Murakami è il vincitore della sezione La Quercia del Premio Lattes Grinzane 2019

Haruki Murakami è il vincitore del Premio Lattes Grinzane 2019 per la sezione La Quercia, dedicata a Mario Lattes (pittore, scrittore ed editore, scomparso nel 2001).

Haruki Murakami (edito in Italia da Einaudi, tradotto da Antonietta Pastore e Giorgio Amitrano), nato a Kyoto nel 1949 e cresciuto a Kobe, è tra i massimi autori della narrativa mondiale. Pubblicato in oltre cinquanta lingue, è uno scrittore amatissimo dai lettori ed è stato insignito di premi importanti in tutto il mondo.

È autore di romanzi, racconti e saggi ed è traduttore in giapponese di autori americani come Francis Scott Fitzgerald, Raymond Carver, Truman Capote, J. D. Salinger, Tim O’Brien, John Irving e Ursula K. Le Guin. Grande appassionato di musica (classica, jazz e rock), negli anni Settanta ha gestito un jazz bar a Tokyo, insieme alla moglie, il Peter Cat (tappezzato di foto di gatti), esperienza preziosa per la sua formazione di scrittore grazie alle storie umane con cui è venuto in contatto.

Fin dal suo primo romanzo, Ascolta la canzone del vento, del 1979, Murakami si è imposto sulla scena letteraria giapponese come uno scrittore di primo piano che non sembrava appartenere alla tradizione nipponica. Gli scenari metropolitani, i riferimenti alla cultura popolare occidentale (da Michel Polnareff ai Beach Boys, dai film di Peckinpah a Jean Seberg), la forma della scrittura, debitrice a Fitzgerald e a Capote più che a Kawabata o Tanizaki, proiettavano la letteratura giapponese in spazi nuovi e inattesi.

Tra gli aspetti che hanno contribuito al successo dei suoi romanzi, spiccano il taglio cinematografico, la cura per la descrizione minuziosa, lo stile semplice, minimalista e realistico, che ingloba la presenza di un certo grado di surrealismo e “realismo magico”, situazioni in cui accadono eventi bizzarri o soprannaturali che i personaggi stessi non riescono quasi mai a decifrare completamente.

Motivazione del premio

«Diventato autore di culto a livello mondiale, Murakami è lo scrittore che più ha contribuito ad avvicinare il Giappone ai lettori occidentali. Fin dagli esordi, alla fine degli anni Settanta, egli esce dalla cornice della tradizione letteraria giapponese creando un suo mondo narrativo originalissimo, tramite un linguaggio nuovo e comunicativo, molto vicino al parlato.

La semplicità stilistica è un tramite per affrontare profondi temi esistenziali – il rimpianto per il “perduto”, la ricerca di sé nell’assurdità di un’esistenza alienata, l’attrazione per l’aspetto magico e misterioso, del mondo – e di toccare alcuni tasti dolenti del Giappone: le colpe storiche, le responsabilità politiche del passato e del presente. Caratteristica rilevante dei grandi romanzi di Murakami è la presenza di personaggi che conducono vite ordinarie (in cui l’ampia platea dei lettori immediatamente si identifica, al di là di ogni barriera culturale), ma nel seguito del racconto capita che la loro storia si venga di solito a trovare sospesa tra reale e irreale, coinvolta in eventi magici e inquietanti.

Il brusco passaggio dalla realtà al sogno rappresenta pienamente lo smarrimento dell’essere umano contemporaneo di fronte a fenomeni sempre nuovi e incontrollabili. Lo sconfinamento in un universo parallelo tuttavia non è mai una fuga, ma discesa nel profondo di se stessi, alla ricerca di ciò che si cela nei recessi della nostra coscienza».

Haruki Murakami

I primi due romanzi di Haruki Murakammi Ascolta la canzone del vento (1979; Einaudi, 2016) e Il Flipper del ’73 (1980; Einaudi, 2016) rientrano tra le poche opere realistiche di Murakami. A partire dal terzo libro, Nel segno della pecora (Longanesi, 1982; Einaudi, 2010), e dal successivo, La fine del mondo e Il paese delle meraviglie (1985; Baldini+Castoldi, 2002; Einaudi, 2008), nei suoi libri compaiono elementi surreali che si ritroveranno poi in quasi tutte le opere.

È con il quinto romanzo (1987) che Murakami ottiene un grande successo commerciale e di critica: Norwegian wood. Tokyo blues (Feltrinelli, 1993; Einaudi, 2006), che deve il suo nome all’omonima canzone dei Beatles e che vede la luce durante il suo viaggio in Sicilia e a Roma.

