’entrano.

“Ah no, di Napoli, come di Roma dove si svolse l’abominio del canaro, in Dogman c’è solo un sentore lontano. Niente localismi di comodo, qui trionfa un non-luogo che diventa vero in quanto riflessione sulle paure, le difficoltà delle reazioni umane, le scelte che si rivelano sbagliate o meglio ancora sul ritrovarsi imprigionato in un meccanismo a cui si era estranei. Quello di una violenza che circola nell’aria, viene assorbita a poco a poco e infine inevitabilmente deflagra scioccando persino i cani feroci chiusi in gabbia”.

Un approccio da western di frontiera o, se preferisci, da favola nera alla Basile.

“Proprio così. Il mio Marcello non ha più niente a che fare con la cronaca di una vecchia barbarie. L’ho ripetuto in modi che saranno sembrati autistici a tanti tuoi colleghi: insieme a Chiti e Gaudioso abbiamo ridisegnato ex novo tutti i personaggi e il canaro è diventato ai nostri occhi e spero anche a quelli del pubblico una sorta di moderno Buster Keaton, un mimo del cinema muto. Per intenderci ho usato un linguaggio comunicativo diverso da quello delle narrazioni televisive di Franca Leosini, che pure come te conosco e ammiro. Del resto la mia formazione è pittorica e al massimo posso aggiungerci l’influenza del tennis a cui ho a lungo creduto di dedicare vita e carriera: alludo alla componente agonistica, la cui dinamica in fondo si ricrea spesso sul set”.

Respingi, insomma, le affinità con “Cane di paglia”.

“Adoro quel film, ma per “Dogman” ho sempre previsto uno sviluppo opposto e forse proprio per questo ho tenuto a bagnomaria per dodici anni l’idea di trasporre il fattaccio. Qualcuno ha evocato, sbagliando, anche Un borghese piccolo piccolo ma io sono, invece, molto geloso e felice dell’idea che sono riuscito a concentrare nella realizzazione del film. Il cui pathos sta soprattutto negli sforzi fatti da Marcello per resistere al male, per non farsi contagiare dalla violenza, per gestire l’insano rapporto col bestiale Simoncino, per essere amato dalla sia pure degradata comunità in cui sopravvive; tanto che persino nel momento della tremenda catarsi tenta di curare il suo persecutore ferito a morte e s’illude che le cose possano tornare come prima fuoriuscendo dal meccanismo difensivo che ha stritolato la sua mitezza. Qui la chiave potrebbe semmai stare nelle Memorie del sottosuolo e nella sottile fascinazione per il più forte che Dostoevskij sa insinuare nella sua geniale mappa umana”.

 

Intervista a Matteo Garrone

‘Dogman’, il noir di Matteo Garrone che parla di morte e di angoscia

L’oscura pulsazione di un non-luogo dove le persone possono al più sopravvivere. Edifici che sembrano disabitati anche quando non lo sono, strade sterrate, spiagge luride, luci che brillano solo all’alba, locali come buchi aperti sul nulla, recinti e muri scrostati, un mondo di discarica, una latrina da cui non è possibile tirarsi fuori. Dogman, il film di Matteo Garrone non è un sado-thriller qualunque o un report di cronaca nera dalle venature splatter, né tantomeno un saggio autoriale improntato a una morale consolatoria oppure (fa lo stesso) sociologica: Dogman è un racconto di morte che ha per protagonista il male, quello che contagia, ammala, fa diventare i buoni cattivi e viceversa, si trasforma fatalmente in vendetta e sembra non avere senso finché non ne acquista uno nella logica della narrazione.

Dogman inizia con il ringhio di un pitbull da combattimento ed il terrore speculare degli altri cani chiusi dentro le gabbie del negozio, enucleando così quelle dinamiche di sopraffazione e sottomissione che sono la regola di vita del quartiere. L’ombra di Simone si staglia gigantesca dietro la porta a vetri del canaro, proiezione gonfia di una paura atavica che con il tempo ha dominato gli animi della gente perbene, non soltanto nei quartieri periferici.

E lo sguardo smarrito di Marcello in riva al mare, dopo l’ennesima prepotenza subìta, è quello di un Paese che ha preso consapevolezza del proprio status di vittima, e che “tutto questo non lo accetterà più”. Ma invece di raccontare un’incazzatura alla Quinto potere, o la vendetta efferata e grottesca in cui le cronache hanno abbondantemente sguazzato, Garrone descrive una quieta rivalsa del tutto priva della valenza pulp che ha reso archetipale, e protagonista di uno storytelling ante litteram, il vero Canaro.Garrone, grande pittore di anime, assume ancora una volta come base del suo cinema lo stupore di fronte all’orrore e sembra stavolta procedere in sintonia con le tesi di Salvatore Natoli esposte nel saggio L’animo degli offesi e il contagio del male: <<Certo, il male è pervasivo, ma chi lo compie ne è responsabile e non solo di quello che fa, ma –peggio- delle conseguenze… Ogni atteggiamento reattivo replica il misfatto, non lo riscatta>>. Il noir, che dell’atroce caso del “canaro della Magliana” riprende solo i dati principali, è sorretto dalla straordinaria resa del neoattore Marcello Fonte che s’immedesima nel brutto, fragile, miserabile eppure mite protagonista, confinato nelle brutture della periferia con l’unica consolazione dell’amore per la figlia e per i cani. Dogman, tuttavia, non insiste molto sulla trama perché la stessa è disseminata in decine di minimi, accuratissimi tocchi, nell’alternanza di campi lunghi e primi piani, nella fotografia che trova inquadrature assomiglianti a quadri di un Hopper post-atomico, nei flussi di cocaina che scandiscono il tragico rapporto di Marcello col brutale ed erculeo malavitoso Simoncino trasformatosi in persecutore personale.

