Francis Scott Fitzgerald: l’anima americana di una generazione perduta

Quando vi trovate in una libreria, magari in uno di quei pomeriggi d’autunno densi e piovosi, la cosa migliore che può capitarvi è arrivare per caso sotto il pannello della lettera F, trovare in un angolo i libri di Francis Scott Fitzgerald, innamorarvene e farvi la scorta per l’inverno.

La parabola della voce più significativa dell’età del Jazz e della generazione perduta è subito evidente dai luoghi di nascita e di morte: venuto al mondo a S. Paul, nel Middlewest, il 24/09/1886 lo lascia ad Hollywood il 21/12/1940 a soli cinquantaquattro anni. Quella di F. S. Fitzgerald è una storia fatta di successi vertiginosi e di cadute disperate, degna di uno dei pilastri di tutta la letteratura del novecento. In un articolo del 1933 lo stesso Fitzgerald scrive:

“Tendenzialmente, noi scrittori dobbiamo ripeterci. Nella nostra vita facciamo due o tre esperienze importanti e toccanti […]. Poi impariamo il mestiere, più o meno bene, e raccontiamo le nostre due o tre storie – ogni volta camuffate in modo diverso – forse dieci volte, forse cento, finchè la gente ci sta ad ascoltare”.

Le esperienze dello scrittore parlano d’infanzia e d’abbandono. La prima riguarda la sua famiglia: cresce infatti da borghese decaduto nel Minnesota, fortemente segnato dalle condizioni sociali dei genitori: la madre è figlia d’immigrati irlandesi arricchiti mentre il padre americano mette in fila un fallimento dopo l’altro, dovendo così accettare di essere pagato dal suocero sostanzialmente senza lavorare. Il carattere del giovane Fitzgerald si forma dunque ereditando l’inconcludenza dal padre, un’ambizione sociale tanto spiccata quanto irrealistica dalla madre e  il resto  mettendocelo di tasca propria: l’ossessione per una gioventù perfetta e la fragilità di chi è dotato di un talento enorme.

La seconda esperienza porta banalmente il nome di una donna: Ginevra King. Francis Scott è consapevole della sua bella presenza ma “Mi mancavano le due cose più importanti” – scrive- “il carisma e il denaro. Tuttavia avevo le due cose che nell’ordine vengono subito dopo: un bell’aspetto e l’intelligenza. Perciò conquistavo sempre la ragazza più ambita”. Peccato che questa definizione di se non fosse precisa, soprattutto quando si parlava di donne fornite sia di carisma sia di denaro. E Ginevra King, oltre che fortemente carismatica, era certamente molto ricca.

Tra i due nasce una storia destinata a durare qualche tempo, abbastanza da permettere a F.Scott di idealizzare il loro rapporto: infine lei lo lascia con noia ed indifferenza sposando un uomo abbiente. Ecco che arriviamo alla matrice di gran parte dei romanzi e dei racconti fitzgeraldiani, il ragazzo povero disperatamente innamorato della donna ricca, con cui non può coronare il suo sogno d’amore a causa della propria condizione sociale. Questa è la storia di Amory Blane e Rosalind Connage in Di qua dal paradiso, di Dexter Green e Judy Jones in Sogni invernali; è l’ingiustizia di Jay Gatsby e Deasy Fay Buchanan ne Il Grande Gatsby. A conferma di ciò ne Il Grande Gatsby, Fitzgerald inserisce come ostacolo nella relazione tra Jay e Deasy lo stesso tipo di uomo che fu ostacolo nel suo rapporto con Ginevra; un uomo che di professione fa il ricco banchiere e che nel tempo libero gestisce una tenuta di cavalli: nel caso letterario ci troviamo di fronte al personaggio Tom Buchanan che, appunto, deve il proprio io all’ostacolo di Scott, il padre di Ginevra.

