La lunga strada verso una vera Europa

In attesa di capire esattamente le posizioni che prenderà in politica estera ed economica la nuova amministrazione USA guidata da Donald Trump, l’Europa si ritrova a fare i conti con sé stessa e con una unione sempre più fragile dopo la Brexit, le minacce di veto italiano sul bilancio e la crescita esponenziale delle forze populiste in molti Paesi.

Di fatti questa situazione di incertezza espone le economie più fragili dell’Unione a speculazioni che possono assumere dimensioni molto significative e, se a questo si somma la minaccia di un ridimensionamento del materno abbraccio americano sulla vecchia Europa, possiamo pensare che ci apprestiamo a vivere un futuro complicato. Una situazione inedita per molti Paesi che si ritrovano, così, a dover prendere delle decisioni in autonomia che determineranno il futuro di tutti.

L’unica via percorribile è puntare tutto sull’Europa, rilanciando l’idea, già presente nel Manifesto di Ventotene, di una Europa unita e federale che superi di fatto il principio dello Stato Nazione. In altre parole costituire gli Stati Uniti d’Europa. Il primo argine a questo processo è rappresentato dalle attuali e poco credibili leadership europee che, dimostratesi eccessivamente legate alla finanza, non sembrano essere in grado  di prendere una decisione che esporrebbe molte cancellerie all’ipotesi, tutt’altro che remota, di derive populiste.

Eppure la fusione delle economie europee in un unico soggetto è l’unico modo per poter contare qualcosa su uno scacchiere internazionale strutturato in quattro blocchi: Usa, Russia, Cina ed economie emergenti che, diversamente, potranno soffocare a piacimento il vecchio continente toccando le fragilità strutturali di ogni singolo Stato.

Si provi solo ad immaginare dal punto di vista finanziario cosa possa significare la cancellazione dei singoli debiti pubblici, con la conseguente scomparsa di azioni speculative dei signori della finanza, e la creazione di un unico eurobond capace di dare garanzie senza precedenti.

Pensiamo a cosa vorrebbe dire una forma di diritto comune con regole uguali per gli europei e una Costituzione condivisa che consenta di eleggere il presidente degli Stati Uniti d’Europa con partiti sovranazionali, in grado di riscrivere le attuali strutturazioni ideologiche, e capaci di raccogliere al proprio interno cittadini che possono essere, finalmente, protagonisti reali nelle decisioni che li riguardano.

Un parlamento, un esercito, una moneta e una Costituzione unica per guardare con più serenità al futuro e poter contare fattivamente qualcosa nelle decisioni chiave che il mondo dovrà prendere da qui in avanti perché ci sono emergenze, vedi il clima, che non possono essere più procrastinate.

In una logica federale ogni singolo Stato potrà svolgere alcune funzioni di coordinamento e di politica economica, ma il cuore delle decisioni dovrà essere altrove in un vero parlamento politico capace di dettare la linea a quella che potenzialmente può rappresentare la prima economia al mondo.

Bisogna osare perché l’alternativa a tutto questo si chiama populismo e la storia ci ha insegnato che non porta a nulla di buono.

Trump: un Presidente contro

“Domani comunque sorgerà il sole”, con queste parole Barack Obama saluta il risultato a sorpresa che incorona Donald Trump 45° Presidente degli Stati Uniti d’America. Un risultato a sorpresa, ma se vogliamo neanche troppo, che sottolinea anche al di fuori dei confini europei una inesorabile e incontenibile ascesa delle forze populiste e xenofobe che incarnano la cosiddetta pancia delle democrazie occidentali. E così, dopo quello di Orban contro i migranti, si prepara la costruzione di nuovi muri sia fisici che morali per chiudere fuori il diverso e rendersi prigionieri in casa propria.

Il verdetto americano, amarissimo per gran parte delle élite europee, sottolinea ancora una volta la crisi profonda che sta attraversando il sistema democratico moderno nato proprio negli States. Alexis de Tocqueville nel celebre saggio La democrazia in America aveva profeticamente scritto: “ […] Può tuttavia accadere che un gusto eccessivo per i beni materiali porti gli uomini a mettersi nelle mani del primo padrone che si presenti loro. […] Preoccupati solo di fare fortuna, non riescono a cogliere lo stretto legame che unisce il benessere di ciascuno alla prosperità di tutti. In casi del genere, non sarà neanche necessario strappare loro i diritti di cui godono: saranno loro stessi a privarsene volentieri. […] Una nazione che chieda al suo governo il solo mantenimento dell’ordine è già schiava in fondo al cuore, schiava del suo benessere e da un momento all’altro può presentarsi l’uomo destinato ad asservirla.

