‘Adele’: l’alter-ego nevrotico di Tozzi nel suo romanzo a frammenti

Adele è un romanzo in frammenti di Federigo Tozzi, pubblicato postumo nel 1979 da Vallecchi, a cura di Glauco Tozzi, il figlio dell’autore. L’opera è il primo tentativo dello scrittore senese di avvicinarsi alla misura romanzesca, abbandonato, secondo la critica, per dedicare maggiore attenzione al più avvincente intreccio di Con gli occhi chiusi, il romanzo pubblicato nel 1919.

Analisi del romanzo Adele

Protagonista di Adele è una giovane donna afflitta da una dichiarata isteria, che non si riconosce nella realtà circostante ed è incapace di intrattenere rapporti armonici con gli altri. La sua vita procede inesorabile, mentre Adele tenta invano di raccapezzarsi nel «sogno insopportabile» dal quale non si può svegliare, fino a quando la solitudine e l’incolmabile vuoto non la condurranno al suicidio: nessuno se ne accorgerà fino alla mattina seguente.

L’influenza di William James

Risulta utile analizzare questo romanzo nell’ottica del fondamentale binomio Tozzi-James, ovvero alla luce dell’influenza che il lavoro di William James, filosofo e psicologo americano, ha esercitato sull’opera di Federigo Tozzi. L’autore lesse le opere di James sin dal 1904, e rimasto affascinato dalle nuove scoperte psicologiche sul flusso di coscienza, la volontà inibita e il misticismo dei casi eccentrici di psicopatologia religiosa, decise di riportarne le sfumature tra le vite disperate dei suoi personaggi.

Le opere di James, tra cui i Principi di psicologia, Le varie forme della coscienza religiosa e La volontà di credere, si rivelano dunque essenziali alla comprensione dell’enigmatica opera tozziana, in particolare della protagonista di Adele: vittima della sua corrente interiore continuamente in bilico tra presa di coscienza e ricaduta patologica, uno dei personaggi più jamesianamente connotati.

Tra nevrosi e misticismo

Adele presenta molti degli elementi distintivi studiati da James nell’analisi di casi patologici: è un personaggio iper-inibito, «incapace di fare ciò che non potrà mai fare»; è inoltre un caso di psicopatologia religiosa, continuamente colto da «esaltazioni mistiche». È dunque evidente l’intento tozziano di attribuire ad Adele le anomalie psichiche studiate dallo psicologo americano narrando la storia di un personaggio femminile: l’autore ha di fatto scelto una donna non solo per raccontare ma anche per raccontarsi, proponendo nel testo un forte conflitto tra la protagonista e suo padre, che ricalca quello vissuto dall’autore stesso.

«Un romanzo è una cosa che si racconta, e l’atto di raccontare non è altro che mettere in evidenza le strutture portanti, o almeno quelle che si rivelano come tali al lettore», sostiene Luigi Baldacci e Adele è il racconto di una giovane donna isterica, la quale vive rapporti conflittuali con se stessa, con i propri genitori e con l’ambiente circostante. Si tratta di un romanzo frammentato, pieno di parentesi quadre, pagine eliminate, scarti narrativi e conseguenti riprese.

La storia, ambientata a Siena, inizia con l’introduzione del personaggio di Adele, figlia del dottor Freschi. Durante la descrizione del ritorno a casa della giovane, sull’impallidire del giorno, comincia la sua analisi psicologica: «Tutta la sua vita le sembrava limitata dall’indomani; tutta la sua impazienza era impigliata come da un divieto fatale. Le pareva che la morte fosse prossima, sopra le colline di Siena, così alta».

La parola nevrosi, assieme a nevrosismo, viene divulgata in Italia probabilmente da Paolo Mantegazza, che la reputa «parola nuova, perché serve ad esprimere una cosa che non esisteva, od era così rara da non fermar l’attenzione degli osservatori».

