Il bersaglio del momento: lo storico Alessandro Barbero

Alessandro Barbero è genericamente antipatico. Divulgatore, ha il tono del grillo parlante, del giullare di corte: sorride, pieno di sé, fiero del successo popolare. Incomprensibile. Affari suoi: basta cambiare canale. Nell’era dei vili, questa, invece, siamo in attesa che l’uomo di successo cada. Le mani che un attimo prima, becere, hanno applaudito, per mero riflesso, sono le stesse che inaugurano la lapidazione.

La frase pronunciata da Alessandro Barbero, per la cronaca, è questa:

“Rischio di dire una cosa impopolare, lo so, ma vale la pena di chiedersi se non ci siano differenze strutturali fra uomo e donna che rendano a quest’ultima più difficile avere successo in certi campi. È possibile che in media, le donne manchino di quella aggressività, spavalderia e sicurezza di sé che aiutano ad affermarsi? Credo sia interessante rispondere a questa domanda”.

La domanda posta da Barbero è tradotta in affermazione: il titolo con cui l’intervista realizzata da Silvia Francia è stata pubblicata su “La Stampa” suona così: Le donne secondo Barbero “Insicure e poco spavalde così hanno meno successo”. Eppure, Barbero non ha detto proprio così. L’intervista è nata intorno a un pretesto, un ciclo di lezioni del prof Barbero sulle “Donne nella storia”, presso il grattacielo Intesa Sanpaolo a Torino: si parte da Caterina la Grande, si chiude con Nilde Iotti. Del resto, l’intervista è piuttosto modesta, soprattutto per le domande poste.

Sul punto espresso da Barbero – banale, per altro – ciascuno può pensarla come vuole: dargli ragioni, stare nel suo interrogativo o fottersene, credendo che quell’uscita sia una cretinata come un’altra. D’altronde, il prof – di norma carino, coccoloso, di sinistra (a Torino ha votato per Angelo d’Orsi, “autentica candidatura della sinistra”) – non è un legislatore, non è neanche un politico, non rappresenta altro che la propria opinione. Invece. Intorno alle opinioni – in forma interrogativa – di Barbero è montato un ‘caso’, di varia casistica, fomentato da femministe salottiere e mercanti del perbenismo.

Già, perché questo è il tempo in cui un po’ tutti gli intellettuali d’antan pigliano posizione – a novanta – contro la cancel culture, che coraggio, per promuovere però, dal seggio dei giornali di vaglia, il conformismo più allucinato. Così, per dire, Massimo Gramellini, ha fatto l’acido simpatico: “Non pensa, Barbero, che il titolare di una cattedra universitaria farebbe meglio a non frequentare il Bar Sport della battuta a tema libero…?”. Prima pagina del “Corriere della Sera”.

“La Stampa”, va da sé, non avendo evidentemente altro da dire ai suoi lettori, intorno alla frase di Barbero – pronunciata nell’ambito di un’intervista occasionale, non certificata in saggio né saggiata da uno studio o tradotta in legge – ha impalcato una specie di imbarazzante ‘inchiesta’ giornalistica, invitando alla lapidazione pubblica del prof un florilegio di firme, sussiegose, sottomesse al regno dell’egolatria. Secondo Dacia Maraini, per dire, a causa della frase di Barbero Rischiamo il razzismo di genere e di dimenticare secoli di oppressione.

Questo è il titolo del suo commento, che rischia, piuttosto, di offendere la nostra intelligenza, dimenticando secoli di logos, quando attacca con la solita pippa che “esiste una cultura dominante che ha sempre escluso le donne dai luoghi delle decisioni importanti, colpevolizzandole e denigrandole”.

Se Barbero dice delle cose odiose, non fatela troppo lunga: leggete altro. Un personaggio pubblico non esiste per pettinare le opinioni del pubblico pagante, non esita, piuttosto, a sconcertarle, a sconvolgerle, per essere un segno di contraddizione e di scandalo.

Le questioni dominanti, qui, sono due.

Primo. Non abbiamo più nulla da dirci. La notizia giornalistica si è ridotta a chiacchiera, ogni pretesto è buono per far chiasso, facciamo teologia su un’unghia rotta, impalchiamo inchieste intorno a una minchiata. Il senso delle altezze è del tutto scomparso, mirare alto dà vertigine: l’aristocrazia dei fatti – cosa conta e cosa no –, la potenzialità degli effetti, la curiosità di sfondare l’ignoto al posto di fecondare sempre e soltanto le solite quattro idee rifritte, rifatte. Basta vagabondare nella Rete, basta uscire di casa, passeggiare, sentire, il sentore della meraviglia è ovunque.

