Il Gattopardo: dal romanzo alla serie tv prodotta dall’Indiana Production e La Feltrinelli

In atteggiamento di rottura col Neorealismo e in linea col Decadentismo, si pone Il Gattopardo romanzo del ‘900 dello scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Tema focale dell’opera è l’introspezione psicologica di Fabrizio principe di Salina. L’autore infatti mette in evidenza il senso di “inettitudine” e stanchezza del protagonista di fronte ai mutamenti sociali e storici.

L’autore

Giuseppe Tomasi di Lampedusa è stato uno scrittore italiano nato a Palermo nel 1896 e morto a Roma nel 1957. Proveniente da una famiglia nobile, presto diventò un autore di successo grazie al romanzo Il Gattopardo pubblicato postumo nel 1958. Nel 1915 si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza e partecipò al primo conflitto mondiale tra le file italiane come ufficiale. Diventò testimone autoptico della disfatta di Caporetto e della prigionia austriaca. Dopo quella terribile esperienza si ritirò a vita privata dedicandosi alla scrittura. Nel ‘32 si sposò con Alexandra von Wolff-Stomersee ma il matrimonio fu messo più volte in discussione. Nel ʻ40 fu richiamato in guerra ma presto congedato. Dopo pochi anni perse la madre a cui era molto legato e nel 1957 morì vittima di cancro ai polmoni.

Il Gattopardo: tra letteratura e cinema

Nel 1958 Giorgio Bassani pubblicò l’opera presso Feltrinelli dopo i diversi rifiuti di Vittorini. Del resto l’autore era uno sconosciuto; un principe siciliano che aveva sempre vissuto lontano dai circoli letterari. Contro ogni previsione l’opera ebbe un enorme successo specialmente in Italia e in Francia. Fa da sfondo al romanzo la Sicilia garibaldina degli anni ‘60. Il protagonista è logorato dalla sua inermità e attende con angoscia la morte. A fargli compagnia sulla scena il nipote Tancredi che si unirà ai garibaldini piuttosto che difendere il Regno. “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi.” – affermaSostenendo in questo modo che il passaggio al nuovo Regno d’Italia sarà solo apparente; il potere difatti rimarrà nelle mani delle classi dirigenti. Egli sposa dunque la bella Angelica, figlia di Calogero Sedara, un borghese arricchito. Quest’unione segnerà l’alleanza definitiva con le nuove classi in ascesa e il debutto nell’alta società.

Nel 1963 Luchino Visconti accettò con entusiasmo di realizzarne la trasposizione cinematografica, attratto particolarmente dalla figura del protagonista. Il successo fu assicurato in tutto il mondo e il film vinse la Palma d’oro al Festival di Cannes. Visconti dunque cominciò a preferire le ambientazioni aristocratiche e alto borghesi. Nella pellicola troviamo un cast d’eccezione composto da Burt Lancaster, attore e regista statunitense, nelle vesti del protagonista Fabrizio. Ad impersonare il sovversivo Tancredi è Alain Delon a sua volta attore e regista. Nei panni dell’ homo novus Calogero Sedara vediamo Paolo Stoppa (attore teatrale e doppiatore italiano) e nel ruolo di sua figlia Angelica la famosissima attrice italiana Claudia Cardinale.

La serie televisiva

Grazie alla collaborazione tra l’Indiana Production e la Feltrinelli Il Gattopardo diventa una serie tv a tutti gli effetti. Nello specifico si tratterà di una serie televisiva storica in costume che ripercorrerà le orme di Downtown Abbey e The Crown. Sarà composta da 8-10 puntate e trasmessa in lingua inglese. Le riprese cominceranno nel 2019 in Sicilia. Dalle interviste dei soci dell’Indiana Production si evince l’obiettivo del progetto che non ripercorrerà le tappe del film realizzandone un remake, ma si esplicherà nella trasposizione del romanzo per permettere alle nuove generazioni e a tutto il pubblico di godere di questo capolavoro da un punto di vista moderno.

Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Giorgio Bassani commentano Salvini in occasione dei 60 anni dell’Unione europea

25 marzo, manifestazione dei sovranisti contro la celebrazione di 60 anni dei Trattati di Roma. Entra Salvini sul palco, mentre tra il pubblico sono presenti gli scrittori Giuseppe Tomasi di Lampedusa e un amico, Giorgio Bassani. Salvini compare con la sua solita felpa, questa volta con su scritto “Gattopardi”.

