Margaret Atwood contro il mondo reale nel suo memoir ‘Il libro delle vite’

Margaret Atwood ha la reputazione di fare previsioni inquietantemente accurate sul futuro dell’umanità nei suoi romanzi. Questo è piuttosto strano, perché – come dimostra il suo nuovo memoir, Il libro delle vite – è in realtà piuttosto ottusa quando si tratta di interpretare gli esseri umani. Non nota l’interesse romantico maschile, nemmeno quando è ovvio; è colta di sorpresa dalle rivalità in una casa editrice indipendente, tra l’altro; non riesce a capire perché così tante “belle donne single e ben vestite” se ne stessero sedute da sole nei bar di Praga nel 1984, e debbano esserne informate.

Quando suo padre è gravemente malato, non “capisce bene” perché sua madre vada in ospedale ogni giorno per fargli ascoltare le sue registrazioni preferite di Beethoven: “Sicuramente un paio di volte a settimana basterebbero”. Più tardi, mentre il suo compagno giace morente, finalmente capisce il punto.

Condisce il suo memoir con domande sul “perché”, come se stesse controllando ansiosamente eventuali dettagli che potrebbero essere sfuggiti. Pone anche domande sconcertanti sul suo passato, sebbene sembri piacevolmente indifferente alle risposte. Del suo temperamento, spiega: “Ero più interessata alle persone di carta che potevo creare che a immergermi profondamente nella mia psiche, ammesso che una cosa del genere esista”.

Essendo abile nel creare miti, l’85enne ancora effervescente intreccia senza soluzione di continuità i suoi deficit interpretativi in ​​una vivida storia delle origini: “Una delle mie teorie sugli scrittori di romanzi è che non ne sappiano di più sulla natura umana rispetto ad altri: ne sanno meno, e i loro romanzi sono tentativi di capirla”.

Il libro delle vite di Margaret Atwood

Suo padre era un entomologo; come lui, non riesce a smettere di catalogare mentalmente frammenti del mondo, per poi fare riferimenti incrociati. “Se osservassi attentamente, sarei in grado di scoprire come funzionano le cose, qualunque cosa siano. A volte si trattava di dispositivi meccanici, come le macchine da cucire. Ma di solito erano persone“.

Ma sebbene le menti fossero difficili da padroneggiare, in altri ambiti informativi Atwood era nel suo elemento. Amava imparare codici e cifrari arcani, per poi applicarli. Divenne capace di identificare fauna e flora rare, leggere la mano, fare carte stellari, individuare fantasmi. Per un periodo si laureò in letteratura inglese ad Harvard, ma il ruolo di teorica con spirito critico non sembrava calzarle; il suo interesse per il mondo è molto più pratico. Ama costruire romanzi partendo da immagini e idee, così come le piace creare abiti, torte, spettacoli di marionette, fumetti, operette, poesie e barzellette.

Sebbene non sia chiaro da dove provenga tutta quella creatività, la sua inclinazione pratica sembra essere stata imprescindibile durante un’infanzia estremamente avventurosa. Il Libro delle Vite descrive allegramente un’esistenza pericolosa in compagnia di genitori intrepidi e di un fratello maggiore: vivere in zone remote del Quebec e dell’Ontario, dormire in tenda, sopravvivere a quasi annegamenti, scacciare serpenti e orsi con nonchalance e avere sempre freddo. Qualsiasi lettore che usi uno schermo per far crescere il proprio figlio presumibilmente abbasserà la testa per la vergogna.

Dai suoi stoici antenati della Nuova Scozia, “Peggy” (il suo nome in famiglia) ha ereditato anche un’avversione ormai fuori moda per l’autocommiserazione e l’introspezione. I suoi parenti “consideravano maleducazione mettersi in mostra, piagnucolare e lamentarsi, o esprimere le emozioni in modo eccessivo, o addirittura del tutto”. Più avanti nella vita, mostra insofferenza per la depressione del marito, autoironica come “Signora Aggiustatutto”. “Ti senti meglio ora? Che ne dici di ora? Guarda, abbiamo una pentola per la fonduta! Non ti rende felice?” Il matrimonio non dura.

È divertente incrociare queste intuizioni personali con i suoi romanzi. Come la loro autrice, i racconti sono follemente creativi; privi di sentimentalismi e spesso macabri; pieni di affascinanti dettagli empirici; amano i rimandi incrociati tra domini. Sono anche avari di analisi psicologica, infondendo invece in modo numinoso il mondo naturale e gli oggetti creati dall’uomo di sensazioni inconsce. Il suo oggetto naturale più famoso è il corpo femminile: immaginato come cibo (La donna commestibile); come materiale medico in decomposizione (Lesioni corporali); come bestiame da riproduzione (Il racconto dell’ancella). Il tema l’ha resa enormemente popolare tra le femministe, un fatto che lei chiaramente vive come una benedizione a metà.

Certo, Atwood non è una candidata ovvia per guidare il movimento femminista. Ama fare amicizia con il sesso maschile, e solo il racconto dei suoi anni universitari nelle sue memorie fornisce una descrizione appropriata di un’amicizia femminile. Non ha nulla a che fare con il vittimismo: l’autore di una cupa violenza sessuale durante un corso di specializzazione riceve una rapida e sentita maledizione prima che la narrazione proceda. E quando, negli anni ’70, un regista chiede una “donna nuda avvolta nel cellophane” per una sceneggiatura che sta scrivendo, lei acconsente volentieri.

È anche marcatamente ambivalente nei confronti delle altre donne. Sebbene non comprenda molto di psicologia femminile nei dettagli, è almeno ben consapevole del suo lato tossico. In Occhi di gatto, Atwood ha descritto in modo forense la brutalità reciproca di bambine di 9 anni. Nel memoir, otteniamo la versione reale, con la giovane Peggy come vittima sventurata. Sa anche per esperienza quanto le donne adulte possano essere invidiose e vendicative. A un certo punto, la protagonista del distopico “Il racconto dell’ancella” accusa cupamente la madre assente, una femminista della seconda ondata: “Volevi una cultura femminile. Bene, ora ce n’è una”.

La sua visione politica è prevalentemente progressista, il che la pone in contrasto con l’umore prevalente nel progressismo moderno, spesso a suo merito. Grande sostenitrice della libertà di espressione, ha presentato Salman Rushdie sul palco poco dopo la fatwa. Ha anche firmato la lettera di Harper’s contro un “clima intollerante” nel 2020. Ed è molto attenta al giusto processo, non avendo nulla a che fare con gli eccessi da regolamento di conti del movimento #MeToo.

