I migliori editori della storia dell’editoria italiana e il grande agente letterario Linder

Editori protagonisti. Così li definisce Gian Carlo Ferretti che al mondo dell’editoria ha dedicato tanti libri: editori protagonisti. Sono di cultura ed estrazione diversissima, ma tutti capaci «di imprimere un’identità editorial-letteraria alla propria impresa al fine di costruire un proprio pubblico. Si tratta degli editori che hanno fondato le loro grandi imprese proprio a cavallo della seconda guerra mondiale. Ad ogni casa editrice, Ferretti affianca una etichetta caratterizzante: la Mondadori è un’istituzione, la Rizzoli un impero, Bompiani un club, l’ Einaudi un laboratorio. La loro presenza nel panorama culturale italiano nasce dal  «rapporto consapevole tra l’editore, il suo progetto, i suoi funzionari e consulenti, i suoi redattori, la sua macchina, e si realizza nella politica d’autore, di collana e di prodotto».
Gli editori protagonisti erano titani dalla forte personalità (e dalle grandi contraddizioni), caratterizzati spesso da gusto per il libro ben fatto, senso pratico e grande fiuto; i quali costruivano veri e propri rapporti continuativi, tra armonie e conflitti reciproci fecondi, con gli scrittori. Ne abbiamo individuati cinque, che vediamo qui negli anni fondativi, seguiti da una figura eccentrica, il “padre” degli agenti letterari italiani.

Arnoldo Mondadori
La casa editrice viene fondata a Ostiglia nel 1907 dalla collaborazione di Arnoldo Mondadori (nato nel 1889) con Tomaso Monicelli (il padre del futuro regista Mario). Arnoldo non ha neppure finito le scuole elementari, ha lavorato giovanissimo come garzone, come venditore e poi come tipografo ed è soprannominato “incantabiss”, “incantaserpenti” per la sua voce seducente. La novella casa editrice pubblica i primi testi (la collana “La lampada” per l’infanzia) nel 1912; poi si trasferisce a Milano specializzandosi in riviste popolari (“Il Milione”, “Il secolo illustrato”). Nel 1933 vara la prestigiosissima collana di colore verde “La Medusa”, dedicata alla letteratura straniera; il primo volume fu Il grande amico di Alain-Fournier tradotto da Enrico Piceni. Limitata dalla censura fascista tra il ’38 e il ’42, contribuì subito dopo a diffondere la cultura americana.
Per evitare i bombardamenti nel 1942 la sede e le redazioni si trasferiscono sul lago Maggiore, dove dopo l’8 settembre 1943 vengono però requisite dal governo della Repubblica Sociale Italiana. La gestione viene commissariata e la famiglia Mondadori si rifugia in Svizzera.
Dopo la guerra Arnoldo Mondadori riprende possesso dell’azienda e ne avvia la ricostruzione con il recupero delle macchine di stampa trafugate dai nazisti e con l’acquisto, grazie anche ai contributi del Piano Marshall, delle nuove rotative americane necessarie per lo sviluppo dell’attività nei periodici.

Fiducioso nel suo intuito, Arnoldo si rivolge al pubblico femminile con Bolero Film e Confidenze, lancia nuove collane di alto livello letterario, tra cui i Classici contemporanei italiani (1946) e i Classici contemporanei stranieri (1947), rilancia i generi bloccati dal fascismo riprendendo nel 1946 i Libri gialli che raggiungono in breve le centomila copie al mese, e Topolino (che era stato introdotto in Italia dall’editore fiorentino Nerbini nel 1932).
La filosofia editoriale di Arnaldo poggiava sullo scambio epistolare tra autore ed editore: ne sono testimonianza i carteggi conservati presso la fondazione Mondadori accessibili on line.
Arnoldo fu affiancato per un primo periodo dal figlio maggiore Alberto, corrispondente di guerra, fondatore di riviste importanti come il Tempo ed Epoca, che poi si separerà dal padre per contrasti fondando la casa editrice il Saggiatore.

Angelo Rizzoli
Nato – come Mondadori – nel 1889, cresciuto nel Collegio dei Martinitt a Milano, figlio di un ciabattino analfabeta che morì prima che lui nascesse, Angelo Rizzoli conobbe la più cruda povertà e imparò il mestiere di tipografo proprio in orfanotrofio. A vent’anni iniziò la sua carriera di imprenditore nel campo dell’editoria in una piccola sede tipografica a piazza Carlo Erba e, subito dopo la guerra, vicino al parco Lambro, in un moderno stabilimento.
Nel 1927 acquistò dalla Mondadori il bisettimanale Novella sul quale, al tempo, venivano pubblicati racconti di D’Annunzio e Luigi Pirandello; nel 1930 Novella divenne un periodico femminile, raggiungendo la tiratura di 130.000 copie.
A Novella seguirono Annabella, Bertoldo, Candido, Omnibus, Oggi e L’Europeo.

Dopo i periodici, Rizzoli iniziò nel 1949 a pubblicare anche libri scegliendo con lungimiranza una politica editoriale “economica” con i libri della collana BUR (Biblioteca Universale Rizzoli), 4 libri classici a prezzi popolari: i famosi volumetti “grigi”, formato 10,5 per 15,7 centimetri, prezzo 50 lire, che dal 1949 hanno offerto alle classi meno abbienti l’opportunità di avvicinarsi alla lettura. Erano stati i consulenti Paolo Lecaldano e Luigi Rusca a convincere l’editore a dare vita a una collana di classici a prezzo molto contenuto destinata al grande pubblico, ispirata al sistema modulare dell’editore tedesco Reclam. Primo titolo pubblicato i Promessi Sposi, quindi Teresa Raquin di Zola e Il fantasma di Canterville di Wilde. La tiratura iniziale era 10.000 copie, ma il successo fu talmente grande, parallelo alla voglia di cultura di un’Italia uscita dalla guerra, che pochi mesi dopo lo standard salì a 20.000 copie, poi a 30.000, quando la tiratura media in Italia allora si attestava attorno alle 3000 copie. Un successo considerato di tale portata che l’Unesco nel 1952 attribuisce alla Bur il titolo di “iniziativa di importanza e interesse mondiale”.

