‘La formica argentina’, un racconto giovanile di Calvino, cupo e lirico

La formica argentina è un racconto lungo di Italo Calvino pubblicato per la prima volta nel 1952, nel decimo numero della rivista di letteratura «Botteghe oscure», scritto tra l’agosto del 1949 e l’aprile del 1952, e precede la stesura del Visconte dimezzato. Calvino scrive:

Ho scritto un racconto piuttosto abile ma un po’ gratuito, perciò non sono molto contento, uscirà su Botteghe Oscure.

Oggi fa parte de I racconti e si trova nel secondo volume, libro quarto, La vita difficile, insieme a La speculazione edilizia e a La nuvola di smog.

Scritto in prima persona, è il primo testo narrativo in cui Calvino abbandona i temi della Resistenza e della vita nel dopoguerra. La trama è semplice: il protagonista, disoccupato, insieme alla moglie e al figlioletto si trasferisce in un paesino della Riviera ligure, dietro suggerimento dello zio Augusto.

Il protagonista prende in affitto una piccola casa con giardino, che versa in stato di abbandono, senza sapere che la zona è infestata dalle formiche argentine, piccolissime e che arrivano dappertutto. I vicini le combattono in modo diverso: i Reginaudo con una quantità sproporzionata di insetticidi e veleni, il capitano Brauni le tortura e le uccide con le trappole, la signora Mauro, orgogliosa e rigida, nella sua grande e buia villa, finge che non ci siano, infine il signor Baudino, impiegato all’Ente per la lotta contro la formica argentina, le nutre con una melassa avvelenata. Il protagonista, dopo aver fatto visita ai vicini, a cui chiede consigli e dopo un sopralluogo nel giardino, si rende conto che non è possibile eliminare quella specie di formica e che l’unica soluzione è una rassegnata convivenza.

Il racconto è da subito pieno di angoscia di fronte a un nemico che si insinua ovunque: nel cibo, nel letto, nella canestra e persino nell’orecchio del bambino. La moglie appare sin dall’inizio ossessionata dalla marea di formiche, diffidente contro tutto e tutti, l’angoscia si trasforma in psicosi tanto che la donna finisce per aggredire il signor Baudino, accusato di favorire la proliferazione delle formiche per non perdere il lavoro. Alla fine del racconto, il protagonista, la moglie e il bambino arrivano al porto e … c’era il mare.

C’era una fila di palme e delle panche di pietra: io e mia moglie sedemmo e il bambino era quieto. Mia moglie disse: -Qui non c’è formiche-. Io dissi: E c’è un bel fresco: si sta bene. (…) Io pensavo alle distanze d’acqua così, agli infiniti granelli di sabbia sottile giù nel fondo, dove la corrente posa gusci bianchi di conchiglie puliti dalle onde.

La cupa narrazione si chiude con un passo di grande lirismo, la visione del mare calmo e pulito regala ai protagonisti un momento di serenità pur nelle difficoltà della vita. Il mare è l’opposto delle formiche, lava tutto, leviga, assume un significato di rigenerazione, ma prima di giungervi, la famigliola attraversa la città vecchia, digradante, che mostra i segni del male: la pietra grigia e porosa; le donne che portano ceste sul capo con gli occhi bassi; le ragazze cucitrici, da un giardino di un convento, guardano un rospo in una vasca e pronunciano a quella vista la parola angoscia; delle giovinette vestite di bianco che fanno giocare con un pallone un cieco; un ragazzo con addosso i segni della miseria, raccoglie fichi d’India da una pianta piena di spine; i bambini di una casa ricca, nonostante giochino facendo bolle di sapone sono tristi; i vecchi del ricovero rientrando, salgono le scale con il bastone e ciascuno parla da solo.

Nella lettera a Cesare Cases, Calvino smentisce che si tratti di un’allegoria pura e semplice del capitalismo come aveva drasticamente affermato il saggista, ma non può fare a meno di chiarire che il tema affrontato nel racconto non è semplicemente la descrizione di un fastidioso fenomeno naturale; esso sottende la volontà dello scrittore di mettere in relazione natura e storia. In natura esistono realtà mostruose così come nella Storia; l’immagine delle formiche, con le suggestioni emotive che sa trasmettere, è da sola un veicolo che rimanda al male connaturato nella Storia.

Per chiarire il concetto è necessario ricorrere ai testi di saggistica di Calvino. In Visibilità, la quarta delle Lezioni americane, Calvino parte dalla ben nota immaginazione visiva di Dante nel Purgatorio, per poi citare il manuale degli esercizi spirituali di Sant’Ignazio de Loyola, il quale utilizza l’immagine visuale come via efficace per raggiungere la conoscenza dei significati profondi, per giungere a Dio. Nel sottolineare l’importanza dell’immagine, Calvino scrive:

Possiamo distinguere due tipi di processi immaginativi: quello che parte dalla parola e arriva all’immagine visiva e quello che parte dall’immagine visiva e arriva all’espressione verbale. Se il problema della priorità dell’immagine visuale sull’espressione verbale era valido nel periodo della Controriforma, lo è anche oggi, sottolinea l’autore, quando l’immagine risulta essere dominante sulla parola. Le immagini nella fantasia provengono, per Dante, da Dio, secondo il pensiero attuale dall’inconscio individuale e collettivo, tuttavia esse vanno oltre il controllo esercitato dalla nostra coscienza tanto da raggiungere una dimensione trascendente.

