Le domande che pone il romanzo ‘Il deserto dei Tartari’ di Buzzati in relazione al ‘Castello’ di Kafka

La forza e la grandezza di un’opera letteraria si misurano anche dalla sua capacità di porre domande. La domanda – il problema –, d’altra parte, per dirla con Deleuze, è tutto. Tutto sta nella domanda, c’è un primato della domanda. E se la domanda è una buona domanda difficilmente tace una volta data la risposta: essa sopravvive piuttosto ai suoi scioglimenti, rimette sempre in discussione chi ha ‘la risposta pronta’. Per ogni sfinge che interroga Edipo e ogni Ulisse che risponde nessuno, è la domanda a contare, perché c’è sempre un problema, un problema-Ulisse o un problema-Edipo. Chiediamo di fronte a chi pensa e chi scrive “qual è la domanda?” e forse avremo una carta geografica dell’anima di un’opera e del suo autore. Il deserto dei Tartari del bellunese Dino Buzzati molto probabilmente si è fatto, tra le altre, questa domanda: i barbari, arrivano o no? Tutto sta nel tentare di avvicinarsi a rispondere o nell’osservare con i propri occhi che la domanda non è suscettibile di risposta.

Il giovane sottotenente Giovanni Drogo lo sa bene: i Tartari non parlano né greco né latino né tantomeno italiano, non indossano casacche da ufficiale e, quando arriveranno, non avranno intenzioni quiete. Sono secoli e secoli che i Tartari li sappiamo, per sentito dire almeno, venire da lontano – dalla Siberia, dalla Mongolia… – e, almeno dagli anni di Genghiz khan, li conosciamo come violenti e spietati. Nessuno però, alla Fortezza Bastiani, che sorveglia il confine al di là del quale c’è il grande nord dei barbari, li ha mai visti arrivare. La Fortezza Bastiani non si trova in città: Drogo, raggiunta ormai l’età di un ragazzo adulto e maturo, è costretto a dimenticarsi della sua camera da letto e delle cure certosine e amorevoli che la madre gli rivolge, delle sottane e degli amici, e partire verso le colline, i pendii, le montagne, a settentrione, là dove si trova la fortezza e là dove il giovane Drogo è stato assegnato per un incarico pluriennale. Buzzati, capace come pochi di una narrazione tanto vivida e pulita, rende questo passaggio con molta suggestione. Drogo, a cavallo, cerca la sua destinazione, ma inevitabilmente si perde e trascorre, con una certa ironia, la sua prima notte da adulto all’addiaccio. Il paesaggio selvoso che incontra appare già talmente fuori dall’ordinario e distante dalle mura domestiche che sembra quasi che da lì in avanti si acceda a un luogo separato da quello in cui vivono le creature umane. Quella che si vede lontano spuntare, sui monti, è probabilmente proprio la fortezza, ma ogni passo per farcisi vicino la ritarda e già, nel buio di una specie di iniziazione notturna, delle luci della cittadina non c’è più traccia. È uno dei momenti più tesi e allargati dell’intero racconto e siamo solo alle pagine di esordio. Drogo, il giorno successivo, incontra la prima figura, un capitano della fortezza. Ne risulta una conversazione non poco inquietante, come se il giovane sottotenente stesse dialogando con un fantasma, quasi si fosse incappati in un personaggio lynchiano. Giovanni già teme la fortezza: le mura che nel corso degli anni hanno ridotto quell’uomo al suo strano mutismo, proprio non tanto di chi si è ammalato o di un prigioniero, ma di chi ha dentro una noia secolare, suonano già piene di brutti presagi.

Già qui le somiglianze con un altro grande capolavoro: Il castello kafkiano. Se c’è una differenza tra l’agrimensore K., così come si presenta nelle primissime pagine del Castello, e Drogo, è il temperamento che distingue i due: di Drogo osserviamo subito la linfa vitale, è un ragazzo capace di provare immediatamente rimpianti, nostalgia, speranza, dubbi, preoccupazioni, paura, sentimenti vivi e propri di chi è nel fiore degli anni, laddove K. è un uomo già adulto che appare come vitale, certo (in un’opera in cui la maggior parte dei personaggi sono attraversati da una stanchezza disumana), ma deciso, risoluto, persino arrogante. Tuttavia entrambe le mete – la fortezza e il castello – sembrano fin dal principio irraggiungibili. Per di più del castello, dove risiedono il conte Westwest o Klamm, sappiamo e sapremo pochissimo: le poche parole dell’oste, oltre che alle notizie che conosciamo dagli abitanti del villaggio, non fanno che creare confusione e scoraggiamento in K. e nel lettore.