Tomasi di Lampedusa è un po’ perplesso: Ma che scritta si è messo?
Salvini inizia a parlare: Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra
Tomasi di Lampedusa: Ma è il mio libro!
Bassani: Non ti arrabbiare subito, vediamo cosa dice. Qualche volte anche Salvini dice cose giuste…
Salvini: Contro quest’Europa che ci affama, che ci incatena, contro una moneta che ha distrutto la nostra economia, io oggi non voglio ricordare l’Unione europea, ma un grande scrittore, uno di noi, Giuseppe Tomasi di Lampedusa!
Tomasi di Lampedusa: Uno di noi! Della lega nord! Io sono siciliano!
Bassani: In effetti, ma sai è politica, retorica, lascia parlare, sai poi ora la lega è diventata nazionale, non è più solo lega nord.
Tomasi di Lampedusa: Quindi ora la Lega ama anche il sud?
Bassani: No, solo che odia l’Europa più del sud.
Tomasi di Lampedusa: Quindi gli serve il sud…
Bassani: …per uscire dall’Europa.
Tomasi di Lampedusa: E poi magari…
Bassani: …si separa dal sud…
Tomasi di Lampedusa: …per ritornare in Europa con il nord a velocità massima.
Bassani: Sì, credo che il trucco sia questo.
Tomasi di Lampedusa: Il piano sarebbe geniale, se non fosse che deve essere lui ad attuarlo, assomiglia a quello della canzone, come si chiama?
Bassani: Gabbani, quello vestito da scimmia?
Tomasi di Lampedusa: Sì, solo che lui si mascherava da scimmia, Salvini invece ci somiglia proprio.

Nel frattempo Salvini finisce il discorso tra le urla della gente vestita, chi da vichingo, chi da guerriero celtico… chi da imbecille. Il leader del carroccio si mescola alla folla per salutare tutti – uno gli fa anche il saluto romano quando passa, ma lo colpisce in faccia, perché calcola male la distanza – solo che quando passa davanti a Tomasi di Lampedusa e a Bassani, non li riconosce, soprattutto il primo.

Tomasi di Lampedusa: Ma come, cita i mie libri e non mi riconosce?
Bassani: Non credo che sia automatico per lui citare solo quello che legge.
Tomasi di Lampedusa: Si in effetti sembra il tipo così, non credo neppure che per lui sia automatico leggere.

Salvini si ferma, si gira improvvisamente e li sorprende: Giuseppe! Giorgio!
I due scrittori sorridono immediatamente e, gratificati e ricredutisi, gli vanno incontro, ma Salvini li supera e saluta due facce dipinte di verde dietro di loro, con una pancia più grossa dell’Unione europea, frutto di anni di ignoranza affogata nella birra.
Poi si gira nuovamente per tornare indietro, però rivolgendo prima la parola a quei due con la faccia delusa: Volete un autografo?

Tomasi di Lampedusa: No per carità, piuttosto possiamo offrirle noi una banana?
Bassani: O una noce di cocco?
Tomasi di Lampedusa: Non faccia complimenti.

Salvini non capisce, gli sembrano tipi strani, del resto hanno il classico identikit che insospettisce uno come lui: sguardo intelligente, espressione profonda, camicia invece della felpa, addirittura la cravatta, segno di palese asservimento al sistema, barba tagliata (a Salvini cresce solo sotto il mento, ma è sufficiente a renderlo disordinato, invece che farne una scelta di stile), uno dei due ha pure i baffi, magari è un dalemiano, decide di non fidarsi: No grazie. – e sparisce di nuovo fra gli Uh Uh Uh animaleschi della folla intellettualmente affascinata da tanto cervello.

Bassani: Basta, andiamo via, non sarà lui a fare l’Europa come dico io nei miei romanzi su Ferrara, cioè al tempo stesso locale, ma non localistica, un’Europa di diversi, ma insieme e uguali.
Tomasi di Lampedusa: Basta sì usciamo, andiamo al Campidoglio, magari lì dicono cose più intelligenti.
Arrivati, salutano la doorwoman.
Bassani: Hai visto che cerimoniale, mettono la fascia tricolore pure agli usceri, questo sì che è stile, chissà che figurone con la Merkel.