Tocqueville scriveva in un’epoca molto lontana dalla nostra e, pur essendo cambiate le condizioni generali, troviamo il suo pensiero di grande lungimiranza. Al centro della campagna elettorale di Trump non c’era il raggiungimento di uno status superiore, ma la difesa di quello che si ha dell’American way of life percepito come qualcosa che è in pericolo a causa di un nemico esterno. Le ricette proposte sono infantili e figlie di una visione semplicistica dei processi storici banalizzati e ridotti in uno slogan.

In attesa di “rompere il tetto di cristallo” è necessario fare alcune considerazioni impopolari su quello che sta accadendo alla nostra democrazia che, come diceva Churchill è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora, ma che sta mostrando in sé il germe della propria autodistruzione.

  1. La ricerca di accaparramento dell’elettore mediano, ossia di colui che si pone in maniera moderata sulle questioni e che generalmente rappresenta la fascia media della popolazione, è il preambolo della sconfitta perché questa figura, quasi mitologica, ha compreso che il rapporto costi/benefici del voto è nullo e quindi non va a votare;
  2. I programmi elettorali incentrati sull’equilibrio dei mercati non affascinano la gente che vive l’economia reale e non quella finanziaria. La crisi di plastica del 2008 ha ormai aperto un solco insanabile tra le due economie e l’elettorato tende a privilegiare nelle sue scelte chi è contro la finanza;
  3. Si è esultato per la fine delle ideologie e, in particolar modo in Europa, si sono trasformati i partiti in semplici comitati elettorali privandoli del ruolo, essenziale, di agenzia di socializzazione democratica.
  4. Nell’era della comunicazione globale i social hanno sostituito di gran lunga i tradizionali mezzi di comunicazione, cosa che sa benissimo il nostro Renzi, semplificando la narrazione di questioni molto complesse. La democrazia di domani deve essere in grado di essere credibile ben al di là di un post virale;
  5. Il reclutamento della classe dirigente è legato al capo del momento che solitamente sceglie di circondarsi di personaggi improponibili e gestibili che fanno aumentare, e di molto, la forza dei movimenti antisistema;
  6. La politica è percepita come qualcosa di distante, distaccato e superfluo. La gente vive la propria quotidianità in maniera isolata e non crede nella reale possibilità di cambiamento legato a scelte politiche.

Questi pochi punti racchiudono alcune delle criticità della nostra democrazia. Trump ha vinto non perché ha parlato alla pancia della gente ma perché ha parlato in maniera differente. Se al posto della Clinton, che incarnava il potere consolidato, ci fosse stato Sanders probabilmente oggi commenteremmo qualcosa di diverso, ma a quanto pare non è possibile cambiare.

Una democrazia credibile può parlare in maniera chiara dei problemi percepiti dall’elettorato senza cadere in contraddizioni. È il caso del fenomeno del secolo, quello migratorio, che non rappresenta assolutamente una emergenza, ma qualcosa di epocale con cui prima o poi bisognava fare i conti. È impensabile continuare a gestire il pianeta a proprio piacimento senza innescare reazioni.

Ha sicuramente ragione Obama, domani tornerà il sole, ma noi saremo ancora una volta con i paraocchi.

Buon lavoro Mr Trump.

Donald Trump e Hillary Clinton: l’inquietante e la muffa

Diciamo la verità: i candidati per le vicinissime Presidenziali USA non brillano per profondità intellettuale e contenuti. Anche il terzo e ultimo scontro tenutosi pochi giorni fa a Las Vegas tra il repubblicano miliardario Donald Trump e la democratica moglie di Bill Clinton, Hillary è stato certamente deludente per chi si aspettava colpi di scena, conigli dal cilindro o comunque qualcosa che andasse oltre colpi bassi e insulti reciproci.

Donald Trump ha dichiarato ancora una volta che rifiuterà un’eventuale sconfitta, lanciandosi  in un attacco ai media e al loro ruolo nel manipolare le elezioni. Hillary, dal canto suo, ha affermato che l’affermazione di Trump è in contrasto con la storia democratica degli Stati Uniti, storia con luci ma anche molte ombre, in verità, i quali probabilmente, a dispetto di quello che pensano in molti e cioè che l’impresentabile è solo ed esclusivamente Trump, meritano, proprio in virtù della loro storia, due pessimi candidati come Donald Trum e Hillary Clinton.

