‘Il sentiero dei nidi di ragno’, l’antiretorica partigiana di Italo Calvino

 

Il sentiero dei nidi di ragno si presenta come una delle opere più significative di Italo Calvino; è infatti attraverso questo suo primo romanzo che Calvino nasce e si afferma come scrittore. Il libro viene pubblicato per la prima volta nell’ottobre del 1947 nella collana i Coralli dell’editore Einaudi di Torino.

La storia narra di un bambino, il piccolo Pin, che vive l’intenso e cupo dramma della guerra, in cui tutte le vicende umane vengono collezionate dagli occhi del bambino che le interpreta con la sua visione ingenua e propria di un monello sfacciato e ingenuo.

Pin, che ha perso la madre e il padre e ha fama di gran monello, lavora come assistente di un povero calzolaio, Pietromagro, ha una sorella, detta la Nera, che di professione fa la prostituta e che tutti in paese conoscono.

La vicenda di Pin è singolare, egli vuol fare l’amico dei grandi e perciò fuma e beve come uno di loro e per questa sua smania di fare il grande non riesce a far amicizia con i bambini della sua età che non capiscono i grandi, a differenza di Pin, il quale però alla fine si trova sempre distante sia dai bambini, sia dai grandi.
Questa sua alienazione e distanza da un utopico mondo d’appartenenza, lo rende solo e arrabbiato e inconsciamente cerca nei grandi un rifugio e un mondo a cui appartenere.

L’occasione per sancire la sua entrata in quel mondo affascinante e misterioso dei grandi, si presenta al bambino quando gli uomini dell’osteria, influenzati da uno strano uomo misterioso, gli commissionano un arduo compito per dimostrare di far parte di loro: recuperare la pistola di un marinaio tedesco, Frick, che va spesso a trovare la sorella di Pin.

Pin riesce nell’impresa e ostentando la vittoria, si avvia verso l’osteria, pregustando già la faccia di stupore e di ammirazione che vedrà stampata su quei volti increduli. Una volta arrivato all’osteria scopre che gli uomini gli avevano commissionato quell’ impresa solo perché volevano impressionare positivamente quell’uomo misterioso.

Arrabbiato e deluso dai grandi, Pin insulta gli uomini e corre più forte che può e attraverso terre scoscese, trova i sentieri che solo lui conosce, i sentieri che portano ai nidi di ragno, tra i quali decide nascondere la pistola. La scomparsa dell’arma però non resta segreta e sulla via del ritorno il bambino scopre che il paese brulica di truppe fasciste e tedesche che lo catturano, incolpandolo dell’accaduto.

Dopo un violento interrogatorio, Pin non rivela la posizione della pistola e viene condotto in prigione. Alla fine riesce ad evadere grazie a un comunista incontrato in prigione, Lupo Rosso. Pin vive esperienze che gli faranno provare sensazioni come la solitudine, e conosce persone che deludono, il suo unico desiderio e quello di trovare il grande amico diverso da tutti gli altri uomini e alla fine ci riuscirà.

Il sentiero dei nidi di ragno rappresenta una realtà storica e una realtà esistenziale molto care al Neorealismo, corrente in cui rientra l’autore come tra i più celebri. La cornice della guerra fa da sfondo alle avventure del piccolo Pin, che si ritrova a dover sopravvivere in uno scenario popolato dal nero delle brigate fasciste e naziste, dal fumo e dal bere, uno scenario in cui non poteva sopravvivere un bambino qualunque.

Ma, come ci si accorge sin da subito leggendo il romanzo, il mondo partigiano viene trattato quasi in maniera indiretta, la vita dei partigiani viene a incrociarsi con quella di Pin, ma non è quella di Pin. La materia da trattare, la vita dei partigiani italiani del secondo dopoguerra, era un argomento sentito troppo solenne dall’autore, che preferisce filtrarlo attraverso gli occhi ingenui e monelli di un bambino, ma non per questo l’espressione del mondo partigiano perde la sua importanza, anzi forse ne acquista. La componente del personaggio-bambino fa da perfetto esecutore dei giudizi dello scrittore e permette una visione più distaccata del mondo partigiano, senza farsi inglobare dai suoi stereotipi e dalle contaminazioni della sua storia.

La rappresentazione inoltre è alquanto polemica: gli eroi presentati nel libro come i mitici partigiani non ricalcano affatto l’ideale dell’eroe socialista, né quello classico degli eroi puri e senza macchia. Tutti i personaggi del libro sono frutto dell’esperienza personale dello scrittore ai tempi della guerra e questo fa si che non ci siano eroi inventati su quelle pagine, bensì uomini veri e concreti che diventano eroi. Questo è il fulcro centrale della polemica di Calvino contro l’eroismo statico, che voleva i personaggi come eroi creati da sempre e sempre vissuti, mentre l’autore punta ad una presa di coscienza dell’eroismo come un arte a cui ogni uomo partecipa. Il mondo partigiano risulta colorito e vive attraverso i suoi protagonisti autentici: gli uomini diventano eroi, non sono eroi già costituiti.