Secondo. Siamo circondati dagli avvoltoi del rancore. Incapaci di vedere la gloria, aneliamo, con ansia da sanguisughe, alla caduta, al macello. Siamo tutti piccoli cecchini che mirano all’errore altrui, al minimo inciampo, al microscopico difetto. Miseri giudici, ci attacchiamo alle miserie degli altri, le succhiamo, avidi, smistiamo giudizi, calcoliamo le frattaglie di un cadavere, comminiamo condanne, siamo concupiti dalla colpa, ci masturbiamo al cospetto del fallimento altrui.

Sfigati calvinisti, dimentichi che ogni ascesa è possibile come esito di molteplici cadute, che la gloria passa per l’assassinio delle opinioni condivise, è la conquista dell’autoritarismo dell’autorevolezza, spacchiamo il capello in quattro al posto di praticare lo scalpo, lanciamo anatemi sulle sciocchezze, confondiamo l’indimenticabile con il dimenticato. Che civiltà satura di avventatezza, insipida, quella che si fa grande sulle infermità del prossimo, invidiosa, grigia per eccesso di ricchezza, che non sa discernere il genio dall’infimo.

E poi, terzo, diciamocelo, c’è chi occupa indegnamente le prime pagine dei giornali che contano – che, effettivamente, non contano più nulla da tempo. Sul “Corriere della Sera”, per dire, giganteggiano i nani, i Gramellini, i D’Avenia – che al confronto di Gramellini è un Tommaso d’Aquino.

Gente lì per bonificare le tenebre, per placare le masse, a propalare rubriche che fungono da lassativo, per lassisti dell’intelletto, la candida cretinata come lasciapassare per la carriera. Il solito Pier Paolo Pasolini, ormai amuleto dei conformisti, su quello stesso giornale, qualche decennio fa, scriveva che

“I giovani italiani nel loro insieme costituiscono una piaga sociale forse ormai insanabile: sono o infelici o criminali (o criminaloidi) o estremistici o conformisti… I miei colleghi intellettuali si dichiarano quasi tutti convinti che l’Italia, in qualche modo, sia migliorata. In realtà, l’Italia è un luogo orribile”.

L’intellettuale è lì a dire l’orrore e l’orribile, non a titillare il rancore, a sostenere le ipocrisie rasoterra, vili. Il resto – le frasette estorte da Barbero, l’estorsione delle idiozie di chi si professa tutore delle diversità di massa – sono tutte cazzate.

 

L’intellettuale dissidente

‘Giorni di guerra’, il romanzo minimalista di formazione di Giovanni Comisso

Il giornalista e scrittore Giovanni Comisso scrisse Giorni di guerra nel 1930, rievocando a distanza di tempo la sua esperienza di guerra, alla quale aveva partecipato giovanissimo. Si tratta dunque di un libro di memorie, privo della risentita partecipazione emotiva che caratterizza tante opere scritte subito dopo il conflitto: in esso domina piuttosto il senso di nostalgia con cui Comisso ricorda la propria passata gioventù e la beata incoscienza che gli consentiva di affrontare tanto drammatici e violenti come se si trattasse di un gioco. Anche se l’autore non vuole presentare con Giorni di guerra un documento polemico sull’assurdità della guerra e sull’impreparazione degli ufficiali italiani; tuttavia questi aspetti acquistano, forse proprio per questo, un rilievo notevole e finiscono per offrire una delle testimonianze più oggettive e sincere del conflitto.

