‘Vento Lupo e altre improbabili storie’ di Ugo Mauthe, 10 racconti che declinano la fantasia

Uno strano vento scende dalle montagne e ulula tra le case, esasperato dalla solitudine. Una cornacchia dispettosa mette in pericolo la missione di un misterioso equilibrista. L’invenzione della funzione standby porta scompiglio nella vita di coppia di On e di Off. Sono solo alcune delle storie di Ugo Mauthe, fantasiose e improbabili come lupi in città.

I dieci racconti che compongono il libro declinano l’irrealtà, di volta in volta su un diverso registro predominante. Oscillano fra la fiaba nera di Vento lupo (Ensemble 2020 e vincitore del Premio Officina), che dà il titolo alla raccolta e l’allucinata esperienza di vecchiaia e solitudine di Paglia nera. Migrano dall’epica impossibile e pacifista  di L’ultimo soldato ai sorprendenti risvolti della commedia amara di Zapping. Viaggiano fra due diverse sfumature di fantascienza con Zio Simmi e Un fatto misterioso. Toccano l’amore con l’eros tecnologico di On/Off e la favola sognante di Butterfly. Raccontano di strani incontri, come accade nella storia natalizia intitolata Un incontro e nell’ultimo testo della raccolta, Il tatuaggio.

In Vento Lupo, l’autore, pubblicitario con una lunga storia professionale come copywriter, direttore creativo e docente di comunicazione, dopo aver pubblicato sempre con Ensemble  Il silenzio non tace, Premio Conrieri, Premio Il Meleto di Guido Gozzano, Minuziosa sopravvivenza (Il Convivio Editore, 2018), una silloge poetica che ha ottenuto diversi riconoscimenti, e il romanzo Qunellis (Giovane Holden Edizioni, 2018), una favola nera post apocalittica e post umana, sembra chiedersi cosa sia la realtà e in cosa consista la verità dell’essere umano, catapultando il lettore in una dimensione visionaria.

L’irrazionale scherza con il pensiero in Vento Lupo, per rendere traslucidi, attraverso strade di riflessione diverse, l’essenza e i desideri di ogni essere umano. Probabilmente non viviamo la distopia che ci è stata promessa: non viviamo in un mondo di controllo assoluto da parte di internet e della tecnologia, semmai viviamo in un mondo dove si assiste ad un proliferare di nicchie sorprendenti. Non siamo in un romanzo di Orwell, sembra dirci Ugo Mauthe, ma nel mondo di Philip K. Dick, da cui l’autore sempre prendere spunto per raccontare il disordine ontologico di un mondo dove vero e falso si sovrappongono e confondono, realtà e fantasia si fondono, dove false realtà creeranno false creature umane, oppure falsi umani genereranno false realtà per venderli ad altri umani. Per questo le storie improponibili di Mauthe potrebbero non essere tanto improponibili, dato che la realtà che circonda l’autore non lo aggrada, e di conseguenza scrive, evadendo dalla realtà che vede, ma creandone un’altra parallela e facendo emergere l’invisibile che si cela dietro le nostre vite e la nostra quotidianità.

Vento Lupo si configura come una serie di racconti-ragionamento intorno alla realtà e al rapporto dell’uomo con la fantasia, all’abbandonarsi ad essa grazie alla quale la vita di ogni giorno viene vissuta con maggiore curiosità ed intensità. D’altronde come scriveva Alberto Savinio: <<Il verismo è il peggior nemico della letteratura. […] la letteratura non guarda al presente con l’occhio del presente. La letteratura conosce quello che il presente ignora. La letteratura dice quello che il presente tace. […] La letteratura è la Speranza Scritta>>

 

La busta dice di essere un uomo, l’uomo è lui. C’era già arrivata prima ma aveva perso il segno. “Quanto prima?” si domanda mentre dà un altro schiaffo all’aria, l’ultimo, per forza d’inerzia, perché ha speso tutte le sue energie per muoversi e non ne ha più per fermarsi. La busta dice di essere un uomo, l’uomo è lui, “allora sei tu che mi tocchi, mica un ictus o chi sa che malanno, mi vuoi male, cosa vuoi cosa sei venuto a fare, me lo dici eh?” (Da Vento Lupo)

 

‘Tenet’: il grandioso spy-thriller di Nolan che sfida Netflix e il pubblico con un budget stellare

Se Inception vi sembrava tortuoso, allora Tenet sarà un vero rompicapo. Con la consueta maestria Nolan ci conduce per centocinquanta minuti di pura adrenalina sapientemente alternata a momenti di quiete apparente, nei meandri di una trama di spionaggio complessa e frammentata.