Il protagonista (narratore) della Formica argentina non ha nome né volto, si muove tra tanti personaggi minori, ognuno dei quali ha un suo modo di contrapporsi alle formiche senza ottenere nessun risultato. Il caos, il male di vivere si è oggettivato nella vita quotidiana del protagonista che non ha una casa, non ha un lavoro, ne va in cerca e non lo trova, è preoccupato per la salute del bambino e per finire è oppresso dalla lenta burocrazia rappresentata dal signor Baudino (somigliava a una formica), indifferente di fronte ai problemi della società. L’unico rimedio, al male di vivere, potrebbe essere la solidarietà tra gli individui, ma essa manca totalmente nel romanzo, lo si nota quando la moglie del protagonista si ribella e inizia una marcia di protesta contro il signor Baudino.

La Formica argentina descrive una realtà cupa, angosciante, dove nel protagonista non c’è nessuna speranza né di tipo religioso né civile, eppure è presente un sentimento virile, che consiste nell’accettazione del male quando esso non è eliminabile. Come afferma Alberto Asor Rosa, in un articolo apparso sul quotidiano «la Repubblica» l’1 dicembre 1985, dietro la forma elegante e raffinata, la chiarezza e l’esattezza del periodare in tutta la produzione di Calvino si avverte un “nocciolo duro”, che consiste nella Natura morale dell’ispirazione calviniana, e che in essa, forse, consiste

nella Natura morale, il vero fattore di continuità, la coerenza complessiva della sua ricerca (da Il sentiero dei nidi di ragno a Palomar), il macigno sotterraneo da cui spiccava il volo la sua fantasia o si dipanava il filo sottile del suo ragionamento. (…) Per scrittore morale non intendo affatto quello che suggerisce valori o addita obiettivi; lo scrittore morale non si pone il problema di dire qual è il bene e qual è il male. Chi fa questo è un moralista (in senso riduttivo) o, peggio, un propagandista. Per me lo scrittore morale è quello che si limita a suggerire dei comportamenti e ad additare una linea di condotta: ma, al tempo stesso, affianca alla natura apparentemente limitata del “messaggio” l’inflessibile convinzione che non si può rinunciare alle regole di comportamento né a perseguire con fedeltà e tenacia una linea di condotta, pena l’inabissamento nel magma dell’indistinto e dell’arbitrario.

 

 

Fonti:

Giuseppe Bonura, Invito alla lettura di Calvino, Mursia, Torino 1972.

Marco Belpoliti, L’occhio di Calvino, Nuova edizione ampliata, Piccola
Biblioteca Einaudi 2006

Alberto Asor Rosa, Il cuore duro di Calvino, «la Repubblica», 1 dicembre
1985.

Le città invisibili di Calvino e il viaggio come fuga dalla realtà

Italo Calvino è senza dubbio uno degli scrittori più inesauribili e apprezzati del ‘900. Personalità di enorme rilevanza artistica, sociale nonché politica e infaticabile ricercatore della verità, si è posto spesso fuori dagli schemi non solo nella sperimentazione letteraria. A tal proposito uno dei suoi libri forse più apprezzati e conosciuti, insieme al Barone rampante e al Visconte dimezzato, è senz’altro Le città invisibili, romanzo pubblicato in prima edizione nel 1972 per gli editori Einaudi.

Un racconto tra i fondamentali della cosiddetta letteratura combinatoria che alla spicciola potrebbe essere descritto come un fantasioso diario di viaggio. Il protagonista delle vicende narrate in questo libro è Marco Polo, il viaggiatore e mercante veneziano vissuto a tra l’ultimo decennio del 1200 e il terzo decennio del 1300 conosciuto ai più per la sua opera letteraria più famosa Il Milione.

Da sempre ammantato di una certa aura mistica stravagante e misteriosa (a lui si attribuisce l’introduzione del gioco delle carte a Venezia e pare fosse amico intimo dell’eretico Pietro d’Albino), sul celebre giramondo si è anche favoleggiato di una sua possibile affiliazione templare mentre qualcuno sostiene sia stato un agente segreto al servizio del Papa Gregorio X, inviato in oriente per convertire l’imperatore dei tartari Kublai Khan alla causa dei cristiani in Terra Santa in chiave anti islamica.

Proprio Kublai Khan è l’interlocutore privilegiato al quale Polo svela i suoi rendiconti onirici conditi di aneddoti fiabeschi sulle 55 città raccolte nei 9 capitoli del libro di Calvino e visitate dal veneziano nel corso dei suoi lunghi pellegrinaggi in giro per il mondo. All’imperatore viene narrato di luoghi fantastici e surreali frutto della mente del viaggiatore che pesca nel suo immaginario tracciando una sorta di mappa del suo universo chimerico.

