Femministe d’assalto, prendete esempio da Maria Maddalena Rossi e dedicatele la festa della donna!

Femministe di lotta e di denuncia, compagne di piazza e di corteo, parlamentari progressiste e radicali, combattenti antifasciste, antisessiste e attrici che considerate gli uomini “pezzi di merda” (senza porvi il problema che le loro madri dovrebbe essere della stessa materia di cui sono composti i loro figli), vi invito a fare una piccola ricerca in occasione dll’8 marzo. Andate a scoprire chi era Maria Maddalena Rossi e dedicate a lei la festa della donna. Per aiutarvi nella ricerca vi dirò che aderì al Partito comunista quand’era ancora clandestino, fu arrestata dalla polizia fascista, mandata al confino, espatriata. Poi fu eletta nell’assemblea Costituente nel gruppo comunista, fece battaglie per la parità dei diritti delle donne; fu parlamentare del PCI, sindaco, Presidente dell’Unione Donne Italiane. Morì novantenne nel ’95. Insomma ha tutti i titoli per essere celebrata da voi.

Perché vi parlo di lei? Perché nel ’52 aprì in un’interrogazione parlamentare un capitolo scabroso e rimosso della Seconda guerra mondiale nelle vulgate storiografiche sulla liberazione: le marocchinate, ovvero le 25mila o forse più donne italiane, soprattutto nel basso Lazio, stuprate, violentate dalle truppe marocchine venute a “liberare” l’Italia con gli alleati. In Ciociaria, in particolare, fu uno scempio, di cui restò traccia molti anni dopo nel film La ciociara di Vittorio De Sica con Sophia Loren, tratto da un romanzo di Alberto Moravia. Donne stuprate, bambini violentati, più di mille uomini uccisi per aver cercato di difendere le loro donne, madri, mogli, sorelle, fidanzate, figlie.

Nel dibattito parlamentare che seguì all’interrogazione della Rossi venne fuori che il numero più attendibile era di 25mila vittime, ma se si considera che il campo d’azione dei magrebini andava dalla Sicilia alla Toscana, il numero di 60mila marocchinate è considerato plausibile. Il pudore nel raccontare queste storie ne ha perfino ridotto la portata: si voleva tutelare col silenzio l’onorabilità di quelle donne, e non sottoporle anche a una gogna umiliante. La responsabilità oltre che dei soldati marocchini, fu dei vertici dell’esercito francese che dettero loro sostanziale impunità e carta bianca, come un tribale bottino di guerra con diritto di preda. Non furono i soli, intendiamoci, in questa barbarie. Ma un fenomeno così vasto e quasi pianificato, su donne inermi che non avevano colpe, genera raccapriccio per la ferocia animalesca, più una scia di aborti coatti, nascite segnate, famiglie distrutte. Una pagina rimasta in larga parte impunita e rimossa.

Vi risparmio le migliaia di storie strazianti e di interi paesi violentati, quando ormai il sud era “liberato”. Per chi voglia approfondire, rimando ai libri sulle marocchinate di Emiliano Ciotti, Stefania Catallo e di una francese d’origine italiana, Eliane Patriarca. Un corposo e documentato dossier uscì alcuni mesi fa sulla rivista ‘Storia in rete’ di Fabio Andriola.

Ma volevo sottolineare che una donna comunista, leader delle donne in lotta, antifascista col fascismo imperante – non come i grotteschi militanti postumi dell’Anpi d’oggi – ebbe il coraggio e l’onestà di denunciare questo obbrobrio, che per ragioni di antirazzismo e antifascismo ora si preferisce mettere a tacere. Le stesse ragioni che portano a non scendere in piazza se una ragazza oggi è stuprata e uccisa da branchi di migranti. Come dimostra lo strazio di Pamela a Macerata, c’è la sordina sul femminicidio se a compierlo sono migranti, per giunta neri. O dimenticare quelle donne violentate, rasate a zero e uccise solo perché ausiliarie della Repubblica sociale o seviziate e uccise nelle foibe solo perché italiane.

Magari scoprirete che persino il Pci sessista di quegli anni aveva più donne rappresentative nei suoi ranghi rispetto al Pd femminista di oggi che non ha neanche mezza donna ai suoi vertici: non una tra i candidati alle primarie, non una tra i suoi premier e i suoi presidenti, non una tra i capi e capetti di questi ultimi anni, non un sindaco di una grande città. Il partito più maschilista d’Italia.

Probabilmente la Rossi dovette vedersela anche allora con le reticenze dei suoi compagni, lo strisciante maschilismo del vecchio Pci e l’omertà storica e ideologica sulle pagine nere dei “liberatori”. Anche perché ne avrebbero richiamato delle altre, per esempio gli eccidi nel Triangolo rosso. Ma noi volevamo indicare per l’8 marzo alle boldrini d’oggi e alle femministe d’assalto o in odore di mimosa, una femminista verace, comunista e antifascista, che non si tirò indietro a raccontare le scomode verità e le pagine nere della Liberazione.

 

Femministe, prendete esempio

Dacia Maraini: da un tempo all’altro della memoria

Il lungo e travagliato percorso che, a partire dal XIX secolo, ha portato alla progressiva emancipazione sociale delle donne, culminato con la” rivoluzione femminista” degli anni Sessanta-Settanta del Novecento, comprende anche il graduale incremento delle presenze femminili nel panorama letterario del secondo Novecento . Quelle femminili sono opere di riflessione teorica o d’impegno sociale (denuncia, ironia, simbolo), quasi sempre soluzioni orientate al taglio autobiografico ,organizzato secondo prospettive lontane dal modello maschile. “Le ideologie sono quasi tutte scomparse. Non ci resta che la prassi. Rimboccarsi le maniche e fare qualcosa per gli altri. Che importa se siano donne o detenuti, o malati di mente, o senza casa, o immigrati? Sono ai margini di un mondo che ci interpella. Da piccola mi mettevo sempre dalla parte di chi subiva un’ ingiustizia”. Chi parla è Dacia Maraini una delle autrici più amate dei nostri giorni già pubblicista impegnata, autrice di poesie, regista di cinema e teatro negli anni Sessanta e dopo il Sessantotto narratrice e poeta di tipo militante.