Ma se la componente partigiana è molto trattata (senza retorica), altro discorso vale per la storia di Pin, che si offre a diverse interpretazioni. La ricerca che il piccolo Pin compie per il mondo, in modo febbrile, maniacale, rappresenta senz’altro quella voglia di salvaguardare il proprio tesoro e quella voglia inconscia di un rifugio fanno di lui un ragno; Pin vuole ricreare il suo nido e potersi riscoprire nell’ombra dei suoi cunicoli interiori ed è per questo aspetto che il finale del libro si arricchisce ulteriormente: lasciandosi alle spalle il sentiero dei nidi di ragno, ormai distrutto da Pelle, Pin si incammina con Cugino a fare il “nido” da qualche altra parte, ora che anche lui ha trovato il suo sentiero, e  può ricreare il suo destino. Pin rappresenta perciò non un eroe, ma quella voglia forse più infantile e necessaria dell’uomo, di avere un padre o una madre, dicendoci che questa voglia, questa pulsione esistenziale va difesa con forza e determinazione. Da questo punto di vista Pin diventa un eroe, un eroe che insegna a combattere per quello in cui si crede. Pin si fa portavoce della determinazione umana ed impara dalla delusione e dalla disperazione che popolano la sua vita a seguire il suo sentiero e creare il suo nido “nella notte, in mezzo alle lucciole, tenendosi per mano”.

 

‘Marcovaldo’, l’uomo stupefatto di Italo Calvino

Tra il 1954 e il 1956 Italo Calvino si dedica alla ricerca e alla raccolta delle fiabe italiane della tradizione popolare italiana degli ultimi cento anni. Il lavoro si compirà con la pubblicazione del volume “Fiabe italiane”. Catturato dal mondo popolare fiabesco e immaginifico Calvino si dedica alla scrittura di una fiaba tutta contemporanea: la storia di Marcovaldo e della sua famiglia.

Le venti novelle che compongono l’opera si presentano difatti come delle vere e proprie favole con uno stile ed un tono che richiamano le tanto amate narrazioni orali tradizionali. Le avventure di Marcovaldo sono ambientate in una grande città imprecisata, (probabilmente il riferimento è a Torino) vivace, attiva, veloce. Questa Torino non nominata diventa lo specchio di una quotidianità mediocre che confusa con l’invenzione creativa di Calvino è il prototipo della città moderna. Attraverso le vicende di Marcovaldo emerge la sagoma nera e senza colori della città industrializzata italiana moderna, tutta fumo e ciminiere, con cartelloni pubblicitari demoniaci nella loro intermittenza, una città figlia ed erede del miracolo economico, affollata, indifferente, crudele nel suo anonimato. E Marcovaldo, protagonista dal nome buffo, a metà strada tra un cavaliere germanico e un pagliaccio da circo, si muove impacciato tra le strade intricate ed intriganti della città; Marcovaldo è un uomo sensibile, ingenuo, creativo, malinconico vuole solo evadere dalla routine asfissiante e cercare un po’di aria pulita e immergersi nella natura.

In venti novelle si susseguono situazioni esilaranti, che lasciano un sorriso per l’ingenuità dei protagonisti; eppure sotto quel riso si nasconde una sottile amarezza per i valori semplici e vitali che stanno scomparendo. Il tempo è scandito dal passaggio delle varie stagioni dell’anno, ecco il sottotitolo “Le stagioni in città”; eppure queste stagioni in città non sono riconoscibili, ingannano e illudono perché in città non c’è spazio per fermarsi a riflettere e pensare tutto scorre sotto un ordine apparente, soverchiati dalla razionalità senz’emozione.

Tutte le avventure sono in realtà disavventure dai risvolti tragicomici. Il modo di vedere e di pensare del protagonista non trova aderenza nella realtà della città, i suoi gesti e le sue intenzioni o sono fraintese o sono inascoltate e in ogni momento Marcovaldo e famiglia si ritrovano delusi, intristiti o avviliti. Eppure Calvino non cerca di essere rassicurante: “Ma esiste ancora, la Natura? Quella che egli trova è una Natura dispettosa, contraffatta, compromessa con la vita artificiale.” La critica alla “civiltà industriale” non si accompagna all’idealizzazione della vita in campagna che, dunque, non si offre come via salvifica. La salvezza dell’uomo di città non sta nella fuga dalla città. Perché per Calvino non esistono mai strade facili. La perdita del contatto e della conoscenza della natura è ironica desolante e paradossale: «Papà – dissero i bambini, – le mucche sono come i tram? Fanno le fermate? Dov’è il capolinea delle mucche?» E così nel bellissimo capitolo “Luna e Gnac” quando Marcovaldo spiega ai suoi figli che le insegne luminose che affollano i tetti della città sono installate dalle ditte commerciali, i figli non possono far altro che chiedergli: «E la luna che ditta l’ha messa?».

Dissacranti ma mai ingiuste le riflessioni di Calvino ci coinvolgono più di quanto crediamo e la sua è fede inopportuna nel mondo, un mondo che però si fonda sull’esattezza e sulla concretezza; è questo ciò in cui crede e che gli fa dire che «è soltanto su una certa solidità prosaica che può nascere una creatività: la fantasia è come la marmellata, bisogna che sia spalmata su una solida fetta di pane. Se no, rimane come una cosa informe, come una marmellata, su cui non si può costruire nulla».

Aldo Palazzeschi, scrittore futurista…ma non solo

Personalità eccentrica, Aldo Palazzeschi ha rappresentato uno dei primi motivi di rottura nella letteratura italiana di inizio novecento. Nonostante il suo nome sia legato prevalentemente ad opere riguardanti il filone futurista, non risulta esauriente incardinare Palazzeschi in un’unica categoria di appartenenza.

