Come il fantasy ha alimentato la controcultura degli anni ’60

È il 1965. Studenti con giacche dell’esercito sono nel loro dormitorio mentre suona un disco di Bob Dylan. La guerra in Vietnam si sta intensificando. Le cartoline di leva arrivano nelle cassette della posta, amici e vicini scompaiono. Tra i volantini antibellici e i libri di testo universitari, c’è un tascabile economico di colore rosso vivo che viene passato di mano in mano. Non è una lettura assegnata. Non è nemmeno del tutto legale. Il libro è Il Signore degli Anelli e, per ragioni che nessun professore ancora comprende, è diventato il testo sacro della controcultura degli anni Sessanta.

I tascabili pirata di Tolkien hanno colpito come una bomba nei campus degli anni Sessanta. La copia pirata fu stampata grazie a una scappatoia nella legge sul copyright e divenne rapidamente un fenomeno di culto, vendendo oltre 100.000 copie solo nel 1965. I più grandi fan del libro sembravano essere gli hippy, i manifestanti e le rockstar.

A metà degli anni Sessanta, il sogno americano si era inaridito. La macchina del progresso si era rivoltata contro i suoi creatori. Le fabbriche avvelenavano i fiumi. Il governo mandava in guerra i giovani di 18 anni. La disuguaglianza era ovunque. La cultura popolare puntava su laser, L.E.D., torri di uffici illuminate da luci fluorescenti, energia nucleare, telefoni a pulsante, cene in TV e razzi spaziali. In un mondo che sembrava accelerare verso l’annientamento, le società preindustriali cominciarono ad apparire come un rifugio, forse addirittura come una tabella di marcia. La gioventù disincantata cercava il progresso nel passato.

Il Medioevo, almeno come rei-mmaginato negli anni Sessanta, offriva un mondo precapitalistico e incantato di comuni e trovatori. Sebbene oggi stereotipizziamo l’estetica del Medioevo come una sorta di polenta grigia piena di suore, ciò non è esatto. Lo storico Jacques Le Goff descrive “grandi gioielli inseriti nelle tavole delle rilegature dei libri, oggetti d’oro scintillanti, sculture dipinte in modo brillante… e la magia colorata delle vetrate”. Fantastico. A differenza della sterile tecnocrazia della Guerra Fredda, questa visione dei tempi passati dava alla gente qualcosa di cui entusiasmarsi. Il Medioevo offriva l’artigianato, l’autosufficienza, le piccole comunità e il rispetto per l’erboristeria (comunque la si voglia interpretare). È diventato un quadro di riferimento per immaginare un futuro migliore. Con queste basi già in atto, aveva senso che Il Signore degli Anelli fosse un successo per gli hippy.

Per gli estranei, questo fascino per elfi e orchi poteva sembrare un’evasione infantile. Ma per molti, la Terra di Mezzo era molto simile all’America. Mordor era un paesaggio industriale infernale, forse gestito dallo stesso tipo di uomini che arruolavano adolescenti in Vietnam. L’Anello, una forza corruttrice di puro potere, divenne una controfigura delle armi nucleari, dell’imperialismo, delle dita striscianti della commissione di leva. Gandalf sembrava più affidabile di qualsiasi figura politica reale. Ancora oggi, il fantasy medievale viene spesso liquidato come evasione, ma fornisce una lente attraverso la quale le persone possono criticare il presente.

Ciò che seguì fu un re-incanto culturale. La frase FRODO LIVES iniziò a comparire nei graffiti della metropolitana. I manifestanti indossarono spille con la scritta GANDALF FOR PRESIDENT. La fantasia, un tempo considerata infantile, fu travolta dalla rivoluzione.

Il Medioevo, o almeno una sua approssimazione allucinogena, era tornato. Gli arazzi decoravano le pareti dei dormitori, i flauti sostituivano i sassofoni e, alla periferia di Los Angeles, un ex insegnante di liceo stava per lanciare quella che sarebbe diventata una delle eredità più durature del movimento: la Renaissance Faire.

Il legame tra la paura rossa e i californiani in braghetta che vendono cosce di tacchino può sembrare tenue, ma l’evoluzione è stata piuttosto organica. Phyllis Patterson aveva insegnato inglese e teatro a Los Angeles negli anni ’50, quando la lista nera dell’era McCarthy incombeva sui creativi californiani. Gli scrittori, gli attori e gli insegnanti di sinistra venivano eliminati dai posti di lavoro pubblici. Le restrizioni si stavano accumulando su Patterson, controllando ciò che poteva insegnare, così lasciò il suo lavoro per avviare la prima Ren Faire. I creativi in lista nera si riunirono in una valle piena di querce per rievocare un passato più libero, più strano e più comunitario.

Qui, tra i giullari e i pali di maggio, la controcultura trovò un luogo per immaginare nuove forme di comunità, radicate saldamente al di fuori della portata del nazionalismo o del conformismo della Guerra Fredda. Il medievalismo, sotto questa luce, non era nostalgia. Era un’insurrezione.