Dopo gli studi classici, Giovanni Comisso si iscrisse alla facoltà di legge, che interruppe a causa della prima guerra mondiale, cui partecipò come interventista convinto. Dopo la guerra sperimentò i più diversi mestieri, dal libraio al commerciante d’arte; riprese poi gli studi universitari laureandosi nel 1924. Nel 1926 cominciò a collaborare con la <<Gazzetta del popolo>> e con il <<Corriere della Sera>>, viaggiando ripetutamente in Europa, Africa del Nord, Cina, Giappone e Russia. I suoi racconti venivano intanto pubblicati su <<Solaria>>, <<Pegaso>>, <<La Fiera Letteraria>>. Negli anni Cinquanta viaggiò ancora come corrispondente del <<Messaggero>> e della <<Stampa>>, ed esordendo come narratore del 1924 con Porto dell’amore, ispirato autobiograficamente all’impresa di Fiume. Con Gente di mare (1929) vinse il premio Bagutta; nel 1930 fu la volta di Giorni di guerra, con il libro Capricci italiani vinse nel 1952 vinse il premio Viareggio e con la raccolta di racconti Un gatto attraversa la strada, ricevette nel 1955 il premio Strega. Tra i suoi romanzi ricordiamo Storia di un patrimonio (1933), I due compagni (1936); Gioventù che muore (1949) e La mia casa di campagna (1958).

Per quanto concerne la trama di Giorni di guerra, siamo nel 1917, poco prima della battaglia di Caporetto, che costrinse l’esercito italiano, dopo una bruciante sconfitta, a ritirarsi in disordine lungo la linea del Piave. L’ambiente è quello dell’alto Isonzo, dove soldati e ufficiali stanchi occupavano da oltre due anni le stesse linee senza riuscire ad avanzare. Il protagonista della storia minimalista ed essenziale di Comisso è un ufficiale con l’incarico di controllare periodicamente le linee telefoniche che collegano gli avamposti ai comandi arretrati. Si tratta di un ufficiale diverso dagli altri: non sfugge i pericoli come tanti suoi colleghi imboscati, anzi ne va quasi alla ricerca, per voglia di avventura, per curiosità di conoscere, ma anche per sfida. I soldati, quelli che combatteranno sul monte, tra la neve e le bombe, l’hanno invitato ad ispezionare il loro settore, ma nella loro voce vi è l’ironia di chi sfida a rischiare sul serio la vita. Ma l’ufficiale ci va per davvero, salendo sul monte tramite un pericoloso carrello di teleferica, conoscendo in questo modo i soldati, con i quali aveva comunicato solo per telefono. Infine, rischiando nuovamente la vita, l’ufficiale ridiscende a valle con lo stesso carrello e si addormenta; al suo risveglio ripensa alla storia assurda, chiedendosi se è stato solo un sogno.

“La notte era alta. Trovai un breve andito vicino alla baracca dell’ufficiale, mi distesi per terra e mi addormentai contro la parete. Poi, risvegliandomi al freddo dell’alba, subito mi chiesi se tutto quello che avevo fatto me lo fossi sognato; e se, sceso verso il prato dove la nebbia era distesa come un velo, andai a cogliere i tenui fiori dell’autunno che splendevano come meravigliose ametiste.

Il discorso indiretto della voce narrante è intercalato dal discorso diretto dei protagonisti per dare maggiore spessore realistico e drammatico alla vicenda. Il linguaggio è semplice, con periodo generalmente brevi e disposti in rapida successione per indicare il ritmo veloce degli eventi. Nel momento più vivo della narrazione, rappresentato dal volo della teleferica, si avverte tuttavia la presenza di elementi letterari derivati soprattutto dalla poetica di Pascoli, di cui era imbevuta l’educazione della gioventù del tempo.

L’avventura vissuta e raccontata da Comisso, possiede le caratteristiche di un percorso iniziatico, un romanzo di maturità e formazione, attraverso il superamento di una prova impegnativa, il protagonista conquista la fiducia in se e la stima dei propri compagni. Il brano di chiude con la stessa immagine dei fiori lilla con cui era iniziato, raccogliendoli alla fine del viaggio , è come se egli volesse accertarsi che quella vissuta è stata un’esperienza viva e concreta, non un sogno.

Giorni di guerra è un libro ricco di pathos che sa emozionare dove Comisso, regalandoci pagine da antologia, trasmette con grande efficacia lo slancio ritrovato dei soldati e la vittoria con i fuochi tra le montagne, sebbene non si tratti della dura vita della prima linea, fatta di morte e sofferenza, ma di una diversa prospettiva, più privilegiata, di un ufficiale del genio trasmissioni. Un libro da riscoprire (insieme al suo autore) e apprezzare nella sua semplicità e da far leggere insieme a Lussu e Levi in tutte le scuole italiane.