Nessuna delle città raccontate nel libro ha infatti un corrispettivo reale, le scene di vita esotica e le avventure vissute da Polo sono infatti solo il riflesso della vivace mente del narratore che senz’altro esagera o meglio arricchisce quello che probabilmente ha in parte anche vissuto.

Marco Polo portrait_Wikipedia 

Si è già scritto molto sul fatto che Polo non abbia effettivamente visitato all’epoca alcuni luoghi narrati nel Milione e forse, quando buttava giù le prime bozze del romanzo, lo stesso Calvino non doveva essere proprio del tutto convinto dell’autenticità di alcune parti del capolavoro del celebre veneziano ramingo.

Dubbi fondati o meno resta il fatto che le sue probabili esagerazioni ed i suoi miraggi forniscono l’ideale punto di partenza di questo viaggio nell’assurdo che l’impareggiabile penna dell’autore trasforma in pura arte letteraria facendo diventare reale ciò che mai potrebbe esserlo. In fondo il potere dell’immaginazione aiuta a combattere le disillusioni della vita di tutti i giorni, basta infatti chiudere gli occhi per ritrovarsi catapultati “nell’habitat” a noi più congeniale che è anche un po’ quello che sembra confermare il Marco Polo “calviniano” in uno dei passi forse più significativi dell’opera: “Se ti dico che la città a cui tende il mio viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla”.

Il concetto di evasione dalla realtà e di “svago perpetuo” delle Città Invisibili è rafforzata anche dalla struttura stessa del romanzo che si presenta come un uroboros di racconti nel quale i capitoli formano un ideale continuum. Non è mai ben chiaro né l’inizio né la fine del racconto e grazie a questo escamotage il lettore balza agilmente nella complessa ragnatela intessuta da Calvino, senza rischiare di perdere il senso del racconto pur leggendo capitoli a caso.

In una conferenza del 1983 tenuta alla Columbia University di New York a fu lo stesso autore a confermare la volontà di voler rendere questo libro fluido e “liberamente” leggibile: “questo libro è fatto a poliedro, e di conclusioni ne ha un po’ dappertutto, scritte lungo tutti i suoi spigoli”.

Una delle possibili chiavi di lettura del libro è quello dell’immaginazione via di fuga, ancora di salvezza, rifugio o destinazione nel quale è possibile viaggiare dando sfogo al proprio malessere esistenziale.

Italo Calvino e la fiaba italiana

La fiaba, secondo Tommaseo, è un genere letterario affine alla favola, una novella da raccontare a dei ragazzi, dove entri del meraviglioso. La fabula per i romani era sinonimo di dramma e Tommaseo ne estende la sinonimia alle fiabe, come erano intese a Venezia nel Settecento e spiega che esse sono dei “componimenti drammatici fondati nel meraviglioso dei racconti popolari”, e indicando per affinità la parola “ciance”.

Tuttavia Tommaseo non ci fornisce una definizione esatta del termine fiaba che risulta un po’ diversa dal comune significato, di evidente origine dotta che equiparava la fiaba alla fandonia, alle ciance. Come ha scritto Italo Calvino nell’Introduzione al suo volume Fiabe italiane, i “grandi libri di fiabe italiani, nati in anticipo sugli altri”, sono da indicare, oltre che nella Piacevoli notti di Straparola, dove la novella cede il campo alla sua più anziana sorella, la fiaba di meraviglie e di incantesimi, con un ritorno di immaginazione tra gotica e orientale alla Carpaccio e un’incrinatura dialettale allo stampo della proda boccaccesca, nel Pentamerone del napoletano Basile, quel Lo cunto de li cunti che, edito nel 1637, a Napoli, presso Ottavio Beltrano, fu tradotto pochi anni dopo in tedesco e in inglese, diede luogo a monografie e dissertazioni.

Si deve far risalire alla raccolta di Basile il primo interesse europeo per la fiaba; ma un’altra data importante è quella segnata alla fine del Seicento dalla nascita dei sette Contes de ma mere loye, histoires ou contes du temps passé di Perrault. ma come osserva giustamente Calvino, Perrault aveva inventato un genere e ricreato sulla carta un prezioso equivalente di quella semplicità di tono popolare in cui la fiaba si era tramandata di bocca in bocca fin da allora. Un genere quindi di raffinata letteratura più che di invenzione poetica; ma ecco che ancora dopo più di un secolo i fratelli Grimm danno inizio al movimento scientifico sulle novelle popolari con i Kinder-und Hausmarchen.

Nell’ultimo trentennio del ventunesimo secolo si è accumulata una montagna di narrazioni tratte dalla bocca del popolo nei vari dialetti, ma era un patrimonio destinato a fermarsi nelle biblioteche degli specialisti, non a circolare in mezzo al pubblico. Secondo Calvino infatti un Grimm italiano non è mai venuto alla luce. E il genere fiaba, tra gli scrittori e i poeti italiani non ha conosciuto la voga romantica che pervase l’Europa da Tieck a Puskin, ma divenne dominio di autori di libri per bambini, come ad esempio Collodi, Capuana, e qualche altro. La gran raccolta delle fiabe popolari in Italia non lo abbiamo avuto.