I costumi delle Faires attingevano dal pozzo dei Preraffaelliti, un movimento artistico britannico del XIX secolo che idolatrava il mondo medievale. Lo si vede anche nell’estetica che gli hippy scelsero di adottare. Invece di capelli spelacchiati e cappelli architettonici, hanno optato per qualcosa di più simile a una maga dei boschi con le maniche a sbuffo. Gunne Sax, la linea di abbigliamento lanciata da Jessica McClintock, ha trovato un pubblico entusiasta tra le donne che volevano apparire come se potessero inciampare in una radura della foresta per incontrare un unicorno.

I musicisti rock di quest’epoca sembravano innamorati del fantasy. I Led Zeppelin facevano riferimenti a Mordor e a Gollum (che ruba la ragazza a Robert Plant in Ramble On). Marc Bolan dei T. Rex si atteggiava a cavaliere glam con una corazza di pelle, cantando di maghi, draghi e amore cosmico. Si dice che gli stessi Beatles abbiano sognato di recitare in un adattamento de Il Signore degli Anelli, interpretando Paul come Frodo, Ringo come Sam, George come Gandalf e John come Gollum.

Ma ogni epoca mitica ha il suo crepuscolo. A differenza dei libri fantasy da cui è nata, questa estetica era destinata a una fine triste e senza cerimonie. Alla fine degli anni ’70, il suo bagliore si era affievolito. La guerra del Vietnam si era conclusa in maniera amara e dolorosa, lasciando i suoi veterani, sconvolti, a dormire sui marciapiedi. Il sogno di una rivoluzione controculturale si era in gran parte dissolto in una nebbia di burnout, esplosioni e discoteca. Per molti idealisti, il mondo incantato che avevano immaginato non sopravvisse al giorno dopo. La Contea non era stata salvata. I draghi non erano stati uccisi. Il mondo reale rimase ostinatamente moderno, meccanizzato e ingiusto.

Persino Frodo non era riuscito a mantenere il suo status di mascotte dei fuorilegge. Quando arrivò il nuovo millennio, che portò con sé un adattamento cinematografico del Signore degli Anelli, Frodo era in omaggio con un pasto combinato di Burger King. Il testo sacro del 1965 si era trasformato in merchandising di massa: oggetti da collezione Sideshow, repliche dell’Unico Anello, portachiavi e pantofole con i piedi da hobbit. Nell’era degli iPod, di MySpace e dei primi anni di Internet.

Per molti la guerra in Iraq è sembrata un’altra volta il Vietnam, ma negli anni Duemila lo stato d’animo era diverso. C’era un cinismo estremo che non c’era stato nel 1968. La vecchia controcultura era stata per molti versi assorbita dal mainstream. I simboli della pace erano ormai diventati dichiarazioni di moda. Le citazioni degli Hobbit erano stampate su tazze da caffè scontate. Per alcuni, “Frodo ha fallito” non era solo una battuta contro Bush. Era un’ammissione che la rivoluzione non era arrivata. Il mondo non era cambiato. L’Anello aveva solo trovato un nuovo portatore.

Per quanto possa sembrare deprimente, c’è qualcosa di rincuorante nella resistenza del fantasy come protesta. Quando la realtà sembra insopportabile, la fantasia diventa sia rifugio che spada. Il fantasy tratta spesso temi di rivoluzione: re corrotti, distribuzioni ingiuste del potere e improbabili eroi che si ribellano agli imperi. Ci ricorda che il mondo può essere rifatto, che l’oscurità può essere sfidata e che la resistenza, per quanto piccola o strana, è ancora importante.

‘Le Sabbie d’Egitto’ di Antonella Polenta, il romanzo d’avventura incontra il fantasy

Le Sabbie d’Egitto di Antonella Polenta è il secondo libro della trilogia Nel cerchio del tempo pubblicato da Officine Culturali Romane Editore nel 2025 che esplora il mondo degli adolescenti in chiave fantasy sotto forma di un romanzo di formazione e di avventura.

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‘Luna senza Aria’, il fantasy sui generis di Virginia Scarfili

Con una scrittura magnetica e fantasiosa Virginia Scarfili accompagna il lettore all’interno di un romanzo fantasy, Luna senza aria dove i personaggi sono ben caratterizzati ed empatici. Un romanzo adatto a tutte le età.

“Ogni scelta che facciamo è una nuova realtà… il dejà vu è una rapida occhiata dall’altra parte. Quasi tutti lo sperimentiamo…sentiamo di essere già stati in quel luogo perché, in effetti, noi ci siamo stati ma… in un’altra realtà. È un altro percorso… la strada non intrapresa”

“Si tratta di un fantasy diverso dal solito e forse già questo può destare una certa curiosità. Lo definirei sui generis, c’è la magia, ma non solo: il lettore si troverà immerso in dimensioni nuove, nello spazio sconfinato a lottare tra l’amore e un destino già deciso; a risolvere enigmi attraverso citazioni letterarie che porteranno la protagonista alla risoluzione di segreti e che l’accompagneranno per l’intero romanzo. Dicevo di un fantasy sui generis perché è anche molto terreno; Luna va all’università e condivide l’appartamento con coinquiline che senza sapere dei suoi poteri l’aiuteranno a risolvere misteri” ha dichiarato l’autrice. “Tutte le persone che circondano la vita di Luna sono fondamentali, e sono tante davvero. Ogni personaggio del romanzo è un pezzo del puzzle che la protagonista dovrà incastrare per far tornare a posto le cose che diciotto anni prima avevano subito un brusco cambiamento. E, soprattutto, il lettore si ritroverà, senza rendersene conto, ad ascoltare musica, vedere film, assistere a un musical, leggere poesie e libri, tutto durante la lettura di Luna senz’Aria”.