Segue l’altro successo Dance dance dance (1988; Einaudi, 1996). Nel 1991 Murakami si trasferisce temporaneamente negli Stati Uniti dove diviene ricercatore associato e poi professore associato nell’Università di Princeton. Nel 1992 esce A sud del confine, a ovest del sole (Feltrinelli 2000; Einaudi 2013). Nel luglio del 1993 Murakami si trasferisce a Santa Ana (California), per insegnare all’università William H. Taft.

Nel 1994 e nel 1995 vengono pubblicati i tre volumi di L’uccello che girava le viti del mondo (Baldini+Castoldi, 1999; Einaudi, 2007), che gli valgono nel 1996 il prestigioso Premio Yomiuri. Nel 1997 viene pubblicato Underground (Einaudi, 2003), saggio in cui Murakami raccoglie le interviste ai sopravvissuti e ai parenti delle vittime dell’attentato alla metropolitana di Tokyo compiuto con il gas Sarin dalla setta Aum nel 1995, cercando di tracciare un quadro del Giappone contemporaneo.

Nel 1999 esce La ragazza dello Sputnik (Einaudi, 2001). Nel 2001 Murakami si trasferisce a Ōiso, prefettura di Kanagawa, dove vive dedicandosi alla scrittura, e alla corsa (ha disputato oltre venti maratone), pubblicando tra gli altri: Kafka sulla spiaggia (2002; Einaudi, 2008); After Dark (2004; Einaudi, 2008); il romanzo in tre libri 1Q84 (2009-2010; Einaudi 2011-2012); il saggio Il mestiere dello scrittore (2015; Einaudi 2017); L’assassinio del commendatore. Libro primo. Idee che affiorano (2018) e L’assassinio del commendatore. Libro secondo. Metafore che si trasformano (2019).

Nel 2006 gli viene conferito il Premio Franz Kafka, in passato già assegnato ad autori del calibro di Philip Roth, Harold Pinter ed Elfriede Jelinek.

Haruki Murakami: narratore di storie normali dominate dalla Τύχη che trascende l’uomo

[ads1]Tanto famoso quanto schivo, Murakami preferisce che si parli della sua poetica più che della sua persona, in un atteggiamento quasi antitetico all’altro mostro sacro della letteratura giapponese contemporanea, Banana Yoshimoto. I suoi romanzi, come il suo Paese, risentono fortissimamente degli influssi pop americani, dalla lost generation nella letteratura, al jazz e il blues nella musica e agli anni d’oro di Hollywood nel cinema. Alla prosa postmoderna si unisce una sensibilità tutta orientale, sebbene abbia più volte dichiarato di non amare i narratori più classicisti, come Yukio Mishima e Yasunari Kawabata.

Cosa rappresenta quel piccolo uomo nato il 12 gennaio 1949 in Giappone? Haruki Murakami nasce a Kyoto ma il periodo fondamentale della sua formazione, umana ed artistica, lo passa a Tokyo, dove arriva nel 1968. Per chi non ne fosse a conoscenza, il 1968 non è solo la stagione di Charles Manson e le Brigate Rosse. Il 1968 è una stagione pregna di significato, una stagione di scontri e rivendicazioni che scuote il mondo intero come un terremoto . Anche il Giappone non viene risparmiato da queste scosse telluriche e lo stesso Murakami, un adolescente solitario con il vizio della buona musica e della letteratura, è inglobato in questa spirale; vi assiste, si eclissa ma ne resta segnato, come si può evincere dalla morte del marito della signora Saeki, che in Kafka sulla Spiaggia trova una morte tragica quanto assurda, ucciso in mezzo ai moti rivoluzionari senza alcuna ragione.

Da quest’anno fatidico qualcosa cambia in Haruki, capisce che il fato è qualcosa contro cui non si combatte e decide di vivere come gli pare; invece di formarsi sui polverosi libri di scuola, quei volumi colmi di classicismo stantio, legge avidamente tutto quello che proviene dall’altra parte del mondo, in particolare la letteratura americana, in particolare la “Lost Generation”. Il suo feticismo per il Grande Gatsby è tale da farlo trasudare nelle magnifiche pagine di Noruwei no mori, romanzo sentimentale che lo consacra al grande pubblico. Nonostante ciò, non vi può essere differenza più grande tra Francis Scott Fitzgerald e lui, il primo esibizionista ed il secondo schivo, il primo protagonista dei ruggenti anni venti e il secondo comparsa del riscatto nipponico.