In verità la malattia nervosa era nota sin dalla fine del Seicento: si reputava fosse una sofferenza della mente che coinvolgeva tutto il corpo, provocando agitazione e moto continuo, anche del volto. Secondo l’opinione comune, questa patologia affliggeva in particolare le donne, che proprio per la loro costituzione delicata sono più portate degli uomini all’agitazione nervosa e alla malattia mentale. Tra i sintomi era annoverato un «aumento della sensibilità, della immaginazione, della affettibilità, della locomotilità, che caratterizza certi individui, ai quali per causa appunto di siffatta suscettibilità si attribuisce il temperamento nervoso».

Differenze con James

A differenza di James, Tozzi non è ottimista: come rimedio al doloroso stato di una «volontà ostruita, lo psicologo americano propone l’antidoto della «volontà di credere, ovvero la credenza che in ogni momento della nostra vita vi siano delle cose che realmente si decidono in essa e che «non si tratti semplicemente del monotono tintinnio di una catena i cui anelli furono fabbricati nelle età primordiali».

Tanto è vero che Adele non sentirà «l’intera sensazione della realtà», per riempirsi di essa e farne parte integralmente, come soggetto attivo, ma lascerà che il suicidio ponga fine alle sue sofferenze, allontanandosi da un mondo che mai le aveva dato importanza. «La vita reale, che non aveva bisogno di lei, era divenuta come un sogno insopportabile». La realtà di Adele prende la sembianza di un incubo a tre dimensioni: lei, la sua isteria, i suoi genitori.

Secondo Luigi Baldacci, e dello stesso avviso sono tutti i critici di Tozzi, Adele non è che l’alter ego dello scrittore: una figura femminile la cui psiche profondamente turbata rappresenta il rifugio dell’anima tozziana. La pazzia della protagonista nasce però da un sentimento critico dell’autore: è l’annuncio del fallito tentativo di uscire da se medesimo che egli aveva immaginato possibile in Novale, scrivendo in una lettera del 1907: «ho desiderato spesso divenire uno stocco di granoturco».

In Adele, per uscire fuori di sé, Tozzi diventa una donna e lo fa nel modo più insolente, continuando ad attribuire alla protagonista una sensibilità e un’impronta culturale sociologicamente impossibili, come ad esempio il riferimento alla lettura del Paradiso dantesco: «Soltanto le ultime cantiche di Dante potevano esprimere tale paradiso e tale verità eterna. Ne aveva una adorazione così sincera che cominciò ad esserne fanatica».

 

Fonte: https://www.academia.edu/13836924/_Adele_di_Federigo_Tozzi_Storia_di_una_nevrosi

 

‘Gli egoisti’: l’opera postuma di Federigo Tozzi sull’ambiente letterario romano

Lo scrittore toscano Federigo Tozzi è un classico che gode di una paradossale fortuna: sempre più studiato, ma tutt’ora poco letto; ormai da tempo assurto nel canone (soprattutto grazie a Debenedetti e Baldacci), ma in forme particolarmente mosse e dibattute. Il che, certo, dipende anche dal carattere scorciato ed ellittico delle sue narrazioni, i cui vuoti, disorientanti per il lettore ingenuo, hanno variamente sollecitato la critica. Del resto, se classico è quell’autore che «non ha mai finito di dire quel che ha da dire», Tozzi lo è in modo particolare; anche perché, con lui, più se ne sa, e meno si può concludere; più si guardano da vicino i suoi testi, e più si rivelano nuovi spessori.