Bassani: Comunque dovrebbero imparare da me quei mediocri al potere. L’Unione europea non è democratica, come invece i suoi singoli stati: i cittadini non eleggono un capo del governo.Tomasi di Lampedusa: Cosa proporresti?
Bassani: Elezione diretta del capo del governo, eurobond per condividere il debito, ripartizione equa dei migranti con diritto d’asilo, esercito europeo, tassazione più o meno uniforme.
Tomasi di Lampedusa: Già che ci stai aggiungi strade d’oro, pioggia potabile, stipendio senza lavoro, miracoli nel fine settimana…
Bassani: Dici che è irrealizzabile?
Tomasi di Lampedusa: Non con questi leader e non con questi popoli.
Bassani: Neppure quello siciliano?
Tomasi di Lampedusa: Neppure lui, lo sai, il siciliano, come emerge dal gattopardo, non cambia mai.
Bassani: Che amarezza, dai usciamo, non ne posso più.

E uscendo urtano una donna alla porta del Campidoglio – Ah, mi scusi – e continuano a camminare.
… neanche loro, come i leader europei, si erano accorti che era il sindaco di Roma.

 

Giuseppe Tomasi di Lampedusa: tra distacco e ironia

Giuseppe Tomasi di Lampedusa (Palermo, 23 dicembre 1896 – Roma, 23 luglio 1957), la cui fama è inevitabilmente legata al suo capolavoro il Gattopardo, è stato uno scrittore dalla personalità complessa, solitaria e taciturna.

Alcuni giornali parigini, chiudendo il bilancio dell’annata letteraria italiana del 1959, proprio in relazione a Il Gattopardo, hanno fatto i nomi di Proust e Musil. Giorgio Bassani, nella prefazione dove dava notizie dell’opera e dell’aristocratico autore, afferma che se la materia del Gattopardo ricorda molto da vicino quella del libro di De Roberto, I Viceré, bisogna accostare Tomasi al contemporaneo Brancati ma anche ad alcuni grandi scrittori inglesi della prima metà del secolo. Se la critica parigina ha fatto i nomi di Proust e Musil, probabilmente ha esagerato: infatti non c’è nulla della proliferazione memoriale proustiana, né dell’analisi psicologica e ambientale di Musil nello stile narrativo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa che guarda al mondo con distacco ed ironia. Se a Parigi si sono affidati a questi richiami, è perché è stato preso in considerazione solo il lato biografico di Tomasi. Infatti la fama di Proust e Musil sono state postume. Per quanto riguarda poi il paragone con i Viceré, esso fa riferimento a motivi interni: la storia di decadenza di una famiglia siciliana d’antica nobiltà, gli Uzeda e quella dei Salina, sullo sfondo della fine di un regno e la stessa origine siciliana dei due romanzieri. Ma se De Roberto ha edificato il suo romanzo entro un’impalcatura positivistica rinforzata da una psicologia desunta dalle teorie del romanzo sperimentale alla francese (Zola, Bourget), servendosi del documento storico e di costume come di un dato oggettivo al quale il lettore doveva credere, in Giuseppe Tomasi di Lampedusa il documento storico è un pretesto per ambientarvi una storia della famiglia feudale dei Salina, alla vigilia dell’arrivo dei Mille; rappresentata in una condizione di corrosione economica e morale impersonata nel principe Fabrizio, fedele alla cadente monarchia borbonica solo formalmente, ma profondamente deluso.

Tomasi di Lampedusa: racconto di un mondo in decadenza

La formalità del principe Fabrizio non è professata solo di fronte al regno di cui egli è suddito passivo, ma rispetto allo stesso principio dinastico; egli non solo non crede più al re Ferdinando, di cui fin dalle prime pagine del romanzo Il Gattopardo viene fuori un ritratto che ci dice tutto sulla monarchia, ma egli non presta fiducia maggiore neanche al re piemontese e agli uomini della monarchia sabauda. Si tratta di una sfiducia biologica da parte dell’ultimo esponente di un mondo in rovina, accompagnata ad una coscienza delusa e non più irridente per le fortune della “classe nuova”, “la borghesia dei galantuomini”.