In quel periodo, Atwood ha difeso un professore dell’Università della British Columbia da quella che sembra essere stata una feroce caccia alle streghe. In seguito, i cacciatori di streghe hanno cercato di aggredire anche lei, sebbene lei li abbia respinti con la sua enorme fama e un saggio caustico intitolato “Sono una cattiva femminista?”. Nelle sue memorie, riflette sul fatto che “quando le sette sono al loro apice, l’equità e i diritti umani vanno a farsi benedire”, ed è altrettanto critica nei confronti della mancanza di riguardo di Donald Trump per il processo legale attuale.

Allo stesso modo, però, è rimasta per lo più in silenzio sul culto autoritario del gender che ancora opera nel suo cortile canadese, se non per diffondere alcune informazioni poco chiare sui cromosomi e infastidirsi quando Hadley Freeman glielo ha chiesto. A quanto pare, ha riflettuto poco sul perché adolescenti con un livello cromosomico nella media possano fare la fila per farsi espungere chirurgicamente gli organi sessuali. Questo ha portato molte donne deluse a inveire contro Atwood su internet. Ma ci sono indizi suggestivi del suo punto cieco in “Il libro delle vite”.

Forse è perché Atwood è una classica progressista, disinteressata ad affermazioni non verificabili sulla falsa coscienza; o forse perché fatica a collocarsi con immaginazione nella mente di chiunque sia abbastanza gregario da soccombere alla pressione sociale – cosa che lei stessa manifestamente non è. E c’è anche il fatto che, nel suo lavoro, sembra spesso mostrare un profondo disagio nei confronti del corpo femminile. È parte di ciò che rende la sua visione artistica così avvincente, anche se probabilmente compromette le sue idee politiche.

 

Essere donne tra gli estremismi femministi di oggi

Solo un pensiero verticale e salato: strappate le donne dalle mani dell’estremismo femminista. Ma anche gli uomini. Poveri maschiacci occidentali di cui è sempre colpa. Per non riuscire a lavorare sotto una valanga di stress, per essere sempre meno padri e amanti focosi, per non riuscire più a stabilire rapporti di virilità – che come abbiamo visto in un recente articolo di questa dinamitarda rubrica, non è una parolaccia – alla base dell’educazione e del rapporto con i propri figli, che generano ritualità necessaria a identificare e fortificare i ruoli, le funzioni, a generare esempio, non a partorire mostri del patriarcato. Sempre colpa loro, o meglio nostra, anche mia, luridi immaturi, infanti della coscienza, violentatori preventivi, indegni di vivere il migliore dei mondi possibili, quello in cui il progresso sociale si fa, troppo spesso, estinguendo tutto ciò che si pone come alternativo all’imposto.

Mentre le donne marciscono nella premura soffocante di un sistema che promette di proteggerle, ma che andrebbero tutelate da chi vuole tutelarle, e si trasformano in marmotte delle Ande in via d’estinzione, l’uomo, vigliacco, viene superato e retrocesso. Sempre più giù, fino a trasformarsi in un innocuo portatore di pene, in ogni senso.

E trema il fondo di ogni tempo, mentre la religione laica dell’avanzare oltre ogni forma di conservazione predica l’uguaglianza, a costo di ingozzarcisi con corpose cucchiaiate infilate in gola.

Dedicando alle donne lo spazio di una riserva in cui possano muoversi apparentemente libere, come galline allevate a terra, non si realizza emancipazione, ma la costante degenerazione del caso umano. Non è premura, è soffocamento, non è maturazione di una condizione, ma polarizzazione, non è inclusione, ma esclusione, non è affronto delle fragilità, ma istituzionalizzazione forzata della diversità, senza lettura, senza tatto, senza piena comprensione dei meccanismi. Condanna: le streghe sono tornate e stavolta ad arrostire ci saranno i coglioni.

L’estremismo femminista porta a odiare le donne, così come il machismo fa con gli uomini, li spinge a una irrimediabile e infantile rigidezza che esaspera la virilità. Il femminismo stordisce la femminilità in un carnevale di aforismi battaglieri, nulla più, e arriva a essere come un amore che diventa rabbia, e poi disprezzo, per tenere incatenato a sé il partner che fu, e che forse, non tornerà mai. Per cambiarlo, per tenerci troppo, per gestirlo, ghermirlo, non lasciarlo espandere, sapendo di sbagliare, col rischio di perderlo nel mare di altre strade quando s’alza il vento forte del distacco.

Le derive del femminismo costituiscono una delle più crude contraddizioni esistenti in termini morali ed etici in questo teatro vuoto che è il nostro presente, dove ogni difetto viene allevato fino a diventare diritto, in cui il capriccio si eleva a istituzione nella generazione di una continua minoranza che nel tempo si pretende diventi maggioranza, nell’attesa di una nuova minoranza, dove ci si sfiora virtualmente sognando la California e magari un reddito di cittadinanza senza aver voglia di fare un cazzo.

Là dove il costrutto ideologico, fuori tempo come le bomboniere nella cristalliera della zia tirchia, parla di emancipazione e realizza il ghetto, poi lo arreda, nel tentativo di distruggerlo nuovamente, infine lo espande, in un loop disastroso. Anacronistica utopia che è alla base dei meccanismi di certo sinistro pensare. Il giro eterno che ha reso inutile la sinistra alla rivoluzione del cittadino, all’influenza e alla tutela delle categorie sociali, e, probabilmente, al governo della cosa pubblica.

Il linguaggio di genere, il femminicidio – guai a chiamarlo semplicemente omicidio, per altro già normalmente punito per legge – la figura femminile slacciata dall’istituzione famigliare, la maternità che fa male, il sesso da fare da sola, la redenzione di Silvia o Daniela o Margherita che appare, come Deus ex machina, nella triste materia dei soldi, come se la dignità, l’integrità e la capacità di un individuo fossero vendute un tanto al chilo, sono la trasformazione di un essere che contiene la vita, la prosegue, la nutre e la protegge, come una Madonna laica che nasce all’alba di un nuovo giorno, una bianca luce, insozzata da pretese ideologiche che trovano una piccola leva alla riflessione – di cui consiglio l’approfondimento – nelle parole di Claire Fox, intellettuale figlia della sinistra radicale e del Partito Comunista rivoluzionario inglese, intervistata, in quell’occasione, da Benedetta Frigerio per il giornale Tempi: «L’altro è sempre un potenziale nemico che lede i miei diritti, come dimostrano i ritornelli del piagnisteo moderno: “Come donne ci sentiamo offese”; “Come musulmani ci sentiamo offesi”; “Come lesbiche ci sentiamo offese”. In nome della difesa dei deboli e del diritto di tutti vige però un sistema tutt’altro che democratico».