Quello di Garrone è un cinema tridimensionale, dove i personaggi prendono corpo e saltano fuori dallo schermo per accompagnarti fino a casa, lasciandoti addosso un’angoscia straziante, come in Gomorra e in Reality, sono più veri degli uomini della cronaca cui si ispirano, perché hanno il carattere dell’universalità.

La sensazione d’angoscia di Dogman si fa di sequenza in sequenza più palpabile componendo un crescendo di sopraffazione che rende Marcello libero solo quando s’immerge in tenuta da sub con la figlia nelle profondità del mare, favorendo in questo modo il dispiegarsi di una vera e propria sinfonia della paura, la stessa che può intravedersi negli insondabili abissi dei comportamenti animali. L’uggiolio del cagnetto si trasforma nel ringhio spaventoso del pitbull da combattimento quando scatterà la trappola messa in atto da Marcello illuso di liberare una buona volta non solo se stesso, ma anche il quartiere, la città, il mondo dall’odioso stupratore. Il sentimento finale, riservato a spettatori dal cuore forte, trascende così l’atto criminale per incarnarsi nella più agghiacciante metafora cristologica che si possa immaginare.

 

 

 

Fonte:

Dogman

Cannes 2018: vince meritatamente il delicato film giapponese ‘Hoplifters’ di Kore-eda Hirozaku. Premiati anche gli italiani Garrone e Rohrwacher

La 71ª edizione del Festival di Cannes è terminata con le melense e prevedibili dichiarazioni anti-Weinstein di Asia Argento che con l’arte del cinema c’entra ben poco, l’assegnazione della Palma d’Oro e diversi altri premi, da parte della giuria presieduta da Cate Blanchett. Ad aggiudicarsi la Palma d’oro per il Miglior Film è la pellicola drammatica giapponese Shoplifters di Kore-eda Hirozaku.
La giuria della kermesse francese ha premiato entrambi i film italiani in Concorso assegnando la Palma d’Oro per la Migliore Interpretazione Maschile a Marcello Fonte, protagonista di Dogman, un racconto di morte che ha per protagonista il male, quello che contagia, ammala, fa diventare i buoni cattivi e viceversa di Matteo Garrone, che ha ricevuto il riconoscimento da Roberto Benigni e ha dichiarato: “Ringrazio Matteo che ha avuto il coraggio e la follia di volermi con sé”. La pellicola girovaga ma e poco riuscita Lazzaro felice di Alice Rohrwacher che deve molto al cinema del compianto Ermanno Olmi, ha invece ottenuto il premio per la Migliore Sceneggiatura e la regista ha ringraziato la giuria e la sua presidentessa per aver preso sul serio una sceneggiatura così bislacca, così come i bambini prendono sul serio i giochi.

Pawel Pawlikowski è il Miglior Regista con Cold War drammatica storia d’amore ambientata nella Polonia degli anni ’50. Anche nella sezione Quinzaine des Réalisateurs l’Italia si fa notare con Troppa grazia di Gianni Zanasi che ottiene il riconoscimento Europa Cinemas Cannes Label.
Spike Lee porta a casa il Gran Prix per il suo BlacKkK.lansman: “dedico il premio agli afro-americani. Il mio film dice quello che penso su Trump”.

Kore-Eda si è meritato questo riconoscimento per aver realizzato una pellicola intensa e delicata allo stesso tempo, con al centro una famiglia anticonvenzionale che l’autore nipponico ha inquadrato con grande sensibilità. Il film percorre solo in apparenza binari antichi, nascondendo una differente declinazione della materia, che guarda al sociale come l’autore non faceva dai tempi di Nessuno lo sa. Il primo segmento dell’opera sembra esaudire appieno le aspettative di quest’ultimo, introducendolo a un gruppo di ladruncoli che, per interesse prima e per affetto poi, si ritrova a festeggiare un colpo, simulando di avere dei rapporti effettivi di parentela. Tutto sembra procedere nella direzione più attesa, sino alla svolta narrativa che riapre il vaso di Pandora e rimette tutto in discussione. “Buoni”, “cattivi”, giusto e sbagliato, diventano concetti ribaltati sullo spettatore e sui suoi dubbi, con una padronanza della narrazione – già intravista nel “rashomoniano” The Third Murder – che guarda al relativismo di Kurosawa, ancor più che al consueto termine di paragone del connazionale Ozu. Il conflitto tra legge morale e legge sociale trasforma i toni quasi da commedia della rappresentazione della famiglia fittizia in un dramma colorato di nero, che colpisce come una sferzata, dopo aver aperto il cuore al sentimento.

Una Palma d’oro speciale è andata a Jean-Luc Godard, maestro del cinema francese e della Nouvelle Vague, che ha portato quest’anno a Cannes la sua ultima, sperimentale creazione: Le livre d’image.
Miglior attrice, invece, alla kazaka Samal Yeslyamova per Ayka di Sergey Dvortsevoy. Da segnalare anche la Caméra d’or, il titolo per la miglior opera prima, andato al sorprendente Girl del belga Lukas Dhont, film presentato nella sezione Un Certain Regard.
Va inoltre ricordato che il cinema italiano ha ottenuto riconoscimenti importanti anche tra i film presentati all’interno della Quinzaine des Réalisateurs, sezione parallela del festival: Samouni Road di Stefano Savona ha vinto il premio come miglior documentario dell’intera kermesse.