Luna e Aria sono le prescelte da cui dipenderà la salvezza dell’oscuro pianeta Lemniscata, un mondo mentale che orbita tra la Terra e la luna creando il segno dell’infinito e legato all’isola di Lunaria dove le ragazze vivono. Luna non ha mai conosciuto la madre Dalia, scomparsa dall’isola diciotto anni prima. Quando Dalia si ripresenta a Lunaria, le zie di Luna, con le quali ha sempre vissuto, le proibiscono di parlare con lei. Intanto Aria scompare dall’isola e per ritrovarla Luna ha bisogno dell’aiuto della madre, l’unica che conosce la maniera per attraversare il pianeta Lemniscata. Tra segreti, enigmi e colpi di scena, Luna non capirà fino alla fine se potersi fidare di Dalia, andando contro tutte le persone a lei più care. La conoscenza di un ragazzo terrestre la travolgerà, rendendo più difficile l’arduo compito che le spetta.

L’autrice

Virginia Scarfili, classe 1977,siciliana di Catania vive a Cesena. Laureata in Lettere e specializzata in Storia della Lingua Italiana, lavora come docente di Lettere a scuola e insegna dizione e ortoepia a teatro. Con De Agostini ha pubblicato il fantasy Luna per Aria nel 2014, i cui diritti appartengono di nuovo all’autrice dal 2023. Nel 2015 auto pubblica su Amazon il chick lit Pensavo fosse dieta invece era Dukan divenuto Fuori di dieta quando nel 2016 Rizzoli chiede i diritti.

Eterea Edizioni a Più libri, più liberi, con tre autori fantasy

Eterea Edizioni è una casa editrice nata nel 2018 a Roma sotto l’egida dell’Associazione Italiana Studi Tolkieniani con l’intento di pubblicare libri (ma non solo) di alta qualità, sia a livello materiale sia a livello di contenuti, nell’ambito dell’immaginario fantasy: saggistica, narrativa, libri illustrati.

Come di consueto, Eterea sarà presente a Più Libri Più Liberi dal 6 al 10 dicembre presso lo stand B70 saranno infatti ospiti tre grandi autori: Artuan Rebis, Ivan Cavini e Roberto Fontana con i loro romanzi.

Un esempio: Helughèa. Il Racconto di una Stella Foglia è un fantasy eco-spirituale, un romanzo ricco di suggestioni che rielaborano miti e tradizioni sapienziali d’Oriente e d’Occidente, un impianto filosofico-spirituale arricchito dal lavoro musicale di Arthuan Rebis, arpista e musicista polistrumentista il quale ha anche composto 9 brani musicali che sono parte integrante della narrazione dando voce a diversi personaggi in momenti chiave della storia.

Il romanzo narra del mondo degli Heludin, le cui vicende si intrecciano a quelle della realtà di Ghèa, il luogo in cui si svolge la vita degli umani. Il racconto si snoda – nel “nostro mondo” – fra due guerre mondiali, e l’universo degli esseri fatati ha un proprio “sottomondo”, Katahelu, la cui purissima oscurità è minacciata da forze malevole, ponendo a rischio il destino dei due ecosistemi.

Un impianto filosofico-spirituale solido, corredato dal elementi di linguistica, citazioni transculturali (dalla cultura classica alle tradizioni sapienziali), arricchito per giunta dal lavoro musicale di Arthuan Rebis: un intero album, Canti di Helughèa, composto per accompagnare i lettori nei luoghi di Helu, traccia dopo traccia.

Infatti, come la musica è la chiave per entrare nel mondo di Helu, la musica pervade la lettura e permette a noi lettori di entrare nel romanzo in modo interattivo, multisensoriale e multidimensionale.

Helughèa, romanzo per lettori di tutte le età, dal tono lirico, epico e ironico ad un tempo, è un invito allo sviluppo interiore e al più ampio concetto di guarigione, trasformazione e superamento dei confini dualistici. Questo è il racconto di un ritorno a casa. In Svizzera avevo avuto l’incredibile opportunità di scolpire draghi e creature giganti, dipingere quadri, progettare arredi, scenografie ispirate alla Terra di Mezzo, e credevo fosse un’occasione unica e irripetibile per un artista, ma un pensiero che si era radicato nella mia testa stava inconsciamente rimettendo in moto il mio lato “Tuc”, quello ereditato da lontano, che mi avrebbe presto portato a iniziare una nuova avventura. Ora, al mutare della marea ritorno a voi, per mostrarvi il Tesoro che ho portato tra le colline della mia Contea, un tesoro fatto di tante monete ammassate sotto un gigantesco drago dormiente, un tesoro fatto di tante opere d’arte tangibili e intangibili, ma soprattutto, un tesoro fatto di tanti amici che mi hanno accompagnato nel viaggio.