Giulio Einaudi
La casa editrice Einaudi viene fondata nel 1933 da un gruppo di amici, allievi del liceo classico D’Azeglio di Torino e, seppure in anni e in classi diverse, tutti allievi del professore Augusto Monti, che li aveva educati ai valori della cultura, della libertà e dell’impegno civile. Intorno al più giovane di loro, Giulio Einaudi (nato nel 1912, da Luigi, che sarà il primo presidente della Repubblica Italiana dal 1948 al 1955), si erano raccolti Leone Ginzburg, Massimo Mila, Norberto Bobbio, Cesare Pavese, affiancati successivamente da altre figure come Natalia Ginzburg (moglie di Leone) e Giaime Pintor. Il progetto editoriale che ne nasce intende intervenire nel campo della storia, della critica letteraria e della scienza «con l’apporto di tutte le scuole valide, non appiattite dal prevalere della politica sulla cultura». La conduzione è collegiale e i collaboratori sono amici e sodali.
Una cura particolare è dedicata alla fattura dei libri: la carta, la legatura, le copertine (le prime furono dipinte da Guttuso, Ajmone, Peverelli, Menzio) e anche la grafica, per la quale l’Einaudi sarà all’avanguardia grazie alla collaborazione di maestri come Albe Steiner e Max Huber e poi Bruno Munari.

Giulio Einaudi e soprattutto i suoi più stretti collaboratori devono fare i conti con arresti, condanne al confino, ma l’attività editoriale si interrompe solo con l’8 settembre 1943. La lotta di resistenza disperde tutti. Leone Ginzburg e Giaime Pintor muoiono tragicamente. Giulio Einaudi si rifugia in Svizzera, poi rientra in Italia unendosi alle brigate garibaldine in Val d’Aosta, e nel 1944 a Roma incontra Palmiro Togliatti; è l’inizio di una serie di contatti dai quali scaturirà, fra il 1947 e il 1951, la pubblicazione di Lettere dal carcere e dei Quaderni di Antonio Gramsci.
Dopo la guerra il lavoro editoriale sarà affidato ad intellettuali e scrittori di spessore come Elio Vittorini, Natalia Ginzburg, Luciano Foà, Giulio Bollati, oltre a Cesare Pavese. Nel 1946 comincia a gravitare attorno alla casa editrice Einaudi Italo Calvino vendendo libri a rate. Passato dagli studi di Agraria a quelli di Lettere, si dedica alla stesura del suo primo romanzo che conclude negli ultimi giorni di dicembre, Il sentiero dei nidi di ragno, con il quale partecipa a un concorso promosso dalla Mondadori. Il romanzo non vinse, ma Cesare Pavese lo propose a Giulio Einaudi, che accettò di pubblicarlo, dando così inizio a un rapporto con Calvino che sarebbe proseguito per gran parte della sua vita, in veste di autore, di consulente, di redattore e direttore di collane.

Valentino Bompiani
Proveniente da una famiglia ricca e aristocratica, di tradizioni militari, si avvicinò all’editoria con un apprendistato di circa cinque anni presso la Mondadori, prima come segretario di Arnoldo e poi come segretario generale, e nel 1928 fece una breve esperienza presso la casa editrice Unitas (specializzata in testi scolastici e periodici), che a breve subirà il fallimento per aver pubblicato senza permesso una parodia dei Promessi Sposi di Guido da Verona. Valentino Bompiani fondò la sua casa editrice (non comprensiva di tipografia, come invece erano Mondadori e Rizzoli) nel 1929 a Milano.

Nel ’39 Bompiani conferì a Vittorini l’incarico di dirigere la collana “Corona” e di curare l’antologia di scrittori americani Americana che, a causa della censura fascista, venne pubblicata solamente nel 1942 e con tutte le note dell’autore soppresse (l’edizione integrale uscì nel 1968). Vittorini pubblicò per Bompiani il suo romanzo Uomini e no (1945) e lavorò per lui tra il 1938 e il 1943. La Capria ricorda l’elegante formato “gotico” in cui uscirono Cronin, Caldwell e Steinbeck, ma anche Alvaro, Moravia, Brancati, Vittorini: «la gente si accorgeva che esistevano anche romanzi italiani che potevano ben reggere il confronto con gli stranieri».

Tra il gennaio del 1943 e la Liberazione la censura blocca la stampa della Dickinson e di Conrad, ordina il sequestro di Il Volga nasce in Europa di Curzio Malaparte e tra le opere della collana “Corona” non concede il nulla osta a Gide, a Proust, a Cocteau.. La stampa di Salò non manca di attaccare l’attività della Bompiani. Si legga l’ironico commento su “Il Fascio” del 22 ottobre 1943:

«Quale magnifica prova di coerenza continuano a dare gli editori e i librai italiani, almeno quelli di Milano. Certo in prima fila sta l’editore Bompiani – l’editore di quell’incrocio di giudeo e di slavo Alberto Moravia (…) – l’editore Valentino Bompiani che subito accolse nella sua casa l’ebreo avvocato Falco allorché questi, per le leggi razziali, non poteva più esercitare la professione forense, e che scelse pure come proprio braccio destro quell’ ‘americanista’ Elio Vittorini di cui parlammo nel numero scorso»

Tra il 1945 e il 1950 con un lavoro immane (in casa editrice l’opera era soprannominata “L’arca di Noè”) fu completato il Dizionario letterario delle opere e dei personaggi di tutti i tempi e di tutte le letterature, in tredici volumi, a cura di Celestino Capasso, Paolo De Benedetti e la revisione filologica di Carlo Cordiè, ideato già dal ’38 con lo scopo di «mettere in salvo, con la memoria e lo studio di chi conosceva direttamente le opere, tutto ciò che l’uomo ha pensato e scritto nei millenni, dalle origini ad oggi».

Aldo Garzanti
Forlivese, figlio di un maestro elementare ex-garibaldino e quindi allevato agli ideali risorgimentali, allievo all’università di Bologna di Giovanni Pascoli, Aldo Garzanti fu all’inizio insegnante e poi imprenditore chimico, finché nel ’39 non rilevò la prestigiosa Fratelli Treves, la casa editrice di D’Annunzio, Verga, de Amicis e Pirandello – costretta a chiudere per le leggi razziali – continuandone la linea editoriale. La nuova sede di Forlì riesce a conquistare un buon numero di lettori con Il mulino del Po, romanzo di Riccardo Bacchelli, uscito nel 1940, che nel giro di tre anni raggiunge le 100.000 copie vendute.
In una lettera del 24 marzo 1942 Aldo Garzanti rispondeva alla lettura di un breve testo (Essi pensano ad altro) arrivato da Reggio Emilia a firma Silvio D’Arzo. Garzanti ammetteva di trovarsi preso in una «martellante e ossessionante allucinazione» dove il lettore, necessariamente coinvolto nel gioco, doveva «[…] per molte e molte pagine aspettare, attendere, sperare». Ma infine Garzanti ne rifiutò la pubblicazione, così come già Bompiani, nella persona di Emilio Cecchi ed Einaudi, attraverso Pavese e la Ginzburg, avevano rifiutato Casa d’altri (che uscì poi per Vallecchi).
Dopo i pesanti danni subiti nel 1943 per i bombardamenti, che distrussero anche gli archivi, Aldo Garzanti avvia un piano di ricostruzione: nel ’44 affida a Gio Ponti la costruzione del palazzo Garzanti in via della Spiga a Milano (la sede che poi negli anni ottanta sarà affrescata da Tullio Pericoli); si dedica poi alla Fondazione Garzanti a Forlì, affidando la casa editrice milanese al figlio Livio che l’ha diretta dal ’52. E’ lui, Livio Garzanti, che per personalità può entrare nella “cinquina” degli “editori protagonisti”.