Così, la residua forza nella donna, acquisita da conquiste che la propria caparbia natura – potente e gentile come radice di quercia e ramo di acacia – le ha garantito, rischia di svanire nella debolezza di un processo umano che si alimenta di contrapposizione e non di affermazione, malsano meccanismo che annulla ogni autodeterminazione, pessima nemica di chi ci vuole tutti sterilizzati replicanti, senza Dio, né Patria, né confine, né più connessione con le dimensioni di profondità, in nome del progresso. Si spegne come un’anziana nonnina la forza umana e sociale della donna, lentamente, nel costante abbraccio premuroso di quella Big Mother di cui Jean Yves Le Gallou teorizza.

Le Gallou, saggista francese, a partire dall’ispirazione di Jean Raspail, scrittore prolifico e lucidissimo anticipatore, che già nel 1973, nel romanzo “Il campo dei santi”, aveva immaginato l’esodo di milioni di profughi verso l’Europa e la sottomissione delle élites culturali europee. Di cosa parla Le Gallou? Di Big Brother, Big Other e Big Mother, la morsa disumanizzante:

«Big Other. Un’adorazione senza limiti per l’altro, amplificata dall’odio di sé, della propria cultura, della propria civiltà. Un’ideologia unica che ci assoggetta grazie ai metodi del Big Brother: la società di sorveglianza che conosciamo, in cui la polizia del pensiero è onnipresente. Un’ideologia unica che s’impone tanto più facilmente a individui che sono indeboliti dalla tutela di Big Mother: il principio di precauzione applicato dalla culla alla tomba».

Rischia di mutare irrimediabilmente la donna, così come il significato di femminilità, ridotto a costrutto ideologico.
E così la Grande Madre, non più archetipo della generazione, immagine soave, femmina gentile, eletta dea del fuoco della famiglia, materna procreazione e contenitrice di vita, distorce il proprio significato alla luce del presente, divenendo costola deviata e perversa della femminilità. La Big Mother, qualcosa che inietta insicurezza, frena le nostre certezze, le rende antiche e inadeguate, e non solo a livello politico, tenendoci appiccicata a sé. Essa sterilizza ogni umana necessità di esplorazione, di avventura, di far guerra per difendere ciò che è più caro e irrinunciabile, pacifica, azzera la purezza, distoglie dalla voglia di reazione, di curiosità, di scoperta.

Una motrice ben visibile che si esprime in atti politici e istituzionali di chi gestisce il villaggio globale e che si manifesta nella relativizzazione dell’esistente, dal concetto di identità sessuale biologica, alla Fede, dai genitali, fino al rapporto con i figli e con la propria terra, e così via, facendo tremare ogni identità, ogni riferimento visibile nel caos, fin nelle corde più intime, nell’abbraccio soffocante di una narrazione unica possibile se si vuole essere ritenuti degni della Civiltà.

Ed ecco un figlio che non riesce a essere adulto a causa di una pazza madre che scambiò il soffocamento per amore.
Tutto è fragile, come ginocchia piccole e insufficienti, tremolanti; lasciate senza il nutrimento del pensiero critico, della forza di reazione, stanno per cedere e spezzarsi. Così le donne senz’anima, ma con un libretto di istruzioni, sono addomesticate, per paura, per necessità, per inganno, dietro alle parole giuste da usare per loro, alle cose giuste da fare per loro, alle intenzioni giuste da nutrire per loro, così come nei sentimenti, nel sesso, nel rivolgersi semplicemente ad esse.

Siate donne come vi pare, ma siate donne, senza il bisogno di sentirvelo dire da uno scemo qualunque, come me. Che donna sia nella più grande conquista odierna, l’autodeterminazione. Che faccia rima con moralità, con immoralità, con immortalità, ma sia libera dal giogo del femminismo. Semplicemente donna come condizione naturale, di pari spessore a quella maschile, e anzi struttura dell’essere mondo, non parentesi da aprire. E alle follie di certo femminismo non date un cazzo. In tutti i sensi.

Femministe d’assalto, prendete esempio da Maria Maddalena Rossi e dedicatele la festa della donna!

Femministe di lotta e di denuncia, compagne di piazza e di corteo, parlamentari progressiste e radicali, combattenti antifasciste, antisessiste e attrici che considerate gli uomini “pezzi di merda” (senza porvi il problema che le loro madri dovrebbe essere della stessa materia di cui sono composti i loro figli), vi invito a fare una piccola ricerca in occasione dll’8 marzo. Andate a scoprire chi era Maria Maddalena Rossi e dedicate a lei la festa della donna. Per aiutarvi nella ricerca vi dirò che aderì al Partito comunista quand’era ancora clandestino, fu arrestata dalla polizia fascista, mandata al confino, espatriata. Poi fu eletta nell’assemblea Costituente nel gruppo comunista, fece battaglie per la parità dei diritti delle donne; fu parlamentare del PCI, sindaco, Presidente dell’Unione Donne Italiane. Morì novantenne nel ’95. Insomma ha tutti i titoli per essere celebrata da voi.

Perché vi parlo di lei? Perché nel ’52 aprì in un’interrogazione parlamentare un capitolo scabroso e rimosso della Seconda guerra mondiale nelle vulgate storiografiche sulla liberazione: le marocchinate, ovvero le 25mila o forse più donne italiane, soprattutto nel basso Lazio, stuprate, violentate dalle truppe marocchine venute a “liberare” l’Italia con gli alleati. In Ciociaria, in particolare, fu uno scempio, di cui restò traccia molti anni dopo nel film La ciociara di Vittorio De Sica con Sophia Loren, tratto da un romanzo di Alberto Moravia. Donne stuprate, bambini violentati, più di mille uomini uccisi per aver cercato di difendere le loro donne, madri, mogli, sorelle, fidanzate, figlie.

Nel dibattito parlamentare che seguì all’interrogazione della Rossi venne fuori che il numero più attendibile era di 25mila vittime, ma se si considera che il campo d’azione dei magrebini andava dalla Sicilia alla Toscana, il numero di 60mila marocchinate è considerato plausibile. Il pudore nel raccontare queste storie ne ha perfino ridotto la portata: si voleva tutelare col silenzio l’onorabilità di quelle donne, e non sottoporle anche a una gogna umiliante. La responsabilità oltre che dei soldati marocchini, fu dei vertici dell’esercito francese che dettero loro sostanziale impunità e carta bianca, come un tribale bottino di guerra con diritto di preda. Non furono i soli, intendiamoci, in questa barbarie. Ma un fenomeno così vasto e quasi pianificato, su donne inermi che non avevano colpe, genera raccapriccio per la ferocia animalesca, più una scia di aborti coatti, nascite segnate, famiglie distrutte. Una pagina rimasta in larga parte impunita e rimossa.