Tuttavia nel principe una simpatia c’è, ma è un riflesso del suo sangue, indirizzata al giovane nipote Tancredi che, all’arrivo di Garibaldi, si è arruolato con le camicie rosse e poi sposerà una borghese, Angelica, il cui padre si è arricchito rodendo all’ombra del feudo che reca “l’impresa” del Gattopardo e diventerà uomo politico. Fanno da contrappunto morale e familiare i sotterfuggi amorosi del principe, l’affetto distaccato per la moglie, i figli, il cane Bendicò, l’indole della sua gente, le fortune del simpatico nipote, e in questo modo l’ironia diventa sarcasmo, la benevolenza pietà inutile. Sono queste qualità dell’animo che, nel loro intreccio psicologico, formano i lati più ambigui e accattivanti del carattere del principe Fabrizio.

Di Tomasi di Lampedusa poi non si sa più nulla di quanto abbia assunto Bassani nella sua prefazione. Nato a Palermo e morto a Roma; combattente durante la prima guerra mondiale, prigioniero in Germania, studioso di psicoanalisi e materia militari, è certo che la figura spirituale Giuseppe Tomasi di Lampedusa va inserita in quel tipo di cultura “decadente”, considerate anche le sue letture: D’Annunzio e Baudelaire, oltre ai saggisti inglesi e francesi del Sette e Ottocento come Voltaire.

 

Bibliografia: G. Titta Rosa, Vita letteraria del Novecento, V.III.

Francesco Orlando e la teoria freudiana

Nato in una famiglia borghese, Francesco Orlando (Palermo, 2 luglio 1934 – Pisa, 22 giugno 2010) è il secondogenito di Camillo, avvocato e nipote del presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando, e di Francesca Perroni Cervello.

La sua infanzia, pur serena, è segnata dal clima della guerra. Tornato a Palermo nel 1943, dopo lo sbarco degli alleati, si iscrive al ginnasio dell’istituto Gonzaga, gestito dai gesuiti, per poi passare alla scuola pubblica, nel liceo Garibaldi, ambiente più adatto al suo spirito critico.

In questi primi anni sviluppa un forte amore per la musica, la letteratura, il teatro. Resta affascinato soprattutto dalla figura di Wagner nel quale Orlando non ha mai cessato di identificarsi  profondamente per alcuni aspetti della sua figura di innovatore.

Per quanto riguarda le sue prime letture sono state tra le più disparate che risentono dell’ambiente palermitano. La prima opera che il critico pubblica è una libera traduzione in versi di Hernani di Victor Hugo (1948), nel 1954 è la volta della raccolta di poesie La Foresta è tutta del sole. Nel 1951, dopo aver conseguito la maturità liceale, si iscrive alla facoltà di giurisprudenza. Nel 1955, spinto dalla propria passione e vocazione, passa alla facoltà di lettere. Intanto grazie alla mediazione del barone Pietro Sgàdari di Lo Monaco conosce Giuseppe Tomasi di Lampedusa di cui, sotto dettatura dell’autore, tra il 1956 e il 1957 batte a macchina una prima versione del Gattopardo. Questo incontro si rivelerà fondamentale nella vita del giovane Orlando e lo stesso Lampedusa prende a cuore la formazione culturale del ragazzo. Lo scrittore impartisce al suo allievo lezioni di lingua inglese e gli fa conoscere figure importanti della cultura palermitana dell’epoca, come la principessa Alessandra Wolff-Stomersee, moglie di Lampedusa, che era stata allieva diretta di Sigmund Freud e che lo inizia alla conoscenza della psicoanalisi, o come il poeta Lucio Piccolo.

Nel 1959-60 Orlando vince d’un concorso di perfezionamento presso la Scuola normale superiore di Pisa, che gli consente di soggiornare a Parigi, città in cui lavora ad una tesi che darà un notevole contributo sul teatro barocco francese, Rotrou dalla tragicommedia alla tragedia (1963). A partire dall’anno accademico 1962-63, gli viene parallelamente assegnato quello di storia della letteratura francese che tiene per otto anni.

Durante la rivoluzione del 1968, Orlando, da giovane professore, appoggia gli studenti ma nello stesso tempo difende fortemente anche l’istituzione universitaria. Non sono anni facili per il critico il quale però sviluppa in questo periodo una forte coscienza politica in un ambiente quanto mai diverso da quello di Palermo, la sua fama di studioso originale comincia a diffondersi tra i normalisti e le sue lezioni caratterizzate dalle nuove tendenze della critica europea diventano un punto di riferimento per gli studenti, in un clima culturale ancora influenzato dal tardo crocianesimo. Le opere di questi anni infatti testimoniano una profonda inquietudine metodologica attraverso un tentativo strutturalista di rinnovamento della strumentazione analitica (in particolare Erich Auerbach e Jean Rousset).