«Alla base c’è l’invenzione delle lingue. Le storie sono state scritte per fornire un mondo alle lingue, e non il contrario.» (J.R.R. Tolkien, Lettere, lettera n. 165)

Fu l’amore per le lingue il vero motivo per cui Tolkien decise di iniziare a scrivere il suo immenso Legendarium, dal quale solo molto più tardi scaturì Il Signore degli Anelli. Il professore inventò la lingua elfica e, per renderla davvero viva, decise di creare Arda e tutte le sue storie; e ora che abbiamo la possibilità di esplorarle, senza dubbio le lingue elfiche rimangono uno degli aspetti più affascinanti. Armoniose, e misteriose da vedere, musicali e affascinanti da leggere: sono le tengwar, ovvero i segni che compongono l’alfabeto di cui si servono gli Elfi.

Ma come si usano? Come si scrivono? Come si leggono? Questo libro risponde a tutte queste domande: si tratta del primo manuale completo, che tratta anche la parte sulla calligrafia.

‘L’impero delle clessidre’, il fantasy medievale di Mario Attilieni

“L’impero delle clessidre” di Mario Attilieni è il primo volume di una trilogia fantasy, che proseguirà con le opere “La vendetta degli Unicorni” e “La Profezia dell’Autunno”. L’autore ha creato un mondo complesso e dalla geografia ben definita – che si può anche ammirare nella mappa contenuta nel libro – e ne ha raccontato con dovizia di particolari le storie e le leggende; sono inoltre presentate delle tematiche socio-politiche che rendono il romanzo interessante e anche molto attuale.

Questo mondo fantastico è chiamato Zimania, ed è diviso in quattro regioni: la Morgania, a est, la Gianubia, a sud, la Vasazia, a ovest, e l’isola di Ebania, a nord; l’autore descrive le varie terre, molto diverse le une dalle altre così come i loro abitanti, e offre anche una storia delle colonizzazioni a cui sono state soggette: si era infatti svolta nel passato un’aspra lotta tra i Sidi, dei temibili conquistatori, e gli Aesi, gli autoctoni, che si era poi evoluta in una progressiva e inevitabile mescolanza tra i due popoli e nella proclamazione a Imperatore di Oriam Kelys, chiamato Oriam il Grande.

«Dante ripensò a quanto fosse vero quello che qualcuno gli aveva detto anni addietro: “Il mestiere di scrittore è la cosa più simile a essere Dio”. Era vero: decidi chi nasce e chi muore, cosa accade a chi. I destini delle persone. Lo scrittore è creatore e distruttore al tempo stesso, demiurgo e assassino a sangue freddo. Forse l’unico modo per cercare di capire Dio è quello di scrivere un libro».

La vicenda, però, non è incentrata solamente sulle articolate dinamiche politiche che spesso gettano Zimania nel caos; la storia infatti ruota intorno all’avventura straordinaria di Dante e di suo figlio diciottenne Achille. I due vivono una vita tranquilla nel mondo reale finché non vengono letteralmente risucchiati nel libro scritto da Dante come regalo per la maggiore età del figlio: questo romanzo non è altri che la storia di formazione del giovane Oriam, e del suo lungo e prospero regno. Dante si rende subito conto di trovarsi nel mondo da lui inventato; scaltramente, decide di incarnare il personaggio di Dante Rivolta, che nel libro aveva descritto molto simile a lui. Dopo aver convinto il figlio della veridicità della loro assurda situazione, l’uomo cerca un modo per tornare nella loro realtà: comprende di doversi impadronire dell’antichissima magia che lui, nel suo romanzo, aveva collocato presso l’Isola Sacra. Il viaggio per conquistare questa magia ancestrale sarà arduo e pericoloso; sono infatti trascorsi otto anni dalla fine del suo libro, terminato con la morte di Oriam il Grande, ed egli, da narratore onnisciente qual era, conosce molto delle dinamiche e dei segreti di Zimania ma non tutto: la storia da lui creata si è infatti evoluta spontaneamente e indipendentemente dal suo volere.

In un romanzo ricco di azione e di inventiva si riflette sulle responsabilità e sui limiti della creazione letteraria, e si presenta una vicenda che promette avventure entusiasmanti tra storie d’amore, magia, creature fantastiche e violente lotte per il potere.

 

SINOSSI DELL’OPERA. In occasione del suo diciottesimo compleanno, Achille riceve un libro che suo padre Dante ha scritto per lui. All’improvviso, per magia, vengono catapultati all’interno del libro stesso, in un mondo immaginario e fantastico, popolato di dame e cavalieri, draghetti volanti, Giganti, Amazzoni, Unicorni e particolari creature elfiche, chiamate Linchetti. Un Continente suddiviso in quattro regni, governati da quattro cugini, sul piede di guerra gli uni contro gli altri per l’eredità del nonno, l’Imperatore Oriam Kelys.

