‘Le lacrime di Nietzsche’, di Irvin Yalom

Le lacrime di Nietzsche (Neri Pozza, 1992), dello psichiatra e scrittore statunitense Irvin D. Yalom (Sul lettino di Freud, La cura Shopenhauer, Il problema Spinoza), è un romanzo storico molto accurato sulla vita e le opere (fino al 1882) del filosofo tedesco e sulla sua misteriosa malattia. Questo libro presenta una grande collezione di aforismi e citazioni dalle opere di Nietzsche, soprattutto da Umano, troppo umano e La gaia scienza, e già da questo si può capire l’enorme lavoro “chirurgico” affrontato dall’autore per la sua scrittura.

Le lacrime di Nietzsche: l’incontro tra il filosofo tedesco e lo psichiatra austriaco Josef Breuer

 

L’incontro tra Breuer e Nietzsche si apre subito come una partita a scacchi, in cui entrambi cercano di far uscire l’altro allo scoperto: Breuer deve convincere il filosofo a farsi curare, senza però rivelare che dietro tutto c’è l’amata (e odiata) Lou; Nietzsche vuole smascherare l’ipocrisia del medico, e convincerlo che questa cura sarà inutile, anzi dannosa. I due uomini sono uno l’opposto dell’altro: Nietzsche è amante della solitudine, risoluto, fiero delle proprie scelte, sprezzante verso il sesso e le donne; Breuer è incastrato in una vita non soddisfacente, titubante riguardo le proprie decisioni e, soprattutto, amante delle donne. Il primo predilige le vette alte della filosofia (di quella filosofia così potente e incalzante, che tanti animi ha richiamato a sé nel secondo Novecento, dopo la “riabilitazione” dalle insidie del nazismo), il secondo ama i metodi pragmatici, le scelte calcolate. Lou Salomé incontra il dottor Josef Breuer per convincerlo ad aiutare un suo amico, Friedrich Nietzsche, a guarire dalla depressione acuta in cui è caduto: ne va, afferma la giovane ragazza, del “futuro della filosofia tedesca”. Come il suo corrispettivo storico, la giovane Lou è audace, magnetica, irriverente, e convince il medico a portare avanti la cura.

Gli incontri si susseguono con ritmi incalzanti, fra speculazioni filosofiche, sperimentazioni psicoanalitiche e drammi personali. Col tempo i due, chiusi inizialmente nei propri mondi isolati, diventano sempre più affiatati finché, alla fine, arrivano a chiamarsi “amici”.

Un Nietzsche umano

Ne Le lacrime di Nietzsche, la trama è assolutamente secondaria rispetto alle speculazioni filosofiche, agli interessi medici e all’ambientazione storica. La storia procede in modo lento, come moltissime ripetizioni e momenti di stasi: tutti questi elementi sono di poco rilievo per chi si avvicina al testo con l’intento di leggere un romanzo su Nietzsche, ma ovviamente possono risultare fastidiosi agli occhi di un lettore meno interessato. La bellezza di questo testo sta nel fatto che tratta di un Nietzsche umano, non solo filosofo. L’unico altro testo che tratta del “Nietzsche uomo” è del 1894: Friedrich Nietzsche in seinen Werken di Lou Salomé (tradotto in italiano come Nietzsche. Una biografia intellettuale, Savelli 1979). Il romanzo di Yalom si sofferma molto sulle esperienze quotidiane, sullo stile di vita, sulle debolezze del filosofo ma, al contempo, è infarcito della sua filosofia, di citazioni dai suoi libri (tutti precedenti alla pubblicazione di Così parlò Zarathustra). Queste citazioni sono magistralmente mimetizzate all’interno di discorsi più o meno rilevanti. Il risultato è che non si hanno delle frasi a effetto, i cui ingranaggi e meccanismi spuntino fuori come per un copione mal scritto, ma piuttosto un testo scorrevole, con momenti alti e momenti bassi, soprattutto durante i dialoghi:

E ancora una volta Nietzsche sfogliò i propri appunti, leggendo: «Per dare vita a una stella danzante, occorre avere dentro di sé caos e confusione frenetica».

Ciò che non si può non apprezzare de Le lacrime di Nietzsche è la certosina opera di ricerca che l’autore ha compiuto per essere quanto più preciso possibile: a partire dalle date, passando per le descrizioni della Vienna e della Venezia del 1882, per le pratiche mediche dell’epoca (con tutti i pro e i contro), e terminando con le citazioni di testi editi (e di appunti dai frammenti postumi) e con le abitudini quotidiane di Nietzsche.

Pierre De Chardin: ‘Sull’Amore’: l’amore, energia psichica e primitiva che costruisce il mondo

Il teologo gesuita, filosofo, palentologo e geologo francese, o forse sarebbe più corretto dire studioso del fenomeno (come affermò egli stesso), Pierre Teilhard De Chardin è stato tra i più grandi scrittori religiosi del secolo scorso; un “gesuita proibito”, come è stato più volte definito.

Negli scritti di De Chardin emerge come la struttura convergente dell’universo da nascosta si manifesti grazie al suo principio per il quale «tutto ciò che sale converge», ciò viene esplicitato dal teologo come legge dell’evoluzione simultaneamente sia della materia che dello spirito verso quello che egli definisce Punto Omega e che esprime una fiducia nel progresso e in Dio. Grazie a questa teoria Teilhard De Chardin elabora una sintesi che abbraccia l’intera storia dell’universo e dell’umanità, rendendo popolare  il nuovo concetto di noosfera in simmetria con quello di biosfera. I suoi scritti più celebri rimangono Il Fenomeno umano, L’Ambiente divino, L’energia umana, L’apparire dell’uomo, Il divenire dell’uomo.

Pierre De Chardin: l’Amore che costruisce il mondo

Tra le opere del grande teologo francese spicca il volumetto Sull’Amore, un mini trattato filosofico ma abbastanza comprensibile anche a chi non mastica filosofia e scienze, che raccoglie testi esemplari tolti dalle opere note e meno note di Pierre De Chardin, in cui perfino i determinismi rivelati dalla Scienza appaiono animati da quella forza d’attrazione chiamata Amore, quando interviene tra le persone. De Chardin scopre la grande legge della Creazione denominata Complessità-Coscienza che riassume in un unico processo l’intera storia dell’Universo: la Materia si organizza passo dopo passo, lungo i milardi e milioni di anni, in corpuscoli sempre più funzionali, ma anche, al contempo, sempre più sottesi di una sorta di interiorità che sfocia nella coscienza riflessiva che è quella dell’Uomo. La Creazione è un immenso moto di convergenza in cui si evidenzia il ruolo dell’interiorità, della psiche, dell’intelletto, della volontà, del libero arbitrio, dell’amore. Ma quale nome dare all’energia che emerge dalla massa cosmica per formare la società umana e condurla al suo compimento? De Chardin non ha dubbi: essa è l’Amore. L’Amore che costruisce il mondo. L’Amore, per il teologo francese, è personificato dall’Eterno Femmino, all’inizio del mondo c’è l’Essenziale Femminino, la Donna, diffuso nella molteplicità perché progressivamente realizzi l’unione: dalle monadi primitive alla femmina animale fino a giungere alla Donna, vengono evocate tutte le tappe.

Ma cosa ne sarà di questo Amore, scomparirà? Secondo De Chardin il Cosmo divinizzato non eliminerà da se stesso l’influenza della attrazione di ognuno di noi con cui si è costituito progressivamente e in cui resta legato il fascio sempre più complesso dei suoi atomi:

<<L’Amore è la più universale, la più formidabile e la più misteriosa delle energie cosmiche. Dopo ricerche a tentoni durate per secoli, le istituzioni sociali sono riuscite ad arginarla e ad incanalarla dall’esterno. In base a questa situazione, i moralisti ne hanno tentato una regolamentazione, che, del resto, non supera nelle loro costruzioni, il livello di un’empirismo elementare in cui spuntano l’influsso di concezioni della Materia da tempo abbandonate e la traccia di antichi tabù>>.

