‘Fuochi’, o degli specchi di Marguerite Yourcenar: una felice fusione tra moderno e miti classici

«Spero che questo libro non venga mai letto» è l’incipit di uno dei testi più intensi e famosi di Marguerite Yourcenar, Feux- Fuochi. Un libro che l’autrice francese non avrebbe mai voluto far leggere per i contenuti personali, una vera e proprio ricerca dell’anima umana messa al rogo da un amore non ricambiato, una crisi passionale della trentaduenne Marguerite, innamorata perdutamente del suo editore, André Fraigneau, che, a sua volta è innamorato di altri uomini. Ed è così che l’autrice inizia a comporre collages come in uno stato di trance, e sotto la spinta di una visione interiore attinge al mito, approccio all’assoluto.

Infatti al centro di Fuochi, una raccolta di prose liriche scritte nel 1935, si susseguono una serie di ritratti interiori, come riflesso di una violenta esperienza d’amore da Fedra a Saffo, riproposti alla maniera del grande Racine . E’ un libro indelebile e leggerlo significa attraversare e farsi attraversare dall’amore: “Amare a occhi chiusi significa amare come un cieco. Amare a occhi aperti forse significa amare come un folle: accettare a fondo perduto. Io ti amo come una folle”.

Viene ripresa dunque la storia di Fedra, figlia di Pasifae e Minosse, moglie di Teseo re e fondatore di Atene, che presa da amore travolgente per il figliastro, perde sé e lui. In questa tragedia Fedra rivelava senza ritegno il suo amore al figliastro il quale inorridito si copriva il capo.“Dinanzi alla freddezza d’Ippolito imita il sole quando urta un cristallo: si trasforma in mostro. Non abita più il suo corpo se non come il suo stesso inferno….”

Yourcenar e Fedra, o della disperazione

L’amore incestuoso e non corrisposto, impossibile da realizzare condurrà Fedra inevitabilmente a un dolore atroce che consuma l’anima fino a culminare nella morte. Nella tragedia raciniana il dolore di Fedra diviene fragilità nevrotica, del tutto incapace di emergere dal disordine della regressione. Racine critica Seneca perché troppo severo nel giudicare così empia la colpa di Fedra: “elle n’est pas tout coupable”. Anche la Yourcenar sosterrà che “come ogni vittima, è stato lui il suo boia”. Fedra non ha che da accusare se stessa per aver fabbricato tutto ciò che ama di Ippolito e la stessa odiata Aricia. “È per causa di lui che lei è morta; è per causa di che lui non ha vissuto. Lui non le deve che la morte; lei gli deve i soprassalti di un’inestinguibile agonia”. Nella prefazione della raccolta l’autrice stessa precisa che, da un lato, ha voluto esprimere l’ardore delle sue emozioni, dall’altro, ha avuto l’occhio attento alla realtà contemporanea e attraverso quello specchio deformante ha letto le antiche storie. Così in Saffo viene ripreso e assunto nella contemporaneità il mondo della poetessa, la cui descrizione dei sintomi della passione amorosa ebbe forte influenza per più di un millennio: “Ecco che Amore di nuovo/ mi dà tormento;/ Amore che scioglie le membra,/ Amore dolce e amaro,/ fiera sottile e invincibile…(”Trad. di M. Valgimigli)

Ecco che nell’invenzione letteraria della Yourcenar, Saffo assume le sembianze di un’artista del Circo, “un’acrobata alle prese con le bestie del circo che se la divorano con gli occhi…”. Antico e moderno si fondono quindi, si conservano e ci accompagnano anche nello spazio, come una via in cui si sono dischiuse tutte le operazioni successive. Appunto per questo “se l’umanità è destinata a sopravvivere, la civiltà di domani, come lo fu quella di ieri, sarà evidentemente costruita nel solco tracciato in gran parte dalla Grecia”.

Clitennestra attinge alla tragedia greca Orestea. In Aulide era stato imposto ad Agamennone il tremendo dovere di sacrificare la figlia Ifigenia per placare la collera di Artemide e calmare i venti contrari. Agamennone fa la sua scelta , sacrifica la figlia e permette alla sua spedizione di partire. Nella moglie però fa divampare la fiamma dell’odio che spinge la donna nelle braccia di Egisto e la induce a uccidere il marito. La Clitennestra della Yourcenar si ritrova a dover spiegare le motivazioni del suo atto in un tribunale dei nostri giorni. Una serva e un padrone si sposano. Il padrone deve conquistare il mondo e va in guerra. La serva aspetta il suo ritorno. Il padrone ritorna. La serva uccide il suo padrone. L’uomo ritorna.

Fuochi dunque è traversamento dell’Ade che non esclude la verticalità nella visione creatrice con ineludibile tensione verso il nuovo. L’autrice per compensare un vuoto troppo doloroso e per lenire la ferita dell’abbandono ha dato corpo ai personaggi della leggenda greca elevati ad archetipi eterni con l’obiettivo di una ricomposizione poetica nel Tutto, dunque frammentazione e integrazione si configurano come momenti di ascesa.