Nato nel 1885 esordisce come poeta nel 1905 con il libretto di versi “I cavalli bianchi”. Nel 1909, dopo la pubblicazione della terza raccolta di versi, “Poemi”, che gli procura fra l’altro l’amicizia con Marinetti, aderisce al Futurismo (di cui Marinetti è il deus-ex-machina) e, nel 1913, inizia le sue collaborazioni con <<Lacerba>>, la storica rivista di quella corrente letteraria.

Nell’estate del 1916 è richiamato alla leva militare, ma fu quasi per niente coinvolto nelle manovre militari. Si ritrovano i ricordi di quel periodo nei suoi bozzetti di “Vita militare” e nel libro autobiografico “Due imperi… mancati” (1920). Durante gli anni del fascismo, Palazzeschi non partecipa alla cultura ufficiale nonostante gli sforzi intrapresi in questo senso da Filippo Tommaso Marinetti; compie qualche viaggio a Parigi e dal 1926 collabora a <<Il Corriere della sera>>.

Dei futuristi ne ammira la lotta contro le convenzioni, contro il passato recente intriso di fumoserie, gli atteggiamenti di palese provocazione tipici del gruppo, le forme espressive che prevedono la “distruzione” della sintassi, dei tempi e dei verbi (per non parlare della punteggiatura) e propongono “le parole in libertà”.

La vetta massima che raggiunge nella sua epoca futurista è costituita da “Il codice Perelà”, nel 1911. In realtà la sua adesione al futurismo non dura tanto: la sua personalità indipendente e la sua posizione pacifista entrano in rotta di collisione con la campagna per l’intervento in guerra dei futuristi, evento che lo porta anche a riavvicinarsi a forme più tradizionali di scrittura di cui ne è esempio il sarcastico e teatrale romanzo di successo “Sorelle Materassi”.

Vive le tribolazioni studentesche degli anni sessanta sostanzialmente come un “classico rimasto in vita”, cioè da ottantenne: prende con ironico distacco gli allori che i poeti della neoavanguardia innalzano di fronte al suo nome, riconoscendolo come precursore. Scrive infatti a Sanguineti: <<Coloro che furono avanguardisti cinquant’anni fa, saranno i più acerrimi nemici degli avanguardisti d’oggi, giacché la loro avanguardia è passata alla storia senza che se ne siano accorti, e a quella come ostriche sono rimasti attaccati. E dunque, caro Sanguineti, che cos’è mai questa avanguardia?>>

Palazzeschi mette in atto una versificazione giocata sul piacere, irragionevole ed impudente, della pura sonorità. Basta citare la canzonetta “E lasciatemi divertire!” della raccolta “L’incendiario” per capirlo:

“Infine io ò pienamente ragione,
i tempi sono molto cambiati,
gli uomini non dimandano
più nulla dai poeti,
e lasciatemi divertire!”

Viene maliziosamente da pensare se questo modo di concepire il ruolo e la condizione del poeta non sia dovuto, in realtà, ad una mancaza di talento poetico, per cui l’autore si giustifica adducendo come causa dell’assenza di una “vera”( tradizionale) poetica al mutamento dei tempi e dei gusti del pubblico…

Secondo il poeta e scrittore il pubblico non è più interessato alle ragioni della poesia che perde di valore sociale ( un pò come avviene in D’Annunzio): non c’è più domanda e di conseguenza cambia l’offerta poetica che non può essere più quella tradizionale. E si fanno avanti le buffonerie, il grottesco, il divertimento, la presa in giro, il paradosso, il motto di spirito ; il poeta è un clown che sollecita gli sberleffi, smantellando l’io lirico:

“Chi sono?
Il saltimbanco dell’anima mia”

L’animo del poeta, che viene messa a nudo, è una maschera che riduce a merce la propria arte. Come ha notato il Professor Antonio Saccone nel saggio “Qui vive/sepolto/un poeta”, Palazzeschi non è interessato a trarre dal trattamento burlesco delle opere tradizionali di pensare e di sentire indicazioni volte a rifondare le tavole della poesia e del mondo. Il senso alienato, irrigidito, svuotato di quelle opere, è mandato in frantumi e snaturato in non-sense, il richiamo al pubblico intelligente, sollecitato ad esercitare il riso dissacratore sugli stereotipi culturali, a smascherarne, le convenzionalità, distanzia sensibilmente Palazzeschi dalle argomentazioni marinettiane, in cui quella componente fondamentale che è la partecipazione del pubblico funziona nel senso dello scontro permanente.

A differenza di Corazzini che patisce un luttuoso vittimismo, Palazzeschi potrebbe essere definito un nichilista giocoso come dimostrano i seguenti versi:

“Avete dei pensieri neri?
Veniteli a svagare
dentro i cimiteri”.

Fra le sue ultime opere uscite dalla sua penna all’alba degli ottant’anni troviamo “Il buffo integrale” (1966) in cui lo stesso Italo Calvino riconosce un modello per la propria scrittura, la favola surreale “Stefanino” (1969), “Il Doge” (1967) e il romanzo “Storia di un’amicizia” (1971). Negli ultimi anni della sua vita è insignito di numerosi premi e riconoscimenti, a testimonianza del grande esempio che aveva rappresentato per intere generazioni di letterati. Muore quasi novantenne nel 1974 a Roma.