Spiega ancora Calvino nel suo libro destinato soprattutto ai ragazzi:

“Le favole italiane sono prese tutte insieme, nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane, una spiegazione generale della vita, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminio delle coscienze contadine fino a noi; sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna, soprattutto per la parte di vita che è il farsi di un destino: la giovinezza, dalla nascita che porta in se un auspicio o una condanna , al distacco della casa, alle prove per diventare adulto e poi maturo, per confermarsi come essere umano. E in questo sommario disegno, c’è tutto: dalla persecuzione dell’innocente al suo riscatto, alla fedeltà a un impegno, alla purezza di cuore come virtù basilari che portano alla salvezza e al trionfo, alla bellezza come segno di grazia, l’infinita metamorfosi di ciò che esiste”.

Ma a questo punto Calvino si pone anche un altro problema. Scelto e catalogato l’immenso materiale fiabistico italiano dalle raccolte di Pitré, De Gubernatis, De Nino, Imbriani, Nerucci e altri e stabilito il duplice obiettivo di rappresentare tutti i tipi di fiaba esistenti nei nostri dialetti e in tutte le ragioni, bisogna dare al materiale scelto una comune omogeneità linguistica, tradurre cioè in italiano quelle fiabe che fossero state trascritte  in dialetto e riscrivere in un italiano vivo attuale, senza idiotismi regionali quelle fiabe che erano state presentate, come in Toscana, in una lingua che era in sostanza un dialetto fiorentino, piuttosto che senese, pisano o pistoiese.

Le versioni italiane più ricche di fiabe e dove Calvino ha erborato di più sono quelle siciliane e toscane, pensiamo alle raccolte di Pitré  e alla Sessanta novelle popolari montalesi di Nerucci, che hanno in se un alto valore folkloristico. Ma, a parte queste due regioni, Calvino raccoglie frutti anche nell’area dei dialetti veneti, più largamente in Abruzzo e Calabria, ben poco in Lombardia, in Emilia e nelle Marche, nulla in Umbria. E, analizzate le caratteristiche specifiche della fiaba di ogni regione, Calvino riconosce in esse una forte impronta medievale, illustrate da fantasiose miniature di gusto popolaresco tratte da una raccolta medievale di favole rinvenuta nella Biblioteca universitaria di Bologna. Tra tutte meritano particolare menzione le fiabe L’amore delle tre melagrane e Il drago dalle sette teste.

 

Bibliografia: G. Titta Rosa: Vita letteraria del Novecento, V. III.

 

Calvino e quel suo Barone rampante-‘Iniziato’

Il Barone rampante e l’aspetto massonico. Scrivere di Italo Calvino (1923 ˗ 1985) è sempre una fatica ingrata. L’estasi delle sue pagine è inversamente proporzionale alla difficoltà del misurarsi col suo genio inarrivabile. Quale scrittore non sogna la sua agilità stilistica, e la sua capacità di aggettivazione accurata e mai pedante? Quale uomo di lettere non brama la sua maestria nell’essere ostico in proposizioni semplici, e facilmente godibile in periodi quasi interminabili? Questa, la sua caratteristica più gustosa: una padronanza invidiabile della parola scritta, grazie alla quale l’autore si misurava col foglio bianco, intagliando fini ghirigori di alto pregio, in una resa tale da far apparire l’impresa quasi facile. Prolifico ed estroso, Calvino ha costellato la letteratura italiana di capolavori di indiscutibile fama, pregni di simboli ed insegnamenti iniziatici affatto trascurabili.

Figlio e nipote di massoni (Libero Muratore era stato suo nonno, Giovanni Bernardo; e la stessa strada la percorsero suo padre, Mario, e suo zio Quirino), Calvino ebbe modo di assorbire l’insegnamento iniziatico di una Massoneria che più volte trasparì dai suoi scritti. Uno dei casi più espliciti, e comunque uno dei più particolari, è il romanzo del 1957: Il barone rampante.

Il Barone rampante: una storia di ribellione tra fantasia e elementi massonici

Parte integrante della trilogia I nostri antenati, insieme con Il visconte dimezzato (del ’52) e Il cavaliere inesistente (del ’59), il romanzo tratta la bislacca esistenza di Cosimo Piovasco di Rondò, giovane barone appartenente ad una nobile famiglia decaduta. La scena è narrata dal suo fratello minore, Biagio, che descrive la rigida famiglia, il paese immaginario della storia (Ombrosa), e tutte le vicende, con accuratezza e generosità di particolari. Tutto comincia quando, con un gesto di ribellione all’inflessibile autorità del padre,  Cosimo (detto anche “Mino”) rifiuta di mangiare un piatto di lumache, allontanandosi, piccato, dal desco paterno, per sparire in cima agli alberi del vasto giardino di casa, e per non rimettere mai più piede a terra. Durante la sua intera vita tra i rami, Mino non si fa mancare alcuna esperienza, ed anzi, la sua esistenza è densa d’avventure d’ogni sorta. S’innamorerà di Ursula, vivrà tra duelli, battute di caccia, beffe, e peripezie, serbando, per la vecchiaia una fine scenografica.