L’Amore dunque sarebbe l’energia psichica primitiva e universale e attraverso la sua evoluzione si può raccontare in maniera esatta anche l’evoluzione universale. Tuttavia De Chardin ci mette in guardia: se l’Uomo non è in grado di discernere la vera natura il vero oggetto del suo amore, ecco che si instaura un profondo disordine, lasciando il posto solo alla passione il cui oggetto è il Tutto, tentando di colmare con la materialità e la molteplicità delle sue esperienze, uno squilibrio fondamentali. In conclusione, per De Chardin, l’Amore è una riserva sacra di energia, e come il sangue stesso dell’Evoluzione spirituale: questo ci rivela prima di tutto il Senso della Terra. Del resto, solo una passione nobile può metterci le ali.

 

 

Jorge Luis Borges e la scrittura della letteratura potenziale

La scrittura dell’argentino Jorge Luis Borges è la scrittura della letteratura potenziale. Nell’intrigo degli archetipi e delle tradizioni mitopoietiche si collocano le immagini della cultura sudamericana, dei ricordi dell’infanzia e della famiglia. Un substrato che eredita tutte le suggestioni delle leggende.

La letteratura è potenziale perché il mito, la storia, la filosofia, la magia vi si attualizzano in tutte le combinazioni possibili. La presentificazione del destino e delle coazione a ripetere di ogni destino diventa proteiforme e illimitata. In un mondo dove tutto è possibile e dove l’irreparabile può essere redento, la vita sembra conciliarsi con le sue maledizione e le sue condanne. Se in un universo si è preda di un inseguitore ferino e senza pietà in un altro, quello parallelo del racconto, si è inseguitori o addirittura liberi. Tenere vivo e aperto il racconto delle possibilità è dunque permettere alla vita di scorrere senza limitarsi all’angusto susseguirsi di attimi e spazi. Nell’apertura delle possibilità Borges sembra realizzare quello che Eugenio Montale definisce «la maglia rotta della rete» quello strappo in un momento indefinito che per un attimo ci mostra un segreto. Quello di Borges è un segreto che non sappiamo quando, come e se ci sarà rivelato.

Il surrealista Borges, in realtà, non si preoccupa tanto della scrittura ma piuttosto della lettura, l’atto dello scrivere nasce proprio da un fine didattico: è il narratore a spiegarci come va il mondo in cui viviamo e che arreca in noi tanta confusione. Ma colui al quale si rivolge chi scrive, il destinatario comprende davvero il linguaggio di quel testo? Borges, a tal proposito, è angosciato e ossessionato dalle equazioni filosofiche una su tutte quella indefinito/infinito. Certamente non è semplice capire l’universo labirintico e metafisico del grande scrittore, ma una volta entrati nel suo mondo non si può fare a meno di desiderare di rientrarci; come ha affermato lui stesso, Borges non scrive in maniera casuale ma indugia su ogni parola, ai fini di creare una giusta cadenza, un microcosmo anche se caotico nella sua scrittura.

Ogni punto è sempre una partenza, una partenza che non trova arrivo, è solo direzione perché il tempo è durata. Una durata che ha luogo nell’illusione dell’infinito, costruita su racconti di posti e personaggi realmente esistiti ma perennemente reinventati. L’illusione dura dunque per sempre, è una ricerca interminabile dei luoghi narrati e insieme del tempo rivelato ma mai immobilizzato.
La scrittura di Borges fa nascere una letteratura di idee dove l’infinito, le suggestioni poetiche e filosofiche si realizzano in una forma cristallina e netta. La vita ha valore per l’influenza che riuscirà a dare alla parola letteraria e per l’influenza che, viceversa, la parola letteraria nei millenni è riuscita a dare alla vita. Un denso e corposo magma di concretezze apparentemente astratte che riconosce il mondo solo perché esistono le parole che rimandano alla cosa scritta. È questa la concretezza astratta la veridicità e la solidità del tessuto verbale, la forza evocatrice e creatrice della parola. Questo è Borges: un “Aleph” (straordinaria ricostituzione della “biblioteca di Babele” attraverso una serie di teorie apocrife e d’invenzioni che  riguardano il tempo e la relatività), uno spazio cosmico in cui la vastità si espande senza soffrire dei propri limiti.

 

Che fine ha fatto Mr. Y, di Scarlett Thomas

Scarlett Thomas

“Tiro fuori il libro da sotto il cuscino e mi metto a leggerlo adagio dall’inizio. Rileggo alcune volte la prima riga: ’Alla fine probabilmente non sarò nessuno, ma all’inizio ero conosciuto come Mr Y’.”