Nel 1970 Orlando si trasferisce presso la facoltà di lettere dell’Università di Napoli, dove insegnerà cinque anni. Nel 1975 è a Venezia, città dove decide di stabilirsi.

L’aspetto più interessante della critica di Francesco Orlando è il suo metodo rigoroso che si è andato man mano precisando: un’analisi testuale nell’ambito di una particolare teoria del fenomeno letterario. Al centro di tale riflessione critica si trova l’applicazione alla letteratura delle scoperte di Freud attuata in senso non biografico né psicologico, bensì retorico e linguistico; rifiutando il contenutismo psicoanalitico più banale  e scontato che riduce il modello freudiano a modello vuoto a priori di contenuti determinati.

Orlando combina strumenti di derivazione freudiana con concetti linguistici e semiotici  per comprendere al meglio il testo letterario, a tal proposito sono illuminanti e utili le considerazione del critico presenti in Lettura freudiana della «Phèdre», Per una teoria freudiana della letteratura (1973), Lettura freudiana del «Misanthrope» (1979), e Illuminismo e retorica freudiana (1982).

Poniamo l’attenzione su Per una teoria freudiana della letteratura, la quale, a distanza di anni risulta ancora innovativa e attuale, nonostante l’avvicendarsi delle mode e la magmaticità della contemporaneità. Una volta letto questo saggio ci rende conto di come le proposte di Orlando abbiano profondamente inflenzato la cultura italiana.
L’operazione teorica di Orlando è giocata sullo stretto rapporto, intuito da Freud soprattutto negli scritti sul motto di spirito e sull’interpretazione dei sogni, tra ciò che il critico chiama tasso di figuralità  e discorso ideologico tendenzioso. Nella grande letteratura, “materia e forma uniscono il loro ritorno del represso”, nel senso che la figuralità dispiegata è strettamente proporzionale alla tendenziosità o in certi casi all’eversività del messaggio.

Orlando vede il discorso letterario come una formazione di compromesso tra forze concorrenti e inconciliate che si palesa nel concedere spazio alla forza che viene combattuta o rifiutata: è appunto questo, secondo Orlando, che distingue la letteratura dal discorso ideologico, sebbene si sia avvicinato anche all’ortodossia formalista. Per il critico conta la dinamica testuale interna al linguaggio, del tutto indipendente da una qualsiasi genesi biografica che rinvii alla persona dell’autore: e per descriverla egli si avvale delle tecniche fornite dalla linguistica postsaussuriana o dalla neoretorica, privilegiando della tradizione psicoanalitica, proprio il saggio sul “Motto di spirito”.

A proposito di Freud, appare chiarificatrice un’osservazione di Mario Lavagetto nel suo Freud. La letteratura e altro;  secondo lui infatti la letteratura è una sorta di divinità enigmatica, come lo sembra essere anche per Orlando: di volta in volta trappola da evitare, un rischio da correre o una preziosa alleata, una mirabile precorritrice e Freud, armato della sua scienza, si è spinto in territori che, prima di lui, erano stati visitati solo dagli scrittori con una serie di spettacolari e irripetibili exploits personali.

Francesco Orlando, cultore della ragione, ha proposto delle teorie ottimistiche, che non si sposano totalmente con quelle negative attuali, dominanti, che demoliscono altre teorie o che ne sono il seguito e il rovescio (pensiamo a quanti-ismi e a quanti -post vi siano). E naturalmente Orlando non lo ha ignorato.
Ma restano alcune amare considerazioni da fare intorno al costume letterario italiano e senza dubbio, dei saggi di Orlando tutto si può dire tranne che non si prestino alla discussione e alle immancabili polemiche. Il modello freudiano da lui proposto, inoltre, è diverso da altri approcci psicoanalitici alla letteratura fondati sui personaggi, sull’autore o sul lettore (pensiamo al personaggio-uomo di Debenedetti).

La cultura letteraria italiana che attualmente non può vantare grandi esponenti e validi interlocutori come ad esempio accade negli Stati Uniti d’America, ha messo un pò da parte Orlando, un autore scomodo perché non ha improntato la sua ricerca critica sul lettore.Orlando si è anche cimentato in un  , La doppia seduzione, uscito postumo.