 

BIOGRAFIA DELL’AUTORE. Mario Attilieni (Lucca, 1986) si laurea in Giurisprudenza e dal 2009 comincia la sua attività imprenditoriale nel settore delle calzature alla guida di una start up negli Stati Uniti; per il suo lavoro si divide tra Italia, Inghilterra e America. Nel 2004 vince il premio di poesia “Il Bonturo”.

 

Casa editrice: Libeccio Edizioni

Genere: Fantasy

Pagine: 272

 

Contatti

Instagram: Mario Attilieni (@marioattilieni); L’Impero delle Clessidre (@limpero_delle_clessidre)

http://www.ctleditorelivorno.it

 

Link di vendita online

https://www.ibs.it/impero-delle-clessidre-libro-mario-attilieni/e/9788833874715

“Il sesto sigillo” di Mario Pastore e Giulio Spreti: mai un fantasy fu così ‘profetico’

Il sesto sigillo edito, Brè Edizioni, è il romanzo a quattro mani di di Mario Pastore e Giulio Spreti. 

Mario Pastore, esperto di organizzazione, docente in ambito manageriale e comportamentale. Giornalista a La Stampa di Torino, direttore del personale di una grande azienda manifatturiera, dopo un lungo periodo come consulente e quindi amministratore di Forrad e Forbank, vive l’esperienza di Vicedirettore generale di una Cassa di Risparmio. È tra i primi docenti di Centro Internazionale FOR di cui diventa Presidente nel 2012.

Giulio M. Spreti, esperto di marketing. Docente in ambito manageriale e comportamentale. Matura la sua esperienza in agenzie di Direct Marketing a livello internazionale, divenendo Direttore generale di Rapp & Collins. Approda alla formazione in Accademia di Comunicazione a Milano. Collabora come Cultore della Materia al Politecnico di Milano. Dal 2012 è Direttore generale di Centro Internazionale FOR.

Il sesto sigillo: Sinossi

Il sesto sigillo, vincitore del primo premio al concorso letterario Città di Jesi 2021 , è sempre più attuale.

Il 25 marzo, nel corso di una funzione religiosa tenuta in San Pietro il Pontefice, in osservanza a una specifica richiesta dell’ultima veggente di Fatima, ha consacrato Ucraina e Russia al Sacro Cuore di Maria.

E proprio dalle parole profetiche di suor Lucia dos Santos, ultima veggente di Fatima, muove il romanzo di Mario Pastore e Giulio Spreti che nel 2010, diversi anni prima degli avvenimenti, ideavano una storia basata sulle dimissioni di un Papa (avvenute poi nel 2013) e sulla possibile clonazione umana (lo stesso anno moriva a Cambridge il suo fautore e Premio Nobel per la Medicina Robert Geoffrey Edwards).

Coimbra, 11 luglio 1977
La marchesa Olga Morosini de Cadaval, sfidando la pioggia battente, insolita per la metà di luglio a Coimbra, si incamminò lungo la discesa del convento delle Carmelitane gettando un’occhiata distratta al brutto mosaico che deturpava il lato sinistro della chiesa,
proprio sopra la salitella che porta all’ingresso della clausura. Il Patriarca le aveva chiesto con uno sguardo gentile, che lei aveva saputo interpretare grazie alle ripetute frequentazioni
veneziane, di lasciarlo solo per qualche minuto con suor Lucia. Anche se in fondo era stata lei l’artefice di quell’incontro, con la sua insistenza e grazie ai consigli di Don Mario, parroco della chiesa di San Lorenzo e amico, oltre che per diversi anni segretario di Monsignor Albino Luciani, la marchesa ritenne di ritirarsi dalla cella e lasciare il Cardinale in confidenza con l’ultima Veggente di Fatima.

Ancora una volta i Cardinali sono riuniti in conclave chiamati a trovare il successore di Pietro. La Chiesa di Roma è di fronte a un bivio: continuare una gestione della tradizione multi millenaria che l’ha portata oggi a confrontarsi con problematiche che la vedono minacciata nella credibilità, oppure tentare una rifondazione riproponendo valori trascurati che possono, tuttavia, rappresentare una minaccia al sistema. Il romanzo, con il piglio di un thriller, rievoca una vicenda che prende le mosse dal terzo segreto di Fatima e da Papa Albino Luciani per giungere a maturazione ai giorni nostri. Chi sarà il portatore di questi valori, da dove viene, da dove nasce e, soprattutto… da chi? A ricordarlo è una voce inaspettata, insolita, che agisce sulla cultura e non sulle rappresentazioni; una voce che viene da lontano, molto lontano.

2010: seduti in veranda in una tiepida serata di primavera, dopo una giornata di lavoro e una bottiglia Prosecco, commentando l’ostensione della Sacra Sindone nel Duomo di Torino, nasce di getto la trama de Il Sesto sigillo – rendono noto Mario Pastore e Giulio Spreti.