Donald Trump rappresenta un’anomalia nel panorama politico statunitense ed internazionale attuale, e la sua analisi permette di capire l’evoluzione della mentalità e delle concezioni politiche del popolo a stelle e a strisce. Donald Trump ha ottenuto consensi in un paese smarrito, in crisi di identità, che desidera un leader forte e carismatico. Gli USA sono un Paese lacerato da disuguaglianze sociali e ridurre i milioni di americani sostenitori di Trump a un branco di buzzurri reazionari, populisti, xenofobi e fanatici delle armi, come fanno diversi commentatori, anche di casa nostra, che si concentrano solo sulle uscite infelici del candidato repubblicano, vuol dire essere riduttivi e superficiali. Bisognerebbe andare oltre le banali semplificazioni e cercare di comprendere perché Trump è riuscito a porsi in posizione di vantaggio su tutti gli altri concorrenti alla nomination repubblicana. Perché parla alla pancia del Paese, dirà qualcuno, frase ormai stantia, adoperata ogni volta anche in Italia per spiegare il successo del M5S; ma l’outsider politico Trump è un fenomeno complesso, tipicamente americano.

Donald Trump: l’inquietante outsider politico

Senza dubbio Donald Trump è un uomo controverso, eccentrico, involontariamente comico, inquietante, protagonista di sgradevoli commenti sulle donne, imprevedibile che utilizza un linguaggio semplice e diretto accompagnato da una retorica che non è ben vista dalle élites. Il business-man newyorkese viene considerato un pericolo per la democrazia da buona parte della stampa e dall’establishment politica qualora dovesse diventare il prossimo presidente degli USA. Ma perché il cattivone Trump è inviso ai circoli intellettuali che contano, ai giornali patinati come il New York Times e allo Star System che invece appoggiano Hillary Clinton?

Donald Trump in fondo è un provincialotto made USA, propugnatore dell’isolazionismo (perlomeno a parole), che non aspira a giocare a “globocop”. Anche Obama nel 2008 era il leader della distensione, promettendo di mettere la parola fine alla crociata cominciata da Bush in Medio Oriente contro il mondo arabo-musulmano e persiano. Ma con il passare dei mesi le élites di potere ed il Pentagono lo hanno ricomprato costringendolo a sostenere vecchi e nuovi fronti di guerra.

Tra le accuse mosse a Trump oltre a quelle di razzismo e islamofobia vi sono quelle di sessismo avallate da  testimonianze di diverse donne che hanno sostenuto di essere state molestate in passato da Trump e da una registrazione spuntata qualche settimana fa dove il candidato repubblicano affermava che “se sei una star puoi fare quello che vuoi”. Ci dovrebbe essere meno imbarazzo quando si dice la verità: ci sono donne che di fronte all’uomo di potere si umiliano, ci sono uomini che fanno valere il loro potere nelle loro relazioni con le donne e donne che ci stanno, perché gli conviene. Quando si tira fuori con grancassa mediatica la storia dell'”offesa alle donne, le quali sono sempre e solo povere vittime del porco di turno”, il più delle volte è una bufala.

L’ipocrisia sulle battute pseudo-sessiste

Quelle di Donald Trump sono tipiche battute scollacciate da ambiente maschile, che anche le donne conoscono benissimo e non si scandalizzano. Semmai è curioso che queste “povere” donne spuntino come funghi a distanza di anni dalle presente molestie e accusino Trump. Non si può giudicare un politico per le volgarità da bar che dice in privato; cosa succederebbe se si registrassero tutti i commenti privati sulle donne espressi dai vari politici ipocriti che oggi inorridiscono e si imbarazzano arrossendo per le vanterie e le battute sboccate di Trump?

Non è forse più grave e volgare la risata pubblica della signora paladina delle donne, Hillary Clinton sul barbaro scempio del cadavere Gheddafi linciato dai guerriglieri libici alleati della Nato? Senza rammentare a buona parte dell’opinione pubblica che il marito della futuribile presidente degli USA risponde al nome di Bill Clinton (la signora utilizza il cognome del consorte, non il proprio), di certo non un stinco di santo, dell’ex Presidente alla Casa Bianca con Monica Lewinsky non si hanno video ma possiamo benissimo immaginare di che tipo di trattamento si sia trattato, così come gli altri tradimenti di Bill. Probabilmente ad aver attratto Monica Lewinsky e altre è stata la folgorante bellezza di Bill Clinton non il tipico fascino che deriva dal potere.

Tutti ricordiamo lo scandalo giornalisticamente noto come Sexgate, che costrinse Clinton a subire un lungo procedimento giudiziario per le accuse di spergiuro seguite alle sue dichiarazioni in merito alla vicenda rilasciate nel corso del processo per un caso di presunte molestie sessuali nei confronti della giornalista Paula Jones, conosciuta da Clinton quando era governatore dell’Arkansas. Durante quel processo il presidente degli Stati Uniti negò di avere avuto rapporti sessuali con Monica Lewinsky, ma nel corso della sua testimonianza di fronte al Grand jury del 1998 Clinton ammise invece di avere avuto una “relazione fisica impropria” con la stagista. Forse solo la signora Clinton che certamente ha perdonato il marito per amore, non per convenienza e fare carriera, ha rimosso quella triste vicenda e sentenzia contro Donald Trump.

