‘La formica argentina’, un racconto giovanile di Calvino, cupo e lirico

La formica argentina è un racconto lungo di Italo Calvino pubblicato per la prima volta nel 1952, nel decimo numero della rivista di letteratura «Botteghe oscure», scritto tra l’agosto del 1949 e l’aprile del 1952, e precede la stesura del Visconte dimezzato. Calvino scrive:

Ho scritto un racconto piuttosto abile ma un po’ gratuito, perciò non sono molto contento, uscirà su Botteghe Oscure.

Oggi fa parte de I racconti e si trova nel secondo volume, libro quarto, La vita difficile, insieme a La speculazione edilizia e a La nuvola di smog.

Scritto in prima persona, è il primo testo narrativo in cui Calvino abbandona i temi della Resistenza e della vita nel dopoguerra. La trama è semplice: il protagonista, disoccupato, insieme alla moglie e al figlioletto si trasferisce in un paesino della Riviera ligure, dietro suggerimento dello zio Augusto.

Il protagonista prende in affitto una piccola casa con giardino, che versa in stato di abbandono, senza sapere che la zona è infestata dalle formiche argentine, piccolissime e che arrivano dappertutto. I vicini le combattono in modo diverso: i Reginaudo con una quantità sproporzionata di insetticidi e veleni, il capitano Brauni le tortura e le uccide con le trappole, la signora Mauro, orgogliosa e rigida, nella sua grande e buia villa, finge che non ci siano, infine il signor Baudino, impiegato all’Ente per la lotta contro la formica argentina, le nutre con una melassa avvelenata. Il protagonista, dopo aver fatto visita ai vicini, a cui chiede consigli e dopo un sopralluogo nel giardino, si rende conto che non è possibile eliminare quella specie di formica e che l’unica soluzione è una rassegnata convivenza.

Il racconto è da subito pieno di angoscia di fronte a un nemico che si insinua ovunque: nel cibo, nel letto, nella canestra e persino nell’orecchio del bambino. La moglie appare sin dall’inizio ossessionata dalla marea di formiche, diffidente contro tutto e tutti, l’angoscia si trasforma in psicosi tanto che la donna finisce per aggredire il signor Baudino, accusato di favorire la proliferazione delle formiche per non perdere il lavoro. Alla fine del racconto, il protagonista, la moglie e il bambino arrivano al porto e … c’era il mare.

C’era una fila di palme e delle panche di pietra: io e mia moglie sedemmo e il bambino era quieto. Mia moglie disse: -Qui non c’è formiche-. Io dissi: E c’è un bel fresco: si sta bene. (…) Io pensavo alle distanze d’acqua così, agli infiniti granelli di sabbia sottile giù nel fondo, dove la corrente posa gusci bianchi di conchiglie puliti dalle onde.

La cupa narrazione si chiude con un passo di grande lirismo, la visione del mare calmo e pulito regala ai protagonisti un momento di serenità pur nelle difficoltà della vita. Il mare è l’opposto delle formiche, lava tutto, leviga, assume un significato di rigenerazione, ma prima di giungervi, la famigliola attraversa la città vecchia, digradante, che mostra i segni del male: la pietra grigia e porosa; le donne che portano ceste sul capo con gli occhi bassi; le ragazze cucitrici, da un giardino di un convento, guardano un rospo in una vasca e pronunciano a quella vista la parola angoscia; delle giovinette vestite di bianco che fanno giocare con un pallone un cieco; un ragazzo con addosso i segni della miseria, raccoglie fichi d’India da una pianta piena di spine; i bambini di una casa ricca, nonostante giochino facendo bolle di sapone sono tristi; i vecchi del ricovero rientrando, salgono le scale con il bastone e ciascuno parla da solo.

Nella lettera a Cesare Cases, Calvino smentisce che si tratti di un’allegoria pura e semplice del capitalismo come aveva drasticamente affermato il saggista, ma non può fare a meno di chiarire che il tema affrontato nel racconto non è semplicemente la descrizione di un fastidioso fenomeno naturale; esso sottende la volontà dello scrittore di mettere in relazione natura e storia. In natura esistono realtà mostruose così come nella Storia; l’immagine delle formiche, con le suggestioni emotive che sa trasmettere, è da sola un veicolo che rimanda al male connaturato nella Storia.

Per chiarire il concetto è necessario ricorrere ai testi di saggistica di Calvino. In Visibilità, la quarta delle Lezioni americane, Calvino parte dalla ben nota immaginazione visiva di Dante nel Purgatorio, per poi citare il manuale degli esercizi spirituali di Sant’Ignazio de Loyola, il quale utilizza l’immagine visuale come via efficace per raggiungere la conoscenza dei significati profondi, per giungere a Dio. Nel sottolineare l’importanza dell’immagine, Calvino scrive:

Possiamo distinguere due tipi di processi immaginativi: quello che parte dalla parola e arriva all’immagine visiva e quello che parte dall’immagine visiva e arriva all’espressione verbale. Se il problema della priorità dell’immagine visuale sull’espressione verbale era valido nel periodo della Controriforma, lo è anche oggi, sottolinea l’autore, quando l’immagine risulta essere dominante sulla parola. Le immagini nella fantasia provengono, per Dante, da Dio, secondo il pensiero attuale dall’inconscio individuale e collettivo, tuttavia esse vanno oltre il controllo esercitato dalla nostra coscienza tanto da raggiungere una dimensione trascendente.

Il protagonista (narratore) della Formica argentina non ha nome né volto, si muove tra tanti personaggi minori, ognuno dei quali ha un suo modo di contrapporsi alle formiche senza ottenere nessun risultato. Il caos, il male di vivere si è oggettivato nella vita quotidiana del protagonista che non ha una casa, non ha un lavoro, ne va in cerca e non lo trova, è preoccupato per la salute del bambino e per finire è oppresso dalla lenta burocrazia rappresentata dal signor Baudino (somigliava a una formica), indifferente di fronte ai problemi della società. L’unico rimedio, al male di vivere, potrebbe essere la solidarietà tra gli individui, ma essa manca totalmente nel romanzo, lo si nota quando la moglie del protagonista si ribella e inizia una marcia di protesta contro il signor Baudino.

La Formica argentina descrive una realtà cupa, angosciante, dove nel protagonista non c’è nessuna speranza né di tipo religioso né civile, eppure è presente un sentimento virile, che consiste nell’accettazione del male quando esso non è eliminabile. Come afferma Alberto Asor Rosa, in un articolo apparso sul quotidiano «la Repubblica» l’1 dicembre 1985, dietro la forma elegante e raffinata, la chiarezza e l’esattezza del periodare in tutta la produzione di Calvino si avverte un “nocciolo duro”, che consiste nella Natura morale dell’ispirazione calviniana, e che in essa, forse, consiste

nella Natura morale, il vero fattore di continuità, la coerenza complessiva della sua ricerca (da Il sentiero dei nidi di ragno a Palomar), il macigno sotterraneo da cui spiccava il volo la sua fantasia o si dipanava il filo sottile del suo ragionamento. (…) Per scrittore morale non intendo affatto quello che suggerisce valori o addita obiettivi; lo scrittore morale non si pone il problema di dire qual è il bene e qual è il male. Chi fa questo è un moralista (in senso riduttivo) o, peggio, un propagandista. Per me lo scrittore morale è quello che si limita a suggerire dei comportamenti e ad additare una linea di condotta: ma, al tempo stesso, affianca alla natura apparentemente limitata del “messaggio” l’inflessibile convinzione che non si può rinunciare alle regole di comportamento né a perseguire con fedeltà e tenacia una linea di condotta, pena l’inabissamento nel magma dell’indistinto e dell’arbitrario.