Leo Longanesi, un genio anticonformista italiano che fu tutto e il suo contrario

Giornalista, direttore, pittore, grafico, editore, scrittore, sceneggiatore, regista e talent scout. Quante cose fu Leo Longanesi. Anarchico, feroce fustigatore,scettico verso una democrazia che tutelava il diritto alla mediocrità e fascista, borghese e anti-borghese, moderno e anti-moderno. Maestro di scrittori e giornalisti come Flaiano, Buscaroli e Montanelli, fu tutto e il contrario di tutto. Un unicum nella storia del giornalismo nostrano. Un genio italiano.

“Sono nato a Bagnacavallo nell’Agosto del 1905 […] Ho bazzicato il ginnasio e il liceo, e sono sempre passato col sei; tutto quello che non so, l’ho imparato in quegli anni. La mia ignoranza è infinita”. Così si presenta l’allora giovane ventiduenne Leopoldo Longanesi, in arte Leo. Quante cose è stato: giornalista, scrittore, direttore di giornali, editore… Ma anche pubblicitario, sceneggiatore, regista, caricaturista, aforista… Longanesi fu tutto, e il suo contrario: amante dell’ordine e dell’anarchia, moderno e antimoderno, borghese e antiborghese, fascista e antifascista. Davanti alle accuse di appartenenza all’una o all’altra parte aveva argomentazioni e aneddoti convincenti per confermare o negare la versione che più gli garbava. Una sua massima descrive bene la sua natura altalenante:
”Eppure, è sempre vero anche il contrario”.

Figlio di un ufficiale e di una donna di ceppo garibaldino e socialista, è al nonno materno Leopoldo che vanno attribuite le fascinazioni anarchiche che caratterizzarono la sua vita, mentre quelle fasciste all’essere nato in Romagna. Il suo carattere è pieno di contraddizioni: melanconico, romantico, nostalgico, elegante. Ma anche duro, cinico, volgare, spietato, offensivo:
“È morto Piero Gobetti e tutti piangono. Coccodrilli! […] La cultura, l’intelligenza, 24 anni, l’ospedale di Parigi…, ma chi se ne frega!… Che Iddio lo prenda in paradiso e basta!”. Oppure: “Trovarono il cadavere… e la signora Matteotti ci fece un figurone…”.
Si autodefiniva “un carciofino sott’odio”, e sappiamo perché. Decisamente basso, furbo, avaro all’inverosimile, ha descritto i vizi della sua epoca a forza di caricature, tutte dipinte a mano. Perché, tra le altre cose, Longanesi fu anche pittore. Come descrivere allora Longanesi? Longanesi non va descritto, va dipinto, alla maniera stessa di Longanesi. Va ritratto con uno schizzo di matita, fotografato con un flash. Perché Longanesi fu soprattutto un grafico.

Scriveva a mano, Leo Longanesi, mai a macchina. Disegnava personalmente i caratteri dei titoli dei giornali che avrebbe lui stesso impaginato. Il suo carattere preferito fu su tutti il Bodoni, e la S sinuosa, simile a una nave che solca ogni mare, la lettera prediletta. Frugava tra le botteghe piene di cianfrusaglie in cerca di parrucche, baffi finti, sottovesti… vecchia roba che avrebbe dovuto fungere da soggetto o da sfondo alla foto che aveva pensato per il prossimo articolo o copertina di giornale. Ed è questo che ne fa di lui un vero artigiano della cultura. Il suo segreto? La semplicità. Uno stile asciutto, immediato, tagliente lo contraddistingue: niente fronzoli e sbavature. La sua scrittura mira all’essenziale, coglie nel segno e sviscera il nucleo della realtà e, immancabilmente, centra l’obbiettivo. Il minimo della sintesi per il massimo risultato. Il minimo sforzo del lettore per la sua massima soddisfazione. I suoi libri si leggono col fiato mozzo. Frase breve, punto e a capo. È la Tecnica di Leo Longanesi che pare uscita dalla modernità dei tempi. Da vero imprenditore della cultura, fece sempre economia di parole.

Lunatico e solitario, sempre tendente al cattivo umore e alla malinconia, Leo Longanesi sghignazzava per non piangere. “Conservatore in un paese in cui non c’è niente da conservare”, fabbricò un gran surrogato italiano del grande stile borghese.
I romanzi non li scriveva. Farlo necessitava, inevitabilmente, di frasi banali. E lui voleva sorprendere. Scettico e cinico fino all’estremo, non bisognava mai credere ai suoi atti di fede: “Creda a me, non creda a nulla”. Per gli altri lavorava a tavola, regalando idee ai commensali; per se stesso lavorava di notte, cominciando disegni o libri che, nella maggior parte dei casi, non avrebbe finito. Longanesi funzionava per flash. L’idea scoccava come una scintilla, poi, finito il bagliore, annoiato e rabbuiato, lasciava perdere e passava ad altro. È per questo che ai posteri, delle sue opere, ha lasciato così poco. Quel che rimane sono per lo più disegni, brevi aforismi, memorie, appunti, ma nessun romanzo. Sono quasi tutte opere abbozzate, frammentarie, incompiute.