La figura dell’agente letterario

Quella dell’agente letterario è una professione ormai stabile dell’editoria: l’industrializzazione del mercato del libro, il conseguente aumento delle dimensioni di alcune case editrici, la diversificazione delle attività al loro interno lo richiedono. Inizialmente, in Italia l’agente letterario si occupava soltanto dei diritti dei titoli stranieri che venivano “importati”. È con Erich Linder che l’agente letterario acquisisce nuove funzioni editoriali; egli viene definito “il padre di tutti gli agenti letterari italiani”.

Nato in Galizia nel 1925 da madre polacca e padre rumeno, fu tra le più autorevoli e influenti figure dell’editoria mondiale, rappresentando 10.000 autori tra i quali Pound, Mann, Joyce, Kafka, Roth, Brecht, Salinger, e i più importanti in Italia.
Immigrato in Italia prima della seconda guerra mondiale, colpito con la sua famiglia dalle discriminazioni razziali, frequentò la scuola ebraica romana. Durante la guerra riuscì con avventure rocambolesche a sfuggire ai tedeschi, per poi raggiungere l’esercito alleato con cui rimase sino alla fine della guerra. Conosceva perfettamente cinque lingue. Augusto e Luciano Foà lo coinvolsero a collaborare all’impresa delle nuove Edizioni Ivrea di Adriano Olivetti e in seguito, per la sua competenza di traduttore, con la casa editrice Bompiani. Nel 1951 assunse la guida della Agenzia Letteraria Internazionale, ALI, fondata nel 1898 da Augusto Foà e lasciata da Luciano che era stato chiamato da Einaudi a sostituire Cesare Pavese dopo il suicidio. L’ALI sotto la guida di Linder divenne tra le più importanti agenzie letterarie al mondo, e forse la più importante in Europa.
Alla domanda «Chi è un agente letterario?» Linder stesso rispondeva:
«Un agente letterario è un amministratore di autori. Non c’è nessuna ragione perché si debbano avere dei commercialisti, degli avvocati e perché invece gli autori non debbano far gestire i loro affari da qualcuno che conosca il mestiere: gli autori dovrebbero scrivere libri»
In un convegno internazionale a lui dedicato, Inge Feltrinelli ricorda:

«Era un uomo molto rispettato e anche un po’ temuto. Incuteva una certa soggezione: perdere la sua simpatia poteva significare perdere anche la possibilità di pubblicare autori cui si teneva molto. Abituati a fare da soli, sia nella fase di scouting sia in quella, più delicata, delle trattative contrattuali, gli editori italiani nel dopoguerra dovettero fare i conti con Linder e accettarlo come interlocutore. (…) Linder aveva una grande idea del proprio ruolo, consapevole che con i suoi sì o i suoi no finiva con il dar forma ai programmi letterari del mondo librario italiano.»

E Leonardo Sciascia: «Stando con lui, al fatto economico, alla sicurezza di ricevere diritti e compensi, si accompagnava la possibilità di comunicare con gli editori, e specialmente con gli editori stranieri, il farsi sentire, l’avere – per così dire – voce in capitolo»

 

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‘Kafka sulla spiaggia’: il grande racconto di formazione di Haruki Murakami

Un cammino alla ricerca del senso, si potrebbe sintetizzare così il grande racconto di formazione Kafka sulla spiaggia di Haruki Murakami. Il romanzo, edito per la prima volta quindici anni fa, intreccia due storie quella di Tamura Kafka, prestante quindicenne in fuga dal padre, e quella di Nakata, ingenuo e simpatico anziano con un deficit mentale e uno strano potere. Anche in quest’opera Murakami annoda e scioglie le maglie di una narrazione intricata in cui la realtà si trasforma e si piega alle esigenze del racconto sovrapponendo piani narrativi e temi che difficilmente potrebbero convivere nel mondo reale.

Troviamo così da un lato il cammino verso la vita del giovanissimo Tamura Kafka che è alla disperata ricerca del suo passato, che assume le sembianze dell’abbandono materno, dall’altro l’anziano Nakata, in fuga da un omicidio che è stato costretto a commettere suo malgrado, che vuole ritrovare il suo autentico io perso da bambino a causa di un incidente. Il cammino di queste due figure, che per loro natura non avrebbero mai dovuto incontrarsi, nell’evolversi della storia tende a sovrapporsi. Quasi in una rilettura dell’effetto farfalla, ogni azione dell’uno determina un cambiamento dell’altro.

Murakami costruisce, come al suo solito, un’opera corale in cui anche i personaggi secondari hanno una loro peculiarità e unicità. Così al fianco dei protagonisti troviamo bibliotecari androgini, studentesse procaci, camionisti simpatici, donne affascinanti, una direttrice che vive imprigionata nel proprio passato, figure immateriali e, infine loro, i gatti, che vivono in queste città e che possono comunicare solo con Nakata che, escluso dal mondo degli umani, scopre tramite loro il piacere della socialità.

Tutti coloro che entrano in contatto con i due protagonisti subiscono una evoluzione. Si diceva che il mondo di Murakami si piega e flette alle esigenze della storia e questi spostamenti hanno conseguenze reali sugli esseri umani presenti.

L’unica cosa che resta immutabile è l’espressione di quel ragazzo nel quadro Kafka sulla spiaggia e, dinanzi a questo solo elemento statico, si nasconde un universo problematico che deve essere assolutamente sbrogliato.

Per comprenderne il motivo è necessario leggere il volume e chiedersi, verrà spontaneo, per quale motivo Murakami non abbia ancora vinto il Nobel per la Letteratura.