Chi è davvero Hillary Clinton?

Ma chi è davvero Hillary Clinton, colei che si autodefinisce come l’ultima speranza per il popolo americano, l’ultima cosa tra i cittadini statunitensi e l’Apocalisse, e che si pone come la nonna buona e rassicurante delle favole? Partiamo da una mail inviata dalla Clinton nell’agosto 2014 a John Podesta, uno dei più stretti collaboratori della famiglia Clinton ed oggi a capo della sua campagna elettorale: <<I governi di Qatar e Arabia Saudita stanno fornendo supporto finanziario e logistico clandestino all’Isis e ad altri gruppi sunniti radicali nella regione>>. La mail rilasciata da Wikileaks ha del clamoroso, come altre che ha signora Clinton ha provveduto a cancellare. Nonostante Hillary Clinton sapesse dell’appoggio che i regimi del Golfo alleati degli Usa danno all’Isis, ha continuato ad accettare milioni di dollari di finanziamento per la sua Fondazione proprio da questi regimi che lei stessa riconosce essere sponsor del terrorismo di matrice islamica. Questo è davvero imbarazzante e sconcertante non le battute pseudo-sessiste di Trump.

Durante questa campagna elettorale per le Presidenziali, Trump è stato ripetutamente attaccato per il suo atteggiamento non ostile nei confronti della Russia di Vladimir Putin; dipinto come un fantoccio manipolato da potenze straniere. Nell’ultimo dibattito televisivo, la Clinton ha affermato: “Non è mai successo prima che un avversario (Putin) si adoperasse così tanto per influenzare il risultato delle elezioni”. Ma Putin non finanzia la campagna elettorale di Donald Trump e la Russia è impegnata a combattere l’Isis e il terrorismo in Siria e in Asia Centrale. Al contrario, i sauditi amici della Clinton finanziano la sua Fondazione di famiglia con la stessa mano con cui finanziano l’Isis e Al Qaeda. A tal proposito risulta illuminante l’affermazione di Glenn Greenwald, importante giornalista d’inchiesta di area liberal: “Tutti coloro che desiderano sostenere che i sauditi abbiano donato milioni di dollari alla Fondazione Clinton per il desiderio magnanimo di aiutare le sue cause benefiche, alzino la mano”.

Ciò che si sa con certezza su Trump è che non è sopportato dall’oligarchia che ha ordinato ai media statunitensi di distruggerlo con ogni mezzo. Se Trump dovesse insediarsi alla Casa Bianca, non significa che potrebbe prevalere sull’oligarchia, la quale è radicata a Washington e controlla cariche di politica economica ed estera, gruppi di lobbisti, e naturalmente i media. Il popolo non controlla un bel niente.
Cosa dobbiamo pensare davvero quando vediamo condannare Donald Trump perché non vuole la guerra con la Russia o la delocalizzazione dell’economia americana?

Hillary Clinton è colei che disse ai banchieri di Wall Street che le riforme del settore finanziario americano devono essere appannaggio di coloro che sono meglio posizionati all’interno del settore stesso. E questi eletti, ovvero banchieri e multinazionali condividono con la Clinton lo stesso sogno, ovvero quello di stabilire un mercato comune mondiale, senza confini.

Se l’imprenditore miliardario Donald Trump con i suoi lati oscuri, la sua rozzezza rappresenta un elemento destabilizzante, di disturbo, di rottura, di inquietudine, un’anomalia insomma, Hillary Clinton è la muffa che si ripropone, appoggiata da personaggi come Soros, dalla JP Morgan e dalla Goldman Sachs, rappresentando quel cinismo nell’uso di un potere senza regole, nella manipolazione dei media sui quali non si troveranno notizie uniti ad una visione del ruolo degli Stati Uniti come sentinelle del mondo autorizzate a scatenare guerre umanitarie dietro pretesti inventati (e la Libia ne è un esempio lampante), a macchinare crisi nazionali e “colpi di Stato democratici” (vedi Ucraina), oltre che un serio pericolo per il mondo. Ma la Clinton è donna come Obama era nero, dunque entrambi ideali condottieri di una nazione, capitati nel momento storico giusto.

Due bassi profili politici entrambi dunque, per motivi diversi, ma se si dovesse scegliere il meno peggio, probabilmente tra i due, sarebbe proprio il cattivone Donald Trump soprattutto in virtù del fatto che quello che possa essere Trump, non lo sappiamo, quello che è ed è stata Hillary Clinton, invece, è tutto documento. Documento marcio.