Il romanzo “Che fine ha fatto Mr. Y” ,pubblicato per la prima volta nel 2006 e tradotto in Italia nel 2007, porta la firma della scrittrice inglese Scarlett Thomas (“Il giro più pazzo del mondo”, “Il nostro tragico universo”). In un intreccio che lega la suspense di un thriller con le visioni della fantascienza, quest’opera porta in se un misto di filosofia, fisica, scienza e letteratura.

Ariel Manto, studentessa di filosofia della British University,  sta preparando una tesi sugli esperimenti mentali con il suo professore, Saul Burlem. Le sue ricerche la condurranno e la vedranno partecipe di una serie di strane avventure. Momenti inspiegabili anche per la più razionale delle menti avvolgeranno le pagine di questo libro e la vita di Ariel. A scomparire per primo è il suo professore, poi l’università crollerà davanti ai suoi occhi, infine in un negozio di libri usati si imbatterà in una copia di un libro rarissimo e maledetto: “Che fine ha fatto Mr. Y”scritto da Thomas Lumas, uno scienziato del XIX secolo che compiva esperimenti sui poteri della mente umana; il libro è in grado di trasportare chi lo legge nella “Troposfera”, una dimensione fittizia del pensiero che ci fa pensare alla “dottrina delle idee” di Platone. Ariel si imbatterà così nella formula che le permetterà di viaggiare nel tempo e nello spazio attraverso la mente umana. Il solo modo per poter fuggire da quel “luogo” è attraverso una parola-chiave presente nello stesso libro.

La nostra protagonista, e noi con lei, giunge così all’ interno della Troposfera, riuscendo a penetrare l’inaccessibilità della mente umana. E così quel libro, quall’antico manoscritto, rivela ad Ariel la sua maledizione. Una maledizione che colpirà chiunque ne entrerà in possesso attraverso la propria morte.

Ho intrapreso la lettura di questo romanzo con un sorriso beffardo sul volto. Una sfida lanciata a queste pagine con forse l’inconscio desiderio di vederla avverata questa maledizione. E in un pomeriggio d’inverno sono stata accontentata perchè, giunta a metà del libr,o mi sono assopita per la troppa stanchezza per ritrovarmi accanto ad Ariel, in quel mondo sovrannaturale, assurdo, privo di qualsiasi razionalità. Mi sono ritrovata in un luogo oscuro e tenebroso dal quale non sono riuscita ad uscire senza pronunciare quella parola-chiave che da poco avevo appreso attraverso le parole di quella che, a mio parere, è una grande scrittrice. Ero lì, con Ariel, nella Troposfera e non sapevo come uscirne.

Il risveglio è stato strano, pieno di dubbi e domande a cui ancora oggi non so dare una risposta. Forse quelle pagine hanno portato la mia mente a prendere il volo. Forse quelle parole mi hanno colpita così tanto, da portarmi dentro un mondo fantastico senza senso alcuno. Non lo so, non credo di volere una risposta che sia razionale. Questo romanzo è tutto, fuorchè razionale. Ero lì, ne sono uscita. So solo questo.

Prima che decidiate di aprire quelle pagine, ponetevi dunque una sola domanda. Siete pronti per vagare in quelle realtà parallele, a scivolare verso l’ignoto, a conoscere mondi sconosciuti? Siete pronti a scoprire cosa si nasconde dentro la mente umana?

Un libro unico nel suo genere, per gli amanti del mistero e della suspence, e anche per chi volesse appronfondire alcune nozioni di scienza e di filosofia, materie di cui l’autrice sembra essere davvero una profonda conoscitrice, soprattutto per quanto riguardlo il post-strutturalismo e la fenomenologia.Il pensiero umano (e il suo linguaggio) è il vero protagonista del romanzo.

 

“La mente umana è più penetrante che conseguente, abbraccia più di quanto possa legare.”

Luc de Clapiers de Vauvenargues, Riflessioni e massime, 1746

Di Gabriella Monaco

 

Robert Musil, nevrotico cantore della crisi della società moderna

Robert Musil (Klagenfurt 6 Novembre 1880, Ginevra 15 Aprile 1942) nasce nel 1880 a Klagenfurt, in Austria. All’età di dieci anni si trasferisce a Brno (Moravia) con la famiglia, in quanto il padre viene nominato professore di ingegneria meccanica al politecnico della stessa città.