Due ore e mezza che filano via veloci, senza intoppi, a patto che non abbiate la sfortuna di trovarvi in una di quelle sale dove si accendono le luci per l’intervallo, obbligandovi a uscire dall’immersione cinematografica e a ricordarvi del distanziamento sociale; perché la grande abilità del talentuoso regista londinese coincide con il più vecchio trucco del Cinema: far immedesimare lo spettatore, facendogli letteralmente dimenticare d’essere seduto sul seggiolino.

E Nolan è – insieme a Tarantino e Eastwood – il regista hollywoodiano più conservatore: esclusivamente pellicola da 70mm “girata” alla vecchia maniera, senza troppi effetti speciali da post-produzione, per dei film che riescono a trasudare realtà anche quando leggiamo sul muro “Occupy Gotham City”. È l’unico regista – non a caso europeo – che sembra abbia lo scopo di ridare lustro, se non proprio riscrivere, la mitopoiesi del grande Cinema americano con un taglio d’autore, partendo da cervellotici soggetti propri e mantenendo il controllo assoluto su ogni aspetto della produzione.

Tenet è fondamentalmente una summa delle grandi tematiche ricorrenti nella sua cinematografia: storia d’azione e di spionaggio, ma anche indagine e contemporaneamente pellicola di fantascienza. Un film così semplicemente complesso da essere, a tratti, sovrabbondante, quando dallo schermo fuoriesce una mole d’informazioni impossibili da decifrare, come suggerisce lo stesso enigmatico palindromo “tenet” – irrisolto mistero medioevale del cosiddetto quadrato di Sator -, che qui diventa il codice di riconoscimento di un’oscura organizzazione che deve sventare la futura Terza Guerra Mondiale.

La concezione del tempo, seconda grande ossessione del Cinema nolaniano, è il fulcro della sceneggiatura; dove il tempo fasullo di Memento, quello sospeso di Inception e quello relativo di Interstellar, si fondono per diventare addirittura tempo reversibile; come il film stesso che procede eppure si svolge anche all’indietro, ma senza flashback né struttura circolare.

La fine coincide con l’inizio ma è un altro autentico inizio, lontanissimo da quello che capitava a Leonard Shelby e ai suoi difetti di memoria; eppure è anche conclusiva. Questa volta non ci sono margini di errore, regna l’estrema lucidità. L’incipit è veloce, violento e grezzo, paragonabile solo all’apparizione di Bane nell’ultimo capitolo della trilogia di Batman e ci scaraventa immediatamente nell’inferno di un teatro preso d’assalto da spietati terroristi.

Ci troviamo in Ucraina ma la mente e la dinamica riportano subito la mente al teatro Drubovka di Mosca, tra terroristi, forze speciali e il gas che rende gli spettatori incoscienti della cruenta battaglia che infuria intorno. Una platea addormentata e anestetizzata come noi spettatori inconsapevoli della guerra imminente, seduti dentro una sala mezza vuota con le mascherine a coprirci il volto, come anche i protagonisti a un certo punto saranno costretti a indossare per sopravvivere. L’ennesimo cortocircuito. È il futuro stesso a farci guerra con fantascientifiche manovre a tenaglia, con algoritmi “fine di mondo” e paradossi temporali ma, in realtà, è lo stesso Nolan a essere sceso in guerra.

La sfida del regista inglese per attirare il pubblico nei cinema grazie a un film dal budget colossale – 205 milioni di dollari – parte già azzoppata dal Covid. Il film è uscito (per ora) solamente nelle sale europee a capienza ridotta e ha subito la minaccia di boicottaggio da parte cinese se non si fosse accorciata la durata di mezz’ora per recenti disposizioni sanitarie. Anche solo per questo, allora, varrebbe la pena di andare a vederlo integralmente, senza pause e senza paura.