Ne abbiamo abbastanza di saggi a 4 mani legati al nostro comune lavoro, lasciamo correre la fantasia e divertiamoci!  Ci siamo immaginati una storia di ‘fantascienza’, con un Papa che si dimette e con un professore che afferma di poter clonare un essere umano. Nei giorni successivi, entusiasti dell’idea, ripartiamo i compiti e buttiamo giù qualche capitolo. Poi veniamo assorbiti dalla vita, dagli impegni, dagli eventi. La storia rimane accantonata nel limbo delle nostre menti a ‘maturare’ per tre anni buoni.

2013: fine febbraio, Papa Ratzinger si dimette e nell’aprile dello stesso anno muore il prof. Robert Edwards, premio Nobel per la medicina e padre della fecondazione in vitro. Potevamo noi autori far finta di nulla e non leggere questi due avvenimenti come un ‘segno’?

Immediatamente abbiamo ripreso il Prosecco e la storia che avevamo ipotizzato, adattandola alle date fatali. Se uno scienziato fosse in grado di ‘clonare’ da un resto di DNA l’essere impresso nella Sindone e nascesse un uomo e se quest’uomo all’età di 33 anni fosse ucciso…beh, il resto è la storia de Il Sesto sigillo. Una vera e propria Apocalisse”.

 

 

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‘Le foglie del destino’, il fantasy di Marco Motta con protagonista un’eroina druida

Casa Editrice: Albatros Il filo

Collana: Nuove Voci-Imago

Genere: Fantasy

Anno: 2021

Pagine: 316

 

I druidi, dignitari appartenenti alla classe dirigente sacerdotale, maestri di vita e cerimonieri, dediti all’insegnamento della filosofia, della magia e delle arti taumaturgiche. Sono questi i celti protagonisti dell’ultimo romanzo fantasy di Marco Motta, edito da Albratos e intitolato Le foglie del destino. Spesso viene attribuita ai druidi, soprattutto in età antica, la responsabilità di sacrifici umani a fini religiosi, ma non ne abbiamo prova. Tuttavia spesso si è cercato di denigrare questa figura potente e affascinante che si ritrova come personaggio positivo nel romanzo di Motta.

Haara, il pianeta della luna Viola e Calideo, il pianeta della luna verde, sono legati all’insaputa dei loro abitanti, da un destino comune. La natura, sotto forma della divinità Agaty, richiede un cambiamento ciclico e la creazione di un nuovo pianeta frutto dalla fusione dei singoli. Gli strumenti della dea sono i Druidi Neri, la parte maschile degli utilizzatori della magia della natura, che attraverso il Male Nero, una contaminazione di tutto ciò che vive sui due pianeti, portano la morte e la conseguente rinascita nella nuova forma. Tuttavia, nel ciclo di morte e rinascita durante il quale le vicende sono narrate, i Druidi Neri attuano il loro piano di destabilizzazione di un processo millenario, cercando di creare un nuovo mondo sotto il proprio dominio.

In questo contesto, oscuro agli abitanti di Haara e di Calideo, la dea Agaty, sceglierà la giovane Druida Alys come suo strumento per contrastare il piano dei confratelli neri. La Via, cioè il sentiero che porta una giovane druida a diventare adulta, porterà la protagonista di questo libro e dei successivi, a scoprire il suo pianeta Haara. Per lei, tutto sarà una novità perché inizierà a camminare lungo la propria Via dopo aver passato i primi venti anni chiusa in un circolo druidico. Alys è ignara di quello che sta realmente accadendo al suo pianeta ma i primi contatti con il Male Nero, nella foresta delle Antiche Querce, creeranno in lei molte domande alle quali riuscirà a dare risposta lungo il suo viaggio. Le sue certezze inizieranno a sgretolarsi e prenderanno nuove forme grazie anche agli amici che incontrerà.

Alys, entrando in contatto con un cavaliere riuscirà a capire molte cose di se stessa che prima ignorava.

Le foglie del destino costituisce il primo capitolo di una saga fantasy avvincente e dalla lettura scorrevole che mette in evidenza la non importanza del sapere con certezza se i druidi fossero uomini o donne. E in effetti esiste una corrente che vuole il mondo celtico legato alla Madre terra, alla donna come origine della vita. La figura del druido non da conferma né alla fazione che vuole i druidi essere solo degli uomini, né alla fazione opposta. Motta con questo libro omaggia la figura femminile.

Nella fattispecie l’autore di concentra su una ragazza, Alys, giovane druida che intraprende un coraggioso cammino alla ricerca della Via. La sua missione è divenire una Essyn adulta. Ha commesso un grande errore: ha creduto di essere la migliore, sentendosi superiore alle sue compagne, ma è pronta a rimediare. Molti saranno gli incontri che farà lungo il viaggio, molte le visioni, gli ostacoli, la magia da plasmare, le foreste da liberare, i combattimenti che dovrà affrontare.