C’è elusività nel parlare della fortezza e del castello e, tanto più, della sua burocrazia interna. La differenza è che nonostante tutto Drogo fa in qualche modo già parte della burocrazia della fortezza – è proprio questo che gli dà timore –, mentre K., non appena mette piede nel villaggio, ha già scritto nel volto che le porte del castello non le vedrà mai e che la sua stessa esistenza laggiù sarà priva di qualsivoglia significato. In conclusione in Buzzati il senso della vanità non sembra coniugato, qui, in senso individualistico: il problema non è tanto un vuoto che affligge Drogo. In K. sentiamo invece, già fin dalle primissime pagine, un vuoto non indifferente.

La vista della fortezza e di chi vi risiede non aggiunge alcune speranza a quelle riposte dal giovane Drogo nel trovare laggiù, perlomeno, un luogo confortevole e della buona compagnia offerta dal cameratismo e dalla solidarietà militare tra fratelli d’armi: questa sembra una prigione fatta di sabbia e i militari che la abitano, tanto quelli giovani quanto quelli vecchi, sono come visitati da lungo tempo dalla stessa ‘malattia’ del capitano incontrato nei boschi. La fortezza è squadrata, la sua architettura è assente, le mura sembrano fatte della stessa contestura di quel deserto che le sta davanti e che lei dovrebbe, nella sua pazienza secolare, sorvegliare e difendere da una possibile invasione straniera. Drogo si sente già sfinito e finito: cosa lo ha condotto in un luogo tanto lontano e inutile? C’è solo una parola che lo assilla: fuggire. Naturalmente fuggire legalmente, ma fuggire. L’occasione gli si presenta quando comprenderà, grazie alle gentili parole e ai consigli del suo stesso capo, che sarà per lui facilissimo ottenere dal vecchissimo dottore della fortezza la possibilità di un certificato medico che attesti un cattivo stato di salute e, quindi, le dimissioni. Dimissioni tra l’altro immediate! Drogo può partire già l’indomani o, come vuole la forma, aspettare solo qualche mese. Ci sono tre passaggi di una bellezza inaudita che scandiscono, qui, il destino di Drogo, che la fortezza, come possiamo immaginare, non la lascerà affatto.
Badiamo bene che la situazione, tutt’altro che kafkiana, avvantaggia il solo Drogo: il suo desiderio di fuga può essere esaudito immediatamente, senza rischiare di venire meno ai doveri militari, la sua appartenenza alla burocrazia della fortezza è talmente decisa da permettergli di sottrarvisi in tutta tranquillità, seguendo le norme di questa stessa burocrazia. Proprio questa serenità segnerà la condanna di Drogo. Drogo manifesta infatti una certa curiosità, nonostante tutto, nei confronti della fortezza, vuoi per uno scherzo psicologico causato dalla sua ritrovata serenità vuoi per qualche altra ragione: manifesta il desiderio, accontentato con non poca difficoltà, di vedere il famoso deserto che la fortezza sorveglia. Lo osserva da una feritoia, per qualche secondo, giusto il tempo di uno sguardo parziale ma oltremodo definitivo («Un’occhiata soltanto, signor maggiore», «Dove mai Drogo aveva già visto quel mondo? […] Echi profondissimi dell’animo suo si erano ridestati e lui non li sapeva capire»). Inoltre la scena della goccia d’acqua: di notte il ritmo incessante di alcune gocce d’acqua che cadono da qualche parte e che, tramite giochi d’eco, arrivano fino ai dormitori, assilla pesantemente Drogo: il pensiero di dormire tutte le notti a venire con quel rumore in testa lo perseguita e il giovane sottotenente si rivolta nella sua brandina, in un’insonnia quasi febbrile. Infine il vero giro di boa della narrazione, quando Drogo incontra l’anziano medico, una volta scaduti i termini mensili stabiliti per la sua partenza: Giovanni osserva una finestra con sguardo assente, apparentemente pensieroso, uno sguardo che vediamo sul suo volto per la primissima volta. Improvvisamente e incredibilmente il sottotenente accetta di rimanere e il medico è ben felice di disfare le sue pratiche.