Palazzeschi non si è mai sentito completamente di appartenere ora a questa ora a quest’altra corrente. Meravigliose e molto indicative per la sua poetica, sono però queste parole che affidò alla rivista <<Lacerba>>: <<bisogna abituarsi a ridere di tutto quello di cui abitualmente si piange, sviluppando la nostra profondità. L’uomo non può essere considerato seriamente che quando ride… Bisogna rieducare al riso i nostri figli, al riso più smodato, più insolente, al coraggio di ridere rumorosamente…>>.
Palazzeschi in fondo è stato questo: ironico, beffardo, sognatore, disimpegnato. Futurista, ma non solo.

 

 

Beppe Fenoglio, lo scrittore-partigiano

Beppe Fenoglio è sicuramente da annoverare tra gli scrittori italiani più monumentali e innovatori del Novecento. Scrittore-partigiano (come si è definito lui stesso), nonché traduttore e drammaturgo, Fenoglio nasce ad Alba nelle Langhe il 1°marzo 1922. Primogenito di tre figli, cresciuto in una famiglia di lavoratori (il padre è macellaio e la madre donna forte caratterialmente che ambisce per i figli una vita migliore della propria) impara l’italiano sui libri, perché la lingua madre è il piemontese di Alba, dialetto capace di raccontare la guerra, la Resistenza, la giovinezza, il territorio, l’amicizia e l’amore come nessuno. Con dignità, poesia, genio, smarrimento e civiltà. Nonostante le ristrettezze economiche, su consiglio del maestro elementare, Fenoglio frequenta il Liceo, diventando un alunno modello e appassionato soprattutto di inglese iniziando anche delle traduzioni (le prime di una lunga serie).

Nel 1940 si iscrive alla facoltà di Lettere dell’Università di Torino che frequenta fino al 1943 quando è richiamato alle armi prima a Cuneo e poi a Roma al corso di addestramento per allievi ufficiali.
Alla fine della guerra, Fenoglio riprende per un breve tempo gli studi universitari prima di decidere, con grande rammarico dei genitori, di dedicarsi interamente all’attività letteraria. Nel maggio del 1947, grazie alla sua ottima conoscenza della lingua inglese, viene assunto come corrispondente estero di una casa vinicola di Alba. Il lavoro, poco impegnativo, gli permette di contribuire alle spese della famiglia e di dedicarsi alla scrittura.

Nel 1949 compare il suo primo racconto intitolato “Il trucco”, firmato con lo pseudonimo di Giovanni Federico Biamonti. Nello stesso anno presenta a Einaudi i “Racconti della guerra civile” e “La paga del sabato” (quest’ultimo romanzo abbandonato per dedicarsi alla stesura di dodici racconti, alcuni già inclusi in “Racconti della guerra civile”. Nel 1952 esce nella collana Gettoni l’opera “I ventitrè giorni della città di Alba”; libro “asciutto ed esatto”, come lo definisce Italo Calvino; un resoconto lucido sia di vicende partigiane, sia di sentimenti, amori, tradimenti e famiglie sullo sfondo di una cultura contadina tanto cara a Fenoglio. Nel 1954 pubblica il romanzo breve “La malora” (una vita sancita dalla fatica del lavorare la terra, ma anche dal contegno e dalla dignità).
Nel 1960 si sposa con Luciana Bombardi e l’anno successivo ha anche una figlia, Margherita. In occasione del lieto evento Fenoglio scrive due brevi racconti: “La favola del nonno” e “Il bambino che rubò lo scudo”. Nel 1962 si trasferisce a Bossolasco, in seguito ad una grave forma di asma bronchiale ed emottisi, trascorrendo così il suo tempo tra lettura e amici. Aggravatesi le sue condizioni, la morte lo coglie il 18 febbraio 1963 dopo due giorni di coma.

Senza dubbio l’opera più conosciuta di Fenoglio rimane l’antieroico Il partigiano Johnny” ma dell’autore si parla sempre poco nonostante la sua straordinaria attualità.Perché? Probabilmente perché si pensa, erroneamente, di aver detto e scritto tutto su Fenoglio, come se fosse facilmente leggibile, imbrigliato nelle ideologie; la Resistenza di cui ha parlato tanto Fenoglio non è solo storica ma anche eterna come ha notato Zanzotto, una sorta di moralità della scrittura, una resistenza della scrittura. E in effetti Fenoglio scriveva con fatica: invenzioni linguistiche, le dinamiche sociale, l’amore per la propria terra,le dilatazioni di spazio e di tempo per rendere le vicende universali,la resa profonda della dimensione esistenziale, sono queste le principali caratteristiche delle opere dello scrittore piemontese, sbrigativamente etichettato come “neorealista”, per l’uso di espressioni dialettali e gergali e per la trattazione dell’ambiente contadino. Questa resistenza la si può chiaramente notare ne “La malora” dove il protagonista, a differenza del partigiano Johnny che alla fine crollerà, sembra avere davanti a sè uno spiraglio di luce, un barlume di speranza, poiché ha resistito.

