Franco Fortini e la letteratura industriale

Franco Fortini (Franco Lattes 1917-1994) nasce a Firenze da una famiglia ebraica e in giovane età si converte alla chiesa valdese. Arruolato tra le file dell’esercito, dopo l’8 settembre scappa in Svizzera dove frequenta Adriano Olivetti, conosciuto precedentemente a Firenze nel 1938.

Fortini è stato uno dei più acuti collaboratori del «Politecnico» di Vittorini, ma le necessità economiche lo spingono ad accettare l’offerta di lavoro arrivatagli dalla Olivetti. Il primo settembre 1947 si trasferisce a Ivrea e si occupa delle iniziative culturali di fabbrica collaborando con la rivista «Comunità».

L’intellettuale genovese è anche un abile pubblicitario e alla Olivetti viene riconosciuto questo suo talento, è lui infatti a dare il nome alle macchine da scrivere Lexicon, Lettera 22 e Lettera 32. Fortini, di credo marxista, rinnova per molti anni la tessera del PSI e rappresenta in veste sindacale gli operai nelle trattative con la proprietà.

Per questo motivo si ritrova spesso in disaccordo con Adriano Olivetti e si generano conflitti anche molto aspri ma costruttivi. Egli infatti ricorda con una nota d’affetto: «[…] qualsiasi altro industriale mi avrebbe cacciato su due piedi, per le noie che gli stavo procurando, e invece dopo una intemerata telefonica piuttosto aspra Olivetti mi condannò – mi condannò sì, ma facendomi un regalo straordinario, cioè trasferendomi a Milano alla pubblicità».

Il caso di Fortini (e anche quello di Ottieri, Donnarumma all’assalto) è esempio e dimostrazione dell’assenza di influenze esterne sulla
produzione letteraria. Gli intellettuali al servizio della Olivetti hanno più spesso assunto posizioni critiche che di elogio nei confronti della fabbrica e dell’industria in generale.

Per le Edizioni di comunità traduce nel 1952 La condizione operaia e nel 1954 La prima radice di Simone Weil. Il suo lavoro come pubblicitario, spesso al fianco di Giovanni Pintori, è apprezzato da tutti. In una lettera del 1958 Riccardo Musatti scrive ad Adriano Olivetti:

«Il Dr. Fortini ha dato negli anni scorsi una collaborazione qualitativamente eccellente e quantitativamente notevole, contribuendo in non piccola misura all’affermazione della pubblicità Olivetti» .

Musatti avanza poi la proposta di liberare Fortini da qualsiasi obbligo rappresentativo per far sì che gli fosse data libertà e carta bianca sul piano creativo. Alla morte di Olivetti Fortini scrive un breve articolo per «L’Avanti» e tre anni dopo lascia l’azienda continuando a collaborare saltuariamente.

Per Franco Fortini l’industria non produce solo oggetti, ma anche rapporti umani e soprattutto idee. Tra queste quella fondamentale è che gli oggetti non vengono adoperati perché utili ad uno scopo (l’auto mi serve per spostarmi), ma diventano importanti di per sé. Conseguenza di questo è l’acquisto delle merci da parte dei consumatori anche senza che questo sia motivato da un reale bisogno. Nessuna definizione sembra più adatta al consumismo.

Il soggetto, che da pensatore è divenuto consumatore, desidera possedere le merci non perché gli sono utili o necessarie, ma per
impadronirsi metaforicamente della loro forza e potenza figurativa. Ecco che si crea il “feticcio delle merci” e il frustrante perseguimento dello “status symbol” a tutti i costi.

Per Fortini è errato discutere di letteratura e industria se limitiamo il campo semantico dell’industriale alle mura della fabbrica. La tesi di fondo è che le idee e le forme dell’industria sono le idee e le forme della vita sociale. In altre parole l’industria non è un tema, ma la manifestazione di un tema che si chiama capitalismo; l’individuo non può scindere il mondo della produzione dai meccanismi della vita sociale poiché questo è entrato con prepotenza (e senza trovare particolari opposizioni) nelle nostre vite, deformando e plasmando anche il nostro inconscio.

Fortini non usa toni apocalittici e un approccio iperbolico ai fenomeni, al contrario sostiene un concetto semplice e altamente condivisibile: il nostro agire (in ambito sociale, privato, lavorativo…) è influenzato dall’impulso dell’industria intesa pasolinianamente come «nuovo modo di produzione».