Incontro con Bruno Galluccio: tra poesia e scienza

Bruno Galluccio è uno straordinario autore che coniuga scienza e poesia nella sua opera: una poesia (molto ben recensita) attenta all’essenzialità, che si fa passaggio tra temi quali l’enigma dell’universo, il mistero, intrisa di un pieno umanismo in cui l’individuo è origine del sistema di riferimento. Sono continui i rimandi alla scienza, con diversi registri non proprio linguistici, direi piuttosto epistemici: il lessico si mantiene infatti sempre ricercato (cosa non scontata nella poesia contemporanea), pur senza barocchismi di maniera (cosa non scontata nella poesia in genere). Una voce non forzata, non ingombrante, non banale, ma affilata, di indubbio spessore artistico, quella di Bruno Galluccio: […]e io veglio anche/ per il tuo lembo di indicibile/ mentre la luce massacra l’ombra/ sul lato rovescio del pensiero.

Diversi registri epistemici, dicevamo: la poesia non è solo un resoconto della conoscenza, ma diventa veicolo di conoscenza. Non è solo senso verbale, ma anche senso percettivo e cognitivo. Questo aspetto, probabilmente collaterale alla sua formazione scientifica, questa contaminazione continua tra mondi troppo spesso, e a torto, ritenuti incomunicabili (l’arte, la scienza), è un esperimento molto interessante, e di certo ben riuscito. Protagonista di molti eventi (l’ultimo al MAN di Napoli, con letture accompagnate dalle musiche che Antonio Raja ha composto ispirandosi alle poesie di Galluccio; il prossimo nell’ambito della manifestazione “Futuro Remoto 2016”) e curatore di una sua rassegna napoletana (“La poesia al tempo del vino e delle rose”), Galluccio prende la poesia molto seriamente.

 

1.Partirei complimentandomi con te per il tuo recente lavoro “La misura dello zero”, non primo, ma secondo libro di poesie con un editore importante quale Einaudi: un risultato eccezionale, visto il mercato difficile della poesia.

(Ringrazia e sorride, poi si fa pensoso). Un mercato difficile, si, per motivi diversi: la poesia è impegnativa, il lettore non può leggerla passivamente. La poesia è difficile, e meno male: citando Jorie Graham, la poesia difficile è un regalo dell’autore al lettore. Di certo, la poesia non serve a niente, e tale è la sua forza: non si piega al compromesso delle cose utili. Ma per questo, non è immediato capirne la bellezza; secondo punto: la poesia entra poco nelle librerie, complice gli alti costi della distribuzione: eccezion fatta per piccole case editrici, si investe poco sui poeti. Quindi la poesia si compra poco. Quindi si legge poco. E dunque vi si investe poco. E così via, il cane si morde la coda; infine, è poca l’attenzione che i media dedicano alla poesia. Le recensioni di opere di poeti contemporanei sono eventi rari. Questo fenomeno è fortunatamente bilanciato dalla diffusione (che però non ha filtro alcuno) di versi via internet tramite social network, siti vari e blog.

2.Credi che c’entri anche la condensazione del tempo attuale, il ritmo così sostenuto di un presente privo di raccoglimento, di un caos dettato dalla frenesia quotidiana?

Credo che ci si debba abituare alla lettura. Io, per esempio, riesco a leggere poesie praticamente ovunque, ormai. In questo credo rientri anche il gusto personale, come nell’uso dei libri elettronici. Tu per esempio, li leggi?

Io sono un maniaco della carta stampata. Odore, fruscio, avorio. No, non li leggo.

Ti capisco, ma è innegabile che la rete permetta una distribuzione incredibilmente efficace della letteratura: si possono comprare testi, anche cartacei, dopo magari averne letto qualche estratto interessante; si possono conoscere autori stranieri, altrimenti inaccessibili, tradotti certamente in inglese, o addirittura in italiano.

3.Le traduzioni: quanta giustizia rendono alla poesia?

La traduzione è un male inevitabile, come dice Nicola Crocetti. Meglio leggere poesia tradotta che non leggerne affatto. L’ideale sarebbe, certo, avere un testo in lingua madre a fronte. La traduttologia presenta dilemmi insolubili: in caso di dubbio, meglio privilegiare il senso o il ritmo? Meglio essere traduttori non poeti, per evitare contaminazioni altrimenti inevitabili? Per non parlare dell’insidia dei termini “falsi amici” tra una lingua e l’altra… Più le lingue sono tra loro lontane, poi, più il discorso si complica.

4.A me, per esempio, piace la poesia russa. La Achmatova, o Mandel’štam,  per esempio. Ma ho il timore di non averli mai letti davvero.

Condivido in pieno la tua passione. Dicono che la poesia russa tradotta sia solo un pallido riflesso di quella originale. Certa è la capacità dei russi di leggere e recitare la poesia. Sai, in Russia la poesia è molto amata, ha molto pubblico. In Germania, lo stesso.

5.Molti credono che la poesia sia pura ispirazione. Quanto lavoro c’è dietro?

Io non intendo la poesia, prendendo un’orribile espressione usata talvolta, come “vomito dell’anima”. La poesia richiede lavoro. C’è un’idea iniziale che si va affinando. Di getto su può buttar giù, nero su bianco, soltanto uno scheletro del risultato finale.

6.Un atto volitivo e ponderato, certo. Altrimenti, dove si collocherebbe, in questo paradigma, il talento?

Appunto. Personalmente ripasso spesso sulle mie poesie.

7.Come sai che le stai migliorando, e non snaturando?

È un problema che mi pongo di continuo. È un rischio che il poeta deve assumersi. Le poesie lunghe possono diventare brevi, le brevi lunghe, perché magari ti rendi conto di aver detto troppo, o troppo poco, o male. Anche questo è fare poesia.

8.Che importanza ha il ritmo nella tua poesia?

Io scrivo versi liberi, mi piace calarmi in una metrica, e spezzarla con un elemento di disturbo. Il ritmo va organizzato con consapevolezza, ma senza rigidità schematiche. Alcune poesie, per esempio, possono essere musicali a tal punto da risultare fuori luogo rispetto al proprio contenuto.

9.Che rapporto hai con i miti? A quali poeti ti senti più legato?

Il senso di identificazione con gli autori del passato è a volte inevitabile. Questo accade soprattutto quando si è molto giovani, col tempo si trova una voce propria. Per fare qualche nome: credo che Leopardi sia insuperabile; amo Celan, Rilke, Eliot; Anne Sexton, una poetessa dalla voce forte, ed una delle donne più belle che io abbia mai visto; Emily Dickinson, di cui ho tradotto qualche poesia; poeti che non possono non piacere, come Baudelaire e Kavafis; Wallace Stevens, che è stato per un certo tempo mio riferimento; non mi sento in sintonia con la poesia di Ezra Pound e Sandro Penna, pur riconoscendone il valore; apprezzo molto Bonnefoy e Mario Luzi.