Nella vita del protagonista del Barone rampante (ed in quella del narratore), non manca l’elemento massonico. Ci confida, infatti, Biagio, iniziando il Capitolo XXV, e ragionando delle questioni segrete del fratello:

“Io non so se a quell’epoca già fosse stata fondata a Ombrosa una Loggia di Franchi Muratori: venni iniziato alla Massoneria [. . . ] dopo la campagna napoleonica [. . . ] e non so dire perciò quali siano stati i primi rapporti di mio fratello con la Loggia”.

Da questo punto, il narratore del Barone rampante vola con la memoria ad un particolare episodio: due spagnoli, giunti ad Ombrosa, incrociano la loro strada con quella di Cosimo. Ne nasce un diverbio. Uno dei due sfodera la spada, sfidando a duello il protagonista, e raggiungendolo sugli alberi. Nella foga dell’attimo, Mino apre la sfida al grido massonico di “A Gloria del Grande Architetto dell’Universo”. Il ‘terreno’ dello scontro è scomodo, ma i due tirano di spada senza problemi, e senza reverenza. Dopo un tiro mancino dello spagnolo, a spuntarla è comunque il barone di Rondò, che raggiunge l’avversario al ventre, facendolo rovinare al suolo. Il particolare del motto massonico non sfugge a Biagio, che archivia il discorso asserendo: “Da quel giorno mio fratello ebbe fama generale di frammassone”.

Il capitolo continua con una gustosa digressione sulla fantasiosa Massoneria di Ombrosa, fatta di rituali particolari, e di riunioni tenute all’aperto, celate nel bosco, alla luce di fiaccole e candele, e simboli affatto ortodossi. Una società segreta nella quale Cosimo, secondo le supposizioni di Biagio, sembra quasi inciampare per puro caso:

“È possibile che la Massoneria esistesse già da tempo, all’insaputa di Cosimo, ed egli casualmente una notte, muovendosi per gli alberi del bosco, scoprisse in una radura una riunione d’uomini con strani paramenti [. . . ] e poi intervenisse [. . .] con qualche uscita concertante [. . .] e i Massoni, riconosciuta la sua dottrina, lo facessero entrare nella Loggia, con cariche speciali [. . .]”.

Il narratore tenta, così, di darsi una spiegazione riguardo agli ‘atteggiamenti’ ed alle pieghe poco ortodossi della Massoneria di Ombrosa, il cui fondatore pareva essere un leggendario Maestro detto “Picchio Muratore”, la cui simbologia includeva elementi ch’erano chiari richiami agli alberi (come le pigne e le civette), il cui rituale d’iniziazione prevedeva la salita su un albero e la discesa (bende agli occhi) tramite delle corde appositamente congegnate.

La semplicità della narrazione di Calvino

Semplicità disarmate, dunque, quella con cui Calvino, nel Barone rampante, mette il lettore comune a tu per tu con l’Istituzione Massonica. La semplicità della padronanza, della sicurezza, della confidenza con l’argomento e con l’arte della scrittura. Doti dalle quali nasce un romanzo che cela qualcosa di più che una semplice narrazione di riti, Logge e simboli. Un romanzo che, non a torto, può essere assimilato ad un percorso iniziatico; ad un cammino di crescita interiore del protagonista. Cosimo ˗ come l’iniziato ˗ fa una forte scelta che lo porta a camminare in parallelo coi suoi simili, ma in ambienti e dimensioni decisamente distaccati. Il regno degli alberi è il tempio in cui Mino impara a misurarsi con sé stesso, con l’universo, con quella libertà individuale cara all’ambiente iniziatico, e che è la causa fondamentale per la quale egli decide di abbandonare il restrittivo tetto paterno. Scelta ferma ed irrevocabile, quella di Cosimo, che mantiene i rapporti con gli uomini, ma che resta ad osservare la vita da una prospettiva alternativa, incomprensibile per il profano:

“Come questa passione che Cosimo sempre dimostrò per la vita associata si conciliasse con la sua perpetua fuga dal consorzio civile, non ho mai ben compreso [. . .]”.

E coerente resterà fino in fondo, il protagonista del Barone rampante, quando, alla fine del suo cammino, tacciato di follia, compirà la sua ultima ricerca interiore, anelando ad un’uscita di scena differente da quella prestabilita per l’Uomo, e ascendendo al Cielo non in maniera figurata, ma fisicamente, nell’incomprensione e nell’incredulità generale.

A ricordarlo, una stele nella tomba di famiglia:

Cosimo Piovasco di Rondò – Visse sugli alberi – Amò sempre la terra – Salì in cielo”.

Amsterdam, città dalle sfumature intermedie

Amsterdam: eccellente logistica e grandi parchi- La letteratura italiana, insieme a quella russa e francese, racchiude una galassia di materiale straordinario dove il lettore, in base alle proprie inclinazioni e necessità, può trovare, se sufficientemente dotato, qualunque risposta. Nel secolo scorso, una delle figure più splendenti del panorama letterario è stato Italo Calvino. Nella sua opera Le Città Invisibili, lo scrittore italiano ci trasporta letteralmente in dozzine di luoghi, di mondi. Vediamo rivivere Marco Polo, e raccontare; racconta al grande Kublai Khan, Marco. Ma ancor di più alla nostra anima. Calvino ci mostra come una città può essere immersa in un mondo surreale, dedicando implicitamente il suo libro ai frequentatori di luoghi onirici e caffè filosofici.