 

Alvise Pozzi

 

‘Solaris’, uno dei migliori film di fantascienza degli anni ’70, torna in DVD in versione restaurata: dal cosmo alla psiche umana

Torna in DVD la versione restaurata di uno dei migliori film di fantascienza degli anni settanta, Solaris, film che celebra un lungo viaggio che inizia nel cosmo per finire nella psiche umana.

Lo psicologo Kris Kelvin (Donatas Banionis) sta per partire alla volta del pianeta Solaris attorno al quale orbita una stazione spaziale sovietica. Si tratta di un compito molto delicato perché le autorità vorrebbero mettere fine alla sua missione scientifica – volta alla ricerca di forme di vita intelligente – poichè, dopo un inizio promettente, si è improvvisamente bloccata. Si sono inoltre verificati strani fenomeni che hanno messo in dubbio l’equilibrio mentale degli ultimi tre occupanti della Stazione.

Il viaggio alla volta del pianeta sarà molto lungo e così Kris decide di trascorrere gli ultimi giorni nella dacia dell’anziano padre (Nikolaj Grin’ko), consapevole che probabilmente non lo rivedrà mai più. E mentre ammira una campagna di una struggente bellezza, arriva, indesiderato ospite, un amico di famiglia, Henri Berton (Vladislav Dvoržeckij), che vuole raccontargli cosa ha visto anni prima quando si era recato su Solaris. Una testimonianza che la commissione del Consiglio aveva liquidato come frutto di allucinazioni. Kris, infastidito dal suo intervento, si congeda da lui bruscamente, deciso ad appurare la verità senza farsi influenzare da nessuno .

Questo lungo e denso prologo, della durata all’incirca di quaranta minuti, fondamentale per capire l’antefatto, non faceva parte della versione del film circolata in Italia nel 1972, ed è stato invece reinserito nella versione home video restaurata, distribuita da Cecchi Gori Home Video.

Un lavoro che rende giustizia al regista Andrej Tarkovskij, che a suo tempo aveva duramente criticato i tagli, inerenti non solo il lungo antefatto, che conteneva parecchi punti in comune con l’omonimo romanzo di Stanisław Lem, ma anche molte altre scene importanti per la comprensione del film stesso e della psicologia dei personaggi. Ad esempio il lungo tragitto, compiuto da Henri Berton, in una autostrada urbana di una Tokio all’epoca avveniristica, che Enrico Ghezzi, nel commento allegato al film, descrive come un viaggio in un non luogo, un anticipo del lungo viaggio compiuto dal Kris Kelvin di lì a poco. O quei dialoghi senza i quali i personaggi rischiano di apparire delle figure prive di spessore psicologico e la scena della festa di compleanno, tagliata in gran parte nella prima versione distribuita in Italia, dove si assiste a una spettacolare scena di levitazione, che ricorda 2001 Odissea nello spazio.

La versione restaurata permette di apprezzare il lavoro di Tarkovskij, che ha saputo realizzare uno dei migliori film di fantascienza degli Anni Settanta, con ritmi narrativi lenti ma mai noiosi, perché l’opera è caratterizzata da una tensione costante, la quale supplisce alla mancanza di azione. Tensione amplificata dai lunghi piani sequenza delle scene, girate dentro l’ambiente claustrofobico della navetta. I tre scienziati sono come topi in gabbia, tre cavie da esperimento che Solaris analizza, scandaglia e a cui propone i sogni più reconditi: un bambino al Dr. Snaut (Jüri Järvet), un nano al Dottor Sartorius (Anatolij Solonicyn) e una ragazzina al Dottor Gibarian (Sos Sarkisjan). Tutti e tre ne sono turbati, consapevoli dell’origine non umana di queste presenze e Gibarian ne sarà così destabilizzato da scegliere la via del suicidio come forma di evasione da una realtà che non riesce ad accettare e controllare.

Kris Kelvin, che rispetto agli altri scienziati ha probabilmente un rapporto positivo con il proprio subconscio, si troverà di fronte ad Hari (Natal’jaBondarčuk), la moglie morta suicida dieci anni prima. L’incontro è ovviamente disturbante, ma Kris riuscirà gradualmente ad accettarla, ad amarla, provocando la reazione sdegnata degli alti due, Snaut in particolare, ma anche quella della stessa Hari che chiede di essere considerata “umana” e di essere accettata come tale.