Sebbene delle regole gli sia sempre importato poco, tanto da farsi sospendere dal dormitorio in cui viveva per atti vandalici, riesce alla fine a laurearsi in letteratura, pur con svariati anni di ritardo sul rullino di marcia. Potrebbe essere la rampa di lancio per una carriera di tutto rispetto ma il ragazzo, dopo essersi sposato giovanissimo, decide di aprire un bar e di gestirlo con la moglie. Il luogo di lavoro non è altro che una estroflessione di quello che alberga nei recessi di Haruki Murakami: pareti bianche da riempire di pensieri e nessuna finestra ad ammorbare il suo vastissimo mondo interiore. Sigaretta dopo sigaretta, in quel bar che verrà magnificamente descritto in A sud del confine e a ovest del sole, non ha altro tempo che non sia ripagare il debito che ha contratto per aprire il Peter Cat. Le pareti sono sempre più grigie, in testa vorticano i pensieri ma non si sente ancora pronto, manca ancora la scintilla, manca ancora quel qualcosa che si verificherà nel 1978: in L’arte di correre, Haruki scrive che l’illuminazione per il primo romanzo gli venne da una pallina scagliata in aria da un battitore durante una partita di baseball. Sensibilità tutta orientale. Il primo romanzo è Vento, primo capitolo della “tetralogia del Sorcio” che comprende anche Flipper, Nel segno della Pecora e Dance Dance Dance. Già in questa serie di romanzi vi è tutta la poetica di Murakami, uno scorcio malinconico di Giappone in cui il protagonista senza nome si sente invischiato, una palude che lo avvince ma dal quale non può uscire senza un aiuto esterno, senza un evento kafkiano che lo getti nel mondo, quello vero, quello al quale non appartiene e al quale non vuole appartenere, dovendo risolvere suo malgrado gli intrighi dei potenti, misteriosi e senza nome come lui, solo un po’ più grandi, solo un po’ più importanti.

Niente di speciale, tanti riferimenti letterari, tanta musica e molte riflessioni sulla vita in generale. Eppure c’è quel qualcosa che attira il lettore, lo invischia in quelle storie normali, in cui un elemento accidentale cambia tutte le carte in tavola, una ragazza con quattro dita, un flipper uscito dal mercato, una pecora che incarna il militarismo del Giappone. Se l’opus magnum è sicuramente 19Q4, una storia ciclopica in cui due mondi paralleli si scontrano e si toccano senza potersi mai incontrare, in cui una killer, che uccide i molestatori di donne indifese, sembra profetizzare non solo il #metoo attuale ma anche Le quattro casalinghe di Tokyo di Natsuo Kirino, per capire davvero Murakami bisogna leggere Kafka sulla spiaggia.

Non ci sono processi, non ci sono strane colonie penali, non ci sono insetti giganti ma solo un vecchio autistico di nome Nakata, che uccide un whisky e parla con i gatti, e un ragazzino di nome Tamura Kafka, che ha rapporti sessuali con la madre e si fa masturbare dalla sorella. La sessualità in Murakami è sempre fortissimamente presente, sebbene lo abbia sempre imbarazzato parlarne al di fuori della sua letteratura. La sua giustificazione è la necessità, il dovere di parlare di quello di cui si deve parlare, in una visione finalistica dell’esistenza umana che è esplicitata dall’alter ego di Tamura nelle ultime pagine di questo romanzo:

“Il tempo grava su di te con il suo peso, come un antico sogno dai tanti significati. Tu continui a spostarti, tentando di venirne fuori. Forse non ce la farai, a fuggire dal tempo, nemmeno arrivando ai confini del mondo. Ma anche se il tuo sforzo è destinato a fallire, devi spingerti fin laggiù. Perché ci sono cose che non si possono fare senza arrivare ai confini del mondo”.

Ecco la chiave per interpretare Haruki Murakami, ecco la sua rilettura in chiave postmoderna dell’opus kafkiano: esiste una Τύχη che trascende l’uomo, schiavo di Lachesi e agnello sacrificale di Atropo. Non ci serve andare altrove, non ci serve espatriare, il nostro destino è scolpito nell’imperscrutabile masso della memoria e la scelta è solo una falsa speranza a cui ci aggrappiamo. Nel mondo però, esistono eccezioni, esistono scappatoie, come quella porta di emergenza in mezzo all’autostrada di Tokyo che collega i due mondi di 19Q4. Forse non tutto è perduto e Haruki lo sapeva, ma l’ha semplicemente scordato. Nel datato Noruwei no mori Watanabe deve scegliere: può scegliere il confortevole passato di Naoko, l’insicura sicurezza dei ricordi, o l’eccitante futuro di Midori, scommessa già vinta al momento della puntata.