Una cosa è certa: Donald Trump non è la causa della crisi del Partito Repubblicano, semmai una sua manifestazione e non è lì per caso. E la Clinton non è l’ultima speranza per il popolo a stelle e strisce. Sarebbe opportuno chiedersi perché gli USA non riescono ad esprimere candidati all’altezza del loro ruolo e delle sfide globali che devono affrontare. Che la ragione sia che sono entrati in una crisi che nessuna delle loro élite ha le soluzioni giuste per fronteggiare?

Presidenziali USA: chi la spunterà?

Ci siamo, e viene voglia di dire “finalmente”, il prossimo 6 novembre sapremo chi la spunterà nelle Presidenziali Usa tra Donald Trump e Hillary Clinton.

Dal nostro angolo di osservazione europeo la campagna elettorale per le Presidenziali USA sta scivolando via stancamente tra tante polemiche e pochi contenuti. Scandali sessuali, provocazioni, frasi ad effetto e sciacallaggio reciproco, sono gli elementi di una sceneggiatura davvero deludente per chi si aspettava che il Paese più importante dello scacchiere internazionale potesse prendere nell’immediato futuro decisioni responsabili per il proprio e l’altrui destino. L’ultimo serratissimo confronto tra Clinton e Trump, tenutosi ieri a Las Vegas, non ha fatto altro che ricalcare inevitabilmente il copione già visto. A trionfare, pur nella sconfitta, è stato ancora una volta Donald Trump, miliardario e uomo potente, che, con il suo stile tutt’altro che politicamente corretto, ha dichiarato che non è sicuro che riconoscerà l’eventuale vittoria dell’avversaria perché le elezioni sono, a suo dire, truccate.

Razzista, provocatore, maleducato e antipatico, Trump è riuscito a proiettare su di sé le attenzioni del ceto meno colto degli Stati Uniti, la cui icona vivente è Homer Simpson, che ha trovato nel magnate la proiezione di quello che vorrebbe essere. Idee facili, comprensibili e a buon mercato che rappresentano un riscatto nei confronti dell’apparato di potere.

E così, anche gli USA stanno provando sulla propria pelle il significato della crisi della democrazia. Clinton e Trump nel loro rush finale stanno recitando due versioni differenti della stessa idea del mondo e, pur con idee differenti in campo economico e sociale, non mettono mai in discussione lo stile di vita americano che sta contribuendo alla distruzione del pianeta.

Ben diverso sarebbe stato l’esito di questa campagna se a spuntarla come candidato alle Presidenziali Usa tra i Democratici fosse stato Sanders con la sua visione radicalmente differente dell’economia, dell’ambiente e della società. Stiamo, invece, rigirando il solito minestrone con la Clinton, che come dice ripetutamente il suo avversario è al potere da 30 anni, e Trump, che non può contare neanche sull’appoggio del suo intero partito ed incarna la pancia del Paese.

In campo economico i due candidati hanno ribadito le classiche posizioni dei rispettivi partiti. Da un lato troviamo una certa attenzione nei confronti dell’equità sociale con i temi dei salari minimi e dei diritti, dall’altra la professione di liberismo con una diminuzione delle tasse per i ceti più abbienti. Il vero campo minato dell’intera campagna delle Presidenziali è stato l’immigrazione con i muri di Trump e i proclami di integrazione della Clinton. Restano sullo sfondo, e non è un dettaglio da poco, le paure dettate dal terrorismo, dalle scie delinquenziali che attanagliano molte città e da un uso fuori controllo delle armi. Questi gli ingredienti con l’aggiunta, sul finale, della sagoma di Putin con lo spionaggio informatico tra Usa e Russia.

Insomma, un B-Movie a tutti gli effetti che non meriterebbe neanche di essere recensito e che siamo costretti a guardare sino alla fine, anche perché non sappiamo che fine abbia fatto il telecomando.

Hillaryous Jokes o la campagna elettorale a stelle e strisce

«Sapete quando si dice “Se non ci fosse bisognerebbe inventarlo”?!»
A questa uscita l’intero staff scoppiò all’unisono in una fragorosa risata, mentre colei che ne era l’autrice, abbozzando un mezzo sogghigno da maestrina saccente, finiva di tracannare il doppio bourbon on the rocks che impugnava saldamente, senza intanto staccare mai gli occhi dalla fotografia sulla prima pagina del quotidiano nazionale che reggeva con l’altra mano.