Negli anni successivi a questa storia d’amore Fitzgerald lascia gli studi all’università di Princeton (dove era membro del prestigioso “Triangle Club”, circolo di sceneggiatori teatrali per gli spettacoli del college) per arruolarsi come volontario nell’esercito e partecipare allo sbarco in Europa della prima guerra mondiale. Inviato da un capo d’addestramento all’altro non mise tuttavia mai piede sul vecchio continente: non la prese bene. Quando ancora era amico di Hemingway, egli diceva sempre di invidiarlo per la sua partecipazione al conflitto che, a detta di Fitzgerald, gli garantì una vita molto più interessante della sua, piena di esperienze e di incontri con grandi personaggi della storia (Hemingway intervistò infatti, tra gli altri, Lloyd George e Mussolini). In questo lasso di tempo Scott conosce , ad un ballo per ufficiali, la futura moglie Zelda: la sua figura era perfettamente sovrapponibile a quella di Ginevra sia per estrazione sociale sia per personalità. Prendendo spunto dalla vita privata, Fitzgerald crea un canone di donna fitzgeraldiana standard che popola ogni sua pagina, ogni suo racconto, ogni suo romanzo: una donna volubile ma determinata, bella, sfrontata, volta solo al divertimento e all’assenza di pensieri gravi che paradossalmente la inseguono e le tormentano. Per intenderci, una donna come Brett di Fiesta, capolavoro di Hemingway (Ernest deve infatti molto a Fitzgerald, fu Scott che lo fece conoscere in America e gli procurò contratti, gli presto dei soldi, lo idealizzò come un’eroe). Insieme a Zelda, Scott vagabonda per il mondo facendo spola tra la mondanità americana e la vecchia mamma Europa in cerca di risparmio economico ed ispirazione: Italia, Francia, Inghilterra. Nonostante guadagnasse 36.000 dollari all’anno (cifra considerevole per l’epoca) il suo stile di vita non gli permetteva infatti di mettere da parte neanche un dollaro.

Inseguito la crisi del ’29 segna la fine di un’epoca; la fine sì dell’età del Jazz e delle disponibilità economiche, ma anche di quella frizzante spensieratezza che teneva in vita i ruggenti anni ’20 e Fitzgerald stesso. La fine di un uomo. Zelda è costretta a rivolgersi ad una clinica per i suoi sempre più frequenti attacchi di schizofrenia: un giorno segue un corso di danza, un giorno tenta il suicidio, un giorno tradisce Scott con un aviatore francese. Fitzgerald entra in depressione e cade definitivamente nell’alcolismo più nero; impiegherà anni per finire il suo quarto romanzo Tenera è la notte. Firmato un importante contratto con la MGM per una collaborazione nel mondo del cinema, Scott muore ad Hollywood nel quaranta tra attacchi di panico e di cuore.

Nella logica dell’opera di uno dei più grandi esponenti della tecnica cinematografica è costantemente rispettata l’alternanza tra romanzi e raccolte di racconti (pagati meglio dagli editori e per questo prodotti maggiormente da un Fitzgerald sempre alla ricerca di soldi, scritti alle volte tutti di un fiato arrivando a ventuno ore di lavoro): Maschiette e filosofi , Belli e dannati, Tutti i giovani artisti, La sveglia, Gli ultimi fuochi (uscito postumo).

Lo scenario che fa da sfondo alle opere dello scrittore americano è un vortice dove Jazz, belle epoque, caffè francesi, dove disagio generazionale e letteratura pervadono ogni cosa; dove cinismo e romanticismo sono inscindibili, dove si è costantemente ubriachi: per tre settimane di fila per aver perso la fidanzata, in luna di miele quando la si è sposata, per i suoi primi segni di schizofrenia. Una vita in cui, per essere capita, bisogna calarsi con tutti i cinque sensi e possibilmente anche con il sesto. Ritrovando nelle sue pagine quell’America leggera, frivola, capricciosa e spregiudicata che tanto si reincarna in lui e in Zelda.