In tal senso anche un romanzo breve come Gli egoisti – forse minore, e certo dalla critica meno considerato – può costituire un valido terreno di prova: un testo ricco e problematico, sul quale sono stati dati giudizi dai margini d’oscillazione anche molto ampi, ma che, appunto, non smette di interrogarci. Scopo di questo contributo sarà dunque quello di metterne in luce alcune peculiarità stilistiche e narrative, muovendo dal testo e tornando al testo. Senza pretese conclusive, ma cercando di avvalorare gli spunti interpretativi con osservazioni d’insieme e primi piani. Gli egoisti sono un’opera postuma, non licenziata dall’autore e pubblicata per la prima volta nel 1923 (in un unico volume assieme a L’incalco, per le cure di Emma Tozzi e Giuseppe Antonio Borgese), sulla base di un dattiloscritto probabilmente composto tra il 1918 e il 1919, e sostanziosamente rivisto nel gennaio del 1920 (due mesi prima della morte).

Trama e contenuti del romanzo di Tozzi

Gli egoisti, ambientato in una Roma seducente e ingannatrice, ed imperniato sull’ambiente letterario romano, ha per protagonista Dario, un musicista di Pistoia trasferitosi a Roma in cerca di fortuna. Un conflitto interiore tormenta l’animo dell’uomo che spesso viene assalito dalla solitudine: Dario ama Roma e Albertina, ma entrambe sembrano respingerlo. Il rifiuto scatena in lui impulsi contrastanti che lo portano ad allontanare e detestare ciò che in realtà desidera. Vagando per Roma con gli amici nel vano tentativo di dimenticare le proprie delusioni, Dario riuscirà a far emergere i suoi più profondi sentimenti. Un grande libro, Gli egoisti, dove arte e vita si confondono tra spine indistricabili, in poche pagine, purtroppo poco capito e grande nella misura stessa in cui esso si salda con le origini prime della vocazione tozziana: il battesimo dannunziano.

Il carattere non definitivo della versione pubblicata e la discontinuità della sua gestazione sembrano riflettersi nella struttura profonda di questa opera. E questo non tanto perché la natura desultoria e scheggiata del narrare tozziano risulta qui quasi esasperata dalla suddivisione in sedici brevi capitoli così frammentati al loro interno da apparire come unità narrative, se possibile, più labili del solito. Ma piuttosto perché, nella stesura degli Egoisti, paiono essersi alternate intenzionalità, per non dire poetiche, diverse. Da un lato, infatti, con modalità che paiono muoversi nella scia di Con gli occhi chusi, buona parte del romanzo – secondo noi, quella migliore – persegue la rappresentazione (psico)drammatica, necessariamente ondivaga e sussultante, della nevrosi e della visionarietà del protagonista, alter ego di Tozzi. Dall’altro, nel finale soprattutto, sembra emergere un’istanza etico-ideologica che subordina la rappresentazione al messaggio.

Aspetti linguistici

L’ambientazione romana del romanzo, al di là della toponomastica, non comporta nessuna nota linguistica di colore locale; ma forse è responsabile del fatto che la componente toscana è qui meno rilevata che nei precedenti romanzi. Negli Egoisti, infatti, senesismi e toscanismi sono quasi del tutto assenti anche nel dialogato. E, in definitiva, si limitano ad alcuni tratti fonomorfologici (v. bevere, escire, leticare, riescire, smovere, torbo, ma soprattutto il verbo-insegna doventare, 11 occorrenze, sempre preferito a diventare) e a poche forme più accusate: crocchiolante (‘croccante, scricchiolante’), 15 diaccio, p. 458 (‘ghiacciato’), giomella, p. 476 (‘cavità formata dalle mani giunte’), rincincignare, p. 469 (‘spiegazzare’), rincalcagnato, p. 473 (‘ammaccato’), scrinatura, p. 453 (‘scriminatura’), stroppione, p. 459 (‘scardaccione’, nome comune del ‘cirsium arvense’) e trasaltare, p. 465 (‘trasalire’).