Watanabe/Murakami sceglie Midori, sceglie la vita, e forse Danny Boyle si ispirò a lui per il celeberrimo manifesto di Trainspotting, nove anni dopo. Improbabile, così come improbabili sono le scappatoie dalla realtà inventate da Haruki Murakami, celate agli occhi di tutti e accessibili solo a chi sa guardare. Eppure, a ben vedere, Watanabe sceglie Midori perché non può fare altrimenti; Naoko si uccide, anche se lui non lo può sapere. Non si parlava prima della sensibilità giapponese? Ora, dai confini del mondo delle isole Hawaii, Haruki Murakami è in attesa di quel Nobel che gli sfugge da anni. Semplicemente, potrebbe essere il fato.

 

L’intellettuale dissidente

‘Kafka sulla spiaggia’: il grande racconto di formazione di Haruki Murakami

Un cammino alla ricerca del senso, si potrebbe sintetizzare così il grande racconto di formazione Kafka sulla spiaggia di Haruki Murakami. Il romanzo, edito per la prima volta quindici anni fa, intreccia due storie quella di Tamura Kafka, prestante quindicenne in fuga dal padre, e quella di Nakata, ingenuo e simpatico anziano con un deficit mentale e uno strano potere. Anche in quest’opera Murakami annoda e scioglie le maglie di una narrazione intricata in cui la realtà si trasforma e si piega alle esigenze del racconto sovrapponendo piani narrativi e temi che difficilmente potrebbero convivere nel mondo reale.

Troviamo così da un lato il cammino verso la vita del giovanissimo Tamura Kafka che è alla disperata ricerca del suo passato, che assume le sembianze dell’abbandono materno, dall’altro l’anziano Nakata, in fuga da un omicidio che è stato costretto a commettere suo malgrado, che vuole ritrovare il suo autentico io perso da bambino a causa di un incidente. Il cammino di queste due figure, che per loro natura non avrebbero mai dovuto incontrarsi, nell’evolversi della storia tende a sovrapporsi. Quasi in una rilettura dell’effetto farfalla, ogni azione dell’uno determina un cambiamento dell’altro.

Murakami costruisce, come al suo solito, un’opera corale in cui anche i personaggi secondari hanno una loro peculiarità e unicità. Così al fianco dei protagonisti troviamo bibliotecari androgini, studentesse procaci, camionisti simpatici, donne affascinanti, una direttrice che vive imprigionata nel proprio passato, figure immateriali e, infine loro, i gatti, che vivono in queste città e che possono comunicare solo con Nakata che, escluso dal mondo degli umani, scopre tramite loro il piacere della socialità.

Tutti coloro che entrano in contatto con i due protagonisti subiscono una evoluzione. Si diceva che il mondo di Murakami si piega e flette alle esigenze della storia e questi spostamenti hanno conseguenze reali sugli esseri umani presenti.

L’unica cosa che resta immutabile è l’espressione di quel ragazzo nel quadro Kafka sulla spiaggia e, dinanzi a questo solo elemento statico, si nasconde un universo problematico che deve essere assolutamente sbrogliato.

Per comprenderne il motivo è necessario leggere il volume e chiedersi, verrà spontaneo, per quale motivo Murakami non abbia ancora vinto il Nobel per la Letteratura.

Haruki Murakami, “pittore” irriverente

«- Cosa ti ha chiesto la Pecora?

– Tutto. Tutto quello che avevo. Il mio corpo, i miei ricordi, le mie contraddizioni, la mia stessa debolezza… è questo che le piace. […]

– E in cambio cosa ti offriva?

– Qualcosa di tanto bello che era sprecato per me […]

Era come finire in un crogiolo che inghiottiva ogni cosa. Bello da impazzire, ma maledettamente vizioso. Una volta aspirati lì dentro, si perde tutto. La volontà, la scala dei valori, l’emozione, la sofferenza, ogni cosa… È una forza paragonabile a quella che un giorno ha dato origine a ogni forma di vita.

