‘Born under a bad sign’ di Albert King: la fenomenale giostra di chitarre elettriche tra Manchester e Londra

La storia dell’album Born under a bad sign di Albert King, comincia con Eric Clapton che fa qualcosa di pazzesco. Pubblica tre dischi in quasi due anni esatti con tre gruppi diversi: 1). Five Live Yardbirds con gli Yardbirds, 1964; 2). Beano con John Mayall e i Bluesbreakers, 1966; 3). Fresh Cream coi Cream, appunto, nel 66 anche questo – per arrivare al 70 manca ancora qualcosa, ma poi ci saranno i Blind Faith e i Derek And The Dominos (formati durante le registrazioni di All things must pass di George Harrison). Ma il punto è che ciascuno di questi dischi, compreso quello dei Blind Faith e il primo di Derek And The Dominos, è un disco leggendario di un gruppo leggendario; e da qui in avanti la carriera di Eric Clapton camminerà da sola e per inerzia verso il paradiso – ma relativamente a questo nostro racconto a noi interessano il lavoro degli Yardbirds e quello di John Mayall (Eric Clapton is God).

Qui la faccenda s’ingrossa, allora. Perchè gli Yardbirds, infatti, Londra, sono conosciuti non solo come il gruppo che ha dato i natali alla chitarra di Eric Clapton, lo abbiamo già detto; di Jeff Beck, che formerà un suo gruppo con due favole eterne a 33rpm con Ron Wood, poi terzo chitarrista dei Rolling Stones, e Rod Stewart; e di Jimmy Page, poi coi Led Zeppelin. Laddove John Mayall, a sua volta, Manchester, è invece conosciuto per aver consacrato, sì, la sei corde di Clapton dopo gli Yardbirds, lo abbiamo già visto; quindi quella di Peter Green, poi Fleetwood Mac; e quella di Mick Taylor, che sarà con cinque dischi, se non sbaglio, protagonista di quello che con ogni probabilità è il periodo più interessante dei Rolling Stones dopo la scomparsa del loro primo chitarrista, Brian Jones, nel 1969 – e con Eric Clapton, Jimmy Page, Jeff Beck e Peter Green, sottacendo i Rolling, si consumano le dita dei nomi dei più importanti chitarristi della storia della musica contemporanea.

Riassumendo quindi in pochissime parole, a spanne si può dire che gli Yardbirds, da Londra, diventano i Led Zeppelin e i Bluesbreakers, da Manchester, i Fleetwood Mac.

A riguardo infine dei Fleetwood Mac e del loro chitarrista fondatore, Peter Green, possiamo dire che condivide molti aspetti della propra parabola artistica con Syd Barrett. Come Syd Barrett infatti forma un gruppo. Come Syd Barrett del gruppo fondato è la principale forza creativa. E proprio come Syd Barrett, chitarrista anche lui, viene allontanato dal gruppo per problemi di droga che gli hanno confuso e incasinato, diciamola con Pulp Fiction, il modo di parlare (voleva cambiare vita dopo essersi strafatto di acidi). E per cui la configurazione finale dice di due figure affatto da ripensare seriamente e da rivalutare alla grande.

A questo punto, uno dei principali artefici del revival di Peter Green e Syd Barrett è David Gilmour.
Gilmour infatti lo scorso febbraio, il 25 mi sembra proprio di aver letto, ha partecipato a una serata in onore di Peter Green tenutasi al Palladium di Londra. Per l’occasione Gilmour suona tre pezzi dei Fleetwood Mac, compreso Albatross, singolo del 68.

E qui, adesso, sul finire di questo nostro racconto, si va sul campo delle opinioni, del se, ma e forse; ma è probabile che così facendo Gilmour abbia voluto ancora una volta ricordare Syd Barrett – o comunque sull’accostamento casca subito l’occhio – e questa volta nei termini di una delle più grandi chitarre sperimentali del Regno Unito o sicuramente in grado di tenere testa a Peter Green – almeno stando al primo disco dei Pink Floyd. E in ogni caso questo fenomenale passage della musica inglese tra Manchester e Londra ci ha portati a parlare ancora una volta di Syd Barrett. E a questo punto non è ancora chiara una cosa. Non si capisce cioè per quale caspita di accidenti del pensiero, forse un rovescio neuronale temporalesco, qui si finisce sempre col parlare di Syd Barrett – e se è possibile un giudizio personale, proprio stando al primo disco dei Floyd e ai suoi due solisti, è probabile che Syd Barrett sia una delle migliori chitarre sperimentali di sempre….esattamente come Peter Green, ex Bluesbreakers, Manchester.