 

 

Fonti:

Giuseppe Bonura, Invito alla lettura di Calvino, Mursia, Torino 1972.

Marco Belpoliti, L’occhio di Calvino, Nuova edizione ampliata, Piccola
Biblioteca Einaudi 2006

Alberto Asor Rosa, Il cuore duro di Calvino, «la Repubblica», 1 dicembre
1985.

‘La forma dell’acqua’, il fantasy romantico di alta classe di Guillermo del Toro candidato all’Oscar che è anche una splendida dichiarazione d’amore verso il cinema

Dal film candidato agli Oscar 2018 The shape of water-La forma dell’acqua, risulta chiaro che il regista Guillermo del Toro sia molto più che un semplice appassionato di Lovecraft, Borges, Bava Fellini e di mostri: il cineasta messicano è prima di tutto, infatti, un vero narratore di fiabe moderne, un uomo che ha trovato nella settima arte il medium espressivo perfetto per raccontare le sue storie uniche. Altrettanto vero è che del Toro non sia un creatore di film per tutti, e ciò si vede dal fatto che il suo stile particolare gli sia valso uno strano rapporto di amore/odio con Hollywood: nonostante abbia un nutrito seguito di appassionati, infatti, i suoi racconti degli ultimi anni si erano forse un po’ allontanati dai meravigliosi estetismi narrativi de La Spina del Diavolo o de Il Labirinto del Fauno per perdersi in sovrastrutture un po’ barocche e rime estetiche di difficile decifrabilità (come nel caso del poco riuscito Crimson Peak).

Con La forma dell’acqua del Toro non solo è riuscito a creare quello che probabilmente è il suo film migliore, ma lo fa con una storia d’amore, terreno nel quale non si era praticamente mai addentrato. L’ultima pellicola del regista è infatti anche la sua consacrazione definitiva, un film attraverso il quale traspare chiaramente non solo tutta la sua voglia di riscatto e il suo amore incondizionato per il cinema, ma anche una consapevolezza nuova, più precisa e sicura nel raccontare le sue storie. C’è da dire dopotutto che, probabilmente, dopo il Leone d’Oro a Venezia, quest’ultimo lavoro sarà un prodotto che riserverà a del Toro grandi soddisfazioni anche durante la cerimonia di premiazione dei prossimi Academy Awards (il film è stato candidato all’Oscar in ben tredici categorie).

La scenografia della Baltimora immaginata dal del Toro funge un po’ da specchio per lo stato d’animo dei personaggi che la abitano: l’oscurità regna sovrana, e il cielo della città sembra presagire una pioggia che prima o poi finirà con il cadere sulla vita di tutti i protagonisti. Alla fine, ognuno di loro cova dentro di sé un intimo dolore, soffrendo per una possibile vita perduta: l’amica Zelda trattiene a stento una grande voglia di riscatto, che ha paura a manifestare apertamente in quanto donna nera in un’epoca in cui queste due categorie avevano difficoltà a trovare uno spazio, Giles accumula nel frigo torte che lo disgustano ma che compra nel locale dove lavora il barista di cui è segretamente innamorato ma a cui non si può dichiarare, lo scienziato interpretato da Michael Stuhlbarg è vittima di un sistema che lo usa e lo sfrutta ma da cui si trova impossibilitato a scappare.
E se la protagonista Elisa è muta, senza un passato ed emarginata da una società che la considera diversa, dopotutto anche lo strano essere, strappato da un fiume in Amazzonia dove veniva considerato un dio per diventare una cavia da laboratorio, non si ritrova anch’esso ad essere impossibilitato a comunicare in un mondo che non lo accetta, esattamente come lei? I protagonisti del film sono proprio loro, quindi: i deboli, i reietti, i diversi, gli esclusi, i mostri. Il forte sottotesto politico presente in La forma dell’acqua riesce ad essere così riuscito, però, proprio perché non cade mai nel banale o nel retorico, nonostante sia chiaro e presente per tutta la durata della pellicola.

Se fantasy creativo estratto da un leitmotiv classico doveva essere, infatti, il regista messicano di horror ricercati trapiantato a Hollywood impartisce una lezione d’alta classe su come alla fine di una tempestosa storia d’amore la Bella possa non avere più bisogno che la Bestia si trasformi in un principe umanamente corretto. Prima identikit di una solitudine al femminile, poi avventura mozzafiato all’ombra della Guerra Fredda, infine grido di libertà in nome dei “diversi” alquanto svincolato, però, come si è accennato dalla consueta retorica buonista: seppure la metafora centrale proponga un vero e proprio manifesto a favore delle minoranze oppresse, La forma dell’acqua riesce a fare di un uomo-branchia, un mostro perseguitato, una creatura anfibia ripugnante il credibile protagonista di un puzzle visionario, una dichiarazione d’amore al cinema di genere, uno show euforizzante librato nei vortici di un musical fiabesco.

Per mitigare il possibile retrogusto melenso il sentimento che a poco a poco avvince la dimessa e muta Elisa (perfetta l’incarnazione della Hawkins) all’essere misterioso, catturato all’inizio dei Sessanta in Amazzonia e tenuto prigioniero dai militari yankee al servizio di un torvo colonnello (l’impressionante Shannon) in un laboratorio segreto dove lei lavora come donna delle pulizie, è via via contrappuntato da sapienti sprazzi, anche abbinati, di humour ed erotismo; mentre il crescendo della suspense non tralascia la cura maniacale dell’ambientazione, la fotografia e le musiche d’epoca, per non parlare della pertinenza delle automobili, i cartelloni pubblicitari in stile Norman Rockwell e la sala Orpheum dislocata sotto l’appartamento della protagonista dove si proiettano a volontà goduriosi peplum e horror. Il taglio registico è talmente diretto e sincero da non fare perdere al film il suo impeto neppure quando ciascuno dei coprotagonisti -la collega nera vessata dal marito, lo scienziato che fa il doppio gioco in nome e per conto dei non meno malvagi sovietici, il giovane gay disegnatore fallito- accentua la propria funzione di puntello drammaturgico in vista dell’accavallarsi di fughe e colpi di scena nel prolungato, convulso, folle finale. Non si sa se sia opportuno o meno accontentarsi dell’epigrafe “I mostri siamo noi, non loro”, perché La forma dell’acqua mette in campo una serie ricchissima d’invenzioni e diramazioni che rischiano di renderla banale o inappagante. Quello che sappiamo bene, però, è che Del Toro sa fare il cinema, eccome se lo sa fare.

La forma dell’acqua è dunque anche una bellissima dichiarazione d’amore di Guillermo del Toro nei confronti della settima arte, quella più romantica, visionaria, sentimentale: in questa pellicola non c’è infatti solo un chiaro rimando all’estetica de Il Mostro della Laguna Nera del 1954 di Jack Arnold ma c’è appunto una storia che ricorda molto il romanticismo de La Bella e la Bestia, ci sono delle musiche che strizzano l’occhio Il Favoloso Mondo di Amélie, c’è un po’ di E.T. e di King Kong. Ad un certo punto del film ci sarà anche un cinema che proietta in sala vecchi film come The Story of Ruth: i rimandi più numerosi sono dedicati infatti soprattutto ai vecchi musical, alle pellicole in bianco e nero che fanno battere i piedi a tempo di musica ad ogni balletto di Shirley Temple. Anche la protagonista del film, Elisa, trova infatti più colori in una pellicola in bianco e nero che nella sua vita vera, paradossalmente molto più grigia di quel mondo di celluloide sul quale tanto fantastica: lei sogna di fuggire dalla realtà di cui è impotente prigioniera piroettando sulle note di You’ll Never Know di Renée Fleming, danzando sulle punte e cantando con una voce cristallina che non potrà avere mai.