Pochi anni dopo, entra nell’accademia tecnico-militare di Vienna. Dopo qualche mese si iscrive al politecnico di Brno. Supera l’esame di ingegnere (nel 1901) ed ottiene il ruolo di assistente al politecnico di Stoccarda. Durante questo periodo, inizia la stesura del suo primo romanzo I turbamenti del giovane Torless (Die Verwirrungen des Zöglings Törleß)sicuramente più letto e conosciuto in Germania. Apparso prima presso un editore viennese nel 1906 e poi ristampato circa cinque anni dopo da George Muller ma a Monaco. Musil ha  solo 26 anni.

Masochismo e sadismo attraversano le pagine di questo romanzo, (ambientato in un collegio militare asburgico dove l’educazione è spesso anche perversione) proprio come le storie stesse dei protagonisti, adolescenti in crisi che rispecchiano profondamente la crisi di quegli anni. Omosessualità, torture fisiche e violenze psicologiche continue sembrano essere l’unico mezzo disponibile attraverso cui riflettere sulla propria esistenza, fatta di emozioni così forti da riuscire ad annientarti, ruoli dominanti che si confondono, negando volontà e desiderio, in un unico grande gioco che è quello degli impulsi. Impulsi prima di tutto naturali e poi sessuali , mai però vicini al patologico. C’è da dire, infatti, che Musil si difende in maniera molto decisa dall’accusa rivoltagli di trattare di omosessualità, pederastia e disturbi mentali (ricordiamo che questi sono anche gli anni delle teorie psicoanalitiche appena formulate) poiché questi temi potrebbero riguardare chiunque e sviluppare le vicende più diverse.

Lo stile utilizzato ci permette di distinguere il carattere anti-naturalistico dell’interpunzione (in questo è molto differente, ad esempio, dallo stile di Joyce pieno di ellissi) e a tal proposito dichiara “La concezione dell’arte che io professo è eroica”.

I poli filosofici tra cui si muove Musil sono sicuramente Nietzsche e Dostojevski; il primo per il rapporto morale-intelletto e per la dialettica della verità; il secondo per le nozioni d’inconscio e di irrazionale. Ed, insieme a Kafka, si presenta come il fondatore della prosa moderna tedesca.

Quindi, quando pensiamo a Musil come all’autore dell’Uomo Senza Qualità, il romanzo incompiuto della sua vita che è un unicum vero e proprio nella letteratura ( Nel 1931 esce il primo volume, il secondo invece nel ’33, ed il terzo, curato dalla moglie a spese proprie, appare postumo nel 1943), non dobbiamo dimenticare che è autore, con tutto diritto, anche di quest’altra grande opera. Nel 1903 decide di studiare filosofia presso l’Università di Berlino, dove si laurea nel 1908.

Nella vita di Musil, c’è ovviamente spazio anche per l’amore. Nel 1911, infatti, sposa Martha Heimann, un’ebrea berlinese conosciuta qualche anno prima. Sempre nel 1911 pubblica due racconti dal titolo Incontri, incentrati sul tema della fedeltà amorosa e dell’esperienza limite tra sogno e realtà.

Negli anni successivi, svolge attività di pubblicista ed è redattore della rivista Neue Rundschau. Partecipa alla guerra come capitano e dirige un foglio militare. Terminata la guerra, si stabilisce a Vienna dove lavora per il Ministero degli Esteri. Gli anni che verranno saranno, invece, quelli dedicati al teatro; pubblica delle opere destinate alle rappresentazioni teatrali come Vinzenz und die Freundin bedeutender Männer, una farsa ricca di battute ironiche ed apprezzata per certe trovate anche se considerata, allo stesso tempo, molto meccanica e gelida.

Nel 1938, le truppe naziste invadono l’Austria, così Musil è costretto a ritirarsi in volontario esilio a Zurigo. Si sposta a Ginevra l’anno successivo, dove vive in isolamento con la moglie. E sarà proprio qui a Ginevra che morirà a causa di un’aneurisma, il 15 Aprile del 1942.