Strizzava gli occhi miopi fino a farne due fessure pur di non dover perder tempo a cercare gli occhiali da vista, mentre ancora una volta osservava l’uomo ritratto nella foto di repertorio: abbottato e largo come un guardaroba quattro stagioni, i vestiti fatti su misura che gli cadevano comunque male addosso prendendo un aspetto sciatto e dozzinale, una carnagione che aveva il colore delle arance californiane in piena maturazione, con quel pastone di autoabbronzante e di cerone corpirughe spalmatoci sopra a palettate e – ciliegina sulla torta – quel pennacchio improponibile che aveva come massiccio riporto sopra il capoccione, proprio di chi non sia mai riuscito a digerire la propria genetica predestinazione alla calvizie.
Un pagliaccio! Ecco cos’era. E l’aspetto fisico era il meno: quanto al resto, beh, ne sparava di certe da far scordare le peggiori figuracce di Bush Junior. Era un gaffeur nato, uno che non sapeva mai stare al suo posto. Era… l’avversario perfetto!

Più che semplicemente osservarlo si può ben dire che lo ammirasse in qualche maniera. O, meglio, che lo contemplasse, con un misto di gratitudine e raccapriccio.
“L’utile idiota”. In quesi mesi le tornò spesso alla mente quella famosa definizione coniata da Lenin: calzante come non mai nel caso in oggetto. Lei e il suo entourage avevano brigato e mosso le loro pedine più insospettabili pur di favorire Trump nella candidatura repubblicana: la signora ci andava in brodo di giuggiole al solo pensiero di un testa a testa con quell’opulento troglodita. Con uno così come antagonista a lei era permesso di tutto, no? Chi mai se ne sarebbe accorto, presi com’erano dallo spettacolo indecoroso del clown a centro-pista coi pantaloni calati e un barattolo ricolmo di acquavite di patate distillata nella vasca da bagno di casa in una mano.

C’era neanche più da escogitare una campagna elettorale vera e propria: bastava figurare come l’unica alternativa possibile a quel Creso ritardato… et voilà! Benedetto sempre sia il sistema bipartitico! Un dualismo perfetto, anzi: manicheismo puro, portato alle estreme, fruttuose conseguenze: il bene contro il male, la Giusta Parte contro la Bestia 666, la composta santità contro la più sciatta inettitudine. L’importante era saper ben interpretare l’alternativa sana (che, a tradurla onestamente, poi si riduceva, come al solito, a voler dire “la meno peggio”).
Con tutto il polverone sollevato da Trump, e da lui alimentato ogni giorno che Dio mandasse in terra, i bravi cittadini americani sembravano essersi pure scordati che lei fosse donna, il che non poteva che farle gioco in una società come la loro, ancora sostanzialmente maschilista (non meno di quel vecchio cafone di Trump), che tuttavia aveva almeno il buon gusto di fingere di vergognarsene, in superficie…
Era stata lunga e dura arrivare sin là.

All’inizio, quand’era ancora al campus a studiare legge, il suo petto era rigonfio delle più alte aspirazioni e poi via via aveva cominciato a corrompersi a contatto con le ragioni di questo sporco mondo.
Del resto, com’è che si dice? La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni. E se questo è vero, vale anche il contrario: il salvacondotto per il Cielo si paga con compromessi e intrighi. E lei all’Empireo del potere, quello che aveva puntato fino dall’inizio del proprio cammino, ci stava arrivando: aveva già la mano appoggiata sul pomello della porta d’ingresso.
Al solo pensarci, la pervadeva la stessa identica gioia orgasmica di quando le riferirono del brutale ammazzamento del rais libico da parte degli insorti che lei, dalla stanza ovale, aveva così bene orchestrato.

Certo, sin dalla partenza aveva pur dovuto scendere a patti con i propri fini machiavellici e i loschi calcoli politici che essi avrebbero comportato: innanzitutto aveva represso gli istinti meno… popolari e di conseguenza aveva preso al laccio il tordo, cioé Bill, un bambacione sempre attaccato alle gonnelle della prima che passasse, ma col sorriso giusto e la faccia da Kennedy, le parole melliflue sempre in bocca, la capacità di piacere e imporsi alla gente. Già allora lei subodorava che si sarebbe fatto strada.
E lei al suo fianco, passo passo, a spiegargli la sera, in tinello, quello che lui avrebbe dovuto dire e fare la mattina, in faccia al popolo. Fino poi a divenire first lady, che era sempre meglio di niente.
Non era Jackie però, non era Eleanor. Non visse mai di luce riflessa, lei. Quello aveva rappresentato solo il suo fatidico trampolino di lancio… E infatti ecco che ne approfittava finalmente, ora che i tempi si erano fatti ormai maturi, come le mele cotogne che la nonna bolliva in pentola per confezionarci l’american pie che avrebbe poi messo a raffreddare sul davanzale un pomeriggio intero: lei, come la classica crostata nazionale, aveva saputo attendere, sul proprio davanzale, che i tempi fossero quelli giusti.
Ma perché tutto si inquadrasse provvidenzialmente mancava il giusto concorrente, quello così gonzo, così brutto e così villano da far sorvolare sulla balzana elezione di una donna come capo di stato, a seguire quella ancor più balzana di un afroamericano, il doppio mandato già assolto da un liberal, a cui stavano per seguire almeno altri quattro anni governati sempre da una democratica (in barba all’inderogabile logica dell’alternanza), la sua salute cagionevole, i vari raggiri, i favori alle multinazionali, l’appoggio di inutili azioni di guerra operati da lei in qualità di segretario di stato.

Ed ecco che, in largo anticipo su Santa Klaus, era arrivato Donald Trump. Meglio della manna che era piovuta in testa agli israeliti nel bel mezzo del deserto…
Con lui come controparte i giochi erano fatti: tutto le sarebbe stato permesso.
Neanche c’era da chiedersi chi la maggioranza degli americani avrebbero preferito al momento del voto.
Era un po’ come mettere a confronto la crostata di mele con… il pasticcio di porco, si divertiva a pensare Hillary tra sé e sé, mentre l’occhio, dalla foto stampata sul giornale, le scivolò sulle lunghe gambe accavallate, fasciate dalle attillate autoreggenti, della stagista che le stava di fronte ad annotare gli impegni della presidentessa in pectore per il pomeriggio.
La signora si aggiustò i capelli cotonati, fece tintinnare il ghiaccio mezzo sciolto rimasto nel tumbler e quindi, occhi negli occhi, le dettò, ostentando il bicchiere: «Voglio un altro di questi tra mezzora in camera mia. E… portamelo tu!»

Poi si alzò dalla sedia e sparì dalla stanza trotterellando sulle sue gambe corte, ancor più ostacolate nell’articolazione del movimento dal tailleur troppo stretto. Nulla era meglio del potere – sospirò pienamente soddisfatta – neanche il sesso.

Humpie Trumpie o la campagna elettorale a stelle e strisce

Quartier Generale del Comitato Repubblicano.
Trump Palace, New York City
10 ottobre 2016, ore 9.23 antimeridiane

 