Beppe Fenoglio scrivendo non agisce su un luogo ma in altri spazi che lo portano lontano dal luogo reale, portandoci a scoprire la vera essenza di esso e questo fa di lui uno scrittore certamente non di provincia, altro motivo per cui lo scrittore-partigiano andrebbe riletto senza implicazioni, o meglio,forzature ideologiche.

 

 

 

Tommaso Landolfi: surrealista atipico

Assegnare a Tommaso Landolfi (Pico , 9 agosto 1908 – Ronciglione , 8 luglio 1979) una precisa collocazione, nel campo delle espressioni letterarie del novecento, è una impresa difficile.
Sicuramente le sue opere di maggior successo sono ascrivibili al genere del surrealismo, che nella metà del novecento, si andava ad affermare. Tuttavia Landolfi ha rappresentato in maniera nitida ed originale anche i tempi di allora: ad esempio, in “Racconto di autunno”, scritto nel 1947, si tratta di temi quali la vanità delle azioni umane, il tutto trattato però con una leggerezza narrativa che rende sin dal suo esordio Landolfi una delle personalità più particolari del Novecento italiano.

Ha detto di lui Italo Calvino: “Il rapporto di Landolfi con la letteratura come con l’esistenza è sempre duplice: è il gesto di chi impegna tutto se stesso in ciò che fa e nello stesso tempo il gesto di chi butta via”.
Landolfi ha condotto una vita lontana dai salotti e dai circoli intellettuali, ma nonostante questo suo schivo carattere, ha avuto apprezzamenti da parte di Giorgio Bassani e Eugenio Montale.

Collabora con varie riviste letterarie (<<Letteratura>>,<< Il Mondo>>, <<Campo di Marte>>), esordisce come narratore nel 1937 con la raccolta di racconti intitolata “Dialogo dei massimi sistemi”: sette racconti (il primo, Maria Giuseppa, risale al 1929) che esplicitavano la natura surreale e inafferrabile della narrativa landolfiana. L’originalità di tale scrittura è confermata dai volumi successivi: i racconti raccolti nel “Mar della blatte e altre storie” (1939), il romanzo “La pietra lunare” (1939), la nuova raccolta di racconti “La spada” (1942). Nel 1946 esce il romanzo “Le due zitelle”, cui seguono “Racconto d’autunno” (1947) e “Cancroregina” (1950). In quest’ultima opera un viaggiatore solitario attende la fine all’interno di un’astronave costruita da un folle, ma continua nel frattempo, con ostinazione, a osservare lo spettacolo della vita umana pur da quelle siderali lontananze.
Il demone del gioco, assieme ad altri motivi autobiografici, sono al centro delle opere diaristiche La bière du pécheur (1953), “Rien va (1963) e Des mois (1967). Nel1975 vince il premio Strega con A caso.

È stato inoltre collaboratore fisso del settimanale <<Oggi>> di Arrigo Benedetti (1939-1941). Più tarde sono invece le collaborazioni con <<Il Mondo>> di Pannunzio e <<Il Corriere della Sera>>.

la pietra lunare

Landolfi ha mostrato nel corso della sua attività, un vero interesse per le possibilità della lingua, seppure non sia uno scrittore d’avanguardia. Nel racconto “La passeggiata”, che alla persona dotata di un vocabolario medio pare un racconto astruso e incomprensibile, lo scrittore lascia  sfilare una serie di vocaboli desueti, o gergali, ma tutti presenti sul dizionario.

Viceversa Landolfi ama anche inventare e affronta problemi di linguistica, come nel caso della celebre poesia in lingua inventata che comincia così:

Aga magera difura natun gua mesciun

Sanit guggernis soe wali trussan garigur

Gunga bandura kuttavol jeris-ni gillara….

La poesia sopra menzionata si trova all’interno del racconto umoristico “Dialogo dei massimi sistemi” (1937), incentrato sul problema linguistico e paradossale di una lingua comprensibile solo al parlante, e al valore intrinseco, se esiste, di una poesia scritta nella medesima lingua. La poesia, quasi fosse una formula magica, nel 1994 viene scelta per dare il titolo al Dizionario delle lingue immaginarie” di Paolo Albani e Berlinghiero Buonarroti.

La personalità solitaria di  Tommaso Landolfi lo ha portato spesso a lunghi periodi di solitudine, soprattutto in seguito ai suoi attacchi di cuore, in cui lo scrittore non vedeva nessuno. Proprio durante uno di questi periodi che Landolfi viene colpito da un enfisema polmonare, senza che ci sia nessuno protno a soccorrerlo.

Vi è un certo gusto in Landolfi per il macabro, per il lugubre, per il mistero che avvolge la quotidianità nelle nostre vite pervade ada allucinazioni e incubi; in questo senso lo scrittore si pone sulle scia di Kakfa e Dostoevskij, in quanto attento indagatore delle tematiche esistenziali ma non raggiunge le note tragiche dei suddetti autori. Landolfi è troppo languido, sfiduciato e malinconico per essere straziato e straziante e triste, ma è disperato e la sua disperazione commuove ed incuriosisce il lettore.