Tale situazione spingerà i tre occupanti della navicella, ad interrogarsi su cosa caratterizzi un essere umano – Amore? Empatia? Domande che rimangono senza risposta -, fino a prendere atto dei propri limiti e dell’incapacità di comunicare con altre creature. “Perché andiamo ad esplorare l’Universo quando non sappiamo nulla di noi stessi?” si chiederà uno dei protagonisti del film. Di fronte a una creatura extra-terreste dalle notevoli capacità intellettuali, i tre scienziati si rivelano indifesi e ignoranti, incapaci di comprendere altre civiltà, perché prima di viaggiare nello spazio, l’uomo dovrebbe viaggiare dentro di sè, esplorare quegli abissi dove si nascondono i pensieri più profondi e inconfessabili.

 

Speciale Home Video: SOLARIS

‘Freakshow’, il romanzo fantasy di Pee Gee Daniel

Freakshow (Kipple Officina Libraria, 2016) è un romanzo di fantascienza di Pee Gee Daniel (nome d’arte di Pierluigi Straneo), già autore di altre opere tra le quali Lo scommettitore (2014) e Ingrid e Riccione (2014). Freakshow ha vinto nel 2016 il premio Kipple, assegnato ogni anno al miglior libro che rientra tra i generi: horror, fantascienza, narrativa di anticipazione e neo-noir. Il romanzo è ambientato sul satellite Europa in un tempo futuro ai nostri giorni, seguendo le disavventure del circo Korallo e delle sue deformi attrazioni, freaks di ogni sorta che per necessità hanno deciso di unirsi a quella male assortita congrega di mostri reietti dalla società.

Le gemelle siamesi, la donna barbuta, il nano, i pinhead, la donna cannone e il ragazzo senza gambe sono solo alcune delle attrazioni di questo circo degli orrori che di città in città non manca mai si suscitare reazioni contrastanti nei suoi spettatori, a metà strada tra l’attrazione e la repulsione, così come non si può evitare di scostare lo sguardo dal luogo di un incidente nonostante si sappia già quale orrida immagine si presenterà davanti ai nostri occhi. I freaks di Korallo a poco a poco, emarginati sin dalla nascita, cominciano a desiderare qualcosa di più che venire sfruttati come carne da macello per un misero piatto caldo la sera, così abboccano facilmente alla favola del fantomatico Uincio Uancio, salvatore di tutti i freaks del mondo. L’idea di questo Messia dei mostri rimane una mera leggenda fino a quando ad uno ad uno tutti i freaks del circo Korallo scompaiono in circostanze misteriose…

Freakshow: una scrittura ricercata per raccontare la mostruosità

Freakshow si presenta come il ritratto crudo e ironico delle peggiori mostruosità del mondo, trattando il tema della diversità come forma, molto spesso, di esclusione dalla società. Il mondo presentato da Pee Gee Daniels è un tempo futuro ma ha a tratti toni ottocenteschi, periodo in cui in Europa prende piede la moda della mostra di queste rarità biologiche. Anche il modo in cui i cittadini guardano con diffidenza i freaks somiglia molto a come un tempo la deformità fosse associata al demonio, legando l’idea del ‘diverso’ a quella di ‘malvagio’. Il romanzo sembra diviso in tre parti: l’inizio in cui vengono presentati i vari freaks tramite dei ritratti descrittivi, la seconda parte dove inizia la narrazione delle disavventure del circo, la terza che si tinge di giallo fino allo svelamento del mistero di Uincio Uancio. Purtroppo l’azione troppo spesso viene interrotta da digressioni eccessivamente descrittive, che danno sì l’idea della grande opera di ricerca che l’autore ha fatto prima della stesura del libro, ma che purtroppo rendono lenta la prosecuzione cronologica degli eventi più importanti. Forse una maggiore attenzione alla trama ‘tragicomica’ delle disgrazie del circo Korallo e dei suoi misteri avrebbe reso la lettura molto più scorrevole. Il linguaggio usato dall’autore è ricercato e di grande impatto, mostrandosi crudo e violento, e di certo centra l’obiettivo di attrarre e disgustare il lettore, esattamente come farebbero i freaks.