Ma chi erano storicamente i druidi? Cosa si sa di loro? Le nostre conoscenze sui druidi si fondano su una documentazione molto complessa e spesso contraddittoria, composta sia da testimonianze archeologiche, iconografiche ed epigrafiche che da fonti letterarie, in testi classici e in lingue celtiche.

Lo scrittore lombardo Marco Motta fa conoscere ad appassionati e non il mondo dei druidi lontano tradizione storiografica antica la quale ha ereditato e trasmesso numerosi pregiudizi ideologici relativamente al celta-tipo, ovvero un barbaro che nel combattimento è individualista, impulsivo, senza disciplina di gruppo, né strategia militare, schiavo del vino e di bagordi, poco resistente allo sforzo e facile allo scoraggiamento nel caso in cui la vittoria non giunga subito. L’autore presenta invece un universo diverso, che si vuole allontanare dai luoghi comuni proponendo al lettore la figura della druida bianca che deve rimediare alla sua superbia per poter conquistare la “rinascita”.

Il fantasy di Motta offre due beni contrastanti, che in esso si fondono: ci si trova se stessi e al contempo una tregua dall’identità.

Motta suggerisce, attraverso un fantasy avvincente, e senza lasciarsi sedurre troppo dal desiderio o dalla tendenza di complicare la trama per appassionare ulteriormente il lettore riempiendolo di colpi di scena e di eccessivi intrecci paralleli, che bisogna trascendere se stessi, a volte, per poter davvero scoprire e afferrare la propria identità.

Le foglie del destino può essere considerato un romanzo di formazione che unisce il gusto per la visione alla riflessione su tematiche quali il rapporto uomo-Natura, in un contesto di romanzo di genere che coniuga una storia di coraggio ed eroismo al femminile e trattazione del tema ambientalista, concentrandosi intelligentemente sulla Natura e suoi suoi abitanti.

 

 

Contatti

https://www.gruppoalbatros.com/prodotti/le-foglie-del-destino-marco-motta/?msclkid=3f8050e2b5ba11ec860257f1613d3f4d

Le foglie del destino: Vol. 1 : Motta, Marco: Amazon.it: Libri

 

‘La formica argentina’, un racconto giovanile di Calvino, cupo e lirico

La formica argentina è un racconto lungo di Italo Calvino pubblicato per la prima volta nel 1952, nel decimo numero della rivista di letteratura «Botteghe oscure», scritto tra l’agosto del 1949 e l’aprile del 1952, e precede la stesura del Visconte dimezzato. Calvino scrive:

Ho scritto un racconto piuttosto abile ma un po’ gratuito, perciò non sono molto contento, uscirà su Botteghe Oscure.

Oggi fa parte de I racconti e si trova nel secondo volume, libro quarto, La vita difficile, insieme a La speculazione edilizia e a La nuvola di smog.

Scritto in prima persona, è il primo testo narrativo in cui Calvino abbandona i temi della Resistenza e della vita nel dopoguerra. La trama è semplice: il protagonista, disoccupato, insieme alla moglie e al figlioletto si trasferisce in un paesino della Riviera ligure, dietro suggerimento dello zio Augusto.

Il protagonista prende in affitto una piccola casa con giardino, che versa in stato di abbandono, senza sapere che la zona è infestata dalle formiche argentine, piccolissime e che arrivano dappertutto. I vicini le combattono in modo diverso: i Reginaudo con una quantità sproporzionata di insetticidi e veleni, il capitano Brauni le tortura e le uccide con le trappole, la signora Mauro, orgogliosa e rigida, nella sua grande e buia villa, finge che non ci siano, infine il signor Baudino, impiegato all’Ente per la lotta contro la formica argentina, le nutre con una melassa avvelenata. Il protagonista, dopo aver fatto visita ai vicini, a cui chiede consigli e dopo un sopralluogo nel giardino, si rende conto che non è possibile eliminare quella specie di formica e che l’unica soluzione è una rassegnata convivenza.

Il racconto è da subito pieno di angoscia di fronte a un nemico che si insinua ovunque: nel cibo, nel letto, nella canestra e persino nell’orecchio del bambino. La moglie appare sin dall’inizio ossessionata dalla marea di formiche, diffidente contro tutto e tutti, l’angoscia si trasforma in psicosi tanto che la donna finisce per aggredire il signor Baudino, accusato di favorire la proliferazione delle formiche per non perdere il lavoro. Alla fine del racconto, il protagonista, la moglie e il bambino arrivano al porto e … c’era il mare.

C’era una fila di palme e delle panche di pietra: io e mia moglie sedemmo e il bambino era quieto. Mia moglie disse: -Qui non c’è formiche-. Io dissi: E c’è un bel fresco: si sta bene. (…) Io pensavo alle distanze d’acqua così, agli infiniti granelli di sabbia sottile giù nel fondo, dove la corrente posa gusci bianchi di conchiglie puliti dalle onde.