Comunque non ce n’è, la versione di Born Under A Bad Sign, canzone di

, la versione dei Cream, quindi, è la migliore. Una l’ha registrata anche Peter Green. Non era stato ancora detto; i Pink Floyd poi possono sicuramente distrarre e confondere, è ovvio, ci mancherebbe, cavoli, la musica psichedelica è una vera figata; si fa quindi preferire il primo dei velvet underground, ma poi the dark side of the moon è quanto di meglio abbia offerto il music business fino ad ora; ma i Cream sono imbattibili se non sono i migliori. E poi sono la miglior band di hard blues bianco elettrico. Loro sono i padri naturali dell’Hard Rock – a cui ha contribuito anche Peter Green.

 

Peter Green
29/10/46 – 25/7/20
Ad perpetuam rei memoriam

 

“Disraeli Gears”: il blues psichedelico e onirico dei Cream

Psychedelic blues, un connubio interessante, insolito, tra la ferrea logica del blues e le divagazioni oniriche dei trip acidi. Un esperimento riuscito a pochissimi nella storia del rock; Jimi Hendrix, ad esempio, che in brani come Hey Joe o Little Wing, riesce a prendere il suono tradizionale della “musica dell’anima” ed a convertirlo in qualcosa di mai udito, ne prima ne dopo, ancorandolo nel contempo alla realtà storica in cui vive. Altri campioni a cui è riuscito un simile esperimento sono stati i Cream, power trio formatosi nel 1966 e  composto da tre assi della musica: Eric Clapton alla chitarra, Jack Bruce la basso e Ginger Baker alla batteria.

Tre musicisti molto diversi tra loro, tre personalità gigantesche, tre insuperabili performer che grazie alle loro peculiari caratteristiche (l’estrazione tipicamente blues di Clapton, la formazione classico/jazzistica di Bruce e la fascinazione per le percussioni africane di Baker) riescono a dar vita ad una miscela sonora praticamente unica ed inimitabile. Traghettano il blues del Delta negli anni ’60 grazie a memorabili cover (vedere il trattamento riservato alla celeberrima Crossroads di Robert Johnson o a Spoonful di Wille Dixon) facendolo apprezzare alle nuove generazioni ma, soprattutto, riescono trasformarlo in qualcosa di assolutamente nuovo contaminandolo con suoni modernissimi e di grande impatto.

«L’unica buona musica è quando dei buoni musicisti suonano l’uno per l’altro. Credo che questo sia ciò che ha reso i Cream così differenti dagli altri gruppi rock.». (Jack Bruce)

La testimonianza più compiuta di quanto appena detto si ha con il secondo album dei Cream, Disraeli Gears, forse il lavoro più famoso e riuscito in cui convivono tranquillamente brani come l’infuocata ed immortale Sunshine Of Your Love e la narcotica We’re Going Wrong. D’altro canto già la copertina “pepperiana” del disco, eccessiva ed ipercromatica, lascia intuire l’intenzione della band di proporsi come alternativa valida al suono di San Francisco, all’epoca dominante, ma con l’aggiunta di quell’inconfondibile sentore british. La chitarra acida e distorta di Clapton, il basso poderoso di Bruce e le percussioni torrenziali di Baker si fondono a meraviglia in capolavori quali Strange Brew, World Of Pain, nel blues “fatto” di Blue Condition, Outside Woman Blues e Take It Back, nel rock infuocato di SWLABR ed ancora nelle dilatate Dance The Night Away, We’re Going Wrong e Tales Of Brave Ulysses. Il risultato è talmente strabiliante che il disco supera il milione di copie vendute, diventa una pietra miliare conferendo alla band lo status di “supergruppo” ed accrescendo a dismisura la fama e la leggenda di singoli componenti. In accordo con l’atmosfera da “acid trip” che si sprigiona dai microsolchi, i concerti dei Cream diventano delle performance uniche che possono raggiungere una durata considerevole in cui viene lasciato grande spazio all’improvvisazione e allo sballo generale.