Quanto ai consueti effetti di relativizzazione e soggettivizzazione, essi si manifestano in forme ulteriormente insistite; come segnala l’accentuato ricorrere di come (con valore approssimante), forse, parere, sembrare e, soprattutto, di quasi e come se (comparativo ipotetico). I riscontri statistici lo dimostrano,18, ma basterebbe anche una semplice rilettura del primo capitolo per convincersene. È però nella resa degli stati allucinatori e visionari del protagonista che pare di poter cogliere il nucleo più originale degli Egoisti. Qui infatti il frantumato procedere della rappresentazione tozziana non solo ha luogo entro un quadro di estrema de-realizzazione, ma contempla anche nuove forme, ancor più destabilizzanti, d’incrinatura d’una dimensione narrativa tradizionale:

Ad un tratto, gli parve che la sua anima si mettesse a suonare; ma non percepiva distintamente nessuna musica; come se fosse stato profondamente sordo. Cercò d’ascoltare meglio: attese che una nota più bella si chiarisse; per poterla ricordare. Attese con ansia acre, quasi disperata. Ma, quella larva sparì; e non ne restò nessun segno. Pure, era sicuro di averla sentita! Ora, gli pareva d’essere in una piazza; dove non era stato mai; camminava a passi cadenzati, e una specie di fanfara, anche questa inespressa, lo faceva muovere come se danzasse. La piazza era grande e non finiva più; si allargava sempre; benché restasse eguale.
(cap. II, p. 459)

la narrazione degli Egoisti è tutta un susseguirsi di microeventi e un altalenarsi di stati d’animo contrastati, che si presentano come assoluti ed effimeri insieme. Al senso di una interiorità senza saldezza, che senza sosta si sfa e si trasmuta, si somma così quello di una realtà esteriore anch’essa in continua agonia e mutamento: colta, per lo più, nei suoi scollamenti e nel suo deformarsi; percepita come sul punto di cedere, pronta a fendersi e a richiudersi, ma sempre senza possibilità di rivelazioni o incanti durevoli:

Ma si fermò ad ascoltare un pino che si smuoveva; come se fosse stato per aprirsi quanto era largo il cielo. Allora, tremando tutto, non potendo più tenere la voce che non obbediva alla volontà, le gridò:

– Stanotte, scriverò la musica che io sento ora!
E, quando egli si fu calmato, senza che Albertina fosse riuscita a dirgli una
parola, tutta la notte era stellata, e il pino fermo e chiuso.

D’altronde la vita di un artista, di uno scrittore è anche questo. E Tozzi lo sapeva bene.

 

Fonte: https://www.academia.edu/10015153/2013_Gli_egoisti_di_Federigo_Tozzi._Appunti_per_una_rilettura

L’invasione dei brutti nel romanzo del ‘900 – parte seconda

LA BRUTTEZZA IN FEDERIGO TOZZI (“Il Podere”, “Ricordi”, “Con gli occhi chiusi”)

Nei romanzi di Federigo Tozzi, persino i personaggi che si presentano positivi, scoprono quasi subito un particolare sgradevole. Ed ecco che l’avvocato Neretti, a quale ricorre il protagonista del Podere Remigio Selmi: egli è un ex compagno di scuola di Remigio che dovrebbe cercare di risolvere i problemi relativi alla difficile successione nella proprietà del podere che Remigio ha ereditato dal padre. Neretti gli insegna però a manovrare in maniera astuta le cambiali e l’ingenuo Remigio non si rende conto che in quei consigli c’è nel losco. Ma, non appena il protagonista della vicenda esca dalla scena, Tozzi fornisce un ritratto dell’avvocato come se volesse smascherarlo:

“Aveva trentadue anni; piuttosto magro, con un ciuffetto nero e due anelli d’oro alle dita. Quando rifletteva, teneva la bocca chiusa e mandava a ogni momento il fiato giù per il naso, strizzando gli occhi rotondi; come se fossero stati troppo grossi per le loro palpebre”.

Non sentendosi osservanto, l’avvocato sa di non dover più recitare una parte e scopre i suoi connotati sgradevoli; è un ritratto che sfocia in una caricatura priva di intenzioni umoristiche, ma precisa testimonianza del vero, della realtà. I tratti fisici sembrano essere accentuati ancor di più dalla cattiveria e dal sadismo che Tozzi sceglie per caratterizzare quell’uomo.