In questa pellicola si celebra la vera la settima arte, quella che ti fa sfuggire alle brutture della vita reale per cercare un po’ di magia, per ritrovare se stessi o, forse, per perdersi un po’: dopotutto siamo in quel periodo degli anni ’60 durante il quale il cinema continuava ad esistere come un mezzo di intrattenimento in declino, sopravvivendo nonostante le pressanti minacce di crollo sotto i colpi della televisione, ormai in via di diffusione capillare in tutte le case statunitensi (un po’ come la creatura del film, un tempo venerata e considerata un dio, poi maltrattata e brutalizzata dai suoi miseri oppressori).

La forma dell’acqua ci fa ritrovare quella naturale attrazione e malinconia per le sale buie, vuote e polverose (la protagonista vive in un appartamento ubicato proprio sopra una vecchia ma bellissima sala di proiezione): luoghi dimenticati da molti che tuttavia vengono riscoperti come magnetico rifugio, a volte inaspettato, da chi ne ha davvero bisogno, premiando chi ha tempo di fermarsi a guardare il pulviscolo che si illumina nel fascio di luce del proiettore. E poi, diciamo la verità: Se proprio si deve assistere all’ennesimo pippone sull’amore inclusivo senza falsi moralismi che supera le discriminazioni, i pregiudizi e le diversità, almeno che abbia la pretesa di essere un film di ottima fattura invece che le solite mediocre storielle politicamente corrette.

 

Fonti: L’intellettuale dissidente

La forma dell’acqua – The Shape of Water

Il terrore e l’odio per la vita e per il mondo nelle opere di H. P. Lovecraft, insofferente al modernismo

Reazionario, pessimista, razzista, antimoderno, antidemocratico e anti-yankee. Prima ignorato, poi demonizzato e banalizzato. Misconosciuto per molti , non è uno scrittore per tutti: un uomo “contro il mondo, contro la vita”. Ma nonostante ciò, H. P. Lovecraft è divenuto oggi una figura pop. Riscopriamo un autore che ha odiato così profondamente la vita, tanto da aver fatto del suo disgusto un’opera d’arte. Nella storia dell’umanità sono esistiti autori ignorati o addirittura umiliati quando erano in vita, per poi essere onorati dai posteri, divenendo dei veri e propri classici, colonne portanti di un determinato pensiero. Howard Philips Lovecraft è sicuramente uno di questi. Oggi le sue opere vengono ristampate in massa e i suoi miti sono impressi nell’immaginario collettivo. La conseguenza principale di questo stato di cose è che tutti parlano di Lovecraft, anche se non lo hanno mai letto: la sua figura viene banalizzata, in quanto unicamente ricondotta alle creazioni più famose (da Cthulhu a Nyarlathotep, dal Necronomicon alle Montagne della follia). Ad un livello più profondo, invece, il fascino di questo personaggio deriva proprio dalla sua caratterizzazione. Nell’introduzione alla raccolta di tutti i racconti lovecraftiani, Giuseppe Lippi scrive: «ama il mondo greco-romano, non il presente industrioso; riverisce il Settecento coloniale, non l’indipendentismo di “queste colonie di rivoltosi”; è anglofilo, antiyankee, insofferente al modernismo». È razzista, reazionario e disprezza la società democratica, progressista e consumista. Il suo pessimismo, definibile come “cosmico”, lo porta ad apprezzare i valori puritani: l’importante, nella permanenza in questo mondo orribile, è rimanere puri. Come afferma Michel Houellebecq nel suo saggio H. P. Lovecraft. Contro il mondo, contro la vita: «il personaggio di Lovecraft affascina anche perché il suo sistema di valori è totalmente opposto al nostro».

Howard Phillips nasce a Providence, capitale del Rhode Island (il più piccolo degli stati americani, ma anche l’unico storicamente a maggioranza cattolica), il 20 agosto 1890. Il padre, Winfield, inglesissimo nei modi e per discendenza, muore quando Howard è ancora bambino. Il piccolo Lovecraft si ritrova a vivere con la madre Sarah Susan Phillips (di ceto medio borghese) e poi con le zie materne Lillian e Annie. Fin da piccolo è colpito da costanti esaurimenti nervosi, che lo portano ad abbandonare la scuola pubblica e a proseguire gli studi privatamente. Inizia a scrivere i propri racconti a sette anni, ma, dopo l’ennesimo collasso nervoso, nel 1908, decide di distruggere quasi tutta la sua produzione giovanile. È appena entrato nella maggiore età e ne è disgustato, come confiderà in una lettera del ’20: «poiché la gioia dell’infanzia non si riesce più ad agguantarla. L’età adulta è l’inferno». Dopo questa crisi durata quasi dieci anni, durante i quali scompare, rintanandosi in casa (forse è questo il periodo che gli varrà il soprannome del «solitario di Providence»), si riprende, iniziando a scrivere i suoi racconti maturi. Tuttavia, come rivelerà in una lettera del ’25, la scrittura per lui non ha mai rappresentato una professione, ma «un’arte elegante cui dedicarsi senza regolarità e con discernimento» che si adatta alla vita di un gentiluomo. L’unica cosa che chiede sempre agli editori è di pubblicare le sue opere senza tagli e modifiche o, nel caso contrario, non pubblicarle affatto. Come ammette lui stesso, non ricerca mai una storia da scrivere, ma aspetta che una storia abbia bisogno di essere scritta. È soprattutto questa l’importanza del sogno nell’opera lovecraftiana, seppur distante dal “simbolismo puerile” di Freud. In Oltre il muro del sonno (1919) scrive:

«La mia esperienza non mi consente di dubitare che l’uomo, una volta abbandonata la coscienza terrena, si trasferisca in una dimensione incorporea e profondamente diversa da quella che conosciamo; una dimensione incorporea di cui, una volta svegli, rimangono solo vaghissimi ricordi. […] A volte penso che questa esistenza meno materiale sia quella autentica e che la nostra vana presenza sul globo terracqueo sia di per sé un fenomeno secondario o puramente virtuale».