Drogo ascoltava senza interesse [il medico], intento com’era a guardare dalla finestra. E allora gli parve di vedere le mura giallastre del cortile levarsi altissime verso il cielo di cristallo e, sopra di esse, al di là, ancora più alte, solitarie torri, muraglioni a sghembo coronati di neve, aerei spalti e fortini, che non aveva mai prima notato. Una luce chiara dall’occidente ancora li illuminava ed essi misteriosamente così splendevano di una impenetrabile vita. […] “Medico medico” disse Drogo quasi balbettando. “Io sto bene”. […] “Io sto bene” ripeté Drogo quasi non riconoscendo la propria voce. “Io sto bene e voglio restare”.

Quale meccanica ha chiuso definitivamente Giovanni Drogo tra le mura della Fortezza Bastiani? Cosa lo ha spinto ad accettare la monotonia di un luogo tanto pieno di tedio, sperduto, con poca compagnia, lontano dalle frivolezze mondane e da una carriera più gratificante? A perseguire una causa fatua, sorvegliare una piana (il ‘deserto’) da cui mai sono arrivati invasori? Cosa ha visto Drogo in quel deserto, da quella feritoia? L’opera diventa qua davvero il romanzo sul tempo di cui tutti parlano quando si discute del Deserto. Non solo perché il tempo della storia iniziale (teso, che rintraccia il senso dell’attesa, della monotonia, del nervosismo) cede a una accelerazione in ogni senso (i fatti si velocizzano, talvolta con ellissi anche piuttosto intense), ma perché quella che può sembrare una ‘canonica’ riflessione sulla fuga del tempo diventa qui una riflessione sulla fuga dal tempo. Come se, in un certo, senso, il problema di una fuga concreta da parte di Drogo dal suo incarico, cedesse a una fuga più astratta, fuga dal tempo che passa, lunghissimo e al contempo spaventosamente rapido, in attesa del grande evento, il barbaro che arriva.

Una volta che si è accettato questo l’attenzione del lettore è rivolta tutta alla domanda: arriveranno mai i Tartari? Drogo, d’altra parte, è un uomo cambiato. Non riconosciamo più il giovane spaventato e entusiasta, ma vediamo in lui una maturazione che sappiamo essere decisiva e seria, persino preoccupante. In un simile contesto di psicosi, chi rimane nella Fortezza ha tutto il volto della Fortezza e della ligia dedizione ai suoi rigidi rituali militari, chi va via sembra ancora avere preservato qualche tratto di umanità, di leggerezza, di vita. E tutti gli occhi sono puntati là, al deserto. L’unico evento che può smuovere la monotonia secolare degli anni che passano è un improvviso allarme: qualcuno ha visto qualcosa o qualcuno arrivare. Spunta una macchia mobile in fondo al deserto. Sono arrivati i Tartari? Per giorni la tensione sale, il tempo di nuovo si restringe, ma dei Tartari alla fine non c’è mai traccia e qualcuno, in questa devozione davvero alienata alla causa del luogo – dove niente accade, dove non c’è nemico da affrontare – perde addirittura, contro ogni aspettativa e in un gioco tragicamente ironico, la vita per mano altrui: si comincia perciò a riconoscere il Tartaro persino nel compagno che rientra nella Fortezza senza aver avvisato le guardie e a cui si spara senza pensarci più di tanto. La regola e la burocrazia hanno preso il sopravvento ma, in un contro-luce kafkiano (e Kafka è lo scrittore della burocrazia), non la osserviamo da parte di chi, fuori, cerca di parteciparvi senza successo, ma da dentro, da parte di chi la vive. L’esito è spaventosamente simile: il vuoto. Se infatti siamo stati scomodi nei panni di K. e sembrava di respirare quando osservavamo la rigida routine di Klamm (alienata certo, ma perlomeno sicura, stabilita, dotata di un qualsivoglia senso), non ci sentiamo più a proprio agio a seguire quella di Drogo: la sua esistenza così scandita e regolata sembra, tra quelle mura, avere sì una ragion d’essere, tuttavia tutto continua ad apparire pieno di un vuoto che non viene mai colmato e speriamo che da un momento all’altro la regola venga trasgredita e torni in lui il proposito di fuggire e tornare alla sua vecchia vita.

Per Drogo la domanda diventa la causa della sua vita: i barbari, arrivano o no? In un rovescio sensazionale Giovanni si ritroverà a fare carriera tra i ranghi della Fortezza, fino a riconoscersi, d’improvviso, dopo decine di anni, proprio in quel vecchio comandante che lo aveva accolto una volta arrivato dalla città, pronto a sua volta a ospitare il suo alter ego, una giovane recluta che è stata assegnata proprio alla Fortezza. Davvero sono passati tutti questi anni? Drogo è ormai vecchio, come lo era stato il suo capo, come lo era stato il medico, e come lo sono i compagni rimasti, e una nuova generazione si sostituisce alla sua. Proprio quando ormai malato dovrà lasciare forzatamente la Fortezza, con un cliché che non ci aspetteremmo mai ma che, nella sua banalità, è semplicemente geniale, qualcuno suona il definitivo allarme: ci sono degli invasori. In realtà i dubbi permangono. Drogo è risoluto, ma è in uno stato di semi-incoscienza. Ciò che è sogno e ciò che non lo è non sembra più chiaro. Drogo viene lasciato da parte, la sua decennale dedizione all’attesa del grande evento, non sembra servita a nulla. E adesso, una volta che i Tartari sono davvero arrivati, nella Fortezza Bastiani Drogo è meno di un fantasma per chi frettolosamente si prepara ad affrontare il nemico. Giovanni finisce i suoi giorni in una locanda, sulla strada di casa, moribondo. Il finale, di una forza inaudita, ricorda già il miglior Leone di C’era una volta in America, perché di fronte alla tragedia più totale, c’è un sorriso simile a quello, indecifrabile, di Noodles tra i fumi dell’oppio. «Poi nel buio, benché nessuno lo veda, sorride».
Sulle analogie kafkiane di questo romanzo, oltremodo studiate, Buzzati fu, giustamente, molto cauto e persino deciso: «Kafka è Kafka, io sono io. Basta con questa storia». Carlo Bo fu invece molto più chiaro e radicale:

Ebbene Kafka c’entrava poco con Buzzati, anzi non c’entrava affatto. Il riferimento non era che un nostro [degli studiosi, dei critici, dei lettori] infelice tentativo per spiegare un’opera insolita nel quadro della nostra letteratura e, casomai, ci dispensava dal continuare lo scandaglio e l’approfondimento. In effetti per spiegare Buzzati era sufficiente l’idea dell’attesa, del mistero, l’idea che tutta la nostra vita è legata a qualcosa che sfugge alla luce e ai calcoli della piccola economia delle prime reazioni.

Eppure congiunture di pensiero esistono, come esistettero per la poesia leopardiana e la filosofia di Schopenhauer, senza che i due sapessero della reciproca esistenza. Ma la congiuntura è dovuta al fatto che il Novecento è l’unico secolo che ha permesso simili, inaudite soglie di riflessione. Buzzati scrive il suo capolavoro nel pieno dei terrori della guerra, dove la questione dell’invasore era più concreta che mai. La vanità dell’esistenza, la fuga dal tempo, il problema della burocratizzazione della vita umana… esse sono riflessioni tutte intrise di Novecento, che solo perché troviamo in Kafka in una prima linea definitiva hanno finito per consegnare Buzzati ai tanti chiacchiericci (spesso motivati, altre volte meno) sulla sua kafkianità piuttosto che sul suo pensiero e sulla sua letteratura.

Anche in Buzzati c’è la vanità dell’esistenza e la riflessione che ne consegue, certo, e anche in Kafka c’è la riflessione sull’Altro che arriva (basti leggere quel meraviglioso racconto kafkiano che è La tana), se intendiamo questo Altro, magari, nella sua variante filosofica, così come tanto efficacemente la declinano grandi pensatori quali Camus, Lèvinas e Derrida. Ma d’altra parte, quando la letteratura non ha parlato dello straniero? Certo, non tanto radicalmente come nel secolo breve, ma è una riflessione che dà in un certo senso l’avvio stesso al gesto letterario: si pensi all’Odissea, si pensi alle Supplici di Eschilo, si pensi al racconto biblico… e quanta altra letteratura si potrebbe continuare a citare? Ma se la domanda – l’altro arriva? – è davvero una domanda più novecentesca che mai e se davvero questa domanda vada accompagnata alla riflessione filosofica, psicanalitica, storica, letteraria, sociologia (e chi più ne ha più ne metta) in un senso tutto novecentesco, Buzzati in questo rappresenta un nome da ricordare e da riscoprire. Più che con Kafka, forse è davvero con la filosofia contemporanea che Buzzati dovrebbe dialogare. I Tartari in Buzzati, forse, sono davvero arrivati, e non si potrebbe dire che certa filosofia (soprattutto francese) abbia dato la stessa risposta: rispondere a questo problema è già molto più interessante di altro. È poi alla fine possibile rispondere a una domanda del genere? Qui sta d’altra parte il cuore della questione: la domanda, ancora una volta, sembra sopravvivere alle sue risposte.

 

http://www.lintellettualedissidente.it/letteratura-2/dino-buzzati-deserto-dei-tartari/

 

“Il Castello”: il trionfo dell’impotenza umana

“Il mondo del capitalismo odierno come inferno e l’impotenza di tutto ciò che è umano davanti alla potenza di questo inferno, costituisce il contenuto dell’opera di Kafka”. (G. Lukàcs, “Significato attuale del realismo critico”)

Il romanzo Il Castello, scritto intorno al 1922 e pubblicato postumo da Brod nel 1926, è l’ultimo dei tre romanzi del grande scrittore praghese Franz Kafka. Rimasto incompiuto, questa oscura opera è incentrata sui temi della burocrazia, della legge come ordine globale, dell’alienazione e della frustrazione incessante in cui versa l’uomo che tenta di integrarsi in un sistema che lo invita e lo allontana contemporaneamente.

Kafka ha lavorato con intensità al Castello nel 1922 anche se almeno l’idea del romanzo risale all’anno precedente. Uno sguardo retrospettivo alle opere di maggior rilievo culturale apparse in questo periodo serve a rilevare le divergenze e a confermare l’unicità di Kafka rispetto ai suoi contemporanei. La Cecoslovacchia, sorta dalle rovine dell’impero asburgico, non è sentita dallo scrittore come la nuova patria democratica, capace di rimuovere il suo senso di estraneità dal mondo. In tutta l’Europa centrale dilaga l’inflazione che toccherà durante la Repubblica di Weimar, punte inimmaginabili. Inutile tuttavia cercare nel Castello un’eco del presente se non in quel senso angoscioso di precarietà che pervade quotidianamente l’esistenza di Kafka. Nel territorio linguistico tedesco, l’espressionismo cede il posto al nuovo stile che sarà denominato della Nuova obiettività, ma seguito da personalità minori come Werfel e Carossa.

Brod pubblica Il Castello un anno dopo Il Processo e un anno prima di America, secondo un ordine che non corrisponde alla cronologia delle rispettive stesure (America, Il processo, Il Castello); il romanzo del 1926 presenta un poscritto che sostiene una tesi teologica e una nota che spiega i criteri dell’edizione. Kafka aveva lasciato il manoscritto senza titolo ma lo aveva sempre denominato Il Castello rimasto incompiuto a causa di alcune circostanze sfavorevoli tra le quali l’aggravarsi della malattia dell’autore, la fine della relazione con Milena, ispiratrice del personaggio di Frieda e la perenne insoddisfazione di fronte ai propri risultati che hanno sempre gettato Kafka nello sconforto.

Durante una gelida notte il protagonista, semplicemente indicato nel romanzo con l’iniziale K., giunge in un villaggio sovrastato dalla figura misteriosa di un Castello. Cercando ospitalità nell’osteria, egli sostiene d’essere un agrimensore e di essere stato invitato dal Conte Westwest, per svolgervi dei lavori. Dopo alcune incomprensioni iniziali fra K. e gli occupanti dell’osteria, K. viene ufficialmente informato di essere stato assunto dal Conte e che il suo diretto superiore sarà il Sindaco. K. conosce anche una donna, Frieda, cameriera e amante del funzionario Klamm (enigmatico antagonista principale di K.), la quale consente a K. di spiare il funzionario da un apposito buco mentre sta riposando in una stanza riservata. Frieda lascerà il suo amante per seguire K. Al risveglio K. conosce Pepi, una serva che aveva preso il posto di Frieda al banco di mescita ma che ora, purtroppo, sarebbe tornata a servire come cameriera. Il romanzo si interrompe bruscamente quando K. incontra Gerstacker, un vetturino a lui già noto, che vuole offrirgli un lavoro.