Se l’industria penetra così a fondo nelle nostre vite allora si può parlare di industria e letteratura anche senza essere operai. L’interesse di Adriano Olivetti per la vita degli operai al di fuori delle  ore lavorative era dovuto alla sua comprensione del meccanismo di estensione tentacolare del nuovo modo di produzione e delle conseguenze di questo sul piano sociale.

Il capitalismo, che è la concentrazione delle forze di produzione e dei beni economici nelle mani di pochi gestori della totalità, ha previsto sin dal suo nascere un opposizione ad esso stesso. Pasolini ha infatti denunciato il paradossale pericolo di conformarsi all’anticonformismo e inserirsi tra le fila degli oppositori previsti e anzi necessari.

Fortini, pienamente conscio di questo meccanismo, adotta altre contromisure. Il linguaggio diventa molto più articolato e quasi oscuro, la sintassi complessa, il lessico a tratti arcaico. Se la realtà dell’industria e dei consumi vuole un linguaggio semplice e una comunicazione immediata, Fortini ricorre al classicismo stilistico, e talvolta anche alle sestine, per generare straniamento e quindi un cambio di passo nella comprensione del lettore.

 

Bibliografia
F. Fortini, Verifica dei poteri, Il Saggiatore, Milano, 1965.
F. Fortini, Astuti come le colombe, «Il Menabò», 5, 1962.
A. Asor Rosa, Storia europea della letteratura italiana, v. III, Einaudi, Torino, 2009.
A. Saibene, L’Italia di Adriano Olivetti, Edizioni di comunità, Milano, 2017.
A. Olivetti, Città dell’uomo, Edizioni di Comunità, Milano, 2015.
V. Ochetto, Adriano Olivetti. La biografia, Edizioni di Comunità, Milano, 2013.
P. Pasolini, Lettere Luterane, Garzanti, 2015

 

Salvatore Schiano

Sulla poesia del ‘900. Sperimentalismi, neolirismi, ideologie

Nel corso del ‘900, in poesia, si è diffuso il verso libero. Laforgue fu il primo grande poeta ad adoperare tale verso e in merito a ciò scrisse: “Mi dimentico di rimare, mi dimentico il numero delle sillabe, mi dimentico la distribuzione delle strofe”.

Anche Pound fece un uso moderato nelle proprie liriche del verso libero. I poeti dell’imagismo scrivevano tutti in versi liberi. E. Lee Masters nella celeberrima Antologia di Spoon River adoperò spesso nei suoi epitaffi versi liberi e non prestò molta attenzione al rispetto della metrica.

Per quel che riguarda l’Italia i crepuscolari Corazzini, Gozzano, Govoni, pur utilizzando anche forme metriche tradizionali, introdussero il verso libero nella poesia italiana. Anche il poeta simbolista Gian Pietro Lucini scriveva soprattutto versi liberi e dichiarò che al momento della creazione non cercava “misure prestabilite (versi), né sequenze numerate di misure (strofe)”, né il posizionamento di accenti tonici.

I poeti vociani Jahier e Boine scrissero solo prose poetiche, mentre i futuristi utilizzarono solo ed esclusivamente il verso libero. Se in poesia e in letteratura devono essere messe delle regole forse devono riguardare il rapporto tra l’arte e il tentativo di ideologizzazione dell’arte stessa.

Ritornando al verso libero alcuni intellettuali ritengono che la vera libertà si acquisisca nell’ambito delle regole imposte e degli schemi precostituiti o almeno questa è la loro giustificazione alla loro concezione di una poesia, che per essere tale deve adoprare le forme metriche classiche. Altri intellettuali ritengono invece che nell’arte la libertà non esista, per cui devono essere accettate le regole imposte dalla tradizione. Per  il poeta Robert Frostscrivere versi liberi è come giocare a tennis senza rete».

Ma non è detto che chi scriva versi liberi e non rispetti la metrica tradizionale non si imponga altre regole riguardanti altri ambiti. Un tempo erano presenti dei canoni estetici. Oggi forse è più problematico valutare un poeta. Sono rari i casi di coloro che scrivono endecasillabi canonici. I più scrivono in versi liberi.