Si ricordano i pamphlet di costume come Ci salveranno le vecchie zie? o Il destino à cambiato cavallo, diari e taccuini come Parliamo dell’elefante o La sua signora, intrisi di malinconico sarcasmo. Ma il suo genio risiede nelle opere costruite per immagini. La sua tecnica è sobria fino all’estremo: immagine e didascalia. Così ha composto I borghesi stanchi e, soprattutto, Il mondo cambia. 1900-1950 Storia di cinquant’anni. La sua parola diviene immagine. Ogni foto ritrae un momento cruciale per l’epoca: ne segna i costumi, le tendenze, le paure, i sogni e le illusioni

In piedi e seduti (1919-1943) è invece l’unica opera veramente organica e compiuta di Longanesi. L’Italia “in piedi!” (appello agli italiani di mussoliniana memoria) è quella fascista; l’Italia “seduta” quella repubblicana. Uscita vinta e sfinita dalla guerra, abbandonato ogni sogno di grandezza, l’Italia si accascia al suolo, cadendo sul popò. Chi voglia sapere cosa sentissero, sognassero e volessero gli italiani durante il fascismo vada a leggere quest’opera unica. In essa, sopravvive ancora lo Spirito del tempo passato. Però, ancora una volta, verso la fine del resoconto, si nota la tipica stanchezza dell’autore nel trattare oltre l’argomento. E taglia corto sugli ultimi anni del fascismo. Un morto fra noi, è l’unico racconto, quasi un racconto; l’unico romanzo, quasi un romanzo. Longanesi lo scrisse per lasciare una testimonianza, affinché il fantasma di Mussolini gli lasciasse dormire sonni tranquilli. Il morto, neanche a dirlo, è il Duce, appeso per i piedi a Piazzale Loreto. E il suo cadavere, almeno per Leo, è decisamente ingombrante. L’opera – originalissima – è un capolavoro di riesumazione, un circumnavigare il cadavere calpestato dell’ex condottiero d’Italia.

Longanesi morì prematuramente, come gli animali rari, belli e delicati. Ed è questo a farne di lui una creatura quasi mitologica. È lui, Longanesi, il vero “morto fra noi”. Un cadavere poco ingombrante, data la statura. Gli facciamo spazio volentieri. Che si piazzi lì, in un cantuccio tutto suo, che è anche il nostro. Leo Longanesi, bonsai della cultura italiana, da annaffiare con le nostre lacrime di rimpianto. Non ce ne è stato e non ce ne sarà concesso un secondo. Un personaggio straordinario ed irripetibile. Un unicum nella storia del giornalismo italiano, come dimostra anche l’antologia di spunti alla Longanesi, un campionario di cattiverie argute, di racconti verosimili e letali, utili a dipingere un contesto, una persona, una situazione o una cultura che lo scrittore e giornalista Pietrangelo Buttafuoco ha voluto raccontare ricorrendo soltanto alle sue parole. Una collezione di pezzi di un intellettuale allergico alle definizioni, quella de Il mio Leo Longanesi, introdotto da Francesco Merlo, che è e sarà sempre attuale. Imperdibile per i cultori di Longanesi e per gli estimatori di Buttafuoco.

 

Fonte: http://www.lintellettualedissidente.it/homines/leo-longanesi/

Giovanni Battista Angioletti, autore neoclassico

Giovanni Battista Angioletti nasce a Milano il 27 Novembre del 1896, da una famiglia medio-borghese. Già a diciassette anni fonda il suo primo settimanale La TerzaItalia, di stampo nazionalista ed interventista. Il romanzo che invece ha fatto sì che si diffondesse la sua fama in quanto autore è stato Il giorno del giudizio, grazie al quale si è aggiudicato anche il Premio Bagutta.