La cupa narrazione si chiude con un passo di grande lirismo, la visione del mare calmo e pulito regala ai protagonisti un momento di serenità pur nelle difficoltà della vita. Il mare è l’opposto delle formiche, lava tutto, leviga, assume un significato di rigenerazione, ma prima di giungervi, la famigliola attraversa la città vecchia, digradante, che mostra i segni del male: la pietra grigia e porosa; le donne che portano ceste sul capo con gli occhi bassi; le ragazze cucitrici, da un giardino di un convento, guardano un rospo in una vasca e pronunciano a quella vista la parola angoscia; delle giovinette vestite di bianco che fanno giocare con un pallone un cieco; un ragazzo con addosso i segni della miseria, raccoglie fichi d’India da una pianta piena di spine; i bambini di una casa ricca, nonostante giochino facendo bolle di sapone sono tristi; i vecchi del ricovero rientrando, salgono le scale con il bastone e ciascuno parla da solo.

Nella lettera a Cesare Cases, Calvino smentisce che si tratti di un’allegoria pura e semplice del capitalismo come aveva drasticamente affermato il saggista, ma non può fare a meno di chiarire che il tema affrontato nel racconto non è semplicemente la descrizione di un fastidioso fenomeno naturale; esso sottende la volontà dello scrittore di mettere in relazione natura e storia. In natura esistono realtà mostruose così come nella Storia; l’immagine delle formiche, con le suggestioni emotive che sa trasmettere, è da sola un veicolo che rimanda al male connaturato nella Storia.

Per chiarire il concetto è necessario ricorrere ai testi di saggistica di Calvino. In Visibilità, la quarta delle Lezioni americane, Calvino parte dalla ben nota immaginazione visiva di Dante nel Purgatorio, per poi citare il manuale degli esercizi spirituali di Sant’Ignazio de Loyola, il quale utilizza l’immagine visuale come via efficace per raggiungere la conoscenza dei significati profondi, per giungere a Dio. Nel sottolineare l’importanza dell’immagine, Calvino scrive:

Possiamo distinguere due tipi di processi immaginativi: quello che parte dalla parola e arriva all’immagine visiva e quello che parte dall’immagine visiva e arriva all’espressione verbale. Se il problema della priorità dell’immagine visuale sull’espressione verbale era valido nel periodo della Controriforma, lo è anche oggi, sottolinea l’autore, quando l’immagine risulta essere dominante sulla parola. Le immagini nella fantasia provengono, per Dante, da Dio, secondo il pensiero attuale dall’inconscio individuale e collettivo, tuttavia esse vanno oltre il controllo esercitato dalla nostra coscienza tanto da raggiungere una dimensione trascendente.

Il protagonista (narratore) della Formica argentina non ha nome né volto, si muove tra tanti personaggi minori, ognuno dei quali ha un suo modo di contrapporsi alle formiche senza ottenere nessun risultato. Il caos, il male di vivere si è oggettivato nella vita quotidiana del protagonista che non ha una casa, non ha un lavoro, ne va in cerca e non lo trova, è preoccupato per la salute del bambino e per finire è oppresso dalla lenta burocrazia rappresentata dal signor Baudino (somigliava a una formica), indifferente di fronte ai problemi della società. L’unico rimedio, al male di vivere, potrebbe essere la solidarietà tra gli individui, ma essa manca totalmente nel romanzo, lo si nota quando la moglie del protagonista si ribella e inizia una marcia di protesta contro il signor Baudino.

La Formica argentina descrive una realtà cupa, angosciante, dove nel protagonista non c’è nessuna speranza né di tipo religioso né civile, eppure è presente un sentimento virile, che consiste nell’accettazione del male quando esso non è eliminabile. Come afferma Alberto Asor Rosa, in un articolo apparso sul quotidiano «la Repubblica» l’1 dicembre 1985, dietro la forma elegante e raffinata, la chiarezza e l’esattezza del periodare in tutta la produzione di Calvino si avverte un “nocciolo duro”, che consiste nella Natura morale dell’ispirazione calviniana, e che in essa, forse, consiste

nella Natura morale, il vero fattore di continuità, la coerenza complessiva della sua ricerca (da Il sentiero dei nidi di ragno a Palomar), il macigno sotterraneo da cui spiccava il volo la sua fantasia o si dipanava il filo sottile del suo ragionamento. (…) Per scrittore morale non intendo affatto quello che suggerisce valori o addita obiettivi; lo scrittore morale non si pone il problema di dire qual è il bene e qual è il male. Chi fa questo è un moralista (in senso riduttivo) o, peggio, un propagandista. Per me lo scrittore morale è quello che si limita a suggerire dei comportamenti e ad additare una linea di condotta: ma, al tempo stesso, affianca alla natura apparentemente limitata del “messaggio” l’inflessibile convinzione che non si può rinunciare alle regole di comportamento né a perseguire con fedeltà e tenacia una linea di condotta, pena l’inabissamento nel magma dell’indistinto e dell’arbitrario.

 

 

Fonti:

Giuseppe Bonura, Invito alla lettura di Calvino, Mursia, Torino 1972.

Marco Belpoliti, L’occhio di Calvino, Nuova edizione ampliata, Piccola
Biblioteca Einaudi 2006

Alberto Asor Rosa, Il cuore duro di Calvino, «la Repubblica», 1 dicembre
1985.

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