Le voci di Bruce e Clapton che si amalgamano a meraviglia o si alternano nel cantato, la batteria a doppia cassa di Baker che tuona come una tempesta, il basso pulsante e gli assoli stratosferici di chitarra che dal vivo assumono dimensioni ancora più mastodontiche, influenzano schiere di musicisti a venire quali Black Sabbath, Van Halen, White Stripes e Queen. La magia è, tuttavia, destinata a durare poco. Nel 1968, ad appena due anni dalla formazione, la band dei Cream si scioglie consensualmente con un live memorabile alla Royal Albert Hall ed un disco intitolato significativamente Goodbye. Le personalità molto forti dei tre componenti rendevano quasi impossibile una convivenza pacifica ed una comunità d’intenti, ma nonostante la parabola molto breve i Cream sono stati in grado di lasciare un’impronta indelebile nel mondo della musica con quattro album permeati di grande fascino e perizia tecnica in cui lo zoccolo duro del blues viene contaminato con il blues, il rock, la psichedelia ed anche il brit pop illuminando una miriade di possibilità ed aprendo un varco nel futuro.

The Complete Studio Recordings: i 29 comandamenti di Robert Johnson

The Complete Recordings- Columbia-1990

Non si può comprendere ed amare il rock senza un tuffo nel passato, splendido ed inquietante, che faccia comprendere quale sia la vera natura della musica che ha profondamente scosso l’ultimo mezzo secolo. Come tutti i viaggi a ritroso può spesso apparire confuso, nebuloso, leggendario, ricco di omissioni ed eccessi di fantasia ma senza dubbio imprescindibile e con una buona dose di verità alle spalle. Per capire dove tutto comincia bisogna tornare alla fine degli anni ’30 e precisamente nei sei mesi che vanno dal novembre 1936 al giugno 1937, in Texas quando un oscuro chitarrista di nome Robert Johnson per la prima volta in vita sua decide di cantare davanti ad un microfono cambiando per sempre e definitivamente il corso degli eventi.  Ventinove brani immortalati su cera, unica testimonianza di una vita artistica passata tra bettole e angoli di strada, che restituiscono una voce in grado di riflettere i tormenti dell’anima ed una tecnica chitarristica scaturita direttamente dalle viscere dell’inferno. Gocce di splendore che narrano l’incredibile vicenda umana e professionale di un uomo la cui vita ha assunto sempre risvolti mitici in bilico tra sogno e realtà, dannazione e redenzione. Perfino quando era ancora in vita Robert Johnson da Hezelhurst, Mississippi, era circondato da un alone di mistero. La vita dissoluta, l’alcolismo, la povertà, il talento mostruoso, la capacità di ipnotizzare con la musica le platee ne hanno accresciuto la fama di artista maledetto. Le scarse notizie biografiche, unitamente ad una morte prematura e “misteriosa” lo hanno elevato al ruolo di leggenda.

   «Per me Robert Johnson è il più importante musicista blues mai vissuto. […] Non ho mai trovato nulla di più profondamente intenso. La sua musica rimane il pianto più straziante che penso si possa riscontrare nella voce umana». (Eric Clapton)

Il Patto Col Diavolo

E’ arcinoto l’episodio del “patto col Diavolo” attraverso il quale, secondo i racconti, avrebbe ottenuto in cambio dell’anima l’incredibile tecnica chitarristica e la capacità di cantare come un angelo ferito. Sono noti altresì il carattere ribelle ed irascibile del musicista come pure la sua forte passione per le donne e per l’alcol che gli hanno procurato non pochi guai nel corso degli anni. E’ ovvio che c’è una spiegazione molto meno romantica per questa sua perizia strumentale (pare fosse stato un certo Ike Zinnemann ad insegnargli tutti i segreti della sei corde) come pure c’è una motivazione meno fantasiosa in merito alla sua misteriosa dipartita (pare sia stato un barista geloso ad avvelenarlo) ma senza dubbio è molto più affascinante pensare ad uno squattrinato musicista che, a notte fonda, incontra ad un quadrivio Satana in persona il quale gli concede, al prezzo dell’eterna dannazione, fama e gloria imperiture. Anche lo stesso Johnson la pensava così, tanto che nelle sue canzoni, non ha fatto altro che confermare ed alimentare questa diceria, autoproclamandosi, di fatto, “chitarrista del Diavolo”.