Tozzi perseguita i suoi personaggi, singolare è l’uguaglianza che egli pone tra la vita e la gente che conosce: i personaggi sono le incarnazioni della vita, inquietanti e moleste; è evidente la crisi razionale e deterministica della persona, crisi che era stata indicata dal filosofo Carlo Michelstaedter in Persuasione e la rettorica, che presenta un apagina sul terrore che i bambini hanno dell’ignoto, quando finiti i giochi restano soli a guardare l’oscurità (“si trovano con la piccola mente a guardare l’oscurità”).

Le figure proposte dallo scrittore toscano non hanno un ordine, eppure il loro mostrarsi e sparire, narra davvero il bisogno stesso di narrare di Tozzi, rievocando e muovendo dei personaggi nel tempo, che fanno aspettare una storia nel tempo. Chiedono una storia, glielo si legge in volto, la storia di quel male inflitto all’autore. E quindi possiamo vedere nei Ricordi, l’uomo “con i piedi deformi e ripiegati in dentro che andava a sedersi, tutto il giorno, sotto le Logge dei Lanzi” e “il compagno di scuola, “un imbecille grasso, con gli occhi porcini e un braccio paralizzato al quale mancava il pollice”. Tozzi non si lascia impietosire nemmeno da una menomazione, anzi pare rincarare la dose nel provare ribrezzo per questo ragazzo che oltre ad essere sfortunato è anche un imbecille.

Non v’è dubbio che Tozzi, nelle sue descrizioni, nei suoi racconti, rasenti momenti surrealistici, si tratta ovviamente si un surrealismo ante-litteram, ma lo scrittore ha anticipato la scrittura automatica oer quel moto di associazione libera con cui si susseguono le mostruose immagini, organizzando persino una logica temporale plausibile. I questo senso Tozzi è un artista, in quanto il suo io interviene della sua totalità.

Naturalmente è presente il dato autobiografico, basti pensare a come Tozzi descrive lui stesso nel romanzo Con gli occhi chiusi con una “camminatura da epilettico”; ossessionato dalla malattia nervosa, Tozzi ricorda sua madre, ammalata di epilessia. Nel suo caso, l’atto volontario che organizza, rispettandone la dispersività e la discontinuità, la materia di Con gli occhi chiusi dall’atto che costruisce il successivo Tre croci, romanzo troppo decantato.

Ritornando al romanzo Con gli occhi chiusi, Tozzi sottolinea anche l’aspetto deformato della padrona della casa di appuntamenti che frequenta Ghisola, la ragazza di cui si innamora il protagonista Pietro:

“Anna lasciò la trina; e arrossendo mise una mano sopra la tavola, alla luce; facendola vedere da ambedue le parti: era piccola e grassoccia, con le unghie corte e gonfie”.

Gianna Manzini: l’intellettuale lirica

La scrittrice toscana Gianna Manzini (Pistoia, 24 marzo 1896 – Roma, 31 agosto 1974), intellettuale raffinata e sensibilissima, è tra le figure più  interessanti nel panorama letterario italiano novecentesco. Autrice di frammenti lirici e sperimentatrice di forme aperte del testo, il suo percorso è caratterizzato da soluzioni originali ed innovative che la pongono al di là delle tendenze letterarie.

L’opera di Gianna Manzini è stata immediatamente apprezzata dalla critica e da grandi intellettuali, in particolare da Giacomo Debenedetti e da Emilio Cecchi, sebbene sia rimasta per troppo tempo confinata all’interno di un pubblico ristretto. Oggi pare che possa finalmente essere riscoperta da una nuova rilettura delle sue opere anche grazie allo straordinario aiuto del suo archivio personale, che dipana nuove prospettive di ricerca  e significati sui suoi testi.