La crisi della poesia

Comprendere le poesie non sempre è facile. Un testo può essere analizzato per il suo significato psicoanalitico, esistenziale, sociale, letterario, ideologico. Ogni testo può essere studiato valutando il contesto storico, la parafrasi, le figure retoriche, la metrica. Non solo ma va anche detto che ogni lirica può scaturire dal sentimento, dall’osservazione o dalla trasfigurazione.

Inoltre non sempre un poeta si basa sulla realtà oggettiva ma spesso anche sulla vita segreta delle cose e della natura. Nel Novecento tutto diventa ancora più complesso. Basti pensare a Eliot e Pound con le loro citazioni colte e il loro montaggio.

Nel secolo scorso sono stati molti gli ismi letterari. In Italia agli inizi del Novecento l’ermetismo non era affatto di facile comprensione sia perché in esso era presente l’orfismo (connotato dal valore sacrale della poesia e dalla ricerca costante di assoluto e infinito) sia perché i testi erano colmi di simboli, analogie e sinestesie.

Negli anni Sessanta si registra un notevole cambiamento. Erano contro l’ermetismo sia i poeti di Officina (Pasolini, Roversi, Volponi, Fortini, Leonetti) che i Novissimi (gruppo 63), ma anch’essi non erano di facile comprensione.

Da un lato i poeti di Officina avevano buoni intenti: volevano il rinnovamento, erano contro l’intimismo degli ermetici, erano contro i reazionari. Dall’altro lato erano anche contro il neorealismo, uno dei pochi ismi del Novecento (insieme ai crepuscolari) i cui autori si facevano capire da tutti.

Forse nel neosperimentalismo erano presenti troppe premesse teoriche. Anche la neoavanguardia era ammirevole negli intenti perché contro il neocapitalismo, contro l’egemonia culturale e l’estetica dominante, contro la mercificazione dell’arte. Tuttavia spesso spiazzava i lettori per i suoi non sensi, il suo linguaggio multidisciplinare, i suoi shock verbali, la ricerca di essere originali a tutti i costi.

Infine la poesia degli anni Settanta con il neo-orfismo cambia di nuovo le carte in tavola perché prende le distanze sia dalla neoavanguardia che dal neosperimentalismo, ma il linguaggio poetico è sempre oscuro e di non facile decifrazione. Per capirne di più basta leggere due antologie poetiche: “La parola innamorata” e “Il pubblico della poesia”.

Il poeta comunque da decenni non ha più alcun status e la poesia contemporanea è divenuta marginale. Molti scrivono. Pochi leggono. C’è perfino troppa creazione ma è scarsa la fruizione. La poesia contemporanea è determinata talvolta dall’egocentrismo, dal narcisismo, dall’autobiografismo. È una poesia talvolta  autoreferenziale e non comunicativa. I poeti sono sempre più appartati. Il loro messaggio talvolta non è chiaro e il gradimento del pubblico è scarso.

I giornali raramente recensiscono libri di poesia. Nelle Facoltà di Lettere i poeti contemporanei non trovano spazio. Il fatturato dei libri di poesia in Italia è inferiore all’1% del fatturato globale. I poeti sono stati sostituiti e rimpiazzati socialmente da cantanti e cantautori.

Poesia e moralità

È sempre difficile giudicare la qualità delle poesie. È vero che è improponibile il paragone tra la poesia di un bambino di prima elementare e una di Montale. Ma spesso le differenze non sono così marcate. Un tempo si consideravano la metrica e l’eufonia. Oggi non più. Decenni fa in Italia si considerava anche la persona del poeta, che doveva essere assennato e ponderato. Al poeta si richiedevano delle virtù come una certa moralità e la saggezza.

Se il poeta era sregolato allora era solo un erudito e/o un immaturo. Non poteva considerarsi persona di cultura. Si considerava soprattutto l’etica. Si giudicava la condotta. D’altronde anche la neoavanguardia valutava la persona (che doveva essere schierata ideologicamente). Loro erano gli unici puri e onesti.

Il contenuto veniva giudicato in modo fazioso perché secondo loro il linguaggio era “ideologia”. Insomma si doveva combattere. Erano in trincea. Bisognava condannare la borghesia. È chiaro che la neoavanguardia ha avuto anche dei meriti come quello di rinnovare il linguaggio, inventare il pluristilismo, etc etc.  Le due “chiese” comunque si sono appropriate della cultura nella seconda metà del Novecento.