10.La bellezza in poesia ha a che fare con l’eleganza in matematica, intesa come rinuncia al superfluo?

Ne sono convinto. Entrambe si rifanno alla simmetria, all’essenzialità. Pensa alla formula di Eulero, che mette in relazione entità fondamentali della matematica, il numero di Nepero, l’uno, lo zero, la costante pi greco.

La formula di Eulero sembra un quadro dipinto.

Esattamente.

11.Cosa accomuna il numero e la parola? Credi che, così come il mistico Numero pitagorico, anche il Verbo abbia una funzione creatrice, intendo dire in senso quasi biblico?

Domanda impegnativa. Credo dipenda dal livello che si considera. Ad un livello più basso, entrambi servono a comunicare le cose: un significato, una quantità. A livello più profondo, simbolico, le creano. Vedi, io evito le definizioni troppo altisonanti della poesia. Per me la poesia è semplicemente l’uso più alto che si può fare della parola.

Del resto il linguaggio scientifico è spesso evocativo quanto quello poetico.

Certo. Pensa alla “sezione aurea”, per dirne una. Scienza e poesia si completano. Un teorema non può essere bello senza una riflessione ulteriore. E la poesia, d’altro canto, giunge a conclusioni del tutto arbitrarie senza la prima. E poi la poesia è un’attività umana, e in quanto tale non può disinteressarsi alla scienza. La poesia valorizza la scoperta, con stupore e rispetto. Del resto, Feynman si chiedeva perché, se è poetico un fiore, non dovrebbe esserlo anche la sua struttura interna microscopica, seppure in modo diverso. Aggiungo poi che, la matematica, non può solo essere oggetto di poesia, ma anche un ausilio ad essa, come fonte di metafore.

12.Ma la poesia, va capita?

Può essere capita a strati. Può essere fruita a livelli più o meno profondi. Il poeta ha spesso l’impressione, quando scrive, che non potrebbe dire la stessa cosa usando un linguaggio diverso. Che non potrebbe esprimersi in modo più semplice. Io per esempio ho bisogno, a volte, di utilizzare anomalie sintattiche. Di cambiare improvvisamente soggetto. È una necessità talvolta, più che una scelta. La poesia è così difficile per chi la legge, ma così remunerativa, proprio perché è stratificata. Bisogna prestare attenzione al linguaggio, e trovare la propria voce. Una definizione di poesia è inafferrabile come una definizione dell’amore: a quanto pare tutti ne hanno un’idea più o meno simile, ma non per questo è meno incomunicabile.

[…] la pioggia si ferma e cerca l’acqua
c’è un momento di materia nel flusso straniante
metà pozzo metà galleggiamento
e cominciamo a riacquisire i nuclei e lo spazio
la sfera che ci nutre e contiene.

 

 

Elio Vittorini, traduttore creativo

Wiliam Saroyan, scrittore e drammaturgo statunitense, verso la fine degli anni ’40, fece un viaggio in Italia e decise di andare a trovare Elio Vittorini, che oltre ad essere conosciuto come scrittore era già noto come traduttore di romanzi. Le cronache dell’epoca raccontano che durante il loro incontro, i due furono costretti a colloquiare attraverso l’uso di bigliettini, in quanto Vittorini, non era in grado di parlare l’inglese, pur conoscendone la forma scritta. Tale incapacità è stata rimarcata anche da alcune affermazioni della moglie, Rosa Quasimodo:

La signora Rodanachi (una traduttrice che gli fu presentata da Montale) faceva a Elio la traduzione letterale, parola per parola, che al leggerla non si capiva niente. Lui, poi, a quelle parole dava forma. Sua era la costruzione, l’invenzione; non si legava a quelle parole fredde. Lui raccomandava sempre a lei di fare la traduzione letterale, precisa, […] frase per frase. E poi lui la trasformava in un romanzo. Erano romanzi suoi che traduceva.” (dal Corriere della Sera.it, forum scioglilingua)

Questo limite non ha impedito a Vittorini di diventare il più importante traduttore delle opere dei narratori americani e di portare gran parte della letteratura statunitense nel nostro Paese, in un momento storico in cui il fascismo ostacolava l’espandersi di quelle culture che provenivano da parte di Stati che erano considerati spregiativamente come demoplutocrazie, (ovvero dei regimi  in cui coloro che detengono la ricchezza mobiliare, banche, possiedono anche un peso politico specifico con il quale perseguono i propri interessi personali, camuffandoli per scelte effettuate per il benessere del popolo; in sostanza una plutocrazia che si traveste da democrazia).

Nato a Siracusa nel 1907, Elio Vittorini, scrittore e curatore editoriale, dopo la Liberazione dirige a Milano la rivista il <<Politecnico>> (1945-47), di stampo comunista. Tra i suoi incarichi più importanti : la direzione della collezione letteraria i “Getton”i presso Einaudi, la collezione Medusa della casa editrice Mondadori, e infine, la guida insieme ad Italo Calvino della rivista il <<Menabò>>, edita sempre da Einaudi.

Nonostante Vittorini sia conosciuto come scrittore (Uomini e no (1945), Le donne di Messina (1949), Le Città del mondo, publicato postumo 1969), egli è sempre stato particolatamente attratto dalla letteratura americana, per tale ragione nonostante conoscesse bene la lingua francese, negli anni ‘30 decide di cimentarsi come traduttore dall’inglese all’italiano. La sua attenzione è fortemente polarizzata verso la tecnica narrativa dei romanzieri a lui contemporanei, e dopo alcune sporadiche recensioni, inizia ad occuparsi, con costanza, di letteratura nordamericana, scrivendo alcuni articoli su Faulkner, seguito successivamente da un attento studio su E.A. Poe. Il lavoro da traduttore  lo porta alla conoscenza approfondita dei testi di molti scrittori, come Faulkner, Caldwell, Steinbeck. Uno dei suoi autori preferiti rimane Hemingway con il quale instaura un’amichevole corrispondenza, cosa che alla lunga indurrà lo stesso Hemingway a scrivere la prefazione di Conversazione in Sicilia, per la versione americana.

In Italia, quindi, dal 1930 al 1940 si da vita al “decennio delle traduzioni”, come è stato definito da Cesare Pavese, un lasso di tempo di tempo durante il quale un gruppo di intellettuali veicolano l’ingresso nel nostro Paese, di gran parte della letteratura americana, con l’intento di diffonderla e di riempire quel vuoto culturale che si era creato a causa del dominio fascista.