“In Sicilia, dove ero nata. La fame e la povertà continuavano a perseguitarci. Papà fece perfino il fotografo per poter campare. La famiglia di mia madre, un tempo ricca, con questo nonno straordinario e sognatore – Enrico Alliata – ci rovinò economicamente. Cosa mi aspettavo? Non lo so. I miei si separarono. Fosco tornò a Roma ai suoi studi di orientalistica. Restai con mia madre. Otto anni a Palermo. Alla fine decisi di raggiungere mio padre a Roma, dove viveva in un miserabile appartamento di piazza Bologna”. L’attività di Dacia Maraini è intensa e multiforme; il centro della sua scrittura è sempre la condizione femminile , ma questo tema affrontato con ottiche e tecniche diversissime: dai ricordi autobiografici che riprendono il modello dell’autocoscienza femminista al teatro sperimentale, dai romanzi di ambientazione contemporanea (“Voci”) a quelli del primo Novecento (“Isolina”) a Marianna Ucria che è addirittura ambientato nel Settecento. Quindi si va da un massimo a un minimo di provocazione tecnica, dal frammento che punta alla mimesi della tradizione orale come unica forma letteraria concessa all’espressività femminile nei secoli di donne in guerra al racconto convenzionale, strutturato in modo organico di Marianna Ucria.

La parola nelle poesie di Donne mie del 1974 si appiattisce nel suo valore essenziale, gnomico, è volutamente disadorna, aderente alla fisicità, alla materialità, sceglie quasi un grado zero di espressività; invece la prosa di Marianna Ucria che pure ha per protagonista una sordomuta è ricca di sfumature, perché vuol rendere un doppio punto di vista, quello della società storica che si muove, agisce parla di e per Marianna e quello di Marianna, che riflette in silenzio e comunica con due canali fisici, concreti, la pagina scritta e l’atteggiarsi del corpo.

Per anni Dacia Maraini ha raccolto le parole degli altri. Scrivere allora è stato un bisogno insopprimibile. Poi è diventato amore. Capacità di cogliere gli odori, i colori, i sapori: «la luce della Sicilia, la neve del Giappone […] la foglia del tè, un biscotto al burro, una cipolla, l’odore, il sapore». In Non chiedermi quando, romanzo per Dacia emerge il mondo di una donna libera e forte con tanta voglia di agire e generosa proprio come in “Donne senza paura”: <<Donne mie che siete pigre, angosciate, impaurite, sappiate che se volete diventare persone e non oggetti, dovete fare subito una guerra dolorosa e gioiosa, non contro gli uomini, ma contro voi stesse che vi cavate gli occhi con le dita per non vedere le ingiustizie che vi fanno>>.

Memorie di una ladra del 1973 (Bompiani, Fratelli Fabbri Editori), nasce da un’inchiesta sulle carceri femminili da Trieste a Palermo che portò l’autrice all’incontro con il mondo di Teresa attraverso cui scaturisce un ritratto della società italiana nei primi anni Settanta. «Dunque tu sei soprattutto una scrittrice realista», scrive Alberto Moravia nell’Introduzione sotto forma di lettera a La vacanza di Dacia Maraini. Ma la nuova realtà dell’Italia rapidamente modernizzata non si è riflessa nella letteratura solo in modi realistici. Fin dagli anni Cinquanta, attraverso l’opera di Calvino, si è manifestata una vena narrativa che affronta questioni attuali in chiave favolistica e simbolica, riprendendo i modi del romanzo filosofico settecentesco o ispirandosi alla fantascienza; la tendenza a riferirsi alla realtà attraverso fantasie, simboli, allegorie, è presente nella produzione di Moravia successiva al 1960 e in vari scrittori di quei decenni.

Negli anni Settanta la Maraini si impegna in prima fila per rivendicare i diritti delle donne, diritti troppo spesso negati e violati. Nei suoi racconti la satira ispirata al femminismo si serve di deformazioni grottesche che rompono i limiti della rappresentazione realistica come nel racconto apparso nella raccolta Mio marito del 1968 ispirata ai temi della riflessione femminista. Il racconto infatti è un apologo satirico sul mammismo; l’atteggiamento protettivo della madre crea un rapporto viscerale di dipendenza reciproca e mantiene l’uomo in una condizione comicamente infantile. Le donne che racconta nei versi di Donne mie (1974), si potrebbe dire, sono le madri dei “ragazzi di vita” di Pasolini, donne ai margini , donne in guerra , donna schierata da sempre in difesa dei diritti delle donne nella società e nel mondo della cultura, portavoce delle problematiche femministe negli anni più duri della contestazione. Estremamente esemplificative sono le pagine finali di Donna in guerra: «Ora sono sola e ho tutto da ricominciare”. Dacia Maraini è una voce consapevole che attinge in dimensioni spesso confessati del suo vissuto per prorompere dalle sue parole con energia e spesso con ricaduta civile mai monolitica e immobile espressione di se stessa.

I dettagli quotidiani e la memoria costituiscono il fulcro della sua produzione letteraria. Ricordare è un’arte, è restituire vita. “La coscienza, in Agostino come in Bergson, è la memoria. La memoria personale si mette in collegamento con la memoria collettiva. Entrambe devono incrociarsi attraverso la lettura”. La descrizione riveste un ruolo centrale all’interno della macchina narrativa della Maraini. La sua è un’attenzione di antica data nella convinzione che anche l’oggetto più umile può essere letto come un libro, e che il descrivere con esattezza può servire a capire qualcosa in più non solo del mondo, ma anche di se stessi. La sua è una scrittura acuta, precisa, e al tempo stessa fluida, ininterrotta, avvolgente. Efficace interprete dei costumi e del tempo , riesce però sempre ad affrancarsi dal mero descrittivismo, trovando la parola fluida che fa da ponte fra il piano del reale e l’orizzonte mentale
Dacia fa rivivere con il ricordo il padre Fosco bellissimo fotografo e straordinario viaggiatore, e Topazia madre aristocratica ma povera.

Ne Il treno dell’ultima notte, romanzo a carattere storico, l’autrice racconta l’olocausto e la guerra visti dagli occhi di uno straordinario personaggio femminile ,aspirante giornalista alla ricerca di Emanuele, l’amico di infanzia disperso ad Auschwitz. Al termine della guerra, la Maraini rientra in Italia con i familiari per stabilirsi dapprima a Bagheria, in Sicilia, presso i nonni materni. Successivamente vive a Roma, dove dall’inizio degli anni Sessanta comincia a dedicarsi alla narrativa e incontra Alberto Moravia, romanziere già affermato che sarà il suo compagno fino al 1983. Sempre negli anni Sessanta la Maraini sviluppa un forte interesse anche per la drammaturgia che la porterà nel 1973 a fondare il Teatro della Maddalena, tutto al femminile, e a comporre più di trenta opere teatrali, tra cui una celebre Maria Stuarda.
«Ieri come oggi, avere coraggio, dice Dacia Maraini, significa per una donna pensare e scegliere con la propria testa, anche attraverso un silenzio nutrito di idee>> in occasione della presentazione del suo libro Chiara d’Assisi. Elogio della disobbedienza.