Riportiamo un passo tratto da “Il mar delle blatte e altri racconti” ( il monologo di uno dei due lupi mannari):

<<L’amico ed io non possiamo patire la luna: al suo lume escono i morti sfigurati dalle tombe, […] l’aria si colma di ombre verdognole e talvolta s’affumica d’un giallo sinistro, tutto c’è da temere, ogni erbetta, ogni fronda, ogni animale, una notte di luna. E quel che è peggio ci costringe a rotolarci mugolando e latrando nei posti umidi, nei braghi dietro ai pagliai; guai allora se un nostro simile ci si parasse davanti!>>

 

‘Sotto il sole giaguaro’: il reale-surreale di Calvino

“Un libro che sto scrivendo parla dei cinque sensi, per dimostrare che l’uomo contemporaneo ne ha perso l’uso.
Il mio problema scrivendo questo libro è che il mio olfatto non è molto sviluppato, manco d’attenzione auditiva, non sono un buongustaio, la mia sensibilità tattile è approssimativa, e sono miope.” (da una conferenza di Italo Calvino del 1983 a proposito del suo Sotto il sole giaguaro)”

Sotto il sole giaguaro è un libro “sensoriale”, “sensitivo”: nell’approcciare questo libro, il lettore deve essere libero dalle concezioni classiche di “libro” e “racconto”, deve condividere le regole del gioco che Calvino ha voluto intraprendere in questo libro. E’ anche però un libro incompleto a dir la verità.
Perchè nelle intenzioni di Calvino doveva essere una raccolta di cinque , forse sei racconti brevi, ognuno dedicato ad uno dei sensi, ma fece in tempo a scriverne tre, infatti mancano all’appello la vista e il tatto.

In compenso, però, i tre racconti, su olfatto (“Il nome, il naso”), gusto (“Sotto il sole giaguaro”) e udito (“Un re in ascolto”), sono assolutamente particolari: hanno tutti una componente surreale che li rende affascinanti.
In breve facciamo conoscenza con un uomo, abituato a conquistare donne con facilità, vittima del profumo emanato da una misteriosa donna in maschera,un odore che lo rende disperato.
Incontriamo una coppia che riscopre se stessa attraverso il gusto per la cucina sudamericana, circondata da un alone di mistero e, forse, di sacrifici umani. La sensualità della cucina messicana, la scoperta di sapori nuovi, il rapporto stabilito attraverso il cibo unisce la coppia che riscoprirà l’eros assopito. Assistiamo alla probabile follia di un re, costretto a restare immobile sul suo trono senza potersi alzare, che si ritrova circondato da rumori e voci o è solo un viaggio della sua fantasia? .

Il narratore è una voce che parla al re, lo consiglia. Il re, rintanato nel suo castello-prigione, non può muoversi per paura di perdere il trono. Non gli rimane che mettersi in contatto con il mondo attraverso un unico organo, l’orecchio. Il re prigioniero delle sue passioni, che sono essenzialmente quelle del potere, immobile sul suo trono, imparerà a riconoscere tutti i possibili rumori che, se ripetuti invariabilmente, garantiscono la sua stabilità. Il frastuono della città gli giunge quasi impercettibili, fino a quando, un giorno, sente una giovane donna che canta, ne è attratto, vorrebbe risponderle, ma non può, la voce gli manca proprio in quel momento. Purtroppo il canto della donna si perderà tra i mille rumori della città che inghiottiranno ogni possibilià di contatto.

Sotto il sole giaguaro è  un libro fortemente visionario, forse perché la parola più è spezzettata, più è frantumata, più è usata contro la parola, più diventa narrazione che evoca visioni fantasmi, archetipi, serpenti, denti che masticano, suoni e incubi della notte, profumi che si trasformano in figure, ologrammi, fantasie, sotto la lente dello scienziato o l’interpretazione naturalmente sensuale, ove il concetto culturale lascia spazio a quel poco di bestiale e animalesco puro che l’uomo contemporaneo dissocia da sé, nella molteplicità di un essere complesso e confuso, privo di innocenza e perso al cosmo.

 

 

Treno di panna, di Andrea De Carlo

“L’insaziabilità degli occhi che vedono lo spettacolo del mondo multicolore ingigantito come attraverso la lente di ingrandimento. È questa la giovinezza che De Carlo racconta.” (Cit. Italo Calvino).

Andrea De Carlo

Andare lontano, volare, decollare, correre più forte, sempre di più, fino a raggiungere un luogo lontano, conosciuto solo nella nostra immaginazione, in un film, nelle pagine di un libro, nella pagina di Treno di panna dello scrittore Andrea De Carlo.

Giovanni è un giovane ragazzo italiano di circa vent’anni. Cerca fortuna, viaggia, arriva a Los Angeles per cambiare la propria vita, forse per scoprire se stesso, forse per ripartire da zero, forse solo per dare uno scopo a questo strano gioco che si presenta con il nome di Vita.

Treno di panna è un romanzo in cui le parole scorrono veloci, leggere ma appassionate, portando il lettore a vivere quelle descrizioni oggettive e realiste nella quali l’io narrante lo introduce.

Giovanni inizia la sua avventura accanto a Rod e Tracy, conosciuti l’anno prima a Ibiza. Saranno la prima realtà con cui dovrà scontrarsi. Si, perchè Ron e Tracy sono tutto, eccetto ciò che Giovanni ricordava, ciò che sperava di ritrovare. “Mi è venuto in mente che ho continuato per sette mesi a visualizzare Ron e Tracy come li avevo conosciuti d’estate.” Una convivenza forzata, scomoda, che irrita Giovanni fino al punto di agire solo per infastidire quell’uomo e quella donna fittizi, senza sostanza, senza carattere, inutile compagnia.