‘Il mondo nuovo’: la società senza futuro di Aldous Huxley

Aldous Huxley (1894-1963), visionario e tormentato autore inglese, pubblica nel 1932 la sua opera, forse, che sarà destinata a diventare una delle pietre miliari per il genere distopico/fantascientifico: appassionato di filosofia (avvicinatosi anche al misticismo) Huxley non ha problemi a imbastire un racconto di spietata visione filosofica sul futuro dell’umanità. Come in ogni narrazione distopica, i pensieri e le azioni degli uomini sono immaginate sino alle estreme conseguenze, ma qui c’è un qualcosa in più che caratterizza Il mondo nuovo (1932), opera di fantascientifica di Huxley.

Tutta la narrazione è pervasa da quel senso di oppressione tipico delle opere distopiche/post apocalittiche: e qui Huxley dimostra, per l’epoca in cui ha scritto il suo romanzo, di essere capace di vedere già molto al di là dell’orizzonte del suo tempo. Ecco quindi che il mondo che descrive, il mondo del 2500 circa, è stretto dalla morsa non solo dei “controllori” ma anche di pratiche scientifiche spietate e di indottrinamenti subconsci a cui tutta la popolazione è sottoposta. “Il Processo Bokanovsky è uno dei maggiori strumenti della stabilità sociale! Uomini e donne tipificati; a infornate uniformi”; è questo quello che il direttore del “Centro di incubazione e di condizionamento” spiega ai suoi allievi: qui gli embrioni vengono infatti creati, sviluppati secondo precise esigenze per essere inidirizzati in particolari e precise categorie di persone (gli alfa, i beta, i gamma, i delta e gli epsilon) che hanno determinate caratteristiche e determinate peculiarità in base al loro quoziente intellettivo programmatogli. “Comunità, Identità, Stabilità” è il motto planetario che ricorre in questa società che vede quindi annullata ogni forma di personalità individuale e ogni libera espressione: in questo modo i Controllori hanno la pretesa di assicurare la felicità delle persone:una felicità creata, indotta, controllata, frutto dello spietato calcolo scientifico e quindi non reale.

Noi condizioniamo le masse a odiare la campagna concluse il Direttore. Ma contemporaneamente le condizioniamo ad amare ogni genere di sport all’aria aperta. Nello stesso tempo facciamo sì che tutti gli sport all’aria aperta rendano necessario l’uso di apparati complicati. In questo modo si consumano articoli manufatti e si adoperano i mezzi di trasporto. Ecco la ragione delle scosse 20 elettriche”. I bambini infatti venivano educati alla visione dei libri e dei fiori in concomitanza con scosse elettriche e assordanti rumori, in questo modo si trovano a sviluppare un disgusto verso questo genere di cose.

In questa società massificata, Huxley fa però emergere due protagonisti: Lenina e Bernand, entrambi infatti si distinguono da tutti gli esseri umani che si incontrano nel romanzo. Lenina per alcuni periodi è alla ricerca di un partner “fisso”, contravvenendo alle “regole” della società che invece vuole che il sesso e il godimento erotico siano esaltati e praticati, così da prevenire frustrazioni e sentimenti negativi. Bernard invece è uno psicologo che dimostra un alto grado di consapevolezza per quanto riguarda il fatto che la felicità che vivono è illusoria,  indotta in alcuni casi dalla “soma”, una droga sintetica che provoca stati di euforia e che addirittura accompagna anche le persone verso la morte. Nel romanzo si parla di Corso Elementare di Coscienza di Classe, di Lezione Sessuale Elementare, del ruolo di “Assistente Predestinatore”, del Collegio di Ingegneria Emotiva, del  Direttore delle Incubatrici, del trattamento di Surrogato di Passione Violenta: tutto ciò che serve per far emergere un quadro incredibilmente asfissiante della società che Huxley immagina.

Ma non è tutto, infatti: “Bisogna scegliere tra la felicità e ciò che una volta si chiamava la grande arte. Abbiamo sacrificato la grande arte. Ora abbiamo i film odorosi e l’organo profumato”, così racconta Mustafa Mod, il controllore dell’Europa occidentale, quando ricorda la decisione dell’annullamento di ogni forma di espressione artistica umana: l’arte non bisogno praticamente solo di sensazioni pure, ed è quindi nemica dello sfruttamento delle risorse, quello a cui invece tutto è qui volto e indirizzato: si indirizzavano i bambini verso godimenti e felicità per giochi che ad esempio richiedevano un grosso dispendio di materiale elettrico per esser costruiti.