– tu però alla fine l’hai respinta. […] Preferivo la mia debolezza. La mia tristezza e la mia capacità di soffrire. La luce dell’estate, l’odore del vento, il verso delle cicale. Sono queste le cose che mi piacciono, non ci posso fare niente. Come bere una birra con te…»

Chiunque abbia letto qualcosa di Murakami, può senz’altro affermare, che adiacente, come un’altra miriade di scrittori, o lo si ama, o lo si odia. È quasi impossibile, e ammettendo che impossibilità come parola sia un fallace scherzo retorico della lingua, riuscire a scovare una via di mezzo, una sfumatura di grigio. Purtroppo, o lo si vede bianco o nero. Forse è un difetto, ma proprio questo scandire, come la tastiera di una vecchia Korg nel garage della nonna con l’Halzeimer, fa si che certi autori, contemporanei e non, irriverenti, innovatori e innovativi, vengano così tanto apprezzati e alle volte fregiati col grande mantello di “geni”. Per chi è un amante della letteratura giapponese, la ripubblicazione da parte di Einaudi di Nel segno della pecora è stato senza dubbio un evento imperdibile.

Il terzo romanzo dello scrittore giapponese, infatti, pubblicato per la prima volta nel 1982, da anni era fuori catalogo, irrecuperabile, praticamente scomparso.

Inserito nell’albo de La letteratura Giapponese, per moltissimi versi si distacca parecchio dai contemporanei scrittori del Levante. Uno stile senz’altro irriverente, senza peli sulla lingua, parecchio ermetico, ma asciutto. Non si perde in digressioni o descrizioni chissà quanto italiane come potrebbe fare un grande come Eco, e come ha fatto ai tempi Proust, per esempio parlando dell’imenottero di Fabre, passo ampiamente dibattuto da Baricco in una lezione al Palladium a Roma. E si distacca fortunatamente, oserei dire, anche da tutta quella letteratura femminile-borderline alla Banana Yoshimoto, in cui l’unico intento pare quello di dover a tutti i costi vendere a questo dannato pubblico contemporaneo fatto di alternativismi e istinti suicidi, un mix di suicidio ottocentesco, devianze sessuali liberalizzate come il pane, e l’acqua agli elefanti, cavalcando un’onda di marketing che ha visto negli anni Sessanta un grande e grave inizio per tutta una produzione letteraria beat (down) praticamente inconsistente e senza spina dorsale. Murakami è uno di quei contemporanei nato per diventare un classico ma che purtroppo, per ragioni evidentissime non lo diventerà mai, anche se qualcuno ci crede, ci spera, e molti lo dicono.

Murakami, come avrebbe potuto dire Maurice Merleau-Ponty, sarebbe un pittore. Un pedagogo e un pittore. I suoi romanzi, e ancor di più i suoi racconti, sono delle forti tele pittoriche, che, iniziano in un modo, ti portano in un mondo che apparentemente non sembra centrare molto, finchè non ti rendi conto che in realtà basta girare l’angolo per notare di essere al punto di partenza. E allora sì che esclami: “Ma?!”

Ci si rende conto di non aver viaggiato molto fisicamente, e che tutto il suo tour non è stato altro che un viaggio mentale, nemmeno tanto condizionato, perchè, diciamolo, è un uomo di una cultura esorbitante che però, a differenza dei grandi, non ostenta alcunchè, ma tu lo comprendi, e non perchè sia lui a dirlo, ma perchè riesce con una sublime ed elegante facilità, a portarti dove lui vuole. Ma in fin dei conti, ti lascia sempre di fronte ad una porta socchiusa. Non ti dice di attraversarla, non ti dice di tornare indietro. Ti lascia lì. E forse per quello molte volte ti lascia con l’amaro in bocca, e vorresti avere pronto, lì, sul comodino, di fianco alla tua lucina, il suo biglietto da visita, per chiamarlo, anche alle tre di notte e urlargli: “Ehi tu! Ma cosa hai combinato? E adesso?”

Una prosa asciutta, precisa, fatta di frasi brevi che cercano, loro malgrado, di spiegare l’inspiegabile. È questa la dote principale di Murakami: sconfinare nel mistico senza un linguaggio esoterico, ma al contrario, accessibile a chiunque.

Sono opere in grado di farti provare esperienze sensoriali a 360 gradi. C’è musica, ci sono sapori, il tempo è scandito sempre, e ti porta per mano per tutta la narrazione, non contrasta i lettori, potete sentire dolore, e perfino piangere. Piangere con poche parole, inconsciamente. Non è un drammaturgo né un tragediografo anche se tempo fa,durante un’intervista ha affermato, sorridendo:

 

Io non scrivo mai di gente triste.”