Trumpie: «Ok ok, ragazzi, allora? Com’è andata la trasmissione?»
«Ammerda, Mister D.»
«A…? Che vuoi dire?»
«Che quella vecchia cagna arruffata ci ha stesi un’altra volta. Intendiamoci, non è stata una completa débâcle. Lo zoccolo duro del nostro elettorato come sempre ci è rimasto fedele, ma per il resto… Signore, faceva prima a rinchiudersi nella stanza d’albergo tutta notte con una delle sue donnine a ore. Almeno da quelle parti… qualcosa si sarebbe mosso, eh eh eh».
«Cazzo, io non ti pago fior fior di verdoni per farmi propinare in faccia questo tuo umorismo da liceale foruncoloso…»
«Ehm, chiedo venia, Mister D… Quello che le volevo dire è che… sì, insomma, non abbiamo recuperato neanche uno zero virgola, mi capisce?»
«Mmm, ti capisco fin troppo bene, diamine… Ma quella maledetta storia di quel grasso satiro del marito che molesta qualsiasi donnesca forma di vita che ancora respiri non doveva avere un suo appeal sul pubblico?»
«Nah, Mister D, già lo avevo previsto: è roba antica, roba debole. Non è neanche mai finito a processo per quella roba lì… Avrà smanacciato qualche culo, ci avrà provato pesantemente con qualcuna dello staff, ebbene? Non è neanche mai stato provato. Parole al vento, signore. Certo nulla a che fare con lo sbobinamento di quei suoi vecchi discorsi sessisti circa la facilità con cui tira su le sue compagne di letto grazie ai soldi e al prestigio, Mister D. Quella sì che è difficile da far mandare giù ai milioni di femministe con diritto di voto…»
«Bah, quelle stupide e starnazzanti oche pelose… E che avrò mai detto di strano, del resto? Che l’acqua è bagnata? Gesù, lo sanno tutti che gira così a questo lurido mondo. E di che si meravigliano allora? In che razza di congrega di sciocche educande si è trasformata questa nazione? Ah, la vedranno questi mentecatti, appena arrivo io nella stanza dei bottoni: qua cambia tutto! Ehm, perché ce la farò a entrare nella stanza dei bottoni, giusto?… Ora vuoi spiegarmi come mai fai quella faccia?»
«Ehm, signore, con tutta franchezza, beh, se va avanti così… sì, insomma… la vedo dura…»
«Ah, fanculo… con la barca di soldi che ci ho speso, maledizione! Ma… di assi nella manica che ci è rimasto?»
«Pochino…»
«Il lesbismo segreto di Missis Perfettini e il fatto che lei e il porco abbiano messo su una famiglia di facciata per poi continuare ognuno con le proprie passioncine nascoste?»
«Primo, è come scoprire l’acqua calda. Secondo, qui non è come quando hanno minacciato Giuliani quattro anni fa di ritirarsi dalla gara elettorale altrimenti lo avrebbero sputtanato con un intero dossier sulla sua omosessualità clandestina, che avrebbe finito per incrinare pesantemente la sua nomea di repubblicano macho e tradizionalista: rivelare apertamente la natura saffica della sua concorrente non farebbe altro che servirle su un piatto d’aergento l’intera comunità lesbo-frocia d’America, con tutte le lobby annesse. Sarebbe a dir poco controproducente…»
«E quel dannato vaso di Pandora delle sue mail segrete che rivelavano con quali mezzucci abbia affossato il suo rivale liberal?»
«Non ha fatto abbastanza presa. La gente se n’è fregata, l’ha vista come una bega tra coinquilini, niente di più. Non le hanno dato la statura morale che ci auguravamo…»
«Ma… i comunisti? Già hanno più alcun aiuto da fornirci?»
«Ehm, i russi non sono più comunisti, almeno non ufficialmente…»
«Uhm, peccato davvero, ci ho sempre lavorato bene coi rossi, specialmente con quei cazzo di cubani dalle lunghe barbe sudice…»
«Ehm, sì… e comunque i russi hanno un sistema di intelligence abbastanza goffo… Rischiano di farci fare delle grosse figuracce piuttosto che tornarci utili…»
«Insomma, siamo col culo a terra…»
«La descrizione, per quanto icastica, credo sia… attinente.»
«Cazzoazzoazzoazzo! Ma non c’è davvero nulla che possiamo fare… Doppio mandato a un negro, subito dopo una donna… Alle prossime che ci aspetta? Un cazzo di presidente licantropo con tre teste?»
«Beh, quello il nostro elettorato lo capirebbe…»
«Smettila di fare lo spiritoso, ché qua il tempo stringe. Su, non possiamo lasciare il paese in mano a quella vacca senza scrupoli… Dai, che ci rimane per le mani? Qua dobbiamo giocare sporco o non se ne esce…»
«Mmm, non so fino a che punto ci convenga… Credo che si sia ormai raschiato il barile…»
«Non ancora, bello! Per esempio, se spifferassimo quella vicenda della ragazzina che la voleva ricattare e che lei ha fatto… sparire grazie alla Cia, quand’era segretario di stato?»
«Vede, signore, non è il caso di mettere le mani in questo genere di letamaio… Si chiama “patto di non belligeranza”: i due candidati si possono colpire anche duramente, ma senza mai andare a pescare i segreti più torbidi. Non si fa. È così fin dagli onorati tempi di George Washington…»
«A-ah! E perché? Se noi invece lo facessimo?»
«Beh, in quel caso la signora le potrebbe replicare pubblicamente di quella volta della stanza d’albergo con quelle tre massaggiatrici cinesi che dopo quella luuuunga notte trascorsa insieme a lei, capo, beh, nessuno ha mai più visto in giro…»
«Ah, quella vecchia stupida storia… Bah… Idea! E se invece tirassimo fuori quell’episodio con quel lobbista che, dopo aver finanziato la campagna elettorale del marito, non si vide ripagato a sufficienza e incominciò a tirar su un polverone coi media locali, ricordi? Tempo un mese ed era stato liquidato da un misterioso incidente automobilistico. Ecco! Secondo le carte che ho qui in realtà ci sono le prove che quella morte non fosse stata affatto accidentale. Ci fu la chiara intercessione della madama in questione che per salvare le chiappe al marito pensò bene di far scendere in campo i…»
«Ah, Mister D, lasci perdere, questa strada non ci porterebbe a nulla di buono. Come lei sa, anche loro si sono documentati approfonditamente. Per dirne una, sanno di quella volta che lei sbaragliò la concorrenza per quell’appalto in North Dakota grazie alla provvidenziale avaria del velivolo con cui si spostava il suo diretto concorrente, il signor… beh, insomma, lei sa chi… O… o il particolare piuttosto imbarazzante circa quel Caravaggio rubato che la vostra famiglia detiene da decenni, nascosto nel caveau della sua villa ad Aspen. Per non parlare poi di quel… quell’ufo che lei fece vivisezionare e poi seppellire sotto sei metri di terra nella sua tenuta nell’Oregon… O ancora…»
«Caaaapisco, ragazzo, sì sì, caaaaapisco. Non c’è bisogno di proseguire… Mmm, mmm, mmm… Ok ok, che ne dici se proseguissimo con la monotona sfilza di donne molestate da Bill?»
«Dico che forse è meglio, Mister D…