Negli anni Settanta le nuove generazioni erano perse nella droga o nella politica. La letteratura era ritenuta cosa di poco conto e non incisiva. una pura evasione. Molti giovani di allora pensavano ad altro e si rovinavano con altro: l’eroina o il terrorismo. La stessa poesia da allora è stata relegata ai margini e non si è più ripresa.

Poesia e ideologia

Quali qualità deve possedere un artista per essere tale?  Un poeta deve avere una visione del mondo. Successivamente avrebbe una poetica (ovvero una dichiarazione di intenti) e uno stile. Un artista di conseguenza secondo tale concezione deve anche essere un intellettuale, che riflette sul mondo e che rappresenta una coscienza critica per gli altri.

Secondo alcuni l’artista è tale innanzitutto per il proprio pensiero (che deve contraddistinguersi per una certa originalità) e questo è valido sia per chi appartiene alla tradizione che per chi appartiene ad una avanguardia. Secondo altri si può scrivere anche senza una piena consapevolezza di sé stessi e del mondo, ma in fondo sono un’esigua minoranza.

Importante oltre al pensiero è quella che alcuni chiamano la posizione intellettuale. Un artista può esprimere dissenso, consenso o non schierarsi rispetto alla politica e al potere. Per Gramsci ogni artista doveva essere un intellettuale organico. Sartre nella presentazione a “I tempi moderni” proponeva l’engagement.

Lo scrittore dunque era da ritenersi sempre responsabile. Non doveva scrivere per i posteri ma per i contemporanei. Non doveva evadere dalla realtà ma essere sempre testimone. Per Saba invece i poeti dovevano essere “sacerdoti dell’eros”. Anche D’Annunzio faceva dire a Claudio Cantelmo ne “Le vergini delle rocce” che gli artisti dovevano soltanto difendere la bellezza. Lo stesso Dostoevskij scriveva che la bellezza avrebbe salvato il mondo. Chissà cosa avrebbero pensato oggi di questa epoca in cui l’arte è soprattutto ricerca del nuovo a tutti i costi e provocazione fine a sé stessa?

Lo stile può essere giudicato subito dai critici letterari, mentre le scelte politiche devono essere comprese e interpretate almeno dopo qualche decennio. Il rischio infatti è quello di risultare troppo faziosi e di confondere l’estetica con l’ideologia.

In alcuni casi c’è la possibilità di confondere l’estetica con l’etica. Non dimentichiamo che in alcuni autori l’appartenenza politica è più che una presa di posizione politica una scelta dettata da idealismo. Per alcuni artisti il liberalismo, il comunismo, il socialismo, la socialdemocrazia, l’anarchia sono categorie dello spirito.

Non dimentichiamo neanche che furono pochi gli intellettuali a opporsi all’entrata in guerra e al fascismo. Condanniamo pure il loro fascismo ma bisogna anche considerare obiettivamente le loro opere artistiche. Lo stesso dicasi per altre ideologie e altri regimi.

Condanniamoli pure come uomini ma non rimuoviamo totalmente gli artisti che sono stati e neanche quello che hanno rappresentato per gli uomini della loro epoca.

Poeti di ricerca e neolirici

Probabilmente è troppo riduttiva la distinzione tra poesia di ricerca (sperimentatori del verso) e poesia neolirica. Non è detto che tutto lo sperimentalismo porti per forza di cosa sempre al rinnovamento del linguaggio e al rovesciamento di prospettive. In fondo anche alcuni poeti lirici o neo-orfici possono essere originali ed innovativi: non è assolutamente detto che siano sempre dei manieristi o degli epigoni.

Non è detto inoltre che tale distinzione tra i due generi di poesia possa racchiudere tutte le dicotomie concettuali ed espressive (comprensibile/difficile, tradizione/innovazione, impegnato/reazionario, etc. etc.). Per quanto riguarda la comprensibilità dei testi la Dickinson scriveva che si doveva dire la verità in modo criptico, mentre Popper sosteneva che niente è così facile che scrivere in modo difficile e che tutti coloro che scrivono devono porsi come dovere la chiarezza espositiva (però era un filosofo).

La realtà in poesia è che i componimenti dovrebbero in teoria cercare sempre di raggiungere i vertici della significazione.

Pasolini dichiarò che esisteva in poesia un codice classista del linguaggio. Ma non è forse riduttiva questa distinzione tra poesia di ricerca e neolirici? Non potrebbe essere considerata anche una poesia aforistica come quella dell’ultimo Montale, degli Shorts di Auden, dell’ultimo Cesare Viviani?

