Ornella De Luca vince il concorso Scrivo.me

È on line “parolexdirlo”, il primo e-book gratuito realizzato grazie ai racconti arrivati nella redazione di Donna Moderna e appena pubblicato da Donna Moderna stesso e da Scrivo.me, il portale di self-publishing della casa editrice Mondadori.

La giuria, presieduta dalla scrittrice Chiara Gamberale (Le luci nelle case degli altri, L’amore quando c’era, Per dieci minuti, Avrò cura di te) ha selezionato i 41 racconti migliori scritti sotto forma di lettera e indirizzati al vostro destinatario del cuore, vero o immaginario che sia. Per quanto riguarda il tema degli scritti, trattasi di un segreto scottante, difficile da confessare.

«Sono arrivati centinaia di racconti, che ci hanno stupito per la varietà e la forza» ha affermato Edoardo Brugnatelli, direttore di Scrivo.me: «Ho la fortuna di leggere per lavoro da quasi 30 anni e mi emoziono sempre di fronte alla potenza creativa della mente umana. Anche stavolta l’emozione è tornata: selezionare le lettere migliori è stata durissima» (Dall’e-book Parolexdirlo). Ai 41 racconti si sono affiancati 13 storie firmate da importanti autori italiani che hanno partecipato con entusiasmo a questo grande lavoro editoriale collettivo: da Sandrone Dazieri a Licia Trosi, da Michela Murgia a Pulsatilla.

I racconti che hanno partecipato al concorso hanno reso molto difficile la scelta, data la loro varietà, con la predominanza tra le tematiche, di quelle con contenuti dolorosi, frutto di esperienze travagliate, amare, a volte strazianti. Tra chi ha scritto al destino, ad un parente lontano o malato, ad un amore passato, ne è uscito vincitore il racconto Caro giorno che vorrei, della giovane Ornella De Luca, 23 anni, neolaureata in Editoria e giornalismo di Messina, che, come ha dichiarato durante l’intervista rilasciata per Donna Moderna, sogna, un giorno, di diventare scrittrice. La sua lettera, che apre la raccolta dei brani, è un inno all’ottimismo: dimostra che il momento migliore della vita è proprio quello che stiamo vivendo. Spiega l’autrice che ha già in cantiere un romanzo cui sta lavorando al PC: «È un invito che faccio a me stessa. Voglio godermi il presente, essere istintiva, senza pianificare troppo le mie giornate». 

Questo il racconto completo di Caro giorno che vorrei:

“Caro giorno che vorrei, tra mille e passa giorni, sei quello più inconsistente, sfuggente come l’ultimo treno della sera, indefinito come il sogno dimenticato appena svegli. Sei fatto di tutto e niente, dei desideri irrealizzati, di quelli ancora da desiderare, delle sciocchezze di cui vergognarsi la mattina dopo. Sei l’inaspettato più atteso al mondo. Magari ti avessi già vissuto. Sei la speranza di un lavoro nuovo, di un’amicizia ritrovata, delle passioni che si consumano senza mai consumarsi. Sei il gelato colato sui jeans appena usciti dal bar, la risata soffocata davanti a un atroce taglio di capelli per strada, sei la mano stretta in mezzo al caos della sera che mi riporta alla terra meglio di una fune. La malinconia per un’epoca mai vissuta, per il viaggio mai fatto, per le parole mai pronunciate. Ma forse ti ho già vissuto. La voce rotta davanti a un regalo inaspettato, l’ultimo birillo caduto al bowling, il rumore di una chiave che gira nella toppa, la corsa al portone più vicino sotto la pioggia scrosciante. Sei la banalità più eccezionale. La consapevolezza del gradino successivo mentre si scende di corsa le scale. Ma a volte si cade. Perché la rampa finisce. Con gli occhi persi nel buio dell’androne, a pensare a quanto vorremmo aver indossato un altro paio di scarpe, o esserci svegliati in tempo per prendere un caffè, o magari aver guardato solo un po’ di più il nostro riflesso allo specchio prima di uscire, ci dimentichiamo di controllare gli scalini. Tutti gli scalini. Caro giorno che vorrei, io non ti voglio più. Mi rendi nervosa e insoddisfatta, perché mangio ogni cornetto pensando solo alla punta di cioccolato alla fine. Che poi magari si spezza, e non posso più mangiarla. Caro giorno che vorrei, io ti ho vissuto già. E ti vivo ancora”.