Durante il ventennio fascista, in Giovanni Battista Angioletti, come spiegato nell’antologia di C. Salinari -C.Ricci

prende vita una visione apocalittica del mondo, suggerita non soltanto dall’inquietudine per la sorte dell’uomo, ma soprattutto per la sorte di quei beni spirituali, di una vita morale, di una civiltà dello spirito che sono la creazione di generazioni innumerevoli succedentisi nei millenni, minacciate dal sopravvenire di una civiltà della tecnica che, frutto anch’essa dell’intelligenza e della civiltà umana, è tuttavia, forse perché troppo spesso nelle mani di uomini impreparati moralmente ai suoi vantaggi, incline a degenerare una forza negativa, pressoché demoniaca.

Appassionato di giornalismo, Angioletti, ha scritto articoli per numerose testate ed è stato condirettore dell’ Italia letteraria, assieme a Curzio Malaparte, negli anni che vanno dal 1928 al 1935. Un ruolo come direttore dell’istituto italiano di cultura a Praga e come insegnante di letteratura italiana presso alcune città come Diogene e Parigi, lo tengono lontano dalla sua città natale, nella quale ritornerà solo con lo scoppio della guerra. Intorno al ’45, dirige la Fiera Letteraria. Angioletti, inoltre, è stato uno dei fondatori della Comunità europea degli scrittori, restando al contempo anche segretario del Sindacato Nazionale Scrittori Italiani:

In realtà le mie battaglie si svolsero quasi tutte sul terreno letterario; specie durante la lunga contesa tra i calligrafi e i contenutisti (e io, a torto o a ragione, ero considerato come un capofila dei primi).

Suggestionato dalla letteratura europea soprattutto quella di matrice inglese e francese (nonostante le differenze evidenti dal punto di vista culturale e sociale), Giovanni Battista Angioletti considera la letteratura ”puro stile”, prosa d’ arte che non deve mescolarsi con nient’altro ma restare autonoma e indipendente. Angioletti insiste sulla distinzione tra poesia e prosa, polemica piuttosto accesa in quegli anni, ritenendo che la prosa meriti la stessa dignità letteraria fino ad allora riservata alla poesia; secondo lui infatti, l’autore, bravo, infatti, è proprio colui che riesce a fondere entrambe senza sacrificare i contenuti.

Giovanni Battista Angioletti: tra letteratura e giornalismo

La linea di Angioletti, palesemente neoclassica e lontana soprattutto dalla letteratura naturalistica e realistica, da lui seguita è quella abbracciata dalla <<Ronda>>, anche se non manca in lui il bisogno di un rinnovamento e di un’apertura verso quell’Europa già più moderna ma sempre portatrice di saldi valori nei quali il letterato può riconoscersi. Un’intesa attività come giornalista ha accompagnato la sua attività di scrittore: gusto formale ma soprattutto una grande forza morale restano i capisaldi del suo pensiero: ”il nuovo romanticismo” (interessanti in questo senso gli articoli scritti per il volume Le carte parlanti). Nel ’49 lo scrittore milanese risulta vincitore del Premio Strega, con La Memoria, la sua opera più conosciuta ma anche aspramente criticata perché ritenuta troppo monotona.

Ritratto del mio paese (1928) e Italia felice (1947) sono invece i testi in cui la descrizione del paesaggio (tema costante e molto caro allo scrittore) non è affatto idilliaca come si potrebbe pensare, non prevalgono sentimenti ancestrali ma anzi dietro l’angolo si cela il pericolo della noia, da cui si può sfuggire solo attraverso un dialogo con gli altri e una predisposizione maggiore alla vita. Odio e amore, dunque, verso la propria terra ma anche speranza nel cambiamento e nelle belle pagine. Angioletti si spegne a Santa Maria la Bruna il 3 Agosto del 1961, presso Torre del Greco.

Giovanni Battista Angioletti, come riporta il sito http://www.cristinacampo.it/public/giovan%20battista%20angioletti.pdf, si interroga sulle reazioni di Giacomo Leopardi di fronte ai luoghi vesuviani: la natura feconda, il sole splendente, la bellezza dei paesaggi avranno smentito le teorie pessimistiche? La gioia della gente, la vitalità degli abitanti, le voci squillanti avranno messo in dubbio le convinzioni del poeta? Solo apparentemente, sostiene Angioletti: il poeta di Recanati non poté non percepire la tristezza di quei contadini. In ogni caso Angioletti ha amato Torre del Greco, con le sue campagne e questo amore ha forse anche una precisa spiegazione: lo scrittore si scagliò sempre contro la civiltà moderna, distruttrice dei valori spirituali con il suo tecnicismo materialistico e contro il lucido e freddo razionalismo di origini illuministiche: forse in quella campagna Angioletti ritrovava la sua “poesia”, l’atmosfera surreale, l’essenza originaria e profonda delle cose.