Ma per capire cosa veramente è il mondo disegnato da Huxley, si deve aspettare l’incontro con il “Selvaggio” John, conosciuto da Bernarnd e Lenina durante il loro esilio in Islanda, a causa dei loro comportamenti giudicati eccentrici dal controllore dell’Europa Occidentale. John e Linda, sua madre, sono cresciuti e vissuti nelle “riserve”, ovvero dove vivono gli appartenenti alla casta degli alfa non allineati con il Governo. John ha però una altra peculiarità: è riuscito a leggere alcune opere di Shakspeare (L’Amleto, Romeo e Giulietta, l’Otello) prima che tutti i libri venissero distrutti. Ciò gli permertte di affrontare il governatore dell’Europa occidentale in un discorso appassionato tra le diverse visioni del mondo: “Adesso il mondo è stabile. La gente è felice; ottiene ciò che vuole, e non vuole mai ciò che non può ottenere. Sta bene; è al sicuro; non è mai malata; non ha paura della morte; è serenamente ignorante della passione e della vecchiaia; non è ingombrata né da padri né da madri; non ha spose, figli o amanti che procurino loro emozioni violente; è condizionata in tal modo che praticamente non può fare a meno di condursi come si deve. E se per caso qualche cosa non va, c’è il “soma”… che voi gettate via, fuori dalle finestre, in nome della libertà, signor Selvaggio. Libertà!”

Il selvaggio John verrà quindi portato nel “nuovo mondo”, ma le conseguenze saranno disastrose: una volta resosi conto che è stato ormai irrimediabilmente attaccato e compromesso dalla società, deciderà di tornare nella sua isola e autoflagellarsi per espiare le sue colpe, ma a lungo andare troverà la morte.

L’intreccio che Huxley realizza nel Nuovo mondo è ravvisabile anche nel gioco che fa compiere alla figura di Henry Ford, vista come un Dio dalla società che descrive (infatti gli anni partono dalla data della sua nascita) e dalla figura di Sigmund Freud, molte volte chiamata indirettamente in causa: quindi i due miti della produzione  e della psicoanalisi. L’estremizzazione di queste due discipline portano Huxley a immaginare questa società disumanizzata in cui non c’è posto per l’arte, per i libri, per la libera espressione, in cui l’essere umano è programmato e condizionato psicologicamente sin dalla nascita verso una esistenza precisa e prestabilita in funzione della produttività.

Il suicidio del Selvaggio, forse l’unico elemento di speranza e di rottura, contribuisce a rendere ancora più cupa la visione del mondo futuro dell’autore inglese: il mondo nuovo che vede Huxley sembra essere quindi privo di una qualsiasi speranza in un futuro.

E questo, aggiunse il Direttore sentenziosamente «questo è il segreto della felicità e della virtù: amare ciò che si deve amare. Ogni condizionamento mira a ciò: fare in modo che la gente ami la sua inevitabile destinazione sociale”. (Il mondo senza futuro)

“Interstellar”, il fantasy originale di Nolan

Interstellar, ultimo originale lavoro diretto da Christopher Nolan (Il cavaliere oscuro, Inception, Memento) è un film ambientato in America, in un futuro dalle coordinate spazio temporali non ben definite e in una situazione catastrofica di apocalisse mondiale. Il pianeta Terra sta attraversando la sua inevitabile discesa verso la distruzione e l’estinzione della razza umana, soffocata nella polvere e senza quasi più né cibo né acqua. La civiltà tecnologica che conosciamo si piega di fronte la fine del mondo e fare l’agricoltore sembra essere l’unica professione utile alla sopravvivenza. La scienza viene messa da parte, le scoperte scientifiche diventano leggende a cui non bisogna credere. L’uomo non è mai stato sulla Luna e non esistono altre galassie. L’uomo è solo. L’ingegnere aerospaziale Cooper (Matthew McConaughey), costretto come altri ad adeguarsi alla tragica situazione, diviene un agricoltore che cerca però di sovvertire le regole di questo futuro che sembra passato. I due figli, Murphy (Jessica Chastain) e Tom (Casey Affleck), affrontano in maniera differente e parallela questa condizione limitante. La curiosità della piccola Murphy si contrappone all’atteggiamento accomodante del fratello maggiore.