Le liriche ed i titoli dei suoi pezzi parlano chiaro: Me And The Devil Blues, Hellhound On My Trail, Crossroad Blues, If I Had Possession Over Judgement Day, contengono evidenti riferimenti al demonio, alla possessione, all’apocalisse con chiari indizi e rimandi al famoso patto. Ma in Johnson non c’è solo questo: c’è l’amore tormentato (Love In Vain Blues, Little Queen Of Spades, Kind Hearted Woman Blues), la durezza di una vita errabonda (Ramblin’ On My Mind, Sweet Home Chicago, I’m A Steady Rollin’ Man), espliciti riferimenti sessuali (Come On In My Kitchen, Dead Shrimp Blues, I Believe I’ll Dust My Broom), sentiti omaggi ai maestri (Malted Milk, 32-20 Blues, Walkin Blues) e standard di grande successo (From Four Til Late, Traveling Riverside Blues, Stop Breaking Down Blues, Stones In My Passway). Una poliedricità tematica mai vista fino ad allora che rende questo pugno di canzoni il “manuale del Blues”, in cui vengono toccate un po’ tutte le tematiche principali tipiche della musica dell’anima. Su tutto chiaramente giganteggia la chitarra suonata con uno stile insuperato ed insuperabile.

La tecnica d’incisione di Robert Johnson

Le dita di Johnson volano sulla tastiera segnando il ritmo e, nel contempo, la melodia del brano andando quindi ad incastrarsi col lamento lancinante della voce. I riff sono resi o con l’ausilio del bottleneck che contribuisce a rendere il suono ancora più fluido e dolente accentuando così il pathos dell’esecuzione o con il fingerpicking per aumentarne efficacia e precisione. Esecuzioni incredibili sulle quali si sono scervellati teorici e critici musicali pur di fornire una spiegazione plausibile a tanto splendore. Si è detto che i brani sono stati accelerati in post produzione, che i chitarristi erano due e del secondo non è stato tramandato il nome, insomma una vero e proprio brainstorming che però non è servito a chiarire completamente il segreto di tale sovrumana abilità. Una cosa è sicura, miriadi di musicisti si sono spaccati le dita cercando di riprodurre almeno un decimo del suono qui intrappolato. Gente come Eric Clapton, Keith Richards, Cream, Led Zeppelin, White Stripes, Blues, Blues Brothers, hanno inserito nel loro repertorio uno o più di questi brani rivisitandoli e riarrangiandoli sia per adattarli ai mutati gusti del pubblico sia per l’impossibilità di restituirne la forza e la bellezza originaria. Tutto ciò ha contribuito a rendere questi 29 pezzi immortali e decisamente popolari anche a distanza di tantissimi anni ma prova anche un’altra cosa: nessuno suona o ha mai suonato come Robert Johnson da Hezelhurst, Mississipi, il “chitarrista del Diavolo”, il Re del Delta Blues.

“Blues Brakers with Eric Clapton”: la via Inglese al blues

Blues Brakers with Eric Clapton-Decca-1966

La convinzione che il blues fosse roba per pochi eletti uomini di colore era ancora molto forte nei primi anni ’60. Mostri sacri come B.B.King, Little Walter, Robert Johnson, Howlin Wolf, Sonny Boy Williamson, erano visti con ammirazione e devozione da schiere di giovani musicisti che tentavano i primi timidi approcci agli strumenti. La maestria tecnica, la vocalità implorante e grezza, i riff micidiali e perfino i tormenti interiori erano visti come qualità intrinseche, inimitabili, perfino difficilmente comprensibili da un pubblico bianco. Essere uomini di blues era una faccenda terribilmente seria. Le cose cambiano verso la metà degli anni ’60, quando John Mayall, talentuoso polistrumentista britannico, solo sulla carta nato a Macclesfield, intuisce che può esserci un approccio diverso alla musica dell’anima.

Introducendo, infatti, una macchina ritmica poderosa e mescolando la purezza del Delta col beat anglosassone è possibile ottenere un suono nuovo, fresco, coinvolgente senza scempiare o scimmiottare le leggende  che tanto ammiravano. Nasce così il British Blues. Per far ciò sono tuttavia necessari musicisti forti, ma veramente forti, non tanto dal punto di vista strettamente tecnico quanto per la capacità di tirar fuori dal proprio strumento una timbrica unica, un sound inimitabile, un colore inconfondibile. Per fortuna il talento è sparso a piene mani nell’Inghilterra dell’epoca e Mayall si dimostra, negli anni, uno straordinario talent scout. Arruola Hugie Flint alla batteria e John McVie, che vanno a costituire la spina dorsale dei Blues Brakers e, per quanto riguarda la chitarra, si rivolge al giovane più promettente in circolazione: Eric Clapton. Il futuro Manolenta, in quegli anni, è alla costante ricerca di se stesso; tanto fenomenale alla sei corde quanto caratterialmente scostante e imprevedibile. Dimissionario dagli Yardbirds per inconciliabili divergenze artistiche, incontra Mayall nell’aprile del ’65 che lo convince ad aderire al nuovo progetto.

