Addio a Giorgio Faletti, scrittore e poliedrico uomo di spettacolo

“Ho sempre sostituito la paura di non farcela più, con la speranza di farcela di nuovo.”  Si spegne oggi, a Torino, all’età di 63 anni, Giorgio Faletti, scrittore, attore, cantante, paroliere, comico, pittore, compositore, pilota automobilistico che ha lasciato un segno nel panorama artistico e culturale popolare italiano.

Faletti nasce ad Asti e dopo la laurea in giurisprudenza, inizia la carriera di cabarettista nel locale milanese Derby. Siamo negli anni settanta, accanto a lui attori come Diego Abatantuono, Teo Teocoli, Massimo Boldi,  Paolo Rossi, Francesco Salvi. La sua popolarità arriva all’interno del “Drive In”, il cabaret show presentato da Gianfranco D’Angelo e Ezio Greggio. Ma è l’improbabile guardia giurata Vito Catozzo a regalargli il successo. Sempre dalla tv nascono Carlino da Passarano Marmorito, Suor Daliso, il testimone di Bagnacavallo. E altri ancora nelle successive trasmissioni (come Emilio con Gaspare e Zuzzurro).

Pian piano si avvicina al mondo della musica, pubblicando nel 1968 il mini-album “Colletti bianchi”, colonna sonora dell’omonimo telefilm che lo vede tra i protagonisti. Nel 1991 scrive per Mina “Traditore” e nel 1992 partecipa per la prima volta al Festival di Sanremo in coppia con Orietta Berti con la canzone “Rumba di tango”.

Nel 1994 Faletti è ancora una volta presente al festival e, con la canzone “Signor tenente”, vince il premio della critica. Questo è il momento in cui il comico lascerà spazio all’uomo capace di emozionare, mostrare lacrime e bagnare i volti degli italiani con parole forti ispirate alla strage di Capaci dove persero la vita Giovanni Falcone, la moglie e gli uomini della scorta.

E poi il sogno. Quello di scrivere, diventare uno scrittore, come ce ne sono pochi. Quelli da ricordare, quelli che non dimentichi con la forza, la rabbia, la passione, la malinconia, l’amore, la dolcezza che costruiscono ogni pagina dei loro romanzi.

Nel 2002 arriva così il primo romanzo, Io Uccido. Il romanzo vende 4 milioni di copie. Ma quell’anno per lo scrittore non porta con se sorrisi. Faletti viene colpito da un ictus che riesce fortunatamente a superare senza gravi conseguenze. Nel 2004 arriva il secondo romanzo, Niente di vero tranne gli occhi, thriller che porta l’autore a essere definito dal maestro del thriller americano Jeffery Deaver, un “largen than life“, uno che diventerà leggenda.

Nel novembre del 2005 Giorgio Faletti riceve dal Presidente della Repubblica il Premio De Sica per la Letteratura. Nello stesso anno si aggiudica anche il ‘Premio letterario La Tore isola d’Elba’ poi assegnato tra gli altri a Camilleri, Vitali, Volo e Cazzullo.

Poi arriva il cinema. Nel 2006, accanto ad un giovane Nicolas Vaporidis, interpreta quel professore che, prima o poi, tutti incontriamo nella nostra carriera scolastica. Quell’uomo che solo a guardarlo provoca una rabbia incontrollabile, ma che, alla fine di tutto, in qualche modo, ci lascia un segno indelebile, ci insegna a vivere. Quell’uomo, quel professore, che ricorderemo per sempre.

“Vedi Molinari, Luca, l’importante non è quello che trovi alla fine di una corsa, l’importante è quello che provi mentre corri.” 

Poche parole che lasciano un segno, che ti restano dentro: è vero, l’importante è ciò che provi durante il viaggio.

La sua interpretazione riceve la nomination ai David di Donatello nel 2006 come miglior attore non protagonista.

E ancora musica e libri, per quell’uomo che aveva ancora tanto da dire. Per quell’uomo che è andato via troppo presto, che non si è mai prestato a giochi politici, che un emozione doveva ancora lasciarla dentro di noi.

Nell’ottobre 2006 pubblica Fuori da un evidente destino, ambientato in Arizona e in cui tra i protagonisti vi sono gli indiani Navajos, ai quali il romanzo è dedicato. Già mesi prima dell’uscita del libro, Dino De Laurentiis acquista i diritti per realizzarne un film. I suoi libri sono tradotti in 25 lingue e pubblicati con grande successo, oltre che in tutti gli stati d’Europa, anche in Sud America, in Cina, in Giappone, in Russia e, a partire dal mese di marzo 2007, negli Stati Uniti e nei paesi di lingua anglosassone. Nel 2009 è nel film di Giuseppe Tornatore, Baaria, dove interpreta il sindacalista Dino Siboni.