Il Castello, come pochi altri classici della letteratura del Novecento ha dato il via a una pluralità di interpretazioni e studi; la certezza è che non vi è un significato univoco: l’autore praghese con espedienti bizzarri costringe chi pensa di aver trovato il senso del suo romanzo, a cambiare strada per assumere un contegno più possibilista. Ad esempio, quando all’inizio del Capitolo II, K. vede per la prima volta i due aiutanti, gli chiede dove sono gli strumenti, loro rispondono di non averne e di non capirne assolutamente nulla di agrimensura:

“Ma se siete i miei vecchi aiutanti dovete conoscere il mestiere”.

Qui si offende deliberatamente la logica, ma a Kafka interessa lasciare nel dubbio le identità di Arthur e Jeremias e di mettere all’erta gli esegeti troppo raziocinanti. Durante il primo sgradevole incontro con il maestro (Cap. I), questi si meraviglia alla domanda di K.: “Come? Lei non conosce il Conte?”. “Come potrei conoscerlo; abbia riguardo alla presenza di bambini innocenti (in francese)”. Si potrebbe pensare che al Castello si commettano chissà quali turpitudini, ma tutto il decorso posteriore dell’azione contraddice questo sospetto: del Conte non si farà più menzione, i funzionari passano il loro tempo dormendo e seducendo di donne di bassa estrazione. Non si sa nulla della natura del Conte; ma c’è una spia rivelatrice: una donna lacera una lettera e K. durante la notte trascorsa nell’“Albergo dei Signori”, vede nel corridoio, su un carrello, un foglietto strappato da un taccuino, intuisce che potrebbe trattarsi della sua pratica, la carta che suggella il suo destino. Allora l’inserviente distrugge senza un motivo il documento deludendo non solo K. ma anche la curiosità del lettore. La vicenda resta avvolta nel mistero, in un’atmosfera di suspence come nei migliori romanzi polizieschi.

L’azione di svolge nello spazio di una sola settimana, scandita da un tempo talmente lento da sembrare immobile, in un paesaggio gelido, innevato con riferimenti alla vita dell’autore praghese: K. ha scelto di recarsi in un luogo desolato, tetro e squallido: quando Frieda si augura di vivere sotto i cieli mediterranei più tersi, K. risponde con una domanda:

“Che cosa avrebbe potuto attirarmi in questo paese tetro, se non il desiderio di rimanervi?”

Un’autoconfessione rivelatrice del significato implicito del romanzo: in questa dimora inospitale, l’uomo tenta di afferrare la propria personalità contro tutti i decreti di un’autorità che si innalza ad arbitro della sua sorte. Il Conte Westwest e i suoi intermediari impersonano quella gerarchia alla quale è oscuramente demandato di decidere il destino dell’uomo al di sopra del suo arbitrio e delle sue aspirazioni. In questo senso l’inserto di K. che da piccolo sale sull’orlo del muro che circonda il cimitero del villaggio nativo e viene rimproverato dal maestro, allude alla smania di poter gettare uno sguardo esplorativo nel regno della morte, precluso alla comprensione razionale.

Se i personaggi maschili minori sono rappresentati da Kafka in tutta la loro meschinità, le figure femminili rivelano l’abilità kafkiana di un’analisi psicologica rigorosa: Frieda, biondina gracile e scialba assurge al mito della donna mangiatrice di uomini; ella per capriccio abbandona Klamm per K., uno straniero che non le darà nessuna sicurezza.

Nell’atmosfera che avvolge il Castello i rapporti umani sono dominati dall’estraneità e dalla solitudine; il rapporto erotico tra Frieda e K. e tra Olga e i servitori dell’albergo, accentuano invece di eliminare il senso di estraneità e l’indifferenza reciproca; le discussioni non si concludono mai con un dato certo, i confronti si svolgono quasi sempre in ambienti inospitali. All’interno di questa cappa di angoscia l’autore non risparmia momenti di comicità, causati però dalla disparità tra le forze di cui dispone K. e la difficoltà del suo compito.

Kafka si avvale, come ha sempre fatto del resto, di un linguaggio paratattico, semplice, chiaro ed incisivo, a tratti perfino elementare, fatto di parole usuali, lontano sia dal naturalismo che dall’espressionismo. Nella monocromia del suo stile è racchiuso il segreto della sua arte, senza avere la pretesa di tradurre in termini razionali i segni cifrati di una fantasia che Kafka stesso ha confermato di non essere capace di spiegare fino in fondo.

 

Bibliografia: Il Castello, prefazione di R. Fertonani.

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