Il contesto storico-culturale del Novecento

L’inizio del Novecento vive un periodo di grande espansione economica, grazie allo sfruttamento delle materie prime  nelle colonie, negli USA viene introdotta la catena di montaggio, mentre l’Italia conosce l’esperienza liberale e laica del governo giolittiano. Tuttavia la vera svolta storica si ha nel 1914 con l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando D’Asburgo a Sarajevo che porta l’Austria a dichiarare guerra alla Serbia. L’Italia, facente parte della Triplice Alleanza con Germania e Austria, inizialmente si dichiara neutrale ma la politica interna induce il Paese a schierarsi contro i suoi vecchi alleati. L’esercito italiano subisce una grave sconfitta a Caporetto, Cadorna subentra a Diaz, gli Austriaci sono respinti lungo il Piave e saranno definitivamente sconfitti  nella battaglia di Vittorio Veneto. Contemporaneamente in Russia ha inizio la Rivoluzione Russa e sale al potere Lenin; i trattati di pace firmati a Versailles infliggono delle pesanti penalizzazioni agli sconfitti: l’Impero austro-ungarico viene sciolto e la Germania è costretta a pagare ingenti debiti di guerra, nascerà la Repubblica di Weimar e una grave crisi economica sconvolgerà l’Occidente. L’Italia ha il Trentino Alto Adige e la Venezia Giulia.

Si rafforzano il nazionalismo e l’imperialismo, nascono i movimenti socialisti e i partiti comunisti (Comune di Parigi, Prima, Seconda e Terza Internazionale). Il capitalismo è il sistema dominante nel Novecento e gli intellettuali da un lato propongono nuove teorie e forme di avanguardia, dall’altro non riescono ad uscire dal sistema culturale burocratico; ma la maggior influenza nella letteratura (soprattutto a Trieste) l’assume senza dubbio Freud investigando su un territorio già intuito da diversi poeti e scrittori, quello dell’inconscio e della psicoanalisi. D’Annunzio è ancora preso come modello anche se si sente l’esigenza da parte di alcuni poeti di abbandonare questo “divismo” per abbracciare la quotidianità della vita e l’inutilità della poesia stessa. La prima vera avanguardia nel Noveceto, si ha con il Futurismo che entra in forte polemica con il passato attraverso le riviste “La Voce” (i cui collaboratori sono per una poesia estremamente soggettiva , traboccante di neologismi, anacoluti e accostamenti insoliti di parole) e “Lacerba” (che rilancia la letteratura frammentaria ed esaltando l’anarchia del genio).

Tuttavia già dal 1920 si assiste ad una fase di tendenze contraddittorie, tra sperimentazione e ritorno alla tradizione , quasi fosse un richiamo all’ordine di fronte alla violenza della guerra , e proprio  per questo che la classicità viene ora intesa  non più come un peso morto ma come un’eredità da conquistare. Uno dei primi ad attuare quella che non sarebbe più stata solo una tendenza è Montale; mentre Stalin in Russia e Hitler in Germania cominciano a sopprimere ogni forma di espressione avanguardistica. Anche l‘Italia subirà poi le forti pressioni del regime fascista.

Dopo la Prima Guerra Mondiale i regimi liberali entrano in crisi i regimi liberali a causa delle lotte operaie e dell’affermazione dei partiti  socialisti ; in questo clima instabile, tuttavia, trovano strada facile i regimi totalitari come è stato già accennato precedentemente: Nazismo in Germania, Comunismo in Russia, Fascismo in Italia, mentre gli USA vivono un forte incremento industriale  che porta ad una grave crisi economica nel 1929. Nel 1939 ha inizio la Seconda Guerra Mondiale con l’invasione nazista della Polonia che induce Francia e Gran Bretagna a dichiarare guerra alla Germania. Anche l’Italia entra in guerra, ma si sottovalutano sia la Gran Bretagna che l’Unione  Sovietica. Le  sorti della guerra cominciano a cambiare quando gli USA si schierano contro la Germania dopo aver subito, un anno prima, l’attacco dei Giapponesi.