Maria Maddalena o della salvezza

Maria Maddalena o delle salvezza è la versione della Yourcenar di Maria di Magdala , una donna che non riesce a concepire al di là della carne e del sangue “Ho dovuto amarti per capire che la peggiore e la più mediocre delle persone umane è degna di ispirare lassù l’eterno sacrificio di Dio…Dio non mi ha salvata né dalla morte, né dai mali, né dal delitto, poiché è grazie ad essi che ci si mette in salvo. Mi ha salvata dalla felicità”.

Come si legge nei Dialoghi con Leucò di Pavese,“[…] Siamo convinti che il mito è un linguaggio, un mezzo espressivo, un vivaio di simboli […] La poesia non è un senso ma uno stato, non un capire ma un essere”. Nei dialoghetti gli uomini vorrebbero le qualità divine; gli dei le umane. Non conta la molteplicità degli dei – è un colloquio tra il divino e l’ umano”. Dunque la funzione del mito è quella di rafforzare la tradizione e di darle maggiore valore e prestigio connettendola alla più alta, migliore e più soprannaturale realtà degli eventi iniziali come dice Bromslaw Malinowski.

In Fuochi i racconti tratti dalla leggenda e dalla storia dunque sono destinati a offrire un sostegno alla giovane donna, innamorata di un uomo che non è attratto dal suo corpo, quel corpo vivo e vero senza più trascendenza. Ed è per questo che l’anima di Marguerite che, solo nell’amore può sussistere, scrutandosi davanti allo specchio, passa dalla condizione di colei che scruta per cercare la propria immagine vera , i suoi confini e la sua storia a scrutare e tracciare storie che trascendono la sua personale e divenire un paradigma conoscitivo imprevedibile e complesso. La Yourcenar rielabora così e tesse monologhi preziosissimi della classicità , confessioni di donne che emergono dall’inconscio e diventano visioni e sono queste donne che attraversandoci con le loro forme personalizzate ci offrono la possibilità di comprendere le nostre pulsioni. Una scrittura che, attraversando il tempo, diviene fuoco dell’assenza e, nel contempo, slancio a dimenticare e a non sperare, anche se dalle sensazioni ancestrali riemergono ricordi mai sopiti che pesano come macigni con la consapevolezza di una sistematica e ineluttabile sconfitta. La poesia recupera la configurazione mitologica rimasta celata nel corso del tempo. Anche nei Dialoghi con Leucò, opera pubblicata dodici anni dopo, in tutt’altro contesto letterario, Pavese ha intrapreso la strada del mondo classico per proiettarvi i conflitti eterni dell’uomo e nel periodo in cui vennero scritti i Dialoghi. Pavese era profondamente innamorato di Bianca Garufi, con cui scrisse a quattro mani il romanzo Fuoco grande.

Alternati alle prose, in Fuochi ci sono riflessioni sulle diverse forme della passione: uno sfogo lirico che aggiunge alla raccolta solo qualche rimando autobiografico: “Cassandra urlava sulle mura, in preda all’orribile travaglio di far nascere l’avvenire”.
Ogni personaggio bruciando nel proprio tormento la propria missione: disperazione, menzogna, destino, scelta, segreto, salvezza, vertigine, crimine, suicidio. Un filo sottile accomuna chi ha sofferto ma ha anche compreso l’essenziale accettando con umiltà il limite e soprattutto l’ombra che ci portiamo dentro..

Fuochi è da leggere e da rileggere, un porto sicuro a cui tornare. Impossibile non farsi coinvolgere dalla narrazione scorrevole e diretta, una narrazione temporalmente ambientata nel passato e nella nostra odierna realtà.

 

Fonti

Marguerite Yourcenar: Fuochi ed. Bompiani, traduzione di Maria Luisa Spaziani
Albin Lesky: Storia della letteratura greca vol. 1 ed. Il Saggiatore
R.M.Rilke: Prima Elegia in Elegie duinesi, a cura e trad. di Franco Rella, Bur Rizzoli, Milano
M.Jacoby: individuation and Narcissum, Routledge,London, New York, 1990

‘I ragazzi terribili’: l’adolescenza vista da Jean Cocteau

“La ricchezza è un’attitudine, così come la povertà. Un povero che diventa ricco farà sfoggio di una povertà lussuriosa. I ragazzi erano così ricchi che nessuna ricchezza avrebbe potuto cambiare la loro vita. La fortuna poteva visitarli mentre dormivano; non se ne sarebbero accorti, al risveglio”. Jean Cocteau scrive I ragazzi terribili  pensando a una autobiografia: le immagini che dissemina nella storia di questi ragazzi terribili sono inequivocabili. Una volta appurato questo, resta però da leggere e intrepretare il libro per conoscere la vita dell’autore, ma non solo.