Il suo impegno e i suoi successi ottenuti in campo letterario lo portano a nominarlo, il 10 settembre 2012 presidente della Biblioteca Astense della sua città: accolto l’incarico con la sua solita verve umoristica, l’investitura è stata fortemente voluta dall’amico ed Assessore comunale alla Cultura Massimo Cotto. Un sogno che diventa realtà. Il suo sogno. Quello forse di tutta una vita che ora lascia un sapore amaro per chi ha amato i suoi libri. Amaro perchè non ce ne saranno altri, amaro perchè è accaduto troppo presto, amaro perchè nessuno aspettava questo momento. Nessuno era pronto ad affrontarlo.

Giorgio Faletti era malato da tempo. Un tumore ai polmoni lo aveva colpito e oggi lo ha portato via in silenzio. Come uno scherzo, un gioco, beffandosi di noi, di chi lo ha amato, ascoltato, sentito fino in fondo in quelle pagine scritte con passione e desiderio. Desiderio di non arrendersi mai, di lasciare in questa vita qualcosa che fosse più di una semplice presenza. E lui, Giorgio Faletti, ci è riuscito.

L’amico Massimo Cotto, rimasto accanto a lui fino a quell’ultimo respiro, parla e racconta l’uomo. Un uomo capace di prendere in giro anche la morte stessa, di giocare su quel male che di li a poco lo avrebbe portato lontano da quella penna, da quel suo modo di scrivere, di entrare in ognuno di noi, di emozionare, come solo i grandi scrittori sono in grado di fare, mai snob.

Un gioco. Ecco cos’è stato e cosa sarà quest’ultimo viaggio.

“Scherzava anche sulla malattia” – “Giorgio prendeva in giro tutto, anche il tumore. Ne parlavamo sempre a mo’ di battuta”. “Ho passato la notte con lui, c’erano tutti gli amici più cari, la famiglia”. “Negli ultimi giorni era molto debilitato, non era cosciente – racconta ancora l’amico -. Sembrava uno scherzo venuto male: due settimane fa pensava di aver vinto il cancro al polmone, ma poi la malattia ha avuto il sopravvento nel giro di poco”. 

Dopo essersi sottoposto ad una serie di cure a Los Angeles, la città degli angeli, nella primavera del 2014, viene trasferito all’ospedale di Molinette di Torino.

Criticato per le sue opere, accusato di aver usato il proprio nome e non la propria penna, di aver copiato da scrittori americani nella scrittura dei suoi romanzi, oggi muore un uomo amato, un autore che non sarà dimenticato, ma ricordato per la sua versatilità, la sua arte di saper fare molte cose senza mai cadere nel ridicolo risultando poco credibile. Le sue parole resteranno ancora, come una musica che non puoi cancellare solo perchè il tempo per ascoltarla è ormai finito.

Ancora un messaggio, l’ultimo. Le ultime parole di un uomo a chi lo ha amato incondizionatamente. Senza remore ne riserve. Ci saluta così il professore “carogna”  dagli occhi malinconici e profondi nella sua ultima notte. La sua notte, prima degli esami.

 “Cari amici, purtroppo a volte l’età, portatrice di acciacchi, è nemica della gioia. Ho dovuto a malincuore rinunciare alla pur breve tournée per motivi di salute legati principalmente alle condizioni precarie della mia schiena, che mi impedisce di sostenere la durata dello spettacolo. Mi piange davvero il cuore perché incontrare degli amici come voi è ogni volta un piccolo prodigio che si ripete e che ogni volta mi inorgoglisce e mi commuove. Un abbraccio di cuore. Giorgio”

 

Io uccido, lo psico-thriller di Giorgio Faletti

 “Anche in questo siamo uguali.
L’unica cosa che ci fa differenti è che tu, quando hai finito di parlare con loro, hai la possibilità di sentirti stanco.
Puoi andare a casa e spegnere la tua mente e ogni sua malattia.
Io no.
Io di notte non posso dormire, perché il mio male non riposa mai.

E allora tu che cosa fai, di notte, per curare il tuo male?