‘Sessanta’, le massime e i pensieri di Ojetti

Nel giornalismo letterario bisogna distinguere tra “articoli di giornale” e “articoli che escono sul giornale”; in Italia abbiamo avuto dei bellissimi esempi come quelli di Cecchi e Baldini: lavori di artisti che hanno trovato il loro modulo nel taglio dell’elzeviro. Gli articoli di giornale hanno l’aria di obbedire alle necessità dei lettori prima che a quelli che li ha scritti; in questo senso, quelli di Ugo Ojetti sono sia articoli sul giornale che articoli che escono sul giornale e fanno letteratura. In altri paesi tutto questo è rappresentato da diari, epistolari, libri di memorie, mentre in Italia, eccezione fatta per Ferdinando Martini, lo scrittore che è riuscito a fare letteratura francese nel più italiano dei modi, è stato proprio  Ojetti, rimediando con il corpus dei suoi articoli che tiene il posto dei diari e delle memorie, in Italia mancanti.

Lo scrittore romano in origine è uscito dal clima estetico e mondano di D’Annunzio, ma mentre il poeta-vate ha spiccato la parabola lanciata verso il “vivere inimitabile”, Ojetti ha percorso la strada del “vivere imitabile” che è il saper scrivere. Il libro di aforismi Sessanta (Milano 1937) prende le cose dal di fuori, occupando un posto vuoto nel panorama letterario italiano. Si tratta di 352 massime e pensieri che l’autore ha raccolto quando ha varcato la soglia dei sessant’anni. Tale posizione dei “sessanta” è stata indicata dall’intelligenza e poi la ragione l’ha esplorata a parte a parte, allineando le massime e i pensieri come una sorta di reportage dal paese dei sessanta, scritto dall’inviato speciale Ugo Ojetti giornalista.

Le Muse inconfessate di Ojetti sono le sovracitate intelligenza e ragione come dimostra il seguente passo:

<<Separa la tua intelligenza dalla tua sensibilità; è una slogatura difficile ti occorrerà un lungo esercizio. Il compito dell’intelligenza è sempre stato d’intendere, di distinguere, di ordinare. L’intelligenza cioè senza la ragione è un motore in folle>>.

Se non brillassero in quasi tutte le massime, l’intelligenza e il gusto di Ojetti, con quanto comportano di imprevedibile, si direbbe che spunti, pretesti, argomenti, siano altrettante rime obbligate con il ritornello, vecchio di sessant’anni. Si parla della morte, del medico che sentenzia: “Lei ha un cuore di vent’anni”, e si constata nella vecchiaia una forza più precisa, ossia una diminuzione; e si polemizza con i giovani riprendendo alcune alcune delle idee permanenti contro il Novecento, l’architettura razionale e la pittura di puro paesaggio.

<<Che è questa pace in cui l’uomo crede di entrare, varcando le soglie delle vecchiezza? Vedo generali, professori, capi di grandi aziende raggiungere quelli che si chiamano i limiti di età e non trovar pace, ma sopravvivere umiliati, agiati, ansiosi, tra la tavola da gioco e il tavolino del caffé. E quelli che hanno professioni libere come la mia, affannarsi nel difendere la propria fama, la propria donna, il proprio denaro, con la forza e con l’astuzia che si chiama esperienza […]>>.

Lo scrittore ha lavorato con tanta alacrità intorno al vecchio, a farlo confessarsi e parlare che si pensa piuttosto ad ungiovane elastico e pensoso dal timbro giovanile e limpido. Della civiltà dannunziana che Ojetti certamente supera, dal punto di vista narrativo, egli non ha creato figure, ma gesti. In Sessanta c’è tutto Ugo Ojetti, quello felice che si è proposto di scrivere aforismi risolvendoli in qualcosa che desse piano risalto alla sue doti migliori. La forza di epigrammista, la sapienza di alludere, di tenere d’occhio il lettore e al contempo parlare all’avversario, rappresentano le consumate arti di Ojetti che in Sessanta superano se stesse.

 

 

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