Nata a Pistoia il 24 marzo 1896, da una altolocata famiglia della borghesia locale, i genitori di Gianna dopo diversi anni decidono di separarsi a causa di contrasti tra le idee anarchiche del padre e  quelle  di stampo conservatore della madre. La separazione dei genitori lascia una cicatrice indelebile nell’animo della bambina che con il passare degli anni si acuisce, soprattutto nei riguardi del padre, per il quale nutre del rimorso  per non essergli stata vicino quando, per avere partecipato ad alcune cospirazioni al regime fascista, si ritira in un esilio volontario in un piccolo paese di montagna dove muore nel 1925 in seguito ad una premeditata aggressione fascista.

Nel 1914 si trasferisce con sua madre a Firenze, per completare gli studi, città che farà breccia nel cuore della scrittrice. Si iscrive e frequenta brillantemente i corsi di Letteratura presso l’Università di Firenze, senza sottrarsi al  al vivace dibattito culturale nato tra la fine della Prima guerra mondiale e l’insorgere del Fascismo. Qui conosce Bruno Fallaci, responsabile della terza pagina del quotidiano la Nazione: i due si innamorano e presto convolano a nozze. Il quotidiano nella edizione serale  pubblicherà di li a poco il primo racconto della scrittrice nel quale già è possibile notare  la qualità e le ragioni della sua prosa.

Nel 1928 la Manzini esordisce con  Tempo innamorato, accolto positivamente, come una ventata di novità dalla critica, e anche da scrittori europei, primo fra tutti, Gide. Incomincia a collaborare alla rivista Solaria, e in questo ambiente colto e  sempre attento ai nuovi talenti conosce Prezzolini, De Robertis e il giovane Montale che a proposito del primo libro della Manzini scrive “ha fatto già molto e molto ancora può fare per il romanzo italiano”. Con qiesto romanzo la scrittrice dimostra di avere quel difficile gusto che era connaturato già ad un suo modo scintillante ed intenso di interpretare la realtà: invece di una rappresentazione oggettiva, di una fedele riproduzione ed imitazione di essa, la Manzini ne dà i suoi sottili riflessi, intercettati da una sensibilità inquieta e a tratti perfino morbosa. Non è un caso che l’autrice toscana sia stata definita  da Cecchi “complicata e un pò abbagliante”.

Sul suo gusto, senza dubbio, hanno influito le sollecitazioni della narrativa europea rappresentate soprattutto da Virginia Woolf. Qualche critico si è ricordato anche di Federigo Tozzi; ma tutto quello che in Tozzi era chiuso e odorava  amaramente di terra, nella Manzini si schiarisce, si illumina sotto il segno di un asciutto grafismo stilistico.

La carriera di Gianna Manzini prosegue a gonfie vele: nel 1930 è l’unica donna scelta da Enrico Falqui e da Elio Vittorini per l’antologia Scrittori Nuovi, lascia il marito per trasferirsi a Roma con Falqui, con il quale fonda la rivista Prosa che ospita gli scritti di Virginia Woolf, Thomas Mann, Jean-Paul Sartre e Paul Valéry.
Incomincia per la Manzini a Roma anche una frivola  attività di cronista di moda, prima sul Giornale d’Italia, poi su il settimanale Oggi. Nel 1945 scrive una lettera all’Editore, lettera che segna il punto più alto dei suo lirismo estetico, nel 1953 conosce Pasolini e prepara un nuovo romanzo, La Sparviera che nel 1956 si aggiudica il Premio Viareggio. Il romanzo le cui pagine iniziali sono tra le più belle della letteratura del ‘900, narra della malattia polmonare che la Manzini aveva contratto da bambina e che l’accompagnerà fino alla morte. I fantasmi dell’infanzia sono presenti anche nel suo ultimo romanzo, Ritratto in piedi (1971), con il quale vince il Premio Campiello.

Gianna Manzini frequenta assiduamente il salotto letterario della sua amica pittrice Alis Levi, uno dei salotti letterari più importanti della seconda metà del secolo. In Album di ritratti Mondadori, 1964 la scrittrice dedica all’amica una delle sue pagine migliori.