Inauguriamo questa rubrica dedicata alle città e ai viaggi con Amsterdam. Dice Calvino a proposito della capitale dei Paesi Bassi, nella sua Le Città invisibili:L’atlante ha questa qualità: rivela la forma delle città che ancora non hanno una forma né un nome. C’è la città a forma di Amsterdam, semicerchio rivolto a settentrione, coi canali concentrici: dei Principi dell’Imperatore, dei Signori…”

Amsterdam riceve ogni anno più di venti milioni di stranieri. E’ quindi certo che buona parte dei lettori abbia visitato la città sull’Ij. Sono pochi, tuttavia, coloro i quali possono dire, in tutta coscienza, di conoscerla. Dal punto di vista logistico, gli olandesi sono tra i migliori al mondo a “vendere” le poche cose straordinarie che hanno. Questo nella città della tripla X si è tradotto in un vero e proprio “quadrilatero del turismo”. Un’area del centro cittadino, di estensione limitata, al cui interno c’è tutto quello che gli amsterdammer concedono di buon grado ai turisti (a prezzi non certo moderati). Tra Amsterdam Centraal, la stazione ferroviaria, e Museum Plein, rispettivamente a nord e sud; con Prinsengracht che scorrendo ne delimita i lati, c’è pane per ogni tipo di turista. Famiglie interessate alla casa di Anna Frank, diciottenni in cerca di facili emozioni, e tutte le sfumature intermedie. Ma questo è solo quello che Lady Amsterdam mostra ai più. Come tutte le donne di un certo spessore, questa città, indubbiamente femmina, cela le proprie doti migliori, rivelandole soltanto ai più meritevoli. Le meraviglie di Amsterdam sono nascoste dietro porte di palazzi del 1500, dentro sinagoghe e conventi, nella Concert Gebouw, nei parchi secolari. Sono nelle abitazioni degli amsterdammer, così diversi dal resto degli olandesi, ma pur sempre riservati e sospettosi, seppur esempio perfetto di tolleranza.

Nel già citato quadrilatero, il cui perimetro ha confini percettibili seppur non indicati, una sorta di circo iper efficiente si muove con goffa armonia, esaudendo desideri da poco in cambio di danaro, mostrando sempre una facciata pulita e sorridente, che si tratti di ristoranti, bar, discoteche, coffeeshop, smart shop, bordelli… Sul retro del circo succede di tutto, in un ambito che coinvolge strati sociali di diversi livelli, in quella che viene chiamata “The Big Hypocricy”.

Interfacciarsi con un luogo in cui le leggi non scritte sono di gran lunga più impattanti di quelle istituzionali può essere arduo. I pochi che abbiano provato, nella storia, a mettere catene e limitazioni a questa città sono stati sputati via. La politica coloniale, di estrema efficacia (tutto l’opposto di quella sciagurata messa in atto dall’Italia), ha portato un paese minuscolo (ad oggi meno di sette milioni di abitanti) ad avere avamposti in tre continenti: Sud America con il Suriname, Africa con il Sud Africa ed Asia con l’Indonesia. Insieme con l’influenza dei movimenti Hippie, e con l’architettura stessa (assolutamente unica) della città, funzionale agli scambi mercantili che per secoli l’hanno alimentata, hanno creato un humus al cui interno qualunque mescolanza è possibile: colori, razze, religioni, suoni, lingue, anime.

10 frasi per amare Italo Calvino

Italo Calvino è stato un uomo che «con la sua immaginazione ha contribuito all’ autocostruzione continua del cosmo. Uno scrittore innovativo, sperimentale (Le Cosmicomiche, Il castello dei destini incrociati), un autore-chiave, necessario per poter comprendere la letteratura del ventesimo secolo. Italo Calvino è stata una delle voci, o forse sarebbe più corretto dire “penne” al contempo più lucide e disincantate della letteratura italiana contemporanea, tentando di sdrammatizzare con il suo carisma unico anchei più importanti contenuti filosofici. Impostosi nel panorama letterario italiano, come il più originale tra i giovani scrittori, in seguito alla pubblicazione della raccolta dei Racconti (1958), e del volume I nostri antenati (1960), che comprende la trilogia di romanzi fantastici-allegorici sull’uomo contemporaneo: Il visconte dimezzato (1952), Il barone rampante (1957), e Il cavaliere inesistente (1959), nel 1955 approda all’importante Il midollo del leone e traduce Le fiabe Italiane che pubblica nel 1956.

Tra il 1959 e il 1967 dirige, insieme a Vittorini, la rivista culturale letteraria «Il Menabò», in cui pubblica interventi di tipo etico quali Il mare dell’oggettività (1959) e La sfida del labirinto (1962). Nel 1963, anno della Neoavanguardia, pubblica, oltre a Marcovaldo, La giornata di uno scrutatore, con cui si chiude il ciclo apertosi all’incirca un decennio prima.