Vi risparmio le migliaia di storie strazianti e di interi paesi violentati, quando ormai il sud era “liberato”. Per chi voglia approfondire, rimando ai libri sulle marocchinate di Emiliano Ciotti, Stefania Catallo e di una francese d’origine italiana, Eliane Patriarca. Un corposo e documentato dossier uscì alcuni mesi fa sulla rivista ‘Storia in rete’ di Fabio Andriola.

Ma volevo sottolineare che una donna comunista, leader delle donne in lotta, antifascista col fascismo imperante – non come i grotteschi militanti postumi dell’Anpi d’oggi – ebbe il coraggio e l’onestà di denunciare questo obbrobrio, che per ragioni di antirazzismo e antifascismo ora si preferisce mettere a tacere. Le stesse ragioni che portano a non scendere in piazza se una ragazza oggi è stuprata e uccisa da branchi di migranti. Come dimostra lo strazio di Pamela a Macerata, c’è la sordina sul femminicidio se a compierlo sono migranti, per giunta neri. O dimenticare quelle donne violentate, rasate a zero e uccise solo perché ausiliarie della Repubblica sociale o seviziate e uccise nelle foibe solo perché italiane.

Magari scoprirete che persino il Pci sessista di quegli anni aveva più donne rappresentative nei suoi ranghi rispetto al Pd femminista di oggi che non ha neanche mezza donna ai suoi vertici: non una tra i candidati alle primarie, non una tra i suoi premier e i suoi presidenti, non una tra i capi e capetti di questi ultimi anni, non un sindaco di una grande città. Il partito più maschilista d’Italia.

Probabilmente la Rossi dovette vedersela anche allora con le reticenze dei suoi compagni, lo strisciante maschilismo del vecchio Pci e l’omertà storica e ideologica sulle pagine nere dei “liberatori”. Anche perché ne avrebbero richiamato delle altre, per esempio gli eccidi nel Triangolo rosso. Ma noi volevamo indicare per l’8 marzo alle boldrini d’oggi e alle femministe d’assalto o in odore di mimosa, una femminista verace, comunista e antifascista, che non si tirò indietro a raccontare le scomode verità e le pagine nere della Liberazione.

 

Femministe, prendete esempio

Dacia Maraini: da un tempo all’altro della memoria

Il lungo e travagliato percorso che, a partire dal XIX secolo, ha portato alla progressiva emancipazione sociale delle donne, culminato con la” rivoluzione femminista” degli anni Sessanta-Settanta del Novecento, comprende anche il graduale incremento delle presenze femminili nel panorama letterario del secondo Novecento . Quelle femminili sono opere di riflessione teorica o d’impegno sociale (denuncia, ironia, simbolo), quasi sempre soluzioni orientate al taglio autobiografico ,organizzato secondo prospettive lontane dal modello maschile. “Le ideologie sono quasi tutte scomparse. Non ci resta che la prassi. Rimboccarsi le maniche e fare qualcosa per gli altri. Che importa se siano donne o detenuti, o malati di mente, o senza casa, o immigrati? Sono ai margini di un mondo che ci interpella. Da piccola mi mettevo sempre dalla parte di chi subiva un’ ingiustizia”. Chi parla è Dacia Maraini una delle autrici più amate dei nostri giorni già pubblicista impegnata, autrice di poesie, regista di cinema e teatro negli anni Sessanta e dopo il Sessantotto narratrice e poeta di tipo militante.

“In Sicilia, dove ero nata. La fame e la povertà continuavano a perseguitarci. Papà fece perfino il fotografo per poter campare. La famiglia di mia madre, un tempo ricca, con questo nonno straordinario e sognatore – Enrico Alliata – ci rovinò economicamente. Cosa mi aspettavo? Non lo so. I miei si separarono. Fosco tornò a Roma ai suoi studi di orientalistica. Restai con mia madre. Otto anni a Palermo. Alla fine decisi di raggiungere mio padre a Roma, dove viveva in un miserabile appartamento di piazza Bologna”. L’attività di Dacia Maraini è intensa e multiforme; il centro della sua scrittura è sempre la condizione femminile , ma questo tema affrontato con ottiche e tecniche diversissime: dai ricordi autobiografici che riprendono il modello dell’autocoscienza femminista al teatro sperimentale, dai romanzi di ambientazione contemporanea (“Voci”) a quelli del primo Novecento (“Isolina”) a Marianna Ucria che è addirittura ambientato nel Settecento. Quindi si va da un massimo a un minimo di provocazione tecnica, dal frammento che punta alla mimesi della tradizione orale come unica forma letteraria concessa all’espressività femminile nei secoli di donne in guerra al racconto convenzionale, strutturato in modo organico di Marianna Ucria.

La parola nelle poesie di Donne mie del 1974 si appiattisce nel suo valore essenziale, gnomico, è volutamente disadorna, aderente alla fisicità, alla materialità, sceglie quasi un grado zero di espressività; invece la prosa di Marianna Ucria che pure ha per protagonista una sordomuta è ricca di sfumature, perché vuol rendere un doppio punto di vista, quello della società storica che si muove, agisce parla di e per Marianna e quello di Marianna, che riflette in silenzio e comunica con due canali fisici, concreti, la pagina scritta e l’atteggiarsi del corpo.

Per anni Dacia Maraini ha raccolto le parole degli altri. Scrivere allora è stato un bisogno insopprimibile. Poi è diventato amore. Capacità di cogliere gli odori, i colori, i sapori: «la luce della Sicilia, la neve del Giappone […] la foglia del tè, un biscotto al burro, una cipolla, l’odore, il sapore». In Non chiedermi quando, romanzo per Dacia emerge il mondo di una donna libera e forte con tanta voglia di agire e generosa proprio come in “Donne senza paura”: <<Donne mie che siete pigre, angosciate, impaurite, sappiate che se volete diventare persone e non oggetti, dovete fare subito una guerra dolorosa e gioiosa, non contro gli uomini, ma contro voi stesse che vi cavate gli occhi con le dita per non vedere le ingiustizie che vi fanno>>.