La personalità della Manzini si è formata in una linea di interiore coerenza espressiva, su una tematica che esplora una zona segreta della nostra anima, in questo senso si può dire che ogni opera della scrittrice toscana sottointenda una sorta di diario intimo che scandaglia la solitudine morale. Fantasia fanciullesca, maturità, sapienti incastri narrativi, folgorazioni impressionistiche consentono al lettore di entrare di sfuggita, quasi come fosse un intruso nel mondo borghese della sua infanzia. Gianna Manzini è “un’artista” intuitiva, non persuasiva; gioca con notazioni di psicologia e biografia, dando vita ad una tecnica sostanzialmente “non narrativa” o meglio una narratività tutta scoperta e spiegata.

Federigo Tozzi: il “disoccultore” della realtà

Federigo Tozzi (Siena, 1 gennaio 1883- Roma, 21 marzo -1920) nasce da una trovatella e Ghigo (soprannome di Federigo), un uomo violento pronto ad esibire il proprio potere sino ad imporre il proprio nome al figlio, quasi a stabilire il proprio dominio su di lui. La madre, donna debole, non riesce a opporsi ai tradimenti del marito e alle violenze contro il figlio.

Federigo Tozzi sin da giovane si opporrà al padre rifiutando di occuparsi della trattoria e dei poderi di famiglia. È indisciplinato e frequenta diverse scuole senza successo. Durante la continua ricerca di sé, nel 1900 si scrive al partito socialista pur dichiarando di essere anarchico. È utile fare un appunto sul concerto di anarchia per Tozzi, poiché egli non crede nel termine come concetto politico, bensì come una condizione dell’uomo cui è arrivato. Egli raggiunge tale concezione in opposizione alla censura del padre, attraverso un evidente complesso edipico non risolto e grazie agli studi letterari. In questo periodo legge Poe e Joyce, nel pieno della sua passione per la psicologia. Intanto una malattia venerea lo costringe all’isolamento che culminerà con una conversione religiosa iniziando a scrivere poesie aforismi e racconti.

Alla morte del padre eredita i poderi e la trattoria che non riesce ad amministrare; da questo materiale trae il romanzo “Il Podere”. La sua scrittura è inizialmente influenzata da D’annunzio e Nietzsche. Il 1913 è l’anno della svolta, poiché si libera dall’influenza dannunziana e fonda la rivista “la Torre” ispirata al cattolicesimo e al sogno del potere assoluto del papa.

Dal 1914 si trasferisce a Roma frequentando Pirandello con cui condivide l’impegno di fondare la narrativa su basi nuove e non più tradizionali. La poetica di Tozzi emerge in particolare dal suo articolo “come leggo io”. Essa è fondata sullo svuotamento della trama tradizionale: apparentemente Tozzi lascia la struttura tradizionale della letteratura (impalcatura) che però è svuotata dall’interno. Trae spunto dal flusso di coscienza di Joyce ma, proprio perché mantiene la struttura tradizionale del romanzo, se ne differenzia.

Il punto di vista narrativo è tutto calato nella dimensione onirica-grottesca e deforme, tanto da paragonare Tozzi a Kafka.

È importante specificare che il cattolicesimo di Tozzi ha come Dio un padre persecutore, identificabile con la figura del padre biografico. La vita resta incomprensibile e va accettata dall’uomo che ha nella propria anima questo Dio. Lo scrittore toscano vede nell’anima sia la manifestazione del sentimento religioso sia la sede dell’inconscio per cui la scrittura psicologica è sempre scrittura religiosa. Dunque se il mondo è per Tozzi un mistero egli lo rappresenta come tale, anche se la materia narrativa è quella dei romanzi veristi. Il podere, infatti, richiama Verga.