«Il ricordo è una pianticella da coltivare, crea il cittadino consapevole e non passivo come vuole il mercato. È una resistenza culturale”. (D. Maraini)

 

Fonti: http://www.daciamaraini.com/bibliografia.shtml

 

Suffragette, una critica al femminismo attuale

Il film Suffragette è proiettato da pochi giorni nelle sale italiane e sembra già dividere sia il pubblico che la critica. Il film diretto dalla regista britannica Sarah Gavron (Brick Lane, 2007), racconta la storia di alcune donne che, nell’Inghilterra di Giorgio V, tra 1912 e il 1918 lottarono per ottenere il diritto al voto. Suffragette è ispirato a fatti e personaggi realmente esistiti o parzialmente ricostruiti, la Gavron elude ogni intento prettamente celebrativo e privilegia la chiave narrativa. È senza dubbio indicativo che proprio la protagonista Maud Watts (Mulligan) sia un personaggio inventato.

Un cast d’eccezione

Il cast annovera tre nomi di tutto rispetto nel mainstream: dalla giovane e promettente Carey Mulligan, a Helena Bonham Carter per non parlare del cameo di Meryl Streep che interpreta Emmeline Pankhurst. Quest’ultima è stata la fondatrice del Women’s Social and Political Union, un movimento il cui slogan era «Deeds not Words», citazione più volte recuperata all’interno del film. Tra il 1908 e il 1914 la Pankhurst finì in carcere ben 13 volte, sempre per motivi legati alle sue lotte per l’emancipazione femminile. L’altra donna davvero esistita e che compare in Suffragette è Emily Davidson. Le immagini del suo funerale compongono la scena finale del film e sono le riprese originali del 1913. Suffragette è un film che alterna il taglio documentaristico con quello verosimile. Tuttavia la finzione non danneggia il film, poiché l’intenzione della regista non sembra essere quella di riportare fedelmente e in modo esclusivo il dato storico.

La pellicola ha il merito di offrire al grande pubblico un’immagine delle suffragette meno superficiale e prevedibile. In primis illustra quanto la lotta per l’emancipazione femminile abbia coinvolto donne di ogni estrazione sociale. In secondo luogo contribuisce a delegittimare lo stereotipo culturale che per molto tempo ha ridicolizzato le suffragette, facendone esclusivamente delle borghesucce annoiate che quasi per capriccio o noia di tanto in tanto scendevano in piazza. La Gavron ci racconta una storia che ci mostra l’altra faccia della Storia e forse quella meno celebrata sui libri, che ha per protagoniste le operaie, le mogli e le attiviste. Suffragette non è solo narrazione sulla conquista di un diritto, la Gavron lascia quasi a margine questo aspetto capitale e lavora sulle psicologie sfaccettate delle protagoniste. Ci mostra la lotta delle suffragette come somma di più voci tra loro eterogenee, come quel movimento così spesso banalizzato nel cinema e nella letteratura sia stato molto più complesso e organizzato.

Suffragette: una velata critica al femminismo attuale

L’ambientazione storica fa sì da scenario ma non dovrebbe ingannarci, è un semplice pretesto. Infatti la regista, pur partendo dal lontano 1912, problematizza più sul presente che sul passato. Con Suffragette facciamo un passo indietro, in qualche modo torniamo in quel preciso momento storico, perché – sembra suggerire la Gavron – è da lì che bisognerebbe ripartire e riappropriarsi delle testimonianze di quelle donne che hanno contestato la Storia. A volte si ha l’impressione che in Suffragette serpeggi una velata critica ai tanti femminismi non più all’altezza di quel coraggio radicale che ha richiesto delle posizioni senza compromessi.

È paradigmatico che le storie e i volti dei personaggi realmente esistiti facciano da contorno a quella della protagonista, personaggio di pura invenzione. La regista opta per la sobrietà sia nel montaggio che nella sceneggiatura e nelle riprese. Fa conoscere al pubblico la nutrizione forzata, le violenze, l’assenza di diritto delle donne che non si limitava al voto ma anche all’assenza di ogni diritto sui propri figli. Ci racconta che le suffragette non furono solo agitatrici di piazze ma operarono nella clandestinità e al limite della legalità. Eppure poco viene concesso alle parole, al comizio brevissimo della Pankhurst, talmente ridotto all’osso da risultare debole. La regista non rincara la dose dove potrebbe o dove ci si aspetterebbe. Il nodo è qui, la Gavron volutamente tradisce le aspettative, ovvero evita quello che chiunque si aspetterebbe da un film girato da una donna sul movimento femminista. La Gavron si muove in questi mondi meschini con passo leggero, discreto, quasi trattiene il respiro, anche quando ci mostra uno stupro. Poche parole ma molto ci viene raccontato dalle immagini, lo spettatore non è aggredito visivamente ma alcune corde non restano indifferenti.

Il cammino di Maud è una metafora, declinato dalla Gavron in più momenti del film, le profondità di campo conferiscono a Maud un incedere quasi epico per le strade dei sobborghi, per la città, nei reparti della fabbrica. Poco ci viene mostrato delle lotte di piazza ma molto del quotidiano delle protagoniste. Il film narra quel tipo di disobbedienza che ha inizio tra le mura domestiche, nella fabbrica e nel carcere. È proprio in questi momenti che la Gavron sfrutta a pieno le potenzialità del controcampo, delle inquadrature dal basso e in angolo, del pedinamento neorealista alla Cesare Zavattini. La discrezione della macchina da presa rende a pieno il tentativo da parte della regista di strappare le epifanie nella vita quotidiana.

Certo in Suffragette non accade molto, non ci sono effetti speciali o grandi dialoghi in grado di infiammare i cuori, eppure i volti e i primi piani hanno una carica eloquente che da tempo non appariva sugli schermi. Il volto come paesaggio evoca un retromondo sottile, impenetrabile, segreto e sembra che la Gavron abbia voluto omaggiare a tratti Renoir, a volte la Giovanna d’arco di Dreyer, gli occhi di Nana o i paesaggi di Seurat.

Suffragette è la Storia di tutti quei volti che riacquistano la propria voce.

 

 

Natalia Ginzburg, “l’antifemminista”

(Palermo, 14 luglio 1916 – Roma, 7 ottobre 1991)

Natalia Ginzburg nasce a Palermo, il 14 Luglio del 1916 da una famiglia ebrea. Dopo aver trascorso il periodo della sua giovinezza a Torino, a soli 17 anni pubblica i suoi primi lavori sulla rivista fiorentina Solaria, uscendo così dallo quello stato di emarginazione in cui era vissuta per tutta la sua infanzia. Nel 1938 sposa Leone Ginzburg, professore di letteratura russa ed esponente dell’antifascismo clandestino. Vissuta con lui ed i figli in Abruzzo, al confino di polizia per antifascismo. Dopo aver tradotto Proust, nel 1942 pubblica il suo primo romanzo La strada che va in città, servendosi di uno pseudonimo per questioni di carattere razziale, rinunciando così alla sua identità. Da sempre vicina ai temi dell’antifascismo, sarà segnata profondamente dalla morte del marito avvenuta nel ’43, dopo atroci torture, a Regina Coeli,  a Roma, dove si era trasferita poco dopo la caduta del fascismo. Negli anni del dopoguerra, il suo lavoro come redattrice della casa editrice Einaudi a Torino, di cui era stata fondatrice, risulterà fondamentale per la sua formazione di donna, perché la Ginzburg era una donna dalla personalità controversa ma sempre attenta ai cambiamenti vissuti sulla propria pelle e a quelli di cui si faceva interprete la stessa società in cui si trovava immersa. Un donna sicuramente non convenzionale, senza abbellimenti, moglie e madre ma, prima di ogni altra cosa, sempre in prima linea in fatto di lotte e diritti, lei che desiderava “scrivere come un uomo”.