“Voleva solo suonare la sua chitarra” (John Mayall su Eric Clapton)

Nonostante le difficoltà dovute principalmente all’irrequietezza dei vari membri (Clapton abbandona il gruppo per due mesi per andare in tournee con i Glands; McVie dal canto suo se ne va per sei mesi), i Blues Brakers riescono in un solo giorno ad incidere un capolavoro. Negli studi della Decca, in un giorno d’aprile del 1966, si compie il miracolo. Forte del feeling acquisito sul campo in numerose esibizioni live ed interminabili jam session, la band registra tutto in presa diretta, senza sovra incisioni o trucchetti di sorta, riuscendo ad intrappolare sul nastro memorabili versioni di classici del blues e pezzi originali. Le titaniche rivisitazioni di All Your Love di Willie Dixon, di Hideway di Freddie King, di Ramblin’ On My Mind di Robert Johnson, di It Ain’t Right di Little Walter, si accompagnano alle splendide composizioni originali di Mayall quali Little Girl o Key To Love.

Eric Clpaton e la sua Les Paul-1966

Il lavoro di Clapton è semplicemente stratosferico (tanto da ispirare i famosi graffiti con su scritto “Clapton is God”); il suono della sua Les Paul è il più potente mai udito fino ad allora ed i suoi fraseggi sono folgoranti. Flint e McVie irrobustiscono ogni brano concedendosi estemporanee variazioni sul tema (basta ascoltare il torrenziale assolo di batteria sulla strepitosa cover di What’d I Say di Ray Charles). Il resto lo fa Mayall. Canta, compone, suona l’organo, il piano, l’armonica, arrangia magistralmente i brani (prova ne sia la clamorosa versione di Another Man) e dirige il gruppo durante quelle infuocate session. Riesce ad ottenere il massimo dai compagni e da se stesso. Il successo è inevitabile. L’album raggiungerà il sesto posto della classifica inglese e diventerà ben presto un classico. Tuttavia l’equilibrio all’interno della band sottile e fragilissimo.

Clapton stancatosi subito del progetto (basta vedere la foto della copertina in cui appare particolarmente poco collaborativo) se ne andrà di li a poco per formare i Cream con Jack Bruce e Ginger Baker. Flint verrà sostituito da Ashley Dunbar mentre McVie abbandonerà dopo pochi anni per tentare nuove esperienze con i Fleetwood Mac. Mayall rimarrà il perno dei Blues Brakers intorno al quale ruoteranno musicisti leggendari quali Peter Green, Mick Taylor, Blue Mitchell e Red Hollway con i quali inciderà altri capolavori, ad esempio A Hard Road o Crusade, ma questo, senz’altro, rimarrà il lavoro di una vita, l’opus magnum con il quale è entrato di diritto nella storia di ben due generi musicali. Quest’album così precario, semplice ma allo stesso tempo incredibilmente affascinante è riuscito nell’impresa di sdoganare definitivamente il blues nero presso il pubblico bianco rendendolo improvvisamente familiare, vicino, riproducibile e divertente. E non è cosa da poco.

Addio a Pino Daniele, anima blues della musica italiana

 Come ricordare il grande cantautore e chitarrista Pino Daniele, scomparso ieri all’età di 59 anni a causa di un infarto, simbolo di Napoli e artista internazionale che mai si è piegato alle ragioni della musica commerciale, ma sperimentando sempre; quale album scegliere per rendergli il giusto omaggio? Spulciando tra le maglie di una discografia imponente, la scelta è caduta su Vai Mò, verso il quale probabilmente molti storceranno il naso  dal momento che Nero A Metà è generalmente considerato il capolavoro dell’artista partenopeo.

Vai Mò riprende, amplia e completa il percorso musicale iniziato con Pino Daniele (1979) e Nero A Metà (1980). Secondo poi questo lavoro oltre alle contaminazioni tra blues, rock, r’n’b, musica italiana e napoletana, presenta commistioni con sonorità molto vicine al jazz ed alla fusion. Terzo ma non ultimo, i musicisti scelti per l’incisione sono quanto di meglio si potesse trovare in Italia a quell’epoca. C’è tutta la Napoli che conta: il sax di James Senese, la batteria di Tullio De Piscopo, le percussioni di Tony Esposito, le tastiere di Joe Amoruso ed Ernesto Vitolo, il basso di Rino Zurzolo, il trombone di Fabio Forte. Una vera e propria macchina da guerra, il cosiddetto “Neapolitan Power”, composto da ex membri della gloriosa Napoli Centrale capaci di dare forma e vita al vortice di note concepite da Pino Daniele. Il materiale è, manco a dirlo, di primissima qualità. Si va dalla tambureggiante Che Te Ne Fotte fino alla poetica E’ Sempre Sera, passando per l’arcinota Yes I Know My Way, la frenetica Ma Che Ho, la dolente Nun Ce Sta Piacere, la magnifica Notte Che Se Ne Va, senza contare Viento ‘E Terra, Puorteme ‘A Casa Mia, Have You Seen My Shoes, Sulo Pè Parla, Un Giorno Che Non Va. La band fa fuoco e fiamme mentre Pino Daniele gioca. Gioca con gli stili, con le note, con le lingue, con i dialetti, con le parole, sognando una musica capace di trascendere correnti, nazioni e particolarità locali per abbracciare il mondo intero. Pino Daniele suona. Suona tanto con la chitarra, quanto con la voce e con i vocaboli. La sua timbrica personalissima assume la valenza di uno strumento mentre la lingua napoletana nella sua bocca si arricchisce di sfumature anglofone e latine che ne rafforzano la poetica e la musicalità.

“Guagliò, ma che te ne fotte?! E quando good good cchiù nero da notte nun può venì!” (Che te ne fotte)

E poi la tecnica. Una tecnica sia compositiva che strumentale strabiliante. Canzoni complesse, difficili ma nel contempo orecchiabili, belle da suonare e da cantare. Un talento eccezionale capace di portare i profumi del golfo di Napoli oltre gli angusti confini della Campania. Non è un caso che molti artisti di livello internazionale abbiano scelto Pino Daniele per collaborazioni di successo. Basta solamente citare i nomi di Eric Clapton, Wayne Shorter, Richie Havens, Gato Barbieri, Pat Metheny e Chic Corea, per capire il rispetto e la considerazione di cui godeva in tutto il mondo. Le ragioni di questo successo sono facili da individuare.

Pino Daniele con la sua band storica-1981

Innanzitutto c’è Napoli, con i suoi suoni, i suoi umori, la sua musica, le sue contraddizioni, un luogo particolare in grado di suscitare emozioni e sensazioni profonde, poi viene la sensibilità unica di un musicista che ha saputo incanalare queste influenze in una miscela unica ed irripetibile. Pino Daniele ha avuto anche l’abilità e la lungimiranza di “farsi scegliere” aprendo la sua mente ad ogni tipo di esperienza musicale e professionale, da qui la composizione di colonne sonore per il cinema, l’intervento in lavori di artisti diversi (Baglioni, Bertè) o collaborazioni con artisti africani o asiatici. Massimo Troisi diceva:

“Pino è un po’ l’Eduardo della canzone, un musicista che riesce a tirare fuori napoletanità e sentimento senza cadere nel folklore o nel partenopeo a tutti i costi”

Questa definizione coinvolge tre personaggi di spicco della cultura italiana, e napoletana in particolare, che hanno avuto il merito di innaffiare le proprie radici con gli umori del mondo creando opere dalla valenza universale. Vai Mò è forse uno dei frutti più significativi si questa “universalità partenopea” in quanto coglie uno dei migliori musicisti di sempre, in compagnia dei migliori musicisti di sempre, all’apice della creatività. Un momento unico ed irripetibile intrappolato su disco. Un’opera senza tempo e senza confini capace affascinare persone di età, colore e culture diverse. Questo è, è stato e sempre sarà Pino Daniele, con la la sua voce malinconica e gentile, uno che “tenev’ ‘a cazzimm’” e faceva tutto quello che gli andava “pecchè era blues e nun vulev’ cagnà”.