Con un linguaggio che si muove tra realismo contemporaneo (il cornetto Algida, i jeans, il bar, il birillo del bowling, il caffè, un nuovo lavoro) e metafore incisive (i gradini delle scale, la caduta, il buio dell’androne, le scarpe), Ornella De Luca ci regala una riflessione profonda sul periodo storico che stiamo vivendo, che non può lasciare indifferenti noi giovani, ci parla della malinconia di cose che non abbiamo mai fatto, di esperienze mai vissute, di qualcosa di indefinito che viene però reso attraverso una serie di correlativi oggettivi come “il gelato colato sui jeans”, “la risata soffocata”, “la mano stretta”,”la voce rotta”, “l’ultimo birillo caduto”, “il rumore della chiave nella toppa”, “la corsa al portone”, per giungere alla conclusione che il giorno che si vorrebbe è di una banalità eccezionale e in realtà l’abbiamo già vissuto, lo stiamo ancora vivendo, per cui meglio non affannarsi a pensarci troppo, ad aspettarci troppo.

 

Fonte: Donna Moderna

 

Lemonade, di Nina Pennacchi

“Di tutte le verità, le più angoscianti sono quelle che scopriamo su noi stessi”

Lemonade (2011) di Nina Pennacchi è un romance storico irriverente e politically incorrect, che stupisce per la crudezza del suo linguaggio e per le tematiche decisamente forti, raccontate con un misto di razionalità e sensibilità che crea un gioco di forza e debolezza atto a sedurre il lettore. Nina Pennacchi, autrice di Capitan Swing, definisce Lemonade come una versione moderna della favola di Cappuccetto rosso, della bambina mangiata dal lupo; ma la rivisitazione che ne fa suscita nel lettore opinioni opposte: c’è chi ne apprezza l’eccentricità e il coraggio nel denudare argomenti scomodi e scabrosi, come quello della violenza sulle donne, visti sotto un’altra luce che approfondisce il disagio che causa l’efferatezza, e c’è chi disapprova proprio l’atto desacralizzante e controcorrente del ‘perdono’ di un crimine così socialmente condannato.

Nina Pennacchi apre ogni capitolo con una citazione famosa, da Seneca a Winston Churchill, che ben caratterizza la scena che si appresta a narrare. La frase che più identifica il romanzo è questa: “La limonata è la bevanda più innocua e salutare di ogni sala da ballo…” TheLondon Magazine, 3 luglio 1826. E proprio da un incidente con un bicchiere di limonata durante un ballo in un salotto del Kent (siamo nell’Inghilterra del 1826) nasce l’intreccio di questo romance. Lemonade è la storia di un abuso, del malessere di un uomo, Christopher Davenport, dal passato incredibilmente sofferto, vissuto fra la povertà, il suicidio della madre al quale ha assistito personalmente, e un tentativo di molestie da bambino. Ma è anche la storia di un amore vergognoso, inconfessabile, della vittima nei confronti del suo carnefice. Anna Champion è costretta con la forza a lasciar entrare Christopher nella propria vita, dopo essere stata violentata da lui e costretta dalle circostanze a sposarlo. Anna diventa inconsapevolmente pedina di un gioco che non conosce, della vendetta di Christopher nei confronti del padre, lo stesso uomo che lo ha rinnegato ancora prima che nascesse e che ha indotto la madre al suicidio. Ma la cura del suo disagio sarà proprio la persona alla quale ha fatto più male, che lo condurrà, e condurrà anche se stessa, a un percorso catartico di perdono e rinascita. Christopher Davenport è l’antieroe, l’esatto opposto del protagonista della letteratura romantica di stampo ottocentesco, così diverso dal suo rivale in amore in Lemonade, Daniel DeMercy, dolce e sensibile. Ma è proprio questo il punto focale del romanzo: l’assoluta imperfezione.

Il peggiore degli uomini, condannabile moralmente sotto ogni punto di vista, può essere salvato. Ma la speranza di Nina Pennacchi di redimere il cattivo per eccellenza alla lunga diventa forzata, e decisamente prevedibile. Il cambiamento di Christopher Davenport è repentino e basato su fondamenta troppo deboli per risultare credibili. Lemonade sarebbe di certo più convincente se la malvagità di Christopher non fosse rappresentata in maniera così esasperata, ad esempio durante la scena del tutto gratuita e immotivatamente raccapricciante della violenza sessuale ai danni di Anna. L’accuratezza storica e la scrittura scorrevole, spesso asettica e scevra di sentimentalismo, contribuiscono a creare un buon romanzo, certamente non banale. Che lo si ami, o lo si odi, dipende dalla coscienza di ogni lettore, senza vie di mezzo.