1.“L’uomo porta dentro di sé le sue paure bambine per tutta la vita. Arrivare ad non avere più paura, questa è la meta ultima dell’uomo.”

2.“Alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane.”

3.“L’eros è un programma che si svolge nei grovigli elettronici della mente.”

5 “Io penso che il divertimento sia una cosa seria.”

6 “La fantasia è un posto dove ci piove dentro.”

7 “Tutto è già cominciato prima, la prima riga della prima pagina di ogni racconto si riferisce a qualcosa che è già accaduto fuori dal libro.”

8. “La vita d’una persona consiste in un insieme d’avvenimenti di cui l’ultimo potrebbe anche cambiare il senso di tutto l’insieme.”

9. “La disobbedienza acquista un senso solo quando diventa una disciplina morale più rigorosa e ardua di quella a cui si ribella.”

10 “Le imprese che si basano su di una tenacia interiore devono essere mute e oscure; per poco uno le dichiari o se ne glori, tutto appare fatuo, senza senso o addirittura meschino.”

 

 

 

Lo specchio nello specchio, il labirinto di Michael Ende

Lo specchio nello specchio di Michael Ende esce nel 1983 seguendo il suo precedente capolavoro La storia infinita. Lo specchio nello specchio raccoglie diversi racconti scritti dall’autore nell’arco di un decennio. Questa raccolta di novelle è in parte ispirata all’opera del padre, Edgar Ende, pittore surrealista; il volume accoglie trenta racconti tutti ammantati da una violenta carica onirica, l’atmosfera però è raramente serena e quasi sempre è colma di un’angoscia prepotente e paradossale.

I racconti de Lo specchio nello specchio sono tutti mancanti di titolo (nell’indice infatti sono indicati con le parole iniziali) si presentano come il convergere e il ramificarsi confuso, potente e irrisolto di pulsioni e suggestioni, mescolati al sogno e all’indefinitezza. Tutte le tematiche affrontate non sembrano mai esplorate con lucidità e con rigore piuttosto sono fatte letteralmente esplodere nei loro tratti più bizzarri e infiniti: il passar del tempo, la ricerca dell’identità, il dolore e la nostalgia, le occasioni perdute, la morte e la vita. L’impalcatura dei racconti assume spesso una connotazione teatrale; i personaggi dai funamboli agli angeli, ai demoni, alle donne obese, ai dittatori si muovono come in un palcoscenico attraversando deserti, cattedrali o semplici stanze. Tutte le storie siano esse poetiche, assurde, stravaganti, surreali o spaventose chiamano il lettore ad un compito: fare da specchio, appunto, alle immagini proposte ed elaborarle attraverso i propri ricordi, i proprio sogni e le proprie esperienze.

Emblematica eppure ugualmente incomprensibile la presenza di una rete di rimandi tra un racconto e l’altro, costruita su allusioni e riprese, che anch’essa incoerente e caotica, confonde ancor più e più che chiarire un eventuale senso nascosto, conduce ad un naufragio sicuro.

Numerosi poi sono i riferimenti anche se poco determinati a tradizioni culturali eterogenee come Ebraismo, Cristianesimo, Taoismo e antichità classica. Questo libro è stato spesso giudicato di minor pregio rispetto ai romanzi Momo (1981) e La storia infinita (1986); certamente si tratta di uno scritto  difficile ma proprio per questo non lo si può giudicare inferiore. Sulla copertina del libro si legge: «Un labirinto. Soltanto chi lascia il labirinto è felice, ma soltanto chi è felice può uscirne». Una frase enigmatica ma che ci dona la chiave per entrare nella storia ed, eventualmente, per uscirne. Se ci si lascia sedurre dal labirinto non c’è modo di trovare il senso, per capire, bisogna uscire. Sembra il monito di una maestro zen o quello che qualche anno prima, nel 1962, ha indicato Italo Calvino in uno dei suoi saggi. La sfida al labirinto: «Resta fuori chi crede di poter vincere i labirinti sfuggendo alla loro difficoltà; ed è dunque una richiesta poco pertinente quella che si fa alla letteratura, dato un labirinto, di fornire essa stessa la chiave per uscirne. Quel che la letteratura può fare è definire l’atteggiamento migliore per trovare la via d’uscita». Questo ci propone Michael Ende: una sfida al labirinto, qualcosa che salvi e non qualcosa che ci fa arrendere.