L’autore rappresenta un precursore del naturalismo che non si ferma alla spiegazione oggettiva del reale ma ne dà una propria, deformante e grottesca. La sua cultura psicologica non si rifà a Freud ma solo a Joyce, il quale sollecita Tozzi a registrare, ma non a spiegare la psiche. È per questo che lo scrittore  è estraneo alla scrittura ironica e razionale di Svevo, al quale però si avvicina per la sua polemica contro i “frammentisti vociani” e il tentativo di ricostruire i generi da loro abbandonati: la novella e il romanzo. La sua funzione storica è stata appunto quella di rifondare il romanzo e tra gli autori della sua generazione è stato l’unico ad avvicinarsi a Svevo e Pirandello.In Federigo Tozzi la pressione dell’inconscio, superando la censurare, crea angoscia, si potrebbe dire che dall’impossibilità di mostrare certi contenuti e la volontà di farlo, nasce una formazione di compromesso rinvenibile nelle rappresentazioni dei personaggi. Per questo i personaggi tozziani risultano “brutti” e non tanto per la conferma di una diagnosi clinica o di un giudizio morale del narratore, come avveniva per la narrativa naturalistica. In Tozzi i personaggi sono brutti indipendentemente dal giudizio dell’autore su di loro.

La finalità del romanzo di Federigo Tozzi è divenuta quella di “disoccultare un oltre”, mostrando sulle facce dei personaggi l’angoscia dettata dall’inconscio. È  estremamente utile concludere con la celebre citazione debenedettiana su Tozzi. Il critico afferma che <<il naturalismo narra in quanto spiega, Tozzi narra in quanto non può spiegare>>.

Romanzi

Con gli occhi chiusi

“Con gli occhi chiusi” (1919) è la storia di Pietro, figlio di Domenico, un padre dispotico che cerca di imporre al figlio il lavoro nel podere di famiglia. La madre di Pietro è una donna mite, che non riesce a ribellarsi alla durezza del marito. La storia si sviluppa prevalentemente nel podere di Poggio a Meli, dove Pietro si innamora di una giovane contadina di nome Ghìsola. La relazione di Pietro con Ghìsola non è accettata dal padre, che con la sua sola presenza riesce a inibire i due. La relazione tra i due giovani, in realtà non si consuma, poiché Pietro scopre la vera natura di Ghìsola. “Con gli occhi chiusi” è il romanzo che rappresenta maggiormente lo svuotamento dell’impalcatura tradizionale del romanzo, riempita questa volta da contenuti apparentemente dislocati tra loro, che in realtà rappresentano un unico filo conduttore: l’inconscio.

Tre croci

Tre croci (1918)

È la storia dei tre fratelli Gambi: Giulio, che possiede una libreria, Niccolò, che traffica oggetti falsi di antiquariato, Enrico che lavora come rilegatore. I tre fratelli cadono in rovina, dopo aver vissuto un breve periodo di benessere economico, grazie ad un lascito paterno. Il declino economico avviene a causa della falsificazione su tre cambiali della firma del cavaliere Orazio Nicchioli, il quale si era  proposto come garante solo per una cambiale. L’imbroglio viene svelato dalla banca e Giulio dalla vergogna si suicida in libreria. Niccolò morirà dopo poco a causa della gotta, mentre Enrico morirà pazzo in una clinica.

Il Podere

Il Podere (1921)

Remigio Selmi è il figlio del proprietario del podere, che decide di non occuparsi della proprietà di famiglia, a causa dei rapporti conflittuali con il padre, e accetta un lavoro nelle ferrovie. La sua vita cambia in frette a causa della morte del padre, che di fatto consegna il podere di famiglia nelle sue mani. Totalmente incapace di gestire il podere e i rapporti con i contadini, Remigio inevitabilmente porta il podere alla rovina. Berto, un contadino al culmine della sua ira nei confronti di Remigio lo uccide.

È evidente che i tre maggiori romanzi di Federigo Tozzi abbiano come spunto di analisi la biografia dell’autore.