È per questa sua essenza aristocratica che, nonostante la collaborazione con numerose riviste (la più importante delle quali è Weird Tales), le proprie produzioni non sono la sua principale fonte di reddito. Lovecraft vive con i pochi dollari che guadagna come revisore delle opere altrui, in uno stato di semi-povertà permanente. Nei suoi lavori non parla mai del denaro, perché le preoccupazioni mondane non gli interessano. Allo stesso modo, non fa mai riferimento al sesso. Eppure, l’incontro nel ’22 con una donna, Sonia Haft Greene, rischia di scombussolare veramente la vita del solitario di Providence, riuscendoci effettivamente per un determinato periodo. In questo caso, è giusto parlare di opposti che si attraggono e si amano: la Greene è divorziata ed ebrea, ma ciò non impedisce ad un conservatore-antisemita come Lovecraft di sposarla nel ’24. I due si trasferiscono nella casa di lei a Brooklyn, dove Sonia ha un negozio di modista, mentre Howard passa dalla cittadina a maggioranza bianca, alla metropoli multiculturale. Nonostante questo balzo innaturale per un uomo come lui, tutto sembra procedere per il meglio, tanto che sembra deciso a dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. Dopo poco, improvvisamente, la situazione naufraga: Sonia perde il lavoro e, messo nella condizione di dover trovare lui un’occupazione comune, nell’incapacità di farlo, H. P. si arrende. È in questo contesto, di miseria e risentimento, che il suo razzismo, da blando e innato, diventa ossessivo. Scrive Houellebecq: «non si tratta più del razzismo beneducato dei Wasp: è piuttosto l’odio brutale dell’animale preso in trappola, costretto a condividere la gabbia, con animali di una specie diversa e temibili». L’intolleranza di Lovecraft è radicale, perché continuo è il contatto con quelle che lui considera essere specie diverse, delle “razze aliene”, che prima del soggiorno a New York erano solo un’eccezione. È per questo che simpatizza per i progetti del giovane Hitler, prendendone le distanze successivamente, non solo per le conseguenze storiche (che vedrà parzialmente, morendo prima), ma perché dal ’26 torna nella sua Providence, lontano dal marasma e senza Sonia, dalla quale divorzia nel ’29.

L’anno del ritorno a casa coincide anche con la pubblicazione del suo racconto più famoso Il Richiamo di Cthulhu. L’Incipit di questa opera sembra riprendere quello di una sua produzione precedente. La verità sul defunto Arthur Jermyn e la sua famiglia (1920) si apre così:
«La vita è una cosa orribile e dietro le nostre esigue conoscenze si affacciano sinistri barlumi di verità che la rendono ancora più mostruosa. La scienza, già oggi sconvolgente nelle sue terribili rivelazioni, rappresenterà la fine della razza umana […] quando fornirà alla nostra mente la chiave di orrori insopportabili che un giorno dilagheranno nel mondo».

Lovecraft non è una persona religiosa, mentre crede fermamente nella scienza. Tuttavia, questa fede non è positiva: il pensiero scientifico permette la scoperta di nuovi fenomeni, ma questi non sono sempre un bene e, per questo, a volte non andrebbero proprio svelati. La conseguenza di questo pensiero si rintraccia nel finale del romanzo breve Le Montagne della Follia (scritto nel ’31, pubblicato nel ’36):

«È assolutamente necessario, per la pace e la salvezza dell’umanità, che alcuni degli angoli più oscuri e sepolti della terra e delle sue abissali profondità rimangano inviolati; altrimenti orrori che dormono si sveglieranno a nuova vita, e incubi sopravvissuti in modo proibito strisceranno o nuoteranno dai loro neri rifugi per rinnovare e ampliare le loro conquiste».

Nel sostenere la metodologia scientifica, dunque, ne riconosce anche i limiti. Del resto, le sue creazioni mitologiche non possono essere definite scientificamente, perché la loro essenza si pone al di là della conoscenza razionale, pur essendo affrontate in maniera prettamente materialistica. Come sostiene Houellebecq «il terrore di Lovecraft è rigorosamente materiale», perché esso deve essere obiettivo, anche se le tassonomie scientifiche e le descrizioni architettoniche arrivano a produrre delle sensazioni ipnotiche nel lettore, come accade durante lo studio anatomico degli Antichi ne Le Montagne della Follia. Forse, è proprio in questo testo che si percepisce il picco creativo lovecraftiano, tastando l’insignificanza dell’uomo nello spazio e nel tempo, vedendo, anche se per qualche istante e indirettamente, l’infinita varietà della vita, con annessa la sua inquietante bellezza. In questo testo, trapela un’inaspettata empatia per il diverso, che si concretizza nel pensiero dei due ricercatori quando si ritrovano dinnanzi agli Antichi massacrati dagli Shoggoth:

«Finalmente capimmo cos’è il terrore cosmico nelle sue profonde implicazioni. Non era la paura delle quattro creature misteriose che mancavano all’appello, perché sapevamo fin troppo bene che non erano più in grado di nuocerci. Poveri diavoli! Dopotutto, e rapportati ai loro parametri, non erano esseri malvagi: erano gli uomini di un altro tempo e un altro ordine biologico. La natura aveva giocato loro un tiro diabolico, come certo farà con tutti coloro che la follia umana, lo sprezzo del pericolo o la pura e semplice crudeltà spingeranno ad avventurarsi nelle orrende distese polari, morte o addormentate che siano…Sì, questo era il tragico benvenuto che avevano ricevuto nel tentativo di tornare a casa».

Si potrebbe obiettare che nessuno conduce i ricercatori nei meandri delle Montagne della Follia (che poi scopriranno essere altre, ben più alte e irraggiungibili), così come nessuno spinge l’equipaggio norvegese a risvegliare il grande Cthulhu, e nessuno impedisce ai Gardner di trasferirsi dopo che il Colore venuto dallo spazio (1927) inquina la loro proprietà e finisce per divorarli. Nessuno o tutto. Sembra che, infatti, i personaggi lovecraftiani, estremamente piatti per tutto il racconto, non possano sfuggire al dolore: «Aggrediti da percezioni abominevoli, – rimarca Houellebecq – i personaggi di Lovecraft agiscono da osservatori muti, immobili, totalmente impotenti, paralizzati. Vorrebbero scappare, o sprofondare nel torpore di un provvidenziale svenimento. Niente da fare. Rimarranno inchiodati lì dove sono, mentre intorno a loro l’incubo prende forma». Il loro fine non è mai la gloria o la redenzione, e solamente a volte è la conoscenza (seppur mai definitiva e assoluta), mentre spesso sono loro i mezzi affinché un telos superiore si realizzi.

P. L. Lovercraft si spegne per un cancro all’intestino il 15 marzo 1937. «Morto Lovecraft nasce la sua opera», diranno i biografi. Diventerà un “mito fondatore” per decine di autori. August Derleth e Donald Wandrei fonderanno la Arkham House per tramandarne l’opera. Pur essendo disprezzato dalla critica del tempo, sarà osannato dal pubblico, fino a diventare quell’icona pop presentata ad inizio articolo. La verità è che Lovecraft non è un autore per tutti. Jacques Bergier, lo stesso che lo definisce come un “Edgar Allan Poe Cosmico”, sostiene che «forse per apprezzare Lovecraft occorre aver sofferto molto». Qualora non si fosse sofferto abbastanza, bisognerebbe perlomeno avere presente questa massima, evitando di farneticare attorno alle sue creazioni e alle sue idee (anche politiche), tenendo maggiormente conto della sua vicenda. Houellebecq scrive che egli «è riuscito a trasformare il proprio disgusto per la vita in un’ostilità attiva». Lovecraft è, infatti, riuscito a scrivere così bene, perché odiava sì la vita così in fondo, ma amava anche nominare l’innominabile, nella convinzione che questo avrebbe portato al collasso della dannata umanità. Alla fine di tutto, davanti agli orrori di altri tempi e luoghi, la cosa più razionale è impazzire, come fa Zadok Allen, il vecchio pazzo alcolizzato ne La Maschera di Innsmouth (1936):

«Le sarebbe piaciuto essere un ragazzo come me e guardare dal tetto, tutto solo, cose che non erano umane? Eh?…Eh, eh, eh».