Non sarebbe originale se questo genere di poesia aiutasse a chiarire i pensieri, portasse talvolta a “pensare contro sé stessi” per dirla alla Cioran (il riferimento è alla sua opera “La tentazione di esistere”)?

Naturalmente una scrittura aforistica rischia sempre di essere troppo didascalica oppure ostensiva. Ma in fondo anche gli sperimentatori o i neolirici rischiano anch’essi di perdersi in virtuosismi, di innamorarsi troppo delle parole. I rischi ci sono per tutti; e la distinzione autentica che dovrebbe essere fatta è tra chi cerca di descrivere/raggiungere/rendere tutta la complessità del reale (il rischio è quello di rendere ancora più complicato e di più difficile comprensione ciò che è già complesso) e tra chi cerca di semplificare la realtà (il rischio è quello di rendere tutto troppo semplicistico, di creare delle smagliature da cui evade il reale).

La distinzione basilare è tra chi cerca di raggiungere la soglia del dicibile e chi cerca la sostanza delle cose, l’essenziale. La soglia del dicibile non è detto che sia estrema sintesi. L’essenziale lo si raggiunge con il levare, peculiarità della scrittura epigrammatica. La soglia del dicibile invece la si raggiunge con il battere, con l’accumulo, ovvero cercare di descrivere in modo esaustivo la realtà, di comprenderla in modo totalizzante.

 

 

 

‘Storie irrilevanti’ di Matteo Deraco, EDILab Edizioni

Matteo Deraco, spinto dalla passione per la scrittura studia sceneggiatura cinematografica, per poi arrivare alla narrativa che è, ancora oggi, il suo strumento di espressione preferito.

Dopo anni di concorsi dedicati ai racconti decide di mettersi alla prova e raccogliere i suoi scritti pubblicando “Racconti di storie irrilevanti” con EDILab Edizioni.

A fare da sfondo a questa raccolta di racconti è la città di Roma. Dopo anni passati a bramare la solitudine Matteo si interroga su quanto il mondo intorno a lui sia cambiato, e cerca un posto in cui finalmente essere sé stesso, libero dai preconcetti e dai giudizi degli altri. Nel primo racconto l’autore si chiede giustamente quale sia il prezzo per diventare grandi. Il racconto “Pornoerotico” ha un ottimo finale a sorpresa. Il racconto “Puzza di inchiostro” è un’ottima descrizione dei premi letterari italici. Ma in ogni racconto vi sono cose molto interessanti ed aforismi,  che ricordano quello che Raboni scrisse della poetessa Vivian Lamarque, ovvero che le sue intuizioni erano delle coltellate oltre ad essere illuminanti.

Questo non è un libro ispirato dalla paura della morte, dalla precarietà dell’esistenza, da una cifra trascendente, ma in esso vi è sottotraccia, implicito  un autentico atto di fede nei confronti della vita. La vitalità trasuda da ogni pagina. Non è un libro filosofico sull’essere e il nulla, ma è un’opera che riguarda i problemi veri dei giovani. Deraco è un ottimo compagno di viaggio, che parla col cuore in mano. È una raccolta di racconti ben scritta, ma in cui Deraco non ricerca la letterarietà a tutti i costi. Non c’è la ricerca spasmodica della descrizione puntigliosa né dell’intreccio avvincente.

Le storie vengono definite “irrilevanti” dall’autore per modestia e non perché lo sono veramente. Ogni racconto è un exemplum. Roma non viene descritta ossessivamente, ma solo alcuni episodi della vita giovanile romana. Forse l’autore definisce le sue storie “irrilevanti” perché a Roma niente scandalizza e fa notizia, come sintetizzava egregiamente Flaiano con la storia dell’avvento di un marziano nella città eterna, che dopo qualche ora non se lo filava più nessuno.

Infatti le storie di Deraco non sono scritte tanto per stupire, ma per chiarire a sé stesso e al lettore certe dinamiche della vita. Sembra quasi che l’essenza stessa dell’opera stia nei fitti dialoghi e nelle considerazioni sempre interessanti sull’esistenza, che non diventano mai elucubrazioni cervellotiche. Lo scrittore rifugge da ogni intellettualismo e trova leggi generali della vita. Non ha retaggi nei confronti del “secolo breve”. Ha i piedi ben piantati nel duemila.