Nel 1943 Mussolini cade e viene imprigionato. Pochi mesi dopo viene siglato un armistizio con gli Alleati, e Hitler fa  nvadere l’Italia divenuto ormai paese nemico e Mussolini, una volta liberato, fonda la Repubblica di Salò. Nel 1944 gli alleati sbarcano in Normandia e piegano  la Germania . Hitler si suicida. La guerra si conclude con la resa del Giappone a seguito del bombardamento atomico per  opera degli Stati Uniti; Mussolini viene ucciso dai partigiani. Il mondo ora è  diviso in due blocchi: quello occidentale rappresentato dagli Stati Uniti e quello orientale dall’Unione Sovietica. Capitalismo contro Comunismo, entrambi alla ricerca di alleati  per avere il predominio. Tutto questo sconvolge la cultura letteraria ed artistica del novecento che vede davanti a sé arretrare sempre più la democrazia, l’affermarsi della società di massa, del consumismo e di conseguenza le disparità economiche e disuguaglianze sociali. La poesia, sopratutto in Gran Bretagna è impegnata, civile, unita alla raffinatezza formale. Nasce l’industria del cinema ad Hollywood che influenzerà non poco la letteratura.

Anche il panorama filosofico del Novecento appare complesso che vede contrapporsi due scuole di pensiero opposte: la filosofia analitica e quella continentale. Sia gli analitici che i continentali vogliono rompere con la metafisica e la sua impostazione fondazionalista della filosofia optando per una filosofia che rifletta su sè stessa. Tra gli analitici spiccano i nomi di Wittgenstein e di Popper, tra i continentali quello di Heidegger. “Il trattato logico filosofico” di W. ha fatto scuola nella filosofia della scienza del Novecento; secondo il filosofo viennese quello che noi chiamiano pensiero rispecchia perfettamente la realtà costituita da fatti atomici, composti a loro volta da oggetti semplici. Il modo migliore per verificare la veridicità dei fatti è l’empirismo rifiutando, come i neopositivisti, la metafisica. W. inoltre è alla ricerca di una formulazione di un linguaggio universale ed elabora una teoria di giochi linguistici per arrivare ad asserire che ciò che dà significato alle parole è l’uso che se ne fa nel linguaggio comune.

Popper prende in analisi i ragionamenti e le teorie e giunge alla conclusione che l’induzione non esiste o quantomeno non può portare a nulla:

“Il fatto che per ogni problema esiste sempre un’infinità di soluzioni logicamente possibili è uno dei fatti decisivi di tutta la scienza; è una delle  cose  che  fanno  della  scienza  un’avventura  così  eccitante.  Esso  infatti  rende inefficaci tutti i metodi basati sulla mera routine. Significa che, nella scienza, dobbiamo usare l’immaginazione e idee ardite, anche se l’una e le altre devono sempre essere temperate dalla critica e dai controlli più severi.”

Secondo P. infatti noi siano tabula plena non tabula rasa e la ricerca inizia proprio dai problemi che vanno risolti  attraverso la formulazione di ipotesi. Ma la nostra conoscenza scientifica è congetturale ed ipotetica , problematica e fallibile e le nostre teorie sono falsificabili. Per questa concezione fallibilistica P. è considerato il teorico della democrazia e della società aperta, un liberale progressista, un ingegnere olistico, un riformista.

Tra i continentali Heidgger elabora il metodo storico ermeneutico (Scuola di Francoforte); nel suo capolavoro “Essere e tempo” prende in questione l’essere il cui problema coincide con l’apparire agli altri, per cui l’uomo è sempre in situazione, è gettato in essa, in un rapporto aperto verso il mondo. Esistere vuol dire possibilità di agire, quindi per H. la prassi precede la conoscenza, il modo di essere dell’Esserci è la sua esistenza ed è anche un essere per la morte.

Tuttavia H. ci tiene a distinguere il suo pensiero da quello esistenzialista per cui l’uomo non deve essere pià padrone dell’ente ma il pastore dell’essere:

“l’uomo è piuttosto gettato dall’essere stesso nella verità dell’essere, in modo che, così esistendo, custodisca la verità dell’essere, affinché nella luce dell’essere l’ente appaia come quel che l’ente è.”

Durante il Novecento, l’ontologia diviene ermeneutica, ovvero interpretazione del linguaggio, (l’Essere si svela nel linguaggio) rifiutando il modello storicistico per quanto riguarda la concezione dell’arte, la quale per H. plasma l’epoca in cui si sviluppa.

Exit mobile version