 

Fonte: L’intellettuale dissidente

Il Fantasy, tra tutti i mondi possibili, il saggio curato da Silvia Costantino

Nato dalla serie di incontri denominati Il Sublime Simposio del Potere, il saggio Di tutti i mondi possibili, curato da Silvia Costantino, racconta con nove diversi interventi di scrittori e studiosi italiani il mondo del fantasy. Ad affrontare, da angolazioni diverse, temi dedicati a questo “genere” sono, oltre alla curatrice, Edoardo Rialti, Sergio Vivaldi, Francesco D’Isa (autore tra l’altro del romanzo La stanza di Therese edito per Tunué), Vanni Santoni (che con La Stanza Profonda era stato candidato da La Terza al premio Strega), Matteo Strukul (entrato più volte in classica con la trilogia de I Medici e fresco vincitore del Bancarella), Francesca Matteoni, Giovanni De Feo e Vincesco Marasco.

Ogni autore si concentra su un tema diverso, riuscendo però a costruire, letti uno di seguito all’altro, un unico micro (macro?) cosmo, capace di definire, se non tutti gli aspetti del fantasy (impresa che risulterebbe utopica) almeno molti di loro. Tutti i contributi pescano da un substrato comune, in qualche modo condiviso, da una serie di riferimenti in buona parte noti anche ai non assidui del genere, da Il Signore degli Anelli ad Harry Potter, ma anche a Omero, Ariosto e Tasso. Tanto da dare l’idea che la visione complessiva sia conforme, l’universo di cui si parla, per quanto infinito, per quanto pronto ad ospitare nuove lande e contrade, nuovi protagonisti e nemici, nuove avventure e magie, sia un universo davvero unico.

Di tutti i mondi possibili è così un libro per gli amanti del genere, ma anche, forse soprattutto, uno strumento (non lo è forse ogni libro?) utile per insegnare ai lettori una nuova lingua con cui osservare (leggere e rileggere) il mondo fantasy e le dinamiche che lo animano. Una specie di scatola degli attrezzi per montare e rismontare Harry Potter e le saghe di Tolkien, per cogliere il concetto di “barbaro” e il ruolo della “carne da cannone” (che siano semplici guerrieri o orchetti con la vita già spacciata), il punto di vista femminile e i riti di iniziazione presenti in quasi ogni storia di questa tipologia.

Se però la vostra domanda è più generica, se vi volete approcciare a questo saggio domandandovi unicamente cosa sia il fantasy e come mai negli ultimi vent’anni abbia avuto un crescente interesse (e qui si torna per forza a parlare di film e libri come quelli di Tolkien e della Rowling) potrete trovare molte delle vostre risposte nella prefazione di Licia Troisi, che inizia col raccontare come il fantasy sia, in fondo, solo la “quinta sulla quale si svolgono le mie storie” (del resto non è davvero così? Un mondo immaginario dove possono vivere storie di amore e guerra, di amicizia e viaggi, ma anche crisi famigliari, pensieri introspettivi e viaggi non diversi da quelli raccontati in volumi di tutt’altro genere).

Oltre a questo la Troisi, come faranno poi nei loro interventi anche Santoni e altri autori, si concentra sull’intermedialità del genere, capace, come nessun altro (se non, forse, quello dei fumetti Marvel), di spaziare da libri a film, da fumetti a videogiochi, da carachters riprodotti in statuette di resina da tenere a casa a giochi di ruolo. E le accuse che da più parti vengono lanciate come le frecce degli elfi sul genere? Libri da poco conto, puro divertissement senza alcuna profondità, lettura da ombrellone? È sempre la Troisi a spiegare di cosa si tratta. “Al fantasy si è a lungo associata un’accusa di vacuo escapismo: non è così, non sempre almeno. E quando lo è, si tratta dell’evasione del prigioniero e non della fuga del disertore. Il fantasy è un genere maturo, che fa appello alle nostre radici più profonde, alle nostre paure ataviche e ai suoi sogni più nascosti, che ci richiama all’infanzia, ma per parlarci del presente, del mondo che ci circonda, del cammino delle nostre esistenze”

Così, finito di leggere il libro, viene da pensare che di tutti i mondi possibili il fantasy sia di sicuro uno dei più completi. Dove la fantasia non ha limiti, seppure delle regole da seguire (e lo sa bene Vanni Santoni, esperto di giochi di ruolo), un rischio e un’opportunità per ogni scrittore che si vuole cimentare in una battaglia di questo tipo, magari provando ad ambientarci qualche libro scritto inizialmente in un mondo diverso, facendo capire i pregiudizi che ancora cadono sul genere. Un esempio, e una provocazione recente, se Le otto montagne di Cognetti fosse stato ambientato su un monte immaginario e, a parità di storia, avesse avuto come protagonisti invece che due ragazzi reali due hobbit o elfi o chierici, avrebbe vinto lo stesso il premio Strega?

 

Fonte:

http://www.cimabotti.it/varie-e-news/fantasy-tutti-mondi-possibili/

Il ragazzo invisibile 2: “ciack si gira!”

Il ragazzo invisibile, atto secondo: pochi giorni fa, precisamente il 2 agosto, sono cominciate le riprese del secondo capitolo del film Il ragazzo invisibile prodotto dalla straordinaria regia di Gabriele Salvatores che ha scelto di continuare a raccontare l’evoluzione del suo (anti)eroe. Il film uscirà nel 2017 e sarà distribuito da 01 Distribution. Il primo capitolo uscito il 18 dicembre del 2014, ci ha presentato il personaggio di Michele, interpretato da Ludovico Girardello, adolescente problematico usato come bersaglio da una banda di bulli. Un giorno mentre il protagonista si reca a comprare un costume per la festa data dalla nuova compagna di classe Stella (Noa Zatta), di cui è segretamente innamorato,il ragazzo si scontra con un gruppo di compagni che gli rubano i soldi. Dispiaciuto per l’accaduto il nostro protagonista è costretto a racimolare il contenuto del proprio salvadanaio per trovare una soluzione. L’unica alternativa possibile è il bazar cinese dietro l’angolo che per quella somma gli offre un misero costume. Ma è proprio grazie a quel costume che il ragazzo viene a conoscenza dei suoi superpoteri. Si scopre infatti che in realtà Michele è figlio di due superdotati catturati da un’associazione russa, per compiere degli esperimenti. Durante uno di questi esperimenti la madre fugge via, ma viene uccisa. Sorte differente tocca al padre che, riuscito a scappare, affida il bambino ad una donna maresciallo tanto desiderosa di un figlio, interpretata dal nastro d’argento Valeria Golino.

Il ragazzo invisibile 2: il riscatto del fantasy italiano

Il protagonista, ormai conscio delle proprie speciali capacità, le utilizzerà per vendicare i torti subiti e salvare gli altri super dotati come lui tra i quali anche Stella la quale viene rapita dalla stessa associazione sopracitata. Ma grazie all’aiuto di Michele e di altri compagni d’avventura la ragazza si salva, riuscendo a cancellare l’accaduto dalle menti di tutti perché essere diversi in questo mondo è pericoloso. La conclusione del primo film reca due rivelazioni: la sopravvivenza della madre e la scoperta di una sorella gemella Natasha, interpretata da Galatea Bellugi, che per tutto questo è tempo è rimasta nascosta in Marocco. Ed è proprio su queste novità che verterà il secondo capitolo della pellicola, le cui riprese sono locate a Trieste, set conosciuto per il primo, e continueranno per 12 settimane. La storia comincerà con un salto nel tempo: ora Michele ha sedici anni, e sta imparando ad usare i propri poteri nella vita quotidiana da adolescente.