Frutto di riflessioni più mature, sarà, pochi anni dopo la morte del marito, il suo romanzo breve E’stato così;  anche se il suo lavoro più ambizioso resta Tutti i nostri ieri, scritto durante il suo matrimonio con Gabriele Baldini, quando si trasferisce nuovamente a Roma. Questo è anche uno dei suoi periodi più produttivi. La Ginzburg infatti è stata una scrittrice in grado di tenere il passo, capace di immedesimarsi nella vita di tutti i giorni, attraverso una minuziosa analisi psicologica collettiva, pur senza sentirsi affatto una psicologa. Una donna con una sua tristezza, legata agli ovvi motivi che noi tutti conosciamo ed una donna, senza dubbio, forte anche se, a volte, imperscrutabile. Ma cos’era, in fondo, per lei, il femminismo? Essere donna significava denunciare la drammaticità del ruolo femminile svincolandosi, però, da ogni differenza di genere. Posizione che per molti appariva forse anomala. Voleva scrivere e basta, senza essere né donna né uomo, stringere un patto esclusivo con la scrittura.

Una scrittura, quella della Ginzburg, che è una voce libera e fuori campo, con uno stile, invece, lineare e comprensibile che spiega e racconta l’impossibilità di salvarsi dai tormenti che affliggono l’uomo, costantemente inseguito dai fantasmi del passato e dal pensiero ossessivo della morte. Con lei potremmo dire che l’elegia si trasforma in tragedia e non lascia più spazio alle pause e alle tregue, un continuum del lamento che sempre accompagna i suoi personaggi e le vicende in cui sono implicati. Su questo sentimento corrosivo e malinconico nasce anche Lessico familiare, nel 1963, con cui vince il Premio Strega. Pensato come un “album di famiglia” in cui viene convogliato ognuno di questi suoi lamenti, qui Leone Ginzburg viene celebrato attraverso un suo ritratto appeso nell’ufficio di Giulio Einaudi e Natalia mostra il suo esplicito rifiuto verso le forme sterili dell’autobiografia ed i memoriali, dato che spesso se ne abusava. Nei suoi ultimi anni si dedica al teatro, ricordiamo infatti Ti ho sposato per allegria, collabora con il Corriere della Sera e si occupa definitivamente di politica, tant’è vero che viene eletta alla Camera dei Deputati, con il Partito Comunista Italiano, prima nel 1983 e poi nel 1987. Risale al 1984 la sua ultima opera La città e la casa. Una coerente scelta di vita la sua, fino alla fine. Muore a Roma il 7 Ottobre del 1991, da attivista,  lasciandoci il ricordo incommensurabile di una delle più grandi scrittrici del Novecento.

Le poche sterili parole della nostra epoca vengono strappate dolorosamente al silenzio. Abbiamo cominciato a tacere da ragazzi, a tavola, di fronte ai nostri genitori. Noi stavamo zitti per protesta e per sdegno. Eravamo ricchi del nostro silenzio. Adesso ne siamo vergognosi e disperati e ne conosciamo tutta la miseria, ma il silenzio può essere universale e profondo. Il silenzio può raggiungere una forma di infelicità chiusa, mostruosa, avvizzire i giorni della giovinezza, fare amaro il pane. Può portare alla morte. Perché il silenzio è un peccato, un peccato comune a tanti nostri simili nella nostra epoca, è il frutto amaro della nostra epoca malsana. (N. Ginzburg)

‘Una Stanza tutta per Sé’: il “femminismo” di Virginia Woolf

Una Stanza tutta per Sé (1929) di Virginia Woolf è uno tra i suoi preziosi capolavori che si ama ricordare. Il nome di Virginia Woolf non necessita di ampie presentazioni o preamboli. Senza dubbio è una tra le autrici più prolifiche del Novecento e la critica continua a interrogare i suoi lavori. Questi ultimi di stagione in stagione si arricchiscono di sfumature e rivelano i risvolti inediti di un genio e di una intellettuale come poche se ne insigniscono i secoli.

Possiamo partire da qui, da questo testo che è ancora in grado di significare e far pensare sull’odierno stato di cose. Oggi che i gender e cultural studies stanno affermandosi anche in Italia, dimostrano quanto il dibattito in merito qui sia ancora problematico, incerto e muova i primi passi. E allora non si può non partire da Una Stanza tutta per Sé, pietra angolare nell’ondata del ’68, di quel femminismo firmato Carla Lonzi ma che oggi sembra essersi interrotto o che comunque ha preso pieghe stucchevoli. Senza esitazione, senza quel ‘politically correct’ che domina la nostra cultura che opta sempre per il vile pudore del ‘compromesso’ storico e intellettuale, Una stanza tutta per sé è un testo femminista, per le donne e sulle donne. Qualcosa è cambiato per le giovani intellettuali di oggi rispetto ai tempi di cui queste pagine sono figlie? L’eredità è stata coltivata? Scrivere su questo testo non elude da una questione di genere e dal porsi qualche interrogativo.

Nell’introduzione del libello di Virginia Woolf di si legge: “L’unica vita eccitante è quella immaginaria. Appena metto in moto le rotelle nella mia testa non ho più molto bisogno di soldi o di vestiti, e neppure di una credenza, un letto a Rodmell o un divano”. Con questo stato d’animo Virginia Woolf si accingeva ad affrontare la questione femminile, per realizzare sotto forma di saggio-narrazione l’opera Una Stanza tutta per Sé. La Storia per la Woolf deve essere letta attraverso i suoi ‘vuoti’ oltre che attraverso i suoi ‘pieni’. Ed è per questo che decide di raccontare la storia dell’assenza, abitata dai fantasmi delle donne nella Storia. Nel gennaio del 1928 infatti le viene chiesto di tenere due conferenze ai collegi femminili di Girton e Newnham, sul rapporto tra le donne e il romanzo.