L’essere umano però  è un animale razionale. In quanto animale, è caratterizzato da un forte istinto di sopravvivenza, in quanto razionale userà tutta la sua capacità di ragionamento per salvarsi. Cooper verrà a conoscenza di un piano, progettato dal professor Brand (Michael Caine) e il suo team della NASA costituito da scienziati, tra i quali la figlia Amelia Brand (Anne Hathaway), che permetterebbe di salvare la specie umana trasferendo o ripopolando un pianeta simile alla Terra, ma facente parte di un’altra galassia. Grazie ad un warmhole, un passaggio intergalattico che “qualcuno” ha posto nello spazio, sarebbe infatti possibile arrivare in un nuovo pianeta vivibile e salvare così la razza umana.

Nolan, tra i registi più audaci del cinema americano contemporaneo, si mette in gioco e attraverso il genere fantascientifico cerca di esplorare i confini dello spazio, ma soprattutto del tempo. Il confronto con il grande capolavoro di Stanley Kubrik 2001: Odissea nello spazio (USA-GB, 1968) appare inevitabile. Le atmosfere che questa pellicola richiama soprattutto quando la scena si svolge nello spazio sono molto vicine al capolavoro del 1968,  come il richiamo all’immensità e le grandi strutture aerospaziali che si librano nel vuoto cosmico. Interessante anche la presenza di TARS, chiaro omaggio del noto monolite protagonista di 2001, che pur essendo un robot, quindi del tutto privo di sentimenti, è l’unico “personaggio” che permette ai protagonisti alcune importanti riflessioni.

Un altro elemento che colpisce è il silenzio, quasi assordante, dello spazio che avvolge lo spettatore. Quando ci si trova in una sala cinematografica, circondati dalle più avanzate tecnologie audio e si passa dall’assordante rumore al vuoto silenzio, la suggestione arriva ad altissimi livelli. Anche il tempo perde i suoi punti di riferimento e come i protagonisti, la sua relatività disorienta il pubblico che non sa più “quando” si trova. Passato, presente e futuro si mescolano, i percorsi di vita si dividono prendendo binari paralleli. Le leggi della fisica sono messe in discussione, l’uomo si trova solo nell’immensità, sovrastato da enormi onde e ghiacciai senza fine e soprattutto da qualcosa che appare più grande di lui. L’essere umano però riserva mille sorprese e Nolan sfrutta al massimo il montaggio parallelo per rappresentare il contatto tra chi si trova in mezzo all’infinito e il nulla e  chi sulla Terra cerca di sopravvivere. Al di là delle lamiere dell’ Endurance (la navicella spaziale), esiste solo ciò che può uccidere l’uomo e allo stesso tempo sulla Terra gli abitanti stanno morendo per quello che si trova al di qua dell’atmosfera. In un caso o nell’altro i protagonisti sono in trappola. L’uomo e la scienza dovranno fare i conti con forze più potenti, non quantificabili, inspiegabili e starà alla sua forza di volontà credere che una soluzione sia possibili nonostante tutto.

La fotografia, curata dall’olandese Hoyte Van Hotyte, presenta passaggi cromatici che vanno dal giallo senape delle deserte coltivazioni assediate dalle tempeste di sabbia sulla Terra, al freddo bianco-ghiaccio dello spazio, il tutto accompagnato dalla suggestiva colonna sonora dell’ormai celebre Hans Zimmer, che  durante le scene che si svolgono nello spazio intervalla intensi silenzi a sinfonie solenni. Un viaggio nel relativo futuro e un’immagine dell’uomo alle prese con se stesso e la sua sopravvivenza. Non un banale film sulle catastrofi naturali che si abbattono sul nostro pianeta come Hollywood ci ha abituati a vedere, perché è chiaro che “l’umanità è nata sulla Terra, ma non è destinata a morirci”. Questa è una pellicola che permette spunti di riflessioni sulle domande che hanno perseguitato l’uomo per millenni  e tra queste  la più insondabile “L’uomo è solo in questo universo?”.