Il temerario regista Gabriele Salvatores ha mostrato di sapersi cimentare alla grande con il fantasy adolescenziale, unendo esigenze commerciali a quelle autoriali, e scegliendo di avvicinarsi al film di genere con grande intelligenza e profondità, e rendendolo competitivo con i blockbusters made in USA. Anche da questo secondo atto ci si aspetta una narrazione fluida che non si risparmia informazioni didascaliche in quanto pellicola rivolta soprattutto ai più giovani, all’interno della quale il regista si pone e ci pone dei quesiti esistenziali relativi alla famiglia, a come possiamo coltivare le nostre doti nascoste e alla difficoltà di essere speciali nella normale vita di tutti i giorni. Si spera di rivedere quei meravigliosi effetti speciali artigianali che hanno contraddistinto il primo film insieme alle citazioni d’autore come Ferro3, Grosso guaio a Chinatown e Lasciami entrare. Le aspettative dunque, in virtù del fortunato esordio, sono molto alte e si spera che non vengano disattese.

John J. Greenflowers e la tecnologia delle piante

John J. Greenflowers è l’autore del romanzo fantasy-rivelazione Badroots-Cattive radici, (anche se lui lo considera un romanzo di Oltrescienza), edito nel 2013 da Tommaso Scutari, e che lascia presagire ad un sequel, che vogliamo riproporre ai nostri lettori, attraverso un’intervista all’autore stesso che riflette sul genere del fantasy, su tematiche ambientali e sull’amore. Come spiega lo stesso John J. Greenflowers, Badroots è un romanzo dinamico per tutti coloro che hanno cura della propria casa, e sono invece pronti a difenderla dai fanatismi delle lobbies commerciali e industriali che mettono a repentaglio la vita sul pianeta. Interessante la sua teoria della tecnologia delle piante, costituita da un insieme di processi biologici e metodologici che da sempre hanno consentito agli tutti gli esseri viventi di sopravvivere ed evolversi. John J. Greenflowers è laureato in biologia marina e vive negli Stati Uniti d’America e ammira pensatori come Platone, Aristole, Cicerone, Pasolini. Badroots non segue le consuete logiche commerciali o di marketing, perché è un romanzo scritto per i lettori, non per gli editori, come tiene a sottolineare Greenflowers stesso, mostrando nel romanzo le sue profonde conoscenze biologiche unite ad una storia avvincente, che erudisce il lettore senza annoiarlo.

 

1. Perché ha deciso di scrivere un fantasy? Cosa lo attira maggiormente di questo genere letterario?

Più che un fantasy, considero Badroots un romanzo di Oltrescienza, o B-sci (Beyond science), cioè il racconto di una “prospettiva possibile”, di uno “scenario non impossibile, o non del tutto improbabile”. Ho sempre pensato che una palla azzurra al centro dell’universo sia già qualcosa di estremamente “fantasy” (se non addirittura fantascientifico), anche se ciò che è sotto il cielo lo chiamiamo “realtà” per comodità, per pigrizia, per timore dell’ignoto: eppure l’ignoto è reale, anzi, in proporzione, la realtà nota è un granello di sabbia nella spiaggia dell’ignoto. Inoltre ho sempre pensato che lo scrittore non abbia grandi margini di scelta: quando afferra con decisione una penna, o digita sulla tastiera, per lo scrittore è già troppo tardi per fermarsi. Mi spiego. Esistono pensieri e idee che vagano nel cosmo come naufraghi, attraversando dimensioni temporali e spaziali, in attesa di individuare il trasmettitore giusto: le chiamano “ispirazioni”, ed entrano nel cuore e nella mente dello scrittore, tormentandolo giorno dopo giorno, fino a quando non asseconda il loro desiderio di “esistere” nella realtà degli esseri umani. In altri termini sono convinto che non sia lo scrittore a decidere cosa scrivere, ma siano i pensieri e le idee a scegliere lo scrittore cui affidarsi per essere tradotti in parole da armonizzare in un libro. Come il compositore di musica classica interpreta i suoni della natura in un pentagramma di note ad uso degli strumenti musicali, allo stesso modo quando i pensieri e le idee libere incontrano lo scrittore adatto a loro come gabbiani che si posano sulla nave dopo un lungo viaggio nell’oceano, ecco che accade qualcosa di meraviglioso: lo scrittore diventa una ricetrasmittente in grado di captare e decifrare pensieri e idee, trasformandole in parole, e rendendole commestibili ad una pluralità di soggetti che vivono nel c.d. mondo reale. Credo che “Badroots” abbia scelto JJG, perché ha scelto di andare Oltre, verso l’Impossibile, alla ricerca di esperienze di cui l’uomo non immagina neppure l’esistenza. La Fantascienza e il Fantasy, ricomprese nel concetto più ampio di Oltrescienza, sono dunque generi letterari di fondamentale importanza che meriterebbero un corso scolastico ad hoc, perché hanno la capacità di attivare nel lettore quelle particolari esperienze psichiche e sensoriali che nel corso della esistenza lo renderanno progressivamente consapevole delle infinite potenzialità e capacità che si celano in ogni essere vivente. Il fantasy e la fantascienza sono per loro natura orientati all’Oltre, e l’Oltre è ciò che mi attira più di ogni altra cosa reale. Si, JJG scrive per andare Oltre.

 

Jhon J. Greenflowers è l’autore del fantasy Badroots

 

2. Come spiegare a chi pensa che il contenuto del suo romanzo sia solo fanatismo e propaganda ecologista frutto della retorica dell’uomo cattivo al quale madre natura si ribella?

Nessuna propaganda. Badroots è un libro per tutti coloro che hanno cura della propria casa, e sono invece pronti a difenderla dai fanatismi delle lobbies commerciali e industriali che mettono a repentaglio la vita sul pianeta: è un romanzo dinamico, avventuroso, divertente, riflessivo e finanche profetico, affatto propagandistico, anzi teso a sensibilizzare l’uomo sulla necessità di considerare il pianeta Terra come l’unica casa allo stato abitabile nell’universo, cioè a portata di Uomo. La Terra è un’astronave perfetta, e come le macchine create dalla mediocre tecnologia imitativa degli uomini, ogni suo componente ha una precisa funzione: rispetto alla tecnologia degli Uomini, la tecnologia di Madre Terra si differenzia per i sistemi di autocontrollo e di rigenerazione dei suoi componenti che sono ineguagliabili sotto il profilo biologico e tecnologico. Nell’astronave Terra ogni membro dell’equipaggio ha un ruolo importante, mentre l’Uomo è innegabilmente un passeggero scomodo, irrequieto, superfluo per l’economia del pianeta. Madre Natura, in altri termini, è il vero pilota del pianeta, il custode del pannello di controllo della cabina di pilotaggio, e può fare a meno dell’uomo: ma non è vero il contrario.