La lunga fatica per la conferenza lascia nell’autrice l’amara constatazione che le giovani donne fossero affamate tanto quanto coraggiose, intelligenti, avide ma povere, destinate a divenire nelle migliori delle ipotesi delle diligenti maestre. L’impressione della Woolf è che il mondo stesse cambiando e la ragione si stesse facendo strada, ma sempre nella medesima direzione, in nome di quegli Universali che tuttavia escludevano ancora una volta proprio le donne. Nuovamente deprivate di una conoscenza più corposa della vita, in Una Stanza tutta per Sé si legge: “Come contiamo poco e come tutte queste moltitudini annaspano per restare a galla”. Virginia Woolf osserva da spettatrice il movimento delle donne per la conquista del diritto di voto (si ricordi il Congresso della Lega cooperativa delle donne1913), pur consapevole della sua posizione privilegiata che le consente di dedicarsi alla letteratura e allo studio. Uno dei filoni tematici che accompagnano la Woolf nella sua produzione è il tema donne-corpo-linguaggio e donne-condizione sociale-letteratura. In Una Stanza tutta per Sé l’autrice sottolinea i passaggi dell’esclusione delle donne dalla Storia, nel senso degli avvenimenti e nelle azioni politiche e storiche sia rispetto alla letteratura. La stessa Woolf è vittima di questa esclusione, infatti non frequenterà l’università proprio in quanto donna.

La costruzione particolare del testo, strutturato come un saggio-narrazione, risponde ad un’esigenza precisa dell’autrice. Per dare parola alle donne Virginia Woolf ricerca altri linguaggi e altri toni, in quanto i modelli della cultura ufficiale non tengono conto delle donne. È per questo, infatti, che il linguaggio e lo stile che la Woolf adotta per le descrizioni dei personaggi femminili, si basano molto sull’utilizzo di immagini, come un pittore che dispone di una tavolozza.

Tuttavia in Una Stanza tutta per Sé si ha la sensazione che molte questioni restino amaramente irrisolte. L’unica certezza che la Woolf sembra poter offrire alle sue ascoltatrici di ieri e alle lettrici di oggi, è la convinzione che se una donna vuole scrivere romanzi (e non solo aggiungo) è necessario che possegga del denaro ed una stanza tutta per sé.

Tra le numerose immagini che la Woolf ritrae tra le pagine del romanzo, mi sento di menzionare quella  della mensa, raffinato  parallelismo che evoca quella del simposio del dialogo platonico. Ulteriore dettaglio degno di nota riguarda il momento in cui Virginia Woolf cerca libri sulle donne. Trova moltissimi testi, tutti scritti da uomini, ‘senza alcuna riconoscibile qualifica eccetto il fatto di non essere donne’. Si ritrova in difficoltà rispetto al ragazzo che le siede affianco in quanto, non avendo potuto frequentare l’università, manca di metodo nel condurre una ricerca di tipo scientifico. I titoli dei libri che trova sono Più deboli in senso morale di donne, Ridotte dimensioni celebrali delle donne, Inconscio più profondo delle donne, Amore per i bambini nelle donne. Trova in questi scritti rabbia e collera che si manifestano sotto forma di satira e biasimo. Ergo, da qui deriva per un patriarca l’enorme importanza di sentire che moltissime persone, addirittura metà della razza umana, sono per natura inferiori a lui.

L’assenza delle donne nella Storia e nella letteratura è sintomatico. Tuttavia secondo la Woolf  “L’odio nei confronti degli uomini rende la produzione letteraria delle donne peggiore, in quanto risulta ostacolata e condizionata dalla rabbia repressa. È proprio per questo che è necessario ricercare l’autonomia, per liberarsi dalla sensazione di dipendenza e dalle possibilità di provare risentimento”.

Occorre secondo l’autrice prendere l’abitudine alla libertà e al coraggio; guardare gli esseri umani non sempre in rapporto l’uno all’altro ma in rapporto alla realtà; perché nessun essere umano deve precluderci la visuale:

“Se guarderemo in faccia il fatto – perché è un fatto – che non c’è neanche un braccio al quale dobbiamo appoggiarci ma che dobbiamo camminare da sole e dobbiamo entrare in rapporto con il mondo della realtà e non soltanto con il mondo degli uomini e delle donne, allora si presenterà l’opportunità”.

‘I Diari’ di Sylvia Plath, poetessa confessionale e militante

«Forse non sarò mai felice… ma stasera sono contenta. Mi basta la casa vuota, un caldo, vago senso di stanchezza fisica per aver lavorato tutto il giorno al sole a piantare fragole rampicanti, un bicchiere di latte freddo zuccherato, una ciotola di mirtilli affogati nella panna […] in momenti come questi sarei una stupida a chiedere di più». Il modo migliore per conoscere un autore, oltre che attraverso le sue opere, probabilmente è anche mediante le proprie lettere e diari. Ebbene, i Diari di Sylvia Plath ne sono un formidabile esempio.

Sylvia Plath (1932-1963) è stata una poetessa e scrittrice statunitense. È conosciuta soprattutto per le sue poesie che appartengono al genere definito confessionale, ma ha anche scritto il romanzo La campana di vetro, fortemente autobiografico e lacerante.

A distanza di molti anni ormai, sembra che l’oblio abbia circondato le opere e il nome di Sylvia Plath. Nonostante, o purtroppo, durante l’ondata femminista tra gli anni ’60 e ’70, la poetessa bostoniana sia stata un riferimento intellettuale per numerose donne militanti, colte o radical come le definiremmo oggi. Si potrebbe ipotizzare che la produzione letteraria di Sylvia Plath paghi lo scotto riservato a quegli autori per i quali, nonostante il talento indiscusso, l’essere diventati simbolo per una generazione o di un particolare momento socio-culturale, ne abbia compromesso a lungo termine il valore letterario. Proprio per questo la poetessa è ancora un territorio inesplorato se la si ascolta con attenzione, con occhi nuovi, senza i fumi narcotici di una pagina storica.

La raccolta dei Diari di Sylvia Plath presenta al centro della copertina una magnifica foto della poetessa con la testa china mentre scrive a macchina, all’interno del volume vi sono anche altre foto che raccontano di una donna il cui destino (si suicidò a soli 31 anni) non collima con quelle immagini. A questo punto  è lecito chiedersi chi sia stata Sylvia Plath, premesso che parti del diario siano state distrutte dall’ex-marito, il poeta inglese Ted Hughes.

Ai tratti fisici delicati si contrappone una scrittura forte, capace di suscitare subito reazioni nel lettore. La Plath non adopera orpelli retorici ma una scrittura diretta, un bisturi che allo stesso tempo pesta la pagina e quest’ultima sembra riempirsi subito del suo Io più irruento fino a perdersi nelle sue stesse parole.