Un eufemismo a dir poco didascalico per descrivere appieno tutto il suo lavoro come scrittore.

Consigliamo ai lettori di iniziare con Nel segno della Pecora, per poi passare a rassegna tutte le sue raccolte di racconti, dando molto spazio a Tutti i figli di Dio danzano. Infine gettatevi sulle sue colonne portanti, Tokyo Blues, e Kafka sulla spiaggia.

Il signor Haruki è semplicemente un poeta che scrive in prosa sogni che cercano, e ci riescono, a spiegare, che alla fine, il mondo, è un bel posto dove vivere. E anche parecchio strano.

‘L’elefante scomparso’, di Haruki Murakami

Haruki Murakami

«Appresi dal giornale la notizia che l’elefante era scomparso dal suo capannone in città». Questo è l’incipit de “L’elefante scomparso” un racconto  breve, in bilico tra sogno e realtà,dello scrittore giapponese Haruki Murakami (Kyōto 1949) voce eminente del panorama letterario giapponese e mondiale, e autore del capolavoro “L’uccello che girava le viti del mondo”.

Attraverso una scrittura densa che segue le iperboli interiori di un anonimo protagonista, Murakami ci racconta la storia di un vecchio elefante che è scappato col suo guardiano.

L’elefante è fuggito via dal capannone senza lasciare tracce, nessun segno di manomissione dell’anello di ferro che lo immobilizza, nessuna manomissione ai cancelli, alle serrature. Tutto in ordine, tutto in regola come se ogni cosa fosse come era sempre stata. Il protagonista ci rivela quasi subito il suo interesse per la questione dell’elefante; e ci informa che precedentemente aveva perfino assistito al dibattito in assemblea comunale per decidere come e dove bisognava tenere e occuparsi dell’elefante. Una successione dei fatti misteriosa, che incuriosisce e che allo stesso tempo confonde e ci fa interrogare. Cosa accade dunque, quando per un attimo, l’elefante diventa protagonista nella vita del  protagonista? Lo destabilizza, riesce a fargli perdere l’equilibrio.

C’è una lunga tradizione sulla presenza degli animali nei racconti, è un tema mondiale, presente nelle letterature di tutti i tempi. Dagli animali di Esopo a quelli dei fratelli Grimm, da Kafka a Landolfi, da Borges a Bulgakov. In questo racconto l’animale sconvolge, in maniera insolita, il territorio del protagonista. L’uomo e l’animale non si scontrano: non c’è nessuno sforzo dell’uomo nel voler umanizzare l’animale, non c’è nessuna voglia dell’uomo di esibire la propria superiorità, non c’è un momento in cui l’animale si fa portatore di uno specifico senso o significato universale. Semplicemente i due si incontrano, l’uno di fronte all’altro, un incontro dove entrambi, allo stesso modo, sono uno e altro. Simbolo strettamente personale del protagonista l’animale puro, indecifrabile agisce tutta la sua alterità. L’uomo osserva, osserva semplicemente; ma nell’osservare la sua consapevolezza cambia; forse è proprio l’atto di osservare gli fa credere di acquisire nuova consapevolezza e allora inciampa nella crisi e irrimediabilmente qualcosa muta.

La sua visione del mondo, cioè dell’elefante e del guardiano, si annulla per ricomporsi in modo del tutto nuovo; si instilla nell’anonimo protagonista del racconto l’incapacità di accettare che le sue priorità sono cambiate e che le cose per le quali prima sentiva di voler agire, sono le cose per cui non vale più la pena di agire. Eppure non accetta tutto questo e, caparbiamente continua a fare ciò che aveva sempre fatto senza però riuscire a capire e a spiegarsi perché, in alcuni momenti, il desiderio di fare si perde e si spegne. Ma ancora non importa, lui fa ciò che il mondo vuole e dà al mondo ciò che il mondo chiede. Va avanti, cercando di dimenticare quella assurda storia. Nonostante questo c’è sempre un momento in cui gli ritorna alla mente che «sui giornali non compaiono quasi più articoli sull’elefante, che l’erba che ricopriva lo spiazzo è ormai secca e che l’elefante e il suo guardiano sono scomparsi, e non torneranno mai più».  

 I racconti di Murakami lascia un senso di incompiutezza, a tratti è anche cupo, ma colpisce il lettore per la sua bizzarria e surrealismo.