C’è da dire che, nonostante Vittorini sia stato particolarmente affascinato dagli USA, non ha mai visto da vicino quei luoghi che nel suo immaginario rappresentano una terra  ancora inesplorata e pura. La mancanza di un approccio diretto alle usanze statunitensi e l’aver imparato la lingua inglese da autodidatta, hanno conferito alle sue traduzioni una sorta di voluta imprecisione. I suoi lavori vengono marchiati come infedeli, delineati da un’ approssimazione che va ben oltre il naturale allontanamento dal testo originale, tant’è che alcuni critici negano il valore di traduzioni ai suoi scritti “in quanto si opera un lavoro di acquisizione creativa, che cerca di riplasmare il testo” (Gorlier). Si potrebbe definirle vere e proprie riscritture, considerato le numerose omissioni, aggiunte, interpolazioni, presenti all’interno delle sue trasposizioni. Sostanzialmente Vittorini non può essere considerato un traduttore in senso stretto, in quanto le sue traduzioni sono finalizzate ad esprimere la propria estetica, la prosa, e perché no, anche la visione che egli ha del mondo. Tutto ciò è confermato dallo stesso autore in alcune lettere a Enrico Falqui:

Riguardo agli americani io non rinnego affatto la loro influenza: so che traducendoli ho ricevuto grande aiuto nella formazione del mio linguaggio. Ma allo stesso tempo so di averli tradotti in un mio linguaggio: non preesistente e non fisso; bensì in evoluzione.

Rispetto a Pavese, che del testo originale traspone alcuni termini stranieri, rendendo la traduzione meno familiare per i lettori, Vittorini opera esattamente al contrario: lima al massimo le differenze culturali, cosicché il messaggio sia più fruibile. D’altronde è la prima volta che in Italia ci si avvicina ad autori del calibro di Steinbeck o Hemingway  e probabilmente l’attenzione di Vittorini verso la contestualizzazione di tale opere, estraniandole dalla cultura di partenza e adattandole, invece, alla cultura di arrivo, risulta in fin dei conti una strategia vincente, visto il successo che questi scrittori hanno ottenuto nel nostro Paese.

50 anni di Bianca: Einaudi festeggia la sua Collezione di poesie

Settembre 1964, il trentenne Carlo Villa con la sua opera Siamo esseri antichi è uno dei primi autori a dare il via alla collana “Collezione di Poesia”, con la casa editrice Einaudi.

Come lui, nello stesso anno, pubblicano altri autori per la stessa collana, tra i quali ricordiamo Beppe Fenoglio con la traduzione dell’opera di S.T. Coleridge La ballata del vecchio marinaio; Camillo Sbarbaro con la traduzione di Il Ciclope di Euripide e diversi altri autori e poeti.

Oggi, cinquanta anni e quattrocentoventitre Collezioni dopo, questa fortunata collana vive ancora e gode di ottima salute, ha infatti pubblicato in media otto nuovi volumi ogni anno, per mezzo secolo.

Il suo grande successo è sicuramente dovuto non solo alla qualità delle opere pubblicate, ma anche al legame affettivo creatosi nel tempo tra i volumi stessi ed i suoi lettori, che sono soliti chiamare la collezione con il nome La bianca, per lo stile essenziale, nonché  per il colore e la caratteristica immagine di copertina ideata da Bruno Munari, peculiarità rimaste inalterate dal primo volume pubblicato fino ad oggi. E con buon esito, si aggiunga.

Per festeggiare con i lettori questo grande successo delle Collezioni, Einaudi ha pubblicato un piccolo volumetto di poesie inedite, che verrà regalato a chi acquisterà due volumi a scelta della “Collezione di Poesia” dal 18 settembre al 18 ottobre.

”Per celebrare il compleanno della Bianca, abbiamo pensato di chiedere una poesia inedita a tutti i poeti italiani che vi abbiano firmato almeno un volume. Aggiungendo anche due autori in procinto di pubblicare”, questa è stata l’idea della casa editrice. Il fatto che i poeti coinvolti siamo proprio cinquanta ha così dato vita a un felice connubio, cinquanta poeti per cinquant’anni.

Il numero di copie non venali stampate ammonta a 19500, una cifra impegnativa, ma che verrà sicuramente esaurita.

Si sa, il fortunato struzzo Einaudi, simbolo inconfondibile della casa editrice,  non delude mai e ha deciso di offrire qualcosa di grande, ancora una volta.

50 anni di bianca non è una semplice raccolta di poesie, è un monumento al successo della Collezione.

Non a caso l’ordine di apparizione dei poeti nel libro segue l’ordine cronologico non di datazione delle poesie stesse, bensì di pubblicazione presso Einaudi, si parte infatti dal già citato pioniere  Carlo Villa con la sua sublime composizione La pratica del vuoto, per finire con Dall’interno della specie di Andrea De Alberti, che il prossimo anno prenderà il suo posto nella Collezione, pubblicando il suo volume di poesie.

Questa scelta nell’ordine fa si che il lettore possa ripercorrere la storia intera della Collezione di poesie, assaporando i cambiamenti storici, i diversi stili, le riflessioni e le amare sofferenze umane.

I temi trattati non hanno limiti e variano liberamente, riflettendo le personalità dei diversi autori.

Immancabile, come si può immaginare, il ricorrente tema dell’amore, essenza stessa della poesia, così come la ricerca del senso della vita e delle pene della vita del genere umano.

Una raccolta degna di una Collezione che festeggia i suoi cinquant’anni non chiedendo, bensì donando emozioni nuove e forti, che lasceranno ancora una volta uno specchio di emozioni nell’animo di chi ama la poesia.

 

 

‘Il partigiano Johnny’, di Beppe Fenoglio: l’antiretorica della Resistenza

Tra i più importanti romanzi del Novecento non possiamo non annoverare il capolavoro di Beppe Fenoglio: Il partigiano Johnny, romanzo antiretorico sulla Resistenza italiana sia per il contenuto che per la forma. È possibile scorgere in esso una proiezione stessa dell’autore in quanto quasi tutte le vicende sono vissute in prima persona. Va tuttavia sottolineato che il romanzo è stato pubblicato postumo, in una versione che mescolava due stesure diverse, acefale e lacunose; inoltre lo stesso titolo va attribuito ai curatori della prima edizione Einaudi (1968).

Possiamo definire Il partigiano Johnny come il continuo del romanzo pubblicato da Garzanti nel 1959 Primavera in bellezza ( la prima stesura infatti inizia dal capitolo “decimosesto”) il cui protagonista è appunto Johnny, un giovane studente così soprannominato dagli amici per la sua passione per la letteratura inglese. Consigliato dai suoi stessi editori, tra cui Pietro Citati, Fenoglio conclude il romanzo con il ritorno nelle Langhe da parte del protagonista. Ne Il partigiano Johnny, dunque, la storia riprende dal momento in cui il giovane sottufficiale ritorna a casa prima di affrontare la Resistenza.