Elio Vittorini, traduttore creativo

Wiliam Saroyan, scrittore e drammaturgo statunitense, verso la fine degli anni ’40, fece un viaggio in Italia e decise di andare a trovare Elio Vittorini, che oltre ad essere conosciuto come scrittore era già noto come traduttore di romanzi. Le cronache dell’epoca raccontano che durante il loro incontro, i due furono costretti a colloquiare attraverso l’uso di bigliettini, in quanto Vittorini, non era in grado di parlare l’inglese, pur conoscendone la forma scritta. Tale incapacità è stata rimarcata anche da alcune affermazioni della moglie, Rosa Quasimodo:

La signora Rodanachi (una traduttrice che gli fu presentata da Montale) faceva a Elio la traduzione letterale, parola per parola, che al leggerla non si capiva niente. Lui, poi, a quelle parole dava forma. Sua era la costruzione, l’invenzione; non si legava a quelle parole fredde. Lui raccomandava sempre a lei di fare la traduzione letterale, precisa, […] frase per frase. E poi lui la trasformava in un romanzo. Erano romanzi suoi che traduceva.” (dal Corriere della Sera.it, forum scioglilingua)

Questo limite non ha impedito a Vittorini di diventare il più importante traduttore delle opere dei narratori americani e di portare gran parte della letteratura statunitense nel nostro Paese, in un momento storico in cui il fascismo ostacolava l’espandersi di quelle culture che provenivano da parte di Stati che erano considerati spregiativamente come demoplutocrazie, (ovvero dei regimi  in cui coloro che detengono la ricchezza mobiliare, banche, possiedono anche un peso politico specifico con il quale perseguono i propri interessi personali, camuffandoli per scelte effettuate per il benessere del popolo; in sostanza una plutocrazia che si traveste da democrazia).

Nato a Siracusa nel 1907, Elio Vittorini, scrittore e curatore editoriale, dopo la Liberazione dirige a Milano la rivista il <<Politecnico>> (1945-47), di stampo comunista. Tra i suoi incarichi più importanti : la direzione della collezione letteraria i “Getton”i presso Einaudi, la collezione Medusa della casa editrice Mondadori, e infine, la guida insieme ad Italo Calvino della rivista il <<Menabò>>, edita sempre da Einaudi.

Nonostante Vittorini sia conosciuto come scrittore (Uomini e no (1945), Le donne di Messina (1949), Le Città del mondo, publicato postumo 1969), egli è sempre stato particolatamente attratto dalla letteratura americana, per tale ragione nonostante conoscesse bene la lingua francese, negli anni ‘30 decide di cimentarsi come traduttore dall’inglese all’italiano. La sua attenzione è fortemente polarizzata verso la tecnica narrativa dei romanzieri a lui contemporanei, e dopo alcune sporadiche recensioni, inizia ad occuparsi, con costanza, di letteratura nordamericana, scrivendo alcuni articoli su Faulkner, seguito successivamente da un attento studio su E.A. Poe. Il lavoro da traduttore  lo porta alla conoscenza approfondita dei testi di molti scrittori, come Faulkner, Caldwell, Steinbeck. Uno dei suoi autori preferiti rimane Hemingway con il quale instaura un’amichevole corrispondenza, cosa che alla lunga indurrà lo stesso Hemingway a scrivere la prefazione di Conversazione in Sicilia, per la versione americana.

In Italia, quindi, dal 1930 al 1940 si da vita al “decennio delle traduzioni”, come è stato definito da Cesare Pavese, un lasso di tempo di tempo durante il quale un gruppo di intellettuali veicolano l’ingresso nel nostro Paese, di gran parte della letteratura americana, con l’intento di diffonderla e di riempire quel vuoto culturale che si era creato a causa del dominio fascista.

C’è da dire che, nonostante Vittorini sia stato particolarmente affascinato dagli USA, non ha mai visto da vicino quei luoghi che nel suo immaginario rappresentano una terra  ancora inesplorata e pura. La mancanza di un approccio diretto alle usanze statunitensi e l’aver imparato la lingua inglese da autodidatta, hanno conferito alle sue traduzioni una sorta di voluta imprecisione. I suoi lavori vengono marchiati come infedeli, delineati da un’ approssimazione che va ben oltre il naturale allontanamento dal testo originale, tant’è che alcuni critici negano il valore di traduzioni ai suoi scritti “in quanto si opera un lavoro di acquisizione creativa, che cerca di riplasmare il testo” (Gorlier). Si potrebbe definirle vere e proprie riscritture, considerato le numerose omissioni, aggiunte, interpolazioni, presenti all’interno delle sue trasposizioni. Sostanzialmente Vittorini non può essere considerato un traduttore in senso stretto, in quanto le sue traduzioni sono finalizzate ad esprimere la propria estetica, la prosa, e perché no, anche la visione che egli ha del mondo. Tutto ciò è confermato dallo stesso autore in alcune lettere a Enrico Falqui:

Riguardo agli americani io non rinnego affatto la loro influenza: so che traducendoli ho ricevuto grande aiuto nella formazione del mio linguaggio. Ma allo stesso tempo so di averli tradotti in un mio linguaggio: non preesistente e non fisso; bensì in evoluzione.

Rispetto a Pavese, che del testo originale traspone alcuni termini stranieri, rendendo la traduzione meno familiare per i lettori, Vittorini opera esattamente al contrario: lima al massimo le differenze culturali, cosicché il messaggio sia più fruibile. D’altronde è la prima volta che in Italia ci si avvicina ad autori del calibro di Steinbeck o Hemingway  e probabilmente l’attenzione di Vittorini verso la contestualizzazione di tale opere, estraniandole dalla cultura di partenza e adattandole, invece, alla cultura di arrivo, risulta in fin dei conti una strategia vincente, visto il successo che questi scrittori hanno ottenuto nel nostro Paese.