Le poesie di Sylvia Plath non sono da meno, basti pensare alla profonda e celebre poesia Lady Lazarus: parole forti e crude. Il continuo parlare di morte della Plath potrebbe ingannare il lettore superficiale; altro non è che un disperato bisogno di vivere. Tuttavia ritengo che la lettura in lingua originale consenta una maggiore resa introspettiva e di apprezzare la pienezza di ogni singola parola. Ogni parola, ogni verso pesano sul cuore come un macigno, lacerano la pagina e catturano il lettore in un abbraccio che è tormento, estasi e annichilimento.

L’emotività e allo stesso tempo la personalità complessa della scrittrice americana, emergono pagina dopo pagina. Ma ciò che mi ha conquistata e appassionata è poter constare come chiunque possa cogliere diverse sfaccettature dell’animo della poetessa, a seconda della propria sensibilità. Così è inevitabile lasciarsi conquistare da parole dense di emozioni, dal conflitto interiore che l’ha attraversata, anche in modo drammatico, nel corso della propria vita. Anche a chi il nome di Sylvia Plath non dice nulla, i Diari costituiscono un buon inizio per avviare una conoscenza emotiva, ancor prima che letteraria e che, proprio per questo, può tradursi in un personalissimo viaggio interiore.

Sarebbe difficile rintracciare note negative in una storia dove un’artista mette a nudo il proprio essere, attraverso la propria voce, senza la mediazione degli “addetti ai lavori” (ovvero critici e quant’altro), è un’esperienza talmente diretta e autentica che non può lasciare indifferenti.

‘Padre Padrone Padreterno’, il saggio sulle culture di Joyce Lussu

Padre Padrone Padreterno di Joyce Lussu si palesa come tentativo di avviare una riflessione critica sulla possibilità di «spiegare e comprendere, integrare e giustificare, senza conquistare e colonizzare, ma fiorendo in un destino babelico e non monoteista, non biblico, non universale, non imperialista, a favore del colloquio tra i mondi, stando insieme alla pari nelle differenze delle culture». Il dibattito odierno intorno alla “Cultura di Genere” rappresenta un tentativo per vivificare i mondi e per incentivare le intelligenze. Cogliere il “vissuto”, implica il non avvalersi esclusivamente delle discipline istituzionali, andare ben oltre le storie letterarie o gli studi critici. Oggi più che in passato, occorre vivificare il sapere per tradurre quei valori che rispettino le pluralità e che non si riducano al semplice confronto. A tal fine Padre Padrone Padreterno è uno strumento privilegiato e ancora attuale per il metodo in fieri che propone. Una prassi aperta ad ogni tipologia di dialogo, interdisciplinare, mossa da un interesse grande e plurimo, che superi l’approccio accademico, a favore della diversità. Il dibattito sui “Gender Studies” dimostra quanto sia necessario che la ricerca sia adeguata all’epoca in cui viviamo e che abbandoni ogni forma di pregiudizio etnico e sessuale.

Nonostante nomi illustri si siano occupati della questione di genere, ho preferito scegliere una voce dimenticata (o volutamente ignorata dagli imbonitori del sapere), e che al contrario io reputo una delle pensatrici più autorevoli e fuori dal coro. Joyce Lussu è ritenuta una donna di confine che ha adoperato un metodo d’azione. Infatti, il suo partire dal basso, le ha consentito di svolgere uno studio pioneristico sul “pensiero della differenza”. Quest’ultimo è pieno di risonanze ancora attuali, scevro da cerebralismo ma aperto all’incontro, tanto da risultare distante dal populismo arcaico. La pensatrice al concetto di genere, che sembra andarle stretto, predilige lo sconfinamento dei paradigmi. Vi si scorge una permanente tendenza a non farsi escludere perché donna, senza però l’aspirazione a mascolinizzarsi. L’agire come donna, il sentirsi sempre più donna è l’apprezzamento autentico e onesto della diversità e della complementarietà:

«Essere donna l’ho sempre considerato un fatto positivo, una sfida gioiosa e aggressiva. Qualcuno dice che le donne sono inferiori agli uomini, che non possono fare questo e quello? Vi faccio vedere io! Che cosa c’è da invidiare agli uomini? Tutto quello che fanno, lo posso fare anche io. E in più, so fare anche un figlio».

La tesi che la Lussu sviluppa nel suo scritto, è che in una società dove la disoccupazione e la sottoccupazione obbligano gli individui a difendere il proprio posto di lavoro per disperata necessità, emerge sempre la diseguaglianza; al contrario, in un sistema capitalistico arretrato, l’economia si reggeva sui risparmi domestici, mansioni assistenziali gratuite e creava le strutture culturali adeguate a giustificare questo stato di cose, dalla morale piccolo borghese alla religione. All’interno di tale sistema, donne ma anche uomini sono schiacciati dalla Restaurazione Capitalistica, e a maggiore ragione è necessario legare una volta per tutte la teoria alla prassi, al di fuori delle tavole rotonde istituzionali (espressione di forme stantie e ipocrite di indottrinamento), per procedere fuori dal gioco e per acquisire un linguaggio inedito.

Quel che secondo la lungimiranza dell’autrice mancava allora, e aggiungo anche oggi, è la consapevolezza rigorosa dei fenomeni che condizionano l’esistenza attuale. Manca, dunque, una conoscenza delle cause e ci si affretta a trovare soluzioni per falsi teoremi e per mere fallacie logiche. Pertanto occorrerebbe, secondo l’autrice, operare una ricerca storica per una riflessione critica. In momenti come quello odierno si recuperano o si inventano miti per preservare il potere delle classi dominanti. Ed ecco “gli anatemi sessuofobici, fallocratici, misogini”. È proprio nell’ambito di quella che Pareto definisce “eterogeneità sociale”, che la donna resta un ottimo capro espiatorio. Infatti questa strategia è una componente costante del potere di una minoranza sfruttatrice, per deviare l’attenzione delle masse dai responsabili delle sue sciagure e indirizzarla su falsi scopi. Ad esempio, per trasformare i contadini della metropoli in proletariato industriale è bastato sradicare le tradizioni, la cultura autoctona, per fornire manodopera a buon mercato.

Per comprendere a pieno anche il presente occorre fare un bel passo indietro, là dove il sistema capitalistico affonda le proprie radici. In Italia la politica di massa della Chiesa si sviluppa dopo il Concilio di Trento. Il potere teocratico con l’affermarsi della scienza che indaga sulle leggi della materia e dell’energia, si trova di fronte un nemico più pericoloso delle eresie. L’eresia infatti, rimaneva sempre all’interno del sistema teocratico, accettava i principi della trascendenza e della rivelazione, e cercava tutt’al più di tirare dalla parte dei poveri un dio inventato per i ricchi. La scienza invece è antitetica ai principi stessi della teocrazia, ne corrode i fondamenti; tanto più che si sviluppa all’interno della classe dominante, dividendola in due tronconi antagonistici e rischiando di indebolire il potere. Ciò assicura una riserva di forze conservatrici negli strati sociali emergenti e tenuti a bada con la repressione per ottenere il consenso. L’azione persuasiva consente l’integrazione nella cultura del potere e si consolida recuperando antichi culti animistici che, potenziando forme più primitive di superstizione, hanno dato luogo alla Democrazia Cristiana. Privilegiare una minoranza del popolo oppresso, assicura il consenso per poter meglio opprimere la maggioranza. Si assicurano alcuni benefici per impedire qualsiasi mutamento essenziale del loro status. Tale processo si cristallizza mediante una sedimentazione interiorizzata di quei modi di agire, di pensare e di sentire che appaiono come naturali e ovvi e non come rappresentazioni sociali. Passiamo ora in rassegna il famigerato ’68. Dunque, secondo l’autrice esso è servito a sgombrare il terreno da sclerosi sovrastrutturali mantenendo ben salde quelle strutturali, le cui radici a mio avviso sono ancora oggi profonde e robuste. Il gap a cosa può essere attribuito? Ancora una volta è mancata una collocazione storica, la quale doveva fungere da bussola e da criterio di omogeneità.

Quel che però emerge dall’analisi dell’autrice è che il ’68 ha privilegiato le componenti sociologiche, psicologiche, esistenziali e culturali in senso tradizionale e umanistico. Come se i problemi dell’umanità non fossero quelli della sopravvivenza. È mancata la concretezza delle problematiche inerenti le coltivazioni di cereali, o una industrializzazione che non renda invisibile il pianeta, la creazione di energia o una regolamentazione delle acque, il rapporto industria-agricoltura, città-campagna, essere umano-ambiente, il superamento della frattura antidemocratica tra lavoro manuale e intellettuale. Il disappunto dell’autrice non risparmia neanche i due capisaldi istituzionali per eccellenza, ovvero: la politica e la famiglia. La Nuova Sinistra colpevole di aver visto nella lotta armata una forma di contestazione romantica, di aver dato origine ad una ideologia tutta borghese e frutto di una interpretazione sommaria della Rivoluzione Cinese. Quest’ultima intesa come una mitologia semplificata e agiografica con un eurocentrismo ereditato dai partiti tradizionali. La famiglia, invece, rea di un patriarcato fatiscente per mancanza di aspiranti patriarchi, ossia di uomini in grado di assumersi l’onere di mantenere una casalinga natural durante. Porre le questioni in termini statistici e di ragioneria serve soltanto a consolidare e ammodernare la società capitalistico-borghese, mentre la parità reale richiede un mutamento profondo e generale di tutti i rapporti all’interno della società. Ogni indagine necessita di un approccio storico.

Infatti, se si adoperasse una lente meno ideologica, ci si accorgerebbe che la questione sessuale nella civiltà occidentale assume ancora oggi aspetti ossessivi. Secondo la Lussu, la sessuofobia e la misoginia del Cristianesimo ( che in realtà appartiene alla Chiesa) hanno fatto di questa naturale attività umana, una fonte perenne di terribili drammi e nevrosi distruttive, che non si risolvono certo con la psicoanalisi o le tavole rotonde di qualsiasi natura e luogo, anche se infiocchettate con i migliori propositi che danno vita ad una vuota e inefficace retorica. Freud e Reich sono sessuofobi e misogini quanto i Padri della Chiesa. Ernest Bornemann è l’unico che abbia fatto un’indagine approfondita sul patriarcato, non è certo uno psicanalista ma uno storico. Se si considerano i miti della verginità o i miti della monogamia della donna, emerge che l’uomo esprime la propria sessualità sempre in ogni epoca, in modo egoistico, autoritario, accumulando le frustrazioni. Anche l’uso della sessualità è un fatto politico, risultato del Contratto Civile e Culturale della società. Le determinazioni sono ricavabili dalle strutture e dalle sovrastrutture della nostra vita. Pertanto liberarsi dalle abitudini mentali indotte dal Cristianesimo, vuol dire anche liberarsi dalle strutture economiche e produttive che il terrorismo psichico ha puntellato non meno di quello giuridico-poliziesco.

Le nevrosi sono aggravate da:

Insicurezza economica;

Instabilità sociale;

Degradazione dell’ambiente;

Sono vere intossicazioni consumistiche, ragion per cui occorre conoscere non solo gli effetti che ci hanno imposto e che dobbiamo eliminare dalla nostra coscienza ma occorre conoscere soprattutto:

Le Cause ;

Le Responsabilità;

I Condizionamenti;

La visione pessimistica della sessualità, tipica della psicoanalisi, è di chiara derivazione cristiana e fa comodo solo alla classe dominante. Presentati come fenomeni “naturali” e non storici, persuadono uomini e donne alla rassegnazione, all’adattamento e a squilibri che mutilano la propria autonomia generale e deprimono la gioia di vivere, generando sfiducia. L’Autonomia dalle interiorizzazioni, in modo non astratto, è possibile mediante una consapevole appropriazione storica. Non possiamo astenerci dal pensare alla metodologia weberiana. E cosa dire della famiglia, oggi nuovamente di moda e soluzione a tutti i mali? L’aggregato familiare non esiste più come nucleo stabile, è stato disintegrato dall’industrializzazione, dalla mercificazione consumistica, dai mass-media che bombardano con le più infinite contraddizioni e disinformazione permanente. Oscena simulazione nell’ordine delle strategie fatali di baudrillardiana memoria. Il risultato di tale strategia è:

Difficile coesione su progetti razionali;

Guazzabuglio;

Sedimentazione di antiche consuetudini mentali e psicologiche.

Alla classica divisione tra lavoratori manuali e padroni, si aggiunge una divisione tra integrati e non integrati ai livelli più vari. Nella società altamente industrializzata dalla impresa capitalistica, è sempre più vasta la schiera degli emarginati. Dal disoccupato con laurea al disoccupato manovale, passando per milioni di donne che si aggirano tra gli elettrodomestici e bambini nella solitudine di appartamenti unifamiliari. La figura del Padrone e del Patriarca si è dilatata in enormi, anonimi e misteriosi centri di potere che dominano la produzione e la distribuzione dei beni con decisioni occulte. Figura che si cela dietro sigle inafferrabili delle multinazionali, dell’alta finanza, e che dietro il paravento del “segretissimo” militare, organizzano le industrie per la guerra atomica, chimica e batteriologica. Il capitalismo per tenere in piedi i suoi fondamenti ricorre all’autoritarismo violento o paternalistico, al colonialismo, alla guerra e al fascismo. L’industria capitalistica non è pensabile senza il settore bellico, il colonialismo e la distruzione del territorio. Tuttora in atto nella matrice costante ma in una veste che non è certo quella tradizionale e alle quali si è soliti pensare. Occorre non confondere la forma con la sostanza, i fini con le cause, i mezzi con gli effetti. Lo stesso dicasi per il femminismo borghese, che è un aspetto del riformismo, usato dal capitalismo avanzato per integrare la donna nei suoi meccanismi. Mantenendo salda la distinzione e la differenza tra “femminismo” e “la questione femminile” è quanto mai vitale che il dialogo, le piattaforme e i modi debbano avere luogo in un altrove autonomo, sottratto al formalismo e al linguaggio istituzionale, se si desidera investire concretamente in una svolta che non sia apparenza, tautologia o becero sofismo.

Ken Follett, il paladino delle minoranze

“Io sono certa che nulla più soffocherà la mia rima, il silenzio l’ho tenuto chiuso per anni nella gola come una trappola da sacrificio, è quindi venuto il momento di cantare una esequie al passato.” (Ken Follett, “I pilastri della terra”).

Ken Follett nasce a Cardiff, nel Galles, il 5 giugno 1949. Primo figlio di Martin Follett, un ispettore delle tasse, e di Lavinia Veenie, ha tre fratelli. Fin da piccolo un interesse che va oltre la sua immaginazione lo spinge ad amare la lettura. Si trasferisce a Londra con la famiglia all’età di dieci anni, vincendo l’ammissione allo University College di Londra, dove studia filosofia e inizia ad impegnarsi nella politica di centro-sinistra. Si sposa con Mary nel 1968, e nello stesso anno nasce suo figlio Emanuele.
Dopo aver intrapreso un corso di giornalismo, inizia a lavorare come apprendista reporter a Cardiff nel South Wales Echo. Tre anni dopo sarà di ritorno a Londra per lavorare nell’Evening News, il telegiornale della sera. La sua passione per la lettura lo porta a iniziare a scrivere romanzi la sera e nei fine settimana come hobby.

Il successo arriva lentamente, e con la pubblicazione di “La cruna del lago” nel 1978un thriller ambientato durante la seconda guerra mondiale, che riscuote un enorme successo. Il libro vince l’Edgar Award e diventa un film per il grande schermo che vede come protagonisti Donald Sutherland e Kate Nelligan.
Verso la fine del 1970, viene coinvolto nelle attività del partito laburista britannico. Durante il suo impegno politico, conosce Barbara Hubbard, un deputato del Parlamento nelle file laburiste che in seguito diventerà ministro della cultura nel governo di Gordon Brown. Ken e Barbara si sposano nel 1984. La coppia vive tra Londra e Stevenage (Hertfordshire), insieme a una vasta schiera di figli avuti nei matrimoni precedenti. Follett è un grande estimatore di Shakespeare, e spesso è possibile incontrarlo alle rappresentazioni tenute dalla Royal Shakespeare Company di Londra. Adora la musica e suona il basso in una band dal nome Damn Right I Got the Blues.

Analizzando le opere di Follett si possono individuare quattro fasi ben distinte. La prima fase comprende “La Cruna dell’ago” e i cinque libri che lo seguono. Ciò che al loro interno troviamo spazia dalla prima guerra mondiale, con l’opera “L’uomo di Pietroburgo”,all’Iran e all’Afghanistan con “Sulle ali delle aquile” e “Un letto di leoni”. Un cambiamento, una varietà che si fonda sull’elemento cronologico e geografico.
La seconda fase comprende quattro romanzi storici scritti sul finire degli anni ’80. L’intricato e appassionante “I pilastri della terra”, ambientato nell’Inghilterra medievale, si svolge parallelamente alla costruzione di una cattedrale, affiancando alla storia della chiesa la vita di svariati personaggi. “Notte sull’acqua” narra le vicende dei viaggiatori che abbandonano l’Inghilterra sull’ultimo volo di linea del Clipper, idrovolante di lusso diretto negli Stati Uniti alla vigilia dello scoppio della seconda guerra mondiale.“Una fortuna pericolosa” è ambientato nella Londravittoriana, e “Un luogo chiamato libertà” nelle colonie inglesi nord-americane ai tempi della rivoluzione americana. Cambia ancora genere nei tardi anni novanta, con un paio di libri ambientati nel presente usando le tecnologie avanzate come filo conduttore. “Il martello dell’Eden” si focalizza sul terremoto come arma di terrore, mentre “Il terzo gemello” sugli aspetti oscuri delle biotecnologie. Ritornando allo spionaggio in “Codice a zero”, Ken Follett ambienta il romanzo ai tempi del lancio del primo satellite americano.

“Le gazze ladre” e “Il volo del calabrone” vengono invece collocati cronologicamente durante la seconda guerra mondiale. “Nel bianco” è un thriller ambientato ai giorni nostri, in cui un gruppo di terroristi cerca di trafugare un virus da un laboratorio. Il 18 settembre 2007, esce in antemprima mondiale, in Italia, “Mondo senza fine”, seguito ideale de “I pilastri della terra”. Il 28 settembre 2010 è la volta de “La caduta dei giganti”, primo romanzo della cosiddetta “Trilogia del secolo”, che ripercorre tutti i principali fatti storici del Novecento. Il secondo volume, intitolato “L’inverno del mondo”, è uscito in Italia l’11 settembre 2012. La terza ed ultima parte era stata prevista per il 16 settembre 2014.

Ken Follett ha venduto più di 150 milioni di copie dei suoi libri in tutto il mondo.L’elemento che emerge nelle opere dello scrittore e che rispecchia la sua forte personalità, è la componente politica, il suo modo di osservare il mondo e ciò che lo circonda. Chi dovrebbe guidarlo e in che modo. Idee politiche che ritroviamo soprattutto ne “La caduta dei giganti” e “L’inverno del mondo”. In essi tutti i personaggi positivi si identificano con le idee di centro-sinistra, mentre i conservatori non sono in alcun modo giudicati in modo positivo dallo scrittore.
I protagonisti della “Trilogia del secolo” si presentano infatti quali famiglie di minatori e di sindacalisti galles che lottano per i propri diritti contro i proprietari delle miniere, descritti come dei profittatori capitalisti. All’interno di queste opere, oltre ad una profonda critica al fascismo, troviamo anche un’aperta accusa contro il comunismo che, animato da nobili ideali, si trasforma in una dittatura anti-democratica attraverso l’uso della violenza.

Ken Follett porta nelle sue opere la lotta per l’emancipazione femminile, il socialismo, quelli che verranno dall’autore visti come i soli modi per aspirare e giungere un giorno ad una vita migliore. Il punto di vista analizzato da Follett è quindi quello delle minoranze, se così possono essere definite, che lottano per andare avanti, restare a galla, sopravvivere.

“Il socialismo non vuole la rivoluzione, perché l’hanno già provata altri popoli e abbiamo visto che non funziona. Però vuole un cambiamento, e subito”. Parole di buon senso quelle del riformista Follett che, tralasciando l’aspetto sociale/politico delle sue opere, si è dimostrato un grande conoscitore e divulgatore storico.

 

Di Gabriella Monaco.