Dopo aver vissuto la monotona vita dell’imboscato, Johnny decide di lasciare la famiglia ed unirsi al primo gruppo di partigiani che incontra nelle langhe. Dopo le prime guerriglie, i partigiani commettono l’errore di fare prigioniero un ufficiale tedesco; la reazione è violenta e immediata con il conseguente sbandamento della formazione partigiana. Nella primavera del ’44 Johnny trova una formazione più consona ai suoi ideali, ma anche qui non mancano errori e ingenuità. Nell’ottobre dello stesso anno i fascisti della Legione Muti e delle brigate nere abbandonano Alba che prontamente è occupata dalle formazioni partigiane; ma il ragazzo sapeva bene che non sarebbero riusciti a tenere la città durante l’inverno rischiando di esporre la cittadinanza alle rappresaglie dei nazifascisti (cosa che poi accade). Johnny e i suoi compagni devono fuggire ancora una volta (le pagine che raccontano di questa fuga, con la descrizione delle colline, fino alle alpi liguri, sono forse le più intense del romanzo). Rifugiatosi insieme ai due amici Pierre ed Ettore in una casa di contadini, decidono di sbandarsi durante l’inverno per poter poi resistere al colpo finale in primavera. Il 31 gennaio 1945 Johnny partecipa al “reimbandamento” dei partigiani, ma ancora una volta sono costretti alla fuga, quest’ultima interrotta dall’arrivo del padre del nord, un combattente che li sprona ad agganciare la retroguardia. Inizia un conflitto a fuoco con i fascisti che avrebbe visto di lì a poco la morte dello stesso padre del nord. Nella seconda stesura del romanzo Fenoglio lascia intendere che Johnny trovi anch’egli la morte nel conflitto.

Johnny non viene visto come un eroe dal suo autore,non vi è niente di epico nelle sue gesta, egli è soltanto un uomo alla ricerca di una ragione, una verità. Fenoglio riesce a scavare molto più in profondità della superficie storica, arrivando ad analizzare tutta la condizione umana, ma con estrema semplicità e forse in questo risiede la grandezza del romanzo. Coinvolgente è il lessico dell’autore che compone ogni frase con ricercatezza; i periodi sono musicali, dal ritmo incalzante con frequente ricorso all’inglese oltre che a neologismi, laddove in italiano i versi sarebbero stati più aspri. Elementi che fanno de Il partigiano Jhonny un romanzo fuori dagli schemi, Fenoglio non celebra i partigiani comunisti ma percorre la strada dell’umanità, mettendo in risalto come il suo protagonista abbia bisogno di sentirsi umano non di gloria, di eroismo e di grandezza, per questa ragione il romanzo diventa un’esperienza umana universale: sono le nostre debolezze, le nostre sconfitte,i nostri dubbi, le nostre battaglie degne di essere raccontate, poiché ci conducono verso la libertà assumendo, una dimensione etica non ideologica.

Il romanzo è stato portato sul grande schermo nel 2000 dal regista Guido Chiesa.

 

 
 
 

 

 

 

 

Beppe Fenoglio, lo scrittore-partigiano

Beppe Fenoglio è sicuramente da annoverare tra gli scrittori italiani più monumentali e innovatori del Novecento. Scrittore-partigiano (come si è definito lui stesso), nonché traduttore e drammaturgo, Fenoglio nasce ad Alba nelle Langhe il 1°marzo 1922. Primogenito di tre figli, cresciuto in una famiglia di lavoratori (il padre è macellaio e la madre donna forte caratterialmente che ambisce per i figli una vita migliore della propria) impara l’italiano sui libri, perché la lingua madre è il piemontese di Alba, dialetto capace di raccontare la guerra, la Resistenza, la giovinezza, il territorio, l’amicizia e l’amore come nessuno. Con dignità, poesia, genio, smarrimento e civiltà. Nonostante le ristrettezze economiche, su consiglio del maestro elementare, Fenoglio frequenta il Liceo, diventando un alunno modello e appassionato soprattutto di inglese iniziando anche delle traduzioni (le prime di una lunga serie).

Nel 1940 si iscrive alla facoltà di Lettere dell’Università di Torino che frequenta fino al 1943 quando è richiamato alle armi prima a Cuneo e poi a Roma al corso di addestramento per allievi ufficiali.
Alla fine della guerra, Fenoglio riprende per un breve tempo gli studi universitari prima di decidere, con grande rammarico dei genitori, di dedicarsi interamente all’attività letteraria. Nel maggio del 1947, grazie alla sua ottima conoscenza della lingua inglese, viene assunto come corrispondente estero di una casa vinicola di Alba. Il lavoro, poco impegnativo, gli permette di contribuire alle spese della famiglia e di dedicarsi alla scrittura.

Nel 1949 compare il suo primo racconto intitolato “Il trucco”, firmato con lo pseudonimo di Giovanni Federico Biamonti. Nello stesso anno presenta a Einaudi i “Racconti della guerra civile” e “La paga del sabato” (quest’ultimo romanzo abbandonato per dedicarsi alla stesura di dodici racconti, alcuni già inclusi in “Racconti della guerra civile”. Nel 1952 esce nella collana Gettoni l’opera “I ventitrè giorni della città di Alba”; libro “asciutto ed esatto”, come lo definisce Italo Calvino; un resoconto lucido sia di vicende partigiane, sia di sentimenti, amori, tradimenti e famiglie sullo sfondo di una cultura contadina tanto cara a Fenoglio. Nel 1954 pubblica il romanzo breve “La malora” (una vita sancita dalla fatica del lavorare la terra, ma anche dal contegno e dalla dignità).
Nel 1960 si sposa con Luciana Bombardi e l’anno successivo ha anche una figlia, Margherita. In occasione del lieto evento Fenoglio scrive due brevi racconti: “La favola del nonno” e “Il bambino che rubò lo scudo”. Nel 1962 si trasferisce a Bossolasco, in seguito ad una grave forma di asma bronchiale ed emottisi, trascorrendo così il suo tempo tra lettura e amici. Aggravatesi le sue condizioni, la morte lo coglie il 18 febbraio 1963 dopo due giorni di coma.