E così procede la storia. Una narrazione attraverso cui De Carlo ci immerge nei desideri e nelle speranze di un giovane uomo pronto a cambiare la propria vita, ma immerso in un mondo dal quale vorrebbe solo fuggire.

Così iniziano piccoli lavori, insegnante di italiano, cameriere in un ristorante che di italiano ha ben poco, e quei luoghi che sembrano soffocare le idee. Ai piedi della freeway, un luogo squallido dove automobili e tir sfrecciano a tutte le ore rendendo l’aria irrespirabile. Giovanni cerca una via d’uscita, un futuro migliore ma, soprattutto in quelle prime pagine, ci troviamo davanti un ragazzo che si lascia trascinare dalla vita, senza riuscire a capire, forse, nemmeno se stesso.

Poi un incontro, forse il primo che sembri cambiare qualcosa. Jill, con cui lavora al ristorante “italiano”. I due intraprendono una relazione e una convivenza che, malgrado tutto, non placano la voglia di Giovanni di cambiare, continuare a correre, andare oltre. Così  il ragazzo  lascia il lavoro al ristorante, inizia ad insenare italiano in una scuola di lingue di Beverly Hills. E così arriva lei. La giovane attrice, bella e di successo Marsha Mellows. E la speranza si riapre. I giorni sembrano meno ripetitivi, meno uguali a quelli precedenti. Giovanni inizia a fantasticare sul futuro, un futuro fatto di cinema, Hollywood, le stelle del cinema. Il desiderio e la speranza di conquistare quella donna, proprio come accade nei film.

Un romanzo breve che ci trascina per il modo, che appare in alcuni punti inconcludente, di mostrare una realtà fatta di desideri inappagati, di mancate certezze, di desideri quasi impossibili da realizzare.

Qualcuno ha creduto, tra queste pagine, di ritrovare la forza e la passione di Uto”Qualcuno che, come me, ha pensato di potersi immergere in quella forza travolgente che De Carlo ci ha regalato con quel romanzo che resterà nella mente di chi lo leggerà per sempre. Ma ogni romanzo è diverso dall’altro. Ogni parola, se pur scritta dallo stesso autore, ha diversa forma e consistenza. Tutto ciò che, quì, tra queste parole, ci porta a continuare questa lettura, è, forse, un legame con Giovanni, diverso da quello con “Uto”, il nostro eroe post-romantico.

Il protagonista del racconto  cerca una nuova vita, passioni travolgenti, mentre osserva inerme i giorni che gli scorrono davanti. Forse anche noi siamo stati così. Impassibili davanti alla vita, con la voglia di cambiare, di andare oltre, volare, correre ancora, ma con i piedi forse troppo legati a terra. Delusi e amareggiati da luoghi, persone, che sembrano non appartenerci.

Treno di panna è la  ricerca di quella svolta, di quel momento, di quell’attimo in cui poter dire “Da adesso in poi, sarà tutto diverso.” E così attendiamo quella svolta. C’è chi ha definito questo libro inconcludente, chi lo ha amato, chi ha intravisto una svolta nella letteratura e nella propria stessa vita. Io, senza nessuna pretesa, chiedo in prestito una frase, poche parole che, mai come ora, mi sembrano più che adatte…

“Si scrive soltanto una metà del libro, dell’altra metà si deve occupare il lettore.” Joseph ConradLettera a Robert Bontine Cunninghame Graham, 1897.

‘La giornata d’uno scrutatore’ di Calvino: politica o amore?

Nel 1963 Italo  Calvino racconta al Corriere della Sera di aver scritto “La giornata d’uno scrutatore” in dieci anni: ma il motivo non è stato dettato dalla perizia e dall’ ossessione alla perfezione che possono portare a rimandare di molto il completamento di un’opera.  Il motivo è legato alla sua esperienza personale. Nel 1953 era stato candidato con il Partito Comunista: si era cosi trovato a girare tra i seggi, anche in quello del Cottolengo, un istituto di cura gestito da suore.

Ebbene, come Calvino stesso afferma, “Passai anche al Cottolengo quasi due giorni e fui anche tra gli scrutatori che vanno a raccogliere i voti tra le corsie. Il risultato fu che fui impedito a scrivere per molti mesi: le immagini che avevo negli occhi, di infelici senza capacità di intendere né di parlare né di muoversi, per i quali si allestiva la commedia di un voto delegato attraverso al prete o alla monaca, erano cosi infernali che avrebbero potuto ispirarmi solo un pamphlet violentissimo, un manifesto anti democristiano”. Lo scrittore  parla di “immagini da girone infernale” e in effetti sono quelle che descrive negli ultimi capitoli del libro.

“La giornata d’uno scrutatore” non è però, come si potrebbe pensare, una denuncia politica. O meglio, è anche una denuncia politica, ma non solo: anzi l’aspetto della denuncia è forse quello che traspare di meno, un po’ perché “certe pratiche” erano ampiamente documentate giornalisticamente, quindi erano a conoscenza di tutti, un po’ perché i toni e lo stile della narrazione non sono affatto di intento polemico né politico. Leggere il libro come una denuncia politica sarebbe una forzatura, e probabilmente neanche  Calvino vorrebbe una cosa del genere.