3. Cos’è davvero la tecnologia delle piante?

La tecnologia delle piante è costituita da un insieme di processi biologici e metodologici che dalla notte dei tempi hanno consentito a tutti gli esseri viventi di sopravvivere ed evolversi: una tecnologia tesa a razionalizzare i bisogni della propria specie, semplificando i processi di soddisfacimento, attenta alla conservazione e alla rigenerazione delle risorse disponibili, finalizzata a massimizzare i risultati dei processi biologici attivati. La tecnologia delle piante serve davvero al benessere e alle necessità di ogni essere vivente, essendo fruibile da tutti indistintamente. Le piante, infatti, forniscono cibo e ossigeno, sintetizzano i minerali per sfamarsi, e producono frutti per riprodursi in quantità sufficiente per nutrire altre specie viventi: sono insomma esseri altruisti. Allo stesso tempo soddisfano i propri bisogni e quelli di altri abitanti del pianeta, a differenza dell’uomo e di altri esseri viventi della specie animale che non producono alcunché di utile né per se stessi né per altre specie come le piante, ma sfruttano le risorse disponibili come predatori suicida perché consapevoli che prima o poi la credenza si svuoterà. Strani esseri, gli umani: consumano le risorse, senza nulla concedere in cambio al pianeta: anziché ossigeno come fanno le piante, potrebbero almeno donare Amore e solidarietà, ma pare che gli uomini siano più propensi a distribuire odio, invidia, rancore.

4.In che senso l’Amore si configura come la perfezione tecnologica all’ultimo stadio?

Amore è innanzitutto armonia: quando c’è Amore, chi davvero Ama ha già teso la mano verso la bocca di chi ha fame. La tecnologia dell’Amore, dunque, è orientata al bene: anche al bene di un solo individuo in difficoltà. Amore è spontaneità, come spontaneo è il sole che scalda, spontanee le foglie che ossigenano senza nulla chiedere: la tecnologia dell’Amore è un metodo che consente di comprendere i bisogni prima che questi siano espressi. Un pianeta come la Terra ricco di beni disponibili gratuitamente ai suoi abitanti, ben può essere definito un pianeta con “Tecnologia dell’Amore”, perché continuamente al servizio di tutti, indistintamente. L’Uomo invece pretende di sostituirsi alla Madre Terra, prima accentrando e poi distribuendo a proprio piacimento le risorse, imponendo la tecnologia dell’Egoismo in antitesi a quella dell’Amore: ma quella dell’Uomo, per fortuna, è una tecnologia destinata a estinguersi.

5.Nel suo romanzo, lei affronta anche questioni politiche e sociali, secondo lei come è possibile liberarci del pensiero unico e dominante?

Nella misura in cui gli uomini accetteranno la possibilità di essere discriminati in ragione dei propri pensieri diversi da quelli condivisi dalla generalità dei consociati e dalle lobbies di potere, sarà possibile assistere a cambiamenti epocali che consentiranno all’Uomo di progredire. Il progresso, infatti, non è per tutti, ma è per chi è ancora capace proporre e difendere le proprie idee.

6.Come si colloca il suo romanzo in una logica puramente commerciale e di marketing?

Badroots non segue le consuete logiche commerciali o di marketing, perché è un romanzo scritto per i lettori, non per gli editori: certamente è scritto per le generazioni future. Del resto i libri non si scrivono per essere venduti, ma per essere letti: lo scrittore non è un commerciante, ma un servo della parola che nutre. Centinaia se non migliaia di autori classici del passato, tradotti in tutto il pianeta, hanno lasciato il loro profumo pur essendo estranei a logiche commerciali o di marketing, segnando così la storia dell’umanità.

7. Perché molte persone sono attratte da storie banali, politicamente corrette ma che inevitabilmente hanno molto successo?

Perché riempiono la pancia: insomma, vale il principio del “fast food”: è certamente più redditizio impegnare la mandibola dei consumatori e far cassa con piatti veloci, dando ai lettori la sensazione di sazietà con cibi dal gusto omologato, cioè con storie che tutti “devono vivere”, e in cui tutti possono facilmente “immedesimarsi”, piuttosto che offrire storie originali e saporite da cui i lettori possano trarre spunti per costruire la “propria unica e irripetibile storia di vita”: certa editoria, insomma, promuove storie banali, dal gusto omologato, che offrono una sensazione di sazietà mentale, cioè fast book banali come altrettanto ripetitivi e banali sono gli ingredienti di un hamburger con patatine fritte in salsa cocktail. Un fast book dopo l’altro, e per il lettore la “trombosi mentale è servita”. Il cinema attuale (e certa letteratura) è un esempio emblematico dello stato di pigrizia di chi anziché investire sul nuovo, punta a promuovere un consumo veloce e all’ingrasso imponendo nella distribuzione i vari “remake”, “prequel”, “sequel”, e…”requiem” dei soliti noti. Un buon libro, invece, è rivoluzionario, unico e irrepetibile, dal sapore forte e penetrante, diretto a provocare il senso critico del lettore, a saziarne la mente e attivarne ogni sensibilità: basterebbe leggere due libri rivoluzionari all’anno per riappropriarsi della propria indipendenza logica e del proprio senso critico, liberandosi da catene affatto occulte. Lo scrittore, il vero scrittore, è un umile servitore dei suoi pensieri, e di essi soltanto.

8.Quali autori stima e apprezza maggiormente?

L’elenco è lungo, ma in sintesi: Platone, Aristotele, Marco Tullio Cicerone, Isaac Asimov, Jules Verne, Emilio Salgari, Charles Dickens, Primo Levi, Italo Calvino, Franz Kafka, Egdar Allan Poe, Pier Paolo Pasolini, e tanti altri servitori dei loro pensieri.

9. Nonostante lei faccia divulgazione,affrontando argomenti scientifici, religiosi e tecnologici, ha adottato uno stile cinematografico, abbastanza scorrevole, comprensibile e di una certa compatezza. Tale scelta è dettata dal desiderio di essere trasversale presso i lettori, comprensibile a tutti, anche a chi non mastica biologia e filosofia?

Un tempo, quando il popolo non leggeva perché la scuola era per pochi eletti, la Chiesa incaricava celebri artisti per erigere luoghi sacri e per diffondere la religione attraverso i dipinti, mentre i Re erigevano templi e statue giunti sino a noi che avevano lo scopo di comunicare ed esaltare il potere e il coraggio dei guerrieri, mentre gli Imperatori si circondavano di musicisti in grado di esaltare le qualità di un regime con le loro composizioni melodiche. Per secoli, insomma, quando i libri erano oggetti ad uso di monaci e di pochi privilegiati, la comunicazione è stata “passiva”, un modo certamente efficace per controllare ed educare le masse. Dal rinascimento al dopoguerra il libro ha però avuto i suoi tempi di gloria, ed è in quel tempo che l’Umanità è cresciuta sotto il profilo critico: poi, con l’avvento dei media e dell’educazione passiva, il processo si è nuovamente invertito, e ancora oggi la popolazione sta subendo un progressivo ed evidente regresso, una violenza visiva, acustica e sensoriale senza precedenti che riporta l’umanità indietro di secoli e millenni, e che raramente stimola il senso critico e di formazione della “logica personale”. La scelta dello stile cinematografico nella stesura di un libro, quindi, risponde al desiderio di armonizzare contenuti letterari di ritenuto spessore morale, scientifico e filosofico in modo tale da essere comunicati anche cinematograficamente a chi, più o meno indotto da logiche commerciali, considera il libro un oggetto privo di vita. Tutti devono andare Oltre, anche chi non può o non vuole leggere, ma può apprendere da un buon film: la parola, tradotta in immagine o suono, è un cibo che tutti devono poter assimilare, ed è la vera macchina del tempo che accompagna l’intera esistenza dell’Uomo.