Io uccido…” 

Basterebbe solo questa inquietante frase a dimostrare che ci troviamo di fronte ad uno psico-thriller italiano geniale, seppur rappresenti l’esordio di Giorgio Faletti, con Io uccido e seppur siano evidenti certi richiami ai thriller americani (in particolare lo scrittore Deaver).

Principato di Monaco, Jean-Loup Verdier è un affermato dj di Radio Monte Carlo. Ricco, soddisfatto del proprio lavoro e della propria vita serena. Ma la tranquillità non dura in eterno. Ogni cambiamento ci colpisce, quando non siamo pronti a riceverlo. Tutto cambia durante la diretta del suo programma radiofonico. Un uomo, che dice di chiamarsi Uno e Nessuno, dichiara pubblicamente la sua intenzione di uccidere per curare il proprio male. Inizialmente sorpreso dalla strana telefonata, Jean-Loup chiude la questione considerandola uno stupido scherzo. Ma molto presto, Jean-Loup, si ritroverà davanti una realtà inaspettata. Una serie di omicidi che nulla hanno a che vedere con quello che, all’apparenza, sembrava solo il gioco di una persona forse annoiata dalla propria quotidianità.

I primi a morire saranno un pilota di formula uno e la sua fidanzata, trovati uccisi e orribilmente sfigurati. L’incubo diventa realtà. Una realtà che porta con se un solo e unico indizio. Due parole scritte con il sangue, due parole che si immergono nella testa del dj…Io Uccido…

Quello che è il primo romanzo, la prima creatura, le prime pagine e parole, scritte da Giorgio Faletti, diventano un incredibile e controverso caso letterario. Come per quelle persone che, quando le incontriamo per la prima volta, abbiamo un categorico rifiuto, anche io ho avuto i miei dubbi su quello che, con grande sorpresa, si presenta come un thriller ben scritto, avvincente, emozionante, forte, pronto a trascinarti fino a quelle ultime parole, fino a quell’atto finale che porta con se sgomento e sorpresa.

Mentre le pagine e le parole continuano a scorrere, incontriamo lui. Frank Ottobre, un agente dell’FBI in congedo temporaneo. Un uomo che conosce il dolore, un uomo i cui occhi sono ormai spenti, un uomo che, forse, non sarà più in grado di respirare, esistere, senza sentire quella fitta lancinante che appare non appena i suoi occhi si aprono al mattino. Frank è un uomo che affronta il suicidio della moglie e che, senza volerlo, senza trovarne ragione, sarà pronto a tornare a vivere.

E così gli omicidi si susseguono. FrankNicolas Hulot, commissario incaricato di occuparsi del caso, sembrano sentire solo l’umiliazione per non essere in grado di trovare quest’uomo la cui identità sembra non trovare risposta, riscontro, un riconoscimento.

“Io uccido”(più di  quattro milioni di copie vendute) è un libro coinvolgente, dettagliato, suggestivo, ricco di suspence, che non ha nulla da invidiare ai thriller americani che riempiono gli scaffali nostrani; ci mette in contatto con la parte più oscura di noi, noi essere umani che lottiamo contro i nostri stessi demoni, contro le sofferenze quotidiane e la banalità del male. Suona strano per un thriller ma è anche  una profonda riflessione sull’amore da un “altro” punto di vista.

Caso letterario? Un cantante-attore-comico  pronto ad avere successo solo grazie al suo nome? No. “Io uccido (titolo accattivante, perché il successo si gioca anche sulla pubblicità) rapisce e trascina dalla prima all’ultima parola.

Quell’uomo che non riesce a placare il proprio dolore, quell’uomo che non può fare altro che privare ogni essere umano della propria esistenza. Di cosa ha realmente bisogno? Riempire spazi vuoti? Colmare assenze-presenze, che portano un dolore senza fine? Perchè? Perchè proprio loro? Cosa mi sfugge? Rileggo una pagina, poi un’altra ancora. Torno indietro, forse mi è sfuggito un passaggio. Forse la soluzione è lì. Forse non riesco a vedere…Forse ci siamo…Ancora un colpo, attesa, ansia, paura… Io uccido

“Per chi ci ha messo il cuore e altrettanto cuore non ha trovato, per chi si è sbagliato e ci ha messo troppo sale, per chi non avrà pace finché non riuscirà a scoprire in quale maledetto barattolo hanno nascosto lo zucchero, per chi rischia di annegare nella piccola alluvione delle sue lacrime. Siamo qui con voi e, nonostante tutto, come voi siamo vivi.”

 

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