Il protagonista Amerigo è in parte calcato sulla  figura del suo autore: anche lui fa l’esperienza nei seggi, anche lui è comunista, anche lui ragiona di politica. L’altra metà del personaggio di Amerigo è però staccata dal “calco calviniano”: Amerigo è anche una persona riflessiva, con grattacapi e pensieri soprattutto verso la sua fidanzata, Lia, che aspetta un bambino. Molti pensieri che lo affliggono quando si trova al seggio, sono proprio dedicati a Lia e alla sua situazione. Il protagonista dedica i suoi pensieri a vari argomenti: Lia è il soggetto che più ingombra la sua  testa . Si può scorgere un contrasto tra le azioni al seggio, monotone, ripetitive, asettiche, noiose, e i pensieri che lo affliggono, soprattutto per quanto riguarda Lia, che definisce una “donna pre-logica”, “irrazionale”, lui, che si perde in dissertazioni sull’hegelismo.

Ci sono anche altri argomenti tra i pensieri che affollano la mente di Amerigo: la situazione politica italiana del tempo, le considerazioni sulla società, cosa vuol dire per lui essere comunista, sul significato di democrazia, sulla legge elettorale (erano gli anni della “legge truffa”),  riflessioni sull’amore inteso come principio motore. Le riflessioni, i pensieri che fa, però, non portano a conclusioni, sono solo vaghi fluttui di pensieri che non offrono soluzioni. Un po’ come forse l’animo del protagonista: oscillante, incapace di prendere una posizione netta, e se lo fa lo fa con difficoltà, anche in relazione ai suoi colleghi di seggio, nell’imporre suoi punti di vista. Anche con Lia è così: soccombe, è in balìa del carattere imprevedibile della ragazza, come ad esempio quando gli dirà che parte per Liverpool. Un personaggio con contorni cosi opachi figuriamoci che tipo di posizione può avere, nella coppia, quando si parla di figli, di procreazione, di costruire una famiglia. La reazione di Amerigo quando la donna gli dice del figlio, o meglio, quando Amerigo lo intuisce, è scomposta, disordinata, per poi sconfinare subito in un senso di colpa verso il suo egoismo e un senso di ammirazione per quella donna che si dimostra coraggiosa, netta, impavida.

La giornata di Amerigo al Cottolengo trascorre con lenta monotonia, tra vari battibecchi con i suoi colleghi e il rapporto con la Madre superiora dell’Istituto.
Il quadro più vivido è dipinto negli ultimi capitoli, quando Amerigo e altri scrutatori allestiscono un “seggio mobile” per far votare chi non può muoversi dal letto. Qui l’uomo molte volte cerca di far valere la sua opinione, quando vede un malato che non è in grado di riconoscere chi sta votando per lui o se ci sono delle palesi difficoltà di intendere e volere.

La Madre superiora e il prete però forzano le decisioni: fanno leva sul fatto che alcuni malati non riconoscono mai la Madre superiora, pur se questa passa tutta la giornata con loro: Amerigo ha un sussulto. Riesce a percepire l’essenza dell’amore puro che ha portato la Madre ad aver deciso di dedicare la sua vita a questo tipo di “amore”: riesce a rendersi conto della sconfinata umanità che c’è negli occhi del contadino che è venuto per salutare suo figlio, ricoverato e costretto al letto. Pensa quindi che questo stesso amore lo può guidare nel suo slancio verso Lia: ora è cambiato, non vuole più essere brusco con lei, si pente di non averle detto nulla su quello che in quella giornata è andato a fare, vorrebbe chiamarla per dirle tutto, per essere affettuoso. Ma lei non risponde, il telefono è occupato.

“Siamo come Cappuccetto Rosso in visita alla nonna malatapensò Amerigo – Forse, aperta la tendina, non troveremo più la nonna, ma il lupo”. E poi: “Ogni nonna malata è sempre un lupo”
Questo pensa Amerigo quando vede la Madre superiore scomparire dietro la tendina attorno al letto del malato che deve aiutare a far votare: considerazione che però è evidente che contrasta coi ragionamenti di poco prima. Giocare su questo doppio binario è u po’ l’essenza del libro di Calvino: le suore che danno amore, ma le suore che sono anche strumento meschino di pratiche clientelari e di mortificazione della democrazia. “Non si può dire niente contro le suore. Come le suore non c’è nessuno” – lo dice l’ultimo votante, che ha due moncherini al posto delle mani ed è sempre vissuto al Cottolengo, dove le suore gli hanno insegnato tutto.

La città dell’uomo faber, pensò Amerigo, rischia di scambiare le sue istituzioni per il fuoco segreto senza cui le città non si fondano né le ruote delle macchine vengono messe in moto: e nel difendere le istituzioni, senza accorgesene, può lasciare spegnere il fuoco”.
In questi  ultimi pensieri del protagonista  è racchiuso tutta l’archiettettura di pensiero che regge il romanzo: la contraddizione su cui Amerigo impasta continuamente i suoi pensieri.
Cosa prevale, l’amore disinteressato o “l’ amore” democristianamente inteso?

“La giornata d’uno scrutatore” è un’opera dal retrogusto amaro,  dalle tinte grigie  e dallo stile semplice e lineare che non annoia mai il lettore pur affrontando tematiche politiche, sociali , morali e  religiose. Attualissimo  e riflessivo.

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