“Il gattopardo”: L’immutabile e rassegnata decadenza della nobiltà

Romanzo storico pubblicato postumo nel 1958, Il gattopardo” è il capolavoro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. L’opera si rifà alle vicende storiche della famiglia Tomasi, dove il principe Fabrizio Salina ricopre il ruolo di Giulio Fabrizio Tomasi, bisnonno dell’autore.

Il romanzo è un’opera di rassegnata decadenza. La decadenza della nobiltà a favore della borghesia; la decadenza del regime borbonico a favore del neo-regno d’Italia. Ma forse più di tutto, “Il gattopardo” è un’opera sull’immobilità. È questo il tema che colpisce più a fondo, e anche qui un’immobilità rassegnata ai tempi, alla storia, all’impossibilità di un cambiamento incipiente.

Se dal punto di vista prettamente narrativo il protagonista è Don Fabrizio Salina, da quello allegorico scorgiamo la presenza lungo tutta la narrazione del cane Bendicò. Si mostra, scompare per interi capitoli, eppure si presenta come elemento finale del romanzo. È lì nella prima pagina e nell’ultima. E lo stesso Tomasi, in una lettera del ’57 a Enrico Merlo, indica Bendicò come la chiave allegorica del romanzo.

Perché il cane rappresenta la famiglia stessa dei Salina e in senso più ampio rappresenta la nobiltà. Un cane che viene sostituito – per la morte naturale – ma che resta lì, imbalsamato come un monito proveniente dal passato. È la situazione della nobiltà indebolita, soppiantata e tenuta in disparte come un qualcosa di ormai arcaico.

I punti chiave del romanzo sono tre. È attraverso questi tre passi che Tomasi coniuga la decadenza con l’immobilità. Innanzitutto la famosa frase pronunciata da Tancredi Falconieri: «Se vogliamo che tutto resti com’è, bisogna che tutto cambi». Una frase incommentabile, tale è la sua chiarezza e che sembra essere la massima della classe politica moderna, che teme i reali cambiamenti, visti come minacce  ai loro privilegi.  Posizioni di potere, rapporti di forza: ogni cosa cambia e al contempo resta identica a sé stessa. Tutto ciò che muta è solo il nome di chi siede su quello scranno, mantenendo inalterata la funzione precedente. Così la nobiltà decade e il suo posto è preso dai nuovi ricchi, dai nuovi potenti.

La famiglia Salina  nel film di Visconti

Il secondo punto è il dialogo di Fabrizio Salina con Chevalley, messo del neo-regno d’Italia. Di particolare importanza è un aneddoto raccontato al piemontese. Gli inglesi gli chiesero cosa venissero a fare in Sicilia i garibaldini. La risposta del principe fu: «vengono per insegnarci le buone creanze ma non lo potranno fare, perché noi siamo dèi». E ancora, in un passo memorabile: «Credo che non comprendessero, ma risero e se ne andarono. Così rispondo anche a lei; caro Chevalley: i Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti: la loro vanità è più forte della loro miseria».

La critica di Tomasi è alla Sicilia, e forse dalla Sicilia micro-cosmo all’Italia intera per estensione. L’immobilità è dovuta all’ego. Ed è qui che si congiunge il terzo punto: «Noi fummo i Gattopardi, i leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra».

Tomasi usa una decadenza per parlare di un’altra. Una decadenza che nasce dall’incapacità di mutare, dal pensiero di essere superiori a chiunque altro. Una sonnolenza. E nulla di buono può nascere da questa sonnolenza: non l’amore, che sembra rigoglioso solo in tempo di primavera; non gli affari, con le ricchezze che vanno diminuendo; non la vita sociale, in cui di continuo s’intravede lo spettro della morte.

È questo il mondo decadente in cui si muovono le vicende de Il gattopardo”. Un grande splendore che nasconde ignorante superbia. Don Fabrizio Salina è il conscio osservatore. È un uomo che ha compreso le virtù e i difetti, ha compreso lo spirito del tempo, ma è inserito anche lui in quello stesso mondo. E proprio lui, che sembra la figura capace di uscire dal circolo vizioso, si ritrova sconfitto, rassegnato alla verità dei fatti. E forse è proprio questo che lo rende ancora più triste.