“Tommy” dei The Who: i fantasmi di Pete

“Tommy”- Decca-1969

Cominciamo col chiarire una differenza fondamentale. Un concept album è un album che, in più canzoni, affronta un unico tema (ad esempio La Buona Novella di Fabrizio De Andrè). Un’opera rock è una composizione musicale in stile rock dotata di un precisa struttura narrativa, un definito impianto musicale ed una spiccata predisposizione ad essere rappresentata in forma scenica. “Tommy”, quarta fatica del gruppo inglese The Who datata 1969, si può a ragione considerare la prima opera rock della storia concepita in quanto tale. Nonostante alcuni anni prima ci siano stati i primi esperimenti in questo senso (The Story of Simon Simopath del gruppo britannico Nirvana e S.F. Sorrow dei Pretty Things), Tommy” rappresenta il primo tentativo cosciente di portare la musica rock oltre i limiti della forma canzone.

« So che non mi crederà nessuno, ma io sto davvero pensando di scrivere un’opera rock che abbia per protagonista un giocatore di flipper sordo, muto e cieco. Non sto scherzando, anche se per ora è solo un’idea che ho in testa. Non c’è niente di definito. » (Pete Townshend- Rolling Stone-1968)

Già negli anni precedenti The Who avevano spalancato la mente a nuove forme musicali, la suite con il brano “A Quick One While He’s Away”  tratto a “A Quick One” del 1966 ed il concept con “The Who Sell Out” del 1967, ma con Tommy alzarono notevolmente il tiro della loro ambizione. Come si può scrivere un’opera con un organico di quattro elementi e, per giunta, neanche tanto preparati tecnicamente? Il genio di Townshend è riuscito in quest’impresa apparentemente impossibile.

Ha concepito un’ Overture, un tema ricorrente See Me, Feel Me, Touch Me, Heal Me ed un gruppo di canzoni fantastiche (Acid Queen, Pinball Wizard, Tommy Can You Hear Me, Sally Simpson, Cousin Kevin) legandole poi tra loro con grande forza concettuale e grande senso musicale. Ascoltando questi brani si può rivivere l’intera vicenda di Tommy, un ragazzo reso sordo, muto e cieco da un trauma infantile, che, privato dei sensi elementari, subisce soprusi di ogni tipo, diventa un “mago del flipper e riacquista la normalità attraverso la distruzione del suo stesso simulacro (uno specchio).  Un lavoro molto complesso sia dal punto di vista tematico che musicale. Vengono affrontati argomenti scottanti come l’omicidio, la pedofilia, le droghe e l’adulterio; il protagonista è un individuo disabile incapace di reagire alla violenza; la religione come forza salvifica viene allegramente messa alla berlina attraverso il personaggio del “santone” che dovrebbe guarire Tommy; tutte caratteristiche che resero quest’album uno dei più discussi e controversi della storia della musica. La sua lavorazione, inoltre, consumò letteralmente il gruppo che impiegò otto intensissimi mesi per crearlo, rischiando lo scioglimento e la pazzia. Il risultato finale fu meraviglioso. Additato immediatamente come capolavoro assoluto, Tommy, ha rappresentato il vertice creativo della band che è entrata così, definitivamente nell’Olimpo del rock. Grazie alla sua maestosità, alla sua teatralità ed alla sua dinamicità quest’opera è stata rappresentata per anni sui palcoscenici di tutto il mondo e nel 1975 ne è stato tratto anche un bellissimo film diretto da Ken Russell (con gli stessi Who come protagonisti coadiuvati da numerose guest star del calibro di Tina Turner, Elton John ed Eric Clapton). La sua influenza ha avuto  echi significative in tutto l’universo musicale. Artisti quali Kinks (Arthur ,Or the Decline and Fall of the British Empire), Jethro Tull (Thick As A Brick), David Bowie (Ziggy Stardust), Genesis (The Lamb Lies Down On Broadway), Pink Floyd (The Wall) ed in tempi più recenti i Judas Priest (Nostradamus), saccheggiarono a piene mani l’enorme patrimonio contenuto in Tommy. E’ un album destinato a non morire mai, a continuare a rilasciare il suo splendore negli anni a venire rafforzando in ogni momento la leggenda secondo la quale: ascoltando Tommy a lume di candela si può vedere il proprio futuro.