I ragazzi terribili è un romanzo su tutti noi, sulle emozioni e sulle turbe della nostra mente: scritto nel 1926, si rivela di assoluta attualità, ma forse sarebbe più corretto dire che è un’opera eterna, come i grandi classici greci. Infatti è proprio alle tragedie greche che pare ispirarsi: per prima cosa l’ambientazione del romanzo sono gli spazi chiusi (la stanza, la galleria dell’Etoile) che fanno pensare più a una rappresentazione scenica che a un romanzo.

Cocteau costruisce il romanzo sulla figura di Elisabeth: sorella di Paul e amica di Gerard e poi anche di Agathe:  tra i tre si viene da subito a creare una tensione particolare: Gerard è attratto da Paul (che in realtà è affascinato dal bel Dargelos, quello che lo ha colpito con una palla di neve al petto, attendando alla sua instabile salute), ma poi si innammorerà di Elisabeth, che a sua volta stringerà amicizia con Agathe, la quale si innammorerà di Paul.

L’intreccio de I ragazzi terribili è psicologico più che reale: Gerard è attratto non tanto da Paul, ma da quello che per lui rappresentano i due fratelli: capaci di costruirsi un mondo tutto loro nella stanza e di “giocare al gioco”, cioè momenti in cui “si sentivano distratti, sviati proprio al margine del sogno. In verità, partivano per altri lidi: rotti all’esercizio che  consiste nel proiettarsi fuori di sé, chiamavano distrazione la nuova tappa che li sprofondava in se stessi”. È questa la droga di cui si parla nel romanzo, di cui parla Cocteau: l’adolescenza. Un modo per allontanarsi dall’aria di morte che si respirava in quella casa, vista la presenza della moribonda madre, alla quale Elisabeth faceva da balia (oltre che al malaticcio e  debole fratello).

La ricchezza di cui si parla, quella immeritata, quella che non si sa gestire, è rappresentata dall’eredità che lascia il compagno di Elisabeth, Micheal: una casa all’Etoile, fatta di magnifiche stanze e grandi scalinate, dove, una volta morta la madre, i fratelli (insieme poi a Gerard e Agathe), ricostruiranno il loro teatro, la loro “stanza”. Elisabeth  è costruita sul modello di una Medea, sembra uscita fuori dalla Fedra: il suo rapporto con Paul è perverso, ma si capisce fino a che punto effettivamente lo è, solo alla fine della storia.

Elisabeth capisce che Agathe è innamorata di suo fratello e suo fratello ama Agathe:ma Elisabeth non può permettere a suo fratello di unirsi all’amica. Grazie ad una doppia menzogna fa in modo che Agathe sposi Gérard e che Paul accetti quel matrimonio. L’antico e magico legame tra Elisabeth e Paul è così salvo.

Un salto temporale di tre anni conferisce a I ragazzi terribili un senso universale: Gerad e Agathe sono ormai “mediocremente felici” ed Elisabeth se ne accorge e ne gode. Come gode del fatto che Paul è malato d’amore, depresso per essere stato rifiutato da Agathe (quando in realtà la ragazza non è mai venuta a sapere di questa passione, a causa dell’intercessione di Elisabeth).

Il finale del romanzo è il finale tragico: Elisabeth, il “ragno che tesse le sue tele nell’oscurità”, ha fallito.  Gli interecci sono stati scoperti e rivelati da un dialogo tra Paul (in punto di morte perché ha tentato il suicidio con una “palla di droga” donata da Dargelos) e Agathe. Ora Elisabeth, nella magica scena finale, è rapita dal demone del teatro, possiamo dire: inizia a farneticare, a delirare, a “giocare al gioco”, per far sì che tutto torni come era prima, in una sorta di attacco di follia. Gli sguardi tra Paul morente e Elisabeth che impugna una pistola sono gravidi di classicità: la tensione di quegli sguardi è la magia con cui anche Paul si rende conto del legame inscindibile e senza tempo che lo unisce alla sorella. La morte è l’unico luogo in cui i due fratelli possono condividere il loro mitico legame.  Elisabeth aspetta l’ultimo respiro di Paul, per poi spararsi, distruggendo anche le vetrate della stanza: il sipario non si chiude, ma si alza. Ora lo spettacolo, finito, tenuto nascosto a tutti, può iniziare, può essere svelato.

L’ adolescenza secondo Cocteau? Atrocemente bella e devastante, non solo rose e fiori e spensierata come la maggior parte crede, e lo scrittore francese lo mette in evidenza in modo trasparente e con piglio leggero. Fece scalpore ai tempi dell’autore per la tematica omosessuale eil rapporto incestuoso tra i due fratelli.

Il regista Melville ne fece un film nel 1950 a cui lavorò lo stesso Cocteau.

 

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