Non rispolvera il vecchio né lo rimpiange. Parla di sesso ma non in modo volgare. Il suo è un punto di vista maschile senza essere maschilista. Non è centrato su sé stesso, ma orientato verso gli altri. Il dettato è sempre trasparente. È sempre chiaro e se qualcuno volesse disquisire sul discrimine chiarezza/oscurità bisogna ricordarsi che lo hanno già fatto magistralmente Fortini e Parise sulle pagine del Corriere della Sera nel 1977.

Nei racconti di Deraco assistiamo ad una pluralità di voci. Se prendiamo i canoni di Alfonso Berardinelli riguardanti lo stile dell’estremismo  (retorica dell’oltranza,  ontologia, prevalere della teoria sui fatti) Deraco non si adegua al conformismo autoriale. È un libro equilibrato, agrodolce; le riflessioni in esso contenute hanno un certo spessore gnomico. È anche un libro sincero perché Deraco non ha mai paura di mostrare la sua baldanza né la sua vulnerabilità. Sicuramente sono sottintese due cose in questa opera: 1) la parola può risarcire quasi ogni ferita della vita, la può risanare. 2) il mondo è un teatro come in Pirandello e Schopenhauer.  L’autore mette in scena autenticamente sé stesso o gran parte.

Questa è una narrativa adeguata alla realtà,  ma che non si adegua ideologicamente ai tempi. Deraco non è figlio della sua epoca, la sua ricerca lo porta al di fuori del mainstream,  del pensiero dominante; si libera invece dagli idoli senza cadere preda di irrazionalismi.  Tondelli scriveva che leggiamo letteratura moderna per “ritestualizzare il nostro mondo” ed in effetti con Deraco ci aggiorniamo sul mondo italico, soprattutto quello giovanile. Inoltre il cristianesimo è Dio che si fa uomo ed allora perché non leggere un libro che diverte e allo stesso tempo tratta delle nostre debolezze umane? Concludendo, questo libro si può riassumere efficacemente con le parole di Antonio Machado, che diceva di cercare assieme a lui la verità.  Deraco vuole coinvolgere il lettore non solo emotivamente  ma anche dal punto di vista conoscitivo ed esistenziale. Alla fine con lui si approda anche a delle verità umane ed esistenziali. Ciò non è affatto poco. Ecco alcuni estratti molto convincenti del libro:

“Perché penso che diventeremo come tutte le coppie che parlano solo di lavoro e con l’andare del tempo smettono di sorridersi, ma si rifugiano nell’altra persona solo per vomitare rotture di coglioni. Poi, per non sentirci più, ci ritroveremo su un divano

ognuno con il proprio cellulare in mano a scorrere su e giù le pagine internet senza nemmeno vedere quello che stiamo guardando.”

“Non so per quale motivo, ma a un certo punto le persone semplicemente cambiano, per un periodo vesti di blu poi, di punto in bianco passi al verde poi, dopo un po’ di tempo passi al rosso, cose del genere. Fa parte della natura di ognuno. Perlomeno di chi è normale, perché poi c’è anche chi, semplicemente, passa da un estremo all’altro, senza coerenza. Rinnegare sembra essere la moda del 2020. Rinnegare la fede politica, rinnegare la fede calcistica, rinnegare la fede, rinnegare gli amici, rinnegare la famiglia, rinnegare l’amore, rinnegare l’odio, rinnegare i propri sogni. Alla fine si finisce per rinnegare se stessi.”

“L’aria di Roma mi schiaffeggia e io resto un po’ imbambolato. L’odore di schifo mi entra nelle narici. Sa di merda e di vomito, di smog e di cimitero.Mi stranisce. Mi fa vacillare.Eppure mi piace sempre.”

“Vado avanti così, un pezzo separato dall’altro, e io separato da tutto, cercando di tenere tutto insieme, ed è questo che rende la cosa logorante, estenuante. È questa

la parte dura: dover tenere tutto insieme, ed è dura proprio per la mia incapacità di legare le cose.Tutto assomiglia a un fottuto puzzle, con dei pezzi che creano il quadro generale solo quando sono separati. Non ci riesco a metterli insieme quei maledetti pezzettini, e renderli parte della mia vita, li vivo separatamente, in maniera disgiunta gli uni dagli altri.”

 

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