Senza dubbio l’opera più conosciuta di Fenoglio rimane l’antieroico Il partigiano Johnny” ma dell’autore si parla sempre poco nonostante la sua straordinaria attualità.Perché? Probabilmente perché si pensa, erroneamente, di aver detto e scritto tutto su Fenoglio, come se fosse facilmente leggibile, imbrigliato nelle ideologie; la Resistenza di cui ha parlato tanto Fenoglio non è solo storica ma anche eterna come ha notato Zanzotto, una sorta di moralità della scrittura, una resistenza della scrittura. E in effetti Fenoglio scriveva con fatica: invenzioni linguistiche, le dinamiche sociale, l’amore per la propria terra,le dilatazioni di spazio e di tempo per rendere le vicende universali,la resa profonda della dimensione esistenziale, sono queste le principali caratteristiche delle opere dello scrittore piemontese, sbrigativamente etichettato come “neorealista”, per l’uso di espressioni dialettali e gergali e per la trattazione dell’ambiente contadino. Questa resistenza la si può chiaramente notare ne “La malora” dove il protagonista, a differenza del partigiano Johnny che alla fine crollerà, sembra avere davanti a sè uno spiraglio di luce, un barlume di speranza, poiché ha resistito.

Beppe Fenoglio scrivendo non agisce su un luogo ma in altri spazi che lo portano lontano dal luogo reale, portandoci a scoprire la vera essenza di esso e questo fa di lui uno scrittore certamente non di provincia, altro motivo per cui lo scrittore-partigiano andrebbe riletto senza implicazioni, o meglio,forzature ideologiche.

 

 

 

“Cristo si è fermato ad Eboli”: il triste incontro con il Meridione

«Nessuno degli arditi uomini di occidente ha portato quaggiù il suo senso del tempo che si muove, né la sua teocrazia statale, né la sua perenne attività che cresce su se stessa». Cristo si è fermato ad Eboli, scritto tra il Natale del 1943 ed il luglio del 1944,e poi  pubblicato da Einaudi nel 1945 è un romanzo autobiografico, è la storia del periodo di confino che Carlo Levi trascorse in Basilicata, le sue coraggiose idee antifasciste lo portano a fare la conoscenza di un mondo altrimenti, forse, mai scoperto, un mondo chiuso e immoto, lontano dal tempo e dalla storia, un mondo di pena, di problemi antichi irrisolti.

Già il titolo potente, suona come una sentenza, una negatività tutta da risolvere, una difficoltà e una differenza tutta da superare. Cristo si è fermato ad Eboli perché al di là di questa cittadina campana, una volta abbandonata la costa, si fermano la strada e la ferrovia; superato tale punto, si arriva nelle terre aride, desolate e dimenticate della Basilicata. I contadini di questa terra sono lontani dai canoni della civiltà, sono inseriti in una Storia diversa, dal sapore magico e pagano, una Storia nella quale  Cristo non è mai arrivato. Eboli dunque non  è solo un confine geografico ma è il confine che segna la fine della civiltà verso una “terra senza conforto e dolcezza, dove il contadino vive, nella miseria e nella lontananza, la sua immobile civiltà, su un suolo arido, nella presenza della morte”.

Carlo Levi offre un’analisi puntuale e a tratti meravigliata del Mezzogiorno, narra osservando con i suoi occhi di piemontese, visione libera e condizionata allo stesso tempo.

Durante i due anni d’esilio nella cittadina di Aliano, nel libro sarà Gagliano, paese sperduto in provincia di Potenza, tra i monti della Lucania, l’autore ebbe modo di conoscere lo stato di miseria in cui la gente viveva; nel ripercorrere la propria esperienza a con quella gente che dice: «Noi non siamo cristiani, Cristo si è fermato ad Eboli», l’autore riflette con straordinaria lucidità sull’ estraneità dello stato e della politica. Prende consapevolezza di un « un mondo tanto diverso dal suo quanto più vero e più legato all’essenza stessa della vita».

Levi osserva e analizza la miseria materiale in cui i contadini lucani degli anni Trenta sono costretti a vivere, abbandonati da uno Stato in cui non possono riconoscersi, da uno Stato che impone, pretende e vessa. E nonostante tutto i giorni trascorsi a Gagliano, sempre uguali a se stessi, lo rendono partecipe di un mondo nuovo che trae la sua linfa vitale dalla grande forza interiore dei contadini, dalla rassegnazione, dalla pazienza, dalla grande saggezza che li guida. Gli  insegnamenti di questo popolo lasciano quasi stupito Levi, l’immenso senso dell’ospitalità e  l’attaccamento a valori veri, la dignità ferma e salda anche nella povertà e l’entusiasmo dei bambini desiderosi di apprendere sono lezioni importanti per l’autore.

Tutto il libro è attraversato dalla scoperta di una nuova dimensione dell’animo umano, fino ad allora  sconosciuta. Importantissima è anche la componente linguistica Levi infatti scopre innanzi tutto un linguaggio nuovo, inedito e sconosciuto; un linguaggio amaro e ironico e talvolta grottesco.

Una parentesi dalla vita dura di Agliano è rappresentata dall’arrivo della sorella, la quale si trattiene in paese per quattro giorni. A questo punto Levi coglie l’occasione per descrivere Matera, la città fantasma tutta racchiusa nel baratro dei Sassi; le abitazioni scavate nelle grotte e sovrapposte le une alle altre tutte a precipizio sul Basento. I bambini denutriti e scheletrici, condannati sin dall’infanzia alla malaria sembra armonizzarsi con la descrizione del paesaggio brullo e bruciato dal sole. Dimenticati dallo Stato, dalla civiltà, dalla religione, i contadini di Lucania considerano la magia come un mezzo di difesa contro i mali fisici che li affliggono da ogni parte e nello stesso tempo la coltivano come estrema illusione per dominare gli eventi. E Levi entra anche nel mondo misterioso della magia, comprendendo ancora meglio la disperazione contadina. Il grande significato antropologico è rispettato da Levi che non condanna e non considera la  componente magica come superficiale superstizione. Egli si adopererà molto per i gaglianesi ma molto di più faranno i gaglianesi per lui, curando il suo animo.

“Cristo si è fermato ad Eboli” è scoperta e  delusione, amarezza e gioia, impossibilità e speranza, storia e mito, un affresco pietroso e emozionante di una civiltà fuori dal mondo eppure così fermamente legato ad esso. Il romanzo  colpisce anche per la straordinaria capacità dell’autore di cogliere ogni singola sfumatura della miseria e della solitudine arcana del Meridione. Libro attualissimo, da non perdere.

Nel 1979 il regista Francesco Rosi firma l’adattamento cinematografico del libro, affidando il suo capolavoro all’ interpretazione di Gian Maria Volontè.