10.Cosa pensa delle manifestazioni “pro Terra”, mirate a lanciare il rispetto per l’ambiente organizzate anche dalla politica? Non le trova ipocrite, a vantaggio di sponsor?

La Terra non ha bisogno di manifestazioni in sua difesa, benché meno finanziate dalla politica e sponsorizzate da chi sfrutta le risorse del pianeta: sono gli esseri umani che hanno bisogno di manifestazioni “anti estinzione”. Non a caso sono state intensificate le missioni esplorative nello spazio alla ricerca di nuove opportunità e modalità di sopravvivenza. Se davvero si vuole salvaguardare la casa degli Uomini, la politica deve seriamente promuovere la costituzione di un “Gran Consiglio delle Risorse Naturali”, le cui regole per la salvaguardia dei pianeti abitabili debbano prevalere su tutte le altre.

11.Quale messaggio lei spera che venga recepito dai lettori di “Badroots”?

Come le piante donano se stesse, offrendo i loro frutti e finanche se stesse come cibo, producendo gratuitamente ossigeno e garantendo riparo a specie differenti senza nulla chiedere in cambio, spero che i lettori di Badroots sappiano almeno tendere la mano ai propri simili in difficoltà, offrendo loro la possibilità di rialzarsi.

12.Progetti futuri?

Beh, ovvio: andare “Oltre…”

 

Lo chiamavano Jeeg Robot, un superhero movie tutto italiano

Lo chiamavano Jeeg Robot dell’esordiente Gabriele Mainetti, uscito il mese scorso nelle sale cinematografiche italiane, è destinato a entrare nella storia del cinema italiano se non internazionale. Il film rivelazione di quest’anno con Claudio Santamaria, Luca Marinelli, Salvio Esposito, Maurizio Tesei, Ilaria Pastorelli, Antonia Truppo e Stefano Ambrogi rappresenta il primo vero superhero movie made in Italy unendo intelligentemente intrattenimento, divertimento, romanticismo, epicità grottesca e asprezza realistica.

Lo chiamavano Jeeg Robot: trama

Protagonista della pellicola è il delinquente e solitario borgataro Enzo Ceccotti che vive a Tor Bella Monaca e sbarca il lunario con piccoli furti confidando nella buona sorte per non essere preso. Un giorno, mentre viene inseguito dalla polizia, per sfuggirle si tuffa nel Tevere e cade accidentalmente in un barile di materiale radioattivo, da cui il ragazzo emerge completamente ricoperto di sostanze indefinite, senza reggersi in piedi. Ma il giorno seguente Ceccotti si risveglia dotato di poteri sovrumani. Mentre il ragazzo cerca di scoprire cosa gli sta capitando e di usare i poteri per fare soldi, a Roma è in atto una lotta per accaparrarsi il potere e il comando, tra alcuni clan provenienti “barbari” che tengono in scacco la città, terrorizzandola con attentati bombaroli e uno psicopatico che minaccia la vicina di casa di Enzo, una ragazza un po’ picchiatella con la fissa del cartoon giapponese Jeeg Robot, la quale si aggrappa a Ceccotti credendolo davvero il supereroe Jeeg Robot. La situazione sta per precipitare e tutti hanno bisogno di un eroe.

Gabriele Mainetti ha saputo mettere in piedi un vero e proprio superhero movie, sull’esempio delle fortunate pellicole americane, per struttura, impianto e finalità: una storia da fumetto americano degli anni ’60, girato come un parodistico film d’azione, consegnato all’altare dell’intrattenimento, aspetto quest’ultimo che costituisce il vero punto di forza del film, nonostante gli effetti speciali siano stati realizzati con un budget low cost. Lo chiamavano Jeeg Robot si ispira ai manga giapponesi degli anni Settanta e Ottanta, a Goldrake e Mazinga e al filone cyberpunk nipponico di Tsukamoto, in particolare a Tetsuo: the iron man del 1989 che ci mostra come l’essere umano è davvero un fragile contenitore perturbato da improvvise e violente trasformazioni psico-fisiche.

Il film di Mainetti è un trionfo di visioni ironiche e divertenti, contando su un cast perfettamente amalgamato, che contribuisce all’andare oltre la separazione tra cinema vero, credibile, verosimile, realistico e cinema falso, artefatto, tenendosi in bilico tra una certa asprezza realistica e autoparodia dell’eroe sulle cui spalle grava il peso di una missione morale. Un plauso al coraggio del regista romano classe 1976, che con gusto per il grottesco, deliberata ricerca di situazioni e scene “ridicole”, e fantasia fanciullesca, ha saputo scavalcare la barriera della verosimiglianza, tanto cara ai dibattiti pseudo-intellettuali, conferendo al film ritmo e grande emotività che non può non coinvolgere lo spettatore.

I Due Regni, La Città Intera, di Alessia Palumbo

Nella regione del Delos con capitale Voros, in uno spazio temporale che è quello del Medioevo, si muove quella che potremmo chiamare ”l’eroina” Farwel, protagonista del romanzo fantasy I Due Regni-La città intera (primo volume della saga), opera della giovane scrittrice Alessia Palumbo, classe 1994.

Studentessa al terzo anno di Lettere Moderne, esordisce con questo primo romanzo con la casa editrice Ekt-Edi-Kit.
I Due Regni è ambientato nella Città Intera, regno popolato da personaggi magici ma umani e teatro di costanti conflitti. Da una parte ci sono i buoni, dall’altra i cattivi ma spesso i ruoli sembrano rovesciarsi e stupirci in un romanzo che nulla ha a che vedere con la ”canonica tradizione’, come la stessa scrittrice tiene a precisare nella sua introduzione.
I maghi descritti sono, in realtà, persone emarginate che non somigliano per niente agli elfi o ai mostri a cui ci ha abituati il genere fantasy; persone che faticano a scrollarsi di dosso anni ed anni di pregiudizi.
In un gioco di richiami e corrispondenze, da sola contro un mondo sempre più ostile, Farwel , che non sempre riesce a dare risposte alle sue domande, tenterà in tutti i modi di distruggere questa città che ha come unico scopo la distruzione dei maghi, quasi sempre considerati inferiori e non paragonabili ai veri guerrieri, e di chiunque abbia sangue magico:
“In un regno devastato dai conflitti fra maghi e guerrieri, la Città Intera è sorta, baluardo nella lotta contro chiunque possieda sangue magico.
In questo scenario si muove Farwel, decisa a riportare pace ed equilibro in un luogo dove imperversa solo timore e morte.
In un fantasy certamente non canonico, si muove la sfera umana dell’interiorità e di ogni sua sfumatura, non trovando il malvagio o il corrotto in un mostro da debellare o in una antica maledizione che pende sul capo indistinto della razza umana, ma dentro quegli stessi personaggi che creano e distruggono.
Parallelamente alla vicenda, altri filoni narrativi si intrecciano, mostrando eventi del passato privi del dolore della Città Intera, ma carichi già di un nefasto presagio”.
Le voci narranti sono quattro e parlano tutte in prima persona, anche questo ci aiuta ad addentrarci con più entusiasmo nei due regni. Con il suo stile semplice e scorrevole, Alessia Palumbo, è come se ci aprisse la porta di quel mondo così accuratamente raccontato,  quel mondo nato, come sostiene, da un sogno ispiratore fatto nel Marzo 2011, mondo senza ombra di dubbio affascinante e stimolante per una lettura niente affatto noiosa, sebbene il genere sia molto battuto.