Memorie di una ladra del 1973 (Bompiani, Fratelli Fabbri Editori), nasce da un’inchiesta sulle carceri femminili da Trieste a Palermo che portò l’autrice all’incontro con il mondo di Teresa attraverso cui scaturisce un ritratto della società italiana nei primi anni Settanta. «Dunque tu sei soprattutto una scrittrice realista», scrive Alberto Moravia nell’Introduzione sotto forma di lettera a La vacanza di Dacia Maraini. Ma la nuova realtà dell’Italia rapidamente modernizzata non si è riflessa nella letteratura solo in modi realistici. Fin dagli anni Cinquanta, attraverso l’opera di Calvino, si è manifestata una vena narrativa che affronta questioni attuali in chiave favolistica e simbolica, riprendendo i modi del romanzo filosofico settecentesco o ispirandosi alla fantascienza; la tendenza a riferirsi alla realtà attraverso fantasie, simboli, allegorie, è presente nella produzione di Moravia successiva al 1960 e in vari scrittori di quei decenni.

Negli anni Settanta la Maraini si impegna in prima fila per rivendicare i diritti delle donne, diritti troppo spesso negati e violati. Nei suoi racconti la satira ispirata al femminismo si serve di deformazioni grottesche che rompono i limiti della rappresentazione realistica come nel racconto apparso nella raccolta Mio marito del 1968 ispirata ai temi della riflessione femminista. Il racconto infatti è un apologo satirico sul mammismo; l’atteggiamento protettivo della madre crea un rapporto viscerale di dipendenza reciproca e mantiene l’uomo in una condizione comicamente infantile. Le donne che racconta nei versi di Donne mie (1974), si potrebbe dire, sono le madri dei “ragazzi di vita” di Pasolini, donne ai margini , donne in guerra , donna schierata da sempre in difesa dei diritti delle donne nella società e nel mondo della cultura, portavoce delle problematiche femministe negli anni più duri della contestazione. Estremamente esemplificative sono le pagine finali di Donna in guerra: «Ora sono sola e ho tutto da ricominciare”. Dacia Maraini è una voce consapevole che attinge in dimensioni spesso confessati del suo vissuto per prorompere dalle sue parole con energia e spesso con ricaduta civile mai monolitica e immobile espressione di se stessa.

I dettagli quotidiani e la memoria costituiscono il fulcro della sua produzione letteraria. Ricordare è un’arte, è restituire vita. “La coscienza, in Agostino come in Bergson, è la memoria. La memoria personale si mette in collegamento con la memoria collettiva. Entrambe devono incrociarsi attraverso la lettura”. La descrizione riveste un ruolo centrale all’interno della macchina narrativa della Maraini. La sua è un’attenzione di antica data nella convinzione che anche l’oggetto più umile può essere letto come un libro, e che il descrivere con esattezza può servire a capire qualcosa in più non solo del mondo, ma anche di se stessi. La sua è una scrittura acuta, precisa, e al tempo stessa fluida, ininterrotta, avvolgente. Efficace interprete dei costumi e del tempo , riesce però sempre ad affrancarsi dal mero descrittivismo, trovando la parola fluida che fa da ponte fra il piano del reale e l’orizzonte mentale
Dacia fa rivivere con il ricordo il padre Fosco bellissimo fotografo e straordinario viaggiatore, e Topazia madre aristocratica ma povera.

Ne Il treno dell’ultima notte, romanzo a carattere storico, l’autrice racconta l’olocausto e la guerra visti dagli occhi di uno straordinario personaggio femminile ,aspirante giornalista alla ricerca di Emanuele, l’amico di infanzia disperso ad Auschwitz. Al termine della guerra, la Maraini rientra in Italia con i familiari per stabilirsi dapprima a Bagheria, in Sicilia, presso i nonni materni. Successivamente vive a Roma, dove dall’inizio degli anni Sessanta comincia a dedicarsi alla narrativa e incontra Alberto Moravia, romanziere già affermato che sarà il suo compagno fino al 1983. Sempre negli anni Sessanta la Maraini sviluppa un forte interesse anche per la drammaturgia che la porterà nel 1973 a fondare il Teatro della Maddalena, tutto al femminile, e a comporre più di trenta opere teatrali, tra cui una celebre Maria Stuarda.
«Ieri come oggi, avere coraggio, dice Dacia Maraini, significa per una donna pensare e scegliere con la propria testa, anche attraverso un silenzio nutrito di idee>> in occasione della presentazione del suo libro Chiara d’Assisi. Elogio della disobbedienza.

«Il ricordo è una pianticella da coltivare, crea il cittadino consapevole e non passivo come vuole il mercato. È una resistenza culturale”. (D. Maraini)

 

Fonti: http://www.daciamaraini.com/bibliografia.shtml

 

Suffragette, una critica al femminismo attuale

Il film Suffragette è proiettato da pochi giorni nelle sale italiane e sembra già dividere sia il pubblico che la critica. Il film diretto dalla regista britannica Sarah Gavron (Brick Lane, 2007), racconta la storia di alcune donne che, nell’Inghilterra di Giorgio V, tra 1912 e il 1918 lottarono per ottenere il diritto al voto. Suffragette è ispirato a fatti e personaggi realmente esistiti o parzialmente ricostruiti, la Gavron elude ogni intento prettamente celebrativo e privilegia la chiave narrativa. È senza dubbio indicativo che proprio la protagonista Maud Watts (Mulligan) sia un personaggio inventato.

Un cast d’eccezione

Il cast annovera tre nomi di tutto rispetto nel mainstream: dalla giovane e promettente Carey Mulligan, a Helena Bonham Carter per non parlare del cameo di Meryl Streep che interpreta Emmeline Pankhurst. Quest’ultima è stata la fondatrice del Women’s Social and Political Union, un movimento il cui slogan era «Deeds not Words», citazione più volte recuperata all’interno del film. Tra il 1908 e il 1914 la Pankhurst finì in carcere ben 13 volte, sempre per motivi legati alle sue lotte per l’emancipazione femminile. L’altra donna davvero esistita e che compare in Suffragette è Emily Davidson. Le immagini del suo funerale compongono la scena finale del film e sono le riprese originali del 1913. Suffragette è un film che alterna il taglio documentaristico con quello verosimile. Tuttavia la finzione non danneggia il film, poiché l’intenzione della regista non sembra essere quella di riportare fedelmente e in modo esclusivo il dato storico.

La pellicola ha il merito di offrire al grande pubblico un’immagine delle suffragette meno superficiale e prevedibile. In primis illustra quanto la lotta per l’emancipazione femminile abbia coinvolto donne di ogni estrazione sociale. In secondo luogo contribuisce a delegittimare lo stereotipo culturale che per molto tempo ha ridicolizzato le suffragette, facendone esclusivamente delle borghesucce annoiate che quasi per capriccio o noia di tanto in tanto scendevano in piazza. La Gavron ci racconta una storia che ci mostra l’altra faccia della Storia e forse quella meno celebrata sui libri, che ha per protagoniste le operaie, le mogli e le attiviste. Suffragette non è solo narrazione sulla conquista di un diritto, la Gavron lascia quasi a margine questo aspetto capitale e lavora sulle psicologie sfaccettate delle protagoniste. Ci mostra la lotta delle suffragette come somma di più voci tra loro eterogenee, come quel movimento così spesso banalizzato nel cinema e nella letteratura sia stato molto più complesso e organizzato.

Suffragette: una velata critica al femminismo attuale

L’ambientazione storica fa sì da scenario ma non dovrebbe ingannarci, è un semplice pretesto. Infatti la regista, pur partendo dal lontano 1912, problematizza più sul presente che sul passato. Con Suffragette facciamo un passo indietro, in qualche modo torniamo in quel preciso momento storico, perché – sembra suggerire la Gavron – è da lì che bisognerebbe ripartire e riappropriarsi delle testimonianze di quelle donne che hanno contestato la Storia. A volte si ha l’impressione che in Suffragette serpeggi una velata critica ai tanti femminismi non più all’altezza di quel coraggio radicale che ha richiesto delle posizioni senza compromessi.

È paradigmatico che le storie e i volti dei personaggi realmente esistiti facciano da contorno a quella della protagonista, personaggio di pura invenzione. La regista opta per la sobrietà sia nel montaggio che nella sceneggiatura e nelle riprese. Fa conoscere al pubblico la nutrizione forzata, le violenze, l’assenza di diritto delle donne che non si limitava al voto ma anche all’assenza di ogni diritto sui propri figli. Ci racconta che le suffragette non furono solo agitatrici di piazze ma operarono nella clandestinità e al limite della legalità. Eppure poco viene concesso alle parole, al comizio brevissimo della Pankhurst, talmente ridotto all’osso da risultare debole. La regista non rincara la dose dove potrebbe o dove ci si aspetterebbe. Il nodo è qui, la Gavron volutamente tradisce le aspettative, ovvero evita quello che chiunque si aspetterebbe da un film girato da una donna sul movimento femminista. La Gavron si muove in questi mondi meschini con passo leggero, discreto, quasi trattiene il respiro, anche quando ci mostra uno stupro. Poche parole ma molto ci viene raccontato dalle immagini, lo spettatore non è aggredito visivamente ma alcune corde non restano indifferenti.

Il cammino di Maud è una metafora, declinato dalla Gavron in più momenti del film, le profondità di campo conferiscono a Maud un incedere quasi epico per le strade dei sobborghi, per la città, nei reparti della fabbrica. Poco ci viene mostrato delle lotte di piazza ma molto del quotidiano delle protagoniste. Il film narra quel tipo di disobbedienza che ha inizio tra le mura domestiche, nella fabbrica e nel carcere. È proprio in questi momenti che la Gavron sfrutta a pieno le potenzialità del controcampo, delle inquadrature dal basso e in angolo, del pedinamento neorealista alla Cesare Zavattini. La discrezione della macchina da presa rende a pieno il tentativo da parte della regista di strappare le epifanie nella vita quotidiana.

Certo in Suffragette non accade molto, non ci sono effetti speciali o grandi dialoghi in grado di infiammare i cuori, eppure i volti e i primi piani hanno una carica eloquente che da tempo non appariva sugli schermi. Il volto come paesaggio evoca un retromondo sottile, impenetrabile, segreto e sembra che la Gavron abbia voluto omaggiare a tratti Renoir, a volte la Giovanna d’arco di Dreyer, gli occhi di Nana o i paesaggi di Seurat.

Suffragette è la Storia di tutti quei volti che riacquistano la propria voce.

 

 

Natalia Ginzburg, “l’antifemminista”

(Palermo, 14 luglio 1916 – Roma, 7 ottobre 1991)

Natalia Ginzburg nasce a Palermo, il 14 Luglio del 1916 da una famiglia ebrea. Dopo aver trascorso il periodo della sua giovinezza a Torino, a soli 17 anni pubblica i suoi primi lavori sulla rivista fiorentina Solaria, uscendo così dallo quello stato di emarginazione in cui era vissuta per tutta la sua infanzia. Nel 1938 sposa Leone Ginzburg, professore di letteratura russa ed esponente dell’antifascismo clandestino. Vissuta con lui ed i figli in Abruzzo, al confino di polizia per antifascismo. Dopo aver tradotto Proust, nel 1942 pubblica il suo primo romanzo La strada che va in città, servendosi di uno pseudonimo per questioni di carattere razziale, rinunciando così alla sua identità. Da sempre vicina ai temi dell’antifascismo, sarà segnata profondamente dalla morte del marito avvenuta nel ’43, dopo atroci torture, a Regina Coeli,  a Roma, dove si era trasferita poco dopo la caduta del fascismo. Negli anni del dopoguerra, il suo lavoro come redattrice della casa editrice Einaudi a Torino, di cui era stata fondatrice, risulterà fondamentale per la sua formazione di donna, perché la Ginzburg era una donna dalla personalità controversa ma sempre attenta ai cambiamenti vissuti sulla propria pelle e a quelli di cui si faceva interprete la stessa società in cui si trovava immersa. Un donna sicuramente non convenzionale, senza abbellimenti, moglie e madre ma, prima di ogni altra cosa, sempre in prima linea in fatto di lotte e diritti, lei che desiderava “scrivere come un uomo”.

Frutto di riflessioni più mature, sarà, pochi anni dopo la morte del marito, il suo romanzo breve E’stato così;  anche se il suo lavoro più ambizioso resta Tutti i nostri ieri, scritto durante il suo matrimonio con Gabriele Baldini, quando si trasferisce nuovamente a Roma. Questo è anche uno dei suoi periodi più produttivi. La Ginzburg infatti è stata una scrittrice in grado di tenere il passo, capace di immedesimarsi nella vita di tutti i giorni, attraverso una minuziosa analisi psicologica collettiva, pur senza sentirsi affatto una psicologa. Una donna con una sua tristezza, legata agli ovvi motivi che noi tutti conosciamo ed una donna, senza dubbio, forte anche se, a volte, imperscrutabile. Ma cos’era, in fondo, per lei, il femminismo? Essere donna significava denunciare la drammaticità del ruolo femminile svincolandosi, però, da ogni differenza di genere. Posizione che per molti appariva forse anomala. Voleva scrivere e basta, senza essere né donna né uomo, stringere un patto esclusivo con la scrittura.

Una scrittura, quella della Ginzburg, che è una voce libera e fuori campo, con uno stile, invece, lineare e comprensibile che spiega e racconta l’impossibilità di salvarsi dai tormenti che affliggono l’uomo, costantemente inseguito dai fantasmi del passato e dal pensiero ossessivo della morte. Con lei potremmo dire che l’elegia si trasforma in tragedia e non lascia più spazio alle pause e alle tregue, un continuum del lamento che sempre accompagna i suoi personaggi e le vicende in cui sono implicati. Su questo sentimento corrosivo e malinconico nasce anche Lessico familiare, nel 1963, con cui vince il Premio Strega. Pensato come un “album di famiglia” in cui viene convogliato ognuno di questi suoi lamenti, qui Leone Ginzburg viene celebrato attraverso un suo ritratto appeso nell’ufficio di Giulio Einaudi e Natalia mostra il suo esplicito rifiuto verso le forme sterili dell’autobiografia ed i memoriali, dato che spesso se ne abusava. Nei suoi ultimi anni si dedica al teatro, ricordiamo infatti Ti ho sposato per allegria, collabora con il Corriere della Sera e si occupa definitivamente di politica, tant’è vero che viene eletta alla Camera dei Deputati, con il Partito Comunista Italiano, prima nel 1983 e poi nel 1987. Risale al 1984 la sua ultima opera La città e la casa. Una coerente scelta di vita la sua, fino alla fine. Muore a Roma il 7 Ottobre del 1991, da attivista,  lasciandoci il ricordo incommensurabile di una delle più grandi scrittrici del Novecento.

Le poche sterili parole della nostra epoca vengono strappate dolorosamente al silenzio. Abbiamo cominciato a tacere da ragazzi, a tavola, di fronte ai nostri genitori. Noi stavamo zitti per protesta e per sdegno. Eravamo ricchi del nostro silenzio. Adesso ne siamo vergognosi e disperati e ne conosciamo tutta la miseria, ma il silenzio può essere universale e profondo. Il silenzio può raggiungere una forma di infelicità chiusa, mostruosa, avvizzire i giorni della giovinezza, fare amaro il pane. Può portare alla morte. Perché il silenzio è un peccato, un peccato comune a tanti nostri simili nella nostra epoca, è il frutto amaro della nostra epoca malsana. (N. Ginzburg)

‘Una Stanza tutta per Sé’: il “femminismo” di Virginia Woolf

Una Stanza tutta per Sé (1929) di Virginia Woolf è uno tra i suoi preziosi capolavori che si ama ricordare. Il nome di Virginia Woolf non necessita di ampie presentazioni o preamboli. Senza dubbio è una tra le autrici più prolifiche del Novecento e la critica continua a interrogare i suoi lavori. Questi ultimi di stagione in stagione si arricchiscono di sfumature e rivelano i risvolti inediti di un genio e di una intellettuale come poche se ne insigniscono i secoli.

Possiamo partire da qui, da questo testo che è ancora in grado di significare e far pensare sull’odierno stato di cose. Oggi che i gender e cultural studies stanno affermandosi anche in Italia, dimostrano quanto il dibattito in merito qui sia ancora problematico, incerto e muova i primi passi. E allora non si può non partire da Una Stanza tutta per Sé, pietra angolare nell’ondata del ’68, di quel femminismo firmato Carla Lonzi ma che oggi sembra essersi interrotto o che comunque ha preso pieghe stucchevoli. Senza esitazione, senza quel ‘politically correct’ che domina la nostra cultura che opta sempre per il vile pudore del ‘compromesso’ storico e intellettuale, Una stanza tutta per sé è un testo femminista, per le donne e sulle donne. Qualcosa è cambiato per le giovani intellettuali di oggi rispetto ai tempi di cui queste pagine sono figlie? L’eredità è stata coltivata? Scrivere su questo testo non elude da una questione di genere e dal porsi qualche interrogativo.

Nell’introduzione del libello di Virginia Woolf di si legge: “L’unica vita eccitante è quella immaginaria. Appena metto in moto le rotelle nella mia testa non ho più molto bisogno di soldi o di vestiti, e neppure di una credenza, un letto a Rodmell o un divano”. Con questo stato d’animo Virginia Woolf si accingeva ad affrontare la questione femminile, per realizzare sotto forma di saggio-narrazione l’opera Una Stanza tutta per Sé. La Storia per la Woolf deve essere letta attraverso i suoi ‘vuoti’ oltre che attraverso i suoi ‘pieni’. Ed è per questo che decide di raccontare la storia dell’assenza, abitata dai fantasmi delle donne nella Storia. Nel gennaio del 1928 infatti le viene chiesto di tenere due conferenze ai collegi femminili di Girton e Newnham, sul rapporto tra le donne e il romanzo.

La lunga fatica per la conferenza lascia nell’autrice l’amara constatazione che le giovani donne fossero affamate tanto quanto coraggiose, intelligenti, avide ma povere, destinate a divenire nelle migliori delle ipotesi delle diligenti maestre. L’impressione della Woolf è che il mondo stesse cambiando e la ragione si stesse facendo strada, ma sempre nella medesima direzione, in nome di quegli Universali che tuttavia escludevano ancora una volta proprio le donne. Nuovamente deprivate di una conoscenza più corposa della vita, in Una Stanza tutta per Sé si legge: “Come contiamo poco e come tutte queste moltitudini annaspano per restare a galla”. Virginia Woolf osserva da spettatrice il movimento delle donne per la conquista del diritto di voto (si ricordi il Congresso della Lega cooperativa delle donne1913), pur consapevole della sua posizione privilegiata che le consente di dedicarsi alla letteratura e allo studio. Uno dei filoni tematici che accompagnano la Woolf nella sua produzione è il tema donne-corpo-linguaggio e donne-condizione sociale-letteratura. In Una Stanza tutta per Sé l’autrice sottolinea i passaggi dell’esclusione delle donne dalla Storia, nel senso degli avvenimenti e nelle azioni politiche e storiche sia rispetto alla letteratura. La stessa Woolf è vittima di questa esclusione, infatti non frequenterà l’università proprio in quanto donna.

La costruzione particolare del testo, strutturato come un saggio-narrazione, risponde ad un’esigenza precisa dell’autrice. Per dare parola alle donne Virginia Woolf ricerca altri linguaggi e altri toni, in quanto i modelli della cultura ufficiale non tengono conto delle donne. È per questo, infatti, che il linguaggio e lo stile che la Woolf adotta per le descrizioni dei personaggi femminili, si basano molto sull’utilizzo di immagini, come un pittore che dispone di una tavolozza.

Tuttavia in Una Stanza tutta per Sé si ha la sensazione che molte questioni restino amaramente irrisolte. L’unica certezza che la Woolf sembra poter offrire alle sue ascoltatrici di ieri e alle lettrici di oggi, è la convinzione che se una donna vuole scrivere romanzi (e non solo aggiungo) è necessario che possegga del denaro ed una stanza tutta per sé.

Tra le numerose immagini che la Woolf ritrae tra le pagine del romanzo, mi sento di menzionare quella  della mensa, raffinato  parallelismo che evoca quella del simposio del dialogo platonico. Ulteriore dettaglio degno di nota riguarda il momento in cui Virginia Woolf cerca libri sulle donne. Trova moltissimi testi, tutti scritti da uomini, ‘senza alcuna riconoscibile qualifica eccetto il fatto di non essere donne’. Si ritrova in difficoltà rispetto al ragazzo che le siede affianco in quanto, non avendo potuto frequentare l’università, manca di metodo nel condurre una ricerca di tipo scientifico. I titoli dei libri che trova sono Più deboli in senso morale di donne, Ridotte dimensioni celebrali delle donne, Inconscio più profondo delle donne, Amore per i bambini nelle donne. Trova in questi scritti rabbia e collera che si manifestano sotto forma di satira e biasimo. Ergo, da qui deriva per un patriarca l’enorme importanza di sentire che moltissime persone, addirittura metà della razza umana, sono per natura inferiori a lui.

L’assenza delle donne nella Storia e nella letteratura è sintomatico. Tuttavia secondo la Woolf  “L’odio nei confronti degli uomini rende la produzione letteraria delle donne peggiore, in quanto risulta ostacolata e condizionata dalla rabbia repressa. È proprio per questo che è necessario ricercare l’autonomia, per liberarsi dalla sensazione di dipendenza e dalle possibilità di provare risentimento”.

Occorre secondo l’autrice prendere l’abitudine alla libertà e al coraggio; guardare gli esseri umani non sempre in rapporto l’uno all’altro ma in rapporto alla realtà; perché nessun essere umano deve precluderci la visuale:

“Se guarderemo in faccia il fatto – perché è un fatto – che non c’è neanche un braccio al quale dobbiamo appoggiarci ma che dobbiamo camminare da sole e dobbiamo entrare in rapporto con il mondo della realtà e non soltanto con il mondo degli uomini e delle donne, allora si presenterà l’opportunità”.

‘I Diari’ di Sylvia Plath, poetessa confessionale e militante

«Forse non sarò mai felice… ma stasera sono contenta. Mi basta la casa vuota, un caldo, vago senso di stanchezza fisica per aver lavorato tutto il giorno al sole a piantare fragole rampicanti, un bicchiere di latte freddo zuccherato, una ciotola di mirtilli affogati nella panna […] in momenti come questi sarei una stupida a chiedere di più». Il modo migliore per conoscere un autore, oltre che attraverso le sue opere, probabilmente è anche mediante le proprie lettere e diari. Ebbene, i Diari di Sylvia Plath ne sono un formidabile esempio.

Sylvia Plath (1932-1963) è stata una poetessa e scrittrice statunitense. È conosciuta soprattutto per le sue poesie che appartengono al genere definito confessionale, ma ha anche scritto il romanzo La campana di vetro, fortemente autobiografico e lacerante.

A distanza di molti anni ormai, sembra che l’oblio abbia circondato le opere e il nome di Sylvia Plath. Nonostante, o purtroppo, durante l’ondata femminista tra gli anni ’60 e ’70, la poetessa bostoniana sia stata un riferimento intellettuale per numerose donne militanti, colte o radical come le definiremmo oggi. Si potrebbe ipotizzare che la produzione letteraria di Sylvia Plath paghi lo scotto riservato a quegli autori per i quali, nonostante il talento indiscusso, l’essere diventati simbolo per una generazione o di un particolare momento socio-culturale, ne abbia compromesso a lungo termine il valore letterario. Proprio per questo la poetessa è ancora un territorio inesplorato se la si ascolta con attenzione, con occhi nuovi, senza i fumi narcotici di una pagina storica.

La raccolta dei Diari di Sylvia Plath presenta al centro della copertina una magnifica foto della poetessa con la testa china mentre scrive a macchina, all’interno del volume vi sono anche altre foto che raccontano di una donna il cui destino (si suicidò a soli 31 anni) non collima con quelle immagini. A questo punto  è lecito chiedersi chi sia stata Sylvia Plath, premesso che parti del diario siano state distrutte dall’ex-marito, il poeta inglese Ted Hughes.

Ai tratti fisici delicati si contrappone una scrittura forte, capace di suscitare subito reazioni nel lettore. La Plath non adopera orpelli retorici ma una scrittura diretta, un bisturi che allo stesso tempo pesta la pagina e quest’ultima sembra riempirsi subito del suo Io più irruento fino a perdersi nelle sue stesse parole.

Le poesie di Sylvia Plath non sono da meno, basti pensare alla profonda e celebre poesia Lady Lazarus: parole forti e crude. Il continuo parlare di morte della Plath potrebbe ingannare il lettore superficiale; altro non è che un disperato bisogno di vivere. Tuttavia ritengo che la lettura in lingua originale consenta una maggiore resa introspettiva e di apprezzare la pienezza di ogni singola parola. Ogni parola, ogni verso pesano sul cuore come un macigno, lacerano la pagina e catturano il lettore in un abbraccio che è tormento, estasi e annichilimento.

L’emotività e allo stesso tempo la personalità complessa della scrittrice americana, emergono pagina dopo pagina. Ma ciò che mi ha conquistata e appassionata è poter constare come chiunque possa cogliere diverse sfaccettature dell’animo della poetessa, a seconda della propria sensibilità. Così è inevitabile lasciarsi conquistare da parole dense di emozioni, dal conflitto interiore che l’ha attraversata, anche in modo drammatico, nel corso della propria vita. Anche a chi il nome di Sylvia Plath non dice nulla, i Diari costituiscono un buon inizio per avviare una conoscenza emotiva, ancor prima che letteraria e che, proprio per questo, può tradursi in un personalissimo viaggio interiore.

Sarebbe difficile rintracciare note negative in una storia dove un’artista mette a nudo il proprio essere, attraverso la propria voce, senza la mediazione degli “addetti ai lavori” (ovvero critici e quant’altro), è un’esperienza talmente diretta e autentica che non può lasciare indifferenti.

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