‘Il grande Gatsby’ di F. S. Fitzgerald, una riflessione sulla propria generazione

Il celebre romanzo di Francis Scott Fitzgerarld, Il grande Gatsby (titolo tradotto nel 1950 da Fernanda Pivano) ha accresciuto il suo successo anche grazie alle quattro versioni cinematografiche, specialmente quella di Coppola con Robert Redford e l’ultima di Luhrmann con Di Caprio. Un’opera sulla vacuità, sull’assenza dei veri valori, degli affetti autentici, sulla solitudine, sulla noia, sul dramma del mito americano.

Anni Venti. New York. Siamo nell’età del jazz, del proibizionismo, dei nuovi ricchi, della finanza, dell’emancipazione, dell’America che sta fondando il suo mito distruggendo tutti gli altri. La storia è quella di Jay Gatsby che vuole ad ogni costo riconquistare Daisy Fay ed ogni sua azione è tesa a quell’unico scopo: l’enorme casa comprata a West Egg (toponimo inventato da F. S. Fitzgerald per Long Island) sulla sponda opposta esattamente di fronte alla casa di Daisy, le lussuose feste, tutto per riconquistare la sua adorata  che nel frattempo ha sposato il ricco Tom Buchanan.
Oltre l’amore nel romanzo si indagano ben altri sentimenti, ben altre emozioni che dipingono e definiscono a pieno i personaggi dell’America che sta crescendo. La mancanza di affetti autentici, la solitudine, l’incomunicabilità e l’indifferenza. Alle sensazionali feste di Gatsby nessuno parla, nessuno si conosce, tutti sono entusiasti di incontrare gente sconosciuta; nessuno è interessato davvero all’altro, nessuno conosce davvero Gastby e nessuno sembra nemmeno interessato a conoscerlo. Il più solo di tutti è proprio Gatsby che non partecipa alle sue feste favolose ma è sempre solo tra la folla, scruta sperando di scorgere la sua Daisy.

La solitudine del protagonista è immensa quando lo si vede per la prima volta nell’ora del crepuscolo fermo sul prato della sua villa mentre guarda con occhi fissi la luce verde che si riflette sul pontile della casa di Daisy dall’altra parte della sponda. Ed è immensa il giorno del suo funerale quando delle centinaia di persone che partecipavano alle sue feste non resta nessuno. L’ampia indifferenza caratterizza tutti i personaggi, Daisy e Tom più di tutti.

Il senso di solitudine e di indifferenza supera lo sfarzo, il lusso e la felicità che sembra investire tutta la prima parte de Il grande Gatsby. Distruggendo tutti i miti si distruggono anche gli dèi. E se gli dèi non ci sono più tutto ciò che rimane sono gli occhi del dottor T. J. Eckleburg che si scorgono su un grande cartellone pubblicitario a metà strada tra New York e West Egg. Ed è così che si resta soli, soli nei propri pensieri sconfinati che alla fine non possono non fare paura.

Una riflessione sulla propria generazione, sulle sue debolezze e perversioni (il cui linguaggio ricorda quello usato da un altro grande scrittore statunitense, Henry James) che diventa analisi autobiografica per l’ex alcolizzato e playboy Fitzgerald il quale fa i conti con se stesso e ci regala una triste ma verissima morale: il passato non può ritornare e non ci resta che la nostalgia per i tempi che furono.
Gatsby è un personaggio destinato alla sconfitta, a cadere nel dimenticatoio, e sebbene faccia pienamente parte del mondo che lo circonda, appare inadeguato a viverlo. Ma forse è grande proprio per questo, egli vive solo per un sogno: Daisy. Il suo sogno così puro che sarà la sua condanna. Ma una condanna degna della sua vita fantastica, fanatica e smisurata. Solo il faro verde sembra sopravvivere, allo stesso tempo miraggio del nuovo e dell’illusione. La luce verde è la nostra più grande illusione, promette mentre graffia e distrugge. E infine credere nella luce verde ci fa continuare a «remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato».